"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
Visualizzazione post con etichetta estate. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta estate. Mostra tutti i post

lunedì 31 agosto 2015

Il mare, il mio miracolo

Quando raggiungi i fatidici diciotto anni e fai la valigia per andare via a studiare - risorse economiche e tutto il resto permettendo - non sai mai cosa ti attende, a quale vita andrai incontro. Cosa ti mancherà, cosa meno.
Quando sono andata via da casa, io avevo una paura che ancora ricordo come se fosse stato ieri, quel giorno. Lasciare tutti era difficile, indubbiamente. Affetti, persone, animali.

Non pensavo, però, che a mancarmi tantissimo sarebbe stato il mare, forse più di ogni altra cosa.
Le persone le senti, sai tutto di tutti anche se ci metti di mezzo mille chilometri. Il gatto te lo passano al telefono, ti dicono se muove le orecchie o se struscia la sua testolina contro l'apparecchio.
Il mare, quello no.

Possono raccontarti, dirti se è calmo, agitato, liscio come l'olio, se sembra un lago o l'inferno delle onde. Se fa danni con la sua potenza, se è pulito e cristallino.
Le parole però non saranno mai abbastanza, così come le foto che ti faranno sentire ancora più sola, orfana delle sue onde quando a luglio, la domenica, tutti se lo stanno gustando e tu hai davanti agli occhi una pozza verde indegna di essere chiamata allo stesso modo.
Ogni anno aspetto agosto come un miracolo.

Si, vanno bene le ferie, le vacanze. La lontananza dalla routine, dalle facce che vedi tutti i giorni per un anno intero.
Io, però, attendo agosto per lui, per il mare.
Come lui, nessuno mai.

Con cosa potrei mai sostituire la sensazione dei piedi che affondano sulla sabbia? Il freddo dell'acqua, i brividi dietro la schiena ogni volta che ti ci immergi? E il sapore, l'odore di quel sale che ti rimane attaccato alla pelle scottata dal sole?
Cura di ogni male, ricchezza per chi vive grazie a lui. Estasi, relax. Amore. Musica.
 
E' un miracolo il mare. Il mio. E per me lo è sempre stato.

domenica 24 agosto 2014

Il tempo vola

Il tempo vola.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.

Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.

Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.

Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.

E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.

giovedì 14 agosto 2014

Estate

Sono tornata al punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
Ho fatto la valigia, l’ho caricata a più non posso con la scusa che sarei rimasta via un mese intero, riempiendola dell’utile e del meno utile con l’illusione che tutto lì dentro sarebbe stato indispensabile. Mi ci sono seduta sopra, alla fine, per chiuderla.
Il peso non mi spaventava: ho braccia abbastanza forti e un’esperienza di carichi e scarichi da annotare su qualche improbabile cv. E poi questa volta non ero sola a dover portare quel carico enorme da un treno all’altro. Questa volta c’era lui.
L’ho portato con me, al mio punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.

L’ho portato con me perché ad un certo punto – tra le altre cose – ho pensato che le parole non bastassero più. Che non fosse più sufficiente spiegargli a voce quanto fosse bello il mio mare, quante emozioni potesse regalarmi un tramonto o quanto chiassosa e battagliera fosse la mia famiglia, quanto dolci i miei amici.
C’era bisogno di qualcosa in più, c’era bisogno di vedere tutto questo: di fermarsi a sentire il rumore del mare o vederci i propri piedi dentro senza sforzo alcuno. C’era bisogno di alzare il naso all’insù e lasciarsi confondere dalle troppe bellezze del mio paese. C’era bisogno di sentire i miei racconti, i miei ricordi, la storia della mia famiglia, come sottofondo di tutto quello che lo avrebbe circondato.

E così è stato.
Gli ho fatto conoscere tutti: la mia famiglia chiassosa insieme ai suoi silenzi, ai suoi vuoti o alle troppe parole. I miei amici, nessuno escluso. Qualche professore, qualche maestra d’asilo, qualche vicino di casa, qualcuno che nel bene o nel male ha incrociato la mia vita negli anni passati.
Li incontravo, così per caso nelle vie, li salutavo, glieli presentavo e quando andavano via gli raccontavo i miei ricordi legati a quelle persone.
Adesso, forse, mi conosce di più.

E adesso, forse, mi conosco meglio anche io.
E la particolarità di tutto ciò è stato il fatto che vederlo qui, tra la mia gente, non mi è sembrata affatto una novità. Mi è sembrato che lui qui ci fosse sempre stato.

Adesso le mie giornate nascono e muoiono al mare. Ho preso i chili che avevo perso, con sommo dispiacere. Sono diventata nera, come ogni anno. Ho lasciato l’orologio in valigia, lo stesso che qualche settimana fa ritenevo fosse per me indispensabile. Cammino senza correre, mi fermo a guardare i tramonti e a fotografare tutto quello che mi piace. Faccio colazione sul terrazzo, mi sveglio quando capita e dormo nove ore a notte.
Sono in vacanza e non capitava da un po’.

