"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

giovedì 30 giugno 2011

Giugno

Questo giugno ha il sapore di notte insonni. Sa di ore e ore passate a girarsi e rigirarsi nel letto.
Sa di ventilatore acceso e di aria ferma, di letto e di divano, di pensieri e di pensieri ancora. Ha l’odore di citronella,di candele accese e profumate.
Questo giugno sa di esami e di studio, di appunti e di libri, di stampanti e di computer.
Sa di conversazioni noiose e di gente anonima.
Sa di calcoli, di conti. Di libri letti e di giri in libreria.
Questo giugno sa di vecchio.
Menomale che è finito.

martedì 28 giugno 2011

Chiarasolitaria.

Finalmente sola in casa, anche se solo per qualche ora.
Sostengo vivamente che la solitudine serva a qualcosa, principalmente a ritrovarsi. Mi fa piacere stare in compagnia, avere un amico accanto, parlare di tutto e di niente. Mi fa però anche piacere, ogni tanto, starmene per conto mio, da sola con me stessa, avvolta da un piacevole silenzio, rotto al massimo dalle note di qualche bella canzone e, purtroppo, avvolto dal fumo di qualche sigaretta di troppo.

Ho spento la tv, non mi va di sprecare una serata tranquilla davanti ad una scatola piena di immagini in movimento. Ho acceso invece il computer e mi sono messa a scrivere un po’.
Trovo che scrivere sia molto rilassante. Credo che aiuti a pensare e allo stesso tempo a svuotarsi dai pensieri stessi.

Mi è sempre piaciuto scrivere, sin dalle elementari. I temi in classe erano il mio forte e finivano spesso per essere letti dalla maestra davanti tutta la classe.
Non andavo fiera di questa cosa: non mi piaceva essere al centro dell’attenzione, anche se era per qualcosa di bello.

Mi piaceva anche scrivere poesie. La mia maestra (sempre lei!) diceva che non bisognava essere Pascoli per poter scrivere qualche verso e così ci spronava a cimentarci in qualche piccola “impresa letteraria”.

La mia prima poesia si chiamava “Se io fossi”.
Avevamo appena imparato in classe il congiuntivo e, per vedere se avevamo veramente capito, l’insegnante ci fece scrivere un piccolo componimento.
Finii la poesia per prima, la consegnai alla maestra che la lesse subito per ingannare l’attesa. Raccolse poi, alla fine dell’ora, i quaderni degli altri e il giorno dopo li riportò.
Non corresse niente, né a me, né agli altri (o al massimo evidenziò qualche errore), diceva che al di là dei verbi, voleva vedere cosa avremmo voluto essere noi.

Anche quella volta lesse la mia poesia agli altri e la cosa non mi fece molto piacere. Appena vide i miei genitori, la fece leggere anche loro che furono tra l’altro molto contenti di quello che avevo fatto.

Eppure a me sembrava brutta, poco originale, quasi scontata. Forse perché era troppo naturale.
Nonostante questo, da allora mi misi a scrivere più del solito.
Alcune piccole poesie andarono perdute, altre le ho ancora. Raramente le facevo leggere a qualcuno e se proprio mi andava, le portavo per primo a mio padre.
Chissà se lui se ne ricorda qualcuna …

Adesso ho tre quaderni pieni. Crescendo, mio padre e tutti gli altri rimasero all’oscuro di questa mia pseudo vena poetica. Le hanno lette solo due persone, per il resto le nascondo con molta attenzione.
Le porto sempre con me in valigia, ogni volta che parto.
La maggior parte le ho scritte durante l’adolescenza, un periodo particolarmente delicato.
Non so perché, ma forse soffrire, stare male un po’ più del “normale”, certe volte aiuta a far uscire fuori il meglio di sé. Quando si sta male si capisce veramente come sono le persone, cosa hanno dentro.

