"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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mercoledì 16 luglio 2014

Battiti

Sere di inizio estate, sere di caldo quasi assente e di zanzare in agguato.
Sere che sanno di zampirone, di partite di calcio. Di solitudine casalinga, di libertà da chi per tanti mesi ha abitato dentro queste quattro mura.
Sere passate su un divano vecchio e polveroso, con la testa poggiata sul suo petto a guardare la televisione di traverso, a dimostrare vago interesse per undici persone che seguono un pallone su un campo di erba verde. Eppure a stare così, con la testa poggiata sul suo petto, mi sento la persona più fortunata di questo mondo.
Rigorosamente a sinistra, mi piace tenere l’orecchio proprio sul suo cuore, sentirne i battiti forti.
Musica per le mie orecchie, senso di sicurezza. Di pace, di serenità.
Tra le braccia forti, tra l’amore più bello che la vita mi ha fino ad ora regalato, io mi sento come mai prima di adesso tranquilla, appagata, serena, rilassata.
Non so se tutti i cuori facciano lo stesso rumore, se battano tutti allo stesso modo. Ci pensavo, l’altra sera.
Oggi un cliente vecchio e ormai sordo, giustificandosi per non riuscire a capire subito le cose che gli dicevo, mi ha confessato che da piccolo il suo udito era talmente infallibile da riuscire a sentire i battiti dei cuori dei suoi compagni d’infanzia, quando insieme giocavano a nascondino, mille anni fa.
Avrei potuto chiederlo a lui, se i cuori quando battono fanno tutti lo stesso rumore.

domenica 9 marzo 2014

Mercatini dell'usato

Ci sono delle mattine di sabato in cui mi sveglio con l’umore indefinito ed esco di casa senza rifare il letto, senza fare colazione, senza neanche truccarmi. Per strada incontro una ragazza che non vedevo da anni. Mi ferma, scambiamo due chiacchiere e poi torniamo a dedicarci alle nostre vie.
Vie che mi portano al mercatino dell’usato, così, senza un sufficiente valido motivo.
In realtà ogni tanto mi piace andarci e farmi intossicare dalla polvere di quel capannone. Mi piace uscirci solo quando sento sulle dite una patina fastidiosa che mi porta a lavarmi le mani appena varcata la soglia di casa.

Lì dentro si trova roba di ogni tipo: vestiario, biancheria, oggetti per la casa, elettrodomestici, mobili …
C’è un bell’angolo invaso da libri di ogni genere. Una libreria che vanta innumerevoli copie di Moccia e Volo, in primis. Per il resto, si trovano anche titoli interessanti, a prezzi bassissimi.
Mi piace curiosare soprattutto tra la roba per la casa. Ci sono servizi di piatti e bicchieri, porcellane, oggetti strani che probabilmente un tempo appartenevano alla categoria di quelle oscene bomboniere che si rifilano agli invitati dopo i matrimoni. Ecco, il mercatino dell’usato forse è il loro posto adatto.
Guardare quegli oggetti mi mette in testa un paio di interrogativi. Mi porta a scavare nelle vite degli altri, dei vecchi proprietari, di cosa li ha spinti a disfarsi delle proprie cose.
Se quel posto fosse il mio, passerei le giornate a chiedere ai clienti la storia di ogni cianfrusaglia che portano. Magari proprio per questo, andrei in fallimento.
Anche io ho venduto lì qualcosa, in occasione di un trasloco: regali non fatti col cuore, provenienti da persone che senza ombra di dubbio mi odiano. Ho portato anche dei libri che non mi sono piaciuti, dei vestiti e delle borse che non mettevo mai. Anche se volevo disfarmene, quelle cose avevano dietro un racconto, un aneddoto più o meno simpatico su una storia passata.
Il volermi intrufolare nelle vite degli altri è un mio difetto. La regola è la discrezione, è il passare sempre inosservati, cercare di nascondere agli occhi della gente di fretta la mia curiosità. Una regola che rispetto sempre in modo eccellente, per fortuna.

Ci sono dei sabati in cui torno a casa con l’umore un po’ più definito rispetto al momento precedente in cui sono uscita. Sabati che … la prima cosa che faccio appena varco la soglia di casa è fiondarmi in bagno a lavarmi le dita piene di quella patina fastidiosa.
E poi mi ritrovo seduta alla scrivania della mia camera profumata ed appena lavata da cima a fondo, con le finestre spalancate ed il sole caldo che batte proprio lì dove sono, a scrivere di questa mattinata.
Che di particolare non ha niente.
O forse tutto.

giovedì 7 novembre 2013

Cercare casa - Parte II

Lasciare una casa implica il dover mettersi d’impegno a cercarne un’altra.
Un’altra che:
- L’affitto non sia troppo alto;
- I coinquilini non siano dei terroristi;
- Sia centrale al punto giusto.

Sembrerebbero pretese di poco conto, qualcosa di tranquillo. Un’attività non troppo impegnativa. Per cui mi sono messa sotto, iniziando la mia ricerca. Ho visionato un paio di case, scegliendo alla fine quella che pensavo fosse migliore. Accontentandomi anche un po’, a dire il vero.
Nel mio tour mi sono tanto divertita quanto meravigliata della varietà del genere umano.
Sono capitata in una casa pericolante, con più posacenere in giro che persone; con una stanza che sì, era addirittura grande quanto tutto l’appartamento in cui vivevo prima, ma era talmente tanto vecchia e messa male che ho iniziato a temere che dentro ci fossero dei topi e che potessero spuntare fuori da un momento all’altro.
La seconda casa degna di nota era un appartamento appartenuto ad una vecchia ormai morta, con tanto di soffitti alti, lampadari e mobili antichi e un odore di passato che quasi dava la nausea. Un posto che metteva ansia, aumentata dalla consapevolezza che probabilmente lì dentro fosse una morta una persona qualche mese prima.
Merita menzione l’allegra telefonata avuta con una padrona di casa, la quale era disposta ad affittarmi una camera per “la settimana corta”, in quanto se avessi avuto bisogno di starci dentro anche durante il weekend, avrei dovuto pagare di più. Padrona di casa che quando è venuta a conoscenza delle mie origini terrone ha fortunatamente tagliato corto, lasciandomi con il pressante interrogativo di come possa essere fatto un contratto del genere.
Mi sono invece lasciata sfuggire la casa perfetta. Quella in cui la camera era immensa, in una parte “isolata” della casa, centralissima, ad un prezzo più che ragionevole. Mi lasciava perplessa il fatto di doverla condividere con altri due studentI, in quanto – essendo io una maniaca dell’ordine e della pulizia – temevo di dovermi scontrare con il notorio caos maschile. Ho impiegato circa mezza giornata a pensarci su, ma quando ho richiamato il proprietario, la camera era stata già affittata ad altra gente ben meno dubbiosa di me.

E così ora sono in una casa nuova, in una stanza che ho provato a personalizzare il più possibile per cercare di sentirmi meno spaesata. C’è una finestra grande, sopra la scrivania. Se alzo gli occhi dal computer vedo due alberi sempreverdi: uno a destra ed uno a sinistra, pronti ad incorniciare la visuale col loro verde.
Per adesso non si registrano strani accadimenti tra i coinquilini, con i quali mi trovo abbastanza a mio agio.
Ogni tanto vorrei rivendicare il silenzio che tanto mi piace, rintanarmi in camera appena tornata dal lavoro senza sentire voci e senza proferire parola. Poi però vedo loro, sereni, contenti, a raccontarsi vicende più o meno interessanti in cucina, davanti ad una tazza di thé e lì capisco che forse, in fondo, per un paio di mesi, loro saranno la mia sorta di famiglia anomala.

E sì, è vero. Ogni tanto rivendico il mio silenzio, la mia pace, in ossequio a quella parte del mio carattere mi ha sempre contraddistinto. Loro però hanno un brio che travolge.
Si ride sempre, qui. I malumori e le tristezze non sono mai le benvenute. Si mischiano accenti, nazionalità, abitudini, passioni. Le tavole sono un mix di sapori inconsueti, di cibi ipercalorici che Dio solo sa come riuscirò a smaltire tutti questi carboidrati. I pranzi e le cene non sono più un piccolo, veloce momento delle mie giornate, un triste miscuglio insensato di non più di due alimenti integrali a pasto, sconditi e sciapi.
Si sentono sapori, in questi casa.
Odori.
Di panni puliti, della candeggina e del caffè che qui si usano come l’acqua, di sigarette, di candele profumate rigorosamente Ikea.
Mi auguro che l’armonia qui dentro duri ancora, che non sia solo l’entusiasmo degli inizi. I presupposti affinché tutto ciò rimanga ci sono, l’impegno per farli crescere anche.
Qui si incrociano le dita e ci si gode tutto quanto.

sabato 5 ottobre 2013

Quando meno te l'aspetti

Non ho mai sorriso così tanto nella mia vita quanto negli ultimi tempi. Inizio a pensare che tutti i momenti tristi, tutte le situazioni difficili e brutte che ho vissuto nei miei ventitre anni di vita stiano ottenendo una ricompensa adesso, qui.
Una ricompensa che si condensa tutta in un essere umano solo. Un essere umano come tutti gli altri, forse. Con due gambe, due braccia, due occhi, un naso e due mani.
Potrebbe essere tale per il resto dell’umanità. Per me invece è diverso.

