Mi ero quasi dimenticata di che rumore facesse la sveglia quando doveva buttarmi giù dal letto. Avevo mandato in ferie anche lei, salvo richiamarla ogni tanto e sempre ad orari più umani rispetto a quelli ai quali l'avevo abituata.
Ieri sera l'ho puntata alle otto, minuti in più, minuto in meno. Quando l'ho impostata ero affetta dalla più classica sindrome di depressione da rientro, quella che ti coglie inesorabilmente in un ampio arco di ore successive al rientro.
Stamattina, quando ha suonato, è stato come essere colti da uno scossone. Nell'immediata incoscienza di chissà quale esatta fase del sonno, ho pensato fosse un incubo. Quando ho iniziato a realizzare, mi sono chiesta per prima cosa dove mi trovassi.
" A casa su, per forza. Qui c'è silenzio. Giù c'è sempre qualcuno che urla".
E infatti...
Alzarsi dal letto, per chi odia in particolar modo le sveglie, è sempre un piccolo trauma. Riesco a staccarmi dal cuscino solo se penso che fare le cose di fretta non mi è mai piaciuto.
E quindi su, in piedi. A realizzare un'altra semi-catastrofe.
Oggi è uno. UNO SETTEMBRE.
La data più odiata ed amata insieme da chissà quante persone. Nuovi inizi, nuovi propositi che neanche a Capodanno. La palestra, la dieta, il fumo. L'ordine, le amicizie, la vita regolata.
Non posso dire di essere diversa dal resto del mondo.
Ho pensato anche io intensamente a dieta e attività fisica, considerando gli innumerevoli chili accumulati nel giro di due anni. La colazione, infatti, è stata ben diversa da quelle a cui purtroppo mi ero abituata. Il cornetto pieno di crema è stato sostituito con il pane integrale e miele ed i biscotti con un tristissimo yogurt magro.
Ho tirato fuori dall'armadio il vestito che di solito mettevo la sera per uscire. Ho inforcato la mia bicicletta e sono partita.
Stesso percorso, stesse fermate. Stesso rumore di bicicletta. Uguali i negozi, le facce, le persone. In un mese non è cambiato niente qua.
Gesti meccanici, uno dietro l'altro. L'arrivo, le chiavi nella toppa, il parcheggio, la catena. E poi le scale, i saluti.
A spezzare la routine la mia scelta.
Ci ho pensato tanto. Mesi, settimane. Scelte ponderate, ragionate. Frutto di bilanciamenti tra pro e contro, tra istinto e ragione.
Il risultato è stato uno.
Mollare.
Detto così, suona male. Sembra una sconfitta, la deposizione delle armi.
Ci ho pensato veramente tanto prima di decidere. O forse, ripensandoci, neanche così tanto.
E' stata una decisione presa in parte d'istinto, in parte no.
Dicono che alla mia età abbiamo tutta la vita davanti.
Io, nella mia di vita, ho sempre dovuto correre tanto. Correre a laurearmi, a dare risultati, soddisfazioni a quei genitori che a volte mi pensano e a volte no.
Ce l'ho sempre fatta, potrei dirmi soddisfatta. O meglio, potrei dire che gli altri (alcuni) siano soddisfatti di me.
Ma io lo sono?
A diciotto anni ho accantonato i miei sogni nel tentativo che si realizzassero quelli che gli altri avevano scelto per me. Era un modo insolito per conquistarmi l'affetto delle persone care.
Ho imparato però che prima o poi la vita ti presenta il conto. Sotto forma di noia, di insofferenza, di chissà quale altro malessere, ma te lo presenta. Voce per voce.
Il mio è arrivato nel giro di qualche mese, unito ad altre ben chiare ragioni che mi hanno spinto a mollare.
E così è stato.
Ho iniziato il mio settembre, il mio "anno nuovo" chiudendo un capitolo, nel giorno in cui - al contrario -se ne dovrebbero aprire di nuovi.
Ci pensavo al ritorno, dopo aver salutato quelle facce che per mesi e mesi avevo visto mille ore al giorno, adesso un po' sconcertate dal mio annuncio inatteso.
Pedalavo, osservavo la strada che ho percorso con i più svariati stati d'animo negli ultimi mesi. Mi sono sentita più leggera.
Ho iniziato l'anno nuovo chiudendo un capitolo.
Ma finché ad ogni capitolo che si chiude corrisponde uno che si apre, allora forse va tutto bene.
Ho una nuova avventura che mi aspetta dietro l'angolo. Non so dove mi porterà, ma se mi conosco un pochino so che mi darà soddisfazioni.
