"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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domenica 24 agosto 2014

Il tempo vola

Il tempo vola.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.

Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.

Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.

Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.

E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.

martedì 26 febbraio 2013

Ritorni

Le elezioni sono un valido motivo per tornare a casa, usufruendo tra l'altro di un mega sconto sui treni, tale che il costo dei viaggi raggiunga livelli normali. Della serie che posso tranquillamente prendere un treno senza dovermi vendere un rene. 
Si parte col caos da Apocalisse alla stazione perché oltre al weekend ci sono le elezioni. Oltre alle elezioni pare ci sia l'ultima Messa del Papa e la gente non può certo perdersela. E oltre a weekend, elezioni e Papa ci sono in media venti centimetri di neve in tutto il Nord Italia.
Basta questo a fare andare la gente nel panico, me inclusa. Tutti incollati davanti agli schermi degli orari, a lamentarsi dei venti minuti medi di ritardo per ogni Freccia proveniente dal Nord. 

Il Mondo sta andando a rotoli, lo sapevate? Tutte le certezze della mia breve esistenza sono venute meno quando ho saputo che anche le Frecce potevano avere dei ritardi. Questi treni hanno iniziato a circolare quando io ero ai primi anni di università, probabilmente tra il primo e il secondo. Erano descritti come infallibili, velocissimi, nuovissimi, pulitissimi, spaziosissimi e chi-più-ne-ha-più-ne-metta. Io credevo che le Frecce fossero la soluzione a tutti i miei problemi. 
Ci credevo, prima di venire a sapere i loro prezzi. 
Poi ho pensato "va bene, costa tanto, ma almeno non farà mai ritardo". 
E invece no, a quanto pare anche le Frecce accumulano minuti di ritardo rendendo la gente più nevrotica del solito. 

Comunque, persa la Certezza Assoluta, riesco a salire sulla mia Freccia. Abbandono la valigia in un posto spero sicuro e mi avvio al mio posto, occupato da uno zaino blu di un tizio che dorme accanto. 
A svegliarlo ci pensano gli altri due ragazzi che a quanto pare sono con lui. Mormorano qualcosa in spagnolo, lui lo sposta e chiede scusa. Così posso finalmente accomodarmi e comunicare al mondo, tramite sms, che sono riuscita a prendere questo benedetto treno.

I miei compagni di viaggio iniziano a parlare tra loro. Io adoro lo spagnolo, è una lingua che mi ricorda gli scambi di email, durante l'adolescenza, con i parenti argentini. Mi ricorda la zia che veniva ogni tanto in Italia, in estate, e mischiava lo spagnolo al dialetto per farsi capire un po'.
A quanto pare i tre ragazzi sono in Erasmus in Italia e hanno pensato bene di fare un tour turistico per le grandi città italiane. Uno di loro parla l'italiano benissimo, gli altri due si fanno capire.
Canticchiano "La donna è mobile", chiedono quale sia l'equivalente al femminile di uomo. Pensano si dica "ragazza". 

Nei posti a fianco ci sono una ragazzina di tredici anni circa e una donna che probabilmente sarà sua madre. Entrambe bionde, entrambe magrissime e molto curate. Parlano di danza, a quanto pare la ragazzina dovrà andare a fare un provino o qualcosa di simile. Appare molto annoiata, mentre la donna che è con lei è attivissima e probabilmente anche un po' rompic*******. 
Uso questo termine e non uno più "elegante" perché penso che se la tredicenne avesse potuto, l'avrebbe mandata sul serio a quel paese. 
Era tutto un "Ma lo chignon quando lo facciamo?". "Dobbiamo fare in fretta quando arriviamo". "Magari prendiamo un taxi per andare in hotel". "Non hai fatto colazione, vuoi un panino così già che ci sei pranzi?". 
La ragazzina non pare abbia fame, ma lei tira fuori un simil panino grande quanto metà pugno della mia mano e glielo porge.
Lei toglie la carta, inizia a mangiarlo con lentezza. 
Arriva a destinazione e non ne ha finito neanche mezzo. 
Io un panino così l'avrei mangiato in cinque minuti. 
E vabbè. 

Gli Erasmus scendono dal treno, salutano, ringraziano (di cosa non lo so), sorridono. Sono gentili, questi spagnoli. 
Il resto del viaggio passa ascoltando l'iPod e leggendo Madame Bovary. 
Scrivo un paio di cretinate su Twitter, per far passare il tempo. Sento un paio di amici, mi accerto di trovarli a casa. 