Io non so cosa mi sia successo, ho smesso anche di chiedermelo. Ho smesso di cercare ragioni, ho iniziato a seguire solo l’istinto. Oppure il cuore, se preferite.
Ho lasciato che tutto il casino della mia vita degli ultimi mesi venisse sistemato da una persona sola, senza io che facessi niente. Ho lasciato che mi rubasse il cuore, che mi facesse perdere parte della ragione. Ho lasciato che mi facesse rimanere qui, accanto a lui.

Certe volte mi ritrovo a pensare che prima di innamorami in questo modo io non sapevo cose fosse veramente la felicità.
Non sapevo come fosse realmente fatta.
Non sapevo che potesse assumere anche – o soprattutto – queste sembianze, queste forme.

L’ho pensato l’altro pomeriggio, quando con la testa poggiata sul suo petto gli sentivo il cuore battere e il respiro profondo, mentre lui dormiva beatamente.
È questa la felicità, ho pensato.
È essere qui a non fare altro che stare tra le sue braccia forti e a sentirmi in paradiso.
È guardarlo dormire e pensare a cosa stia sognando.
È camminare per le strade di questa città, aggrappata al suo braccio, sotto un ombrello à pois pronto a proteggerci dalla prima pioggia d’autunno.

È capace di lasciarmi senza parole, di non farmi pensare a niente di brutto.
Di sgomberarmi la mente come nessun altro è riuscito mai a fare.

Lo guardo dentro quegli occhi blu che si ritrova, con quelle spalle larghe che sanno di sicurezza e penso che vorrei sapere tutto della sua vita, attimo dopo attimo. Vorrei sapere cos’ha fatto quando io non c’ero, com’è stata la sua esistenza. Ed io vorrei raccontargli la mia, anche se non trovo mai le parole e la forza giuste per farlo.

Se due mesi fa mi avessero raccontato la mia vita di adesso, io non ci avrei creduto. Non avrei preso neanche in considerazione l’ipotesi che tutto ciò sarebbe potuto accadere, rassegnata com’ero al mio futuro incerto in un posto che chissà dove sarebbe stato.

Mi ha insegnato che la vita può anche sorprende in positivo.
Che le cose belle prima o poi arrivano.
Arrivano quando meno te l’aspetti.

domenica 15 settembre 2013

Cercare casa (Parte I)

Tra i vari imprevisti propri di questo periodo, c’è stata la ricerca di una casa, evento che ho vissuto, per così dire, sia attivamente che passivamente.
Attivamente nel senso che cercavo un tetto sotto il quale condurre parte della mia esistenza, passivamente in quanto quella che per cinque,velocissimi anni è stata casa mia si appresta a diventare l’alloggio di altra gente.
Il pellegrinaggio passivo, da queste parti, è iniziato ai primi di luglio, quando la mia padrona di casa ha cominciato a distribuire per la città fogli con su scritto che affittava questo fantastico buco di appartamento. Da qui ha avuto inizio il via-vai di gente, ad ogni ora del giorno. Quelle che sono passate sotto ai miei occhi sono persone di ogni tipo: studenti, studentesse, matricole, gente avanti con l’età, professori, badanti russe che si facevano capire a gesti, giovani coppie, un uomo che aveva tutta l’aria di essere stato cacciato di casa. Il resto sono sconosciuti, venuti qui quando io ero altrove.
Quelli che mi sono rimasti più impressi sono le matricole genitori-munite. Uno in particolare, arrivato qui con madre e sorella al seguito. Lui non ha proferito verbo, la madre invece ha rotto per quindici minuti buoni con una raffica di domande più o meno opportune. Ha varcato la soglia guardandosi intorno con aria indagatrice e sospettosa, si è fiondata all’angolo cottura iniziando ad aprire i miei scaffali e rimanendo visibilmente delusa quando al loro interno ha trovato le mie cibarie integrali e tristi, mentre io ero lì, in un angolino, a far finta di scrivere messaggi e a cercare disperatamente di non scoppiare a ridere o (peggio) di iniziare ad insultarla. Tra le altre domande, ne meritano menzione tre:
1. L’attenzione maniacale per le prese di casa. La presa per il pc, quella per la tv. Ed internet. Benedetto internet. Immagino già che telefonate via Skype, every night.
2. L’igiene del figlio. Ergo un attento controllo sullo stato della lavatrice, sulla capienza, sulla possibilità di installare uno stendino dove mettere ad asciugare i panni del pargolo, nel terrazzo di casa. Terrazzo a scopo visibilmente ed unicamente ornamentale.
3. Gli armadi. Ce ne sono due in casa, per due persone. Due donne non hanno mai avuto problemi di armadi, in questi tempi. A lui, un ragazzo neanche un po’ figo, due armadi non bastano.
L’altra matricola (una ragazza accompagnata da madre e padre) è spuntata qui all’improvviso, senza un minimo di preavviso. Lei, i genitori e la padrona di casa, hanno suonato alle quattro del pomeriggio, in una di quelle giornate calde da star male, trovandomi in pigiama estivo, ergo mezza nuda, capelli raccolti e occhiali, mentre ero intenta a farmi mezz’ora di sonno prima dello studio, dopo sei ore di lavoro. Mi hanno colpito i suoi genitori, le loro attenzioni espresse nella misura giusta. Amorevoli, delicate, non opprimenti. Le loro domande bilanciate, dirette, i loro sorrisi, il loro scusarsi per avermi “disturbata”. E la ragazza tranquilla, beata, si guardava intorno meravigliata e preoccupata quanto basta. Con quello stupore proprio di chi sta per iniziare una vita nuova, in un posto nuovo e non sa come andrà.
Viste le innumerevoli e successive visite all’appartamento, direi che non ha concluso alcun contratto.
E sapete, un po’ mi dispiace.
Sarebbe stata l’inquilina perfetta di questo appartamento grande quanto tutto il salone della mia casa giù. Queste mura, forse, l’avrebbero tranquillizzata e fatta sentire al sicuro. Come è successo a me.
L’avrebbero accolta bene, la sera, dopo una giornata di lezioni. In inverno, quando fuori piove e fa freddo. O le mattine d’estate, quando aprendo le finestre, la luce avrebbe riempito le sue due stanze. Il divano avrebbe retto il peso della sua stanchezza, ristorandola a dovere. E il cane dei dirimpettai l’avrebbe fatta sorridere facendo capolino sul terrazzo, la mattina di domenica.

Questa casa mi mancherà.
Mi mancherà tanto.