Mi sono ritrovata, ma non ancora del tutto.
È che io di solito mi perdo, in inverno, tra la pioggia e il tempo grigio.
Quest’anno mi sono persa più del solito e così non è andato per niente bene.
Adesso bisogna che ricomponga i tasselli, li metta tutti al loro posto.
Un po’ ci sono riuscita, ma il quadro non è ancora completo.
Mi serve il mare, ancora per un po’.

mercoledì 16 luglio 2014

Battiti

Sere di inizio estate, sere di caldo quasi assente e di zanzare in agguato.
Sere che sanno di zampirone, di partite di calcio. Di solitudine casalinga, di libertà da chi per tanti mesi ha abitato dentro queste quattro mura.
Sere passate su un divano vecchio e polveroso, con la testa poggiata sul suo petto a guardare la televisione di traverso, a dimostrare vago interesse per undici persone che seguono un pallone su un campo di erba verde. Eppure a stare così, con la testa poggiata sul suo petto, mi sento la persona più fortunata di questo mondo.
Rigorosamente a sinistra, mi piace tenere l’orecchio proprio sul suo cuore, sentirne i battiti forti.
Musica per le mie orecchie, senso di sicurezza. Di pace, di serenità.
Tra le braccia forti, tra l’amore più bello che la vita mi ha fino ad ora regalato, io mi sento come mai prima di adesso tranquilla, appagata, serena, rilassata.
Non so se tutti i cuori facciano lo stesso rumore, se battano tutti allo stesso modo. Ci pensavo, l’altra sera.
Oggi un cliente vecchio e ormai sordo, giustificandosi per non riuscire a capire subito le cose che gli dicevo, mi ha confessato che da piccolo il suo udito era talmente infallibile da riuscire a sentire i battiti dei cuori dei suoi compagni d’infanzia, quando insieme giocavano a nascondino, mille anni fa.
Avrei potuto chiederlo a lui, se i cuori quando battono fanno tutti lo stesso rumore.

sabato 15 febbraio 2014

"Sento il mare dentro una conchiglia"*

Ci sono momenti in cui mi odio.
Odio il carattere che mi ritrovo, o alcune parti di esso. Quando sembro scontrosa, imbronciata, scocciata, insofferente. Quando quello che mi circonda mi dà fastidio, quando non riesco ad apprezzare le persone che mi stanno accanto.
E così mi piace stare da sola, rintanarmi nella mia camera e non fare niente. Isolarmi un po’ dal mondo, sola con quei pensieri da risolvere, senza sapere da dove cominciare. Oppure mi piace camminare, senza nessuno accanto, senza meta. Vagare per la città, evitando possibilmente i posti dove so di poter incontrare qualcuno che mi conosce. Dimenticarmi volutamente il cellulare in borsa, silenzioso. Prelevarlo solo ogni tanto, per evitare che qualcuno si preoccupi ingiustificatamente della mia assenza.
Oggi mi sono ritrovata in un negozio di quelli enormi, dove vendono solo prodotti per l’igiene della casa e della persona. Mi piace coccolarmi la sera, dopo giornatacce di lavoro intenso, buttandomi di corsa sotto una doccia bollente con un bagnoschiuma profumato.
Oggi sono andata a cercarne un altro, di bagnoschiuma. Ho ponderato la mia scelta per un quarto d’ora abbondante, annusando furtivamente tutte le confezioni, cercando di non essere beccata in flagrante da qualche commessa più acida di me. Alla fine la mia scelta è ricaduta su uno alla vaniglia, con la confezione di un giallo un po’ spento.
Nel tragitto verso la cassa ho adocchiato un espositore di creme solari, le ho guardate distrattamente pensando a quanto fossero fuori luogo, in pieno febbraio. Potrebbero essere l’acquisto perfetto di quella strana gente che va in vacanza nelle località esotiche in pieno inverno e se ne vanta apertamente con amici e colleghi. Odio anche quella gente, sempre. O forse la invidio, perché loro possono ed io no.
E mentre formulo pensieri acidi, verso persone che neanche conosco, alla radio sento una canzone che mi ricorda l’estate. Così, a tradimento. O forse a sorpresa.
Leggermente divertita dalla cosa, decido di fare dietro front. Vado di nuovo verso l’espositore delle creme solari, ne afferro una blu, quella che di solito uso in estate. L’apro, ne sento l’odore ad occhi chiusi, per un attimo, quello che basta ad accendere i ricordi. Poi poso tutto, torno alla realtà, pago ed esco.
Torno a casa e mi odio un po’ meno.
Odio un po’ meno sia me che gli altri.
E decido che l’unico modo per stare meglio è andare al mare più vicino domani, fregandomene degli innumerevoli chilometri da fare, non curandomi del fatto che sia totalmente diverso dal mio.
Con la speranza che sia possibile, con l’augurio che il suo odore, la sua brezza, possano in qualche modo riconciliarmi con il mondo.


*Estate - Jovanotti

martedì 3 settembre 2013

Mesi che finiscono, progetti che si stravolgono

I mesi finiscono, la vita continua e a volte ti sorprende.
Mesi fa scrivevo che ero alla ricerca di quell’evento bello e sconvolgente, positivo ed inaspettato che stravolgesse la mia, di vita. Ero alla ricerca di una di quelle cose che non ti aspetti, che succedono all’improvviso e ti lasciano il sorriso in faccia.
Agosto è finito ed è stato il mese più strano che abbia mai vissuto fino ad ora. Ventitre anni fa, ad agosto, toccavo per la prima volta l’acqua del mare e probabilmente iniziava lì la mia infinita storia d’amore con le onde cristalline. Ho passato intere estati in spiaggia, a scottarmi sotto al sole forte, a leggere, ad ascoltare musica, a stare semplicemente in silenzio guardando il mare. Ho scritto abbastanza di questo nostro rapporto – mio e del mare – che quasi ha del morboso. Questo attaccamento quasi ossessivo, questo modo di rilassarmi impareggiabile.

Ecco, questo è stato l’agosto più strano della mia vita anche perché le volte in cui sono stata al mare si contano sulle dita di una mano. In altre condizioni sarei stata triste per il fatto di esserci stata lontana, per non essere riuscita a godermelo come meritava, per non avergli dato le attenzioni che gli ho sempre riservato.
Quest’anno è stato diverso.
Agosto mi ha vista seduta al tavolo di una biblioteca, sempre sommersa tra le carte, sempre con il computer acceso davanti a cercare di scrivere righe sensate di tesi e a chiedermi il motivo che mi ha spinta, cinque anni fa, a scegliere questa facoltà, oltre che il motivo che mi ha portata, qualche mese fa, a scegliere di concludere il mio percorso con una materia del genere e non aver ripiegato su qualcosa che fosse indubbiamente più semplice.
Mi ha vista fissare ed essere fissata da quelli che con molta probabilità sono gli occhi più belli che abbia mai visto nella mia vita,perdermi nel loro blu e non uscirne più.
Ero quella dalla razionalità esasperata, io. La cinica che alla favola dell’amore poteva credere solo fino alla curva. Quella che “i piedi devono stare per terra sempre”, quella che di solito perdeva la testa per qualche tempo e poi tornava in sé ancora più convinta di prima che l’amore fosse una grande cazzata. Ero quella che “i colpi di fulmine succedono solo nei film”, ero quella che sogni-del-genere-anche-no.

E poi non mi sono più riconosciuta.
Ho passato giorni interi a cercarmi e a non trovarmi da nessuna altra parte. Giorni in cui non riconoscevo i pensieri che formulavo, giorni strani. Di sorrisi al vuoto, di telefoni in mano e di un cuore che così forte non ha battuto mai. Non sapevo cosa mi stesse succedendo, ne avevo un’idea vaga, cercavo una conferma.
L’ho trovata, l’abbiamo trovata.

Adesso mi piace guardarlo studiare con la concentrazione di chi sta scoprendo una formula matematica che salverà il mondo, borbottare da solo con il libro davanti. Oppure mi piace vederlo impastare con energia la pizza più buona che abbia mai mangiato. Mi piace perdermi tra le sue braccia, sentire il suo profumo sulla mia pelle e leggere i suoi messaggi quando mi sveglio. Le sue attenzioni, la sua timidezza, il suo accento di qua, le rughe che gli si formano agli angoli degli occhi quando sorride.

Non mi riconosco, è vero. Non so dove tutto questo mi porterà, non se finirà, se continuerà. Non so se le scelte che sto facendo si riveleranno giuste. Non lo sa nessuno.
Quello che mi sta succedendo è una cosa del tutto nuova. È quella cosa inaspettatamente bella che tempo fa mi sono resa conto di cercare e che è arrivata proprio nel momento meno pensabile, quando iniziavo a fare gli scatoloni, quando i miei precari progetti stavano per portare la mia vita altrove, ancora più lontano, ancora una volta.

sabato 15 settembre 2012

La malinconia ha le onde come il mare

Mi sono resa definitivamente conto che l’estate è finita.
Meglio tardi che mai, direte voi. Siamo a metà settembre, non a fine agosto.
È che certe volte mi piace illudermi. Lo facciamo tutti, in fondo.

Poi mi sono guardata allo specchio e mi sono vista sbiadita.
Ho sentito le persiane sbattere violentemente contro il muro, a causa del forte vento.
Sono andata sul balcone a fermarle e ho avuto un brivido di freddo. Infine sono uscita di casa e ho dovuto prendere su il cardigan.
Non metto in funzione il climatizzatore da qualche giorno e la notte dormo con il lenzuolo tirato su.
Non posso certo negare l’evidenza.

Metto punto qui, adesso, con questo post. Concludo simbolicamente quella che per me è stata un’estate superlativa.
E vi lascio un paio di foto, ad ulteriore conferma di tutto ciò di cui vi ho parlato nell’ultimo mese.
Guardatele, sognate un po'. E ascoltate questa.

 Le albe viste dal terrazzo di casa, quando con gli amici si facevano le cinque del mattino.


 I vestiti, quelli leggeri e colorati


 I fuochi d'artificio a Ferragosto


Un passo indietro nel tempo, nella pineta di un paese sperduto


Lui, il mio mare...


sabato 8 settembre 2012

La mia prima settimana di settembre

Quella che sta per finire è stata una settimana di pioggia e di fresco, di temporali violenti e carichi di acqua che ti sorprendono inaspettatamente mentre ai piedi hai giusto dei sandali del tutto inadatti (e ovviamente in borsa non hai l’ombrello).

Una settimana di arrivederci, di amiche e di sorelle per le quali le vacanze sono ormai un ricordo. Ho sentito parlare di autostrade, di code, di ritardi, di malinconie da rientro. Ho pensato che tra dieci giorni tutto questo tocca a me e ho storto un po’ il naso. Sì, perché se fino all’anno scorso mi faceva piacere, di questi tempi, pensare all’autunno come la stagione in cui tutto torna regolare e monotono, adesso non è più così.

Me le sono godute tutte, queste vacanze. Dall’inizio alla fine, in ogni piccolo attimo. Ho fatto di tutto, non mi sono per niente annoiata.
Non ti avevo riconosciuta” è stata la frase che mi è stata rivolta più spesso da gente di ogni tipo, con gli occhi pieni di stupore. Sono cambiata, sono diversa rispetto all’anno scorso. Forse sono anche più felice.

Poi ci si mettono anche le buone notizie, quelle che aspetti da un’estate intera. Quelle situazioni ingarbugliate che ti scombinano troppo, talmente tanto intricate da arrivare a non sperare neanche più in una loro soluzione. Non so se effettivamente questa storia ha il suo lieto fine; so solo che finalmente ha preso il verso giusto.

Una settimana di incontri, di papà che finalmente riesce a trovare quella serata libera per vederci. La consapevolezza che, inutile illudersi, niente è più come prima.
Il ritrovarsi, per un caffè lungo due ore e mezza, con una vecchia compagna delle scuole elementari; parlare di ogni cosa, scoprire che gli animi buoni, fortunatamente, ogni tanto rimangono tali nel tempo.

Assistere allo spettacolo teatrale dell’amico attore, stupirsi ancora una volta per la sua bravura, ripetersi silenziosamente in testa che i talenti non vanno mai sprecati e festeggiare tutti insieme con un po’ di spumante.
Stare insieme, noi tre fratelli, la sera prima della partenza della sorella maggiore. Mangiare insieme una brioche col gelato e prenderci in giro come abbiamo sempre fatto.

È tornato il sole quaggiù. La settimana finisce così.
... Inutile dirvi che spero ancora in qualche altro giorno di mare. 

giovedì 30 agosto 2012

Una sera tra amici

Pensate ad una sera di fine agosto, di quelle con il cielo pieno di stelle, illuminata da una Luna riflessa sul mare. Pensate a tre vecchie compagne di liceo, di quelle che si separano, che prendono strade diverse,  vanno a vivere in città diverse, ma che nelle vacanze si ritrovano sempre, fosse anche solo per una serata.

Pensate ad una macchina verde, ad una ragazza che sa guidare ma che non conosce le strade, all’altra sprovvista di patente ma che ha il senso dell’orientamento di un tomtom; all’altra ancora, seduta dietro, che anima i trenta chilometri di percorso raccontando le sue avventure romane.

Pensate ad una località di mare, ad una festa di paese, alla musica popolare. Ai balli, di quelli che anche se sei timida, prima o poi finisci per buttarti in mezzo a quella gente saltellante, fosse anche solo con il pensiero.
Immaginatele davanti ad un gelato troppo buono, ad una macchina fotografica pronta a farti ricordare le belle serate durante l’ inverno, sotto il piumone, quando la stanchezza da fine giornata ti porterà a non muoverti da un divano comodo.
Pensatele tornare a casa, con il sorriso in faccia, il sapore della spensieratezza, l’allegria nel cuore.

Ecco: mi basta poco per essere felice e mi basta scrivere di certe emozioni vissute per ricordarmele meglio, per godermele ancora di più.

mercoledì 15 agosto 2012

Buon Ferragosto

Un divano diviso con un Gatto nero che dorme ai miei piedi, nella stanza più fresca e silenziosa della casa,la pelle ancora calda del sole preso in mattinata, il colorito di una brasiliana, un imbarazzante vestitino con la angurie rosse a forma di cuore, la pancia tragicamente piena delle buone pietanze delle cuoche di casa, due maledetti chili in più rispetto ad un mese fa, un cellulare che non squilla da un po’ al mio fianco: ecco, questo è il mio Ferragosto. Per il resto della giornata è previsto, in ordine: un aperitivo in un posto possibilmente poco affollato, un cinema all’aperto e il seguito è un mistero. Sono nella mani dei miei amici, chi lo sa cosa hanno in mente di fare. Ho proposto loro un bagno di mezzanotte che si tramuterà magicamente in bagno delle tre di notte, visti i nostri orari soliti. Quest’anno non ho ancora provato il brivido dell’immergersi in acqua a notte fonda e del godersi il mare nero.

Di solito passavo il Ferragosto nella casa in campagna, con papà. Preparava la griglia sulla quale arrostiva la carne, da mangiare rigorosamente con il chimichurri di sopra, all’argentina. Tutto ciò fino a due anni fa, dopo di che il nulla.

Oggi la spiaggia era fin troppo affollata di turisti, il mare calmo al punto giusto. Ero intenta a prendere il sole, sdraiata sul mio telo, immersa in quei pensieri di troppo, quando ho sentito una bambina urlare e piangere come se chissà cosa le avessero fatto. A quanto pare era stata vittima di una medusa, la poveretta. Urla a non finire, pianti isterici, forse più per lo spavento che per il dolore, tutto ciò per almeno tre quarti d’ora. Segue dunque la caccia alla medusa assassina, avvenuta per opera di un tizio che, armatosi di materassino rosa, paletta e secchiello di Hello Kitty, ha iniziato la sua impresa.
Caccia durata un quarto d’ora circa, conclusasi con il suddetto eroe che sbarca a riva orgoglioso di se stesso e  depone il cadavere della medusa in spiaggia, intorno al quale, in un tempo pari a neanche due minuti, si riunisce un capannello di gente in costume da bagno che si abbandona a commenti idioti e qualunquisti di ogni tipo.
Infine i genitori della bambina vittima della medusa (che intanto non ha smesso di urlare) decidono di far vedere alla loro pargola l’autore del misfatto. Si avvicinano al corpo e le dicono “Vedi, Gaia, è lei che ti ha fatto la bua!”. E fu così che magicamente Gaia smise di piangere, con sommo gaudio della sottoscritta.

Ecco, questo è il resoconto del mio Ferragosto vissuto fino alle cinque del pomeriggio. Avvincente come non so cosa.
Il Gatto si è svegliato, si è stiracchiato, mi ha guardata ed è tornato a dormire. Il caffè è pronto. Col vostro permesso,io vado a berlo e ve ne offro virtualmente una tazzina.
Buon Ferragosto!

PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca. 

sabato 4 agosto 2012

Less is more

Le vacanze procedono bene, la mia ustione migliora e spero che non mi rimangano cicatrici varie. Vivo le giornate alla leggera; i miei bisogni primari sono dormire, mangiare e andare al mare. Credo di passare più tempo in spiaggia che a casa e il mio colorito ne è la conferma.
Le mie giornate iniziano molto presto con una lunghissima passeggiata al mare (chi l’avrebbe mai detto) con una delle mie più grandi amiche. È bello vedere la spiaggia vuota, gli ombrelloni chiusi, la quiete prima del caos, i gestori dei vari lidi sistemare tutto per la giornata che inizia. Dare il buongiorno al mare prima che a chiunque altro è appagante.
Poi una doccia, una colazione abbondante in terrazza, qualche altra ora di sonno e poi di nuovo in spiaggia, fino a che la pelle riesce a sopportare sole e salsedine. Mi piace stare in silenzio, stesa sul mio telo o seduta in riva. Mi piace riposare la mente in questo modo. Prediligo le spiagge poco affollate, senza curarmi del fatto di dover fare troppi passi per arrivarci. Odio le spiagge private, quelle file di ombrelloni troppo ordinati per essere vissuti alla leggera. Per me mare è piantare l’ombrellone dove capita, alla giusta distanza dai vicini. Mi infastidisce chi fa lunghi discorsi ad alta voce o tiene la suoneria del cellulare alta. Per me è un posto sacro, al pari di una chiesa.
Esco di casa con il minimo indispensabile. Le mie maxi borse da città strapiene di ogni cosa sono diventate minuscole pochette dove mettere giusto il cellulare, la carta d’identità e pochi spiccioli. Ho riposto il portafoglio in un cassetto della mia stanza, trovo che tutte quelle tessere siano superflue e sia inutile portarle ovunque.
Adoro i vestiti leggeri e colorati, i sandali comodi, i capelli raccolti e lo smalto rosso. Nonostante sia un’appassionata di accessori vari (avrò messo in valigia una trentina di pezzi tra collane, bracciali e simili, con conseguente eccessivo peso inutile), sto mettendo solo delle perline bianche ai buchi delle orecchie. Ho eliminato anche il trucco dal viso, il massimo che mi concedo è una passata di mascara.
Sembro un’altra, mi sento diversa rispetto ad un mese fa, rispetto a questo inverno.
Sono leggera. E vivo meglio così.

martedì 31 luglio 2012

Notizie di Chiara

Sono assente dal blog da più di dieci giorni: purtroppo non ho avuto modo di scrivere alcun post, anche se avrei voluto farlo. Rileggendo l’ultimo pubblicato, mi sono ritrovata a stupirmi pensando a quante cose siano successe in così poco tempo. Sorrido un po’ dei miei dubbi e delle mie paure e realizzo ancora una volta che certe volte dovrei solo respirare profondamente e stare più calma.

Sono tornata a casa da un bel po’ di giorni. Tutto è rimasto come l’avevo lasciato. Il mare è quello di sempre, blu come nessun altro al mondo. I tramonti, le onde che muoiono a riva, le strade in cui sono cresciuta mi emozionano come hanno sempre fatto, allo stesso identico modo.

Le mie amiche della mia città università sono venute a trovarmi qui, mi hanno fatto compagnia per una settimana. Era la prima volta che questa casa ospitava qualcuno che non fosse un parente. Ho fatto conoscere loro la mia culla, i posti che mi hanno visto crescere. Abbiamo passato intere giornate fuori casa, a prendere il sole in spiaggia o a camminare per le strade della mia piccola città.
Arrivavamo a casa che era quasi l'alba e nonostante il cuore mi dicesse di mettermi a scrivere, la stanchezza mi portava ad infilarmi un pigiama e a mettermi a letto. Ho provato sensazioni diverse, strane, nuove. Le ho lasciate fare confusione dentro la mia testa per un po’, ma adesso che sono qui, al sicuro nel silenzio della mia stanza arancione, sono pronta a riversarle tutte in questo foglio bianco.

Vedere due piccoli mondi congiungersi (quello del posto in cui sono cresciuta e quello della mia città universitaria) mi ha fatto uno strano effetto. È stato bello vedere per la prima volta i miei amici tutti insieme, quelli vecchi e quelli nuovi. Li osservavo mentre si guardavano, mentre ispezionavano i loro visi. Mi sembrava di poter leggere nei loro pensieri. Le loro risate mi hanno riempito il cuore, mi hanno fatto sentire ricca e più forte. Credo che incontrandosi, conoscendosi a vicenda, i miei amici abbiano scoperto qualche lato in più della mia persona.
Sono stata contenta di vederli aggiungersi su Facebook, di promettersi un futuro nuovo incontro. Mi scopro addirittura a provare una specie di piacere nel notare la loro sorta di malinconia, adesso che son tornate in città. È una prova ancora più lampante di come sia riuscita a farle stare bene qui.

Per il resto, sono stata vittima di piccoli incidenti quotidiani. Al momento ho un’ustione (probabilmente di secondo grado) sulle gambe, un herpes sul labbro e un gomito dolorante.
Ma io ci sorrido su. 

sabato 21 luglio 2012

Chissà...

La valigia è pronta, è piena come un uovo. La classica idea era quella di partire lo stretto necessario, ma temo di avere una sorta di percezione distorta del concetto.
Manco da casa da qualcosa come tre mesi e una settimana. Sono pervasa dalla voglia di partire e da quella di restare: è che, come sempre, i cambiamenti mi destabilizzano un po’.
Temo che qualcosa sia cambiato con i miei amici di sempre, temo di finire con il non sopportare la gente che mi sta attorno. Ma in fin dei conti so che sta tutto nel riadattarsi, nel ritrovarsi. È questione di poco, anche se adesso mi sembra chissà cosa.

Chissà cosa dirà mia madre appena mi vedrà. Chissà quanto sarà cresciuto mio fratello. Chissà se mio padre troverà mezz’ora della sua vita nelle prossime settimane per incontrarmi. Chissà se il Gatto mi riconoscerà subito o dovrà annusarmi un po’ prima di fare le fusa.
Chissà quanto sarà bella la mia stanza arancione, la sera, con la luce rilassante del tramonto. E chissà quanto affollata sarà, quest’estate, la mia piccola città. Se il mare sarà azzurro, le spiagge bianche, se trovare un parcheggio diventerà un’impresa impossibile.
Chissà cosa faremo, per divertirci, io e i miei amici. Chissà se i cornetti delle quattro del mattino saranno buoni come gli altri anni.
Chissà quanta gente, vedendomi, mi rivolgerà, in un solo colpo, la classica domanda “quandoseiarrivata-quandoriparti-quantoseibianca-quantiesamitimancano”. Chissà quale sarà la colonna sonora della mia estate; se un momento dopo il mio arrivo non mi venga subito voglia di tornare qui.
Chissà quanto mi mancherà, se mi mancherà, questa città caotica, quei corridoi e quel volto sul quale ho lasciato un piccolo pezzo di cuore.

Non lo so, non so niente. So solo che tra un paio di ore si parte e che mille chilometri più a sud di qua c’è qualcuno che mi aspetta a braccia aperte.

giovedì 19 luglio 2012

Libertà varie

Ieri sera ho appreso la notizia della liberazione di Rossella Urru mentre tornavo a casa, alla fine della mia lunga giornata. Avevo controllato dal cellulare le ultime notizie, tanto per sentirmi anche io un po’ membro di questa terra, oltre che dell’aula studio.
Una notizia ufficiale, finalmente. Rossella libera, al sicuro. Mi sono dovuta trattenere dal gettare un urlo di felicità, avrei voluto avere il teletrasporto per catapultarmi nel suo paesino e gioire insieme ai suoi compaesani, fare una festa a mo’ di vittoria della Nazionale di diecimila mondiali messi insieme.
Riavere la libertà, dopo nove mesi di chissà cosa, deve essere una sensazione semplicemente inspiegabile. Noi comuni mortali possiamo solo immaginare, niente più.
Rossella avrebbe potuto essere mia sorella e il cielo solo sa l’angoscia che avrei provato nel saperla in mano a chissà chi, in chissà quali condizioni. Sarebbero stati per me nove mesi di non vita, di angoscia continua.
Aspetto con ansia altre notizie, qualche sua dichiarazione.

Quanto alla sottoscritta, vi annuncio che sono ufficialmente in vacanza da qualcosa come quattro ore. L’esame è andato bene e sono più che soddisfatta di questa sessione estiva. Non ho mai fatto bene quanto in questi mesi. Duro impegno, tanta costanza e ho raggiunto con successo (e sì, diciamolo pure, quando ci vuole ci vuole!) tutti i miei obiettivi e ancora non mi sembra vero. La laurea mi sembra tutto ad un tratto meno lontana del solito, più concreta, più reale. Credo che dopo le vacanze inizierò con il chiedere la tesi, anche se questa parola mi suona ancora molto strana (e soprattutto non so a chi chiederla …).

Sono libera anche io. Bianca come il camice di un dottore, ma pur sempre libera. Talmente tanto felice che manca poco e vado a raccontare della mia vita delle ultime ventiquattro ore anche al giornalaio di fiducia.


domenica 15 luglio 2012

Teniamo botta 2

Venerdì mattina la sveglia ha suonato all’alba. Dovevo ripetere qualcosa, almeno gli argomenti che ricordavo meno. Morta di sonno, mi sono preparata un caffè facendo fatica anche solo a tenere gli occhi aperti. Fortuna che sono riuscita a portare a termine la mia impresa senza mandare a fuoco il buco di casa in cui vivo.
Qualche ora dopo mi sono ritrovata nel corridoio della facoltà, seduta in una sedia, in attesa del mio turno, a guardare distrattamente il libretto universitario e a pensare a quanto faccia schifo la mia foto in prima pagina. Un po’ di agitazione, nella norma. N. che mi incita a pensare alle vittime del caldo, perché c’è molto di peggio nella vita che un esame. E credo proprio di saperlo.

Fu così che la prof uscì dall’aula, con un foglio in mano, super abbronzata, quasi arancione. Pronunciò il mio cognome e si guardò intorno. Mi staccai dunque dalla sedia e mi diressi verso di lei.
Credo di aver avuto l’aria di chi si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato.
La prima domanda, poi la seconda, infine la terza. Pezzi di memoria che si susseguono, mi rendo conto di ricordare tutto, di riuscire a fare dei discorsi di senso compiuto. Pensavo di cascare alla prima domanda.  “Per me è un trenta, un trenta con la lode”.
La donna arancione afferra il libretto, scrive il voto, mette la sua firma svolazzante e verbalizza l’esame al computer.
È finita anche questa.
Ho passato l’intero pomeriggio a dormire. Di sera sono uscita con altre sei persone più o meno conosciute, abbiamo bevuto un spritz ghiacciato, come la tradizione vuole che si concluda il giorno di un esame.

Adesso credo di essere nella depressione più totale. Non vedo fine, non vedo luce. E lo so che esagero, ma mettevi nei miei panni: siamo al quindici di luglio e io non ne posso più. Sopportate le mie paturnie ancora per un po’, che tanto prima o poi smetterò di scrivere questi post da studentessafuorisedeincrisidaesami.
Tento di studiare ancora, di farmi entrare nozioni su nozioni in questo cervello messo a dura prova dalle settimane precedenti. Mi sembra un’impresa assurda, ma so che ce la devo fare. Devo raccogliere le forze che mi son rimaste e farmele bastare ancora qualche giorno. Devo massimizzare la potenza dei quattro neuroni superstiti, attivare la spugna che ho in testa in modo che raccolga al suo interno più informazioni possibili.

Ho voglia di andare a correre e credo proprio che sarà la prima cosa che farò venerdì mattina, quando nel bene o nel male sarò di nuovo una donna libera. Ho voglia di fare shopping, di approfittare dei saldi per comprare un paio di cose che stazionano nella mia lista dei desiderata da un po’ di tempo. Ho voglia di prendere una decisione in particolare, di trovare il coraggio giusto e di essere forte abbastanza per subire le conseguenze della mia scelta, qualunque essa sia.
Il pensiero del ritorno a casa è molto distante, nonostante manchi meno di una settimana.
Mi mancherà la vita di qui? Passerò delle belle vacanze? Riuscirò a vivere la mia vita familiare nel possibile modo mentalmente più distaccato o mi farò divorare dalle crisi prima del tempo?
Ai posteri l’ardua sentenza. Io intanto continuo con il procedimento amministrativo.

[Comunicazione/sondaggio di servizio: la scrittura e la grandezza dei caratteri dei miei post vanno bene o sono troppo piccoli, ergo implicano eccessivo sforzo visivo? Ci tengo alla vostra salute!]

domenica 4 settembre 2011

Letture estive (parte 2)

Ecco a voi la seconda ed ultima parte dedicata alle letture estive.
Vanity Fair aveva pubblicato per intero (in un opuscolo allegato al giornale) le prime pagine di questi libri. Mi sembravano interessanti e quindi li ho ordinati su Amazon (scriverò a breve un post sulla mia esperienza su questo sito).

Purtroppo non si sono rivelati tali.



Il profumo del tè e dell’amore – Fiona Neill
Questo libro parla di tre giovani coppie di amici, sei quarantenni inglesi alle prese con le loro vicende amorose. La loro vita, tutto sommato, sembra molto tranquilla e non troppo diversa da quella di altre coppie della loro stessa età. In occasione del compleanno di uno di loro, il gruppo organizza una rimpatriata in una villa di campagna: sarà allora che quella situazione di calma apparente che si era ormai consolidata verrà scombinata …




Un regalo da Tiffany – Melissa Hill
New York, periodo natalizio. La piccola Daisy si ritrova ad accompagnare il padre Ethan da Tiffany, il famosissimo negozio di gioielli, per comprare l’anello di fidanzamento che lui dovrà regalare alla sua fidanzata, la donna con la quale ha deciso di passare il resto della propria vita dopo la morte della sua prima moglie, madre della bambina.
Anche Gary si trova a New York nello stesso giorno. Anche lui ha deciso di prendere un regalo per la sua fidanzata da Tiffany, ma non si tratta di un anello: opterà per un semplice bracciale portafortuna.
All’uscita dal negozio, Gary sarà vittima di un incidente stradale; Daisy e il padre gli presteranno i primi soccorsi e nella confusione più totale, accadrà qualcosa che cambierà le loro vite: le due buste di Tiffany verranno scambiate involontariamente. Da questo momento sarà il destino a decidere in che direzione dovranno andare le loro vite …
Il finale è tutto da scoprire!!

venerdì 2 settembre 2011

Letture estive (parte 1)

Quest’estate mi sono dedicata a libri in un certo senso “soft”, ideali da leggere sotto l’ombrellone senza fare troppa fatica. Ho deciso di parlarvene, ma lo farò in due post diversi, così non vi annoio!


L’altra verità. Diario di una diversaAlda Merini (il libro meno "soft"!)
Della Merini non avevo mai letto nulla prima, conoscevo a grandi linee la sua storia e spesso mi ritrovavo davanti agli occhi alcuni suoi aforismi. Questo è un libro forte, ma allo stesso tempo sembra essere scritto con calma, con tranquillità. E’ un libro capace di spiegare la realtà nuda e cruda dei manicomi, prima che la famosa legge Basaglia stabilisse finalmente la loro chiusura. I manicomi erano posti orrendi, dove le persone erano considerate solo per con riferimento alla loro malattia, era gente pazza, malata di mente e niente più. Tutto il resto veniva annullato. Persone parcheggiate giornate intere lungo dei corridoi, lasciate sole a distruggersi con i loro dolori interiori. Se siete interessati a questo libro, vi consiglio di vedere anche questo film.




Acciaio – Silvia Avallone
Era da un po’ di tempo che volevo leggere questo libro. Ne avevo sentito parlare molto bene e ovviamente ero curiosissima di approfondire la cosa. Credo sia il libro più bello che abbia letto negli ultimi mesi, uno di quelli che divori letteralmente, interessante e avvincente. Racconta la storia di due ragazzine quattordicenni che abitano in un quartiere popolare di Piombino, nelle vicinanze di una grossa fabbrica. Anna e Francesca sono due ragazze allegre, solari. Amano mettersi in mostra, andare al mare, amano la vita. Hanno in comune molte cose, belle e brutte. La loro è un’amicizia forte, una di quelle destinate a non morire mai. E’ un bel libro, scritto in modo molto scorrevole. Ve lo consiglio vivamente!
Se volete sapere qualche altro parere su questa lettura, andate da MichiVolo, anche lei l'ha letto durante le vacanze estive.

mercoledì 31 agosto 2011

Giusto per sentirmi ancora un po' in vacanza




Stamattina sono andata al mare, quasi come se fosse un dovere. Dovevo per forza andarci. Dovevo fare quello che con molta probabilità era l’ultimo bagno della stagione.
Ho trovato subito parcheggio: l’insopportabile caos della settimana scorsa ha lasciato spazio alla calma classica di fine agosto. Una calma che forse arriva a pesare inspiegabilmente più di quella confusione che fino a qualche giorno fa odiavo con tutta me stessa. Una calma opprimente e soprattutto apparente.

La spiaggia era quasi deserta, le sedie sdraio dei lidi quasi completamente vuote. Ho visto le innumerevoli file di ombrelloni uguali che sembrano ospitare dei morti per quanto erano tristi.
Erano desolati anche i bar che fino a qualche giorno fa pullulavano di animatori allegri e giochi aperitivo. Ho avuto l’impressione che anche la musica fosse cambiata per rispecchiare lo stato d’animo generale: non più la danza kuduro, solo qualche lenta e dolce canzone di Ligabue.

Ho piantato l’ombrellone e steso il telo da mare sulla sabbia. Mi sono guardata ancora una volta intorno. La comitiva che di solito stazionava dietro adesso contava solo due persone, meglio così in fondo.
Ho aperto il mio Vanity Fair appena comprato, ho letto le lettere, un paio di articoli e ho sbirciato le pagine della pubblicità. Ho visto solo cappotti, stivali, maglioni. E l’ho richiuso. Era veramente troppo per il mio stato d’animo già di per sé compromesso dalla visione generale della spiaggia.

Il mare era agitato, c’era vento. Ne basta poco qui per renderlo mosso, ma non potevo certo rinunciare ad un tuffo, proprio oggi. Così mi ci sono buttata. Ho sguazzato un po’ li dentro e mi sono fatta coccolare dalle onde, dopo un po’ ne sono uscita.
Un brivido lungo la schiena, una sensazione di freddo. Succede sempre così a fine agosto.

Il sole non era affatto forte, ma mi sono spalmata lo stesso la crema solare. Giusto per sentirne ancora l’odore, quello inconfondibile, quello che sa tanto di vacanze.
Me ne sono messa tanta, giusto per sentirmi ancora un po’ in vacanza.

Dopo circa un’ora sono andata via, senza scrollarmi di dosso la sabbia che puntualmente si attacca alle caviglie. Ne ho portata un po’ in macchina, ne ho disseminata un po’ in casa.
Passando dalla nostra camera ho visto la valigia di mia sorella sul letto, piena per metà, pronta ad affrontare un altro viaggio.

Che tristezza queste vacanze che finiscono.

lunedì 22 agosto 2011

Stelle cadenti

Le stelle cadenti, ormai si sa, ci onorano del loro spettacolo non proprio durante la notte di San Lorenzo, ma nelle serate successive. Questo è quello che ormai da un paio di anni sento dire al telegiornale ed io non posso fare altro che confermare: la notte tra il dieci e l’undici agosto non riesco a beccarne neanche una!

Così, con i miei amici abbiamo deciso di spostare la nostra serata in spiaggia di qualche giorno. Ormai è tradizione per noi andare a vedere le stelle cadenti.
Quindi ci siamo incontrati a mezzanotte a mare, contenti, con i nostri zaini pieni di tutto. La spiaggia era quasi deserta, ogni tanto al massimo spuntava qualche coppietta da dietro una barca e in lontananza si sentiva la musica di una discoteca e il vociare della gente che era lì.
In pochi minuti abbiamo realizzato una sorta di accampamento: teli da mare a terra, sacchetti di patatine, birre e tanti desideri pronti per essere affidati a qualche timida stella.

Siamo rimasti lì un paio di ore, avvolti in qualche giacca leggera, con il naso all’insù. Abbiamo parlato un sacco, di tutto, abbiamo riso, ci siamo stretti. È bello stare con loro.
È bello rendersi conto che quella dei desideri, in realtà, è solo una scusa. E' bello stare insieme, ritrovarci, scoprire che in fin dei conti siamo sempre gli stessi.
Stare lì, fermi ad aspettare la scia luminosa è un uno spettacolo ancora più grande della caduta della stella in sé.
L’attesa è quella che ci rimane impressa nei ricordi e insieme a lei tutto quello che le gira intorno.

venerdì 19 agosto 2011

Troppo traffico

Abitare in un posto turistico è tutt’altro che una pacchia. Gli abitanti, durante l’inverno, sono un paio di migliaia, ma tra luglio e agosto il numero di gente presente da queste parti raddoppia.
I miei coetanei che vivono qui tutto l'anno sono soliti lamentarsi, in inverno, del silenzio che avvolge i vari vicoli; in estate invece si scatenano: giornate intere al mare, serate in giro fino alla mattina. Questa è un po’ anche la vita che faccio io qui, in estate.

È da un paio di giorni, però, che non ne posso più: c’è troppa, troppa gente. Sono andata al supermercato a prendere quattro cose, ma appena entrata ho deciso di andare via: c’era talmente tanto caos che praticamente avrei passato il Natale in attesa di un etto di prosciutto al banco salumi.

Andare a mare sta diventando anche uno stress: non ci sono abbastanza parcheggi e si finisce col girare almeno mezz’ora alla ricerca di un posto dove mettere la macchina che nella maggior parte delle ipotesi è un quadrato di spazio situato in angolo recondito e ovviamente lontano dalla spiaggia, così che quando ti sdrai sul telo da mare sei già stanco e vorresti andare già via.

Ve lo confesso: il mio desiderio più grande al momento è che tutti questi turisti andassero via, uno dietro l’altro. E magari lo facessero a notte fonda, così non creerebbero neanche code di macchine.
E vi confesso anche quest'altra cosa: se mi sentissero gli operatori turistici della mia zona mi manderebbero automaticamente in esilio …

Le vostre vacanze come procedono?