Poi vedo il mare, il primo mare dopo tante ore di viaggio. 
Forse non mi crederete, ma la gente che era su quel treno ha cominciato a fissare i finestrini, incantata da quell'acqua grigia a causa del cielo piovoso.
Sarà stata un'impressione, ma a me è parso che all'improvviso in quel vagone fosse calato il silenzio. 
Silenzio, state zitti. 
Qua c'è un mare da vedere. 
C'è gente che non lo vede da settimane.

Arrivo a casa che è sera ormai. Ad accogliermi in stazione c'è la mamma, mi annuncia che ha fatto la torta alla banana, per il mio arrivo. 
Piove un sacco, piove sempre. 
Ho gustato il sole un giorno soltanto, troppo poco per i miei gusti.

Non sto combinando niente di concreto. Passo le giornate tra un divano e l'altro, rimandando le cose da fare a momenti successivi che ancora non sono arrivati. C'è un senso di insoddisfazione a fare da sottofondo.

Dormo col Gatto accanto. Ogni tanto mi poggia le zampette anteriori sulla spalla e si sporge verso la mia faccia per guardarmi. Sta così qualche istante, poi torna a dormire. 
Sembra voler accertarsi della mia presenza, sembra voler vedere se è un sogno o se è vero. 

lunedì 3 dicembre 2012

Aria di Natale

E così è arrivato il freddo, quello che ti costringe a girare per casa come un’eschimese, avvolta dentro felpe lunghe fino al ginocchio,pantaloni in pile, calzettoni multicolor con tanto di spazio separato per ogni singolo dito, così posso ancora sfruttare le infradito dell’estate, perché ancora non ho avuto né voglia, né tempo, né interesse per l’acquisto delle pantofole invernali, considerando che quelle dell’anno scorso sono finite dentro al bidone della spazzatura.
E per uscire di casa le cose si complicano. La polizia potrebbe fermarmi per strada, facendomi notare di non essere facilmente riconoscibile o di essere un soggetto che desta sospetto, a causa di sciarpe e cappelli messi a mo’ di passamontagna.
È che io sono freddolosa, non sono abituata alle temperature da polo nord, nonostante abbia vissuto ormai quasi quattro inverni di gelo. La mia natura di essere quasi marino è sempre presente.

Eppure mi piace. Non è inverno se non fa freddo, se non posso avvolgermi in innumerevoli strati di lana. Gli inverni caldi della mia infanzia e adolescenza mi davano un po’ fastidio. Certe volte finivo col girare a gennaio anche senza giubbotto, il che non è poi una cosa così bella, a lungo andare.

E poi il freddo mi ricorda Natale. Ho permesso al mio spirito natalizio di esplodere con tutta la sua intensità esattamente il sabato appena trascorso. Una voglia di Natale, la mia, tenuta a bada per troppo tempo, quest’anno.
 È da almeno tre settimane che penso alle feste e l’arrivo di dicembre mi ha permesso di dare libero sfogo a tutto questo entusiasmo.
Sabato c’è stato il consueto giro in centro, tra le luminarie finalmente accese, le vetrine colorate.
E poi loro: i mercatini di Natale. Non mi importa se ogni anno sono uguali a quello precedente, con la stessa identica disposizioni di baracchini per le vie, con la stessa identica merce esposta, con gli stessi dolciumi che ti fanno troppo gola. Ogni anno hanno sempre il loro fascino e nessuno potrà mai farlo venire meno.

Così sabato sera ho mangiato il primo pandoro dell’anno, ascoltato il classico cd natalizio di Michael Buble, acceso il forno per cuocere la deliziosa pizza della mia B.
Abbiamo addobbato casa. Attività che ci è costata qualcosa come quindici minuti di tempo.
Abbiamo il nostro albero alto neanche venti centimetri, il nostro filo di perline dorate da appendere sopra lo specchio e la stella rossa da sistemare sopra il divano. Ci basta poco, quel tanto che ci permette di sognare il grande albero illuminato che troveremo nelle nostre case.

Ho voglia di famiglia, di abbracciare la mamma, di ridere con mio fratello, di girare per casa insieme al Gatto, di vedere le mie albe e i miei tramonti. E non mi importa se dopo un paio di giorni finirò, come di consueto, col rimpiangere la mia vita tranquilla quassù.
Ho bisogno di calore, quello che solo certe persone e certi posti riescono a darmi.
Quello che, puoi girare anche tutto il mondo, riuscendo al massimo a trovare qualcosa di simile, ma mai perfettamente uguale.

lunedì 17 settembre 2012

Che sia una buona settimana, almeno per voi!