giovedì 1 agosto 2013

Terre che ti adottano a tua insaputa

Avevo perso il conto dei giorni, non consideravo più il calendario. Maggio e giugno sono passati troppo in fretta, luglio invece è stato eterno. Ho fatto miliardi di cose in questo tempo: ho iniziato percorsi, concluso altre cose, conosciuto gente, fatto nuove esperienze, chiuso definitivamente rapporti che non avevano ormai senso.
Ora mi ritrovo qua, a guardare il calendario appeso al muro, a scoprire che è ora di voltare pagina, di girare dietro il foglio di luglio e rendere visibile quello di agosto.
Rendersi conto di essere arrivati ad agosto è un po’ una sorpresa. È un mese che mi ha visto sempre in vacanza, al mare, a contemplare le onde, la spiaggia, a passare le nottate con gli amici in giro, a vivere la movida delle nostre parti.
Quando mi sono resa conto che siamo ad agosto avevo un sacco di carte intorno. Fotocopie, articoli di riviste giuridiche, codici, leggi. Il caos intorno. Ero davanti ad un pc che emanava calore, su una pagina word aperta, a scrivere la tesi. Ho guardato il mio polso, poi il braccio, le gambe, decretando che probabilmente non sono mai stata così bianca in vita mia.
L’aulastudio è quasi vuota. Ci siamo io e la mia fedele compagna di avventure, con i nostri computer accesi e le nostre innumerevoli carte. Ci sono un paio di altri ragazzi che ogni tanto guardo e mi interrogo sul perché anche loro si trovano qui invece di stare altrove.
I vecchi che abitano nel palazzo di fronte sono scomparsi. Hanno le persiane chiuse, probabilmente – a meno che non siano morti improvvisamente (ma speriamo di no!)– saranno anche loro in vacanza in qualche posto vicino e più fresco della città rovente.
Il fine settimana è il momento più brutto. Rimpiango le vacanze, il mare, le temperature del sud che non conoscono l’umidità e l’afa delle grandi città del nord. Stare qui, di domenica, con quaranta gradi e l’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non sia starsene sul divano a guardare la tv con il ventilatore a velocità massima puntata addosso, è un’esperienza che ancora non sono riuscita a definire, a “catalogare”.
Da un lato mi piace, mi sembra che la città sia più mia. Dall’altro mi fa sentire una povera ragazza sola e anche un po’ sfigata che non ha niente di meglio da fare che starsene qui. Ma sono esperienze anche queste.
Verso sera mi piace girare velocemente per le vie del centro storico, possibilmente all’ora in cui inizia a tramontare. Mi piace buttare un occhio nelle case a piano terra, dentro le finestre semichiuse degli appartamenti. Mi piace farmi per un istante i fatti della gente che ci vive e che per poco mi ha permesso di entrare nelle loro vite lasciando uno spiraglio aperto.
A quell’ora si sentono il rumore delle posate sui piatti, il suono delle televisioni sintonizzate sui telegiornali, pezzi di conversazioni. E mi sento a casa, perché nei paesi piccoli vicino al posto in cui sono cresciuta, nelle sere d’estate, si cena praticamente per strada. Sulle terrazze o con le finestre aperte, con le canottiere bianche e i pantaloncini. E sembra che di lì a poco la gente ti inviti ad entrare, a cenare con loro, a dividere il pezzo di pane fresco o l’insalata dell’orto.
Girare per le strade del centro storico, all’ora del tramonto e della cena, mi fa pensare che la vita nelle grandi città in fondo (anche se molto in fondo!) non è poi così diversa da quella dei paesi. Le persone, le abitudini, le esigenze sono le stesse. Uguale è la voglia del relax,a fine giornata. Uguale è la ricerca del posto fresco, la finestra aperta con l’aria che entra.
Non ho mai sentito questa città e questa terra come mie quanto negli ultimi mesi. Ho riso per anni dell’accento della gente di questo posto, delle loro espressioni dialettali tradotte in italiano ed inevitabilmente sbagliate a livello grammaticale. Ho riso (dopo aver metabolizzato l’esperienza) dell’abitudine di invitare la gente a festeggiare il compleanno e di dividere il conto a fine cena, dell’articolo prima dei nomi di persona femminili, delle vacanze estive che qui si prenotano a Natale dell’anno prima. Ho riso di tutto questo e di altro, in questi anni, sulla base di quella stupida abitudine del pensare che la terra dalla quale proveniamo abbia sempre una marcia in più rispetto a quella dove finiamo per vivere, rinnegandone stupidamente gli innumerevoli e reali difetti.
Non mi sono però resa conto che senza volerlo sono diventata anche io un po’ come loro.
Non mi sono resa conto che l’articolo davanti ai nomi di persona femminili, adesso, lo metto spesso anche io. Non mi sono resa conto che adesso per me, qui, è diventato naturale pagare la mia parte di cena, nonostante l’invito ad un compleanno. Non mi sono resa conto che questa città l’ho amata forse troppo poco rispetto a quanto meritasse in realtà.
Ci ho messo un po’ di tempo a considerarla anche mia, a capire che la mia amica autoctona aveva ragione quando la definiva la mia terra d’adozione.
Perché sì, questa città mi ha adottata. Mi ha regalato di tutto e di più, cose belle e cose brutte. Mi ha fatto crescere, maturare.
Sapevo che non sarei stata qui per sempre. So che arriverà il giorno in cui farò valigie e scatoloni e andrò via. Non so dove.
Spero solo di sentirmi a casa e di sentirmi bene. Come qui, come adesso. Qualunque posto esso sia.

martedì 26 marzo 2013

Un tempo, quando ero piccola

Piove ancora, piove anche oggi.
Montgomery, ancora. Con la cerniera tirata su fino al collo. E poi la sciarpa di lana, quella che la mia amica mi ha regalato per Natale. Ha scelto la lana più morbida, quella più calda e ha chiesto a sua madre di fare una sciarpa per me. Un regalo gradito, utile. Un regalo che porto sempre con me da mesi, nonostante la mia collezione conti ormai quasi una trentina di pezzi.
E con la sciarpa gli stivali.
E con gli stivali, l’ombrello rosso.

Di fretta, anche oggi.
Inizio a pensare che la fretta sia soltanto un mio stato mentale. Il camminare per strada velocemente come se stessi per perdere il treno della mia vita, quei passi svelti uno dietro l’altro. Sono un razzo, è difficile starmi dietro. E per me è difficile stare dietro agli altri, quella gente normale che cammina come tutti i comuni mortali.
Forse non sono mai realmente in ritardo, ma nonostante questo faccio sempre tutto di fretta, complice l’orologio che ho al polso, le cui lancette sono perennemente spostate qualche minuto avanti.

Devo sistemare l’orario, mettermi in regola con il Mondo.
Me lo ripeto spesso, ma non lo faccio mai. Potrei alzarmi dal letto, adesso. Raggiungere il mobile sotto lo specchio, afferrare l’orologio e sistemarlo. Invece me ne sto qui, al caldo sotto il plaid rosso, nel silenzio di questa casa ormai solitaria.

Un quarto d’ora a piedi e sono a destinazione, al lavoro. La gente normale impiegherebbe mezz’ora o venti minuti a percorrere lo stesso mio tragitto.
Saluto i colleghi, tolgo gli strati di lana che mi hanno protetta dal freddo stamattina. Qui dentro si muore di caldo, ci saranno trenta gradi almeno.
Mi svesto velocemente, di fretta.
Chissà che pensano di me qua dentro. Sono la solitaria, silenziosa Chiara. Quella che apre bocca solo per dire “Ok”,oppure “va bene”, o al massimo “certo, lo faccio subito”.

Passo dalla stanza piccola, dove c’è la scrivania di uno dei responsabili. Con lo sguardo vado dritta nella scatola dei documenti da posare, dritta al mio obiettivo. Mi accorgo qualche istante dopo essere entrata nella stanza di una presenza anomala. È una bambina, seduta alla scrivania. I capelli ricci e scuri, il viso tondo e le guance rosse. I piedi non le arrivano al pavimento. Sta seduta, muove le gambe nel vuoto. Prima una,poi l’altra. Un moto perpetuo.

E questa cosa ci fa qua? Da dove viene?
La saluto, le sorrido. È una sorpresa piacevole. Si chiama Serena e penso proprio sia figlia di qualcuno che lavora qui.
Sistemo i documenti nelle loro cartelle, quando ho finito entra G., il collega quarantenne superconcentrato, quello che dopo dieci giorni di lavoro insieme mi ha rivolto un “Scusa, ma tu come ti chiami chè non mi ricordo il tuo nome?”.
Ecco, il mio nome non me l’aveva mai chiesto prima.

Serena è la sua bambina. Non le somiglia affatto. Quindi è la stessa che si vede nel desktop del suo computer, a meno che non sia qualche sorella piccola. Starà qui qualche ora, parcheggiata in questa scrivania ad annoiarsi un po’, per poi essere prelevata da qualche familiare e portata in un altro posto.

Passo il tempo successivo a lavorare con G., in silenzio. Lui ordina, io eseguo.
Ogni tanto lancio uno sguardo alla piccola Serena. Disegna su un foglio bianco. Non ha i colori e quindi usa gli evidenziatori dell’ufficio. Non ho idea di cosa stia creando la nostra piccola artista. Certo è molto impegnata.

Serena mi ricorda me, anni e anni fa. Quando ero piccola mi piaceva andare nell’ufficio con papà. Mi ci portava ogni tanto, quando era in servizio di pomeriggio e sapeva che il lavoro sarebbe stato un po’ meno del solito.
Mi sistemavo anche io in un angolo, su qualche scrivania non occupata dai suoi colleghi. Prendevo qualche foglio di carta e mi dilettavo a disegnare e colorare con tutto quello che trovavo nel portapenne. Le mie improbabili opere d’arte venivano regalate ai colleghi di papà, con tanto di stupore, gioia e ringraziamenti. Probabilmente qualche ora dopo erano già nella spazzatura, insieme a chissà cos’altro. Negli anni novanta non si faceva la differenziata.