So che un giorno mi ringrazierò semplicemente per il fatto di aver seguito il mio cuore.
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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martedì 1 settembre 2015
venerdì 5 aprile 2013
Di sogni confessati
Capita che ti svegli la mattina e scopri –senza tanto stupore- che piove anche oggi. Tra uno yogurt (alla vaniglia, sono tornata ai gusti dei comuni mortali) e uno spazzolino da denti, tra un calzino spaiato e una lente a contatto che fatica a stare dove dovrebbe stare, capita di pensare che la banalità della frase “non esistono più le mezze stagioni” racchiude al suo interno quella che d’ora in avanti definirò la Somma Verità. E giuro, anzi prometto solennemente che la prossima volta che sentirò una vecchia pronunciare quelle sei parole una dietro l’altra, non formulerò automaticamente nella mia testa il pensiero “eccheppalleoh”.
Capita che mi rendo conto del fatto di essere diventata monotematica, di non fare altro che scrivere di pioggia da un po’ di tempo a questa parte, ma provate a capirmi: mi sono un po’ scocciata di sentirmi in autunno quando dovrebbero spuntare le prime margherite in giro.
E poi ho due paia di ballerine nuove che attendono di essere inaugurate.
Capita che decido saggiamente di esorcizzare tutto questo grigio, tutta questa tristezza esistenziale portata qui da questi maledetti nuvoloni ascoltando dalle cuffie di quel meraviglioso oggetto che è l’iPod le migliori canzoni dell’estate scorsa.
E sti cavoli. Io mi sento subito bene. Basta poco.
Capita che la smetto di parlare di meteo, altrimenti pensate che io non abbia niente di meglio di cui scrivere.
In tutto ciò ci scappa anche un pomeriggio in aula studio, senza voglia di studiare. È venerdì ed io sono stanca. Il caffè della macchinetta non fa effetto. Capita di ritrovarmi a fissare la roba che dovrei leggere,capire, sottolineare, schematizzare, memorizzare. Mi sento già con l’acqua alla gola e siamo solo al cinque di aprile. Qualcuno avrebbe dovuto fermarmi nel momento in cui ho deciso di iscrivermi a giurisprudenza, altro che incitarmi a fare questo passo, altro che dirmi “si, guarda che potrai fare un sacco di cose dopo”.
Un sacco di cose, come no.
Il pensiero del “dopo” mi si sta riproponendo con una certa insistenza in testa, da qualche settimana a questa parte. A quanto pare non sono la sola: M. è preoccupata quanto me. Ma il fatto di essere in due mi consola.
Ho un sogno nel cassetto che non ha niente a che fare con quello che sto studiando.
L’altro giorno l’ho detto, l’ho confessato.
Il collega cinquantenne troppo gentile mi ha chiesto cosa studio e se mi piace.
Mi ha chiesto cosa voglio fare “da grande”.
Mi ha fatto queste domande per conversare, per staccare gli occhi da quel computer che fissava da ore senza badare ad altro. Non sa che in quel momento non poteva chiedermi di meglio, non sa il bene che mi ha fatto dire certe cose. Dirle così, senza pensarci. Dirle naturalmente, con tutta la spontaneità che solo certi sogni possono avere.
Non l’ho guardato neanche, mentre rispondevo. Guardavo e sistemavo le cartelle blu, meccanicamente.
A me piace scrivere. Eh sì, io voglio scrivere un libro.
È la seconda volta che confesso a voce il mio sogno. La prima è stata a diciotto anni appena compiuti, al mio esame di maturità. La mia tesina parlava del sogno. Il prof. mi chiese quale fosse il mio sogno nel cassetto.
Io lo guardai un istante e lo dissi, a voce alta e chiara. Lo dissi davanti alla commissione, davanti ad una ventina di amici venuti lì per ascoltarmi.
Il mio sogno è scrivere un libro.
E si, diciamolo pure. Per me, dire una cosa a voce è più difficile che scriverla.
Ci vuole più impegno, ci vuole più coraggio.
martedì 26 marzo 2013
Un tempo, quando ero piccola
Piove ancora, piove anche oggi.
Montgomery, ancora. Con la cerniera tirata su fino al collo. E poi la sciarpa di lana, quella che la mia amica mi ha regalato per Natale. Ha scelto la lana più morbida, quella più calda e ha chiesto a sua madre di fare una sciarpa per me. Un regalo gradito, utile. Un regalo che porto sempre con me da mesi, nonostante la mia collezione conti ormai quasi una trentina di pezzi.