La mia settimana non inizia nel migliore dei modi. Sono a letto, incapace di mettermi in piedi senza farmi girare la testa e farmi venire la nausea. Niente di grave, per fortuna. Stamattina avrei dovuto sbrigare un bel po’ di cose in vista del mio rientro. Ho fatto una lista apposita, speravo di cancellare diverse voci entro stasera.  Cosa che non è avvenuta. Ed è tutto rimandato a domani, forze permettendo.

Da questa postazione riesco a fare ben poco. Mi scoccia molto stare anche solo un giorno così. Ogni tanto do un’occhiata alla finestra, a tratti c’è il sole. Avrei voluto camminare per un paio di chilometri, oggi pomeriggio.
C’è il Gatto a farmi compagnia, acciambellato sulla sedia di fianco. Come farò senza di lui tra qualche giorno? Lui che con la sua figura discreta riesce ad essere più presente di un umano. Lui che quando sei triste per qualcosa non ti lascia un attimo sola.

Mi hanno chiamato le mie “amiche del nord”. Dicono che su è ormai autunno, che bisogna uscire di casa con le giacche se non si vuole rischiare un raffreddore. E così penso che la mia valigia sarà veramente leggere questa volta, almeno quanto a vestiti. Credo sia altamente inutile portare su la roba estiva.

Mia madre ha iniziato a mettermi da parte un sacco di cose. Mi ha comprato una caffettiera con un cuore e con il manico rosso. Mi metterà un po’ di allegria la mattina presto. Mi ha dato il nullaosta per curiosare nel suo armadio e prendere tutto quello che voglio. Ho adocchiato un vestitino di velluto nero niente male, un po’ vintage. Credo che partirà con me.

Oggi qui è iniziata la scuola. Stamattina c’era un po’ di trambusto in casa, mio fratello inizia il suo terzo anno di liceo e se ci penso, sembra ieri che ha concluso con le scuole medie.
Non ce l’ho fatta neanche ad accompagnarlo alla porta di casa, ma in compenso, a pranzo, gli ho fatto un po’ di compagnia. Mi ha raccontato dei nuovi prof, gli stessi che ho avuto io tempo fa.

Ecco, forse è arrivata l’ora di chiudere qui questo post poco entusiasmante.
Vi auguro una buona settimana!

mercoledì 15 agosto 2012

Buon Ferragosto

Un divano diviso con un Gatto nero che dorme ai miei piedi, nella stanza più fresca e silenziosa della casa,la pelle ancora calda del sole preso in mattinata, il colorito di una brasiliana, un imbarazzante vestitino con la angurie rosse a forma di cuore, la pancia tragicamente piena delle buone pietanze delle cuoche di casa, due maledetti chili in più rispetto ad un mese fa, un cellulare che non squilla da un po’ al mio fianco: ecco, questo è il mio Ferragosto. Per il resto della giornata è previsto, in ordine: un aperitivo in un posto possibilmente poco affollato, un cinema all’aperto e il seguito è un mistero. Sono nella mani dei miei amici, chi lo sa cosa hanno in mente di fare. Ho proposto loro un bagno di mezzanotte che si tramuterà magicamente in bagno delle tre di notte, visti i nostri orari soliti. Quest’anno non ho ancora provato il brivido dell’immergersi in acqua a notte fonda e del godersi il mare nero.

Di solito passavo il Ferragosto nella casa in campagna, con papà. Preparava la griglia sulla quale arrostiva la carne, da mangiare rigorosamente con il chimichurri di sopra, all’argentina. Tutto ciò fino a due anni fa, dopo di che il nulla.

Oggi la spiaggia era fin troppo affollata di turisti, il mare calmo al punto giusto. Ero intenta a prendere il sole, sdraiata sul mio telo, immersa in quei pensieri di troppo, quando ho sentito una bambina urlare e piangere come se chissà cosa le avessero fatto. A quanto pare era stata vittima di una medusa, la poveretta. Urla a non finire, pianti isterici, forse più per lo spavento che per il dolore, tutto ciò per almeno tre quarti d’ora. Segue dunque la caccia alla medusa assassina, avvenuta per opera di un tizio che, armatosi di materassino rosa, paletta e secchiello di Hello Kitty, ha iniziato la sua impresa.
Caccia durata un quarto d’ora circa, conclusasi con il suddetto eroe che sbarca a riva orgoglioso di se stesso e  depone il cadavere della medusa in spiaggia, intorno al quale, in un tempo pari a neanche due minuti, si riunisce un capannello di gente in costume da bagno che si abbandona a commenti idioti e qualunquisti di ogni tipo.
Infine i genitori della bambina vittima della medusa (che intanto non ha smesso di urlare) decidono di far vedere alla loro pargola l’autore del misfatto. Si avvicinano al corpo e le dicono “Vedi, Gaia, è lei che ti ha fatto la bua!”. E fu così che magicamente Gaia smise di piangere, con sommo gaudio della sottoscritta.