Quando mi scocciavo, andavo nel giardinetto vicino all’edificio dove lavorava. C’erano delle giostre: uno scivolo, l’altalena, un dondolo. La mia preferita era l’altalena, mi piaceva volare in quel modo. Lo scivolo un po’ mi faceva paura. Prima la scaletta, dovevo star attenta a mettere i piedi nel posto giusto. Poi arrivavo in cima, mi sedevo e da lì si arrivava in un attimo in fondo. Quel momento in cui dovevo abbandonarmi a me stessa e scivolare giù, un po’ mi spaventava.

Quando papà andava in pausa, lo accompagnavo al bar. Un caffè per lui, un succo di frutta per me.
E poi di nuovo dentro, fino all’ora di chiusura.

Serena però sembra annoiarsi, adesso. Forse non vede l’ora di uscire da qui, forse non le piacciono gli evidenziatori azzurri. Non piacciono neanche a me.
Quando vengono a prenderla, la piccola sembra contenta di andar via. Si veste velocemente, dà un bacio al padre, poi si gira verso di me e mi saluta.
Ricambio, le sorrido.

Ciao Serena. Mi hai fatto ricordare di quando ero piccola.




lunedì 4 marzo 2013

Matteo,o Mattia

Alle due ho lezione, oggi pomeriggio. Arrivo in facoltà in anticipo, controllo in bacheca che l’aula in cui si terrà la lezione non sia stata spostata e vado a prendere posto.
Manca un quarto d’ora alla lezione, ci sono pochi studenti che non conosco neanche. Sono l’unica del mio gruppo a seguire questa  materia. Guardo l’agenda, controllo se devo restituire qualche libro in biblioteca. La mia memoria lascia molto a desiderare e per aiutarmi un po’ ho preso l’abitudine di scrivere ogni cosa.
Stavo proprio per appuntare una scadenza quando entra la segretaria e annuncia che il prof ha appena chiamato per comunicare che oggi non farà lezione.
La segretaria ha l’aria scocciata, come sempre. Sembra che faccia questo lavoro gratis. Scocciata dovrei essere io che ho perso un’ora della mia vita ad attendere un prof poco corretto. E mica mi pagano per star qui …
Prendo la mia roba e la riverso di nuovo in borsa. Metto la giacca, la sciarpa, avviso la mia amica che tra poco sarò in aula studio ed esco dalla facoltà con calma.
L’aria è primaverile, anche se dicono durerà poco.

In giardino ci sono tanti studenti seduti al sole, probabilmente saranno in pausa. A giudicare dalla folla, direi che oggi ci sono molte lezioni.
Sento il cellulare vibrare in borsa, mi fermo un attimo per prenderlo. È un sms della mia amica. Sono intenta a risponderle,quando sento qualcuno urlare da lontano il mio nome.
Il mio è un nome abbastanza comune, anche troppo. Talmente tanto che quando lo sento nominare per strada, neanche mi volto a vedere se cercano me.
Questa volta invece alzo gli occhi dallo schermo del cellulare, mi guardo un attimo attorno.
C’è qualcuno seduto in una panchina che mi fa cenni di saluto. Si sta sbracciando. Lo guardo bene, lo identifico.
È un ragazzo che ho conosciuto lo scorso semestre, più piccolo di me di qualche anno. Si chiama Matteo. O forse Mattia. Nome comune anche il suo. Ho rinunciato a chiamarlo per nome dopo la terza volta che mi ha corretto. Ho rinunciato a capire se lui è Matteo oppure Matteo è l’amico inseparabile e somigliante e quindi lui è Mattia.
Ma va bene lo stesso, non complichiamoci ‘sta vita che già di per sé è troppo ingarbugliata.
Non ricordo chi parlò chi per la prima volta, so solo che era un piacere scambiare due chiacchiere con lui. Diceva che gli sarebbe piaciuto fare l’Erasmus, che conosceva i posti dove sono nata perché c’era stato molti anni prima. Invidiava il mio mare. E ci credo!
Matteo/Mattia mi ha dato l’impressione di essere diverso dai suoi coetanei con la testa tra le nuvole. Ha l’aria un po’ da sfigato, come direbbe qualcuno, ma senza dubbio molto più rassicurante e simpatica di quella della gente iPhone/iPad/iPod-munita che si vede da queste parti.

Ricambio il saluto con la mano, pensando che la cosa finisse lì.
E invece no, Mattia/Matteo abbandona il gruppo e corre verso di me.
Che entusiasmo. Io, una corsa del genere, la farei solo se avessi un treno da prendere.

Si avvicina col fiatone, mi dà un bacio sulle guance per poi dire, un istante dopo, “Scusa se mi sono permesso”.  Forse, se avesse avuto un cappello in testa, se lo sarebbe tolto salutandomi.
Avrà notato che il gesto mi ha un po’ sorpresa. Gentile però a scusarsi in questo modo, non capita tutti i giorni di incontrare una persona del genere.  Sorrido, gli dico che non si deve scusare.

-          E allora? Come stai? Questa sessione di esami?
Eh, questa sessione. Assurda come poche, sfiancate come tutte. Lui che è ancora gggiovane qua dentro non può capire perfettamente. Gli dico che non vedo l’ora di finire, che l’università mi ha scocciata. Che arrivati alla fine, forse è normale non poterne più di esami e lezioni.

-          Ma dai che hai finito! E poi sì, ci sono io a sostenerti!

Mi sfrega la mano sulla spalla. Una sorta di carezza. Un
incoraggiamento. Io solitamente odio ogni tipo di contatto fisico -che non sia la stretta di mano- con chi conosco poco. Probabilmente mi irrigidisco un po’ e lui si ritira.
Gli chiedo della sua invece, di sessione di esami. Dice che è andata bene, anzi benone. Sono contenta per lui. Ha l’aria di chi lavora sodo, di chi studia perché gli piace farlo e non perché deve. E poi, cosa potrei aspettarmi mai da chi nelle pause inganna il tempo facendo la Settimana Enigmistica?

-          E adesso cosa fai?
Gli racconto della lezione annullata all’ultimo secondo. Gli dico che vado a studiare. Lui ha ancora tre ore di lezione da fare, dice che si annoia. La materia non gli piace. Non piaceva neanche a me, ora che ci penso.

-          Mi ha fatto veramente piacere vederti! Spero di beccarti presto da queste parti.
E poi di nuovo addosso, per chiudere la conversazione così come l’ha aperta: con due baci sulle guance. Senza scusarsi, questa volta.
E poi di nuovo la carezza sulla spalla.
Questa volta non mi dà fastidio.

Matteo/Mattia ha conquistato un briciolo di fiducia da parte mia. Non capita spesso.
Mi rimane il suo sorriso in testa. Un bel souvenir di questo incontro.

martedì 26 febbraio 2013

Ritorni

Le elezioni sono un valido motivo per tornare a casa, usufruendo tra l'altro di un mega sconto sui treni, tale che il costo dei viaggi raggiunga livelli normali. Della serie che posso tranquillamente prendere un treno senza dovermi vendere un rene. 
Si parte col caos da Apocalisse alla stazione perché oltre al weekend ci sono le elezioni. Oltre alle elezioni pare ci sia l'ultima Messa del Papa e la gente non può certo perdersela. E oltre a weekend, elezioni e Papa ci sono in media venti centimetri di neve in tutto il Nord Italia.
Basta questo a fare andare la gente nel panico, me inclusa. Tutti incollati davanti agli schermi degli orari, a lamentarsi dei venti minuti medi di ritardo per ogni Freccia proveniente dal Nord. 

Il Mondo sta andando a rotoli, lo sapevate? Tutte le certezze della mia breve esistenza sono venute meno quando ho saputo che anche le Frecce potevano avere dei ritardi. Questi treni hanno iniziato a circolare quando io ero ai primi anni di università, probabilmente tra il primo e il secondo. Erano descritti come infallibili, velocissimi, nuovissimi, pulitissimi, spaziosissimi e chi-più-ne-ha-più-ne-metta. Io credevo che le Frecce fossero la soluzione a tutti i miei problemi. 
Ci credevo, prima di venire a sapere i loro prezzi. 
Poi ho pensato "va bene, costa tanto, ma almeno non farà mai ritardo". 
E invece no, a quanto pare anche le Frecce accumulano minuti di ritardo rendendo la gente più nevrotica del solito. 

Comunque, persa la Certezza Assoluta, riesco a salire sulla mia Freccia. Abbandono la valigia in un posto spero sicuro e mi avvio al mio posto, occupato da uno zaino blu di un tizio che dorme accanto. 
A svegliarlo ci pensano gli altri due ragazzi che a quanto pare sono con lui. Mormorano qualcosa in spagnolo, lui lo sposta e chiede scusa. Così posso finalmente accomodarmi e comunicare al mondo, tramite sms, che sono riuscita a prendere questo benedetto treno.