E con la sciarpa gli stivali.
E con gli stivali, l’ombrello rosso.
Di fretta, anche oggi.
Inizio a pensare che la fretta sia soltanto un mio stato mentale. Il camminare per strada velocemente come se stessi per perdere il treno della mia vita, quei passi svelti uno dietro l’altro. Sono un razzo, è difficile starmi dietro. E per me è difficile stare dietro agli altri, quella gente normale che cammina come tutti i comuni mortali.
Forse non sono mai realmente in ritardo, ma nonostante questo faccio sempre tutto di fretta, complice l’orologio che ho al polso, le cui lancette sono perennemente spostate qualche minuto avanti.
Devo sistemare l’orario, mettermi in regola con il Mondo.
Me lo ripeto spesso, ma non lo faccio mai. Potrei alzarmi dal letto, adesso. Raggiungere il mobile sotto lo specchio, afferrare l’orologio e sistemarlo. Invece me ne sto qui, al caldo sotto il plaid rosso, nel silenzio di questa casa ormai solitaria.
Un quarto d’ora a piedi e sono a destinazione, al lavoro. La gente normale impiegherebbe mezz’ora o venti minuti a percorrere lo stesso mio tragitto.
Saluto i colleghi, tolgo gli strati di lana che mi hanno protetta dal freddo stamattina. Qui dentro si muore di caldo, ci saranno trenta gradi almeno.
Mi svesto velocemente, di fretta.
Chissà che pensano di me qua dentro. Sono la solitaria, silenziosa Chiara. Quella che apre bocca solo per dire “Ok”,oppure “va bene”, o al massimo “certo, lo faccio subito”.
Passo dalla stanza piccola, dove c’è la scrivania di uno dei responsabili. Con lo sguardo vado dritta nella scatola dei documenti da posare, dritta al mio obiettivo. Mi accorgo qualche istante dopo essere entrata nella stanza di una presenza anomala. È una bambina, seduta alla scrivania. I capelli ricci e scuri, il viso tondo e le guance rosse. I piedi non le arrivano al pavimento. Sta seduta, muove le gambe nel vuoto. Prima una,poi l’altra. Un moto perpetuo.
E questa cosa ci fa qua? Da dove viene?
La saluto, le sorrido. È una sorpresa piacevole. Si chiama Serena e penso proprio sia figlia di qualcuno che lavora qui.
Sistemo i documenti nelle loro cartelle, quando ho finito entra G., il collega quarantenne superconcentrato, quello che dopo dieci giorni di lavoro insieme mi ha rivolto un “Scusa, ma tu come ti chiami chè non mi ricordo il tuo nome?”.
Ecco, il mio nome non me l’aveva mai chiesto prima.
Serena è la sua bambina. Non le somiglia affatto. Quindi è la stessa che si vede nel desktop del suo computer, a meno che non sia qualche sorella piccola. Starà qui qualche ora, parcheggiata in questa scrivania ad annoiarsi un po’, per poi essere prelevata da qualche familiare e portata in un altro posto.
Passo il tempo successivo a lavorare con G., in silenzio. Lui ordina, io eseguo.
Ogni tanto lancio uno sguardo alla piccola Serena. Disegna su un foglio bianco. Non ha i colori e quindi usa gli evidenziatori dell’ufficio. Non ho idea di cosa stia creando la nostra piccola artista. Certo è molto impegnata.
Serena mi ricorda me, anni e anni fa. Quando ero piccola mi piaceva andare nell’ufficio con papà. Mi ci portava ogni tanto, quando era in servizio di pomeriggio e sapeva che il lavoro sarebbe stato un po’ meno del solito.
Mi sistemavo anche io in un angolo, su qualche scrivania non occupata dai suoi colleghi. Prendevo qualche foglio di carta e mi dilettavo a disegnare e colorare con tutto quello che trovavo nel portapenne. Le mie improbabili opere d’arte venivano regalate ai colleghi di papà, con tanto di stupore, gioia e ringraziamenti. Probabilmente qualche ora dopo erano già nella spazzatura, insieme a chissà cos’altro. Negli anni novanta non si faceva la differenziata.
Quando mi scocciavo, andavo nel giardinetto vicino all’edificio dove lavorava. C’erano delle giostre: uno scivolo, l’altalena, un dondolo. La mia preferita era l’altalena, mi piaceva volare in quel modo. Lo scivolo un po’ mi faceva paura. Prima la scaletta, dovevo star attenta a mettere i piedi nel posto giusto. Poi arrivavo in cima, mi sedevo e da lì si arrivava in un attimo in fondo. Quel momento in cui dovevo abbandonarmi a me stessa e scivolare giù, un po’ mi spaventava.
