"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

sabato 31 dicembre 2011

Il classico ultimo post dell'anno

Quest’anno non volevo cadere nel (quasi banale) tunnel del fatidico “ultimo post dell’anno”. Non volevo fare bilanci, buoni propositi, tradizioni inutili tipo indossare qualcosa di rosso, mangiare lenticchie e via dicendo.
In realtà ogni anno penso e dico la stessa cosa e finisco con il fare bilanci e buoni propositi.
Ho scoperto che i bilanci sono inevitabili, come la lista dei buoni propositi, quelli veri però, quelle cose concrete che si possono benissimo realizzare con un po’ di buona volontà.

Ho capito questa cosa leggendo i miei vecchi buoni propositi, quelli che avevo segnato per il 2011. Ho scoperto (con tanto di stupore e meraviglia) di aver portato a buon fine la maggior parte di loro.
Ho capito anche che "la Lista" in realtà serve solo a pensare sul serio a cosa vorremmo migliore di noi stessi, quali sono i nostri obiettivi. E il cambiamento di anno è solo una scusa, un'occasione valida per fare tutto ciò.
Insomma, credo proprio che rispetterò questa “tradizione”.

Quanto ai bilanci, ammetto timidamente che questo 2011 è stato un anno tutto sommato bello. Ci sono stati i classici momenti brutti, di pieno sconforto; c’è stato un ventunesimo compleanno terribilmente triste; ci sono state delusioni in campi diversi; ci sono stati momenti in cui mi sono sentita più sola di un bambino che esce da scuola e non trova nessuna faccia familiare.


Ma tutto questo non basta a buttarmi giù. Ci sono cose più belle che mi rendono felice e mi fanno mettere da parte i momenti brutti.
C’è il mare che in questo momento è blu e bianco.
Ci sono persone su cui credo di poter contare.
C’è il mio Gatto.
C’è la scrittura e questo blog.
Ci sono le albe e ci sono i tramonti.
C’è lo shopping con le amiche, la spesa del sabato.
C’è mia sorella.
C’è l’accoppiata tè e barretta post studio con N.
Ci sono i viaggi, le diverse città italiane che ho avuto la fortuna di visitare quest’anno.
C’è la sigaretta con M. che è nociva quanto volete, ma almeno rilassa.
C’è il messaggio del buongiorno.
Ci sono tante altre piccole cose . . .

Concludo qui questo mio ultimo post dell’anno.
Passate una buona fine e iniziate alla grande, per quanto potete.


Buon 2012 e tante cose (belle).

giovedì 29 dicembre 2011

L’altra sera ho vissuto un’emozione grande.

Sono andata allo spettacolo organizzato da una compagnia teatrale del posto in cui vivo, di cui fa parte anche un mio amico.
Lo spettacolo di per sé è stato stupendo: attori, ballerini, cantanti sono stati tutti bravissimi.
Il mio amico ha la passione per il teatro. L’ho visto recitare per la prima volta qualche mese fa e sono rimasta sconvolta in positivo dalla sua bravura.
Non avrei mai pensato che potesse tirare fuori una tale disinvoltura e tantissima grinta. La sua voce era sicura, forte, non lasciava trapelare alcuna incertezza.

La mattina prima dello spettacolo, il mio amico ha perso uno dei suo cari, inaspettatamente.
Pensavo che recitare in queste circostanze sarebbe stato impossibile, invece lui ci ha provato. La sua presenza lì era molto importante, non poteva mollare tutto mandando all’aria quasi uno spettacolo intero.

E così è salito sul palco e ha dato il meglio di sé.
Il meglio? Non so se è il termine esatto. Forse è paradossalmente riduttivo.

Mi ha emozionato tanto. L’ho ammirato molto. Aveva il dolore dentro, quella sensazione di smarrimento che si ha quando si perde qualcuno.

Dentro, appunto.
Fuori era un’altra persona. Era un attore, ma di quelli bravi.

Credo che quello spettacolo in particolare sia stata la sua prova più importante nella recitazione. Andrebbe menzionata in un curriculum, sarebbe da assumere in un’importante compagnia teatrale già solo per questo.

Io gli auguro il meglio.

domenica 25 dicembre 2011

Buon Natale

Le ciaramelle - Giovanni Pascoli

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne' suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave:
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s'accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole:

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!



BUON NATALE!

venerdì 23 dicembre 2011

Aspettando Natale...