I miei compagni di viaggio iniziano a parlare tra loro. Io adoro lo spagnolo, è una lingua che mi ricorda gli scambi di email, durante l'adolescenza, con i parenti argentini. Mi ricorda la zia che veniva ogni tanto in Italia, in estate, e mischiava lo spagnolo al dialetto per farsi capire un po'.
A quanto pare i tre ragazzi sono in Erasmus in Italia e hanno pensato bene di fare un tour turistico per le grandi città italiane. Uno di loro parla l'italiano benissimo, gli altri due si fanno capire.
Canticchiano "La donna è mobile", chiedono quale sia l'equivalente al femminile di uomo. Pensano si dica "ragazza". 

Nei posti a fianco ci sono una ragazzina di tredici anni circa e una donna che probabilmente sarà sua madre. Entrambe bionde, entrambe magrissime e molto curate. Parlano di danza, a quanto pare la ragazzina dovrà andare a fare un provino o qualcosa di simile. Appare molto annoiata, mentre la donna che è con lei è attivissima e probabilmente anche un po' rompic*******. 
Uso questo termine e non uno più "elegante" perché penso che se la tredicenne avesse potuto, l'avrebbe mandata sul serio a quel paese. 
Era tutto un "Ma lo chignon quando lo facciamo?". "Dobbiamo fare in fretta quando arriviamo". "Magari prendiamo un taxi per andare in hotel". "Non hai fatto colazione, vuoi un panino così già che ci sei pranzi?". 
La ragazzina non pare abbia fame, ma lei tira fuori un simil panino grande quanto metà pugno della mia mano e glielo porge.
Lei toglie la carta, inizia a mangiarlo con lentezza. 
Arriva a destinazione e non ne ha finito neanche mezzo. 
Io un panino così l'avrei mangiato in cinque minuti. 
E vabbè. 

Gli Erasmus scendono dal treno, salutano, ringraziano (di cosa non lo so), sorridono. Sono gentili, questi spagnoli. 
Il resto del viaggio passa ascoltando l'iPod e leggendo Madame Bovary. 
Scrivo un paio di cretinate su Twitter, per far passare il tempo. Sento un paio di amici, mi accerto di trovarli a casa. 

Poi vedo il mare, il primo mare dopo tante ore di viaggio. 
Forse non mi crederete, ma la gente che era su quel treno ha cominciato a fissare i finestrini, incantata da quell'acqua grigia a causa del cielo piovoso.
Sarà stata un'impressione, ma a me è parso che all'improvviso in quel vagone fosse calato il silenzio. 
Silenzio, state zitti. 
Qua c'è un mare da vedere. 
C'è gente che non lo vede da settimane.

Arrivo a casa che è sera ormai. Ad accogliermi in stazione c'è la mamma, mi annuncia che ha fatto la torta alla banana, per il mio arrivo. 
Piove un sacco, piove sempre. 
Ho gustato il sole un giorno soltanto, troppo poco per i miei gusti.

Non sto combinando niente di concreto. Passo le giornate tra un divano e l'altro, rimandando le cose da fare a momenti successivi che ancora non sono arrivati. C'è un senso di insoddisfazione a fare da sottofondo.

Dormo col Gatto accanto. Ogni tanto mi poggia le zampette anteriori sulla spalla e si sporge verso la mia faccia per guardarmi. Sta così qualche istante, poi torna a dormire. 
Sembra voler accertarsi della mia presenza, sembra voler vedere se è un sogno o se è vero. 

domenica 6 gennaio 2013

Marco e Giorgia

Tra la folla di gente valigia-munita vedo lui. Basso, con la barba incolta, un cappello di lana ridicolo in testa. Gli occhiali da vista, i jeans larghi e scoloriti.
Sembra un puffo.
Fuma una sigaretta in pochissimo tempo. Questo avvicinarla e allontanarla freneticamente dalla bocca ed emettere una nuvoletta di fumo al secondo lo rende ancora più ridicolo.
E' così piccolo che potrebbe benissimo entrare dentro la sua valigia e starci anche abbastanza comodo.
E' incredibilmente strano: c'è qualcosa nei suoi movimenti che lo rende simpatico e buffo.

Mezz'ora dopo siamo seduti uno vicino all'altro, pronti a vivere questa sorta di viaggio della speranza insieme. Come di consueto, si inizia a parlare.
Il tipo buffo e ridicolo ha un nome, si chiama Marco e fa l'insegnante di lettere in una scuola superiore di una città del nord Italia. Ha 37 anni, anche se io gliene avrei dati poco più di 25. Vive da 15 anni lontano dalla sua - e nostra-  terra.
Parla piano, Marco. Una voce tranquilla, rassicurante.

Anche lui è tornato a casa per le feste. Ama la grande città in cui vive, si ritiene molto fortunato ad avere il tanto ambito posto fisso.
Penso sia uno di quei giovani insegnanti pieni di passione per il proprio lavoro. Lo immagino spiegare qualche autore della letteratura italiana, davanti ad una classe di adolescenti annoiati. Immagino un Marco vestito ridicolo come stasera, andare a lavorare in bici, camminare velocemente tra i corridoi della sua scuola. Fare una firma svolazzante sul registro, parlare ai suoi alunni della sua terra.

L'argomento principale della nostra conversazione è proprio lei: la nostra odiata quanto amata terra. Quel posto pieno di persone difettose, bello come nessun altro al mondo.
La amiamo entrambi, anche se il pensiero di doverci tornare definitivamente ci suona come una condanna a morte.
Nelle sue parole ho rivisto me stessa.

Quando torna a casa, Marco fa il giro delle strade che lo hanno visto crescere, per vedere se è cambiato qualcosa. Ci mette un po' ad ambientarsi di nuovo, ma quando realizza di essere finalmente in quel posto chiamato casa, sfrutta tutti i momenti che ha a disposizione per goderselo bene.
E allora Marco incontra gli amici, i parenti, va a passare le serate nei posti della sua adolescenza. Va a correre nei parchi, al mare. Respira a pieni polmoni quell'aria familiare.
Un'ora prima di partire è andato a mangiare un pezzo di pizza nella sua pizzeria preferita. Poi è andato a mangiare la focaccia col rosmarino al forno sotto casa, il cui proprietario l'ha visto crescere. E per finire ha mangiato un dolce con la crema che fanno solo qua.
Due ore prima di partire è andato a correre, nonostante il freddo.

Marco è come me. Prima di partire deve salutare tutto e tutti.

Ha bisogno di un attimo di tempo per fare le cose che adora fare, che lo fanno sentire a casa.
Ha bisogno della corsa come io ho bisogno di camminare sul lungomare.
Ha bisogno di mangiare la sua pizza come io ho bisogno di mangiare la mozzarella con la carta bianca e rossa.
Ha bisogno di tutto questo perchè altrimenti non si sente pronto per partire.

Come me e come Marco è anche un'altra ragazza.
Si chiama Giorgia, ci ha sentiti parlare e ha voluto dire la sua.
Giorgia è alta e bionda. Slanciata, le gambe lunghissime che non riescono a stare nel posto stretto. Ha 29 anni, lavora in un'altra grande città.
Il suo sogno è trasferirsi all'estero perchè l'Italia l'ha scocciata. La delude in continuazione, non le dà quello che cerca. E quindi spera di scappare al più presto. Spera di vivere un po' di anni fuori, poi magari tornare.

- Tornare dove? Nella nostra terra o nella città dove lavori adesso?
- Nella seconda, ovviamente.

Giorgia non vuole tornare a casa.
Questo posto va bene solo per le vacanze.

Questo posto è di una bellezza disarmante. Una bellezza che non si può spiegare a parole. E non so se siamo noi a considerarlo tale perchè è la nostra culla o è un posto oggettivamente bello. Non so spiegarvelo, non saprei darvi una risposta.
Sarà bello per tutti,forse. Ma per noi lo è di più.

Un posto bello, un posto chiamato casa.
Un posto da cui però tutti vogliono scappare.
E' un'ingiustizia, l'ennesima.

domenica 23 dicembre 2012

E tu sei Chiara

Un sabato sera a casa, qui. Una passeggiata fuori a respirare il vento fresco che viene dal mare. I vecchi compagni di classe, quelli che rincontrarli è sempre un piacere.
Cosa fai. Come va all’università. Ci vediamo in questi giorni allora, organizziamo qualcosa per star insieme.