Quando papà andava in pausa, lo accompagnavo al bar. Un caffè per lui, un succo di frutta per me.
E poi di nuovo dentro, fino all’ora di chiusura.
Serena però sembra annoiarsi, adesso. Forse non vede l’ora di uscire da qui, forse non le piacciono gli evidenziatori azzurri. Non piacciono neanche a me.
Quando vengono a prenderla, la piccola sembra contenta di andar via. Si veste velocemente, dà un bacio al padre, poi si gira verso di me e mi saluta.
Ricambio, le sorrido.
Ciao Serena. Mi hai fatto ricordare di quando ero piccola.
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domenica 7 ottobre 2012
Pensieri del venerdì sera
Finisce dunque un’altra giornata di lezioni, di autobus, di posti sempre pieni. Di musica nelle orecchie, di gente pazza che incontro solo io. Finisce una giornata col buio che avanza, con i piedi mezzi tagliati dalle ballerine scomode e il trucco sbiadito.
Mentre cammino verso casa, col passo sempre un po’ troppo veloce, pregusto la cena di stasera, che non è certo fenomenale, ma per lo meno riuscirà a placare la mia fame del momento. Penso a quando toglierò i jeans per infilare la mia tuta comoda; a quando legherò i capelli dimenticandomi di averli. Penso a quando accenderò la tv e scoprirò che non c’è niente di interessante.
Penso al tipo che stamattina rideva di gusto alle nostre battute, senza neanche conoscerci. A quell’altro che girava tranquillamente per i corridoi con la maglietta messa al contrario.
Penso anche ad un messaggio, quello della mia amica. Stamattina mi ha scritto di un sogno fatto, quello della sua vita tra dieci anni. Ha detto che c’ero anche io, che non mi anticipa cosa facevo.
“Ti dico solo che eri una grande e che lo sarai”.
Mi ha messo curiosità. Cos’avrei potuto fare io tra dieci anni? Io che al momento una delle mie paure più grandi è quella di svegliarmi il giorno dopo della laurea e non sapere cosa fare, dove andare e perché farlo. Io che non so neanche a quale prof chiedere la tesi, mentre c’è tanta gente che ha già iniziato a scriverla. Io che mi guardo intorno e non so se sono nel posto giusto. Io e i miei sogni sbiaditi e incerti.
Io che penso di non sapere fare nulla; che da un anno a questa parte, il sabato mattina vado a fare la spesa al centro commerciale con il mio CV in borsa, pronta a destinarlo al primo negozio nella cui vetrina c’è il cartello “cercasi commessa” e non capisco perché chi ha un lavoro del genere si lamenti perché tocca lavorare anche la domenica. Non che il mio sogno sia quello di fare la commessa, ma l’idea di mantenermi anche solo un minimo da sola non mi dispiace affatto.
Il messaggio finiva con un “noi eravamo sempre lontane, ma la distanza non aveva avuto alcun effetto sulla nostra amicizia”.
Il che è più che un sollievo. In un mare di incertezze, conosco per fortuna le persone su cui posso contare. So che oggi c’è lei; so che se oggi rispetto la sua amicizia (e lei rispetta la mia), allora la troverò al mio fianco anche domani.
Così faccio un ragionamento veloce. In fondo, chi lo sa, forse la mia vita funziona davvero un po’ come questa amicizia. Se mi rispetto oggi, se faccio quello che realmente voglio fare, se non mi accontento, se seguo i miei piccoli sogni, forse domani sarò soddisfatta di quello che ho fatto ieri.
In fondo la vita di ognuno è fatta di ieri, di domani e soprattutto di oggi. È fatta di piccole cose.
Senza accorgermene sono già arrivata al portone. La vicina di casa che incontro lì davanti mette punto a questi pensieri forse un po’ stupidi e scontati. In fondo ho partorito una cosa ovvia. La differenza, però, sta nel fatto che per una volta sono convinta di quello che penso.
[Comunicazione di servizio: date un'occhiata all'iniziativa di Marco: Foglie sulla neve]
venerdì 30 settembre 2011
Fine settembre
Finalmente questo mese è finito: mi è sembrato lunghissimo; se penso che invece sono stati solo trenta giorni, non mi sembra vero. Ne ho percepiti il doppio. E dire che è stato solo trenta giorni fa che ero un po’ malinconica, a causa della bella stagione che finiva.
Settembre è un mese di “transizione”, il mese in cui idealmente si chiude un capitolo e se ne apre un altro.