Ecco, questo è il resoconto del mio Ferragosto vissuto fino alle cinque del pomeriggio. Avvincente come non so cosa.
Il Gatto si è svegliato, si è stiracchiato, mi ha guardata ed è tornato a dormire. Il caffè è pronto. Col vostro permesso,io vado a berlo e ve ne offro virtualmente una tazzina.
Buon Ferragosto!

PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca. 

sabato 21 luglio 2012

Chissà...

La valigia è pronta, è piena come un uovo. La classica idea era quella di partire lo stretto necessario, ma temo di avere una sorta di percezione distorta del concetto.
Manco da casa da qualcosa come tre mesi e una settimana. Sono pervasa dalla voglia di partire e da quella di restare: è che, come sempre, i cambiamenti mi destabilizzano un po’.
Temo che qualcosa sia cambiato con i miei amici di sempre, temo di finire con il non sopportare la gente che mi sta attorno. Ma in fin dei conti so che sta tutto nel riadattarsi, nel ritrovarsi. È questione di poco, anche se adesso mi sembra chissà cosa.

Chissà cosa dirà mia madre appena mi vedrà. Chissà quanto sarà cresciuto mio fratello. Chissà se mio padre troverà mezz’ora della sua vita nelle prossime settimane per incontrarmi. Chissà se il Gatto mi riconoscerà subito o dovrà annusarmi un po’ prima di fare le fusa.
Chissà quanto sarà bella la mia stanza arancione, la sera, con la luce rilassante del tramonto. E chissà quanto affollata sarà, quest’estate, la mia piccola città. Se il mare sarà azzurro, le spiagge bianche, se trovare un parcheggio diventerà un’impresa impossibile.
Chissà cosa faremo, per divertirci, io e i miei amici. Chissà se i cornetti delle quattro del mattino saranno buoni come gli altri anni.
Chissà quanta gente, vedendomi, mi rivolgerà, in un solo colpo, la classica domanda “quandoseiarrivata-quandoriparti-quantoseibianca-quantiesamitimancano”. Chissà quale sarà la colonna sonora della mia estate; se un momento dopo il mio arrivo non mi venga subito voglia di tornare qui.
Chissà quanto mi mancherà, se mi mancherà, questa città caotica, quei corridoi e quel volto sul quale ho lasciato un piccolo pezzo di cuore.

Non lo so, non so niente. So solo che tra un paio di ore si parte e che mille chilometri più a sud di qua c’è qualcuno che mi aspetta a braccia aperte.

domenica 8 aprile 2012

Di risvegli natalizi

Stanotte ho fatto le tre, non so neanche io come. Sveglia da quasi ventiquattro ore, sono arrivata a casa in catalessi. Ho lasciato i tacchi, seppur comodi, in un angolo dell'ingresso di casa e sono andata a letto con tanto di trucco e di orecchini addosso. Ho dormito con il Gatto, o meglio: lui ha dormito con me. Ho assunto posizioni stranissime, tutto ciò per non svegliarlo o costringerlo ad andare altrove. Ho rischiato i crampi alle gambe, insomma.

Ho aperto gli occhi poco fa, svegliata dai buonissimi odori di cui la mia casa stamattina è piena. Il Gatto era ancora lì sul letto. Inutile descrivervi le condizioni della mia faccia ...
Sono andata in cucina, dove mia madre mi è saltata addosso per darmi gli auguri.

Il tempo fa schifo. E' in corso uno di quei temporali epocali, con tanto di pioggia superfitta, alberi piegati in due, vento forza mille e tuoni. Se ci fosse un albero di Natale in casa, potrei senza dubbio augurare in giro un felice Natale e un sereno anno nuovo.
Nessuno ha pensato a regalarmi un uovo di Pasqua, comprarmelo da sola era troppo squallido. Mangerò un po' di cioccolato di quello di mio fratello.

Bene, gente.
Non mi resta altro che augurarvi una buona giornata. Mangiate, bevete, state con i vostri cari.
Buone sorprese per tutti.

giovedì 11 agosto 2011

Chi se ne frega ...