La lamentela, di fondo, perché gli anni passano e questo posto è sempre più vuoto in inverno. E ti chiedi dove sia finita tutta la gente che in estate affollava queste vie rendendole impraticabili.
Siamo pochi adesso, pochi intimi sconosciuti che si incrociano e si guardano di sfuggita.
E si chiedono chi sei, perché tutto sommato hai una faccia pressoché conosciuta, ma difficile da associare a qualche noto ceppo familiare della zona. Il vizio del collegare le facce ai cognomi o ai soprannomi, alle famiglie, è cosa comune per chi vive in posti piccoli.
Sarà una che viene qui per le vacanze.

  Sarà che sono Chiara. Sarà che a volte sono una contraddizione vivente. Sarà che amo l’anonimato, ma allo stesso tempo mi piace salutare per strada chi conosco. Più gente incontro, più visi conosciuti vedo, più mi sento felice.

Al centro commerciale ho incontrato un cugino lontano. Ha un paio di anni più di me ed è noto, che io sappia, per le sue conquiste. È il classico esemplare dell’uomo medio di un ramo della  mia famiglia: alto, robusto, le spalle larghe, gli occhi e i capelli chiari.
Ci siamo incrociati un paio di volte tra gli scaffali affollati. L’ho guardato, mi ha guardata. Col senno di poi direi che ci siamo riconosciuti entrambi, ma all’inizio nessuno dei due si è fatto avanti.

Non mi ha riconosciuta. Sono passati anni dall’ultima volta che ci siamo parlati. E a dire il vero, non ricordo neanche quando è stato.
Mi piace sperimentare, vedere le reazioni della gente. Sono girata bene, pronta anche a fare qualche figura di m****. Mi butto.

Ma scusa, sei proprio tu?
- Si, sono io. E tu sei Chiara
.


Mi ha riconosciuta, non sono invisibile. Non sono una faccia anonima. Sono qualcuno, qualcuno di cui gli altri, a distanza di chissà quanti anni, si ricordano.
Sono Chiara, sono io.
Sono Chiara e non sono mia sorella.
Io sono io, con il mio nome. Lei è lei, con il suo.
Due nomi diversi, due nomi che qualcuno finalmente è riuscito a distinguere. Capita spesso, tra parenti, di confondere i nomi di due sorelle. Capita ai miei genitori, figuriamoci al cugino di secondo grado.


A me a volte sembra di essere invisibile.
Mi sembra che i miei passi non facciano rumore.

Un bacio freddo sulle guance. La sua barba rada che punge. Da vicino guardo per un istante i suoi occhi e noto che non sono molto diversi dai miei. Ci somigliamo. Veniamo dalla stessa gente.
Scopro che studia economia. Lui scopre che io studio giurisprudenza e che odio l’economia. Cerca un panettone, ma ce ne sono troppi esposti e non sa quale scegliere.
Si scoccia, le spese natalizie lo annoiano.

Annoiano anche me, a dire il vero.
Poi ci salutiamo.


Chissà se lo incontrerò di nuovo tra qualche giorno, mese, magari tra un paio di anni.
Chissà se penserò ancora di essere per gli altri un viso anonimo.

domenica 11 novembre 2012

Foglie sulla neve 2 - Gli incontri che ti cambiano la giornata

Le lunghe attese sono oggetto di odio da parte della sottoscritta. Non mi piace aspettare qualcosa o qualcuno per tempi troppo lunghi.
Odio le file negli uffici pubblici, odio i ritardatari cronici. Il tempo è prezioso e a me non va di sprecarlo in attese. Per questo finisco con il trovare delle soluzioni a questi piccoli problemi quotidiani.
Soluzioni “alla Chiara”.
Nelle attese alla posta, alla cassa di un supermercato, alla fermata dell’autobus cerco di trasformare i minuti che passano lentamente in qualcosa di costruttivo, di appagante.
Tipo osservare la gente che mi sta attorno, tenendo sempre e comunque il massimo della discrezione.

Da quando ha avuto inizio la mia vita da universitaria fuori sede, quindi da quando ho potuto uscire dall’ambiente un po’ ristretto del posto in cui sono nata e cresciuta, ho fatto di questa cosa una sorta di mia specialità. E ogni tanto mi capita di ritrovarmi a scrivere qui di loro, delle persone che sono state vittime della mia attenzione.

Questo è il turno di qualcuno che è riuscito a farmi passare piacevolmente un’attesa lunga due ore.
Si tratta di una signora. Una donna sulla settantina.
L’ho sentita parlare e ho riconosciuto subito l’accento. Il modo di parlare, la cadenza familiare.
Ci ho messo un attimo a capire che la mia terra e la sua erano le stesse.

L’istinto mi ha portato a buttarmi, a chiederle subito se fosse effettivamente calabrese. Un sorriso, la timidezza da parte. Ed ecco, io non mi sbaglio mai quando si tratta di queste cose.
Il suo sorriso grande precede di qualche istante la sua risposta positiva.
E qualche minuto dopo mi racconta tutta la sua vita.

Vedova da dieci anni, due figlie femmine grandi. Una avvocato, una medico. Altri due maschi più giovani.
Ha deciso di trasferirsi qui dopo che gli ultimi due figli hanno finito le scuole. Non trovavano lavoro e lei non voleva che prendessero brutte strade.
Ha convinto il marito a partire, ha fatto le valigie ed è arrivata qui. Ha raggiunto le due figlie grandi che intanto stavano terminando gli studi universitari.
Ha preferito abituarsi ad accenti diversi, perdere le sue vecchie abitudini, conoscere nuove strade. Tutto pur di evitare che i figli si perdessero tra le brutte amicizie.

Parla della sua famiglia e gli occhi le brillano. Parla del marito morto da ormai dieci anni e si commuove. Mi racconta del suo infarto improvviso, in una notte fredda di dicembre, della figlia medico che non è riuscita a salvarlo, ma che in compenso cura tanta gente ogni giorno.
È un fiume in piena. Non smette più di raccontare i suoi settanta anni di vita.

Il diploma di maestra, l’innamoramento e il matrimonio. Il marito che le proibisce di prendere la patente “sia mai che investi con i bambini in macchina”,il rimpianto di non essere riuscita ad essere abbastanza testarda da riuscire comunque ad imparare a guidare. Dice che avrebbe avuto la sua macchina, la sua indipendenza. Non sarebbe stata schiava degli autobus.
I figli, venuti uno dietro l’altro.

Le chiedo se ogni tanto torna in Calabria o è una di quelle persone che parte e non torna più. Mi guarda come se avessi bestemmiato. Mi dice che lì ci sono tutti i suoi parenti, che ha lasciato la casa così come era. Non ha portato niente su, neanche un paio di lenzuola. Si è accontentata di pagare per anni e anni un affitto qui, pur di non vendere la sua casa.

Dice che torna ogni anno, ad agosto. Sta tutto il mese al mare, “perché quando nasci in un posto di mare, quello è tuo per sempre”.
Arriva verso i primi del mese, riparte intorno al 26-28, ogni santo anno. Lei, figli, nipoti. Tutti insieme. Una ciurma.
Sarà come una di quelle chiassose comitive che mi capita di incontrare in spiaggia ogni anno. Quei gruppi di persone che per qualche settimana vedi ogni giorno, di cui impari i nomi a memoria.
Persone che finisci col riuscire a riconoscerle dal suono della voce.

Quelle persone che scompaiono a fine mese. Quelle persone che ogni tanto, in inverno, te le immagini avvolte dal grigio della nebbia di qualche città lontana, rigidi e un po’ ingessati dentro agli abiti formali da lavoro. Bianchi come il latte che hanno bevuto da bambini. Lontani anni luce dalla comodità dei prendisole estivi, dalla ridicolaggine dei cappelli di paglia.

Mi sembra di vedere la signora preparare il pranzo di Ferragosto, riunire tutti intorno ad una tavola ricca di prelibatezze preparate con cura, dentro una stanza piena di sole o una veranda ombreggiata.

Mi sembra di conoscerla una vita, questa signora.  
Mi fa sentire più vicina a casa, viaggiare un po’ con la mente.
Sono quegli incontri che ti cambiano la giornata, che vorresti fare più spesso.

giovedì 27 settembre 2012

Antonio

Questa volta il mio mezzo di trasporto è stato il pullman. Un viaggio lungo, ma molto low cost. Tanto lungo quanto bello. Tanto bello quanto affascinante.
Affascinante perché a me le autostrade piacciono da sempre, da quando ero piccola e con la mia famiglia si partiva per le vacanze in macchina. Roba che il primo treno che presi fu un regionale, ad otto anni. Una cosa neanche programmata, un puro caso. Eravamo in una città lontana una cinquantina di chilometri da casa, la macchina ebbe un guasto e per non scomodare amici o parenti, tornammo indietro in treno.
E le autostrade mi piacciono soprattutto di notte, quando non c’è molto traffico, quando intorno è tutto buio. Un buio smorzato a tratti da qualche macchina. Un buio che trova la sua fine all’alba.

