Ho il blocco dello scrittore.
Ho che il mio computer conta decine di files word recanti l’anonimo titolo “Nuovo documento di Microsoft office word”, seguito da due parentesi tonde racchiudenti una serie crescente di numeri. Dentro ci sono scritte parole, una dietro le altre. Solo inizi, incipit, come gravidanze che non vanno in porto.
Inizio a scrivere, cerco di parlare di qualcosa di sensato, di raccontare stati d’animo, situazioni. Provo a farlo nel modo migliore possibile, cercando di seguire un filo logico. Arrivo ad un certo punto e mi fermo, non so andare avanti.
Metto punto, o a volte neanche quello. Fisso lo schermo qualche istante e poi vado in alto a destra, sulla X.
Quando il mio fedele amico mi chiede se intendo salvare le modifiche apportate esito un po’. Indecisa, penso un attimo. Alla fine salvo sempre, nella speranza di riprendere tutto, di dargli una vita nuova e migliore.
Oggi la serata è fresca, sono reduce da tre giorni sereni di auguri pasquali. Tra colleghi, tra coinquilini, tra famiglie ed amici. Ho dispensato e ricevuto sorrisi come non succedeva da un po’, abbracciato, dato pacche sulle spalle. Ho riso del collega universitario al quale sono passata davanti di corsa, distratta, senza ricambiare il suo caloroso saluto. Ho riso quando poco dopo, al telefono, mi ha detto scherzosamente che sono diventata snob.
Ho spacchettato un regalo, ho ricevuto un peluche. Un pensiero che mi ha fatto passare il pomeriggio con un sorriso enorme stampato in faccia. Erano anni che non ricevevo regali di questo tipo. Da bambina amavo i peluche, la mia camera ne contava forse un centinaio tra grandi e piccoli. Finiti tutti in un sacco grande e nero, in un angolo nascosto di casa.
Ho passato il pomeriggio con gli occhi che ridevano di gioia come un pargolo cinquenne, a dare un bacio ogni mezz’ora a quel tesoro che ho accanto. Ho fatto la valigia, ‘chè c’è da prendere il treno e partire.
E in quest’esplosione di felicità semplice e bella mi è arrivata una telefonata. Tre minuti soli sono bastati a fare crollare tutto di nuovo. Le parole, in fila, da non ascoltare. Fare i conti di nuovo con quella fragilità che cerco di nascondere con tutte le mie forze.
Le parole prima; i pensieri, dopo.
Le riflessioni.
Faccia a faccia con le mie debolezze. Con la consapevolezza che gli affetti, nella vita di ognuno, sono diversi. Che se ti è mancato qualcosa, te lo ricorderai a vita.
Che se quel qualcosa che ti è mancato è un affetto per così dire fondamentale, non c’è niente da fare. Nessuno, per quanto amore ti possa dare, potrà sostituirlo mai.
L’affetto di una madre è l’affetto di una madre.
L’affetto di un padre è l’affetto di un padre.
Così come quello di un’amica, di una sorella, di un fratello, di un fidanzato è l’affetto di un’amica, di una sorella, di un fratello di un fidanzato.
E basta.
Nessuno sostituisce nessuno in toto.
Ecco, a me è mancato qualcosa. Manca tutt’ora. Manca anche adesso che ho accanto qualcuno che amo e che mi ama. Si impara a convivere con queste assenze, forse ci si fa l’abitudine. Si finge che tutto sia normale. Si va avanti, a fatica, con i pugni stretti.
E così, ancora una volta, scrivere penso mi faccia bene. Rende le cose più sopportabili.
Nulla importa se sotto la doccia l’acqua si confonde con le lacrime.
Basta uscire ed asciugarsi.