Finalmente sola in casa, anche se solo per qualche ora.
Sostengo vivamente che la solitudine serva a qualcosa, principalmente a ritrovarsi. Mi fa piacere stare in compagnia, avere un amico accanto, parlare di tutto e di niente. Mi fa però anche piacere, ogni tanto, starmene per conto mio, da sola con me stessa, avvolta da un piacevole silenzio, rotto al massimo dalle note di qualche bella canzone e, purtroppo, avvolto dal fumo di qualche sigaretta di troppo.
Ho spento la tv, non mi va di sprecare una serata tranquilla davanti ad una scatola piena di immagini in movimento. Ho acceso invece il computer e mi sono messa a scrivere un po’.
Trovo che scrivere sia molto rilassante. Credo che aiuti a pensare e allo stesso tempo a svuotarsi dai pensieri stessi.
Mi è sempre piaciuto scrivere, sin dalle elementari. I temi in classe erano il mio forte e finivano spesso per essere letti dalla maestra davanti tutta la classe.
Non andavo fiera di questa cosa: non mi piaceva essere al centro dell’attenzione, anche se era per qualcosa di bello.
Mi piaceva anche scrivere poesie. La mia maestra (sempre lei!) diceva che non bisognava essere Pascoli per poter scrivere qualche verso e così ci spronava a cimentarci in qualche piccola “impresa letteraria”.
La mia prima poesia si chiamava “Se io fossi”.
Avevamo appena imparato in classe il congiuntivo e, per vedere se avevamo veramente capito, l’insegnante ci fece scrivere un piccolo componimento.
Finii la poesia per prima, la consegnai alla maestra che la lesse subito per ingannare l’attesa. Raccolse poi, alla fine dell’ora, i quaderni degli altri e il giorno dopo li riportò.
Non corresse niente, né a me, né agli altri (o al massimo evidenziò qualche errore), diceva che al di là dei verbi, voleva vedere cosa avremmo voluto essere noi.
Anche quella volta lesse la mia poesia agli altri e la cosa non mi fece molto piacere. Appena vide i miei genitori, la fece leggere anche loro che furono tra l’altro molto contenti di quello che avevo fatto.
Eppure a me sembrava brutta, poco originale, quasi scontata. Forse perché era troppo naturale.
Nonostante questo, da allora mi misi a scrivere più del solito.
Alcune piccole poesie andarono perdute, altre le ho ancora. Raramente le facevo leggere a qualcuno e se proprio mi andava, le portavo per primo a mio padre.
Chissà se lui se ne ricorda qualcuna …
Adesso ho tre quaderni pieni. Crescendo, mio padre e tutti gli altri rimasero all’oscuro di questa mia pseudo vena poetica. Le hanno lette solo due persone, per il resto le nascondo con molta attenzione.
Le porto sempre con me in valigia, ogni volta che parto.
La maggior parte le ho scritte durante l’adolescenza, un periodo particolarmente delicato.
Non so perché, ma forse soffrire, stare male un po’ più del “normale”, certe volte aiuta a far uscire fuori il meglio di sé. Quando si sta male si capisce veramente come sono le persone, cosa hanno dentro.
Ogni tanto le rileggo, a pezzi. Non riesco mai a farne una lettura intera, non perché la cosa mi annoi, ma semplicemente perché preferisco rispolverare “pezzi” di me a piccole dosi.
Credo sia meglio fare così.
Mi piace scrivere, mi piace anche leggere.
Scrivere … scrivere per sognare, scrivere per farsi capire, scrivere per non urlare, scrivere per dire ciò che si pensa, scrivere per esprimere le proprie emozioni, scrivere per rilassarsi, scrivere per esternare, scrivere per liberarsi di un peso, scrivere per sfogarsi …
E poi leggere… leggere per ricordare, leggere per farsi forza, leggere per capire, leggere per vedere, leggere per commuoversi, leggere per rilassarsi, leggere per andare oltre, leggere per correggersi, leggere per imparare …
Ecco il motivo.