Notte di San Lorenzo, è festa in un paese vicino al mio.
Ci vado, insieme ai miei amici. Trovare parcheggio, come sempre, è un’impresa non di poco conto. Alla fine ce la facciamo, avvistiamo un posto libero al buio e ci incamminiamo verso le luci.
C’è troppa gente ed io la odio, la confusione.
Questa sera però sembra essere bella così com’è, anche con migliaia di gente di troppo attorno. Le stelle purtroppo non si vedono, il cielo è coperto da qualche nuvola e la luna è piena. Niente stelle cadenti stasera, anche se I. ne avvista una. Il suo desiderio sappiamo già qual è …
In piazza c’è musica e una folla di gente alticcia che balla quei canti popolari e antichi. Saltano di qua e di là, agitano mani e braccia al vento, urlano e ridono.
Le mie amiche esitano, una di loro ci spinge a buttarci nella folla. È la più intraprendente, al momento forse la più brilla di noi. Ci trascina in quella piazza, in mezzo a tutta quella gente.
Io odio ballare: sono troppo timida, lo sapete.
Ma loro iniziano a saltellare, a ridere. E io che faccio? Non posso stare ferma.
Ma sì, chi se ne frega.
Vattene via, timidezza maledetta.

Sono in un paese piccolo, ma strapieno di gente. Ci sono tantissimi miei coetanei attorno, gente che ho sempre visto per i corridoi della scuola o in giro per il corso, il sabato sera.
Mi butto anche io, prima timidamente. C’è una folla assurda, non si respira, non si vede niente. Vedo solo torsi nudi, persone sudate, chiome volanti. Qualche braccio che mi sfiora il naso, in alto. Qualche spintone che invece di darmi fastidio, mi dà più carica.
E saltello anche io, in mezzo ai miei amici. Cerchi, trenini, risate. Gente sconosciuta che mi prende il braccio e mi porta con sé ancora più in mezzo alla folla.
E ora questo chi è? Cosa vuole da me?
Ma chi se ne frega.

Sto bene così, finalmente. Tutta questa gente sudata intorno non mi dà più neanche fastidio.
Continuiamo così, con i miei amici, qualche pausa per riprendere fiato e poi di nuovo lì, finché la musica non finisce.
Poi andiamo via. Un giro in macchina, il cornetto caldo, il mare silenzioso, le stelle che non si vedono e poi a casa.

Giro la chiave nella toppa. Dentro quelle mura familiari c’è silenzio.
Dormono tutti, è tardi.
Poso la borsa sulla poltrona e sento qualcosa di liscio, caldo che mi sfiora la caviglia. È il mio Gatto, questa piccola pantera dagli occhi verdi che mi dà il benvenuto. Mi abbasso, lo prendo in braccio, mi riempie la maglia nera di peli.
Ma chi se ne frega.

Si prende un po’ di coccole e poi scivola giù. Spicca lui, sul pavimento bianco. Va di corsa a dormire ed io lo seguo.
Metto il pigiama, vado a letto con il mascara sulle ciglia. Domani avrò gli occhi di un panda.
Ma chi se ne frega.
Mi addormento, serena. Questa sera ho vinto io sulla timidezza.

martedì 26 luglio 2011

Il mio Gatto ha carenze affettive

Mi piace prendermi cura del mio Gatto, purtroppo però non posso portarlo con me nella casetta universitaria. E non avete idea di quanto mi manchi durante i mesi di assenza.
Quando non sono a casa, mia madre diventa la sua cat-sitter.

Lei non prova molta simpatia nei suoi confronti, ma nonostante questo lo cura come meglio può. La sua però è un’ostilità apparente: in realtà gli vuole bene.
Ha dato prova di questo affetto qualche mese fa, quando il mio adorato Gatto stava per andarsene all’altro mondo. Lei ha fatto di tutto affinché guarisse: l’ha portato in primis da un veterinario, ma non contenta del suo operato superficiale e vedendo che il Gatto -invece di migliorare- peggiorava, ha pensato bene di portarlo altrove.
Così, alle dieci di una fredda sera di marzo, con tanto di gatto dentro la gabbietta si è ritrovata nella sala d’attesa di una clinica per animali. Il mio Gatto ha subito un piccolo intervento, mentre mia madre ingannava l’attesa in un’altra stanza, preoccupata, parlando al telefono con me che ero all’incirca mille chilometri più in là.
L’altro veterinario competente ha detto che è stata una fortuna che il mio Gatto fosse arrivato in clinica in quel momento: se l’avesse portato lì anche solo un’ora dopo, sarebbe stato troppo tardi.
Insomma, mia madre, pur dicendo di non volerlo bene, ha salvato il mio Gatto.

Il mio Gatto prova gratitudine nei suoi confronti. Lo dimostra dormendo ai suoi piedi di notte, anche adesso che è estate e fa caldo. Lei però non prende questo suo gesto come dimostrazione di affetto. Dice che il mio Gatto è egoista.