Ogni tanto le rileggo, a pezzi. Non riesco mai a farne una lettura intera, non perché la cosa mi annoi, ma semplicemente perché preferisco rispolverare “pezzi” di me a piccole dosi.
Credo sia meglio fare così.

Mi piace scrivere, mi piace anche leggere.


Scrivere … scrivere per sognare, scrivere per farsi capire, scrivere per non urlare, scrivere per dire ciò che si pensa, scrivere per esprimere le proprie emozioni, scrivere per rilassarsi, scrivere per esternare, scrivere per liberarsi di un peso, scrivere per sfogarsi …

E poi leggere… leggere per ricordare, leggere per farsi forza, leggere per capire, leggere per vedere, leggere per commuoversi, leggere per rilassarsi, leggere per andare oltre, leggere per correggersi, leggere per imparare …


Ecco il motivo.

sabato 25 giugno 2011

La gente intorno

Sono in questa città da quasi tre anni e ormai conosco a memoria parte della gente che abita nel mio quartiere. Anche se non so i loro nomi, conosco le loro abitudini. È una conoscenza involontaria, sono quelle cose che sai senza averle imparate volutamente.

So che la famiglia del palazzo davanti ha un cane che esce sul balcone solo nei giorni festivi. Chissà cosa fa gli altri giorni, dove sta. Gli abbiamo dato un nome. È abbastanza ridicolo e mi auguro vivamente che quello suo reale sia più originale.
So che i tipi dell’agenzia immobiliare in serata usano andare al bar davanti a fare l’aperitivo.
So che il bar di sotto assume solo gente sgarbata da ormai quasi tre anni.

Chissà se anche loro conoscono me involontariamente, come io conosco loro.
Mi conosce il giornalaio. Sa che ogni giovedì pomeriggio vado a lui. Sa che entro, mi guardo attorno e mi dirigo sempre allo stesso angolo in cerca del settimanale che di solito compro. Sa anche che non riesco mai a trovarlo al primo tentativo, anche se ce l’ho sotto il naso.
Lo sa, ormai. È da un po’ di tempo che quando mi vede entrare e dirigermi verso quell’angolo, mi dice subito lui dov’è il giornale. Forse pensa che io sia un po’ stupida.
È un tipo simpatico. Avrà tra i trenta e i quarant’anni. Sorride sempre.

Mi conosce anche la tabaccaia siciliana. Quando mi vede mi chiede come sto, è sempre allegra e colorata. E poi adoro il suo accento.

Conoscevo anche la commessa del forno dietro l’angolo.
Mentre mi serviva, usava chiacchierare un po’.
All’inizio pensava fossi una persona del posto, quando poi ha capito che "non ero di lì", ha iniziato a lamentarsi apertamente della freddezza della gente di questa città molto diversa da quella della sua Campania.
Un giorno ho trovato il negozio chiuso.
Dopo qualche settimana, al suo posto c’era una profumeria.
Chissà dov’è finita la tipa che si lamentava sempre.

mercoledì 22 giugno 2011

Caos Calmo - Sandro Veronesi



Quando la morte arriva inaspettata, ti stravolge la vita.
Succede soprattutto quando a morire è una persona importante, quella con cui hai deciso di trascorrere l’intera vita, quella con cui hai fatto una figlia.


Lo sa bene Pietro, il protagonista del libro Caos Calmo di Sandro Veronesi, un professionista quarantenne, con un importante lavoro, ricco quanto basta.
Pietro ha tutto per essere felice: Lara, la donna che presto sposerà, una figlia di dieci anni, Claudia, una grande casa a Milano, un fratello eccentrico e una cognata un po’ svitata.

Un giorno, durante le ferie estive, Pietro si ritrova a dover salvare una donna che rischia di annegare in alto mare. Gli viene spontaneo tuffarsi e andarle incontro, cercare in tutti i modi di trascinarla a riva sana e salva. Ce la fa: riporta la donna sulla spiaggia, ma viene ignorato dalla folla che accerchia la tipa sconosciuta appena salvata.
Pietro decide quindi di tornare a casa, dalla futura moglie e dall’adorata bambina, desideroso di raccontare loro la sua grande impresa. Trova però fuori dalla villetta un’ambulanza. Si preoccupa, corre dentro. La moglie è distesa a terra e la piccola Claudia, accanto a lei, è disperata. Lara è morta, all’improvviso.

