"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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mercoledì 3 novembre 2010

R. Cantone - Solo per giustizia - Parte 2


Come si può benissimo anche solo immaginare, Cantone e la sua famiglia (moglie e due bambini) sono stati soggetti a misure di protezione particolari, prima più leggere poi più pesanti, fino ad arrivare ad avere una scorta vera e propria.
Nelle pagine in cui parla della scorta credo venga fuori il lato più umano di Cantone, il suo essere uomo, marito, padre, prima ancora di essere magistrato. Si legge la preoccupazione per la sicurezza dei figli, il desiderio di non far pesare loro la presenza della scorta, la ricerca del modo più adatto per spiegare la situazione.


Cantone racconta un episodio in particolare che dà molto da pensare.

Insieme alla sua famiglia, aveva deciso di trasferirsi in un piccolo paese: avevano preso una casa ancora in costruzione e l'avevano rifinita secondo i loro desideri .

La gente del paese non accettò bene la presenza di Cantone e della sua famiglia: c’era il solito senso di curiosità, ma anche il fastidio per la presenza della scorta sotto casa.

Questo senso di fastidio ha portato diversi residenti a sottoscrivere una petizione con cui si chiedeva al sindaco di convincere Cantone a trasferirsi altrove, richiesta che naturalmente non venne accolta.


[24] “Non ho potuto fare a meno di pormi più e più volte la domanda se un simile attivismo sarebbe stato anche solo concepibile nel caso in cui nella stessa casa fosse venuto ad abitare un camorrista e avesse riempito la zona dei suoi sgherri, ma so bene purtroppo che è una domanda retorica”.


Fortunatamente,Cantone e la sua famiglia non hanno trovato solo ostilità. C’è stato anche chi ha espresso solidarietà e l’ha ringraziato per il suo lavoro.

Un’altra interessante parte è quella dedicata ai collaboratori di giustizia, coloro che decidono di dare una svolta alla propria vita, raccontando tutti i fatti di cui sono a conoscenza legati alla malavita.
“Rompere con il clan, per qualsiasi ragione lo si faccia non è mai una scelta facile (…). Comporta l’impossibilità di tornare nei propri luoghi d’origine, la necessità di nascondersi per il resto della propria vita e rischi per quella dei propri familiari. Nemmeno il più cinico degli uomini può compiere una scelta del genere a cuor leggero. E se qualcuno cerca di dipingere i pentiti come degli infami cui, in cambio del tradimento, lo stato concede un’esistenza dorata, queste sono soltanto favole diffuse ad arte da chi è interessato a farlo."

Così finisco di parlare di questo libro.
La settimana scorsa l’ho riportato in biblioteca, che tristezza.

martedì 26 ottobre 2010

Solo per giustizia - Raffaele Cantone (parte 1)



“Sulla mia scrivania c’è uno scatolone. Devo riempirlo di tutte le mie cose che ancora si trovano in quest’ufficio …”

Inizia così l’ultimo libro che ho letto. Si tratta di “Solo per giustizia” di Raffaele Cantone: racconta del suo lavoro, della sua vita da magistrato contro la camorra. Cantone, infatti, ha lavorato nella Direzione distrettuale antimafia per diversi anni e attualmente è magistrato presso il Massimario della Cassazione. Ha scritto questo libro proprio alla fine della sua esperienza nella Dda.

Vi avevo promesso che avrei parlato di questo libro e così faccio. Nel corso della lettura avevo segnato le parti che man mano mi piacevano di più, quelle più interessanti, in modo da parlarvi di alcuni punti specifici. Bene, alla fine mi sono resa conto di aver annotato praticamente mezzo libro, quindi per evitare di far uscire fuori un post lungo quanto l’inferno della Divina Commedia, ho dovuto dare un taglio, facendo una selezione degli argomenti e dividerli per post.

Inizio parlandovi della gente comune, quella che con grande coraggio decide di opporsi alla malavita, non solo a parole, ma facendo fatti. Fatti che consistono nel presentarsi davanti le forze dell’ordine e raccontare ciò che si è sentito o visto, togliendo qualche mattone dal grande muro di omertà.

In questo libro mi hanno colpito due storie in particolare. Il protagonista della prima è un uomo comune che aveva deciso di opporsi alle estorsioni di un soggetto che raccoglieva tangenti per conto di un clan. Aveva denunciato tutto, aiutato ad individuare gli autori di quegli affari sporchi e aveva pagato questo suo dovere civico con la vita.

[17] “Quando l’ispettore terminò il suo racconto, rimasi muto. Non credevo alle mie orecchie. Poco più di un anno in Dda mi era bastato per rendermi conto che si trattava di una vicenda assolutamente eccezionale (…). Più avanti avrei avuto tante volte modo di constare quanto fosse forte l’omertà da quelle parti e avrei anche capito meglio le ragioni molto complesse per le quali la popolazione non vuole rivolgersi alle istituzioni e allo Stato. E soprattutto avrei compreso come il rapporto tra vittima e persecutore possa evolversi in un legame quasi perverso e incestuoso”.

L’altra storia è quella di una ragazza, testimone oculare di un omicidio. Una persona comune, una ragazza qualunque. La differenza è che aveva deciso di raccontare molto tranquillamente ciò che aveva visto. Anche qui, nelle parole di Cantone, si nota il grande stupore di chi si ritrova davanti una persona che decide di parlare, la stessa da lui definita “una rosa cresciuta nel deserto” [23]. Per fortuna non ha fatto la stessa brutale fine dell’uomo di cui ho parlato prima, ma è stata sottoposta ad un programma di protezione e costretta ad andare via.

Sembra una considerazione spicciola, scontata, ma se ce ne fossero altri mille come questi due ... ehhh …
[sospiro, non vale la pena concludere la frase]