L’albero di Natale grande è stato fatto, il Presepe anche. Casa mia è ben addobbata. Quest’anno c’è addirittura un piccolo alberello nella mia stanza; ce ne sono tre in casa, in totale.
Avrei voglia di sentire un cd intero di canzoni di Natale, da sola, seduta sul divano, illuminata dalle sole lucine dell’albero grande. Un piccolo momento di raccoglimento, solo per me.

C'è la spesa da fare, quella grande, quella per le feste. Già immagino come sarà il centro commerciale, affollato come solo in questo periodo succede. Immagino gli auguri che voleranno tra quei negozi, i pacchetti che si incarteranno, le facce felici della gente.
Indosserò un cappello rosso, per spirito natalizio.

Ho già comprato tutti i miei regali, ho fatto il mio shopping natalizio una mattina di sabato, qualche settimana fa. Un piccolo pensiero per tutti, qualcosa che potrebbe piacere ad amici o parenti. Ho impacchettato tutto io, con le mie mani (anche se il risultato non è dei migliori) e ho deciso che stasera mi metterò all’opera e farò dei biscotti da allegare al pensierino. Mi piace che i miei regali abbiano un qualcosa di personale, che ricordi solo me.

Ieri sera, mentre cenavamo, è passata per strada una piccola banda di persone vestite da Babbo Natale. Le loro musiche mi hanno riscaldato il cuore, le ho percepite come l’abbraccio di un amico. È stato bello sentirle, così dolci e intonate.

Se penso al Natale, penso ad un salone grande, pieno di parenti e di amici. Vedo dei nonni, dei bambini chiassosi e delle chiacchiere. Vedo del rosso, un albero addobbato e un Presepe. Vedo sorrisi.
Penso che al giorno d’oggi questa sia principalmente la festa della famiglia, del ritrovarsi.

Io passerò il Natale a casa, con la mia famiglia stretta e ovviamente con il mio gatto. Vedrò i miei amici, andrò a trovare qualche parente. Una festa semplice, senza quel chiasso che invece, in questi casi, adoro.

E voi? Quali sono le vostre tradizioni?

mercoledì 21 dicembre 2011

Alla stazione Termini

A Roma, in stazione, ho incontrato un amico. Era lì, fermo al binario del treno che entrambi dovevamo prendere, anche lui aveva accanto una valigia abbastanza capiente da metterci dentro il contenuto di una casa; fumava guardando la gente passare e chissà a cosa pensava.

Mi capita spesso di incontrare gente che conosco alla stazione Termini, spesso si tratta di persone che devono prendere il mio stesso treno e ogni volta mi stupisco. Sarà che ancora sono nel mezzo del viaggio, ma mi fa sempre strano vedere già lì facce familiari.

Gli sono andata incontro, sorprendendolo alle spalle. Leggero sconcerto iniziale, poi gli occhi gli si illuminano. È da tre mesi che non torna a casa e non ne può più di sentire solo accento milanese.
Mi chiede in che carrozza sono; purtroppo i nostri posti sono ai poli opposti del treno.

Dopo Napoli vado a trovarlo, percorro tutto il treno cercando di mantenere l’equilibrio e non cadere sulla gente e alla fine lo vedo lì seduto al suo posto a guardare il finestrino. Andiamo al vagone ristorante, così possiamo sederci e parlare con calma. Quante cose ci raccontiamo … di tutto: i nostri studi, le nostre famiglie, il mondo del nostro paese, qualche vecchio ricordo e qualche aneddoto sui nostri vecchi prof.
Passa così un bel po’ di tempo.
Poi all’improvviso mi dice “Ma oggi è SABATO! Stasera dobbiamo uscire per forza”. E subito si mette a telefonare ad una nostra amica che è già arrivata a casa da qualche ora. Ci accordiamo per vederci dopo cena, nonostante il freddo anomalo, nonostante per entrambi la sveglia sia suonata alle sei.

Ci vediamo tutti e tre sotto casa; io e lui abbiamo addosso ancora i vestiti del treno e la faccia stanca. Ma non ce ne importa, i ritrovi con gli amici sono più importanti. Ci manca il mare e infatti è la prima cosa che andiamo a vedere. Percorriamo strade vuote, incrociamo poca gente.
Un paio di minuti ed eccoci tutti lì, davanti ad un mare forza mille, con delle onde altissime e un buio gelido. Tre ragazzi, muniti di sciarpa e cappello. Nel viso ancora il grigio dello smog delle nostre città. Il vento è fortissimo, sembra portarci via. Ma non ce ne importa. Ci basta anche solo respirare quell’aria un momento. E’ un appuntamento importante, quello con il mare: non si può rimandare.

lunedì 19 dicembre 2011

La mia giornata speciale



Qual è la giornata più speciale della mia vita?