Il mio piccolino, quando io non ci sono, non fa che chiedere pappa a mia madre. Quando chiedo di lui, lei mi elenca le volte in cui gli ha dato da mangiare durante la giornata. Naturalmente, il mio Gatto ha fame quando lei è in procinto di uscire di casa, o comunque quando ha una particolare fretta.
Insomma, ogni volta che torno a casa, temo di trovare non un Gatto, ma una pantera o un leone, un qualcosa di gigantesco, viste le innumerevoli porzioni di pappa che ingurgita al giorno.

La cosa anomala è che quando torno a casa, il mio Gatto automaticamente smette di chiedere pappa in continuazione. Dorme tutto il giorno e al massimo gioca, corre per la casa contento.
Della pappa si dimentica. La chiede solo quando si ricorda (e quindi un due volte al giorno all’incirca).

Un comportamento strano il suo. Ne ho parlato con la cat-sitter.
Le ho chiesto il suo parere circa l'atteggiamento del mio Gatto.
La sua risposta?
“Il Gatto, quando tu non ci sei, ha carenze affettive”.

... E poi dicono che gli animali non hanno un'anima ...

giovedì 17 febbraio 2011

Ancora viva!

Periodo terribilmente pieno di studio.

Manca poco: una settimana, gli ultimi sforzi, quelli più difficili, poi sarò anche io libera.

Nonostante la mia testa sia al momento piena di casini e di pensieri, mi sono ricordata di che giorno è oggi!


17 febbraio, vi dice qualcosa??




Oggi è la Giornata Mondiale del Gatto!

lunedì 29 novembre 2010

Otto anni con te

29 novembre 2002.
Avevo dodici anni, era una giornata grigia, pioveva tanto. Era il primo pomeriggio, ero tornata da scuola e avevo appena finito di pranzare. Aspettavo che mio padre tornasse dal lavoro e nel frattempo guardavo la tv in camera mia.

Suonano al citofono, qualcuno va ad aprire. Capisco dalla voce che è mio padre. Con comodo spengo la tv, sistemo qualcosa e intanto viene mia sorella in camera.
Mi dice di correre in cucina, c’è una sorpresa per me. Era contenta, radiosa. Io adoravo (e adoro) le sorprese. Raggiungo mio padre e il resto della famiglia in cucina, lo faccio quasi di corsa, allegra, curiosa.

Entro nella stanza, mia sorella mi raggiunge. Mi dice di chiudere gli occhi, mi fa fare qualche passo e poi me li fa riaprire. Vedo davanti a me una scatola di medie dimensioni, bianca, forata.
Si muove. Non capisco, cosa può esserci dentro? Mi avvicino, ho quasi paura a toccarla. In un istante trovo il “coraggio” di scoperchiarla. Non so che faccia ho fatto quando l’ho aperta, so solo che non credevo ai miei occhi, che ero felice, incredula, stupita.

Dentro c’era lui, il mio Gatto.
Era piccolo, grigio, magro, impaurito, timido e bello. Era tutto quello che per anni e anni avevo desiderato ardentemente e mai ottenuto. L’ho preso in braccio. Temevo di fargli del male già solo accarezzandolo, tanto ero piccolo e intimorito.

Sono passati otto anni da quel bel giorno in cui è entrato nella mia vita. Quante ne abbiamo passate insieme, quante volte mi è stato accanto, con la sua presenza discreta ed elegante. Anche un animale può insegnarti tanto, senza che tu te ne accorga.

venerdì 3 settembre 2010

Wanted

Giornata grigia, senza un filo di sole, con tanto vento e con un po’ di pioggia.
Stamattina mi sono svegliata col gatto accoccolato ai piedi del letto, cosa che fa soprattutto nei mesi invernali, quando fa più freddo. Già da lì ho capito che la temperatura si era abbassata, infatti attimi dopo guardando fuori dalla finestra mi sono accorta della pioggia.

Il mio gattone inizia a seguirmi in giro per la casa, guardandomi con i suoi grandi occhioni verdi, strusciandosi in ogni angolo. Lo prendo in braccio e noto subito che si fa coccolare più del solito. Intanto squilla il telefono, vado a rispondere. Parlo un po’ e riattacco. Ritorno nella stanza dov’ero stata minuti prima col gatto, ma non lo trovo. Penso che sarà andato a dormire da qualche parte, non mi preoccupo.

Intanto mi vesto, esco a fare delle commissioni, torno, pranzo. Mi insospettisco un po’: di solito il gatto mi aspetta alla porta, mi fa le feste a modo suo. Questa volta invece niente di tutto ciò, non è venuto a trovarmi neanche mentre si cucinava, cosa che di solito fa, attirato dagli odori.

