Halloween è una festa che non mi piace. Da piccola, l’idea di andare in giro per le case del vicinato vestita da chissà quale essere tremendamente brutto a chiedere dolcetto o scherzetto, mi allettava tanto.
Dieci anni fa però non si usava ancora festeggiare Halloween “in senso stretto”. Al massimo si usciva con gli amici per una pizza e alle dieci e mezza – undici si era già a casa.
Avevo l’abitudine, insieme a mia sorella, di creare degli orribili fantasmi di pezza bianca con un po’ di cotone dentro in modo da dare la forma di una testa e di appenderli in giro per la casa.
Con il passare degli anni, l’entusiasmo di Halloween è notevolmente calato. Guardo le varie vetrine in giro per la città addobbate con ragnatele e zucche e penso che questa è una festa che non ci appartiene.
Vogliamo farcela appartenere? Ben venga. Ma credo che sarebbe più bello concentrarci su altre festività dimenticate e magari molto più belle di questa.
In ogni caso, che voi festeggiate o meno Halloween, vi auguro una buona serata.
E mi raccomando, non fate come me. Almeno voi, aprite le vostre porte di casa ai bambini che vi suonano chiedendo dolcetto o scherzetto. Io non ne ho proprio voglia.
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
lunedì 31 ottobre 2011
domenica 30 ottobre 2011
Alla fine sono partita
Alla fine sono partita veramente.
Di solito torno a casa dai miei per le festività dei santi e dei morti; invece, quest’anno avevo deciso di rimanere in città, non avevo voglia di fare un altro viaggio, di stare via qualche giorno e poi di ritornare alla mia solita vita magari più stanca del solito.
Mi dispiaceva però non andare a trovare i miei cari al cimitero, proprio quest’anno che ce n’erano due in più. Comunque, la mia scelta ormai l’avevo ponderata, presa e metabolizzata.
Tutto questo fino a venerdì mattina, quando mi hanno chiesto di tornare.
Ci ho pensato su una decina di minuti, il tempo di capire cosa avrei dovuto fare nei prossimi giorni e se i miei impegni erano urgenti o si potevano rimandare.
In passato mi è capitato di dover tornare a casa all’improvviso due volte, ma è stato solo per circostanze spiacevoli. Questa volta almeno sarebbe stato diverso.
Alla fine mi sono detta che si poteva fare e sono andata in stazione.
Mi sono sorbita una fila pazzesca e una tipa davanti a me completamente rimbambita che non solo mi ha fatto perdere tempo, ma ha anche reso super nervoso l’addetto alla biglietteria.
Quando, mostrando dietro gli occhiali i miei occhi speranzosi e quasi imploranti, gli ho detto che mi serviva un biglietto per sabato mattina, ha alzato un sopracciglio e ha iniziato a smanettare con il computer con l’aria di chi si sta per cimentare in un’impresa impossibile.
Infatti, come pensavo, non c’era neanche un posto libero nei treni che cercavo. O al massimo c’erano solo posti in prima classe.
Dopo qualche minuto, più spazientito di prima (che poi, lo pagheranno anche per fare il suo lavoro?) mi ha trovato un’altra più scomoda soluzione del tipo “attesa in stazione per più di due ore”.
Pazienza. Pago una fortuna per questi biglietti e vado a salutare i miei amici.
Il giorno dopo sono sul treno.
E dire che 24 ore prima non avrei mai pensato di essere lì.
Di solito torno a casa dai miei per le festività dei santi e dei morti; invece, quest’anno avevo deciso di rimanere in città, non avevo voglia di fare un altro viaggio, di stare via qualche giorno e poi di ritornare alla mia solita vita magari più stanca del solito.
Mi dispiaceva però non andare a trovare i miei cari al cimitero, proprio quest’anno che ce n’erano due in più. Comunque, la mia scelta ormai l’avevo ponderata, presa e metabolizzata.
Tutto questo fino a venerdì mattina, quando mi hanno chiesto di tornare.
Ci ho pensato su una decina di minuti, il tempo di capire cosa avrei dovuto fare nei prossimi giorni e se i miei impegni erano urgenti o si potevano rimandare.
In passato mi è capitato di dover tornare a casa all’improvviso due volte, ma è stato solo per circostanze spiacevoli. Questa volta almeno sarebbe stato diverso.
Alla fine mi sono detta che si poteva fare e sono andata in stazione.
Mi sono sorbita una fila pazzesca e una tipa davanti a me completamente rimbambita che non solo mi ha fatto perdere tempo, ma ha anche reso super nervoso l’addetto alla biglietteria.
Quando, mostrando dietro gli occhiali i miei occhi speranzosi e quasi imploranti, gli ho detto che mi serviva un biglietto per sabato mattina, ha alzato un sopracciglio e ha iniziato a smanettare con il computer con l’aria di chi si sta per cimentare in un’impresa impossibile.
Infatti, come pensavo, non c’era neanche un posto libero nei treni che cercavo. O al massimo c’erano solo posti in prima classe.
Dopo qualche minuto, più spazientito di prima (che poi, lo pagheranno anche per fare il suo lavoro?) mi ha trovato un’altra più scomoda soluzione del tipo “attesa in stazione per più di due ore”.
Pazienza. Pago una fortuna per questi biglietti e vado a salutare i miei amici.
Il giorno dopo sono sul treno.
E dire che 24 ore prima non avrei mai pensato di essere lì.
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venerdì 28 ottobre 2011
Allora che fai?
Stamattina mi hanno chiesto di partire.
Ma non partire, che so, tra una settimana.
Partire domani, o al massimo domenica.
A me piace organizzare bene le cose, gustarmele sin dal principio (nota di servizio: sull'argomento, vi aspettano nei prossimi giorni almeno due post!) non fare tutto alla sprovvista.
Eppure io partirei davvero.
Chi se ne frega dell'organizzazione.
"Allora? Che fai? Parti?"
Il tempo di trovare un biglietto - nel weekend in cui tutti vanno via - e di buttare quattro cose in una valigia.
Mi sa proprio che parto.
Ma non partire, che so, tra una settimana.
Partire domani, o al massimo domenica.
A me piace organizzare bene le cose, gustarmele sin dal principio (nota di servizio: sull'argomento, vi aspettano nei prossimi giorni almeno due post!) non fare tutto alla sprovvista.
Eppure io partirei davvero.
Chi se ne frega dell'organizzazione.
"Allora? Che fai? Parti?"
Il tempo di trovare un biglietto - nel weekend in cui tutti vanno via - e di buttare quattro cose in una valigia.
Mi sa proprio che parto.
lunedì 24 ottobre 2011
Pensieri deliranti di una Chiara costretta a portare gli occhiali
Sveglia alle sette, un nuovo giorno mi attende. Carica e frizzante come un’anziana signora in un ospizio, mi accingo a lavarmi la faccia con acqua gelata, in modo da connettermi un minimo con il mondo. E’ lì che faccio la mia scoperta: un occhio è rosso come un pomodoro, l’altro sembra normale.
Sembro uscita da un film horror.
Ricorro ai rimedi della nonna e in cucina, invece di farmi un bel caffè, riscaldo l’acqua per buttarci dentro una bustina di camomilla e farmi una sorta di impacco, nella speranza che la situazione migliori.
Ovviamente, come pensavo, non migliora proprio niente. Decido quindi di non mettere le lenti a contatto e mi preparo ad affrontare la mia giornata con addosso gli occhiali da vista, quelli che tanto odio.
Torno a casa per il pranzo. L’occhio sembra essere migliorato, ma il rossore non è ancora del tutto scomparso. Decido quindi di tenere addosso gli occhiali ancora un po’, almeno per tutto il pomeriggio.
La sera però li abbandono allegramente, chiudendoli con una sorta di ghigno malefico, dentro la loro custodia bianca. Non s’è mai visto che io esca di sera con gli occhiali. Ergo, lenti a contatto.
Il mattino dopo, la situazione è di nuovo quella di ventiquattro ore prima. Occhio rosso e niente camomilla.
Decido di andare in farmacia e farmi consigliare un collirio. La dottoressa è una donna giovane, con i capelli corti biondi e gli occhi azzurri. Mentre le espongo il mio problema esistenziale, entra una signora anziana con un passeggino più grande del solito: ha con sé due bambine piccole gemelle, presumibilmente le sue nipoti.
La farmacista allora inizia ad ignorarmi del tutto, intenta a lodare la bellezza delle due bambine. In effetti ha ragione, sono proprio stupende. E poi dormono, quindi non piangono, non disturbano, sono zitte.
Belle sì, tanto.
Ma non è una valida ragione per lasciare una cliente impaziente come me, con un occhio rosso e un paio di occhiali da vista addosso.
Ecco che infatti si desta e torna a me. Mi consiglia un collirio leggero, senza antibiotici, a base di camomilla. Due gocce in ogni occhio per circa cinque-sei volte al giorno. Annuisco, contenta. Guardo piena di speranza quel collirio che viene racchiuso nella carta bianca e verde della farmacia. Sarà lui a salvarmi: domani avrò di nuovo addosso le mie lenti a contatto!
Sì, come no. Nel paese delle meraviglie, forse. L’entusiasmo svanisce subito.
La tipa mi dice di fare questa cura per almeno una settimana, di non mettere le lenti a contatto e di non truccarmi per niente.
Me ingenua.
Terribile, non può essere.
La ringrazio, pago ed esco.
Una settimana senza lenti a contatto, senza neanche un filo di matita nera. Una settimana con gli occhiali.
Per me è un po’ come una tragedia. Io, con gli occhiali, mi sento scema. Lo dico sul serio.
Mi danno l’aria di chi passa le giornate chiusa in biblioteca a studiare e non fa altro. Mi fanno sembrare una secchiona. Mi scivolano sul naso anche, peggio ancora.
Non riesco neanche ad avere una visuale completa, senza contare che di pratico hanno veramente poco.
Uscire senza poi sarebbe impossibile, dato che finirei con lo sbattere contro ogni palo della luce che incontro per strada.
Ho deciso di nascondermi, di camminare a testa bassa, di far finta di non esistere. Funzionerà?
E soprattutto, il mio collirio darà i suoi buoni frutti?
Vi aggiornerò gente.
Sembro uscita da un film horror.
Ricorro ai rimedi della nonna e in cucina, invece di farmi un bel caffè, riscaldo l’acqua per buttarci dentro una bustina di camomilla e farmi una sorta di impacco, nella speranza che la situazione migliori.
Ovviamente, come pensavo, non migliora proprio niente. Decido quindi di non mettere le lenti a contatto e mi preparo ad affrontare la mia giornata con addosso gli occhiali da vista, quelli che tanto odio.
Torno a casa per il pranzo. L’occhio sembra essere migliorato, ma il rossore non è ancora del tutto scomparso. Decido quindi di tenere addosso gli occhiali ancora un po’, almeno per tutto il pomeriggio.
La sera però li abbandono allegramente, chiudendoli con una sorta di ghigno malefico, dentro la loro custodia bianca. Non s’è mai visto che io esca di sera con gli occhiali. Ergo, lenti a contatto.
Il mattino dopo, la situazione è di nuovo quella di ventiquattro ore prima. Occhio rosso e niente camomilla.
Decido di andare in farmacia e farmi consigliare un collirio. La dottoressa è una donna giovane, con i capelli corti biondi e gli occhi azzurri. Mentre le espongo il mio problema esistenziale, entra una signora anziana con un passeggino più grande del solito: ha con sé due bambine piccole gemelle, presumibilmente le sue nipoti.
La farmacista allora inizia ad ignorarmi del tutto, intenta a lodare la bellezza delle due bambine. In effetti ha ragione, sono proprio stupende. E poi dormono, quindi non piangono, non disturbano, sono zitte.
Belle sì, tanto.
Ma non è una valida ragione per lasciare una cliente impaziente come me, con un occhio rosso e un paio di occhiali da vista addosso.
Ecco che infatti si desta e torna a me. Mi consiglia un collirio leggero, senza antibiotici, a base di camomilla. Due gocce in ogni occhio per circa cinque-sei volte al giorno. Annuisco, contenta. Guardo piena di speranza quel collirio che viene racchiuso nella carta bianca e verde della farmacia. Sarà lui a salvarmi: domani avrò di nuovo addosso le mie lenti a contatto!
Sì, come no. Nel paese delle meraviglie, forse. L’entusiasmo svanisce subito.
La tipa mi dice di fare questa cura per almeno una settimana, di non mettere le lenti a contatto e di non truccarmi per niente.
Me ingenua.
Terribile, non può essere.
La ringrazio, pago ed esco.
Una settimana senza lenti a contatto, senza neanche un filo di matita nera. Una settimana con gli occhiali.
Per me è un po’ come una tragedia. Io, con gli occhiali, mi sento scema. Lo dico sul serio.
Mi danno l’aria di chi passa le giornate chiusa in biblioteca a studiare e non fa altro. Mi fanno sembrare una secchiona. Mi scivolano sul naso anche, peggio ancora.
Non riesco neanche ad avere una visuale completa, senza contare che di pratico hanno veramente poco.
Uscire senza poi sarebbe impossibile, dato che finirei con lo sbattere contro ogni palo della luce che incontro per strada.
Ho deciso di nascondermi, di camminare a testa bassa, di far finta di non esistere. Funzionerà?
E soprattutto, il mio collirio darà i suoi buoni frutti?
Vi aggiornerò gente.
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venerdì 21 ottobre 2011
Eurochocolate Perugia
Al cioccolato io non so resistere. Mi piace, in tutti i modi esso si presenti. Mi piace sgranocchiare una tavoletta, bere una tazza di cioccolata calda oppure mangiare una fetta di pane e Nutella. La adoro, non ci posso fare niente.
Prediligo quello bianco o al latte, anche se il fondente non mi dispiace neanche.
Mette il buon umore, mi carica, mi riscalda. Basta anche solo un quadratino per ottenere questo effetto.
Nella lista delle cose che dovrei fare prima o poi nella vita, una voce era riservata all’Eurochocolate di Perugia, la più grande (credo) manifestazione d’Italia dedicata al cioccolato.
Sono riuscita a realizzare questo piccolo sogno domenica mattina.
Quest’anno, l’Eurochocolate è iniziato lo scorso 14 ottobre e terminerà il 23.
Le vie di Perugia sembrano un po’ quelle del paese delle meraviglie in questi giorni: stand di cioccolato, pupazzi enormi che girano per le strade, cioccolato che cade quasi dal cielo (giuro) e gente che distribuisce gustosi omaggi.Un ottimo modo per sconfiggere il grande freddo perugino.
Se ne avete la possibilità, fateci un salto. Non ve ne pentirete.
Qualche consiglio: vestitevi pesanti, stile Polo Nord, con tanto di sciarpa e cappello e fate la chococard: avrete diversi omaggi che potrete ritirare nei vari stand. Costa sei euro e vi permette di fare la scorta di cioccolato per almeno una settimana. In ogni caso, seguite le ragazze che distribuiscono Cerealix: le vostre papille gustative faranno la ola!
Tutte le foto presenti in questo post sono state scattate dalla sottoscritta.



Prediligo quello bianco o al latte, anche se il fondente non mi dispiace neanche.
Mette il buon umore, mi carica, mi riscalda. Basta anche solo un quadratino per ottenere questo effetto.
Nella lista delle cose che dovrei fare prima o poi nella vita, una voce era riservata all’Eurochocolate di Perugia, la più grande (credo) manifestazione d’Italia dedicata al cioccolato.
Sono riuscita a realizzare questo piccolo sogno domenica mattina.
Quest’anno, l’Eurochocolate è iniziato lo scorso 14 ottobre e terminerà il 23.
Le vie di Perugia sembrano un po’ quelle del paese delle meraviglie in questi giorni: stand di cioccolato, pupazzi enormi che girano per le strade, cioccolato che cade quasi dal cielo (giuro) e gente che distribuisce gustosi omaggi.Un ottimo modo per sconfiggere il grande freddo perugino.
Se ne avete la possibilità, fateci un salto. Non ve ne pentirete.
Qualche consiglio: vestitevi pesanti, stile Polo Nord, con tanto di sciarpa e cappello e fate la chococard: avrete diversi omaggi che potrete ritirare nei vari stand. Costa sei euro e vi permette di fare la scorta di cioccolato per almeno una settimana. In ogni caso, seguite le ragazze che distribuiscono Cerealix: le vostre papille gustative faranno la ola!
Tutte le foto presenti in questo post sono state scattate dalla sottoscritta.
sabato 15 ottobre 2011
La vita accanto - Mariapia Veladiano

Un altro interessante libro letto recentemente è "La vita accanto", di Mariapia Veladiano, finalista al Premio Strega dello scorso luglio. Una storia insolita, anche un po' triste, ma sicuramente avvincente, la cui protagonista è fisicamente inimmaginabile. Una lettura che parte lenta e che poi prendere un ritmo più sostenuto fino a rivelare un'inaspettata verità, un "segreto di famiglia", una "bugia" costata una vita.
Figlia di una bellissima donna e di un noto ginecologo taciturno, la protagonista di questa storia è Rebecca: una bambina bruttissima. La sua nascita non viene festeggiata, anzi, viene vissuta quasi come un lutto: la stessa madre smetterà di vestire abiti colorati per indossarne di scuri; cadrà in depressione e perderà tutti i contatti con il resto del mondo.
La bambina passa la maggior parte del suo tempo in casa: i suoi genitori sono restii a farla uscire, tutto questo perché è troppo brutta.
La bambina passa la maggior parte del suo tempo in casa: i suoi genitori sono restii a farla uscire, tutto questo perché è troppo brutta.
Ha un talento però: sa suonare benissimo, meglio di qualsiasi suo altro coetaneo. Se ne accorge la zia Erminia, sorella del padre: una donna frizzante e allo stesso tempo ambigua.
A scuola non viene accettata dai compagni, ancora una volta per il suo aspetto “mostruoso”. Incontra però una bambina, Lucilla, con la quale nascerà una bellissima amicizia.
Importantissimo nella sua vita sarà l’incontro con una donna anziana che le darà l’input necessario a capire il perché di tanti aspetti oscuri legati alla sua vita, fino ad arrivare ad avere un quadro chiaro, completo, mettendo a posto tutti i tasselli di un mosaico insolito.
Importantissimo nella sua vita sarà l’incontro con una donna anziana che le darà l’input necessario a capire il perché di tanti aspetti oscuri legati alla sua vita, fino ad arrivare ad avere un quadro chiaro, completo, mettendo a posto tutti i tasselli di un mosaico insolito.
giovedì 13 ottobre 2011
Streghe. La riscossa delle donne d'Italia - Lilli Gruber

Questo libro mi è stato consigliato dalla super acculturata sorella che ho la fortuna di avere. E' stata una lettura che posso definire veramente speciale; un libro di quelli che “vorresti non finissero mai”, che ti fanno aprire occhi e mente, regalandoti la possibilità di fare delle importanti riflessioni su particolari temi.
Credo che Lilli Gruber abbia fatto veramente un ottimo lavoro: in questo suo saggio ha dato voce alla donne d'Italia e non, indagando nel loro modo di vivere, di pensare, di essere. Tutto ciò attraverso una serie di interviste fatte a decine e decine di donne di ogni tipo, toccando qualsiasi tema che possa in qualche modo coinvolgere il mondo femminile. Donne comuni, ma anche personaggi più importanti e famosi come la Littizzetto, Anna Sozzani, Elisabetta Gregoraci, Gianna Nannini, Rita Levi-Montalcini e tante altre.
Non manca neanche la voce maschile, come è giusto che sia. È bello conoscere non solo il pensiero di noi donne su determinati temi, ma anche quello degli uomini: ed ecco che personaggi come Veltroni, Berlusconi, Veronesi riescono a dire anche la propria in queste pagine.
E non solo. Una piccola parte del libro è dedicate anche all’intervista di alcuni uomini che si trovano in carcere per aver compiuto violenza sulle donne.
Tutto questo incorniciato da piccoli commenti dell'autrice, espressi quasi sottovoce e con un leggero pizzico di ironia.
Da leggere!
venerdì 7 ottobre 2011
Indifferenza
Una calda notte di luglio di circa sette anni fa, io e una delle mie più grandi amiche litigammo. Ancora ricordo il motivo, le circostanze, l’abbigliamento di quella sera. Avevamo entrambe ragione e torto in egual misura, ma lei era troppo orgogliosa per riconoscere i suoi piccoli errori ed io ancora non ero in grado di farmi valere come si deve, ero … rinunciataria.
Dopo quella lite, io e lei non ci parlammo per molto tempo, forse anche per più di un anno, nonostante lei fosse seduta a scuola nel banco subito dietro al mio; poi, avendo quasi tutti gli amici in comune, finimmo inevitabilmente con lo scambiarci almeno il saluto e qualche parola.
Perdere un’amica molto importante è sempre una cosa spiacevole; vedere la cosa con gli occhi di una quattordicenne lo è ancora di più.
Ricordo che mi disse che dopo quella lite le ero praticamente indifferente, che potevo esserci o non esserci, ma in ogni caso non avrei avuto alcuno “effetto” nei suoi confronti. Insomma, per lei ero invisibile, la mia presenza non aveva alcuna rilevanza.
Fu la prima volta che entrai in contatto reale con la parola “indifferenza” e ricordo che quel termine mi fece ribrezzo.
Alla fine, le cose tra noi due migliorarono notevolmente; con il passare del tempo la nostra amicizia tornò quella di prima, si rafforzò. Anche adesso che studiamo in città diverse ci sentiamo sempre e quando siamo entrambe nella nostra piccola cittadina, ci vediamo praticamente ogni giorno.
L’altro giorno ho assistito sull’autobus ad una scena talmente terribile che non saprei neanche come definirla. Una signora anziana, forse un po’ troppo esuberante e con qualche rotella fuori posto, entrando in autobus insieme ad un’altra donna di colore, da un secondo all’altro ha iniziato a chiamarla “negra” e le ha gettato contro una serie di insulti che non sto a ripetere.
Lei si è difesa come ha potuto, a parole, civilmente. Poi ha lasciato perdere ed è andata a sedersi, mentre la vecchia ha continuato a borbottare tra sé parole poco piacevoli.
Questo episodio mi ha riportato indietro di qualche anno, dritta alla lite con la mia amica, all’episodio in cui lei mi ha detto che le ero indifferente.
Indifferenza, sì. Anche nel caso del litigio tra le due donne nell’autobus. Indifferenza mia, indifferenza degli altri passeggeri e dell’autista. Noi che non abbiamo mosso ciglio di fronte a quegli insulti gratuiti, di fronte ad una donna che difendeva il colore della sua pelle e la sua dignità. Indifferenza, come se non avessimo visto o sentito niente.
Il comandamento del “farsi i fatti propri” lo applichiamo sempre nei momenti sbagliati; il motivo? Non lo so. Forse è più facile così, non vogliamo avere grane, non vogliamo immischiarci in questioni che non ci toccano troppo da vicino.
Quando sono tornata a casa, mi sono fatta schifo da sola. Mi ha fatto ribrezzo la mia apparente indifferenza nei confronti di quella situazione. Avrei dovuto alzarmi dal sedile grigio, fare qualcosa. Avremmo dovuto fare tutti così. Non so cosa di preciso, forse dirne quattro alla vecchia, farle passare la voglia di insultare la gente, chiamare la polizia. E invece non abbiamo fatto niente, siamo rimasti tutti comodi nella nostra poltrona ad assistere indifferenti a quella scena coperta dal velo dell’invisibilità.
Comodo, forse. Ma egoista.
Non so neanche se mi ha fatto più ribrezzo la cafonaggine della vecchia o la nostra indifferenza.
Ma come ho detto in passato, l’unica cosa positiva che si può trarre dagli errori è un insegnamento, la consapevolezza che quel comportamento è sbagliato ma che si può sempre migliorare.
Dopo quella lite, io e lei non ci parlammo per molto tempo, forse anche per più di un anno, nonostante lei fosse seduta a scuola nel banco subito dietro al mio; poi, avendo quasi tutti gli amici in comune, finimmo inevitabilmente con lo scambiarci almeno il saluto e qualche parola.
Perdere un’amica molto importante è sempre una cosa spiacevole; vedere la cosa con gli occhi di una quattordicenne lo è ancora di più.
Ricordo che mi disse che dopo quella lite le ero praticamente indifferente, che potevo esserci o non esserci, ma in ogni caso non avrei avuto alcuno “effetto” nei suoi confronti. Insomma, per lei ero invisibile, la mia presenza non aveva alcuna rilevanza.
Fu la prima volta che entrai in contatto reale con la parola “indifferenza” e ricordo che quel termine mi fece ribrezzo.
Alla fine, le cose tra noi due migliorarono notevolmente; con il passare del tempo la nostra amicizia tornò quella di prima, si rafforzò. Anche adesso che studiamo in città diverse ci sentiamo sempre e quando siamo entrambe nella nostra piccola cittadina, ci vediamo praticamente ogni giorno.
L’altro giorno ho assistito sull’autobus ad una scena talmente terribile che non saprei neanche come definirla. Una signora anziana, forse un po’ troppo esuberante e con qualche rotella fuori posto, entrando in autobus insieme ad un’altra donna di colore, da un secondo all’altro ha iniziato a chiamarla “negra” e le ha gettato contro una serie di insulti che non sto a ripetere.
Lei si è difesa come ha potuto, a parole, civilmente. Poi ha lasciato perdere ed è andata a sedersi, mentre la vecchia ha continuato a borbottare tra sé parole poco piacevoli.
Questo episodio mi ha riportato indietro di qualche anno, dritta alla lite con la mia amica, all’episodio in cui lei mi ha detto che le ero indifferente.
Indifferenza, sì. Anche nel caso del litigio tra le due donne nell’autobus. Indifferenza mia, indifferenza degli altri passeggeri e dell’autista. Noi che non abbiamo mosso ciglio di fronte a quegli insulti gratuiti, di fronte ad una donna che difendeva il colore della sua pelle e la sua dignità. Indifferenza, come se non avessimo visto o sentito niente.
Il comandamento del “farsi i fatti propri” lo applichiamo sempre nei momenti sbagliati; il motivo? Non lo so. Forse è più facile così, non vogliamo avere grane, non vogliamo immischiarci in questioni che non ci toccano troppo da vicino.
Quando sono tornata a casa, mi sono fatta schifo da sola. Mi ha fatto ribrezzo la mia apparente indifferenza nei confronti di quella situazione. Avrei dovuto alzarmi dal sedile grigio, fare qualcosa. Avremmo dovuto fare tutti così. Non so cosa di preciso, forse dirne quattro alla vecchia, farle passare la voglia di insultare la gente, chiamare la polizia. E invece non abbiamo fatto niente, siamo rimasti tutti comodi nella nostra poltrona ad assistere indifferenti a quella scena coperta dal velo dell’invisibilità.
Comodo, forse. Ma egoista.
Non so neanche se mi ha fatto più ribrezzo la cafonaggine della vecchia o la nostra indifferenza.
Ma come ho detto in passato, l’unica cosa positiva che si può trarre dagli errori è un insegnamento, la consapevolezza che quel comportamento è sbagliato ma che si può sempre migliorare.
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mercoledì 5 ottobre 2011
Incertezze
Primo giorno di lezione, corridoio della facoltà.
Ero intenta a cercare nella bacheca qualche interessante annuncio di qualcuno disposto a vendere i propri libri, possibilmente in buono stato, quando noto una ragazza a fianco a me, intenta anche lei a cercare fortuna tra quei foglietti svolazzanti.
La tipa attacca bottone, inizia a colloquiare allegramente con la sottoscritta sui corsi del primo anno, sui vari aneddoti che girano intorno ad alcuni professori. Alla fine mi chiede come mi chiamo e ci presentiamo.
È una ragazza molto sicura di sé, si destreggia bene e ha l’aria di chi conosce bene l’ambiente. Sembrava una del quinto anno, per quante cose sapeva, ma allo stesso tempo cercava un libro del primo anno. Infatti attimi dopo mi dice che è una matricola, appena iscritta al primo anno, prontissima per seguire la sua prima lezione da studentessa universitaria. Mi rivolge la stessa domanda e io, ancora un po’ scioccata dalla notizia, le dico che sono al quarto.
Il quarto anno, come suona strano. Mi sembra che sia stato ieri il mio primo giorno di università, quando volevo sotterrarmi alla prima lezione perché non capivo neanche lontanamente di cosa stesse parlando il prof.
Sembra ieri che non conoscevo NESSUNO e che quei grandi corridoi mi facevano quasi paura. Sembro quasi vecchia di fronte a lei eppure ancora sento di essere una sorta di matricola.
Percepisco ancora una nota di incertezza in me stessa quando decido di non seguire una lezione o quando decido di dedicarmi ad una materia piuttosto che ad un'altra.
Forse non essere troppo sicuri di sè aiuta, o forse no.
Forse l'incertezza è normale e accompagna almeno un po' tutte le nostre decisioni, grandi o piccole che siano.
Ero intenta a cercare nella bacheca qualche interessante annuncio di qualcuno disposto a vendere i propri libri, possibilmente in buono stato, quando noto una ragazza a fianco a me, intenta anche lei a cercare fortuna tra quei foglietti svolazzanti.
La tipa attacca bottone, inizia a colloquiare allegramente con la sottoscritta sui corsi del primo anno, sui vari aneddoti che girano intorno ad alcuni professori. Alla fine mi chiede come mi chiamo e ci presentiamo.
È una ragazza molto sicura di sé, si destreggia bene e ha l’aria di chi conosce bene l’ambiente. Sembrava una del quinto anno, per quante cose sapeva, ma allo stesso tempo cercava un libro del primo anno. Infatti attimi dopo mi dice che è una matricola, appena iscritta al primo anno, prontissima per seguire la sua prima lezione da studentessa universitaria. Mi rivolge la stessa domanda e io, ancora un po’ scioccata dalla notizia, le dico che sono al quarto.
Il quarto anno, come suona strano. Mi sembra che sia stato ieri il mio primo giorno di università, quando volevo sotterrarmi alla prima lezione perché non capivo neanche lontanamente di cosa stesse parlando il prof.
Sembra ieri che non conoscevo NESSUNO e che quei grandi corridoi mi facevano quasi paura. Sembro quasi vecchia di fronte a lei eppure ancora sento di essere una sorta di matricola.
Percepisco ancora una nota di incertezza in me stessa quando decido di non seguire una lezione o quando decido di dedicarmi ad una materia piuttosto che ad un'altra.
Forse non essere troppo sicuri di sè aiuta, o forse no.
Forse l'incertezza è normale e accompagna almeno un po' tutte le nostre decisioni, grandi o piccole che siano.
lunedì 3 ottobre 2011
Influenza-time
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