Non lo so, forse non me la ricordo, forse la devo ancora vivere.
Ci sono giornate particolari in cui vedo tutto nero e la minima cosa che non va come pensavo mi manda in depressione. Ci sono poi altre giornate, quelle che preferisco in assoluto, in cui mi sveglio con la voglia di fare mille cose: sono le giornate in cui mi sento felice e che mi fanno apprezzare la vita che ho.

La prima giornata speciale che mi viene in mente, senza pensarci su troppo, è quella del mio diciottesimo compleanno: sole, un po’ di caldo, un classico maggio da sud Italia. Facevo l’ultimo anno del liceo, di lì a poco la scuola sarebbe finita e ci sarebbero stati i temuti esami di maturità, poi l’estate, la scelta dell’università e il trasferimento in un’altra città.

Avevo spesso pensato a come avrei passato questo giorno speciale; solitamente sono un po’ triste quando compio gli anni. Essendo l’ultima della classe a diventare maggiorenne, tutti i miei amici si aspettavano una festa per quell’occasione; io non avevo molta voglia di organizzare qualcosa e poi odio stare al centro delle attenzioni. Una settimana prima del mio compleanno, mia sorella mi aveva convinta a fare una festa, rovinando così i piani dei miei amici che me ne stavano organizzando una a sorpresa.

Feci tutto di fretta: scelta del vestito, inviti, locale, menu ecc. Temevo però che i miei amici non si sarebbero divertiti, che sarebbe successo qualcosa di spiacevole. Non so bene il motivo di questi miei timori.

La mattina del mio diciottesimo compleanno mi svegliai come tutte le mattine per andare a scuola. I messaggi di auguri sul mio cellulare erano tanti, alcuni li ho ancora. Feci colazione al bar con i miei amici più stretti, arrivando così tardi a scuola. Ricordo che appena entrai in classe, i miei compagni mi vennero tutti incontro per gli auguri, abbracciandomi tanto. Ovviamente anche i prof sapevano del mio compleanno; quello di storia mi prendeva scherzosamente in giro da quando aveva saputo che non ero ancora maggiorenne. La mia prof di latino e greco, donna estremamente seria e ligia al dovere, volle addirittura fare una foto con me e tutta la classe.
Poco prima dell’intervallo bussò alla porta il bidello. Aveva in mano un mazzo enorme di rose rosse. Erano diciotto. Ed erano per me.

Il pomeriggio trascorse molto velocemente. Dovevo andare a sistemare i capelli, preparare dei sacchettini con i confetti colorati dentro da dare ai miei amici a fine serata. Insomma, tra una cosa e l’altra, la sera arrivò molto in fretta.

Andai al locale con la mia famiglia, avevo ai piedi dei tacchi che mi sembravano altissimi, sui quali non sapevo neanche camminare (e che di lì a poco sarebbero rimasti accantonati tutta la sera in angolo della stanza). Arrivai presto, in modo da essere pronta ad accogliere gli invitati. La sala mi sembrava essere più grande del solito, con i palloncini colorati e i tavoli sistemati perfettamente.
I minuti non passavano mai; pensavo per assurdo che non sarebbe arrivato nessuno.

Invece in mezz’ora la sala si riempii e vennero proprio tutti. Amici, parenti, compagni di classe, colleghi del giornale e del corso di inglese. Tutti, era incredibile. Non mancava nessuno. Vestiti bene, perfetti nei loro abiti migliori.
Un leggero timore rimaneva però con me. Temevo che non si sarebbero divertiti.

La serata invece trascorse nel migliore dei modi. Mangiammo, cantammo, ballammo. Un’allegria che non avevo mai visto, una vicinanza piacevole. Sentivo che mi volevano tutti bene, mi guardavo attorno e pensavo che erano tutti lì per me.

Non mancarono le sorprese. Un video bellissimo con tutte le mie foto e nel sottofondo la canzone che (dicono) più mi rappresenta, quella che (dicono) sembra sia stata scritta per me. E poi un cartellone su cui tutti hanno scritto qualcosa. Ogni tanto lo rileggo e mi commuovo sempre.
Al momento della torta, mio padre fece un discorso bellissimo. Poche parole, semplici. Mi sono rimaste nel cuore.