Allora inizio a cercarlo, vado di stanza in stanza, giro per tutti i posti dove di solito si appisola, nei balconi, sotto i letti. Apro gli armadi, controllo sulle poltrone, sotto i mobili. Niente. Del mio micione nessuna traccia. Continuo a chiamarlo, vagando per la casa con la ciotola piena di pappa in mano. Lui non si fa sentire, non spunta da nessun angolo non visionato e neanche si sente il suono del campanellino che pende dal suo collare rosso.

Inizio a preoccuparmi, mi domando che fine abbia fatto. Non può esser certo uscito di casa, visto che la porta naturalmente è chiusa e che quando qualcuno entra o esce sta sempre attento a che lui non sia nei paraggi pronto a farsi le unghie sullo zerbino fuori la porta.

Poi all’improvviso vedo la cassettiera semi aperta, mi avvicino, lo chiamo. Ancora niente. Effettivamente non può esser entrato da uno spazio così piccolo.
Me ingenua.
Apro il cassetto ancora di più (non so neanche perché a dir la verità), guardo dentro distrattamente e cosa vedo? Vedo il mio gatto, acciambellato su un paio di magliette riposte ordinatamente là dentro. Lui è mezzo stordito dal sonno, mi guarda con gli occhi semichiusi, sbadiglia e torna a dormire, incurante del fatto di avermi spaventata terribilmente.

Il gatto è un animale per certi aspetti imprevedibile: da lui bisogna aspettarsi di tutto, soprattutto quando si tratta di scegliere un posto tranquillo dove andare a dormire.

martedì 3 agosto 2010

Buongiorno!

Stamattina in piedi presto: avevo poco sonno.
Sono uscita sul terrazzo e ho guardato l'alba insieme al mio Gatto (anche se lui era più interessato alle rondini che svolazzavano vicino).
Bello vedere il mondo che si risveglia, il silenzio che pian piano svanisce per lasciare spazio ai rumori della vita che ricomincia e all'odore del caffè.
Cosa ci riserverà questa nuova giornata?

... Non mi resta altro che augurarvi una Buona Giornata!

domenica 1 agosto 2010

Il gatto Cooper

Mi sono sempre chiesta come il mio Gatto (e tutti gli altri suoi simili, in generale) vedessero il mondo.
A quanto pare questo quesito esistenziale non è sorto solo nella mia testa, ma anche in quella di una coppia, Michael Cross e la moglie Deirdre i quali hanno attaccato una macchina fotografica (spero leggera) al collo del loro bel gatto rosso di nome Cooper. Si tratta di un aggeggio a tempo: scatta una foto ogni due minuti.
Il gattone foto reporter è diventato praticamente famoso: ha la sua pagina su face book (cercate: Cooper Photografer Cat) e con le sue foto sono state già organizzate ben due mostre.

Qui troverete qualche suo "scatto"

martedì 13 luglio 2010

Neuroni in sciopero

Non sopporto il caldo della città, i quaranta gradi, l’afa, l’umidità. Temperature africane e studio stanno fondendo il mio cervello, già di per sé deteriorato. I pochi neuroni rimasti mi hanno dato un ultimatum: o mi sbrigo o sventoleranno presto una white flag grande quanto tutta la riviera romagnola.
Ho mandato loro un comunicato stampa, chiedendo di pazientare, di aspettare ancora una settimana. Dopodiché vacanza, ozio, mare e sole. Ancora non hanno accettato questo compromesso, sono in fase di negoziati. Mentre sono intenti a prendere una decisione, discutendo rumorosamente, scioperano. E io non mi concentro, riesco a concludere poco nelle mie giornate.
Questo stato altalenante si ripercuote nelle mie notti, nei miei sogni.
Dormo poco e male, faccio incubi impensabili. L’altra notte ho sognato di dimenticare tutte le password di e-mail, computer e cellulare. Ma preferirei di gran lunga dimenticare loro che ricordare solo il 10% di quello che mi sforzo ad imparare ogni giorno.

Necessito di un’iniezione di forza, coraggio e concentrazione possibilmente allo stato puro, non diluite in acqua. Mi aiuterebbe anche in questo intento non vedere la gente per strada col colorito di un marocchino o di una brasiliana, mentre io sono più bianca di quei lenzuoli che fanno vedere nelle pubblicità dei detersivi per bucato, stesi al sole in aperta campagna.