Quando un evento del genere ti colpisce, non puoi fare altro che ricominciare, mettere insieme tutte le forze e rimboccarti le maniche.
Più facile a dirsi che a farsi.
Ognuno continua a vivere a modo suo, utilizzando metodi che, giusti o sbagliati che siano, in quel momento sembrano essere più efficaci o comunque meno dolorosi.
Rimanere davanti la scuola della figlia, per tutto l’orario delle lezioni, sembra a Pietro il giusto modo di ricominciare. Sente quasi di dovere alla figlia quell’attenzione, quella vicinanza, quella presenza: è un modo per compensare la sua momentanea assenza mentre la madre le moriva davanti.
Pietro rimane fermo, tutto il giorno, per mesi. La sua vita si congela, si sospende di fronte quella scuola. Intorno a lui però tutto scorre normalmente. Col tempo impara a conoscere le persone che si ritrovano per un motivo o per un altro a passare per quella strada ogni giorno: la ragazza con il cane, il vigile urbano, la mamma con il bambino down …

Pietro vive un po’ in letargo. Ha bisogno di qualcuno che lo svegli, che lo riporti alla realtà, che gli dia una scossa.
Chi potrà essere mai?
Bisogna arrivare a leggere l’ultima pagina del libro per sapere chi riuscirà a svegliarlo …

È il primo libro che leggo di Sandro Veronesi. Davvero ottimo. E adesso, non vedo l’ora di gustarmi il film, sperando che lo “stacco libro-film” non sia troppo traumatico.

domenica 19 giugno 2011

Non abbandonarli

Quando ero piccola, in autostrada, assistetti ad una scena orribile.
Una macchina che si trovava un po’ più avanti rispetto a quella dove viaggiavo con la mia famiglia, accostò, aprì la portiera e gettò lì sull’asfalto della piazzola di sosta un cagnolino bianco, arruffato. Poi la macchina scappò via.
Era estate, quindi potete immaginare il motivo di questo gesto inqualificabile.

Quella scena mi è rimasta in testa. Ero piccola, non sapevo (e neanche potevo immaginare) che esistesse gente così spietata, capace di abbandonare gli animali domestici per strada, semplicemente perché non sa dove lasciarli per le vacanze.

Tutt’ora non riesco a concepire il motivo di tale comportamento, non riesco a capirne le ragioni.
Forse perché non c’è un gran filo logico nella questione.
È assurda, inaudita. E basta. Non ci sono scuse.

Esistono i canili, esisterebbero anche amici e parenti che potrebbero tenere gli animali durante le vacanze. Senza contare che si potrebbe portare anche loro in vacanza. Esistono diversi stabilimenti in Italia che ospitano anche gli animali.
È cosi semplice …

E poi, con che coraggio si può mai abbandonare un animale che nella stragrande maggioranza delle ipotesi non ha fatto nulla di male al proprio padrone? L’affetto che ci dà il nostro animale domestico è insostituibile, incommensurabile. È un affetto incondizionato, puro.

Tutto questo per dirvi che sono assolutamente contro l’abbandono degli animali in generale, sostengo vivamente che non esista nessuna scusa al mondo che possa giustificare questo ignobile gesto.

giovedì 16 giugno 2011

Chi vivrà vedrà

Sono andata a parlare con lui in ufficio, anche se mi ero detta che non avrei più fatto una cosa del genere.
Avevo gli occhiali da sole, forte della scusa che la luce ultimamente mi dà troppo fastidio.
Dovevo parlare con lui, invece ho parlato con l'aria. Le nostre parole sono state come due treni che viaggiano su binari diversi, che si incontrano ma non si incrociano, che passano uno accanto all’altro distrattamente, senza fermarsi.