Insomma, è stata una serata bellissima.
Bellissima perché ho sentito come poche volte nella mia vita la vicinanza di tante persone; il bene che provavano nei miei confronti.

Con questo post partecipo al contest di Gioia. Affrettatevi: scade il 20 dicembre.

mercoledì 14 dicembre 2011

Ogni tanto qualche cambiamento fa bene

Sì, cambiamento, avete letto bene. Quella cosa che io tanto odio, abitudinaria per come sono. Eppure ogni tanto se ne sente la necessità. Un cambiamento, anche piccolo.
È quello che ho detto alla mia parrucchiera di fiducia, mentre mi lavava i capelli.
Mi ha fatto la classica domanda un po' retorica: “facciamo una spuntatina?”. Si aspettava che le dicessi il classico sì. Anche lei sa che sono abitudinaria.
Invece no, questa volta l’ho sorpresa. Mi sono auto-sorpresa sentendomi dire quelle parole.
No, questa volta si cambia”.

Ho deciso di fare un taglio netto.
Ho spiegato per sommi capi cosa avevo intenzione di fare; lei ha capito subito, anche se era un po’ incredula.
Sì, perché lei ha paura a tagliarmi i capelli. Solitamente sottolineo in modo un po’ minaccioso le mie volontà; il mio concetto di “spuntatina” è ben preciso e diverso da quello del parrucchiere medio italiano.

Insomma, dopo lo sconcerto iniziale si è messa all’opera. Vedevo cadere le ciocche dei miei capelli, seduta rigida sulla poltrona. Lo specchio regalava un’immagine di me poco carina: occhi leggermente sgranati e un po’ terrorizzati che seguono il minimo movimento di forbice; un’odiosa mantellina verde chiaro addosso e stretta al collo e la vocina interiore che recita “Dai Chiara, si deve pur cambiare ogni tanto. Crescono i capelli, crescono....”.

Pervasa da questi pensieri, l’operazione taglio si conclude e si inizia quella piega.
La mia parrucchiera è veloce: si arma di phon e spazzola e in dieci minuti riesce a concludere il suo lavoro. Io però non sono molto lucida. Sono distratta dalla vocina interiore; penso ai possibili cappelli di lana da usare in caso di tragedia, penso a …

Chiara, abbiamo finito!”. È la parrucchiera. Sorride.
Mi guardo bene allo specchio, mi giro di lato.
Sono incredibilmente soddisfatta del mio nuovo taglio.
È un carrè asimmetrico: lungo davanti, corto dietro. Liscio, splendido.
Mai stata così contenta.
Addio ai capelli lunghi.

Anche la mia parrucchiera è contenta. Capisce subito se sono soddisfatta o meno del suo lavoro.
Quando esco mi guardo riflessa sulle vetrine dei negozi.
E non vedo l’ora che mi vedano i miei amici.

venerdì 9 dicembre 2011

In attesa delle vacanze

Ho una grande voglia di vacanze. Conto i giorni che mi separano dal treno che mi riporterà a casa e prego il cielo che non nevichi.
Nel frattempo faccio quello che uso fare di solito: cerco di decifrare il mio libro di penale, vado a scaricarmi in palestra, esco con gli amici.
Ho addobbato un po’ l’appartamento. Un alberello di Natale alto trenta centimetri con attorno un filo di perline dorate; qualche babbo natale appeso qua e là e una piccola ghirlanda attaccata alla porta di casa. Così, giusto per farmi forza e ricordarmi che le vacanze prima o poi arrivano.

La mattina, uscire dal letto è proprio dura. L’idea di dover fare colazione è l’unica cosa che mi spinge ad abbandonare il piumone. Preparo la tavola di sera, prima di andare a dormire. Tovagliette, tazza, cucchiaino, cereali. Manca un mazzolino di fiori in mezzo al tavolo per farmi sentire nel bel mezzo di una pubblicità della Mulino Bianco.
Ho imparato a fare colazione da qualche mese; prima prendevo al massimo un caffè. È bello iniziare la giornata davanti ad una tazza di orzo bollente, riscaldarsi le mani tenendola stretta e farsi coraggio a mangiare almeno un yogurt con qualcosa dentro.
Ho preso anche l’abitudine di mangiare la mela cotta di sera. E non ditemi che sa “di ospedale” o di bambino piccolo. È buona. Ci metto su la cannella e lo zucchero di canna e la mangio seduta sul letto, avvolta da un caldo plaid rosso, in compagnia di un bel libro.
È la mia quotidianità. È il ripetere ogni giorni gli stessi gesti.

Voi come state? Come procede la vostra attesa del Natale?

martedì 6 dicembre 2011

La donna in gabbia



Ricordate l’iniziativa della Marsilio Editori?
Ho finito la mia lettura ieri sera ed ora eccomi qui a recensire il libro.

“La donna in gabbia” è la stravolgente storia di Merete,una parlamentare danese, rapita mentre si trovava in un traghetto insieme all’adorato fratello minore Uffe, un trentenne con problemi mentali conseguiti a causa di un drammatico incidente stradale che coinvolse due macchina e fece diverse vittime, tra cui i genitori di Merete e Uffe.

La donna si ritrova a vivere diversi anni chiusa in una stanza buia (o, a volte, troppo illuminata), a domandarsi il motivo di quella reclusione, a cercare di pensare a qualcosa di bello, pur di non diventare pazza. I suoi pensieri principali, inutile dirlo, sono rivolti ad Uffe.

La polizia danese aveva intanto archiviato il caso, sostenendo che la donna si fosse gettata in mare, forse spinta dal fratello incapace. Il caso viene riaperto in seguito all’istituzione, presso la polizia danese, della Sezione Q, destinata ad occuparsi di casi irrisolti. Al suo vertice si trova Carl, uno scontroso e scrupoloso poliziotto, vittima anni prima di un tragico incidente sul lavoro in cui rimase irreversibilmente leso un suo collega.
Insieme ad Assad, enigmatico ma valido aiutante siriano, Carl ripercorrerà la vicenda, indagherà nel modo più professionale possibile, prestando attenzione anche ai più piccoli dettagli, quelli che in realtà si riveleranno i più significativi.
Il finale è totalmente inaspettato e, aggiungerei, anche un po’ commovente.


Solitamente i gialli non attirano molto la mia attenzione. Preferisco romanzi moderni o classici. Questa volta ho deciso di provare qualcosa di nuovo, dedicandomi, appunto ad un giallo. Sono rimasta soddisfatta dalla lettura (ne è la prova il breve tempo che ho impiegato a leggere): lineare, coinvolgente, appassionante. La curiosità di scoprire il finale, nel susseguirsi delle pagine, è veramente tanta, anche perché non è facile farsi un’idea del motivo della reclusione di Merete.
Mi sono così ritrovata a rivalutare questo genere di libri e credo proprio che ne leggerò altri in futuro.

Non mi resta altro che ringraziare la Marsilio Editori per la splendida opportunità che mi ha concesso.

Ps: presto un post sulla mia esperienza di lettura di un ebook.

lunedì 5 dicembre 2011

Il libraio

Il negozietto dei libri usati è per me una sorta di paradiso: piccolo, accogliente, con quel bilanciamento ideale tra caos e ordine che non lo fa sembrare né un vecchio magazzino e neanche un posto troppo perfetto dove non hai voglia neanche di prendere in mano un libro per il timore di rovinarlo.
Il proprietario è un uomo giovane e sorridente. Pure interessante, a mio modesto avviso. Anche la sua cortesia è bilanciata: non sfocia mai in invadenza quando chiedi un consiglio e neanche in freddezza pura.
Alla cassa, regala sempre un segnalibro. Ne avrò una decina a casa.

Un mesetto fa sono andata a scegliere un libro e anche quella volta mi ha saputo dare le giuste, preziose indicazioni, mostrandomi tra gli altri, un libro vecchissimo ma che presumo sia super interessante.
Alla cassa ho notato la locandina di un vecchio film che ho visto molto tempo fa. Mi era piaciuta tanto la storia. Gli ho dato i miei complimenti per la scelta e lui ha iniziato a raccontarmi il perché dell’esposizione di quella locandina.

A quanto parte è stato un film che ha giocato un ruolo importante nella sua vita: gli ha dato una marcia in più per riuscire a cambiare la strada che aveva intrapreso, quella sicura, magari conforme ai suoi anni di studi, ma che non gli regalava la serenità di cui tutti abbiamo bisogno.

È stato bello conoscere la sua esperienza, raccogliere quella confidenza e conservarla come qualcosa di prezioso. Conoscere le vite degli altri mi appassiona veramente tanto.

Buona settimana!
(e scusate l'assenza).