Sto bramando un tuffo in mare, una nuotata, una stesa al sole, una passeggiata al porto o nel corso del mio affollatissimo(adesso) paese, un tramonto direttamente dal balcone di casa mia, leggere in santa pace un libro che non tratti di diritto. Desidero abbracciare e coccolare il mio micione, sentirlo ai piedi del mio letto e perché no, mi mancano anche i crampi alle gambe dovuti alle impensabili posizioni in cui mi tocca dormire a causa della sua vicinanza.
Estate (per me) dimmi quando tu verrai …

martedì 25 maggio 2010

S.

I gatti sono i miei animali preferiti. Mi piacciono le loro caratteristiche fisiche: le loro orecchie a punta, i loro occhioni rotondi, la forma della loro testa e quella delle zampe. Li trovo dolcissimi. Mi piace anche il loro carattere: sono autonomi, ma hanno anche bisogno degli “umani”. Si fanno coccolare, ma solo quando lo decidono loro. Mi piace la capacità dei gatti di decidere da sé cosa vogliono e cosa non vogliono fare. Solitari quando ne sentono il bisogno, allegri e di compagnia quando per loro è il caso di essere così.

Ho avuto sempre un sacco di gatti, soprattutto in campagna. In casa invece, non mi permettevano mai di portarne. Questo finché un pomeriggio grigio di fine novembre mio padre non tornò dal lavoro con una scatola bianca, non troppo grande, aperta da un lato.
Lì dentro c’era un gatto piccolo, grigio, con due grandi occhi verdi, un po’ impaurito e timido. Era un regalo da parte di una signora di mezza età che faceva la portinaia lì dove lavora mio padre. Da piccola spesso insistevo per andare al lavoro con mio padre e ogni tanto, di pomeriggio, mi portava con lui. Finivo sempre, però, col passare la maggior parte del tempo con questa signora, altra grande amante dei gatti. Parlavamo di un sacco di cose, apriva il cassetto del tavolo dove stava di solito e mi dava delle caramelle alla menta, sempre le stesse. Sapeva che mi piacevano tantissimo (i gatti!) e mi ha fatto questo regalo. Qualche anno dopo è morta, aveva un malattia da tanto tempo. La ricordo sempre col sorriso, mi ha fatto un grande dono.

Quel gatto sta ancora in casa da noi, è uno della famiglia ormai. È diventato grande, ha cambiato colore col passare del tempo. È il protagonista di mille avventure simpatiche e assurde. Passa la maggior parte del tempo sui terrazzi di casa, sembra Leopardi: da un balcone guarda le colline (l’ermo colle), dall’altro guarda il mare (l’infinito). Spesso porta dentro le rondini, non ne ha mai uccisa una però. Secondo me non è neanche capace di fare una cosa del genere. Esige poche coccole, non sta in braccio più di qualche minuto. Dimostra il suo affetto semplicemente standoci vicino sempre. Aspetta il nostro ritorno davanti la porta di casa, odia le valige, soprattutto la mia. Quando la vede si innervosisce e inizia a correre per casa come un pazzo. Giorni dopo la mia partenza combina sempre qualche guaio in casa: rompe qualcosa, fa i suoi dispetti …

Qualche anno fa, in occasione di una vacanza estiva, lo abbiamo lasciato in un canile (dove comunque custodivano anche i gatti). Lo stesso giorno in cui saremmo dovuti tornare, hanno chiamato dal canile dicendoci che era scappato. È stata una tragedia: non ci volevo credere. Come ho detto prima, è uno della famiglia ormai, per cui saperlo solo in giro era un dispiacere troppo grande. Ho passato giorni e giorni nei dintorni del canile gridando il suo nome, ho anche interpellato una maga (per puro caso, era una specie di “vicina di casa”, ha “visto” bene però!) …
Quando avevo ormai perso le speranze (e i miei amici stavano già architettando un piano per regalarmi un altro gatto) è arrivata una telefonata. Era un amico di mio padre: il mio gatto era da lui! Sono andata di corsa a riprenderlo: è stato stupendo. Era piccolo, con l’aria dispersa e timida, come il primo giorno che è entrato nella mia vita. L’ho portato a casa: appena è entrato ha iniziato a correre, a fare le fusa e a miagolare. Era felicissimo. Lui e tutti noi.

Quando ho lasciato casa per venire a vivere nella mia città universitaria, avrei voluto portarlo con me, ma non è stato possibile, lo avrei privato delle sue abitudini solite, del suo colle e del suo mare. E allora aspetto il ritorno a casa anche per rivedere lui. E confesso che nei lunghi mesi di assenza, spesso e volentieri chiedo a mia madre di avvicinargli il telefono all’orecchio (a 20 anni non è il massimo, lo so). A quanto pare muove le orecchie. E sgrana i suoi grandi occhi verdi.