"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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martedì 1 settembre 2015

"Io speriamo che me la cavo"

Mi ero quasi dimenticata di che rumore facesse la sveglia quando doveva buttarmi giù dal letto. Avevo mandato in ferie anche lei, salvo richiamarla ogni tanto e sempre ad orari più umani rispetto a quelli ai quali l'avevo abituata.
Ieri sera l'ho puntata alle otto, minuti in più, minuto in meno. Quando l'ho impostata ero affetta dalla più classica sindrome di depressione da rientro, quella che ti coglie inesorabilmente in un ampio arco di ore successive al rientro.

Stamattina, quando ha suonato, è stato come essere colti da uno scossone. Nell'immediata incoscienza di chissà quale esatta fase del sonno, ho pensato fosse un incubo. Quando ho iniziato a realizzare, mi sono chiesta per prima cosa dove mi trovassi.
" A casa su, per forza. Qui c'è silenzio. Giù c'è sempre qualcuno che urla".
E infatti...
Alzarsi dal letto, per chi odia in particolar modo le sveglie, è sempre un piccolo trauma. Riesco a staccarmi dal cuscino solo se penso che fare le cose di fretta non mi è mai piaciuto.
E quindi su, in piedi. A realizzare un'altra semi-catastrofe.
Oggi è uno. UNO SETTEMBRE.

La data più odiata ed amata insieme da chissà quante persone. Nuovi inizi, nuovi propositi che neanche a Capodanno. La palestra, la dieta, il fumo. L'ordine, le amicizie, la vita regolata.
Non posso dire di essere diversa dal resto del mondo.
Ho pensato anche io intensamente a dieta e attività fisica, considerando gli innumerevoli chili accumulati nel giro di due anni. La colazione, infatti, è stata ben diversa da quelle a cui purtroppo mi ero abituata. Il cornetto pieno di crema è stato sostituito con il pane integrale e miele ed i biscotti con un tristissimo yogurt magro.
Ho tirato fuori dall'armadio il vestito che di solito mettevo la sera per uscire. Ho inforcato la mia bicicletta e sono partita.
Stesso percorso, stesse fermate. Stesso rumore di bicicletta. Uguali i negozi, le facce, le persone. In un mese non è cambiato niente qua.

Gesti meccanici, uno dietro l'altro. L'arrivo, le chiavi nella toppa, il parcheggio, la catena. E poi le scale, i saluti.
A spezzare la routine la mia scelta.
Ci ho pensato tanto. Mesi, settimane. Scelte ponderate, ragionate. Frutto di bilanciamenti tra pro e contro, tra istinto e ragione.
Il risultato è stato uno.
Mollare.

Detto così, suona male. Sembra una sconfitta, la deposizione delle armi.
Ci ho pensato veramente tanto prima di decidere. O forse, ripensandoci, neanche così tanto.
E' stata una decisione presa in parte d'istinto, in parte no.
Dicono che alla mia età abbiamo tutta la vita davanti.
Io, nella mia di vita, ho sempre dovuto correre tanto. Correre a laurearmi, a dare risultati, soddisfazioni a quei genitori che a volte mi pensano e a volte no.
Ce l'ho sempre fatta, potrei dirmi soddisfatta. O meglio, potrei dire che gli altri (alcuni) siano soddisfatti di me.
Ma io lo sono?

A diciotto anni ho accantonato i miei sogni nel tentativo che si realizzassero quelli che gli altri avevano scelto per me. Era un modo insolito per conquistarmi l'affetto delle persone care. 
Ho imparato però che prima o poi la vita ti presenta il conto. Sotto forma di noia, di insofferenza, di chissà quale altro malessere, ma te lo presenta. Voce per voce.
Il mio è arrivato nel giro di qualche mese, unito ad altre ben chiare ragioni che mi hanno spinto a mollare.

E così è stato.
Ho iniziato il mio settembre, il mio "anno nuovo" chiudendo un capitolo, nel giorno in cui - al contrario -se  ne dovrebbero aprire di nuovi.
Ci pensavo al ritorno, dopo aver salutato quelle facce che per mesi e mesi avevo visto mille ore al giorno, adesso un po' sconcertate dal mio annuncio inatteso.
Pedalavo, osservavo la strada che ho percorso con i più svariati stati d'animo negli ultimi mesi. Mi sono sentita più leggera.
Ho iniziato l'anno nuovo chiudendo un capitolo.