Due anni e mezzo fa, quella sera che mai più dimenticherò, io sono rimasta ad ascoltarlo, dopo cena. Sono rimasta seduta all’angolo del tavolo di quella casa ora vuota e ancora più fredda, con lui davanti, ferma, in attesa che mi desse una notizia che già sapevo.
Mi aveva promesso che noi saremmo stati sempre al primo posto e io gli avevo creduto. Diceva che non sarebbe cambiato niente, che lui per noi ci sarebbe sempre stato.
Ho voluto credergli, gli ho dato fiducia.
Quando sei piccola, una delle prima cose che ti insegnano, quasi a mo' di cantilena è che le promesse si mantengono.
In cuor mio sapevo che non sarebbe stato così.

Ho aspettato, ho osservato, ho sentito, ho cercato di essere sempre presente, ho messo me stessa in secondo piano con tutti i miei sentimenti, le mie preoccupazioni, pur di stargli vicino, pur di capire, mandando giù ogni singola azione senza troppe complicazioni, come si fa con la medicina quando è troppo cattiva.
Ho realizzato che quel primo posto si è trasformato nel posto successivo all’ultimo.

Ci siamo salutati sotto un ponte, come dei fuggiaschi.
Un abbraccio, in silenzio.
Non c’è più tanto da dire. Certe volte penso che non valga più la pena parlare.
Sono parole buttate al vento.

Sono andata via. Ho messo il cellulare in borsa, con la vibrazione.
Era un aggeggio troppo inutile in quel momento momento.
Quando l’ho ripreso, ore dopo, ho trovato tre chiamate perse.
Erano tutte sue.
Erano una sorta di avvicinamento. Così ho sperato.

Chissà. Forse, ancora, qualcosa da dire c’è.
O forse sono io che non riesco a metabolizzare il contrario.

Chi vivrà vedrà.

lunedì 13 giugno 2011

Stiamo bene insieme

In estate mi piace guardare la tv, più che in inverno.
Il motivo?
Trasmettono le vecchie serie tv, quelle che oggi ci sogniamo di vedere.

Oggi pomeriggio ho acceso il televisore e facendo zapping mi sono ritrovata davanti la serie tv più simpatica degli ultimi dieci anni: “Stiamo bene insieme”.

“Risale” al 2002, i protagonisti sono sei studenti universitari, sei ragazzi che si ritrovano ad abitare la stessa casa, senza neanche conoscersi. È ambientata a Roma, anche se la maggior parte di loro non proviene dalla capitale: c’è il senegalese, il calabrese, la ragazza di un paesino della Basilicata, la napoletana …

Sedici divertenti puntate in cui si racconta di tutto: amori, studio, famiglia, liti per i classici turni delle pulizie in casa, casini di ogni genere, feste improvvise ... Insomma, una bellissima e veritiera rappresentazione della vita quotidiana dello studente universitario fuori sede.

E’ strano il fatto che la vita degli studenti universitari fuori sede, così movimentata e ricca di ogni cosa, sia stata presa raramente come spunto per la realizzazione di serie tv, privilegiando invece le solite storie di famiglie allargate, di poliziotti e carabinieri, di studenti liceali …

Se siete interessati, “Stiamo bene insieme” va in onda su RAI PREMIUM la mattina alle 9.40 e il pomeriggio alle 17. 10.

Dategli un’occhiata, non ve ne pentirete.

mercoledì 8 giugno 2011

Colui che non sa niente

Dopo tre anni di università, ho realizzato che ogni esame rappresenta una storia a sé, nonostante lo studio, in linee generali, sia fatto più o meno sempre delle stesse, solite azioni. Le chiamano “metodo”.
Ognuno ha il suo.
C’è chi legge e ripete, c’è chi fa gli schemi, c’è chi non si sente sicuro se prima non ha ripetuto mille volte il libro e c’è chi, dopo averlo letto una sola volta, va all’esame e prenda trenta.