Il mio viaggio è durato tantissime ore, ma non sono arrivata a casa stanca. Il segreto sta nel vestirsi comodi, legarsi i capelli, lasciare le lenti a contatto in valigia e caricare sull’ipod un paio di canzoni nuove e belle.
Certo c’è il problema degli spazi che purtroppo ti ritrovi a condividere con gente che non conosci. E in tutti questi anni me ne sono capitati di ogni. Roba che potrei scriverci un libro.


Il pullman è arrivato. C’è molta gente che deve viaggiare. Gente chiassosa, piena di bagagli.
Io sono velocissima: do la mia valigia all’omino dei bagagli e salgo su in un lampo. Il mio posto è in fondo, lato corridoio, perché al finestrino mi sento soffocare. Sono l’eccezione che conferma la regola.
Inizio a scommettere sulla persona con cui dovrò condividere questo spazio ridotto. Con la fortuna che ho, mi toccherà stare con qualche bambino o peggio ancora con un vecchio.
Gli anziani sono i peggiori. Parlano senza freno fino a mezzanotte, quando crollano dal sonno spalmati sui loro sedili e russano finché la vescica non dà loro il segnale che è giunta l’ora di svegliarsi e correre ai ripari. Non conoscono confini di posto, si espandono a più non posso, costringendoti a rimpicciolirti per riuscire a stare seduta. O almeno questo è quanto mi insegna l’esperienza.

Più che bambini, effettivamente salgono su molti anziani. Per fortuna nessuno di loro raggiunge il mio posto. Quando penso di averla fatta franca, che per una volta finalmente riuscirò ad avere due posti tutti per me, ecco che si avvicina un uomo.
Mi sorride e indicandomi il posto accanto al mio, mi chiede se ci si può sedere. Crollano qui tutte le mie speranze.
“Sì, certo. E’ libero.”
Ringrazia e si accomoda.

Il viaggio inizia. Col buio, in silenzio. Con un po’ di stanchezza. Con questo qui accanto.
All’improvviso gli squilla il cellulare. Una melodia conosciuta, anche se non riesco ad identificarla. Risponde, informa qualcuno del fatto di essere partito, chiude la conversazione e si scusa. Dice che avrebbe dovuto spegnere la suoneria. “Scusami, sono juventino”.
Ecco cos’era. Era l’inno della Juventus. L’ho sentito migliaia di volte a casa.

Da lì inizia a parlare. Una piacevole conversazione che durerà finché quelli seduti davanti non si gireranno a guardarci male, il che accadrà dopo circa due ore e mezza.
Parliamo delle nostre vite lontane dalla nostra terra. Degli affitti sempre troppo alti, del lavoro che scarseggia. Dei pro e dei contro del vivere lontani; dell’estate ormai passata. Racconta aneddoti della sua Milano, del freddo che fa lì. Mi chiede cosa faccio io nella vita, cosa studio, come mi trovo. Cosa voglio fare dopo. Lui è un operaio. Non ho idea di quanti anni possa avere. Colpa del buio.

Dopo l’occhiataccia dei nostri vicini smettiamo di parlare. Lui si addormenta subito, io dopo un po’. Dormire qui non è proprio semplice. È scomodo. Apro spesso gli occhi, ogni tanto il mio compagno di viaggio mi posa la testa sulla spalla, inerme. Poi si sveglia, si rende conto e ritorna subito al suo posto.

Arriva l’alba, la prima luce. Il viaggio sta per terminare. Mancherà un’ora all’arrivo. La gente inizia a svegliarsi, apre gli occhi anche il mio compagno di viaggio.
E’ questo il momento in cui lo guardo bene in faccia. Le sue espressioni, le rughe che ha in viso. La barba che ricresce. I capelli rasati. Le mani di chi lavora sempre. Eccolo: è lui il soggetto con cui ho parlato per ore. Non è più solo una voce e un’ombra.  Ha dei lineamenti precisi ed un’età indefinita tra i trenta e i quaranta.

Arrivo a destinazione. Lo saluto, mi porge la mano e mi dà l’in bocca al lupo per gli studi. Dice che spera di rincontrami in un altro viaggio. Chi lo sa. Non so neanche come si chiama, non ci siamo presentati. Mi piace pensare che il suo nome sia Antonio, un nome abbastanza comune dalla mie parti. Potrebbe essere il mio vicino di casa, un mio parente, uno zio …

Metto piede nel suolo di quella che qualcuno ha definito la mia “terra d’adozione”. Do un’occhiata al pullman in partenza. Antonio è lì, al finestrino e mi sorride timidamente.
Lo risaluto con un leggero cenno di mano.
E mi scopro tutto ad un tratto più forte, pronta a vivere questa nuova avventura qui.

giovedì 13 settembre 2012

Alla scoperta di una città che pensavo di conoscere

A causa di un noioso evento di forza maggiore, mi sono ritrovata a trascorrere le mie ultime mattine in giro per una città che dista una trentina di chilometri dal mio paese. Una città che conosco sin da quando ero bambina, un punto di riferimento per molta gente che abita da queste parti. Ci vado spesso per sbrigare qualche commissione, per fare shopping, per visitare la libreria più grande della zona o fare una veloce passeggiata per il corso.

Avendo a disposizione diverse ore di vuoto, in queste mattinate, ho avuto modo di visitarla bene, di viverla intensamente. Ho scoperto vicoli sconosciuti, negozietti sperduti, vie che percorrevo spesso, ma non guardavo mai abbastanza.
Ho fatto colazione in un bar ogni giorno diverso, scambiato qualche parola di circostanza con la gente del posto e scoperto con grande stupore che ci sono posti dove il caffè costa ancora ottanta centesimi e non un euro e dieci, come accade nella mia città universitaria.

Ho scoperto l’esistenza di un parco curatissimo, pieno di verde, di panchine e di giostre per i bambini che purtroppo ho potuto ammirare solo da una certa distanza, a causa della presenza, al suo interno, di soggetti dall’aspetto poco rassicurante. Li ho maledetti tra me e me, perché in qualche modo mi hanno tacitamente negato la possibilità di godermi quel piccolo paradiso verde nel bel mezzo della città.

Mi sono poi documentata, su internet, delle varie attrazioni della città, venendo a conoscenza dell’esistenza, in un punto non troppo lontano dal centro, di un mercatino del libro usato. Sapete ormai della mia passione per questo genere di commercio, infatti come potete ben immaginare, non mi sono lasciata scappare l’occasione di visitarlo. È stato, in realtà, un po’ deludente. Pensavo ci fossero più libri di narrativa o saggi, invece ho trovato per lo più testi scolastici e decine di studenti pronti a farne scorta. Sarà il periodo …

Una città, poi, almeno per me, non si vive mai abbastanza se non si visita lì almeno una volta qualche posto in cui si sbrigano solitamente faccende di ordinaria amministrazione.
Ho approfittato quindi di qualche bolletta per passare un’ora all’ufficio postale centrale della città. Un ambiente pieno di luce e di piante (e di sportelli con annessi operatori competenti,  per fortuna).
Purtroppo ho avuto la malsana idea di accomodarmi in una sedia vicino alla macchinetta automatica dei numeri, per poi ritrovarmi a fare da tutor ad un numero esagerato di anziani e di persone poco, per così dire, svelte.
Ma per fortuna, ho imparato nella vita a guardare sempre i lati positivi delle questioni, dalle più piccole alle più grandi, per cui ho colto la cosa un po’ come un’occasione in più per studiare tra me e me la gente del posto.

Come sono solita fare quando ho tempo a volontà da trascorrere in un posto, ho deciso di raggiungere un punto determinato della città percorrendo la strada più lunga. È un lusso, se ci pensate. Avere tempo da spendere così, in certi casi è da considerarsi solo un privilegio.
Tanto per non farmi mancare nulla, stamattina mi sono anche un po’ persa tra le vie di questa città. Ho provato il brivido del senso di smarrimento, che non è per niente una cosa negativa se affrontato con una certa serenità. Perdersi dà la possibilità di abbandonarsi totalmente al proprio istinto, in questo caso specifico al proprio senso dell’orientamento (che, grazie al cielo, in me è molto spiccato). Un buon esercizio, per chi come me, è di una razionalità quasi esasperata.
Il perdersi permette di scoprire strade nuove che magari abbiamo rinunciato a percorrere a favore della solita via veloce e sicura.
E se proprio non si riesce a trovare la giusta strada, si può sempre far affidamento su qualche faccia simpatica che possa darti indicazioni.

