"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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domenica 27 ottobre 2013

Dottoressa

Le gambe mi tremano, non reggono il peso del mio corpo. Stamattina mi sono svegliata che era ancora buio. Ho aperto gli occhi e sono stata assalita da una nausea imbarazzante.
Qualche ora dopo mi ritrovo in facoltà con addosso un vestito trovato dopo un pomeriggio di ricerche con delle coinquiline fin troppo pazienti; ai piedi delle scarpe tanto belle quanto scomode. Ed in mano ho un libro scuro, con le lettere dorate.
Sopra c’è scritto il mio nome.
Racchiude mesi e mesi di fatiche. Di estati non vissute, di estenuanti ricerche bibliografiche e consultazioni impossibili di banche dati assurde. Tutto qui dentro, dentro un oggetto solo.

La mia amica è qui con me. È stata la presenza fissa di cinque anni di università. Abbiamo fatto tutti gli esami insieme, preparato le nostre tesi supportandoci a vicenda.
Prima che ognuna di noi entri a fare la discussione ci ricordiamo delle cose che negli anni ci hanno più o meno aiutate a mandar via un po’ di ansia.
Pensa ai vecchi che d’estate muoiono per il caldo
Pensa alle vittime dei terremoti, degli tsunami.
Eh si, cavoli. Quelli sì che sono problemi.
Te lo dico, noi in fondo ci stiamo solo laureando.

Penso che io questa volta non ce la posso fare. Sento addosso un’ansia fastidiosissima che se potessi toglierei via in un attimo solo. Non ci riesco, non riesco a calmarmi. Formulo nella mia testa pensieri assurdi, guardo gli altri con qualcosa di simile al senso di terrore negli occhi.
Devo gestire meglio l’ansia.

Poi arriva il mio turno. Arriva la mia ora.
La discussione dura una decina di minuti, la proclamazione ancora meno.
Di tutto ciò mi è rimasto solo un ricordo lontano e confuso, come se fosse successo mesi e mesi fa.

Ricordo bene però gli abbracci, quelli con le persone che hanno conosciuto il mio percorso, quelle che potevano capire tutto.
Ricordo com’ero quando sono entrata per la prima volta in questa facoltà: piccola, spaesata, disorientata. Non conoscevo nessuno, non conoscevo questi posti. Ero io, sola, in mezzo a persone mai viste prima.
Ricordo bene il sudore degli esami, i caldi africani, i freddi da tagliare le ossa. I terremoti, i metri di neve.

Adesso ho una corona d’alloro in testa, dei mazzi di rose in mano. Ci sono i confetti rossi, lo spumante a fumi. Intorno a me la mia famiglia, i miei amici, il mio tesoro.
Sono felice. Non potevo chiedere di meglio, non potevo chiedere di più.
Posso toccare il cielo con un dito, posso sorridere.

Ho vinto la mia battaglia. Cinque anni fa io non l’avrei mai detto. Non pensavo di farcela, lo dico davvero.
E invece ora sono qui, col “pezzo di carta in mano” e l’alloro in testa.
Ho imparato che niente è impossibile, che la fatica genera soddisfazione.
L’importante è mettercela tutta.

venerdì 5 aprile 2013

Di sogni confessati

Capita che ti svegli la mattina e scopri –senza tanto stupore- che piove anche oggi. Tra uno yogurt (alla vaniglia, sono tornata ai gusti dei comuni mortali) e uno spazzolino da denti, tra un calzino spaiato e una lente a contatto che fatica a stare dove dovrebbe stare, capita di pensare che la banalità della frase “non esistono più le mezze stagioni”  racchiude al suo interno quella che d’ora in avanti definirò la Somma Verità. E giuro, anzi prometto solennemente che la prossima volta che sentirò una vecchia pronunciare quelle sei parole una dietro l’altra, non formulerò automaticamente nella mia testa il pensiero “eccheppalleoh”.

Capita che mi rendo conto del fatto di essere diventata monotematica, di non fare altro che scrivere di pioggia da un po’ di tempo a questa parte, ma provate a capirmi: mi sono un po’ scocciata di sentirmi in autunno quando dovrebbero spuntare le prime margherite in giro.
E poi ho due paia di ballerine nuove che attendono di essere inaugurate.

Capita che decido saggiamente di esorcizzare tutto questo grigio, tutta questa tristezza esistenziale portata qui da questi maledetti nuvoloni ascoltando dalle cuffie di quel meraviglioso oggetto che è l’iPod le migliori canzoni dell’estate scorsa.
E sti cavoli. Io mi sento subito bene. Basta poco.
Capita che la smetto di parlare di meteo, altrimenti pensate che io non abbia niente di meglio di cui scrivere.

In tutto ciò ci scappa anche un pomeriggio in aula studio, senza voglia di studiare. È venerdì ed io sono stanca. Il caffè della macchinetta non fa effetto. Capita di ritrovarmi a fissare la roba che dovrei leggere,capire, sottolineare, schematizzare, memorizzare. Mi sento già con l’acqua alla gola e siamo solo al cinque di aprile. Qualcuno avrebbe dovuto fermarmi nel momento in cui ho deciso di iscrivermi a giurisprudenza, altro che incitarmi a fare questo passo, altro che dirmi “si, guarda che potrai fare un sacco di cose dopo”.
Un sacco di cose, come no.

Il pensiero del “dopo” mi si sta riproponendo con una certa insistenza in testa, da qualche settimana a questa parte. A quanto pare non sono la sola: M. è preoccupata quanto me. Ma il fatto di essere in due mi consola.
Ho un sogno nel cassetto che non ha niente a che fare con quello che sto studiando.
L’altro giorno l’ho detto, l’ho confessato.

Il collega cinquantenne troppo gentile mi ha chiesto cosa studio e se mi piace.
Mi ha chiesto cosa voglio fare “da grande”.
Mi ha fatto queste domande per conversare, per staccare gli occhi da quel computer che fissava da ore senza badare ad altro. Non sa che in quel momento non poteva chiedermi di meglio, non sa il bene che mi ha fatto dire certe cose. Dirle così, senza pensarci. Dirle naturalmente, con tutta la spontaneità che solo certi sogni possono avere.
Non l’ho guardato neanche, mentre rispondevo. Guardavo e sistemavo le cartelle blu, meccanicamente.

A me piace scrivere. Eh sì, io voglio scrivere un libro.

È la seconda volta che confesso a voce il mio sogno. La prima è stata a diciotto anni appena compiuti, al mio esame di maturità. La mia tesina parlava del sogno. Il prof. mi chiese quale fosse il mio sogno nel cassetto.
Io lo guardai un istante e lo dissi, a voce alta e chiara. Lo dissi davanti alla commissione, davanti ad una ventina di amici venuti lì per ascoltarmi.
Il mio sogno è scrivere un libro.

E si, diciamolo pure. Per me, dire una cosa a voce è più difficile che scriverla.
Ci vuole più impegno, ci vuole più coraggio.

giovedì 1 marzo 2012

Erasmus?

Ultimamente lo spagnolo mi attrae molto. Spagnolo come lingua, intendo. Trovo che sia musicale. Mi dicono anche che sia facile impararlo, potrei addirittura farlo da autodidatta, servendomi di un corso base che ho da qualche parte in casa.
Ho dei parenti in Argentina che qualche volta sento tramite Facebook; mi piace capire quello che scrivono, azzardare a scrivere qualche frase di tanto in tanto.

Se poi volete saperla proprio tutta, ho anche un piccolo sogno che mi gira in testa da un po’.
Un Erasmus in Spagna.
Non sarebbe male.
Certo è che di solito in Erasmus si perde tempo con lo studio e la mia priorità al momento è quella di uscire dall’università il prima possibile. È vero però che non si può sempre e solo studiare, che esperienze come questa ti cambiano la vita (così dicono).
In realtà, io mi sento in Erasmus anche in questa città. Lontana da casa quasi mille chilometri, torno dai miei solo per le feste comandate. Non conoscevo nessuno, mi son dovuta fare delle nuove amicizie; vivo per conto mio eccetera eccetera. Ecco, se la lingua fosse diversa, potrei quasi dire di essere attualmente in Erasmus.

Un’esperienza del genere è vero che un po’ anche mi spaventa. Allo stesso tempo però mi attira tantissimo.
Immaginate una Chiara in Spagna, in una Madrid, con la sua valigia oversize à pois arancioni; con una cartina in mano, alla ricerca di una via sconosciuta.
Immaginatemi in una casa grande quanto uno sgabuzzino, divisa con altre cinque persone di nazionalità diversa, a cercare di capirci l’un l’altro, a dividerci i turni per le pulizie e magari ad improvvisare qualche festino dell’ultimo momento.

Ecco, se avessi da parte qualche euro mio (spunto per un altro post sulla ricerca di un lavoro), forse mi butterei davvero in quest’avventura. Ci vuole un po’ di coraggio, è vero. Ma in fin dei conti ne serve poco più di quello che ho avuto a 18 anni appena compiuti, quando sono sbarcata qua.

Sarà che ho visto un film che parla di studenti in Erasmus.
… Indovinate quale...

venerdì 21 ottobre 2011

Eurochocolate Perugia

Al cioccolato io non so resistere. Mi piace, in tutti i modi esso si presenti. Mi piace sgranocchiare una tavoletta, bere una tazza di cioccolata calda oppure mangiare una fetta di pane e Nutella. La adoro, non ci posso fare niente.
Prediligo quello bianco o al latte, anche se il fondente non mi dispiace neanche.
Mette il buon umore, mi carica, mi riscalda. Basta anche solo un quadratino per ottenere questo effetto.

Nella lista delle cose che dovrei fare prima o poi nella vita, una voce era riservata all’Eurochocolate di Perugia, la più grande (credo) manifestazione d’Italia dedicata al cioccolato.
Sono riuscita a realizzare questo piccolo sogno domenica mattina.

Quest’anno, l’Eurochocolate è iniziato lo scorso 14 ottobre e terminerà il 23.
Le vie di Perugia sembrano un po’ quelle del paese delle meraviglie in questi giorni: stand di cioccolato, pupazzi enormi che girano per le strade, cioccolato che cade quasi dal cielo (giuro) e gente che distribuisce gustosi omaggi.Un ottimo modo per sconfiggere il grande freddo perugino.

Se ne avete la possibilità, fateci un salto. Non ve ne pentirete.
Qualche consiglio: vestitevi pesanti, stile Polo Nord, con tanto di sciarpa e cappello e fate la chococard: avrete diversi omaggi che potrete ritirare nei vari stand. Costa sei euro e vi permette di fare la scorta di cioccolato per almeno una settimana. In ogni caso, seguite le ragazze che distribuiscono Cerealix: le vostre papille gustative faranno la ola!

Tutte le foto presenti in questo post sono state scattate dalla sottoscritta.












venerdì 30 settembre 2011

Fine settembre

Finalmente questo mese è finito: mi è sembrato lunghissimo; se penso che invece sono stati solo trenta giorni, non mi sembra vero. Ne ho percepiti il doppio. E dire che è stato solo trenta giorni fa che ero un po’ malinconica, a causa della bella stagione che finiva.

Settembre è un mese di “transizione”, il mese in cui idealmente si chiude un capitolo e se ne apre un altro.
Sono serena, ma non lo grido troppo forte a causa di quel pensiero, di quella strana legge che prevede l’avvenimento di una sorta di disgrazia non appena si tira un sospiro di sollievo.
Di capitoli ne sto chiudendo un paio e ho anche gettato le basi per la realizzazione di qualche sogno stipato nel cassetto da troppo tempo. Mi sento bene, sto pensando a me stessa, alla mia vita e guardo a tutto il resto da una prospettiva diversa, in un certo senso ad un passo più lontano del solito.
Non è egoismo, non ne sono capace purtroppo. È solo voglia di una sorta di rinascita che tardava un po’ ad arrivare. È solo voglia di iniziare ad amarmi di più.
Quando qualche brutto ricordo si avvicina, lo scaccio via pensando al futuro. E funziona, per adesso. Mi sento meglio.

Ho cambiato un po’ le mie abitudini. Nel tardo pomeriggio metto una tuta e le scarpe di ginnastica e chiudo alle spalle la porta di casa. Porto con me una piccola pochette blu: dentro ci metto le chiavi, qualche spicciolo e il cellulare che però tengo rigorosamente senza suoneria per non essere disturbata. Inizio a camminare, con l’ipod alle orecchie. Prima a passo lento, poi più sostenuto e poi di nuovo lento. Non so neanche io quanti chilometri faccio in quell’ora, non mi interessa. Mi fa stare bene. Tutto il resto non conta.
Quando vedo che il cielo inizia ad essere un po’ più cupo, torno indietro, verso casa. Ho preso l’abitudine ormai. Due giorni fa pioveva, quindi niente passeggiata. Mi sono sentita quasi persa.

Sto cercando anche un lavoro per il fine settimana, ho lasciato il mio curriculum in qualche negozio, sperando che qualcuno mi chiami. Tengo le dita incrociate e ci spero anche tanto.
Ho ripreso le varie attività universitarie, ricominciato i corsi e dato un esame. Dalla prospettiva dell’inizio, mi sembra che quest’anno universitario sia un po’ più difficile degli altri, ma non mi scoraggio. Se sto bene dentro, posso affrontare tutto in modo diverso, credo migliore.

Ecco, alla fine non so quante volte ho scritto in questo post che sto bene. Alla faccia “di quella strana legge che prevede l’avvenimento di una sorta di disgrazia non appena si tira un sospiro di sollievo”.
Se sto bene, sto bene. Ed è inutile nasconderlo. Lo si vede, credo, da come scrivo. Lo si vede da quel sorriso che ho stampato in faccia, anche in questo momento.

martedì 6 settembre 2011

Di saluti e di rientri

Ho salutato tutti, nessuno escluso. Se potessi, mi sotterrerei il giorno prima di una qualsiasi partenza: i saluti mi mettono tristezza, la preparazione delle valigia mi mette angoscia e quasi anche disperazione, dal momento che non è mai abbastanza grande.
Passerei direttamente al viaggio, al treno, nonostante tutta la fatica. O forse tralascerei anche il giorno del rientro che è ancora più triste di quello dei saluti. Tutto questo ovviamente non è possibile, quindi cerco di vivere giorni di questo tipo nel modo più leggero possibile.

Dire “ci vediamo a Natale” quando il colorito è ancora quello di una marocchina, le braccia sono completamente scoperte e ai piedi si indossano dei sandali, è qualcosa di veramente inverosimile. E poi il solito abbraccio lungo un secolo, i soliti sorrisi, il vedere la macchina blu con i fari forti che si allontana velocemente mette una leggera tristezza nel cuore.

Ma cosa ci possiamo fare, è la vita.
E’ la lontananza, sono gli effetti secondari dell’affetto che si prova nei confronti di certe persone. Se non volessi loro bene, se non fossi affezionata a questi posti, a questo mare, a questi tramonti, partirei più leggera, senza complicazioni.
Al cuore però non si comanda. E forse è meglio così.

Non so cosa mi riserverà questo settembre, questo “nuovo anno”, non so cosa riuscirò veramente a fare. Ho un paio di progetti, qualche grande sogno da realizzare e devo darmi una mossa per mettere tutto in pratica. Sarebbe anche ora.

Bene, è tutto.
Ora basta malinconia.
Adesso mi sveglio, mi scrollo di dosso il torpore che quest’estate mi ha donato. Torno lì dove il mio nome è preceduto dall’articolo determinativo, dove la connessione lascia molto a desiderare, dove il giornalaio mi mette da parte Vanity Fair e dove gli autobus sono le mie limousine.

martedì 16 agosto 2011

La terrazza quasi sospesa in mezzo a quattro case

Sono passata con la macchina dal paese dei miei nonni, insieme a mia sorella. Da lì i tramonti sono uno spettacolo. Appena possiamo ci andiamo sempre, prima che il sole si nasconda sotto il mare.
Ci sediamo su una panchina vecchia e mezza rotta e ci godiamo quello spettacolo.

Ho dato un’occhiata alla casa di un mio cugino, la classica persona che torna in paese solo per le vacanze e che si gode la pace di quei pochi vicoli, da perfetto sessantenne appena pensionato.
Ha sistemato la sua piccola casa per le vacanze. Si è fatto costruire una piccola veranda dove ha messo un tavolo con delle sedie intorno e una sdraio, chiusa in un angolo.
Una veranda piccola che è la fine del mondo.

Cenerei ogni sera in un posto piccolo e accogliente come quel quadrato quasi sospeso in mezzo a quattro case. Metterei una tovaglia a quadrettini rossi, su quel tavolo. Una bottiglia di vino rosso fresco, quattro bicchieri e quattro piatti di spaghetti al pomodoro con il peperoncino di sopra e una foglia di basilico.

Quel mio cugino è simpatico, anche se non ho tantissima confidenza con lui. Ascoltavo sempre, da piccola, i suoi racconti torinesi, detti con quell’accento indefinito e con la risata sempre pronta. Ogni anno, ad agosto, la mia famiglia usava fare delle scampagnate con lui, sua moglie e suo figlio. Era una compagnia piacevole, allegra, rilassante. Proprio come l'atmosfera del paese di mia nonna ad agosto.

venerdì 22 luglio 2011

La vacanza che vorrei

Le mie vacanze estive si svolgono più o meno sempre allo stesso modo: di giorno al mare, la sera in giro con gli amici. Relax quasi completo, tanto sole e compagnia. Eppure non mi dispiacerebbe cambiare abitudini, fare una vacanza che sia diversa dal solito.






Sicuramente andrei in un posto di mare (la montagna non fa per me), in un paesino piccolo, pieno di sole e di vicoletti stretti. Passerei le giornate in spiaggia, a leggere fino a che mi reggono gli occhi ... ma non solo.




La mattina presto farei delle passeggiate, guarderei ogni sera il sole calare e il cielo diventare arancione. Mi lascerei cullare da quella fresca aria marina tipica di queste particolari ore della giornata.
Farei dell’odore della crema solare il mio profumo principale. Dei costumi da bagno, dei parei, dei cappelli di paglia i miei indumenti quotidiani.




Il possibile programma delle giornate alla fine non si discosta molto da quello che di solito "seguo" quando sono qui in vacanza. Il problema è che mi piacerebbe cambiare aria, vedere gente nuova. Partirei anche da sola, non mi dispiacerebbe affatto. Al massimo porterei con me un’amica.
Mi piacerebbe conoscere gente del posto, immergermi completamente nella vita del tranquillo e piccolo paesino di mare, farlo anche un po' mio. Mi piacerebber tornare a casa con la macchina fotografica piena zeppa di scatti.

Non sono brava a fotografare, anche se mi piacerebbe molto approfondire la materia e comprare una macchina fotografica un po’ più “seria” di quella che ho. Mi piacerebbe portare a casa non le solite, classiche foto di paesaggi e cose simili (anche se, di fronte ad un paesaggio spettacolare, è difficile non cedere alla sfrenata voglia del click).



Realizzerei tanti scatti di piccoli dettagli, quelli che sfuggono ai più.
Magari in bianco e nero, anche se l’estate è fatta di colori.

Prima o poi farò questa pazzia che sa tanto di viaggio ideale per un pensionato. Prenderò la mia valigia colorata e la lascerò semivuota. Metterò solo lo strettissimo necessario, per andare via leggera, senza pesi inutili.



Porterei con me solo quello che mi serve per essere in un quasi paradiso.

giovedì 16 dicembre 2010

Chiara e la neve



Da piccola sognavo sempre di svegliarmi una mattina d’inverno, guardare fuori dalla finestra e scoprire che le strade e tutto intorno erano piene zeppe di neve. Naturalmente, abitando in un posto di mare, questo non è mai successo ed è rimasto per anni e anni solo un sogno irrealizzabile.
Cambiando città e andando a vivere in un posto decisamente molto più freddo, il mio sogno si è realizzato. Non che nevichi sempre, ma ormai da due anni, nei mesi invernali, di neve se ne vede abbastanza. Lo scorso anno ce n’è stata molta, talmente tanta che alla fine la odiavo.


Stamattina, aprendo la finestra, ho notato subito che tutto era imbiancato. Le strade, le macchine, il balconcino: tutto ricoperto di neve. Ho guardo su verso il cielo, ne scendeva tanta, soffice, bianca. Ho bevuto il mio caffè incollata ai vetri della finestra, sono rimasta lì almeno mezz’ora. Poi ho deciso di vestirmi ed uscire.


Ho fatto un salto al parco, era deserto. Ho scattato velocemente un po’ di foto per gustarmele poi con calma a casa, per mandarle ai miei che di neve ne vedono ben poca, per riguardarle in estate nei periodi più afosi. La neve ha il suo fascino, proprio come la nebbia, la pioggia e il sole.


Basta che non duri troppo però perché io, sulla neve, non so proprio camminare!

martedì 28 settembre 2010

I sogni?

Stamattina ho letto un post di Andrea, sulle persone, sui loro “talenti sprecati”, sui loro sogni e sulla loro difficoltà di realizzarli. Un post veramente molto interessante che mi ha fatto riflettere tanto e che consiglio a tutti di leggere. Ha usato le parole giuste, con la giusta enfasi.
Ho letto anche i commenti, in particolare mi sono soffermata su quello di Martina.
Ho deciso di scriverci un post.

Concordo con il commento di Martina, in cui sostiene che spesso con i sogni non si campa, non si pagano le bollette o il mutuo. Per quanto ne sappia io, ha ragione, ma non sapete quanto invece vorrei darle torto e sostenere apertamente che la situazione non è questa che dice lei e che sostiene Andrea.

Ho amici a cui piace un sacco la filosofia, hanno la capacità di capire i vari pensieri in un istante, filosofeggiano in continuazione su qualsiasi argomento, eppure non hanno potuto scegliere una facoltà di filosofia.
Il motivo? Gliel’ho chiesto anche io e la risposta è stata “cosa faccio con la laurea in filosofia? L’insegnante per prendere il posto fisso quando sono in età di pensione?”. Ecco, questo è il problema: inseguire i propri sogni e trovarsi con le mani in mano.
Conosco gente che ha inseguito i propri sogni, iscrivendosi alla facoltà adatta alle proprie inclinazioni naturali. Gente contenta di studiare quelle materie, gente che prendeva voti alti, gente che ce la metteva tutta per passare le materie più difficili.
Gente che il giorno della laurea aveva un sorriso preoccupato, col pensiero martellante in testa di “cosa faccio adesso”.

La colpa di chi è? La nostra perché ci creiamo dei sogni un po’ troppo … “sogni”?
Non direi proprio, visto e considerato che il sogno è qualcosa di astratto, sì, ma viene costruito e alimentato dalla passione e dall’amore e non può certo essere un’imposizione.
Allora a chi dare la colpa?
Alla società, alla situazione generale del nostro paese che tarpa le ali prima ancora di spiegarle al vento? Credo proprio di si, o almeno nella maggior parte dei casi la causa è questa.


C’è chi dice che quando si ha un sogno, si fa di tutto per realizzarlo e anche se si incontrano degli ostacoli, la voglia di renderlo concreto ci porta a sormontarli.
Io credo che non è sempre così. Per quanto ce la si possa mettere tutta, alcuni ostacoli sono veramente troppo grandi per essere sormontati dalla sola voglia di realizzare un sogno.
Sto diventando troppo pessimista?

lunedì 23 agosto 2010

lunedì 2 agosto 2010

Le cose inaspettate

Giorni fa è morto un signore del mio paese: una scomparsa del tutto improvvisa che ha lasciato tantissime persone a bocca aperta. Era una persona molto conosciuta e stimata, tutto sommato ancora giovane, con una bella famiglia e una moglie che adorava.

Quando l’ho saputo sono rimasta di stucco: lo conoscevo abbastanza, con il figlio avevamo frequentato lo stesso liceo. Mi ha colpito molto il fatto che questa cosa sia successa praticamente dall’oggi al domani, in un periodo abbastanza felice per lui e per la sua famiglia.

Al funerale c’era praticamente mezzo paese. Prima di entrare in chiesa, mi sono fermata a parlare con dei conoscenti, scambiandoci quei commenti che purtroppo si formulano ogni volta che accade qualcosa di spiacevole di questo calibro.
Ad uno di loro ho detto che quando succedono queste cose, mi viene da pensare alla caducità della vita, a quanto a volte sia così fragile l’esistenza umana. Basta poco, un attimo solo e tutti i progetti svaniscono come cenere al vento. Questo fatto mi ha portata a pensare che sia quasi inutile fare dei piani, quando non sai se effettivamente il momento dopo ci sarai ancora o meno.
Questa era la considerazione principale a cui ero giunta appena saputa la notizia, uno di quei pensieri formulati a caldo, appena sai che è successo qualcosa di brutto e inaspettato, quando ancora sei troppo sbigottita per renderti conto di tutto il resto.

Il mio interlocutore mi ha sorriso. Era un tizio che praticamente conoscevo solo di nome (solo dopo la nostra conversazione ho capito chi era). Mi ha detto con grande naturalezza che sbaglio a pensare questo, che bisogna sempre e comunque sognare, fare dei progetti, avere degli obiettivi.
“Tu falli, poi se si realizzano o meno è un altro conto”.

Hai ragione, tizio mezzo sconosciuto. I sogni, i progetti, bisogna pensarli, costruirli, cercare di realizzarli, fare il possibile perché ciò avvenga.
Spesso me lo dimentico, a volte il mio pessimismo fuoriesce e batte la mia filosofia di vita ottimistica.
L’importante è ricordarselo. Mai smettere di sognare!

martedì 13 luglio 2010

Neuroni in sciopero

Non sopporto il caldo della città, i quaranta gradi, l’afa, l’umidità. Temperature africane e studio stanno fondendo il mio cervello, già di per sé deteriorato. I pochi neuroni rimasti mi hanno dato un ultimatum: o mi sbrigo o sventoleranno presto una white flag grande quanto tutta la riviera romagnola.
Ho mandato loro un comunicato stampa, chiedendo di pazientare, di aspettare ancora una settimana. Dopodiché vacanza, ozio, mare e sole. Ancora non hanno accettato questo compromesso, sono in fase di negoziati. Mentre sono intenti a prendere una decisione, discutendo rumorosamente, scioperano. E io non mi concentro, riesco a concludere poco nelle mie giornate.
Questo stato altalenante si ripercuote nelle mie notti, nei miei sogni.
Dormo poco e male, faccio incubi impensabili. L’altra notte ho sognato di dimenticare tutte le password di e-mail, computer e cellulare. Ma preferirei di gran lunga dimenticare loro che ricordare solo il 10% di quello che mi sforzo ad imparare ogni giorno.

Necessito di un’iniezione di forza, coraggio e concentrazione possibilmente allo stato puro, non diluite in acqua. Mi aiuterebbe anche in questo intento non vedere la gente per strada col colorito di un marocchino o di una brasiliana, mentre io sono più bianca di quei lenzuoli che fanno vedere nelle pubblicità dei detersivi per bucato, stesi al sole in aperta campagna.

Sto bramando un tuffo in mare, una nuotata, una stesa al sole, una passeggiata al porto o nel corso del mio affollatissimo(adesso) paese, un tramonto direttamente dal balcone di casa mia, leggere in santa pace un libro che non tratti di diritto. Desidero abbracciare e coccolare il mio micione, sentirlo ai piedi del mio letto e perché no, mi mancano anche i crampi alle gambe dovuti alle impensabili posizioni in cui mi tocca dormire a causa della sua vicinanza.
Estate (per me) dimmi quando tu verrai …

martedì 11 maggio 2010

Sogni

Dreams:
1. Passare commerciale al primo colpo;
2. Vincere alla lotteria (mi va bene anche una somma modesta) per regalare al mio vicino di casa elettrodomestici più silenziosi;
3. Munirmi di una memoria esterna per il mio cervello, così da riuscire ad imparare e ricordare tutte quelle leggi e riforme in modo più semplice;
4. Arrivare, possibilmente sana di mente, al 20 luglio;
5. Avere una Mary Poppins con un ombrello magico in casa, così da poter fare le pulizie in due secondi canticchiando “cam caminì spazzacamin”;
6. Trovare un lavoretto, uno qualsiasi, per agosto;
7. Mangiare una fetta di pizza fatta dalla mia mamma;
8. Fare una passeggiata al mare. Ma non in un mare qualunque, nel MIO mare;
9. Trovarmi in una primavera, possibilmente VERA, senza pioggia, senza ombrello e con temperatura media, né troppo calda né troppo fredda.
10. Avere una connessione internet che non vada a carbone.