Ad ogni esame si incontrano sempre nuovi tipi da studiare e analizzare nei propri atteggiamenti.
Oggi ne ho osservato uno in particolare, traendo il mio profilo sul suo conto.

Trattasi di colui il quale “non sa niente”. Quello che ha studiato pochissimo perché non ha avuto tempo per leggere e imparare tutto, quello che ha preparato un esame da sedici crediti in venti giorni (cosa, a mio avviso, assolutamente impossibile: come si fanno a leggere e “interiorizzare” milletrecento pagine in un paio di giorni?).
Ovviamente il tipo in questione, in attesa del suo turno, passa il tempo a tediare gli animi altrui, cercando una sorta di conforto, di appoggio, cercando il povero sfigato di turno a cui chiedere di spiegargli il più complicato argomento della materia “in quattro parole”.

Allora cosa fai? Pensi: lui è spacciato. Lo guardi con aria quasi di compassione, lui che crede di poter passare un esame di sedici crediti in questo modo, mentre tu ci stai dietro da mesi e guardi nervosamente la marea di appunti che tieni in braccio (e che tra un po’,per quanto pesano, ti cadranno rovinosamente a terra).

Arriva il tuo turno, subito dopo l’altro assistente chiama il tipo spacciato. Finito con la prima commissione entrambi nello stesso tempo, usciti dall’aula insieme e in attesa che il prof venga a chiamarti per comunicarti il voto, scambiate le vostre impressioni (oltre ad essere accerchiati da gente sconosciuta che, come avvoltoi, fa la fatidica domanda “Cosa ti ha chiesto??”).
Il tipo spacciato, ovviamente, dice che verrà bocciato, che non ha risposto a tutto. Tu gli credi. Ma in fondo, che te ne frega? Ognuno è artefice del proprio destino …

Arriva il prof, ti chiama e tu vai dentro. Verbalizzi, torni fuori, prepari la tua borsa per andare via dalla facoltà, ti intrattieni con altri studenti disperati o sollevati. Il tipo spacciato esce. Lo rincontri in cortile, mentre in una mano hai il cellulare, pronta a diffondere la notizia e nell’altra hai la tanto agognata sigaretta post esame. Gli chiedi com’è andata. Con non chalance lui ti butta giù che ha preso trenta.

Sconcerto. Forse non hai sentito bene.
No, non hai bisogno dell’Amplifon. Hai sentito quello che ha detto.
Ha preso trenta.
In un esame da sedici crediti.
Preparato in venti giorni.

Qualcosa qua non torna. Le ipotesi sono:
1. I miracoli esistono e lui ne è la prova;
2. Dice di non sapere niente per scaramanzia, temendo magari che gli altri facciano nei suoi confronti un rito woodo;
3. In quelle due settimane ha studiato notte e giorno, alzandosi dalla scrivania solo per soddisfare le strette esigenze fisiologiche di ogni essere umano;
4. Vuole far pensare agli altri che ha un’intelligenza sopra il normale;
5. L’ipotesi più cattiva: che ci sia “qualcosa sotto” (chi vuol capire, capisca!).

Si accettano scommesse.

sabato 4 giugno 2011

Bianca come il latte, rossa come il sangue - Alessandro D'Avenia

Ho sentito parlare molto e bene del libro “Bianca come il latte, rossa come il sangue” e, mossa da un’immensa curiosità, alla fine l’ho comprato anche io.
L’ho praticamente divorato, riuscendo a finirlo in un solo pomeriggio noioso di domenica.

Questo libro parla delle avventure di un ragazzo ossessionato dai colori. Per lui il bianco è sofferenza, è vuoto, è un colore negativo; il rosso, invece, è passione, è il colore dell’amore.
Leo, così si chiama il giovincello in questione, è follemente innamorato di Beatrice, una ragazza che frequenta la sua stessa scuole e che purtroppo non riesce ad avvicinare a sé con nessuna scusa.

Ogni pomeriggio, Leo passa con il suo motorino davanti scuola, dove Beatrice usa trascorrere delle ore insieme ai suoi amici. Si accontenta di questo: guardarla in fretta, per poco tempo, godere di qualche sguardo fugace per ingannare il tempo in cui non riesce a rivolgerle la parola.
Leo comunque non è solo, ha anche lui degli amici. Una, in particolare, gli è sempre accanto. Si tratta di Silvia, sua compagna di classe, complice di ogni sua avventura, attenta sostenitrice e perspicace confidente.

Un giorno Leo non trova più Beatrice a scuola e non riesce ad incontrarla neanche di pomeriggio. Si mette allora alla ricerca di sue informazioni, vuole sapere a tutti i costi il motivo della sua assenza. Scopre che Beatrice ha la leucemia.

Il resto ovviamente non ve lo racconto, ma spero almeno di avervi messo un po’ di curiosità.
Se non sapessi che l’autore ha più di trent’anni, direi che questo romanzo è stato scritto proprio un adolescente, tanto è stato capace di immedesimarsi in questi personaggi.
La storia merita, senza dubbio.


Il finale però … mh, salvo qualche piccolo particolare, era proprio come me l’aspettavo.

mercoledì 1 giugno 2011

Premio ECC

Salve gente!


Sono lieta di annunciarvi che tempo fa ho ricevuto un altro premio da parte di Giulia Giarola e di Andrea.



Si tratta del simpaticissimo e originalissimo ECCENTRIC CONFUSED COOL BLOG, premio che gira ormai da qualche settimana sul mondo di noi bloggers. E indovinate chi l'ha inventato? Lui, ovviamente: Filippo, grande mente ingegnosa.





Le regole sono semplici: bisogna andare su wikipedia, cliccare su "una voce a caso" e scrivere qualche riga di nostri pensieri su quel determinato argomento che il "caso" ha scelto per noi. Dopo queste semplici operazioni, bisogna assegnare il premio ad altri quattro blogger.


Bene, ho cercato anche io la mia voce a caso.



Lui è il risultato:


Ludwig Eduard Boltzmann (Vienna, 20 febbraio 1844Duino, 5 settembre 1906) è stato un fisico e matematico austriaco.
Boltzmann è stato uno dei più grandi
fisici teorici di tutti i tempi. La sua fama è dovuta alle ricerche in termodinamica e meccanica statistica (l'equazione fondamentale della teoria cinetica dei gas e il secondo principio della termodinamica). Diede importanti contributi anche in meccanica, elettromagnetismo, matematica e filosofia. Fu un personaggio controverso e le sue idee innovative (sull'atomismo, l'irreversibilità, ecc.) furono spesso fraintese e osteggiate. In particolare, il suo amore per la matematizzazione più estrema gli valse il soprannome di "terrorista algebrico".





Tipo dal nome impronunciabile, il mio "eroe wikipediano" è un matematico, capitato a me che l'operazione più difficile che riesco a fare è il classico 2+2 (che fa cinque!). Giustamente, forte di questa estrema antipatia per la materia, ho scelto di passare cinque anni della mia vita in un liceo classico, con la speranza (e l'illusione) che le operazioni matematiche non continuassero a tediare la mia esistenza.


Me illusa.


La matematica ha continuato a infastidirmi. Mai ci fu materia più odiata. Alla fine dell'anno, riuscivo a raggiungere il sei quasi per miracolo. In un compito in classe presi anche 0,97 (ma la prof mi diede comunque un tre, secondo un'usanza praticata dei lei nei confronti dei tanti ignorantei che versavano nelle mie stesse condizioni).


Sono comunque sopravvissuta anche senza sapere risolvere perfettamente un limite di x che tende ad infinito (era così?) o senza sapere nulla su seno, coseno e tangente.


... E vissero tutti felici e contenti!





Now, assegno il premio a: