"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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martedì 26 marzo 2013

Un tempo, quando ero piccola

Piove ancora, piove anche oggi.
Montgomery, ancora. Con la cerniera tirata su fino al collo. E poi la sciarpa di lana, quella che la mia amica mi ha regalato per Natale. Ha scelto la lana più morbida, quella più calda e ha chiesto a sua madre di fare una sciarpa per me. Un regalo gradito, utile. Un regalo che porto sempre con me da mesi, nonostante la mia collezione conti ormai quasi una trentina di pezzi.
E con la sciarpa gli stivali.
E con gli stivali, l’ombrello rosso.

Di fretta, anche oggi.
Inizio a pensare che la fretta sia soltanto un mio stato mentale. Il camminare per strada velocemente come se stessi per perdere il treno della mia vita, quei passi svelti uno dietro l’altro. Sono un razzo, è difficile starmi dietro. E per me è difficile stare dietro agli altri, quella gente normale che cammina come tutti i comuni mortali.
Forse non sono mai realmente in ritardo, ma nonostante questo faccio sempre tutto di fretta, complice l’orologio che ho al polso, le cui lancette sono perennemente spostate qualche minuto avanti.

Devo sistemare l’orario, mettermi in regola con il Mondo.
Me lo ripeto spesso, ma non lo faccio mai. Potrei alzarmi dal letto, adesso. Raggiungere il mobile sotto lo specchio, afferrare l’orologio e sistemarlo. Invece me ne sto qui, al caldo sotto il plaid rosso, nel silenzio di questa casa ormai solitaria.

Un quarto d’ora a piedi e sono a destinazione, al lavoro. La gente normale impiegherebbe mezz’ora o venti minuti a percorrere lo stesso mio tragitto.
Saluto i colleghi, tolgo gli strati di lana che mi hanno protetta dal freddo stamattina. Qui dentro si muore di caldo, ci saranno trenta gradi almeno.
Mi svesto velocemente, di fretta.
Chissà che pensano di me qua dentro. Sono la solitaria, silenziosa Chiara. Quella che apre bocca solo per dire “Ok”,oppure “va bene”, o al massimo “certo, lo faccio subito”.

Passo dalla stanza piccola, dove c’è la scrivania di uno dei responsabili. Con lo sguardo vado dritta nella scatola dei documenti da posare, dritta al mio obiettivo. Mi accorgo qualche istante dopo essere entrata nella stanza di una presenza anomala. È una bambina, seduta alla scrivania. I capelli ricci e scuri, il viso tondo e le guance rosse. I piedi non le arrivano al pavimento. Sta seduta, muove le gambe nel vuoto. Prima una,poi l’altra. Un moto perpetuo.

E questa cosa ci fa qua? Da dove viene?
La saluto, le sorrido. È una sorpresa piacevole. Si chiama Serena e penso proprio sia figlia di qualcuno che lavora qui.
Sistemo i documenti nelle loro cartelle, quando ho finito entra G., il collega quarantenne superconcentrato, quello che dopo dieci giorni di lavoro insieme mi ha rivolto un “Scusa, ma tu come ti chiami chè non mi ricordo il tuo nome?”.
Ecco, il mio nome non me l’aveva mai chiesto prima.

Serena è la sua bambina. Non le somiglia affatto. Quindi è la stessa che si vede nel desktop del suo computer, a meno che non sia qualche sorella piccola. Starà qui qualche ora, parcheggiata in questa scrivania ad annoiarsi un po’, per poi essere prelevata da qualche familiare e portata in un altro posto.

Passo il tempo successivo a lavorare con G., in silenzio. Lui ordina, io eseguo.
Ogni tanto lancio uno sguardo alla piccola Serena. Disegna su un foglio bianco. Non ha i colori e quindi usa gli evidenziatori dell’ufficio. Non ho idea di cosa stia creando la nostra piccola artista. Certo è molto impegnata.

Serena mi ricorda me, anni e anni fa. Quando ero piccola mi piaceva andare nell’ufficio con papà. Mi ci portava ogni tanto, quando era in servizio di pomeriggio e sapeva che il lavoro sarebbe stato un po’ meno del solito.
Mi sistemavo anche io in un angolo, su qualche scrivania non occupata dai suoi colleghi. Prendevo qualche foglio di carta e mi dilettavo a disegnare e colorare con tutto quello che trovavo nel portapenne. Le mie improbabili opere d’arte venivano regalate ai colleghi di papà, con tanto di stupore, gioia e ringraziamenti. Probabilmente qualche ora dopo erano già nella spazzatura, insieme a chissà cos’altro. Negli anni novanta non si faceva la differenziata.

Quando mi scocciavo, andavo nel giardinetto vicino all’edificio dove lavorava. C’erano delle giostre: uno scivolo, l’altalena, un dondolo. La mia preferita era l’altalena, mi piaceva volare in quel modo. Lo scivolo un po’ mi faceva paura. Prima la scaletta, dovevo star attenta a mettere i piedi nel posto giusto. Poi arrivavo in cima, mi sedevo e da lì si arrivava in un attimo in fondo. Quel momento in cui dovevo abbandonarmi a me stessa e scivolare giù, un po’ mi spaventava.

Quando papà andava in pausa, lo accompagnavo al bar. Un caffè per lui, un succo di frutta per me.
E poi di nuovo dentro, fino all’ora di chiusura.

Serena però sembra annoiarsi, adesso. Forse non vede l’ora di uscire da qui, forse non le piacciono gli evidenziatori azzurri. Non piacciono neanche a me.
Quando vengono a prenderla, la piccola sembra contenta di andar via. Si veste velocemente, dà un bacio al padre, poi si gira verso di me e mi saluta.
Ricambio, le sorrido.

Ciao Serena. Mi hai fatto ricordare di quando ero piccola.




mercoledì 15 agosto 2012

Buon Ferragosto

Un divano diviso con un Gatto nero che dorme ai miei piedi, nella stanza più fresca e silenziosa della casa,la pelle ancora calda del sole preso in mattinata, il colorito di una brasiliana, un imbarazzante vestitino con la angurie rosse a forma di cuore, la pancia tragicamente piena delle buone pietanze delle cuoche di casa, due maledetti chili in più rispetto ad un mese fa, un cellulare che non squilla da un po’ al mio fianco: ecco, questo è il mio Ferragosto. Per il resto della giornata è previsto, in ordine: un aperitivo in un posto possibilmente poco affollato, un cinema all’aperto e il seguito è un mistero. Sono nella mani dei miei amici, chi lo sa cosa hanno in mente di fare. Ho proposto loro un bagno di mezzanotte che si tramuterà magicamente in bagno delle tre di notte, visti i nostri orari soliti. Quest’anno non ho ancora provato il brivido dell’immergersi in acqua a notte fonda e del godersi il mare nero.

Di solito passavo il Ferragosto nella casa in campagna, con papà. Preparava la griglia sulla quale arrostiva la carne, da mangiare rigorosamente con il chimichurri di sopra, all’argentina. Tutto ciò fino a due anni fa, dopo di che il nulla.

Oggi la spiaggia era fin troppo affollata di turisti, il mare calmo al punto giusto. Ero intenta a prendere il sole, sdraiata sul mio telo, immersa in quei pensieri di troppo, quando ho sentito una bambina urlare e piangere come se chissà cosa le avessero fatto. A quanto pare era stata vittima di una medusa, la poveretta. Urla a non finire, pianti isterici, forse più per lo spavento che per il dolore, tutto ciò per almeno tre quarti d’ora. Segue dunque la caccia alla medusa assassina, avvenuta per opera di un tizio che, armatosi di materassino rosa, paletta e secchiello di Hello Kitty, ha iniziato la sua impresa.
Caccia durata un quarto d’ora circa, conclusasi con il suddetto eroe che sbarca a riva orgoglioso di se stesso e  depone il cadavere della medusa in spiaggia, intorno al quale, in un tempo pari a neanche due minuti, si riunisce un capannello di gente in costume da bagno che si abbandona a commenti idioti e qualunquisti di ogni tipo.
Infine i genitori della bambina vittima della medusa (che intanto non ha smesso di urlare) decidono di far vedere alla loro pargola l’autore del misfatto. Si avvicinano al corpo e le dicono “Vedi, Gaia, è lei che ti ha fatto la bua!”. E fu così che magicamente Gaia smise di piangere, con sommo gaudio della sottoscritta.

Ecco, questo è il resoconto del mio Ferragosto vissuto fino alle cinque del pomeriggio. Avvincente come non so cosa.
Il Gatto si è svegliato, si è stiracchiato, mi ha guardata ed è tornato a dormire. Il caffè è pronto. Col vostro permesso,io vado a berlo e ve ne offro virtualmente una tazzina.
Buon Ferragosto!

PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca. 

lunedì 24 ottobre 2011

Pensieri deliranti di una Chiara costretta a portare gli occhiali

Sveglia alle sette, un nuovo giorno mi attende. Carica e frizzante come un’anziana signora in un ospizio, mi accingo a lavarmi la faccia con acqua gelata, in modo da connettermi un minimo con il mondo. E’ lì che faccio la mia scoperta: un occhio è rosso come un pomodoro, l’altro sembra normale.
Sembro uscita da un film horror.
Ricorro ai rimedi della nonna e in cucina, invece di farmi un bel caffè, riscaldo l’acqua per buttarci dentro una bustina di camomilla e farmi una sorta di impacco, nella speranza che la situazione migliori.

Ovviamente, come pensavo, non migliora proprio niente. Decido quindi di non mettere le lenti a contatto e mi preparo ad affrontare la mia giornata con addosso gli occhiali da vista, quelli che tanto odio.
Torno a casa per il pranzo. L’occhio sembra essere migliorato, ma il rossore non è ancora del tutto scomparso. Decido quindi di tenere addosso gli occhiali ancora un po’, almeno per tutto il pomeriggio.
La sera però li abbandono allegramente, chiudendoli con una sorta di ghigno malefico, dentro la loro custodia bianca. Non s’è mai visto che io esca di sera con gli occhiali. Ergo, lenti a contatto.

Il mattino dopo, la situazione è di nuovo quella di ventiquattro ore prima. Occhio rosso e niente camomilla.
Decido di andare in farmacia e farmi consigliare un collirio. La dottoressa è una donna giovane, con i capelli corti biondi e gli occhi azzurri. Mentre le espongo il mio problema esistenziale, entra una signora anziana con un passeggino più grande del solito: ha con sé due bambine piccole gemelle, presumibilmente le sue nipoti.
La farmacista allora inizia ad ignorarmi del tutto, intenta a lodare la bellezza delle due bambine. In effetti ha ragione, sono proprio stupende. E poi dormono, quindi non piangono, non disturbano, sono zitte.
Belle sì, tanto.
Ma non è una valida ragione per lasciare una cliente impaziente come me, con un occhio rosso e un paio di occhiali da vista addosso.

Ecco che infatti si desta e torna a me. Mi consiglia un collirio leggero, senza antibiotici, a base di camomilla. Due gocce in ogni occhio per circa cinque-sei volte al giorno. Annuisco, contenta. Guardo piena di speranza quel collirio che viene racchiuso nella carta bianca e verde della farmacia. Sarà lui a salvarmi: domani avrò di nuovo addosso le mie lenti a contatto!

Sì, come no. Nel paese delle meraviglie, forse. L’entusiasmo svanisce subito.
La tipa mi dice di fare questa cura per almeno una settimana, di non mettere le lenti a contatto e di non truccarmi per niente.
Me ingenua.

Terribile, non può essere.
La ringrazio, pago ed esco.

Una settimana senza lenti a contatto, senza neanche un filo di matita nera. Una settimana con gli occhiali.
Per me è un po’ come una tragedia. Io, con gli occhiali, mi sento scema. Lo dico sul serio.
Mi danno l’aria di chi passa le giornate chiusa in biblioteca a studiare e non fa altro. Mi fanno sembrare una secchiona. Mi scivolano sul naso anche, peggio ancora.
Non riesco neanche ad avere una visuale completa, senza contare che di pratico hanno veramente poco.
Uscire senza poi sarebbe impossibile, dato che finirei con lo sbattere contro ogni palo della luce che incontro per strada.

Ho deciso di nascondermi, di camminare a testa bassa, di far finta di non esistere. Funzionerà?
E soprattutto, il mio collirio darà i suoi buoni frutti?
Vi aggiornerò gente.

lunedì 28 febbraio 2011

Per voce sola - Susanna Tamaro

Curiosando tra gli scaffali della mia libreria di fiducia, ho trovato un libro dalla copertina vivace e colorata. Un libro di Susanna Tamaro, intitolato “Per voce sola”. Ho letto la trama, sembrava interessante e l’ho preso. Il tema generale era legato ai bambini, raccontanti però in modo diverso dal solito.
La sera stessa ho iniziato a leggerlo e due giorni dopo l’avevo già finito.

Questo libro è formato da cinque storie diverse, una più terribile e angosciosa dell’altra. Protagonisti sono sempre bambini, piccole creature abusate, trattate male da chi è più grande e potente di loro. Sono storie che lasciano i brividi, che fanno pensare a come sia possibile fare del male a dei piccoli esseri indifesi. Cinque persone diverse che lasciano un senso di vuoto e di smarrimento, che ti fanno stringere il cuore.

Certe volte mi sono ritrovata a rileggere dei pezzi due volte, pensando di “aver capito male”, tanto mi sembrava impossibile quello che c’era scritto. Invece, purtroppo, non mi sbagliavo.
Le storie sono “brutte” (brutte è dire poco), ma sono raccontate in modo talmente strano, quasi dolce, da lasciare ulteriore perplessità. Cinque bambini diversi, provenienti da mondi diversissimi tra loro, da famiglie ricche, da genitori poveri, bambini che non hanno una famiglia, bambini che purtroppo non sono oggetto d’interesse da parte dei loro genitori e altri che, lo sono troppo, talmente tanto da annullare completamente le volontà dei propri figli.

Questo libro mi ha fatto anche pensare a quanto sia delicato il lavoro di chi si prende cura dei bambini maltrattati o sofferenti in genere. Penso che per svolgere questo mestiere serva molta forza, tanto coraggio e un cuore un po' più "resistente" rispetto al "normale", per poter portare dentro queste terribili storie.

Non saprei a che tipo di persona consigliare questo libro. Per ora ho deciso che lo darò ad una mia amica che ha molto a cuore i problemi dei bambini e che studia proprio per curarli, per stare loro vicino.
A lei sì, a lei potrei farlo leggere.

“Il rapporto con la sofferenza è bizzarro, sai. Finché è poca ci si ribella sempre, si pensa che se è accaduta una cosa terribile, non ne possano accadere altre … Perché? Perché non è giusto. C’è dentro, insomma, come un senso di intoccabile equità. Si crede che la vita sia una festa e la sofferenza delle fette di torta. Ne tocca una a ognuno, non di più.
Invece poi, non so se c’entra anche un fatto biologico, si invecchia, si hanno meno forze. Poi da un giorno all’altro succede che non ti aspetti altro, ti aspetti cose brutte e basta.”

sabato 6 novembre 2010

Il palazzo dei bambini



Nel palazzo dove abito, quando percorro le scale che mi portano a casa, si sente sempre la voce di un bambino. Che sia un pianto, che sia una canzoncina cantata, che sia una madre disperata o una risata infantile, c’è sempre di mezzo un bambino.
Stessa cosa nel cortile di casa, dove - specialmente in primavera- è un continuo susseguirsi di biciclette, tricicli, palloni. A vederlo da fuori, sembrerebbe un asilo.
Non sono neanche rari i fiocchi colorati appesi alle porte, quelli che si espongono ogni volta che nasce un bambino.
Oggi, per le scale, ho incontrato l’inquilina del piano di sotto. Aveva i suoi due bambini piccoli, uno da una mano, uno dall’altra. L’ho salutata e mi sono resa conto che aveva un bel pancione. È incinta, tra qualche settimana partorirà il suo terzo figlio.


Le ho dato gli auguri e sono andata via.


Nel tragitto mi sono resa conto che per quelle scale salgono e scendono ogni giorno tantissimi bambini con i loro genitori. Allora ho fatto un piccolo calcolo mentale e mi sono resa conto che in un paio di anni in questo palazzo sono nati ben quattordici bambini (presto quindici). Senza contare poi i vari fratelli maggiori (pur sempre piccoli).

E non è neanche un condominio immenso.


Ho messo la chiave nella toppa della porta di casa, mentre la giravo ho realizzato che abito in quello che adesso definirei il palazzo dei bambini.


Bello, no?


Chissà se gli altri inquilini se ne sono mai resi conto …

mercoledì 8 settembre 2010

Chiara allibita

Oggi sono stata mezza giornata al centro commerciale a comprare un sacco di roba che mi serve per il ritorno alla base cittadina. Dovevo anche cercare un regalo per un’amica, ma di questo vi parlerò in un altro post. I grandi corridoi e l’aerea ristoro del centro erano molto affollati, dal momento che era ora di pranzo.
Vi racconto un piccolo aneddoto legato a questa giornata e al centro commerciale: un fatto che mi ha dato da pensare e che allo stesso tempo mi ha un po’ innervosita.

Ero in giro per i corridoi quando vedo un bambino piccolo, carino, biondo, con una magliettina arancione e dei grandi occhi azzurri. Avrà avuto non più di tre anni, sapeva camminare abbastanza bene, ma vista la statura ho pensato che fosse comunque molto piccolo.
Per me è normale notare i bambini piccoli, dato che mi piacciono e che li considero delle meraviglie, mentre c’è gente che non fa una piega quando un bimbo gli passa accanto.
Il pargolo girava tranquillo, seguendo un gruppetto di gente grande, probabilmente i suoi genitori, pensavo.

Circa un’ora dopo mi ritrovo in un’altra ala del centro commerciale, immersa in un interessante discorso con la persona che si trovava con me, quando noto di nuovo il bambino. Questa volta rallento il passo, il corridoio è vuoto, lui si aggira senza una meta, con lo sguardo semi smarrito, quasi con le lacrime agli occhi. Bofonchiava un “mamma” e si portava il dito in bocca. Mi avvicino lentamente, quasi con il timore di essere scambiata per una mezza pedofila (ci sono genitori altamente sospettosi, lo sarebbero anche di una suora … ma forse un po’ di allerta non è sbagliata) e gli chiedo dove fosse la sua mamma. Lui mi guarda, non dimostra molta fiducia, si allontana un po’ e riprende a vagare.

Lì inizio ad avere una mezza certezza del fatto che quel bambino si è perso o che comunque lì non c’è nessuno con lui. Lo seguo un po’ per qualche passo, lo raggiungo e gli pongo la stessa domanda di prima. La sua reazione è la stessa. Io e la persona che era con me ci scambiamo sguardi un po’ preoccupati, pensiamo a come poterlo aiutare: mentre parliamo (e con un occhio guardiamo il bambino), un signore ci rivolge la parola da una panchina vicina. Ci dice che il bambino non si è perso, che la sua mamma è dentro un negozio di scarpe lì vicino.

Ora io mi chiedo: se io ero una male intenzionata, una pazza, una persona cattiva, una squilibrata e volevo “rapire” il bambino, cosa mi avrebbe impedito di fare ciò? Nulla dal momento che un bimbo di tre anni si aggirava DA SOLO per un centro commerciale, senza che nessuno gli desse un’occhiata.
È inutile che mi vengono a raccontare balle del tipo “tanto io ero nel negozio, lo guardavo da lontano” perché io, una perfetta sconosciuta, mi sono avvicinata ben due volte al pargolo e nessuno dei suoi familiari è venuto a riprenderselo.

Quando poi succedono le tragedie o i bambini scompaiono nel nulla, cosa facciamo? Guardiamo i telegiornali col cuore in gola, mettendoci nei panni dei poveri genitori a cui è stato sottratto il figlio.
Certamente non bisogna generalizzare, ma quello che ho visto oggi mi ha profondamente colpita. Come si può lasciare un bambino piccolo vagare per i corridoi di un centro commerciale, da solo, all’ora di pranzo? Come?

Se non si vogliono figli, perché si pensa di non avere abbastanza pazienza o di non essere in grado di prestare tutte le attenzioni che un bambino richiede, allora perché farne?
C’è gente disposta a dare amore ad un bambino, attenzioni e tutto ciò che gli occorre e magari non può averne.
Quanto è ingiusto questo mondo? Quanto si sottovalutano i pericoli di ogni giorno?
Sono allibita, senza parole. Mi auguro solo che quel bimbo cresca come si deve e che abbia accanto qualcuno capace di dargli tutte le attenzioni che merita.

domenica 8 agosto 2010

"Dammi mille baci e poi altri cento ..."

Sesto giorno di mare.
Il colorito migliora sempre di più! :-)
Oggi era molto agitato ...






Oggi a mare c’era una bella coppia di giovani. Lei alta, slanciata, mora, bel fisico, costume rosso. Lui anche alto, muscoloso ma non eccessivamente, costumino nero. Stavano bene insieme.
All’inizio stavano tranquilli sul bagnasciuga a giocare a racchettoni, dopo un po’ però si sono stancati e sono andati a sedersi sotto il loro ombrellone, davanti il mio. Tutto normale, per adesso.
Vado a prendere un caffè al bar, torno alla mia postazione e mi ritrovo la coppia più bella del mondo tutta presa a consumare le proprie facce in focosissimi baci, senza curarsi della ventina di persone presenti nei paraggi.

Ho pensato che forse la passione aveva preso il sopravvento nei loro animi e che presto si sarebbero accorti di essere in pubblico, quindi avrebbero smesso. Me ingenua.
Hanno continuato con i loro “gesti d’affetto” per almeno un quarto d’ora, del tutto incuranti della presenza di bambini intorno.
Non voglio fare la bigotta, ma queste eclatanti dimostrazioni di amore e passione in pubblico mi mettono solo a disagio. Va bene un bacio dolce, ma assistere a quello che sembra il prologo di un film porno all’aria aperta, no! Peggio ancora se ci sono bambini intorno, mi sembra una mancanza di rispetto.

Alla fine la coppietta ha smesso ed è andata via. Mentre i due si incamminavano, una signora poco distante da me ha buttato fuori un “Era ora” guardandoli in cagnesco. Ha poi incrociato lo sguardo incoraggiante di una delle famiglie del mulino bianco: la mamma e il papà del bimbo tranquillo, con la faccia contrariata, le hanno dato ragione.

giovedì 5 agosto 2010

Le famiglie del Mulino bianco in spiaggia

Quarto giorno di mare, colorito accettabile, acqua limpida, nessuna scottature (sarà il primo anno che non succede), né spellamenti vari, né Connettiva spruzzata sulle spalle su consiglio del farmacista (per le ustioni è il massimo!).
Vado sempre a mare nella spiaggia libera, mi piace piantare l’ombrellone dove voglio io, vicino a chi voglio io, come voglio io. Non sopporterei di stare ferma in un punto, sotto un ombrellone con il logo di un lido, con attorno la solita gente: mi sembrerebbe di non essere libera.

La spiaggia che frequento è molto grande, lunga, ampia. Si alternano zone di spiaggia privata e zone, più piccole, di spiaggia libera. La sabbia è bianca, poco fastidiosa perché non si attacca ai piedi, come succede in altri posti. Danno però fastidio i sassi di ogni dimensione che si trovano vicino al mare.
Il mare è limpido, pulito, a volte agitato a causa delle correnti.
In spiaggia mi piace stare in silenzio (un po’ ovunque, veramente), in compagnia di un libro o del mio ipod. Non nuoto molto, ho il terrore che mi possa attaccare qualche medusa da un momento all’altro. Scambio solo qualche parola con mia madre, anche a lei va bene così: per noi il mare è pace, silenzio, tranquillità.

Anche qua mi ritrovo spesso ad ascoltare i discorsi dei vicini di ombrellone o ad osservare i loro movimenti. C’è gente di ogni tipo: giovani, coppie anziane, bambini.
Oggi c’erano due famigliole in stile Mulino bianco. Due mamme, due papà, due bambini di circa tre anni ciascuno. Erano a poca distanza tra loro, all’inizio neanche si guardavano, finché il bimbo di una famiglia non si è avvicinato all’altro. Hanno iniziato a giocare contenti, erano molto dolci, poco chiassosi, educati e rispettosi uno dell’altro. Di solito invece mi capitano bambini piccoli urlanti, spesso in lite tra loro per una paletta o per un secchiello.
I rispettivi genitori allora hanno iniziato a scambiare qualche parola tra loro, una famiglia aveva accento romano, l’altra campano. Erano due coppie distinte. Parlavano del più e del meno, dei loro bambini, del posto dove alloggiavano. Mi è piaciuto il modo in cui spiegavano ai loro pargoli le varie “regole della spiaggia” o come li incitavano a costruire castelli di sabbia o a provare mille formine.
Due famiglie veramente molto armoniose, quasi impeccabili, questa è stata l’impressione principale. Li ho ammirati per l’amore con cui trattavano i loro bambini, per la loro pacatezza, per i loro gesti calmi e la loro voce rilassata.

Alla fine una famigliola è andata via, i due bambini si sono scambiati un giocattolo spontaneamente, senza la gelosia ingenua tipica della loro età, senza fare storie. Si sono dati appuntamento a domani, per costruire un grande castello.

martedì 1 giugno 2010

Bowlby

Oggi ho sentito una mia amica, mi ha detto che stava studiando psicologia e mi ha citato uno psicoanalista: Bowlby. Non avevo mai sentito questo nome prima, ma mi hanno incuriosito le informazioni che mi ha dato. Così mi sono messa a cercare qualcosa in più su Google.

Bowlby ha formulato la “teoria dell’attaccamento”. Ha studiato e approfondito il legame che si istaura tra madre e bambino, sostenendo che il bimbo ha sempre il bisogno di percepire la vicinanza e il contatto fisico generalmente della madre, anche se può trattarsi comunque di una persona diversa, quella che sostanzialmente si prende cura di lui. Si sente praticamente protetto. Con la crescita, questo attaccamento si estende anche ad altre persone, considerato anche il fatto che il bambino amplia le sue conoscenze. Questo finché, con l’arrivo dell’età adulta, ci si distacca notevolmente da questa figura e ci si lega ad altre.

Questo legame deve svilupparsi in modo corretto dal momento che si ripercuoterà per tutta la vita, nel senso che, se ci sono state delle esperienze particolarmente dolorose nell’infanzia, queste possono ripercuotersi durante l’età adulta. Ha osservato che un soggetto adulto, con alle spalle un’infanzia negativa, una volta diventato genitore, aveva dei comportamenti ostili nei confronti del figlio.

Queste cose mi hanno fatto riflettere un po’. Ho sempre pensato che avere alle spalle una famiglia unita, con dei valori saldi e stabili è sempre una garanzia, una fonte di protezione per i suoi membri. Forse è questo uno dei tanti segreti della felicità delle persone: sapere di poter sempre contare su determinate persone care, soprattutto se sono membri della propria famiglia.

Non sono invece pienamente d’accordo con quello che sostiene Bowlby sul rapporto del genitore con infanzia “negativa” e il figlio. Credo che, al contrario, chi ha avuto delle brutte esperienze durante l’infanzia pone come obiettivo (magari non del tutto principale) dell’età adulta la creazione di una famiglia stabile e armoniosa. Secondo me ai figli, il più delle volte (e se è possibile farlo), si cerca di dare quello che non si è avuto durante la propria infanzia, forse perché si sono affrontati dei problemi particolari e solo chi li ha vissuti, può sapere cosa si prova e di conseguenza cercare di non farli rivivere a chi si vuole bene.

Poi mi sono resa conto ancora di più del ruolo importante che hanno i genitori, di come i loro errori possono ripercuotersi nei figli, di come possono rovinarli perdendosi a volte nel loro egoismo.

Credo di avervi annoiato abbastanza. Buon 2 giugno a tutti voi!

mercoledì 26 maggio 2010

Mamme a ... 50 anni?

Ieri ho sentito al telegiornale che Heather Parisi, a 50 anni, ha partorito due gemelli (non sapevo neanche che fosse incinta!). Stasera ho sentito che una donna di 57 anni ha partorito la sua prima figlia, avuta dal compagno quasi settantenne, dopo essersi sottoposta a cure particolari (all’estero).

Avere un figlio, a quanto pare, è un’esperienza indimenticabile, si sostiene che sia la cosa più bella che si possa fare in una vita. Decenni e decenni fa, le donne avevano i loro primi figli già a 18/20 anni, chi diventava mamma a 40 anni era considerata già una madre un po’ “anziana”. Oggi invece avere un figlio a quarant’anni (anche inoltrati) è una cosa normalissima. Sarà che i tempi cambiano, che si decide di mettere su famiglia sempre più tardi …

Non capisco però, come si può decidere di avere un figlio a cinquant’anni. Non è una questione di età, ma di forze ed energia. Presumo che per crescere un bambino occorre avere una pazienza e una forza immense, nonostante questo ti possa dare tutte le gioie possibili e immaginabili.
A 50 anni non si è vecchi, assolutamente! L’importante è sentirsi “giovani” dentro e puoi considerarti tale anche a 80 anni. Però secondo me avere un figlio (voluto) a cinquant’anni è un gesto un po’ egoista. Quando la mamma avrà 60 anni, il figlio ne avrà solo dieci. C’è una differenza troppo grande, a livello di età, ma anche di interessi. Un adolescente con una madre sessantacinquenne non potrà avere facilmente un dialogo con lei.

Questo secondo il mio punto di vista: quello di una comune ventenne senza figli. Voi che ne pensate? Mi piacerebbe sapere i vostri punti di vista

venerdì 7 maggio 2010

Questo tempo decisamente poco primaverile mi sta impedendo di andare al parco. Appena ho un po’ di tempo, vado sempre al parco: mi rilassa. L’anno scorso ho passato tutti i miei pomeriggi di giugno e di luglio lì, a studiare filosofia del diritto con la mia collega di università. Si può dire che conoscevo più il parco che casa mia.

Mi piace andarci: prima di tutto perché tutto quel verde mi ricorda tanto la campagna di mia nonna, poi perché mi sembra una “sospensione della città”, un angolo di paradiso. C’è talmente tanta pace (maniaci pervertiti a parte) che non sembra di essere in città.
Un attimo prima ti ritrovi immersa nel caos delle macchine e dei rumori e un attimo dopo sei nel verde e nella quiete: due mondi talmente opposti che non penseresti mai che siano così vicini tra loro. Se guardassi distintamente una foto del parco e una della mega rotonda su cui affaccia il suo ingresso, non direi mai che sono due posti praticamente attaccati.
Dentro il parco c’è anche una grande area con le giostre per i bambini, tutto intorno è un’allegria. Guardare i bambini giocare mi fa pensare a quanto basti poco per farli felici.

Comunque, ultimamente il mio umore rispecchia tanto quello del tempo. Effettivamente il toro risente delle condizioni meteo, è “climaticamente fuori gioco”. Ho l’impressione che le foglie degli alberi stiano cadendo, invece di rinascere.

Ieri sono andata a dormire tardi, stamattina mi sono alzata tardi con l’aspetto molto simile a quello di uno zombie. Ho studiato (si fa per dire) e poi sono uscita. Sono stata in un negozio dove tempo fa avevo notato un bellissimo fermaglio per i capelli. Appena l’ho visto ho pensato a mia madre e così oggi gliel’ho preso in occasione della sua festa e del suo imminente compleanno. Domani mattina dovrò andare alla posta a spedirlo.

Il mio pomeriggio è stato cupo, l’ho passato tra gli appunti di commerciale e la tv. Devo mettermi a studiare seriamente se voglio concludere qualcosa!

giovedì 29 aprile 2010

Alla fermata dell'autobus

"è piovuto il caldo, ha squarciato il cielo …"

Ore 15.50. Temperatura: 33 gradi, caldo insopportabile. Fermata dell’autobus, la stessa dove solitamente incontro la gente più strana. E infatti anche oggi la fortuna è stata dalla mia parte.

Mi si siede accanto una donna, uno strano soggetto. Nonostante il caldo, è vestita molto pesante. Indossa dei jeans scuri, un maglione spesso, ha una giacca trapuntata legata in vita, in testa un cappello beige di velluto a costine e ai piedi dei grossi scarponi. Sentivo caldo solo a guardarla, infatti ho cercato di distogliere l’attenzione dal suo abbigliamento.

A quanto pare però la stranezza di quella persona non si limitava al vestiario, era stravagante anche negli atteggiamenti. Infatti ad un certo punto ha iniziato a togliersi le scarpe, pensavo avesse dentro qualcosa che le desse fastidio, tipo un sassolino. Invece le davano fastidio le calze. Se l’è tolte, prima un piede e poi l’altro. Si è rimessa gli scarponi scuri, ha legato i lacci, ha sbattuto le mani come per togliersi della polvere da dosso e poi ha deciso di deporre accuratamente le calze bianche (di lana suppongo) sulla panchina nello spazio che c’era tra lei e me. Non mi è mai capitata una cosa del genere.

Poi, come se non bastasse, si è messa a parlare al telefono. Il verbo “parlare” però è improprio. Urlava proprio, ma non era arrabbiata, era tranquilla. Sarà stato il suo modo solito di conversare con le persone. Le ipotesi sono due: o ha il tono di voce troppo alto, oppure stava parlando con qualcuno che si trovava dall’altra parte del mondo, pensando che se avesse urlato, il suo interlocutore l’avrebbe sentita meglio.

I miei viaggi sono sempre animati da strani soggetti, una volta mi è capitato un uomo distinto, vestito bene, con un bel portamento che all’improvviso si è messo a saltellare per tutta la fermata. A volte mi capitano i soggetti perennemente incerti sul numero dell’autobus, sull’orario di partenza o di arrivo, oppure quelli che per ingannare il tempo si mettono a parlare del più o del meno (argomento preferito, soprattutto dalle anziane signore, sono le previsioni meteo: o troppo caldo o troppo freddo). Un’altra volta una ragazza mi ha mollato in braccio un bambino piccolissimo (non avrà avuto neanche un anno) dicendomi che doveva andare a comprare il biglietto. Menomale che non ha iniziato a piangere.