Sono serena, ma non lo grido troppo forte a causa di quel pensiero, di quella strana legge che prevede l’avvenimento di una sorta di disgrazia non appena si tira un sospiro di sollievo.
Di capitoli ne sto chiudendo un paio e ho anche gettato le basi per la realizzazione di qualche sogno stipato nel cassetto da troppo tempo. Mi sento bene, sto pensando a me stessa, alla mia vita e guardo a tutto il resto da una prospettiva diversa, in un certo senso ad un passo più lontano del solito.
Non è egoismo, non ne sono capace purtroppo. È solo voglia di una sorta di rinascita che tardava un po’ ad arrivare. È solo voglia di iniziare ad amarmi di più.
Quando qualche brutto ricordo si avvicina, lo scaccio via pensando al futuro. E funziona, per adesso. Mi sento meglio.
Ho cambiato un po’ le mie abitudini. Nel tardo pomeriggio metto una tuta e le scarpe di ginnastica e chiudo alle spalle la porta di casa. Porto con me una piccola pochette blu: dentro ci metto le chiavi, qualche spicciolo e il cellulare che però tengo rigorosamente senza suoneria per non essere disturbata. Inizio a camminare, con l’ipod alle orecchie. Prima a passo lento, poi più sostenuto e poi di nuovo lento. Non so neanche io quanti chilometri faccio in quell’ora, non mi interessa. Mi fa stare bene. Tutto il resto non conta.
Quando vedo che il cielo inizia ad essere un po’ più cupo, torno indietro, verso casa. Ho preso l’abitudine ormai. Due giorni fa pioveva, quindi niente passeggiata. Mi sono sentita quasi persa.
Sto cercando anche un lavoro per il fine settimana, ho lasciato il mio curriculum in qualche negozio, sperando che qualcuno mi chiami. Tengo le dita incrociate e ci spero anche tanto.
Ho ripreso le varie attività universitarie, ricominciato i corsi e dato un esame. Dalla prospettiva dell’inizio, mi sembra che quest’anno universitario sia un po’ più difficile degli altri, ma non mi scoraggio. Se sto bene dentro, posso affrontare tutto in modo diverso, credo migliore.
Ecco, alla fine non so quante volte ho scritto in questo post che sto bene. Alla faccia “di quella strana legge che prevede l’avvenimento di una sorta di disgrazia non appena si tira un sospiro di sollievo”.
Se sto bene, sto bene. Ed è inutile nasconderlo. Lo si vede, credo, da come scrivo. Lo si vede da quel sorriso che ho stampato in faccia, anche in questo momento.
Settembre è un mese di “transizione”, il mese in cui idealmente si chiude un capitolo e se ne apre un altro.
Sono serena, ma non lo grido troppo forte a causa di quel pensiero, di quella strana legge che prevede l’avvenimento di una sorta di disgrazia non appena si tira un sospiro di sollievo.
Di capitoli ne sto chiudendo un paio e ho anche gettato le basi per la realizzazione di qualche sogno stipato nel cassetto da troppo tempo. Mi sento bene, sto pensando a me stessa, alla mia vita e guardo a tutto il resto da una prospettiva diversa, in un certo senso ad un passo più lontano del solito.
Non è egoismo, non ne sono capace purtroppo. È solo voglia di una sorta di rinascita che tardava un po’ ad arrivare. È solo voglia di iniziare ad amarmi di più.
Quando qualche brutto ricordo si avvicina, lo scaccio via pensando al futuro. E funziona, per adesso. Mi sento meglio.
Ho cambiato un po’ le mie abitudini. Nel tardo pomeriggio metto una tuta e le scarpe di ginnastica e chiudo alle spalle la porta di casa. Porto con me una piccola pochette blu: dentro ci metto le chiavi, qualche spicciolo e il cellulare che però tengo rigorosamente senza suoneria per non essere disturbata. Inizio a camminare, con l’ipod alle orecchie. Prima a passo lento, poi più sostenuto e poi di nuovo lento. Non so neanche io quanti chilometri faccio in quell’ora, non mi interessa. Mi fa stare bene. Tutto il resto non conta.
Quando vedo che il cielo inizia ad essere un po’ più cupo, torno indietro, verso casa. Ho preso l’abitudine ormai. Due giorni fa pioveva, quindi niente passeggiata. Mi sono sentita quasi persa.
Sto cercando anche un lavoro per il fine settimana, ho lasciato il mio curriculum in qualche negozio, sperando che qualcuno mi chiami. Tengo le dita incrociate e ci spero anche tanto.
Ho ripreso le varie attività universitarie, ricominciato i corsi e dato un esame. Dalla prospettiva dell’inizio, mi sembra che quest’anno universitario sia un po’ più difficile degli altri, ma non mi scoraggio. Se sto bene dentro, posso affrontare tutto in modo diverso, credo migliore.
Ecco, alla fine non so quante volte ho scritto in questo post che sto bene. Alla faccia “di quella strana legge che prevede l’avvenimento di una sorta di disgrazia non appena si tira un sospiro di sollievo”.
Se sto bene, sto bene. Ed è inutile nasconderlo. Lo si vede, credo, da come scrivo. Lo si vede da quel sorriso che ho stampato in faccia, anche in questo momento.
giovedì 14 ottobre 2010
Alla ricerca di un lavoretto
Sono alla ricerca di un lavoro, uno che sia serio, adatto almeno un po’ alle mie esigenze e ai miei orari. Qualcosa di normale, certo non cerco chissà quale importante impiego, anche perché, pur mettendomi di impegno, non lo troverei mai.
La settimana scorsa ho aperto un giornale locale che di solito ha una decina di offerta e circa un centinaio di domande di lavoro. Mi sono soffermata in particolar modo su due e ho chiamato entrambi.
Uno l’ho scartato subito perché incompatibile sotto tanti aspetti, l’altro l’ho preso sul serio e il tizio che mi ha risposto mi ha dato un appuntamento. Sull’annuncio si cercavano telefoniste.
Mi sono accertata tramite internet che non si trattasse di telefoni a luci rosse, ho cercato l’indirizzo, le strade per arrivarci e il giorno dopo mi sono recata in questo posto (non da sola, ovviamente).
La sede non era delle migliori, collocata in una via nascosta. Un posto spoglio, triste.
Mi ha accolta un tipo strano che si presentava più che male. Sciatto, altissimo, brutto, gobbo, strano.
Ma siccome mi hanno insegnato che non bisogna mai fermarsi alle apparenze, dopo la mezza idea di fare finta di aver sbagliato indirizzo, ho deciso di rimanere.
Il tizio strano mi ha chiesto perché fossi lì, allora gli ho spiegato il motivo. Lui, con tono da investigatore mi chiede “Ma sei maggiorenne almeno?”.
Maggiorenne io? No, ma che. Ho dieci anni e faccio la quinta elementare. Perché, non si vede?
Bene, sciolto il suo dilemma sulla mia età, ha iniziato a farmi domande un po’ più reali e dopo un po’ ci ha detto di accomodarci in un’altra stanza per iniziare “il colloquio di lavoro” come ha detto al suo compare.
Lì ha finito con l’interrogatorio e ha iniziato a spiegarmi il lavoro.
Praticamente avrei dovuto passare mezza giornata a chiamare in giro per le case, rompendo la gente con allegre richieste di fondi per cause sicuramente giuste, ma conoscendo già solo la mia famiglia e il rapporto con i call-center, la mia mente immaginava che avrei raccolto più che soldi, innumerevoli maledizioni da parte di svariati sconosciuti.
Giustamente, il lato economico della faccenda viene fuori sempre alla fine del colloquio. Anche questo deludente. Ma no anzi, che dico.
“deludente” presuppone qualcosa che esiste già, mentre il “guadagno” in questo caso è un qualcosa di pressoché inesistente, un’entità per il 90% astratta.
Il guadagno, come il tipo strano lo ha definito, è una scarsa percentuale su ogni offerta conclusa.
Dopo questo, ho chiesto degli orari di lavoro, della possibilità di un periodo di prova. Ho fatto queste domande tanto per non alzarmi di scatto e andare via, per non sembrare maleducata o insensibile verso la causa generale dell’impiego.
Finite le domande di cortesia, finisce anche il colloquio.
Lui speranzoso mi chiede se mi rivedrà domani per cominciare.
Io delusa dico la fatidica frase “Le farò sapere”.
Primo colloquio di lavoro, deludente quanto volete, ma per lo meno a dire la frasetta magica sono stata io!
La settimana scorsa ho aperto un giornale locale che di solito ha una decina di offerta e circa un centinaio di domande di lavoro. Mi sono soffermata in particolar modo su due e ho chiamato entrambi.
Uno l’ho scartato subito perché incompatibile sotto tanti aspetti, l’altro l’ho preso sul serio e il tizio che mi ha risposto mi ha dato un appuntamento. Sull’annuncio si cercavano telefoniste.
Mi sono accertata tramite internet che non si trattasse di telefoni a luci rosse, ho cercato l’indirizzo, le strade per arrivarci e il giorno dopo mi sono recata in questo posto (non da sola, ovviamente).
La sede non era delle migliori, collocata in una via nascosta. Un posto spoglio, triste.
Mi ha accolta un tipo strano che si presentava più che male. Sciatto, altissimo, brutto, gobbo, strano.
Ma siccome mi hanno insegnato che non bisogna mai fermarsi alle apparenze, dopo la mezza idea di fare finta di aver sbagliato indirizzo, ho deciso di rimanere.
Il tizio strano mi ha chiesto perché fossi lì, allora gli ho spiegato il motivo. Lui, con tono da investigatore mi chiede “Ma sei maggiorenne almeno?”.
Maggiorenne io? No, ma che. Ho dieci anni e faccio la quinta elementare. Perché, non si vede?
Bene, sciolto il suo dilemma sulla mia età, ha iniziato a farmi domande un po’ più reali e dopo un po’ ci ha detto di accomodarci in un’altra stanza per iniziare “il colloquio di lavoro” come ha detto al suo compare.
Lì ha finito con l’interrogatorio e ha iniziato a spiegarmi il lavoro.
Praticamente avrei dovuto passare mezza giornata a chiamare in giro per le case, rompendo la gente con allegre richieste di fondi per cause sicuramente giuste, ma conoscendo già solo la mia famiglia e il rapporto con i call-center, la mia mente immaginava che avrei raccolto più che soldi, innumerevoli maledizioni da parte di svariati sconosciuti.
Giustamente, il lato economico della faccenda viene fuori sempre alla fine del colloquio. Anche questo deludente. Ma no anzi, che dico.
“deludente” presuppone qualcosa che esiste già, mentre il “guadagno” in questo caso è un qualcosa di pressoché inesistente, un’entità per il 90% astratta.
Il guadagno, come il tipo strano lo ha definito, è una scarsa percentuale su ogni offerta conclusa.
Dopo questo, ho chiesto degli orari di lavoro, della possibilità di un periodo di prova. Ho fatto queste domande tanto per non alzarmi di scatto e andare via, per non sembrare maleducata o insensibile verso la causa generale dell’impiego.
Finite le domande di cortesia, finisce anche il colloquio.
Lui speranzoso mi chiede se mi rivedrà domani per cominciare.
Io delusa dico la fatidica frase “Le farò sapere”.
Primo colloquio di lavoro, deludente quanto volete, ma per lo meno a dire la frasetta magica sono stata io!
martedì 13 aprile 2010
Generazione mille euro
Il protagonista è Matteo Moretti, un quasi trentenne, con un lavoro precario neanche di suo gradimento. Guadagna 1000 euro al mese per fare qualcosa che non gli piace e che non avrebbe certo voluto fare. Il film si apre con lui nel letto a dormire, pensando a quando da piccolo gli piaceva fantasticare su cosa sarebbe diventato da grande. Immaginava di svegliarsi la mattina su un grande letto, col sottofondo della sua canzone preferita e soprattutto col bacio della sua amata. Invece niente è così: abita in una casa fatiscente con altre due persone, con un pavimento- botola e un soffitto da cui cola acqua. E soprattutto, il suo dolce risveglio non sono le note della sua canzone preferita, ma il tunz tunz della musica del suo vicino di stanza, non c’è neanche il bacio della sua ragazza, ma le urla di protesta del suo coinquilino (che dorme nel suo letto perché la sua stanza è allagata!) che alle dieci del mattino vuole ancora dormire …
“Poi sono diventato grande per davvero, e allora ho smesso di fantasticare … e soprattutto ho imparato l’unica cosa che so della vita: i sogni ad occhi aperti sono una gran cazzata!”
“L’unico lusso che mi concedo è non solo non credere nei sogni ad occhi aperti, ma non credere neppure nella realtà. È semplice e ti rende possibile sopravvivere. Quello che mi succede, non mi riguarda. Tutto qua.”
“Questa è l’unica epoca della storia dell’umanità in cui c’è gente che torna in Molise!”
“Guarda che se vuoi trovare un lavoro, mica funziona così! Funziona come questa cena: non è che puoi pensare a una cosa che ti piace e sperare di trovarla nel frigo, perché hai pochissime possibilità di trovarla, diciamo … un 3% scarso! Tu devi invertire le azioni: apri il frigo, trovi il tonno e ti convinci che il tonno è esattamente quello di cui avevi voglia. Penne lisce con la ricotta? È il mio piatto preferito!”
“Hai presente il concorso all’università? Il sogno della mia vita (…) L’ha vinto uno di Verona, nipote di un senatore pare … Comunque, questo altro anno ce ne sarà un altro e io ci riprovo! Finiranno prima o poi sti cazzo di nipoti …..”
“Il mio nome è Matteo Moretti, ho 31 anni e sono un precario. Do ripetizioni di matematica, lavoro part-time nello studio di un commercialista e correggo bozze per una rivista scientifica. Non so se mi rinnoveranno il contratto, non so cosa farò tra sei mesi, non ho idea di quale sarà il mio futuro. Guadagno in tutto 940 euro al mese”
Alla fine del film la situazione economica di Matteo non è di molto cambiata, non è migliorata, non sa ancora cosa farà domani, però è più tranquillo, è più sorridente. Sapete perché? Perché la mattina, quando si sveglia non si ritrova più sotto una catapecchia,ma è in una casa migliore, più bella di quella di prima. Non c’è il tunz tunz dell’amico, ma la dolce melodia di una bellissima canzone. E soprattutto, non ci sono proprio le urla del suo coinquilino a dargli il buongiorno, ma il bacio della sua cara amata.
Un bel film, mi è piaciuto tanto. Primo perché non si poteva trovare titolo migliore, ormai questa è veramente la generazione 1000 euro! Che poi, mille euro se ti va bene, altrimenti neanche quelli! Poi gli attori sono bravi, alcune battute veramente formidabili. E la morale della storia è che certamente i soldi ti aiutano a star meglio, ti permettono un tenore di vita migliore, ma in fin dei conti quello che è veramente importante è avere accanto una persona fantastica, quella che ami. In fondo la felicità è fatta di piccole cose. Come al mattino un bacio di buongiorno.
“Poi sono diventato grande per davvero, e allora ho smesso di fantasticare … e soprattutto ho imparato l’unica cosa che so della vita: i sogni ad occhi aperti sono una gran cazzata!”
“L’unico lusso che mi concedo è non solo non credere nei sogni ad occhi aperti, ma non credere neppure nella realtà. È semplice e ti rende possibile sopravvivere. Quello che mi succede, non mi riguarda. Tutto qua.”
“Questa è l’unica epoca della storia dell’umanità in cui c’è gente che torna in Molise!”
“Guarda che se vuoi trovare un lavoro, mica funziona così! Funziona come questa cena: non è che puoi pensare a una cosa che ti piace e sperare di trovarla nel frigo, perché hai pochissime possibilità di trovarla, diciamo … un 3% scarso! Tu devi invertire le azioni: apri il frigo, trovi il tonno e ti convinci che il tonno è esattamente quello di cui avevi voglia. Penne lisce con la ricotta? È il mio piatto preferito!”
“Hai presente il concorso all’università? Il sogno della mia vita (…) L’ha vinto uno di Verona, nipote di un senatore pare … Comunque, questo altro anno ce ne sarà un altro e io ci riprovo! Finiranno prima o poi sti cazzo di nipoti …..”
“Il mio nome è Matteo Moretti, ho 31 anni e sono un precario. Do ripetizioni di matematica, lavoro part-time nello studio di un commercialista e correggo bozze per una rivista scientifica. Non so se mi rinnoveranno il contratto, non so cosa farò tra sei mesi, non ho idea di quale sarà il mio futuro. Guadagno in tutto 940 euro al mese”
Alla fine del film la situazione economica di Matteo non è di molto cambiata, non è migliorata, non sa ancora cosa farà domani, però è più tranquillo, è più sorridente. Sapete perché? Perché la mattina, quando si sveglia non si ritrova più sotto una catapecchia,ma è in una casa migliore, più bella di quella di prima. Non c’è il tunz tunz dell’amico, ma la dolce melodia di una bellissima canzone. E soprattutto, non ci sono proprio le urla del suo coinquilino a dargli il buongiorno, ma il bacio della sua cara amata.
Un bel film, mi è piaciuto tanto. Primo perché non si poteva trovare titolo migliore, ormai questa è veramente la generazione 1000 euro! Che poi, mille euro se ti va bene, altrimenti neanche quelli! Poi gli attori sono bravi, alcune battute veramente formidabili. E la morale della storia è che certamente i soldi ti aiutano a star meglio, ti permettono un tenore di vita migliore, ma in fin dei conti quello che è veramente importante è avere accanto una persona fantastica, quella che ami. In fondo la felicità è fatta di piccole cose. Come al mattino un bacio di buongiorno.
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