Mi rendo conto di essermi dilungata un po’ troppo con questo post. Spero di non avervi annoiato. Concludo consigliandovi vivamente di andare alla scoperta di qualche posto vicino al luogo dove vivete, così, per girarlo meglio, anche se magari pensate di conoscerlo abbastanza.

lunedì 10 settembre 2012

Di nuovo lui

E’ sera, si decide di uscire: io, la mia amica C. e una new entry estiva dal nome allegro e dalla personalità a tratti simpatica, a tratti antipatica. La meta è la stessa, perché si sa che noi siamo abitudinari.
I turisti non sono andati ancora via del tutto. Complice una festa di paese, le strade sono ancora abbastanza affollate per essere a settembre.

Passeggiando a tempo perso, incontro per caso una figura non nuova che mi fissa. Inizialmente non capisco chi sia,forse a causa anche della mia miopia e delle lenti a contatto che ho addosso da una giornata (Alt! Non iniziate a dire che fa male, che bisogna portarle massimo otto ore, perché queste cose le so già …).
Man mano che si avvicina noto che il tipo in questione è in compagnia di una donzella e di una donna anziana. È un po’ buffo, cammina anche un po’ strano.  Anche le donne vicine a lui non mi sembrano del tutto nuove.
E’ da un po’ di tempo che non riconosco subito le persone al primo colpo. Alcune mi sembrano facce conosciute, ma lì per lì non so se appartengono al mondo di qui o a quello della mia città universitaria.

E infatti, non mi sbagliavo. Li conosco davvero.
Lui è il vicino di casa “sportivo”, lei la sua donna per la stagione primavera/estate 2012 e la donna anziana è la madre, anch’essa un personaggio. L’ho conosciuta parecchi anni fa, in occasione di un problema condominiale. E’ analfabeta, non so quanti anni abbia, ma so che ha l’energia di una ventenne. Adesso sappiamo da chi ha preso il figlio.

Quando il trio mi è praticamente accanto, il tipo inizia ad urlare. Un tono di voce inconfondibile, allegro come sempre, forte come il suono di una tromba. Parla (oppure leggi “urla”, tanto siamo lì) proprio con me.
“Signoriiiiina, la guardavo da lontano, ma non capivo se fosse proprio lei”.
“Eh si, sono io. Anche io non la riconoscevo bene da lontano”.
“Eh ma come cambiate voi ragazze dalla mattina alla sera. Di giorno vi vediamo normali, la sera con il trucco e vestite così diventate donne!”.

Seguono l’imbarazzo generale tra me e i miei amici e gli sguardi curiosi dei passanti, attratti dal vocione del vicino di casa.
Non so cosa dovrei dire, mi limito ad annuire, a sorridere e a salutare. I miei amici se la ridono, mi chiedo notizie del pazzo appena incontrato e si informano su come sia io in realtà, di giorno, senza quel filo di matita che ho messo. A dire il vero me lo chiedo anche io. Sarò un cesso ambulante.  Chi lo sa.  


COMUNICAZIONE DI SERVIZIO. Il soffitto di casa mia è su Twitter. Per ora è un esperimento, non conosco molto questo social network. Se volete seguirmi, sono @ilsoffdicasamia.

domenica 26 agosto 2012

Pensieri estivi

Le mie vacanze procedono bene, la mia abbronzatura quest’anno ha dell’incredibile. Sembro una marocchina anomala. Credo di avere gli occhi più chiari del solito, o per lo meno sto ricevendo un sacco di complimenti per il loro colore. Ho riscoperto il piacere del non asciugare più i capelli con il phon. Vengono fuori dei boccoli che avevo dimenticato di avere, da brava schiava della piastra quale sono ormai da un po’.

Le mie giornate continuano a somigliarsi tutte, hanno il colore del mare e del sole. Non riesco a vivere un giorno senza andarci, c’è un attaccamento che ha quasi del morboso, ma in fondo credo sia così per tutti quelli che nascono e crescono in questo posto.
Qui il mare non è solo acqua blu salata. È una cultura, è amore. Quando hai un problema e ne parli con qualcuno del posto, il consiglio che ricevi è sempre lo stesso: andare a mare. Come se fosse miracoloso, come se fosse una cura. Lo sanno tutti che è rilassante, che ti distende, che basta sederti sulla sabbia e guardarlo per stare subito un attimo meglio. E se proprio non ci riesci, se proprio stai male, quelle onde hanno la capacità di farti sentire meno sola. Il loro suono sembra musica, quel colore, quella luce ti riempiono gli occhi di cose belle.

Tra le onde e la sabbia, quest’anno ho conosciuto persone che presumo siano meravigliose. Scambiamo qualche parola in acqua, ci raccontiamo un po’ delle nostre vite. Li ammiravo da un po’ per la loro compostezza, la loro armonia, la loro pacatezza. Tutte qualità proprie di chi, pensavo ingenuamente, avesse vissuto bene la propria vita. Invece ho scoperto che anche loro hanno sofferto, lottato contro grandi mali, vinto battaglie importanti. Adesso li stimo ancora più di prima, cercando di fare tesoro delle belle sensazioni che mi stanno lasciando addosso. Mi basta guardarli parlare tra loro, fare le cose che fanno tutti ma con quel sorriso in più che li rende meravigliosamente diversi, per rilassarmi anche io un po’.

Le vostre vacanze come procedono? Io ho deciso di prolungare le mie ancora per un po’, rinunciando (spero senza futuri ripensamenti) a quella buona idea di preparare quell’esame che tanto odio. È che ogni tanto mi perdo e di conseguenza ho bisogno di cercarmi. Forse sono riuscita a ritrovarmi con un po' di salsedine addosso.

mercoledì 15 agosto 2012

Buon Ferragosto

Un divano diviso con un Gatto nero che dorme ai miei piedi, nella stanza più fresca e silenziosa della casa,la pelle ancora calda del sole preso in mattinata, il colorito di una brasiliana, un imbarazzante vestitino con la angurie rosse a forma di cuore, la pancia tragicamente piena delle buone pietanze delle cuoche di casa, due maledetti chili in più rispetto ad un mese fa, un cellulare che non squilla da un po’ al mio fianco: ecco, questo è il mio Ferragosto. Per il resto della giornata è previsto, in ordine: un aperitivo in un posto possibilmente poco affollato, un cinema all’aperto e il seguito è un mistero. Sono nella mani dei miei amici, chi lo sa cosa hanno in mente di fare. Ho proposto loro un bagno di mezzanotte che si tramuterà magicamente in bagno delle tre di notte, visti i nostri orari soliti. Quest’anno non ho ancora provato il brivido dell’immergersi in acqua a notte fonda e del godersi il mare nero.

Di solito passavo il Ferragosto nella casa in campagna, con papà. Preparava la griglia sulla quale arrostiva la carne, da mangiare rigorosamente con il chimichurri di sopra, all’argentina. Tutto ciò fino a due anni fa, dopo di che il nulla.

Oggi la spiaggia era fin troppo affollata di turisti, il mare calmo al punto giusto. Ero intenta a prendere il sole, sdraiata sul mio telo, immersa in quei pensieri di troppo, quando ho sentito una bambina urlare e piangere come se chissà cosa le avessero fatto. A quanto pare era stata vittima di una medusa, la poveretta. Urla a non finire, pianti isterici, forse più per lo spavento che per il dolore, tutto ciò per almeno tre quarti d’ora. Segue dunque la caccia alla medusa assassina, avvenuta per opera di un tizio che, armatosi di materassino rosa, paletta e secchiello di Hello Kitty, ha iniziato la sua impresa.
Caccia durata un quarto d’ora circa, conclusasi con il suddetto eroe che sbarca a riva orgoglioso di se stesso e  depone il cadavere della medusa in spiaggia, intorno al quale, in un tempo pari a neanche due minuti, si riunisce un capannello di gente in costume da bagno che si abbandona a commenti idioti e qualunquisti di ogni tipo.
Infine i genitori della bambina vittima della medusa (che intanto non ha smesso di urlare) decidono di far vedere alla loro pargola l’autore del misfatto. Si avvicinano al corpo e le dicono “Vedi, Gaia, è lei che ti ha fatto la bua!”. E fu così che magicamente Gaia smise di piangere, con sommo gaudio della sottoscritta.

Ecco, questo è il resoconto del mio Ferragosto vissuto fino alle cinque del pomeriggio. Avvincente come non so cosa.
Il Gatto si è svegliato, si è stiracchiato, mi ha guardata ed è tornato a dormire. Il caffè è pronto. Col vostro permesso,io vado a berlo e ve ne offro virtualmente una tazzina.
Buon Ferragosto!

PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca.