Il tempo vola.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.
Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.
Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.
Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.
E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
Visualizzazione post con etichetta la mia famiglia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta la mia famiglia. Mostra tutti i post
domenica 24 agosto 2014
Il tempo vola
Etichette:
estate,
Friends,
Gatti,
gente di mare,
Home sweet home,
la mia famiglia,
mare,
Pensieri,
tiriamo le somme,
vacanze,
Viaggi
giovedì 14 agosto 2014
Estate
Sono tornata al punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
Ho fatto la valigia, l’ho caricata a più non posso con la scusa che sarei rimasta via un mese intero, riempiendola dell’utile e del meno utile con l’illusione che tutto lì dentro sarebbe stato indispensabile. Mi ci sono seduta sopra, alla fine, per chiuderla.
Il peso non mi spaventava: ho braccia abbastanza forti e un’esperienza di carichi e scarichi da annotare su qualche improbabile cv. E poi questa volta non ero sola a dover portare quel carico enorme da un treno all’altro. Questa volta c’era lui.
L’ho portato con me, al mio punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
L’ho portato con me perché ad un certo punto – tra le altre cose – ho pensato che le parole non bastassero più. Che non fosse più sufficiente spiegargli a voce quanto fosse bello il mio mare, quante emozioni potesse regalarmi un tramonto o quanto chiassosa e battagliera fosse la mia famiglia, quanto dolci i miei amici.
C’era bisogno di qualcosa in più, c’era bisogno di vedere tutto questo: di fermarsi a sentire il rumore del mare o vederci i propri piedi dentro senza sforzo alcuno. C’era bisogno di alzare il naso all’insù e lasciarsi confondere dalle troppe bellezze del mio paese. C’era bisogno di sentire i miei racconti, i miei ricordi, la storia della mia famiglia, come sottofondo di tutto quello che lo avrebbe circondato.
E così è stato.
Gli ho fatto conoscere tutti: la mia famiglia chiassosa insieme ai suoi silenzi, ai suoi vuoti o alle troppe parole. I miei amici, nessuno escluso. Qualche professore, qualche maestra d’asilo, qualche vicino di casa, qualcuno che nel bene o nel male ha incrociato la mia vita negli anni passati.
Li incontravo, così per caso nelle vie, li salutavo, glieli presentavo e quando andavano via gli raccontavo i miei ricordi legati a quelle persone.
Adesso, forse, mi conosce di più.
E adesso, forse, mi conosco meglio anche io.
E la particolarità di tutto ciò è stato il fatto che vederlo qui, tra la mia gente, non mi è sembrata affatto una novità. Mi è sembrato che lui qui ci fosse sempre stato.
Adesso le mie giornate nascono e muoiono al mare. Ho preso i chili che avevo perso, con sommo dispiacere. Sono diventata nera, come ogni anno. Ho lasciato l’orologio in valigia, lo stesso che qualche settimana fa ritenevo fosse per me indispensabile. Cammino senza correre, mi fermo a guardare i tramonti e a fotografare tutto quello che mi piace. Faccio colazione sul terrazzo, mi sveglio quando capita e dormo nove ore a notte.
Sono in vacanza e non capitava da un po’.
Mi sono ritrovata, ma non ancora del tutto.
È che io di solito mi perdo, in inverno, tra la pioggia e il tempo grigio.
Quest’anno mi sono persa più del solito e così non è andato per niente bene.
Adesso bisogna che ricomponga i tasselli, li metta tutti al loro posto.
Un po’ ci sono riuscita, ma il quadro non è ancora completo.
Mi serve il mare, ancora per un po’.
Ho fatto la valigia, l’ho caricata a più non posso con la scusa che sarei rimasta via un mese intero, riempiendola dell’utile e del meno utile con l’illusione che tutto lì dentro sarebbe stato indispensabile. Mi ci sono seduta sopra, alla fine, per chiuderla.
Il peso non mi spaventava: ho braccia abbastanza forti e un’esperienza di carichi e scarichi da annotare su qualche improbabile cv. E poi questa volta non ero sola a dover portare quel carico enorme da un treno all’altro. Questa volta c’era lui.
L’ho portato con me, al mio punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
L’ho portato con me perché ad un certo punto – tra le altre cose – ho pensato che le parole non bastassero più. Che non fosse più sufficiente spiegargli a voce quanto fosse bello il mio mare, quante emozioni potesse regalarmi un tramonto o quanto chiassosa e battagliera fosse la mia famiglia, quanto dolci i miei amici.
C’era bisogno di qualcosa in più, c’era bisogno di vedere tutto questo: di fermarsi a sentire il rumore del mare o vederci i propri piedi dentro senza sforzo alcuno. C’era bisogno di alzare il naso all’insù e lasciarsi confondere dalle troppe bellezze del mio paese. C’era bisogno di sentire i miei racconti, i miei ricordi, la storia della mia famiglia, come sottofondo di tutto quello che lo avrebbe circondato.
E così è stato.
Gli ho fatto conoscere tutti: la mia famiglia chiassosa insieme ai suoi silenzi, ai suoi vuoti o alle troppe parole. I miei amici, nessuno escluso. Qualche professore, qualche maestra d’asilo, qualche vicino di casa, qualcuno che nel bene o nel male ha incrociato la mia vita negli anni passati.
Li incontravo, così per caso nelle vie, li salutavo, glieli presentavo e quando andavano via gli raccontavo i miei ricordi legati a quelle persone.
Adesso, forse, mi conosce di più.
E adesso, forse, mi conosco meglio anche io.
E la particolarità di tutto ciò è stato il fatto che vederlo qui, tra la mia gente, non mi è sembrata affatto una novità. Mi è sembrato che lui qui ci fosse sempre stato.
Adesso le mie giornate nascono e muoiono al mare. Ho preso i chili che avevo perso, con sommo dispiacere. Sono diventata nera, come ogni anno. Ho lasciato l’orologio in valigia, lo stesso che qualche settimana fa ritenevo fosse per me indispensabile. Cammino senza correre, mi fermo a guardare i tramonti e a fotografare tutto quello che mi piace. Faccio colazione sul terrazzo, mi sveglio quando capita e dormo nove ore a notte.
Sono in vacanza e non capitava da un po’.
Mi sono ritrovata, ma non ancora del tutto.
È che io di solito mi perdo, in inverno, tra la pioggia e il tempo grigio.
Quest’anno mi sono persa più del solito e così non è andato per niente bene.
Adesso bisogna che ricomponga i tasselli, li metta tutti al loro posto.
Un po’ ci sono riuscita, ma il quadro non è ancora completo.
Mi serve il mare, ancora per un po’.
Etichette:
amore,
estate,
gente di mare,
Home sweet home,
la mia famiglia,
mare,
ricordi,
vacanze
mercoledì 29 gennaio 2014
I pensieri che rimangono in aria
Gennaio volge a termine, finisce. Incagliato com’è in valanghe di parole non scritte, in pensieri rimasti solo per aria ad aspettare tempi migliori, tempi in cui posso dire di essermi riappropriata di una normalità che fa rima con monotonia e di una serenità che fa rima sorriso.
Gennaio cerca di smaltire i postumi di vacanze natalizie veloci e –ovviamente- ipercaloriche. Giorni accavallati, pieni di facce vecchie e di notizie nuove. Di vagiti di bambini nati da poco e visti per la prima volta, di auguri diversi, a volte doppi, altre tripli. Vacanze di mancanze nuove e differenti, attaccate ad un cellulare a consumare centinaia e centinaia di minuti in due. Iniziate e finite con lunghi abbracci e intensi baci nella stazione di questa città, a tenerci stretti fino all’ultimo istante: per non perdere tempo, prima. Per recuperare tutto quello perso, dopo, al ritorno.
I pensieri sono parecchi, ma forse se non li avessi potrei lamentarmi della loro assenza. Latito qui, è evidente. Non scrivo come prima. La mia presenza si nota più della mia assenza. Ma tutto sommato sto bene, sono contenta. Percorro ogni giorno le mie strade nuove chiedendomi se siano quelle giuste. Guardo al futuro paurosa e dubbiosa, al passato a volte sorridendo, altre rattristandomi. Cerco di cimentarmi in nuove avventure, cerco di trovare nuovi obiettivi da raggiungere, più vicini a quelle che sono le mie inclinazioni naturali. Di tutto ciò rimane un pensiero astratto, inapplicato nella realtà. Forse per pigrizia, forse perché le cose nuove degli ultimi mesi sono rimaste, appunto, tali e aspettano ancora di essere assorbite dalla mia mente, metabolizzate.
Credo ci sia un collegamento tra la mia non scrittura e la mia confusione. Non ho ancora ben capito il nesso causale tra le due: quale sia la causa e quale l’effetto. Penso mentre cammino, mentre faccio quelle file tipiche dei miei tanti colleghi, penso che i miei pensieri debbano essere scritti, un po’ come ho sempre fatto, per ricordarmeli, perché potrebbero aiutarmi domani. Penso di scrivere e poi non lo faccio. E così rimangono lì, i miei pensieri. In aria, dimenticati, in attesa di giorni più chiari.
Gennaio cerca di smaltire i postumi di vacanze natalizie veloci e –ovviamente- ipercaloriche. Giorni accavallati, pieni di facce vecchie e di notizie nuove. Di vagiti di bambini nati da poco e visti per la prima volta, di auguri diversi, a volte doppi, altre tripli. Vacanze di mancanze nuove e differenti, attaccate ad un cellulare a consumare centinaia e centinaia di minuti in due. Iniziate e finite con lunghi abbracci e intensi baci nella stazione di questa città, a tenerci stretti fino all’ultimo istante: per non perdere tempo, prima. Per recuperare tutto quello perso, dopo, al ritorno.
I pensieri sono parecchi, ma forse se non li avessi potrei lamentarmi della loro assenza. Latito qui, è evidente. Non scrivo come prima. La mia presenza si nota più della mia assenza. Ma tutto sommato sto bene, sono contenta. Percorro ogni giorno le mie strade nuove chiedendomi se siano quelle giuste. Guardo al futuro paurosa e dubbiosa, al passato a volte sorridendo, altre rattristandomi. Cerco di cimentarmi in nuove avventure, cerco di trovare nuovi obiettivi da raggiungere, più vicini a quelle che sono le mie inclinazioni naturali. Di tutto ciò rimane un pensiero astratto, inapplicato nella realtà. Forse per pigrizia, forse perché le cose nuove degli ultimi mesi sono rimaste, appunto, tali e aspettano ancora di essere assorbite dalla mia mente, metabolizzate.
Credo ci sia un collegamento tra la mia non scrittura e la mia confusione. Non ho ancora ben capito il nesso causale tra le due: quale sia la causa e quale l’effetto. Penso mentre cammino, mentre faccio quelle file tipiche dei miei tanti colleghi, penso che i miei pensieri debbano essere scritti, un po’ come ho sempre fatto, per ricordarmeli, perché potrebbero aiutarmi domani. Penso di scrivere e poi non lo faccio. E così rimangono lì, i miei pensieri. In aria, dimenticati, in attesa di giorni più chiari.
Etichette:
amore,
la mia famiglia,
Natale,
Pensieri,
sfoghi,
vacanze,
vita da fuori sede
venerdì 21 giugno 2013
Finali
(Credo sia il post più lungo che abbia mai scritto, vi avviso).
Di solito sono una persona calma, cerco di ragionare prima di farmi assalire dall’ansia, anche se non sempre ci riesco. In questi anni universitari, i miei hanno sempre detto che sentendo la mia voce il giorno prima di un esame non davo mai l’impressione di essere una che il giorno seguente avrebbe dovuto sostenere una prova più o meno importante.
Questa volta però è diverso. Io non riesco più a studiare come una volta, non ho la pazienza di mettermi a ripetere fino a farmi entrare tutto quello che serve in testa, di sottolineare con la linea rigorosamente dritta perché in certe cose sono un’odiosa precisina del cavolo. Chi ci è già passato dice che è normale, che arrivati alla fine è sempre così. Quindi non sono un’aliena che si aggira per casa conciata nel peggiore dei modi, con gli occhiali da secchiona e i tappi alle orecchie perché fuori c’è talmente tanto casino che non riesco neanche a sentire la mia voce. Quando ripeto urlo, probabilmente i miei vicini di casa mi odieranno. Mi busseranno alla porta con l’intenzione di dirmi di smetterla, di stare zitta, perché ho veramente rotto tutto quello che si può rompere. Poi però mi guarderanno, osserveranno lo stato pietoso in cui verso, mi daranno una pacca di compassione sulla spalla e si offriranno volontari di sentirmi ripetere libri e appunti.
Ecco, quando io non ho voglia di studiare, do il via alla produzione di film mentali. Tutto, pur di perdere tempo.
Non c’è conversazione, ormai da due giorni, che non si concluda –da parte mia- con una chiusura di telefono in faccia al mio interlocutore. Sono irritata, irascibile, insopportabile, tremendamente odiosa. Sopporto solo i miei amici. Loro e nessun altro.
Non mangio neanche, o meglio, mi nutro di quanto basta alla sopravvivenza.
Penso di avere l’esame il giorno X, così mi ritrovo, la sera prima, a controllare nel sito della facoltà il mio numero in lista e a scoprire con sommo orrore che mi sono sbagliata. L’esame non è il giorno X, bensì quello dopo. Altre ventiquattro ore di studio, di carcere, di condizioni pietose.
Poi alla fine arriva il giorno. Seguo la routine che mi ha accompagnato in questi anni. Notte parzialmente insonne, sveglia presto per l’ultimo ripasso, due macchinette di caffè in giro nelle vene, la doccia fredda, il profumo degli esami.
Dovete sapere che io ho un profumo che uso solo per gli esami. L’ho messo quando ho dato il primo e da allora è diventata una sorta di scaramanzia, di tradizione: devo averlo addosso ogni volta che ne ho uno. E non solo: finisco col fare la doccia con il bagnoschiuma della stessa linea e passarmi dopo la stessa crema. Ormai l’odore mi dà la nausea, mi mette ansia.
Un po’ di mascara, gli occhiali da sole, le cuffie alle orecchie. I “crepi” in risposta agli “in bocca al lupo”. L’aria probabilmente affranta, la borsa piena di libri.
Arrivo in facoltà con l’aria di chi è lì per caso. Trovo un mio simile disperato mai visto prima il quale mi informa delle tragici voci che circolano sul prof in questione.
E ‘sti ca***, di terrorismo pre-esame ne ho abbastanza. Lo assecondo, pensando nella mia testa che non vedo l’ora che finisca tutto.
Mi abbandono alla mia sedia, senza la minima voglia di ripetere i miei appunti.
- Te sei la seconda in lista, sei Chiara, vero? Se vuoi un po’ di tempo per ripetere, vado prima io e poi vai te.
Credici.
Non lascio il mio posto neanche se ho in corso un’emorragia, se sto perdendo litri di sangue e sono in fin di vita. Lo tranquillizzo, gli dico che più che ripetere avrei bisogno di re-imparare tutto di nuovo. Lui se la ride, pensava di farmi un favore.
Mi giro il libretto tra le mani, guardo le pagine piene di caselle riempite, di firme frettolose, di numeri scritti in modo chiaro, di date, di materie. Ogni esame ha la sua storia dietro: racconta di delusioni, di felicità, di fatiche, di stati d’animo confusionari, di borse piene di libri da studiare, di quantità industriali consumate di evidenziatori e matite.
Poi mi ricordo dell’altra “tradizione” da esame, da rispettare anche questa. Apro il portafoglio, tiro fuori un quadratino di carta e lo apro con cura. Dentro c’è il ciondolo di mia nonna, lo tengo dentro al pugno durante gli esami, da sempre.
Poi arriva il momento in cui guardo in faccia la realtà e prendo consapevolezza di quello che sono. Delle ore passate sui libri, dell’impegno che ho messo nel preparare la materia. Il mio dovere l’ho fatto, come sempre. Se va male, non posso rimproverarmi proprio niente.
Sono piccolezze queste. Gesti, pensieri, parole che ormai ripeto meccanicamente: danno sicurezza, anche se lì per lì non ci crediamo abbastanza.
È così che sono arrivata fino a questo punto. Guardandomi dall’esterno con un occhio critico, a volte troppo severo; rendendomi conto, solo alla fine, che l’impegno, i sacrifici, la fatica, di norma vengono sempre ripagati e se non succede così – perché capita anche questo- la colpa non è certo mia. Io sono l’unica a sapere cosa c’è stato dietro ogni esame,quanto ho studiato, se troppo o troppo poco. Il risultato spesso è solo un numero, a volte neanche troppo soddisfacente, un casella piena in più nel libretto. Quando proprio va bene c’è la stretta di mano forte da parte del prof. o una proposta di tesi da parte loro.
L’assistente giovane pronuncia il mio nome. Mi alzo di scatto e la seguo, guardo il tipo troppo gentile che ricambia come per volermi dare forza. E poi mi siedo davanti a chi mi interrogherà, faccio un respiro profondo, stringo nella mano il ciondolo della nonna.
Le domande, una dietro l’altra. Le parole, le precisazioni, la memoria che galoppa. I sì con la testa, i gesti con le mani. I mezzi sorrisi, la storia che si ripete. I minuti che passano come fiumi, anche se non me ne accorgo, perché la stranezza degli esami sta nel fatto che quando sei seduta lì a parlare non hai la minima percezione del tempo che scorre.
Arriva la fine, l’assistente mi dice il suo voto. Verbalizza sul computer, scrive sul libretto.
Un’altra casella della mia raccolta punti piena. Alla fine ci danno il premio, diceva mia sorella.
Questa volta è l’ultima. Non ci saranno più altre svolazzanti firme frettolose, non ci saranno più numeri, date, nomi di materie.
Finisce qui.
Non ci saranno più le sveglie alle sei per il ripasso finale, né gli spruzzi del profumo degli esami sulla pelle. Non ci sarà più nessuno a fare del terrorismo fuori dalla porta.
Esco dall’aula, rivedo il tipo. Gli dico di star tranquillo, andando in controtendenza rispetto a chi ama distribuire ansia non richiesta. Riprendo le mie cose, poso il libretto tra gli appunti che finiranno nella differenziata tra poco. Osservo l’ultimo passo della tradizione che ho creato e rispettato negli anni: la diffusione della notizia.
Di solito scrivo un sms, metto solo il voto, il numero. Quando prendo la lode scrivo tutto per esteso. Mi sembra più bello. Questa volta il messaggio è lungo: aggiungo un “è finita”, con tanto di punti esclamativi. Lo inoltro, come sempre: alla mamma, a papà, alla sister, alla zia, agli amici. E poi mi gusto le loro reazioni, sempre le stesse. C’è chi chiama, c’è chi risponde a sua volta con un sms. C’è chi ti dice di andare a comprarti qualcosa di buono da mangiare, mentre gli amici ti propongono sempre di andare ad ubriacarti.
In realtà non faccio niente di tutto ciò, non ora.
Adesso sono spaesata, non ho realizzato ancora. Mi chiedono se sono felice. Dovrei esserlo.
Per essere felici di una cosa bisogna averne preso coscienza, cosa che io ancora non ho fatto.
Fa caldo, quasi mi sento mancare. Bevo una bottiglietta di tè freddo, lego i capelli. Metto gli occhiali da sole, torno al mio iPod.
La canzone che stavo sentendo, quando sono arrivata in facoltà, mi si ripropone nelle orecchie. Inizia da metà, ma ha un suono diverso.
Sa di libertà.
Anche se si tratta di una libertà vigilata da una tesi impegnativa.
Etichette:
esami,
Friends,
la mia famiglia,
nonni,
Pensieri,
sfoghi,
tiriamo le somme
sabato 18 maggio 2013
I fuori sede non mangiano carne
La carne è un bene prezioso, è troppo costosa e si sa: un fuori sede su tre è squattrinato. Controlla quanto spende, fa la spesa in base alle offerte del supermercato e ha nel comodino un altarino appositamente fatto in onore dell’artefice di quella meravigliosa iniziativa del Conad per la quale - fino a fine giugno – tantissimi beni di prima necessità quali pane, pasta, sugo e così via sono scontatissimi. Salvo poi spendere quanto risparmiato in spese inutili.
L’unica carne che mangiano i fuori sede è quella del kebab. O al massimo si va di wurstel e hamburger.
Ci sono famiglie al corrente del fatto che i figli fuori sede lassùalnord carne non ne mangiano e quindi provvedono a far partire i propri pargoli con qualcosa come un chilo di vitello a fettine, sottovuoto, in valigia, dentro la borsa frigo. La prima cosa che ti chiedono, non appena sei arrivata a destinazione, dopo innumerevoli ore di viaggio e una voglia di conversare pari a zero, è se hai messo la carne nel congelatore. Poi, dopo qualche settimana, quando alla classica domanda del “cos’hai mangiato”, tu rispondi “carne”, loro ti chiedono – orgogliosissimi di sé- se la carne che stai mangiando è proprio quella che ti sei portata da casa, pur sapendo già la risposta.
Ecco: la mia famiglia rientra appieno in questa categoria.
Capita però che un giorno decidi di comprare della carne tua sponte, perché questo vitello ti ha un po’ scocciato. Vai al supermercato, afferri una vaschetta di maiale con tanto di osso, torni a casa, congeli tutto e poi te ne dimentichi, fino ad arrivare a tre settimane dopo, quando apri il congelatore e ti ricordi dell’acquisto.
E dunque fettona di carne sia, ben cotta, come piace a me. Col rosmarino sopra. Ci metto qualcosa come dieci minuti a finirla tutta. La fotografo, come farebbe un bravo bimbominchia e la mando alla sister. “Guarda qua cosa mangio stasera!”.
Fiera di me, piena come un uovo, lavo il piatto, sistemo casa e guardo il pc.
Il pensiero della tesi è diventato abbastanza padrone della mia testa. Dovrei iniziare a scriverla, adesso che il mio indice è stato approvato.
Ho rimandato questo momento a lungo, letto su libri e siti di vario genere i più disparati consigli a riguardo. Eppure non ho scritto neanche una parola, per la paura di sbagliare.
Mi siedo un attimo, fisso il pc, poi la pila di fotocopie e di libri e poi l’ora. Sono le nove, in tv non c’è niente. Stasera non esco, domani devo studiare.
Ma sì. Proviamo.
Imposto la pagina di Word con le istruzioni che trovo sul sito dell’università. Inizio ad aprire libri, a consultare i miei schemi, i miei appunti. Un sospiro profondo e via.
Le note, ca**o. Io ho paura delle note, delle citazioni, di tutto.
Ci provo lo stesso, seguo le indicazioni passo dopo passo.
A farmi compagnia c’è una zanzara che mi ronza intorno. Ogni tanto mi punge, ‘sta str****. Rimpiango di non essere con la mia amica, lei che le fa fuori tutte, a colpi di pesanti libri.
Dopo non so quanto, ho finito di scrivere la prima pagina. Fisso lo schermo, non mi pare vero. Non so se va bene, non so è giusto. Non lo so, non so niente. Però ho iniziato.
Finalmente ho iniziato.
Ho una certa ansia addosso, dovrei scaricarla in qualche modo. Per la prima volta, dopo un anno e mezzo di lontananza dalle sigarette, ho una voglia estrema di accenderne una e fumarla sul divano. Gustarmela, calmarmi così. In casa non ne ho, il che non può che essere un bene, col senno di poi.
Il giorno dopo lo racconto alla mia amica, lei ridendo mi dice “Ci manca solo che riprendi a fumare per la tesi!”. Devo trovare un altro modo per scaricare la tensione.
Poi riprendo, con un po’ più di calma.
Chiudo all’una, non ne ho più voglia. Quella che potrebbe essere definita ispirazione se n’è andata chissà dove. Siamo rimaste solo io, le zanzare e le mille bolle che mi hanno lasciato su gambe e braccia.
Al momento di salvare il documento, word mi chiede di dargli un nome.
Scrivo, senza pensarci su.
Si chiama “Capitolo 1, sul serio”.
(Un giorno dovrò togliere le ultime due parole. Spero vivamente di farlo prima di mandarlo alla mia relatrice).
martedì 26 marzo 2013
Un tempo, quando ero piccola
Piove ancora, piove anche oggi.
Montgomery, ancora. Con la cerniera tirata su fino al collo. E poi la sciarpa di lana, quella che la mia amica mi ha regalato per Natale. Ha scelto la lana più morbida, quella più calda e ha chiesto a sua madre di fare una sciarpa per me. Un regalo gradito, utile. Un regalo che porto sempre con me da mesi, nonostante la mia collezione conti ormai quasi una trentina di pezzi.
E con la sciarpa gli stivali.
E con gli stivali, l’ombrello rosso.
Di fretta, anche oggi.
Inizio a pensare che la fretta sia soltanto un mio stato mentale. Il camminare per strada velocemente come se stessi per perdere il treno della mia vita, quei passi svelti uno dietro l’altro. Sono un razzo, è difficile starmi dietro. E per me è difficile stare dietro agli altri, quella gente normale che cammina come tutti i comuni mortali.
Forse non sono mai realmente in ritardo, ma nonostante questo faccio sempre tutto di fretta, complice l’orologio che ho al polso, le cui lancette sono perennemente spostate qualche minuto avanti.
Devo sistemare l’orario, mettermi in regola con il Mondo.
Me lo ripeto spesso, ma non lo faccio mai. Potrei alzarmi dal letto, adesso. Raggiungere il mobile sotto lo specchio, afferrare l’orologio e sistemarlo. Invece me ne sto qui, al caldo sotto il plaid rosso, nel silenzio di questa casa ormai solitaria.
Un quarto d’ora a piedi e sono a destinazione, al lavoro. La gente normale impiegherebbe mezz’ora o venti minuti a percorrere lo stesso mio tragitto.
Saluto i colleghi, tolgo gli strati di lana che mi hanno protetta dal freddo stamattina. Qui dentro si muore di caldo, ci saranno trenta gradi almeno.
Mi svesto velocemente, di fretta.
Chissà che pensano di me qua dentro. Sono la solitaria, silenziosa Chiara. Quella che apre bocca solo per dire “Ok”,oppure “va bene”, o al massimo “certo, lo faccio subito”.
Passo dalla stanza piccola, dove c’è la scrivania di uno dei responsabili. Con lo sguardo vado dritta nella scatola dei documenti da posare, dritta al mio obiettivo. Mi accorgo qualche istante dopo essere entrata nella stanza di una presenza anomala. È una bambina, seduta alla scrivania. I capelli ricci e scuri, il viso tondo e le guance rosse. I piedi non le arrivano al pavimento. Sta seduta, muove le gambe nel vuoto. Prima una,poi l’altra. Un moto perpetuo.
E questa cosa ci fa qua? Da dove viene?
La saluto, le sorrido. È una sorpresa piacevole. Si chiama Serena e penso proprio sia figlia di qualcuno che lavora qui.
Sistemo i documenti nelle loro cartelle, quando ho finito entra G., il collega quarantenne superconcentrato, quello che dopo dieci giorni di lavoro insieme mi ha rivolto un “Scusa, ma tu come ti chiami chè non mi ricordo il tuo nome?”.
Ecco, il mio nome non me l’aveva mai chiesto prima.
Serena è la sua bambina. Non le somiglia affatto. Quindi è la stessa che si vede nel desktop del suo computer, a meno che non sia qualche sorella piccola. Starà qui qualche ora, parcheggiata in questa scrivania ad annoiarsi un po’, per poi essere prelevata da qualche familiare e portata in un altro posto.
Passo il tempo successivo a lavorare con G., in silenzio. Lui ordina, io eseguo.
Ogni tanto lancio uno sguardo alla piccola Serena. Disegna su un foglio bianco. Non ha i colori e quindi usa gli evidenziatori dell’ufficio. Non ho idea di cosa stia creando la nostra piccola artista. Certo è molto impegnata.
Serena mi ricorda me, anni e anni fa. Quando ero piccola mi piaceva andare nell’ufficio con papà. Mi ci portava ogni tanto, quando era in servizio di pomeriggio e sapeva che il lavoro sarebbe stato un po’ meno del solito.
Mi sistemavo anche io in un angolo, su qualche scrivania non occupata dai suoi colleghi. Prendevo qualche foglio di carta e mi dilettavo a disegnare e colorare con tutto quello che trovavo nel portapenne. Le mie improbabili opere d’arte venivano regalate ai colleghi di papà, con tanto di stupore, gioia e ringraziamenti. Probabilmente qualche ora dopo erano già nella spazzatura, insieme a chissà cos’altro. Negli anni novanta non si faceva la differenziata.
Quando mi scocciavo, andavo nel giardinetto vicino all’edificio dove lavorava. C’erano delle giostre: uno scivolo, l’altalena, un dondolo. La mia preferita era l’altalena, mi piaceva volare in quel modo. Lo scivolo un po’ mi faceva paura. Prima la scaletta, dovevo star attenta a mettere i piedi nel posto giusto. Poi arrivavo in cima, mi sedevo e da lì si arrivava in un attimo in fondo. Quel momento in cui dovevo abbandonarmi a me stessa e scivolare giù, un po’ mi spaventava.
Quando papà andava in pausa, lo accompagnavo al bar. Un caffè per lui, un succo di frutta per me.
E poi di nuovo dentro, fino all’ora di chiusura.
Serena però sembra annoiarsi, adesso. Forse non vede l’ora di uscire da qui, forse non le piacciono gli evidenziatori azzurri. Non piacciono neanche a me.
Quando vengono a prenderla, la piccola sembra contenta di andar via. Si veste velocemente, dà un bacio al padre, poi si gira verso di me e mi saluta.
Ricambio, le sorrido.
Ciao Serena. Mi hai fatto ricordare di quando ero piccola.
Etichette:
bambini,
la mia famiglia,
lavoro,
people,
ricordi
venerdì 22 febbraio 2013
Pensieri Random
Ringraziate tutti in coro Viviana.
G-R-A-Z-I-E V-I-V-I-A-N-A!
Mi ha assegnato questo premio. Consiste nell'elencare sette cose sul proprio conto. Quale scusa migliore per scrivere un post ben più leggero -e spero piacevole- rispetto ai precedenti?
E dunque, elenco sia.
Pensieri random, chè qua son le undici e stanotte non ho dormito per niente.
1. Ho riscoperto la voglia di leggere. L'avevo persa: in un anno intero ho letto solo due libri, il che non è proprio da me. Adesso ho ripreso il ritmo: leggo di nuovo a più non posso. Ogni settimana vado in biblioteca a prenderne un paio. Il bello del prenderli in prestito sta nel fatto che se un libro non mi piace molto, posso almeno affermare di non aver sprecato neanche un centesimo nel suo acquisto. Il problema sorge poi quando un libro mi è piaciuto tantissimo...
2. Ho iniziato a scrivere poesia da piccola, avevo circa otto anni. Le componevo nella mia cameretta, seduta alla scrivania bianca e rossa. Scrivevo, leggevo, modificavo e poi mi alzavo di scatto, facendo strisciare i piedi della sedia sul pavimento. Andavo a farle leggere ai membri della famiglia, nell'ordine in cui li trovavo sparsi per casa. Solitamente il primo che incontravo era papà, poi in cucina trovavo la mamma, alle prese con qualche pranzo o qualche cena da preparare e per ultima mia sorella, anche se lei non apprezzava, anzi mi prendeva anche un po' in giro (oggi invece la situazione è completamene diversa!). Mio fratello era un lattante ancora. Mi piaceva sentirmi dire che ero brava, che sapevo scrivere. Mi spronava a continuare, a coltivare questa passione. Se non me l'avessero detto, forse avrei lasciato perdere tutto.
Oggi mi ritrovo a scrivere furtivamente su questo blog, col terrore ingiustificato che qualcuno mi scopra. Mi sento una ladra, ma non riesco a condividere questo spazio con nessuno che mi conosca nella vita di tutti i giorni e un po' mi dispiace. Penso soprattutto ad una persona con cui condivido molte cose, a quanto potrebbe rimanerci male se lo scoprisse.
3. Ho la scheda elettorale pronta per domenica. Finalmente posso esprimere la mia preferenza per qualcosa di veramente serio. Nell'aprile 2008 non avevo ancora compiuto 18 anni, a differenza di tutti i miei compagni di classe. Ricordo che mi sentivo "diversa", troppo piccola. Un po' ... impotente.
4. La neve mi mette ansia. Dopo le abbondanti nevicate dello scorso anno, ho notato che appena cade qualche fiocco, ci metto un attimo ad andare in panico. La verità è che io non sono in grado di stare in casa per più di 24 ore. L'anno scorso -causa neve- non ho potuto mettere naso fuori per quattro giorni. Stavo impazzendo, giuro.
5. Ogni tanto scrivo i vostri commenti nella mia agenda e vado a rileggerli quando mi sento giù. Scrivo quelli che mi arrivano dritti al cuore alla prima lettura. Potrebbe sembrare una frase fatta, ma ho notato -soprattutto negli ultimi post- una certa vicinanza da parte di voi lettori, in particolar modo da chi mi segue da un po'. La sento sul serio, vi sento partecipi.
6. Una volta ho vinto due biglietti per i concerti della Coca Cola. Era una cosa rarissima, a quanto pare. E invece sono riuscita a farcela, ma non ci sono potuta andare. Inutile dire che è stata l'unica volta in vita mia in cui ho vinto qualcosa.
7. Qualche settimana fa, sull'account Twitter collegato al blog (per rimanere in tema con gli ultimi pensieri del punto 2), ho scoperto con immenso stupore che qualcuno dei miei follower aveva ritwittato un pensiero scritto da una persona che conosco nel reale mondo di tutti i giorni.
Lì per lì è stato "panico".
G-R-A-Z-I-E V-I-V-I-A-N-A!
Mi ha assegnato questo premio. Consiste nell'elencare sette cose sul proprio conto. Quale scusa migliore per scrivere un post ben più leggero -e spero piacevole- rispetto ai precedenti?
E dunque, elenco sia.
Pensieri random, chè qua son le undici e stanotte non ho dormito per niente.
1. Ho riscoperto la voglia di leggere. L'avevo persa: in un anno intero ho letto solo due libri, il che non è proprio da me. Adesso ho ripreso il ritmo: leggo di nuovo a più non posso. Ogni settimana vado in biblioteca a prenderne un paio. Il bello del prenderli in prestito sta nel fatto che se un libro non mi piace molto, posso almeno affermare di non aver sprecato neanche un centesimo nel suo acquisto. Il problema sorge poi quando un libro mi è piaciuto tantissimo...
2. Ho iniziato a scrivere poesia da piccola, avevo circa otto anni. Le componevo nella mia cameretta, seduta alla scrivania bianca e rossa. Scrivevo, leggevo, modificavo e poi mi alzavo di scatto, facendo strisciare i piedi della sedia sul pavimento. Andavo a farle leggere ai membri della famiglia, nell'ordine in cui li trovavo sparsi per casa. Solitamente il primo che incontravo era papà, poi in cucina trovavo la mamma, alle prese con qualche pranzo o qualche cena da preparare e per ultima mia sorella, anche se lei non apprezzava, anzi mi prendeva anche un po' in giro (oggi invece la situazione è completamene diversa!). Mio fratello era un lattante ancora. Mi piaceva sentirmi dire che ero brava, che sapevo scrivere. Mi spronava a continuare, a coltivare questa passione. Se non me l'avessero detto, forse avrei lasciato perdere tutto.
Oggi mi ritrovo a scrivere furtivamente su questo blog, col terrore ingiustificato che qualcuno mi scopra. Mi sento una ladra, ma non riesco a condividere questo spazio con nessuno che mi conosca nella vita di tutti i giorni e un po' mi dispiace. Penso soprattutto ad una persona con cui condivido molte cose, a quanto potrebbe rimanerci male se lo scoprisse.
3. Ho la scheda elettorale pronta per domenica. Finalmente posso esprimere la mia preferenza per qualcosa di veramente serio. Nell'aprile 2008 non avevo ancora compiuto 18 anni, a differenza di tutti i miei compagni di classe. Ricordo che mi sentivo "diversa", troppo piccola. Un po' ... impotente.
4. La neve mi mette ansia. Dopo le abbondanti nevicate dello scorso anno, ho notato che appena cade qualche fiocco, ci metto un attimo ad andare in panico. La verità è che io non sono in grado di stare in casa per più di 24 ore. L'anno scorso -causa neve- non ho potuto mettere naso fuori per quattro giorni. Stavo impazzendo, giuro.
5. Ogni tanto scrivo i vostri commenti nella mia agenda e vado a rileggerli quando mi sento giù. Scrivo quelli che mi arrivano dritti al cuore alla prima lettura. Potrebbe sembrare una frase fatta, ma ho notato -soprattutto negli ultimi post- una certa vicinanza da parte di voi lettori, in particolar modo da chi mi segue da un po'. La sento sul serio, vi sento partecipi.
6. Una volta ho vinto due biglietti per i concerti della Coca Cola. Era una cosa rarissima, a quanto pare. E invece sono riuscita a farcela, ma non ci sono potuta andare. Inutile dire che è stata l'unica volta in vita mia in cui ho vinto qualcosa.
7. Qualche settimana fa, sull'account Twitter collegato al blog (per rimanere in tema con gli ultimi pensieri del punto 2), ho scoperto con immenso stupore che qualcuno dei miei follower aveva ritwittato un pensiero scritto da una persona che conosco nel reale mondo di tutti i giorni.
Lì per lì è stato "panico".
Etichette:
elezioni,
frivolezze,
la mia famiglia,
Libri,
neve,
poesie,
Premi,
twitter
sabato 19 gennaio 2013
Memorie - Delusione
Delusione. Una parola di media lunghezza. Nove lettere, una dietro l’altra. Poco più lunga di speranza, ma sempre più corta di frustrazione.
A pronunciarla ci metto un istante, a metabolizzarla di più.
La delusione ha il sapore di una bastonata sulla schiena quando sei in piedi a guardare le stelle.
La delusione è quella mano cattiva e violenta che ti svuota il sacco pieno di buoni propositi.
La delusione è quello sguardo di ghiaccio, quel no con la testa, quella penna che scrive quello che non avresti mai pensato.
E’ una croce sopra le fatiche costate care. È piegarsi, è cadere a terra.
È sbattere la testa contro il muro quando correvi verso il tuo obiettivo.
La delusione è quella cosa che ti porta a trascorrere mezza giornata tra letto e divano, con gli occhi gonfi e il mal di testa perché hai pianto troppo, neanche fosse successa una tragedia.
La delusione sa di fallimento.
La delusione è un fallimento.
Hai fallito. Game over.
No, aspetta.
Guardalo il bicchiere, quando le lacrime sono finite e la vista torna chiara.
Guardalo, quel maledetto bicchiere, quando ritorni tu ad essere Chiara.
Lo vedi?
Non è vuoto. È pieno, anche se solo per metà.
È pieno, sì. Dentro, in fondo, c’è di tutto.
Ci sono gli amici che ti hanno tempestato di telefonate e messaggi. Quelli vecchi e quelli nuovi. C’è tua sorella che vale più dell’oro di tutto il Mondo messo insieme.
Le persone che ti vogliono bene, quelle che credono in te. Quelle che sanno quanto vali, come sei.
Sono i tuoi fedeli spacciatori di forza.
E allora sì. Fatemi rimanere un altro po’ tra il letto e il divano, col plaid rosso addosso. Ché io si sa, tremo sempre un po’ per il freddo …
Tra un po’ mi alzo, ve lo prometto. Mi sciacquo la faccia con l’acqua gelata e torno in me.
E se non dovesse bastare, mi prendo anche a schiaffi un po’. Così mi devo riprendere per forza.
Al massimo ci dormo su, magari la notte porta consiglio e cura tutti i mali.
E poi domani ricomincio da capo. Butto via tutto, nella differenziata.
Differenzio sempre tutto io. Le bottigliette nel cesto della plastica, le pagine scritte a penna che non servono più in quello della carta, insieme alle riviste lette.
Questa volta uso dei contenitori diversi.
Quello sguardo di ghiaccio lo getto nel nero, insieme a quelle cose che più passa il tempo e più fanno schifo per il fetore che emanano. È lì il suo posto, lo sanno tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui.
Quelle carte inutili finiscono nel blu. Ma prima di gettarle via le spezzo bene. Le strappo, ad una ad una.
Ed ogni volta che sentirò un foglio farsi a mille pezzi proverò un brivido di piacere, lungo la stessa schiena che la delusione ha preso a bastonate, all’improvviso.
Farò tutto con calma, lentamente.
Metterò qualcosa di pesante addosso - per non tremare- ed uscirò di casa.
E sono sicura di una cosa.
Sono sicura che quando rientrerò, quel bicchiere sopra al tavolo bianco e nero tornerà ad essere pieno.
Sì, proprio quello che stava per rovesciarsi nella caduta, quello di vetro, quello che stava per frantumarsi in mille pezzi.
Ci vuole pazienza.
Ci vuole un respiro profondo per non impazzire (cit.).
[E' un periodo un po' più pieno e incasinato del solito. Passerò dai vostri blog, poco alla volta. Promesso!]
Etichette:
Canzoni,
Friends,
la mia famiglia,
Pensieri,
tristezza
martedì 18 dicembre 2012
Ritorno alla base
Ho messo piede nel mio punto di partenza, recuperato la mia valigia tra le tante. C’era la mamma lì, pronta ad abbracciarmi e a dirmi che sono sciupata. A chiedermi se da quelle parti ogni tanto mangiamo un po’ di carne. Pronta a strapparmi la valigia dalle mani, anche se lei – la valigia- è più grande di lei – la mamma-.
Ho messo piede nelle quattro mura domestiche vestite a festa. Il rosso ovunque, il Natale esplicitato a più non posso. Tre alberi sparsi per casa, un presepe, tante piccole luci colorate.
Ho messo piede nella mia camera. Mi è sembrata una reggia in confronto a quella della mia casa universitaria. Con gli armadi grandi, la scrivania ampia e tante luci.
Lo specchio, poi, quello intero. Lì ne ho uno piccolo. Per vedermi più o meno intera devo salire sul divano, fare delle acrobazie degne di circo, rischiare di rompermi qualcosa per non concludere poi niente.
Mi sono vista tutta intera, dalla testa ai piedi. Inaspettatamente. Mi sono voltata ed ero là, riflessa su quell’oggetto lungo. Mi sono fissata per un po’, con la mia faccia bianca, gli occhi stanchi e i capelli raccolti e bisognosi delle mani esperte della mia parrucchiera.
Mi sono avvicinata un po’, ho guardato bene i miei occhi tra le lenti degli occhiali e il vetro dello specchio. Mi sono sentita diversa per l’ennesima volta.
Diversa da cosa, ho pensato.
Diversa da come ero qualche mese fa, quando mi sono specchiata qui prima di partire.
Diversissima da come ero quando andavo al liceo.
Ancora più diversa da come ero quando riuscivo a malapena ad arrivare con la mia altezza a metà specchio.
Diversa, tanto cambiata quanto smarrita, spaesata, disorientata.
Succede sempre così. Arrivo qui e mi stupisco del fatto che tutto sia grande: il letto, gli armadi, i fornelli in cucina, le stanze. Le voci, i discorsi. Poi mi abituo nel giro di qualche ora o di giorni, quando proprio va male. Mi abituo per poi ripartire e stupirmi, meravigliarmi di nuovo di quanto grande sia quella città, rispetto a questo paese e alle sue strade piccole.
È un continuo meravigliarsi, stupirsi, ambientarsi, riabituarsi. Perdere di nuovo gli equilibri, ricercali altrove.
Dopo cena, quando gli altri erano nelle loro stanze, sono andata davanti all’albero. Al buio, la luce del lampadario sarebbe stata una violenza. Le lucine dell’albero erano perfette.
L’abete grande, pieno di palline e addobbi. L’abbiamo preso io e la mamma tre o quattro anni fa. Mi ricorda quello che prendevamo da piccola. Era vero. Profumava di natura e lasciava gli aghi a terra.
Adesso siamo più ecologici. Adesso è diverso.
Mi sono seduta davanti al presepe. A terra, così lo vedo bene. A gambe incrociate, così sto più comoda.
Il presepe è sempre lo stesso. È più vecchio di me, avrà qualcosa come venticinque anni. Un po’ di manutenzione ogni anno, qualche millilitro di colla per sistemare pastori e casette ed è perfetto. Ha un carillon in un angolo della capanna, sopra c’è la figura di uno zampognaro.
Guardo bene tutto l’insieme, la disposizione delle casette, le luci sistemate per la sua lunghezza. Il cielo attaccato con lo scotch al muro.
Sono pronta, posso azionare il carillon.
Per godere di certi piccoli piaceri bisogna essere pronti. Non sarebbe stata la stessa cosa se appena arrivata, con tanto di cappotto ancora addosso, avessi fatto suonare subito quel macchinario.
La punta dell’indice, all’estremità della ruota grigia.
Sa di talco ancora. Una volta lo sparpagliavamo di sopra per fare l’effetto della neve.
Una leggera pressione verso sinistra e inizia lo spettacolo.
Le note sono sempre quelle, dolci come una ninna nanna.
Un’emozione bella, sicura.
Un’emozione che sarà sempre la stessa.
Non sono andata a salutare il mare ancora. Lo vedo dalla finestra, è grigio. Il tempo è brutto, piove.
Dicono però che arriverà il sole.
Io non aspetto altro.
Mi aiuterà a sentirmi ancora più a casa.
Etichette:
Home sweet home,
la mia famiglia,
Natale,
Pensieri,
vita da fuori sede
lunedì 3 dicembre 2012
Aria di Natale
E così è arrivato il freddo, quello che ti costringe a girare per casa come un’eschimese, avvolta dentro felpe lunghe fino al ginocchio,pantaloni in pile, calzettoni multicolor con tanto di spazio separato per ogni singolo dito, così posso ancora sfruttare le infradito dell’estate, perché ancora non ho avuto né voglia, né tempo, né interesse per l’acquisto delle pantofole invernali, considerando che quelle dell’anno scorso sono finite dentro al bidone della spazzatura.
E per uscire di casa le cose si complicano. La polizia potrebbe fermarmi per strada, facendomi notare di non essere facilmente riconoscibile o di essere un soggetto che desta sospetto, a causa di sciarpe e cappelli messi a mo’ di passamontagna.
È che io sono freddolosa, non sono abituata alle temperature da polo nord, nonostante abbia vissuto ormai quasi quattro inverni di gelo. La mia natura di essere quasi marino è sempre presente.
Eppure mi piace. Non è inverno se non fa freddo, se non posso avvolgermi in innumerevoli strati di lana. Gli inverni caldi della mia infanzia e adolescenza mi davano un po’ fastidio. Certe volte finivo col girare a gennaio anche senza giubbotto, il che non è poi una cosa così bella, a lungo andare.
E poi il freddo mi ricorda Natale. Ho permesso al mio spirito natalizio di esplodere con tutta la sua intensità esattamente il sabato appena trascorso. Una voglia di Natale, la mia, tenuta a bada per troppo tempo, quest’anno.
È da almeno tre settimane che penso alle feste e l’arrivo di dicembre mi ha permesso di dare libero sfogo a tutto questo entusiasmo.
Sabato c’è stato il consueto giro in centro, tra le luminarie finalmente accese, le vetrine colorate.
E poi loro: i mercatini di Natale. Non mi importa se ogni anno sono uguali a quello precedente, con la stessa identica disposizioni di baracchini per le vie, con la stessa identica merce esposta, con gli stessi dolciumi che ti fanno troppo gola. Ogni anno hanno sempre il loro fascino e nessuno potrà mai farlo venire meno.
Così sabato sera ho mangiato il primo pandoro dell’anno, ascoltato il classico cd natalizio di Michael Buble, acceso il forno per cuocere la deliziosa pizza della mia B.
Abbiamo addobbato casa. Attività che ci è costata qualcosa come quindici minuti di tempo.
Abbiamo il nostro albero alto neanche venti centimetri, il nostro filo di perline dorate da appendere sopra lo specchio e la stella rossa da sistemare sopra il divano. Ci basta poco, quel tanto che ci permette di sognare il grande albero illuminato che troveremo nelle nostre case.
Ho voglia di famiglia, di abbracciare la mamma, di ridere con mio fratello, di girare per casa insieme al Gatto, di vedere le mie albe e i miei tramonti. E non mi importa se dopo un paio di giorni finirò, come di consueto, col rimpiangere la mia vita tranquilla quassù.
Ho bisogno di calore, quello che solo certe persone e certi posti riescono a darmi.
Quello che, puoi girare anche tutto il mondo, riuscendo al massimo a trovare qualcosa di simile, ma mai perfettamente uguale.
venerdì 26 ottobre 2012
Venerdì
Pomeriggio di venerdì.
Aula studio: sempre quella.
Libri di economia: sempre loro.
Incapacità di capire al primo colpo i vari grafici: sempre presente.
Insomma, non manca niente.
Sono da poco passate le sei. Sono qui da almeno tre ore. Non ho molta voglia di tornare a casa adesso, avrò tutto il tempo per star lì questo weekend.
Non ho grandi progetti per i prossimi giorni. Penso che farò le stesse cose di sempre. La spesa per la settimana, per dirne una. Da brava donnina di casa quale faccio finta di essere.
Mi dedicherò alla mia solita ricerca di cartelli recanti la scritta “cercasi commessa”, in giro per i negozi del centro, per dirne un’altra.
Mi serve un lavoro, uno qualsiasi. Uno che mi permetta di pesare meno sui miei.
È da circa un anno che lo cerco, ma temo che il mio CV abbia qualcosa che non va, dal momento che nessuno richiama mai. L’ho modificato un paio di volte, in tutto questo tempo. Ho cercato consigli e suggerimenti efficaci su internet, ma niente.
Non attira.
Sarà che non ho alle spalle grandi esperienze lavorative; sarà che quell’ “iscritta al quinto anno di Giurisprudenza” fa pensare alla gente qualunquista che io sia la classica figlia di papà che di fatto non ha un bisogno concreto di lavorare; sarà che il posto in cui sono nata è lontano da qui.
Non so il motivo. So solo che nel corso dei mesi passati le ho pensate un po’ tutte.
Ho stupidamente pensato anche di aver sbagliato a scrivere il numero di cellulare. Ovviamente era scritto in modo corretto. E qui sorrido un po’.
C’è chi dice che io a volte sia ingenua. In realtà è che non mi va di pensare male.
Questo in arrivo sarà il weekend che –dicono- porterà definitivamente il freddo. E anche l’orario solare
Ci sarà più buio nelle nostre giornate. Alle cinque del pomeriggio non vedremo l’ora di rincasare.
Quando avevo qualcosa come undici anni, ricordo che io e la mia compagna di banco storica (sempre lei: dal primo giorno di primina all’ultimo di liceo, giuro) vedevamo il cambiamento d’orario come un evento tragico, negativo, triste.
Tutto ciò portava a voler sfruttare tutte le ore di luce rimaste a disposizione fino alla fine. Uscire il sabato pomeriggio era un obbligo, un impegno al quale non potevamo sottrarci. Era l’ultimo legame con la bella stagione.
La mia visione attuale della cosa ovviamente è cambiata. Mi fa piacere far tornare indietro le lancette. Ne approfitto, tanto per cambiare, per fare qualche bilancio (ovviamente non di tipo economico) su quanto sia cambiato dall’ultima volta in cui ho modificato l’orario dell’orologio.
Il buio del pomeriggio mi fa tornare indietro nel tempo, a quando mia madre era incinta di mio fratello e aspettava affacciata dal balcone, alle cinque del pomeriggio, che tornassi da scuola col pulmino giallo.
Mi faceva salire a casa, mi dava la merenda che aveva preparato e lasciato sul tavolo in attesa del mio rientro e insieme andavamo a sentire la novena dell’Immacolata.
Ricordavo i canti, la luce fioca della chiesa, la noia delle prediche che non ascoltavo. Il caldo del mio piumino, il vento che veniva dal mare.
Tradizioni perse da tanti anni ormai. Tradizioni, situazioni che non tornano indietro delle quali rimangono tanti bei ricordi.
Ecco, a me il buio alle cinque fa pensare a questo.
È tardi ormai. Bisogna che torni a casa.
Il mio stomaco si fa sentire.
Ho bisogno del the caldo, della barretta croccante al cioccolato. Della tuta blu, degli occhiali da vista.
Di B che racconta la sua giornata tenendo stretta tra le mani la sua tazza rossa.
Di chiudere le finestre e di ricordarmi di quando le ho aperte stamattina con una certa ansia di fondo, chiedendomi che giornata sarebbe stata quella di oggi.
Etichette:
aula studio,
B.,
la mia famiglia,
Pensieri,
ricordi,
vita quotidiana
giovedì 27 settembre 2012
Antonio
Questa volta il mio mezzo di trasporto è stato il pullman. Un viaggio lungo, ma molto low cost. Tanto lungo quanto bello. Tanto bello quanto affascinante.
Affascinante perché a me le autostrade piacciono da sempre, da quando ero piccola e con la mia famiglia si partiva per le vacanze in macchina. Roba che il primo treno che presi fu un regionale, ad otto anni. Una cosa neanche programmata, un puro caso. Eravamo in una città lontana una cinquantina di chilometri da casa, la macchina ebbe un guasto e per non scomodare amici o parenti, tornammo indietro in treno.
E le autostrade mi piacciono soprattutto di notte, quando non c’è molto traffico, quando intorno è tutto buio. Un buio smorzato a tratti da qualche macchina. Un buio che trova la sua fine all’alba.
Il mio viaggio è durato tantissime ore, ma non sono arrivata a casa stanca. Il segreto sta nel vestirsi comodi, legarsi i capelli, lasciare le lenti a contatto in valigia e caricare sull’ipod un paio di canzoni nuove e belle.
Certo c’è il problema degli spazi che purtroppo ti ritrovi a condividere con gente che non conosci. E in tutti questi anni me ne sono capitati di ogni. Roba che potrei scriverci un libro.
Il pullman è arrivato. C’è molta gente che deve viaggiare. Gente chiassosa, piena di bagagli.
Io sono velocissima: do la mia valigia all’omino dei bagagli e salgo su in un lampo. Il mio posto è in fondo, lato corridoio, perché al finestrino mi sento soffocare. Sono l’eccezione che conferma la regola.
Inizio a scommettere sulla persona con cui dovrò condividere questo spazio ridotto. Con la fortuna che ho, mi toccherà stare con qualche bambino o peggio ancora con un vecchio.
Gli anziani sono i peggiori. Parlano senza freno fino a mezzanotte, quando crollano dal sonno spalmati sui loro sedili e russano finché la vescica non dà loro il segnale che è giunta l’ora di svegliarsi e correre ai ripari. Non conoscono confini di posto, si espandono a più non posso, costringendoti a rimpicciolirti per riuscire a stare seduta. O almeno questo è quanto mi insegna l’esperienza.
Più che bambini, effettivamente salgono su molti anziani. Per fortuna nessuno di loro raggiunge il mio posto. Quando penso di averla fatta franca, che per una volta finalmente riuscirò ad avere due posti tutti per me, ecco che si avvicina un uomo.
Mi sorride e indicandomi il posto accanto al mio, mi chiede se ci si può sedere. Crollano qui tutte le mie speranze.
“Sì, certo. E’ libero.”
Ringrazia e si accomoda.
Il viaggio inizia. Col buio, in silenzio. Con un po’ di stanchezza. Con questo qui accanto.
All’improvviso gli squilla il cellulare. Una melodia conosciuta, anche se non riesco ad identificarla. Risponde, informa qualcuno del fatto di essere partito, chiude la conversazione e si scusa. Dice che avrebbe dovuto spegnere la suoneria. “Scusami, sono juventino”.
Ecco cos’era. Era l’inno della Juventus. L’ho sentito migliaia di volte a casa.
Ecco cos’era. Era l’inno della Juventus. L’ho sentito migliaia di volte a casa.
Da lì inizia a parlare. Una piacevole conversazione che durerà finché quelli seduti davanti non si gireranno a guardarci male, il che accadrà dopo circa due ore e mezza.
Parliamo delle nostre vite lontane dalla nostra terra. Degli affitti sempre troppo alti, del lavoro che scarseggia. Dei pro e dei contro del vivere lontani; dell’estate ormai passata. Racconta aneddoti della sua Milano, del freddo che fa lì. Mi chiede cosa faccio io nella vita, cosa studio, come mi trovo. Cosa voglio fare dopo. Lui è un operaio. Non ho idea di quanti anni possa avere. Colpa del buio.
Dopo l’occhiataccia dei nostri vicini smettiamo di parlare. Lui si addormenta subito, io dopo un po’. Dormire qui non è proprio semplice. È scomodo. Apro spesso gli occhi, ogni tanto il mio compagno di viaggio mi posa la testa sulla spalla, inerme. Poi si sveglia, si rende conto e ritorna subito al suo posto.
Arriva l’alba, la prima luce. Il viaggio sta per terminare. Mancherà un’ora all’arrivo. La gente inizia a svegliarsi, apre gli occhi anche il mio compagno di viaggio.
E’ questo il momento in cui lo guardo bene in faccia. Le sue espressioni, le rughe che ha in viso. La barba che ricresce. I capelli rasati. Le mani di chi lavora sempre. Eccolo: è lui il soggetto con cui ho parlato per ore. Non è più solo una voce e un’ombra. Ha dei lineamenti precisi ed un’età indefinita tra i trenta e i quaranta.
Arrivo a destinazione. Lo saluto, mi porge la mano e mi dà l’in bocca al lupo per gli studi. Dice che spera di rincontrami in un altro viaggio. Chi lo sa. Non so neanche come si chiama, non ci siamo presentati. Mi piace pensare che il suo nome sia Antonio, un nome abbastanza comune dalla mie parti. Potrebbe essere il mio vicino di casa, un mio parente, uno zio …
Metto piede nel suolo di quella che qualcuno ha definito la mia “terra d’adozione”. Do un’occhiata al pullman in partenza. Antonio è lì, al finestrino e mi sorride timidamente.
Lo risaluto con un leggero cenno di mano.
E mi scopro tutto ad un tratto più forte, pronta a vivere questa nuova avventura qui.
lunedì 17 settembre 2012
Che sia una buona settimana, almeno per voi!
La mia settimana non inizia nel migliore dei modi. Sono a letto, incapace di mettermi in piedi senza farmi girare la testa e farmi venire la nausea. Niente di grave, per fortuna. Stamattina avrei dovuto sbrigare un bel po’ di cose in vista del mio rientro. Ho fatto una lista apposita, speravo di cancellare diverse voci entro stasera. Cosa che non è avvenuta. Ed è tutto rimandato a domani, forze permettendo.
Da questa postazione riesco a fare ben poco. Mi scoccia molto stare anche solo un giorno così. Ogni tanto do un’occhiata alla finestra, a tratti c’è il sole. Avrei voluto camminare per un paio di chilometri, oggi pomeriggio.
C’è il Gatto a farmi compagnia, acciambellato sulla sedia di fianco. Come farò senza di lui tra qualche giorno? Lui che con la sua figura discreta riesce ad essere più presente di un umano. Lui che quando sei triste per qualcosa non ti lascia un attimo sola.
Mi hanno chiamato le mie “amiche del nord”. Dicono che su è ormai autunno, che bisogna uscire di casa con le giacche se non si vuole rischiare un raffreddore. E così penso che la mia valigia sarà veramente leggere questa volta, almeno quanto a vestiti. Credo sia altamente inutile portare su la roba estiva.
Mia madre ha iniziato a mettermi da parte un sacco di cose. Mi ha comprato una caffettiera con un cuore e con il manico rosso. Mi metterà un po’ di allegria la mattina presto. Mi ha dato il nullaosta per curiosare nel suo armadio e prendere tutto quello che voglio. Ho adocchiato un vestitino di velluto nero niente male, un po’ vintage. Credo che partirà con me.
Oggi qui è iniziata la scuola. Stamattina c’era un po’ di trambusto in casa, mio fratello inizia il suo terzo anno di liceo e se ci penso, sembra ieri che ha concluso con le scuole medie.
Non ce l’ho fatta neanche ad accompagnarlo alla porta di casa, ma in compenso, a pranzo, gli ho fatto un po’ di compagnia. Mi ha raccontato dei nuovi prof, gli stessi che ho avuto io tempo fa.
Ecco, forse è arrivata l’ora di chiudere qui questo post poco entusiasmante.
Vi auguro una buona settimana!
sabato 8 settembre 2012
La mia prima settimana di settembre
Quella che sta per finire è stata una settimana di pioggia e di fresco, di temporali violenti e carichi di acqua che ti sorprendono inaspettatamente mentre ai piedi hai giusto dei sandali del tutto inadatti (e ovviamente in borsa non hai l’ombrello).
Una settimana di arrivederci, di amiche e di sorelle per le quali le vacanze sono ormai un ricordo. Ho sentito parlare di autostrade, di code, di ritardi, di malinconie da rientro. Ho pensato che tra dieci giorni tutto questo tocca a me e ho storto un po’ il naso. Sì, perché se fino all’anno scorso mi faceva piacere, di questi tempi, pensare all’autunno come la stagione in cui tutto torna regolare e monotono, adesso non è più così.
Me le sono godute tutte, queste vacanze. Dall’inizio alla fine, in ogni piccolo attimo. Ho fatto di tutto, non mi sono per niente annoiata.
“Non ti avevo riconosciuta” è stata la frase che mi è stata rivolta più spesso da gente di ogni tipo, con gli occhi pieni di stupore. Sono cambiata, sono diversa rispetto all’anno scorso. Forse sono anche più felice.
Poi ci si mettono anche le buone notizie, quelle che aspetti da un’estate intera. Quelle situazioni ingarbugliate che ti scombinano troppo, talmente tanto intricate da arrivare a non sperare neanche più in una loro soluzione. Non so se effettivamente questa storia ha il suo lieto fine; so solo che finalmente ha preso il verso giusto.
Una settimana di incontri, di papà che finalmente riesce a trovare quella serata libera per vederci. La consapevolezza che, inutile illudersi, niente è più come prima.
Il ritrovarsi, per un caffè lungo due ore e mezza, con una vecchia compagna delle scuole elementari; parlare di ogni cosa, scoprire che gli animi buoni, fortunatamente, ogni tanto rimangono tali nel tempo.
Assistere allo spettacolo teatrale dell’amico attore, stupirsi ancora una volta per la sua bravura, ripetersi silenziosamente in testa che i talenti non vanno mai sprecati e festeggiare tutti insieme con un po’ di spumante.
Stare insieme, noi tre fratelli, la sera prima della partenza della sorella maggiore. Mangiare insieme una brioche col gelato e prenderci in giro come abbiamo sempre fatto.
È tornato il sole quaggiù. La settimana finisce così.
... Inutile dirvi che spero ancora in qualche altro giorno di mare.
Etichette:
estate,
Friends,
la mia famiglia,
Pensieri,
vacanze,
vita quotidiana
martedì 21 agosto 2012
La mattina dei ricordi
L’una di notte, il cellulare squilla. È un messaggio di F., la mia amica mezza atleta. Chiede se domani mattina, cioè tra poche ore, ci vediamo per una camminata/corsa. Non mi tiro indietro, accetto volentieri.
Alle sette la mia amica è sotto casa, ad aspettarmi. F. è alta almeno un metro e ottanta, ha le gambe molto lunghe, gioca a pallavolo da almeno dieci anni. Ha il passo veloce, ma in qualche modo riesco a starle dietro. Incontriamo la solita gente: vecchi prof del liceo, turisti fissati con lo sport, anziani che sembrano sul punto di essere colti da un infarto per l’eccessivo sforzo.
Un’ora dopo siamo stremate, decidiamo che per quella mattina abbiamo dato abbastanza.
F. propone un caffè in piazza,io la guardo allibita. Siamo in condizioni pietose: pantaloncini, scarpe da ginnastica, maglietta di Slash di mio fratello e capelli raccolti. Senza contare il bagno di sudore in cui ci troviamo e i residui del trucco di qualche ora prima. Mi lascio convincere, perché tanto “chi vuoi che ci sia in piazza, alle otto del mattino, in pieno agosto?”. Ci sarà al massimo qualche ubriaco che non è stato in grado di tornarsene a casa a dormire.
Approdiamo in piazza ed effettivamente, a parte qualche vecchio che legge il giornale, non c’è molta gente.
Ci avviciniamo al bar, un cameriere mi chiama per nome, sposta la sedia e dice di accomodarmi.
Avrà la mia età, mi sembra di non averlo mai visto prima. Non riesco a spiegarmi come faccia a sapere il mio nome, eppure mi parla con tono confidenziale. Chiede come sto, che ci faccio lì a quell’ora. Io rispondo, lo guardo con espressione un po’ interrogativa.
“Ma tu chi sei? Ci conosciamo?”. Non posso continuare a parlare così con una persona che mi conosce ma che io non ho mai visto prima.
E certo che ci conosciamo. Dice di essere M., il mio vecchio compagno di classe delle elementari.
Possibile mai? Esiste ancora? E dove è stato tutto questo tempo?
Non lo vedo dalla quarta elementare, quando sua madre decise di mandarlo in collegio, con la speranza che almeno lì riuscissero a dargli un po’ di educazione. E a guardarlo bene mi sa che quell’esperienza è stata un po’ un fallimento. Ha due piercing in faccia, un tatuaggio grande sul braccio, parla gridando, sembra che si sia fumato una canna già alle otto del mattino.
Bevo il mio caffè, pago, torno a casa.
Mia madre è già al top dell’attivo, non so dove trovi tutta l’energia che ha addosso. Era intenta a pulire il garage, con un sacco enorme per la spazzatura accanto. Salgo in casa, faccio la mia doccia, mangio il mio yogurt con i soliti cereali dentro. Mia madre intanto torna, mi dice che giù in garage ha trovato delle cose risalenti a quando ero piccola, me le ha lasciate in camera.
Sono curiosa, vado a vedere subito. C’è una bambola senza vestiti, con i capelli scompigliati e un orecchino solo. Me l’avevano regalata i miei per una pagella, quando avevo circa sette anni. A contatto con l’acqua, la treccia colorata che aveva in testa cambiava colore. Era quella la caratteristica che la distingueva dalle altre bambole comuni.
Poi c’era un quaderno, la cui copertina non mi rimandava a nessun ricordo. Forse era di mia sorella …
Lo apro e invece c’è il mio nome. Lo sfoglio e realizzo che quello era il quaderno della prima elementare, con le pagine piene delle lettere dell’alfabeto, scritte grandi, con la penna cancellabile blu.
La prima elementare per me fu un trauma. I miei mi mandarono a scuola a cinque anni appena compiuti, feci la classica primina. La mia insegnante era una suora, proprio come le mie maestre dell’asilo.
Era cattiva, di quelle che usavano dare le punizioni. Non sapeva dove stesse di casa quella dolcezza che sarebbe opportuno utilizzare con dei bambini. Quando facevi dei dettati impeccabili, ti appuntavano sul grembiule bianco una spilla grande con i colori della bandiera dell’Italia. Un giorno la portai a casa anche io, i miei genitori mi fecero una foto che poi uscì troppo scura per essere un minimo comprensibile.
Sfoglio un altro po’ quel quaderno, guardo pagina per pagina e penso che in fondo è nato tutto da lì. I miei temi della scuola, gli appunti che prendo a lezione, la lista della spesa o le cose che segno in agenda trovano la loro fonte primaria in quell’anno di primina, in quelle pagine piene di letterine grandi.
Penso che la suora sarà stata una donna cattiva, acida come non so cosa, ma almeno mi ha insegnato a leggere e scrivere. In realtà ho scoperto solo ora che ci costringeva anche a scrivere cose strane sui quei quaderni, cose che solo una suora può obbligarti a scrivere.
Guardate, guardate.
Vorrei vedere le vostre facce adesso.

Iscriviti a:
Post (Atom)