Ma finché ad ogni capitolo che si chiude corrisponde uno che si apre, allora forse va tutto bene.
Ho una nuova avventura che mi aspetta dietro l'angolo. Non so dove mi porterà, ma se mi conosco un pochino so che mi darà soddisfazioni.
So che un giorno mi ringrazierò semplicemente per il fatto di aver seguito il mio cuore.

domenica 9 marzo 2014

Mercatini dell'usato

Ci sono delle mattine di sabato in cui mi sveglio con l’umore indefinito ed esco di casa senza rifare il letto, senza fare colazione, senza neanche truccarmi. Per strada incontro una ragazza che non vedevo da anni. Mi ferma, scambiamo due chiacchiere e poi torniamo a dedicarci alle nostre vie.
Vie che mi portano al mercatino dell’usato, così, senza un sufficiente valido motivo.
In realtà ogni tanto mi piace andarci e farmi intossicare dalla polvere di quel capannone. Mi piace uscirci solo quando sento sulle dite una patina fastidiosa che mi porta a lavarmi le mani appena varcata la soglia di casa.

Lì dentro si trova roba di ogni tipo: vestiario, biancheria, oggetti per la casa, elettrodomestici, mobili …
C’è un bell’angolo invaso da libri di ogni genere. Una libreria che vanta innumerevoli copie di Moccia e Volo, in primis. Per il resto, si trovano anche titoli interessanti, a prezzi bassissimi.
Mi piace curiosare soprattutto tra la roba per la casa. Ci sono servizi di piatti e bicchieri, porcellane, oggetti strani che probabilmente un tempo appartenevano alla categoria di quelle oscene bomboniere che si rifilano agli invitati dopo i matrimoni. Ecco, il mercatino dell’usato forse è il loro posto adatto.
Guardare quegli oggetti mi mette in testa un paio di interrogativi. Mi porta a scavare nelle vite degli altri, dei vecchi proprietari, di cosa li ha spinti a disfarsi delle proprie cose.
Se quel posto fosse il mio, passerei le giornate a chiedere ai clienti la storia di ogni cianfrusaglia che portano. Magari proprio per questo, andrei in fallimento.
Anche io ho venduto lì qualcosa, in occasione di un trasloco: regali non fatti col cuore, provenienti da persone che senza ombra di dubbio mi odiano. Ho portato anche dei libri che non mi sono piaciuti, dei vestiti e delle borse che non mettevo mai. Anche se volevo disfarmene, quelle cose avevano dietro un racconto, un aneddoto più o meno simpatico su una storia passata.
Il volermi intrufolare nelle vite degli altri è un mio difetto. La regola è la discrezione, è il passare sempre inosservati, cercare di nascondere agli occhi della gente di fretta la mia curiosità. Una regola che rispetto sempre in modo eccellente, per fortuna.

Ci sono dei sabati in cui torno a casa con l’umore un po’ più definito rispetto al momento precedente in cui sono uscita. Sabati che … la prima cosa che faccio appena varco la soglia di casa è fiondarmi in bagno a lavarmi le dita piene di quella patina fastidiosa.
E poi mi ritrovo seduta alla scrivania della mia camera profumata ed appena lavata da cima a fondo, con le finestre spalancate ed il sole caldo che batte proprio lì dove sono, a scrivere di questa mattinata.
Che di particolare non ha niente.
O forse tutto.

sabato 5 ottobre 2013

Quando meno te l'aspetti

Non ho mai sorriso così tanto nella mia vita quanto negli ultimi tempi. Inizio a pensare che tutti i momenti tristi, tutte le situazioni difficili e brutte che ho vissuto nei miei ventitre anni di vita stiano ottenendo una ricompensa adesso, qui.
Una ricompensa che si condensa tutta in un essere umano solo. Un essere umano come tutti gli altri, forse. Con due gambe, due braccia, due occhi, un naso e due mani.
Potrebbe essere tale per il resto dell’umanità. Per me invece è diverso.

Io non so cosa mi sia successo, ho smesso anche di chiedermelo. Ho smesso di cercare ragioni, ho iniziato a seguire solo l’istinto. Oppure il cuore, se preferite.
Ho lasciato che tutto il casino della mia vita degli ultimi mesi venisse sistemato da una persona sola, senza io che facessi niente. Ho lasciato che mi rubasse il cuore, che mi facesse perdere parte della ragione. Ho lasciato che mi facesse rimanere qui, accanto a lui.

Certe volte mi ritrovo a pensare che prima di innamorami in questo modo io non sapevo cose fosse veramente la felicità.
Non sapevo come fosse realmente fatta.
Non sapevo che potesse assumere anche – o soprattutto – queste sembianze, queste forme.

L’ho pensato l’altro pomeriggio, quando con la testa poggiata sul suo petto gli sentivo il cuore battere e il respiro profondo, mentre lui dormiva beatamente.
È questa la felicità, ho pensato.
È essere qui a non fare altro che stare tra le sue braccia forti e a sentirmi in paradiso.
È guardarlo dormire e pensare a cosa stia sognando.
È camminare per le strade di questa città, aggrappata al suo braccio, sotto un ombrello à pois pronto a proteggerci dalla prima pioggia d’autunno.

È capace di lasciarmi senza parole, di non farmi pensare a niente di brutto.
Di sgomberarmi la mente come nessun altro è riuscito mai a fare.

Lo guardo dentro quegli occhi blu che si ritrova, con quelle spalle larghe che sanno di sicurezza e penso che vorrei sapere tutto della sua vita, attimo dopo attimo. Vorrei sapere cos’ha fatto quando io non c’ero, com’è stata la sua esistenza. Ed io vorrei raccontargli la mia, anche se non trovo mai le parole e la forza giuste per farlo.

Se due mesi fa mi avessero raccontato la mia vita di adesso, io non ci avrei creduto. Non avrei preso neanche in considerazione l’ipotesi che tutto ciò sarebbe potuto accadere, rassegnata com’ero al mio futuro incerto in un posto che chissà dove sarebbe stato.

Mi ha insegnato che la vita può anche sorprende in positivo.
Che le cose belle prima o poi arrivano.
Arrivano quando meno te l’aspetti.

venerdì 9 agosto 2013

E dopo un’alba, un tramonto. Poi un’altra alba ancora

Ci sono giornate che finiscono quando altre cominciano. Finiscono con le prime luci, quelle dell’alba. Da gustarsi dalla finestra di casa, appena tornati da una notte brava.
I piedi gonfi per i tacchi, il trucco sbiadito che resta lì, un po’ di alcol di troppo in circolo per il corpo.
Sveglia da quasi ventiquattro ore, che Dio solo sa come faccio a star ancora in piedi, come faccio ad aspettare le luci dell’alba scrivendo con gli occhi rossi e gonfi.
Ho dei coriandoli nei capelli, ma non so neanche come ci siano finiti su. Sulle spalle il peso di sei ore di lavoro, lo studio, il pranzo che salta perché non c’è tempo. Lo spritz serale, i tramonti strani, le caselle delle email vuote.
Le facce nuove, le strade nuove. I nuovi orari, una vita da organizzare, il tempo che è sempre meno, le cose da fare che sono sempre di più. il frigo vuoto, la spesa che prima o poi si dovrà pur fare, le frasi stupide su facebook. Le foto con le occhiaie e i sorrisi a trentadue denti.
C’è che aspetto l’alba per andare a dormire, c’è che questa vita incasinata mi piace da morire. Mi piace perché è mia. Mia e di nessun altro. La gestisco io, come voglio io. Indipendente, serena. Tranquilla nel suo caos. Imperfetta, a volte disordinata, altre troppo precisa.
Mi chiedono quando torno, se ho fatto il biglietto. Io rispondo che non lo so. Dico che ho tanto da fare qua. Un po’ è vero, un po’ è una scusa. È che voglio godermi la solitudine finché dura, voglio rifugiarmi tra gli impegni, riempire le ventiquattro ore facendo di tutto. Lavorando, studiando, divertendomi, pensando, scrivendo, ridendo e scherzando, osservando quell’incomprensibile genere umano che mi sta intorno.
E vorrei fermare il tempo, rendere queste giornate eterne, vivermele sempre di più, godermele a più non posso.


Poi arriva l’alba. Arriva il nuovo giorno. E dopo un’alba, un tramonto. Poi un’altra alba ancora, un altro tramonto ancora. Un susseguirsi. Un continuo luce-buio che non stanca mai.
E il giorno arriva,c’è da andare via.
E c’è che io non voglio.
C’è che ho troppi dubbi per la testa, troppe paure. Ho perso la leggerezza, non so dove sia finita. Ho il magone, i nodi alla gola, ho gli occhi pieni di blu.
Quello che non so è altro.
Non so se sarò in grado di farmi emozionare ancora dalle cose vecchie e quasi eterne. Se il mare riuscirà a darmi le sensazioni che mi ha sempre regalato, se i piedi nell’acqua fredda avranno ancora gli effetti benefici di sempre. Non so se mi annoierò, se penserò a qui sempre fino a scappare via prima del dovuto. Sono i dubbi che mi accompagnano in ogni viaggio, adesso più di prima, i pensieri di cui sono pieni i finestrini dei mezzi di trasporto che in questi lunghi cinque anni ho preso a cadenze ben definite.

giovedì 1 agosto 2013

Terre che ti adottano a tua insaputa

Avevo perso il conto dei giorni, non consideravo più il calendario. Maggio e giugno sono passati troppo in fretta, luglio invece è stato eterno. Ho fatto miliardi di cose in questo tempo: ho iniziato percorsi, concluso altre cose, conosciuto gente, fatto nuove esperienze, chiuso definitivamente rapporti che non avevano ormai senso.
Ora mi ritrovo qua, a guardare il calendario appeso al muro, a scoprire che è ora di voltare pagina, di girare dietro il foglio di luglio e rendere visibile quello di agosto.
Rendersi conto di essere arrivati ad agosto è un po’ una sorpresa. È un mese che mi ha visto sempre in vacanza, al mare, a contemplare le onde, la spiaggia, a passare le nottate con gli amici in giro, a vivere la movida delle nostre parti.
Quando mi sono resa conto che siamo ad agosto avevo un sacco di carte intorno. Fotocopie, articoli di riviste giuridiche, codici, leggi. Il caos intorno. Ero davanti ad un pc che emanava calore, su una pagina word aperta, a scrivere la tesi. Ho guardato il mio polso, poi il braccio, le gambe, decretando che probabilmente non sono mai stata così bianca in vita mia.
L’aulastudio è quasi vuota. Ci siamo io e la mia fedele compagna di avventure, con i nostri computer accesi e le nostre innumerevoli carte. Ci sono un paio di altri ragazzi che ogni tanto guardo e mi interrogo sul perché anche loro si trovano qui invece di stare altrove.
I vecchi che abitano nel palazzo di fronte sono scomparsi. Hanno le persiane chiuse, probabilmente – a meno che non siano morti improvvisamente (ma speriamo di no!)– saranno anche loro in vacanza in qualche posto vicino e più fresco della città rovente.
Il fine settimana è il momento più brutto. Rimpiango le vacanze, il mare, le temperature del sud che non conoscono l’umidità e l’afa delle grandi città del nord. Stare qui, di domenica, con quaranta gradi e l’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non sia starsene sul divano a guardare la tv con il ventilatore a velocità massima puntata addosso, è un’esperienza che ancora non sono riuscita a definire, a “catalogare”.
Da un lato mi piace, mi sembra che la città sia più mia. Dall’altro mi fa sentire una povera ragazza sola e anche un po’ sfigata che non ha niente di meglio da fare che starsene qui. Ma sono esperienze anche queste.
Verso sera mi piace girare velocemente per le vie del centro storico, possibilmente all’ora in cui inizia a tramontare. Mi piace buttare un occhio nelle case a piano terra, dentro le finestre semichiuse degli appartamenti. Mi piace farmi per un istante i fatti della gente che ci vive e che per poco mi ha permesso di entrare nelle loro vite lasciando uno spiraglio aperto.
A quell’ora si sentono il rumore delle posate sui piatti, il suono delle televisioni sintonizzate sui telegiornali, pezzi di conversazioni. E mi sento a casa, perché nei paesi piccoli vicino al posto in cui sono cresciuta, nelle sere d’estate, si cena praticamente per strada. Sulle terrazze o con le finestre aperte, con le canottiere bianche e i pantaloncini. E sembra che di lì a poco la gente ti inviti ad entrare, a cenare con loro, a dividere il pezzo di pane fresco o l’insalata dell’orto.
Girare per le strade del centro storico, all’ora del tramonto e della cena, mi fa pensare che la vita nelle grandi città in fondo (anche se molto in fondo!) non è poi così diversa da quella dei paesi. Le persone, le abitudini, le esigenze sono le stesse. Uguale è la voglia del relax,a fine giornata. Uguale è la ricerca del posto fresco, la finestra aperta con l’aria che entra.
Non ho mai sentito questa città e questa terra come mie quanto negli ultimi mesi. Ho riso per anni dell’accento della gente di questo posto, delle loro espressioni dialettali tradotte in italiano ed inevitabilmente sbagliate a livello grammaticale. Ho riso (dopo aver metabolizzato l’esperienza) dell’abitudine di invitare la gente a festeggiare il compleanno e di dividere il conto a fine cena, dell’articolo prima dei nomi di persona femminili, delle vacanze estive che qui si prenotano a Natale dell’anno prima. Ho riso di tutto questo e di altro, in questi anni, sulla base di quella stupida abitudine del pensare che la terra dalla quale proveniamo abbia sempre una marcia in più rispetto a quella dove finiamo per vivere, rinnegandone stupidamente gli innumerevoli e reali difetti.
Non mi sono però resa conto che senza volerlo sono diventata anche io un po’ come loro.
Non mi sono resa conto che l’articolo davanti ai nomi di persona femminili, adesso, lo metto spesso anche io. Non mi sono resa conto che adesso per me, qui, è diventato naturale pagare la mia parte di cena, nonostante l’invito ad un compleanno. Non mi sono resa conto che questa città l’ho amata forse troppo poco rispetto a quanto meritasse in realtà.
Ci ho messo un po’ di tempo a considerarla anche mia, a capire che la mia amica autoctona aveva ragione quando la definiva la mia terra d’adozione.
Perché sì, questa città mi ha adottata. Mi ha regalato di tutto e di più, cose belle e cose brutte. Mi ha fatto crescere, maturare.
Sapevo che non sarei stata qui per sempre. So che arriverà il giorno in cui farò valigie e scatoloni e andrò via. Non so dove.
Spero solo di sentirmi a casa e di sentirmi bene. Come qui, come adesso. Qualunque posto esso sia.

lunedì 4 marzo 2013

Matteo,o Mattia

Alle due ho lezione, oggi pomeriggio. Arrivo in facoltà in anticipo, controllo in bacheca che l’aula in cui si terrà la lezione non sia stata spostata e vado a prendere posto.
Manca un quarto d’ora alla lezione, ci sono pochi studenti che non conosco neanche. Sono l’unica del mio gruppo a seguire questa  materia. Guardo l’agenda, controllo se devo restituire qualche libro in biblioteca. La mia memoria lascia molto a desiderare e per aiutarmi un po’ ho preso l’abitudine di scrivere ogni cosa.
Stavo proprio per appuntare una scadenza quando entra la segretaria e annuncia che il prof ha appena chiamato per comunicare che oggi non farà lezione.
La segretaria ha l’aria scocciata, come sempre. Sembra che faccia questo lavoro gratis. Scocciata dovrei essere io che ho perso un’ora della mia vita ad attendere un prof poco corretto. E mica mi pagano per star qui …
Prendo la mia roba e la riverso di nuovo in borsa. Metto la giacca, la sciarpa, avviso la mia amica che tra poco sarò in aula studio ed esco dalla facoltà con calma.
L’aria è primaverile, anche se dicono durerà poco.

In giardino ci sono tanti studenti seduti al sole, probabilmente saranno in pausa. A giudicare dalla folla, direi che oggi ci sono molte lezioni.
Sento il cellulare vibrare in borsa, mi fermo un attimo per prenderlo. È un sms della mia amica. Sono intenta a risponderle,quando sento qualcuno urlare da lontano il mio nome.
Il mio è un nome abbastanza comune, anche troppo. Talmente tanto che quando lo sento nominare per strada, neanche mi volto a vedere se cercano me.
Questa volta invece alzo gli occhi dallo schermo del cellulare, mi guardo un attimo attorno.
C’è qualcuno seduto in una panchina che mi fa cenni di saluto. Si sta sbracciando. Lo guardo bene, lo identifico.
È un ragazzo che ho conosciuto lo scorso semestre, più piccolo di me di qualche anno. Si chiama Matteo. O forse Mattia. Nome comune anche il suo. Ho rinunciato a chiamarlo per nome dopo la terza volta che mi ha corretto. Ho rinunciato a capire se lui è Matteo oppure Matteo è l’amico inseparabile e somigliante e quindi lui è Mattia.
Ma va bene lo stesso, non complichiamoci ‘sta vita che già di per sé è troppo ingarbugliata.
Non ricordo chi parlò chi per la prima volta, so solo che era un piacere scambiare due chiacchiere con lui. Diceva che gli sarebbe piaciuto fare l’Erasmus, che conosceva i posti dove sono nata perché c’era stato molti anni prima. Invidiava il mio mare. E ci credo!
Matteo/Mattia mi ha dato l’impressione di essere diverso dai suoi coetanei con la testa tra le nuvole. Ha l’aria un po’ da sfigato, come direbbe qualcuno, ma senza dubbio molto più rassicurante e simpatica di quella della gente iPhone/iPad/iPod-munita che si vede da queste parti.

Ricambio il saluto con la mano, pensando che la cosa finisse lì.
E invece no, Mattia/Matteo abbandona il gruppo e corre verso di me.
Che entusiasmo. Io, una corsa del genere, la farei solo se avessi un treno da prendere.

Si avvicina col fiatone, mi dà un bacio sulle guance per poi dire, un istante dopo, “Scusa se mi sono permesso”.  Forse, se avesse avuto un cappello in testa, se lo sarebbe tolto salutandomi.
Avrà notato che il gesto mi ha un po’ sorpresa. Gentile però a scusarsi in questo modo, non capita tutti i giorni di incontrare una persona del genere.  Sorrido, gli dico che non si deve scusare.

-          E allora? Come stai? Questa sessione di esami?
Eh, questa sessione. Assurda come poche, sfiancate come tutte. Lui che è ancora gggiovane qua dentro non può capire perfettamente. Gli dico che non vedo l’ora di finire, che l’università mi ha scocciata. Che arrivati alla fine, forse è normale non poterne più di esami e lezioni.

-          Ma dai che hai finito! E poi sì, ci sono io a sostenerti!

Mi sfrega la mano sulla spalla. Una sorta di carezza. Un
incoraggiamento. Io solitamente odio ogni tipo di contatto fisico -che non sia la stretta di mano- con chi conosco poco. Probabilmente mi irrigidisco un po’ e lui si ritira.
Gli chiedo della sua invece, di sessione di esami. Dice che è andata bene, anzi benone. Sono contenta per lui. Ha l’aria di chi lavora sodo, di chi studia perché gli piace farlo e non perché deve. E poi, cosa potrei aspettarmi mai da chi nelle pause inganna il tempo facendo la Settimana Enigmistica?

-          E adesso cosa fai?
Gli racconto della lezione annullata all’ultimo secondo. Gli dico che vado a studiare. Lui ha ancora tre ore di lezione da fare, dice che si annoia. La materia non gli piace. Non piaceva neanche a me, ora che ci penso.

-          Mi ha fatto veramente piacere vederti! Spero di beccarti presto da queste parti.
E poi di nuovo addosso, per chiudere la conversazione così come l’ha aperta: con due baci sulle guance. Senza scusarsi, questa volta.
E poi di nuovo la carezza sulla spalla.
Questa volta non mi dà fastidio.

Matteo/Mattia ha conquistato un briciolo di fiducia da parte mia. Non capita spesso.
Mi rimane il suo sorriso in testa. Un bel souvenir di questo incontro.

lunedì 14 gennaio 2013

Quando non hai voglia di studiare

Quando non hai voglia di studiare tutto acquista un certo interesse.
Tutto, eccetto quei cosi rettangolari che stazionano sulla scrivania, spessi e pesanti quanto un blocco di cemento armato.
Si chiamano libri.
Libri.
Sono esseri inanimati. Non respirano, non vivono, non muoiono, al massimo si riproducono. A me,però, sembra che i miei parlino. Mi sembra di sentirli urlare "Studiami, ca***", con la stessa benevolenza, simpatia, affetto e dolcezza con cui De Falco invitava -circa un anno fa- capitan Schettino a tornare a bordo.

Quando non hai voglia di studiare ti ritrovi, quasi senza accorgertene, in cucina, davanti alla dispensa, a controllare quanta pasta c'è in casa. Senza un perchè. Senza un motivo fondato che giustifichi la tua azione.
Oppure ti ritrovi a guardare fuori dalla finestra, notare che c'è il sole e metterti a canticchiare "Here comes the sun tututu..." seguito da un quasi impercettibile movimento di capo, da destra a sinistra, a ritmo del motivetto che stai proponendo alle quattro mura della tua camera.

Quando non hai voglia di studiare non c'è ragione che tenga: ignorerai i libri per almeno mezza giornata, in attesa di tempi migliori che speri arriveranno presto.
E intanto ci sarà un pensiero fisso, nell'attesa, a tenerti compagnia: quello che l'esame è alle porte, che o studi o puoi anche ritirare la tua prenotazione.

Quando non hai voglia di studiare importuni la tua convivente con argomenti demenziali o le racconti qualche gossip dell'ultima ora. O peggio ancora, quando proprio va male, vi perderete insieme tra riflessioni esistenziali pensanti, impegnative ma sempre più interessanti del contenuto delle pagine di quei blocchi di cemento armato di cui sopra.
La certezza, in ogni caso, è una e una sola: se non ha voglia di studiare una, non l'avrà neanche l'altra.

Quando non hai voglia di studiare, fattene una ragione.
Spera che passi presto.
E intanto, per non perdere tempo e per sentirti la coscienza un po' più pulita, mettiti -scusate il giro di parole- a fare pulizie in casa. E' uno dei dieci comandamenti dello studente fuori sede.

venerdì 26 ottobre 2012

Venerdì

Pomeriggio di venerdì.
Aula studio: sempre quella.
Libri di economia: sempre loro.
Incapacità di capire al primo colpo i vari grafici: sempre presente.
Insomma, non manca niente.

Sono da poco passate le sei. Sono qui da almeno tre ore. Non ho molta voglia di tornare a casa adesso, avrò tutto il tempo per star lì questo weekend.
Non ho grandi progetti per i prossimi giorni. Penso che farò le stesse cose di sempre. La spesa per la settimana, per dirne una. Da brava donnina di casa quale faccio finta di essere.
Mi dedicherò alla mia solita ricerca di cartelli recanti la scritta “cercasi commessa”, in giro per i negozi del centro, per dirne un’altra.

Mi serve un lavoro, uno qualsiasi. Uno che mi permetta di  pesare meno sui miei.
È da circa un anno che lo cerco, ma temo che il mio CV abbia qualcosa che non va, dal momento che nessuno richiama mai. L’ho modificato un paio di volte, in tutto questo tempo. Ho cercato consigli e suggerimenti efficaci su internet, ma niente.
Non attira.
Sarà che non ho alle spalle grandi esperienze lavorative; sarà che quell’ “iscritta al quinto anno di Giurisprudenza” fa pensare alla gente qualunquista che io sia la classica figlia di papà che di fatto non ha un bisogno concreto di lavorare; sarà che il posto in cui sono nata è lontano da qui.

Non so il motivo. So solo che nel corso dei mesi passati le ho pensate un po’ tutte.
Ho stupidamente pensato anche di aver sbagliato a scrivere il numero di cellulare. Ovviamente era scritto in modo corretto. E qui sorrido un po’.
C’è chi dice che io a volte sia ingenua. In realtà è che non mi va di pensare male.

Questo in arrivo sarà il weekend che –dicono- porterà definitivamente il freddo. E anche l’orario solare
Ci sarà più buio nelle nostre giornate. Alle cinque del pomeriggio non vedremo l’ora di rincasare.

Quando avevo qualcosa come undici anni, ricordo che io e la mia compagna di banco storica (sempre lei: dal primo giorno di primina all’ultimo di liceo, giuro) vedevamo il cambiamento d’orario come un evento tragico, negativo, triste.
Tutto ciò portava a voler sfruttare tutte le ore di luce rimaste a disposizione fino alla fine. Uscire il sabato pomeriggio era un obbligo, un impegno al quale non potevamo sottrarci. Era l’ultimo legame con la bella stagione.

La mia visione attuale della cosa ovviamente è cambiata. Mi fa piacere far tornare indietro le lancette. Ne approfitto, tanto per cambiare, per fare qualche bilancio (ovviamente non di tipo economico) su quanto sia cambiato dall’ultima volta in cui ho modificato l’orario dell’orologio.

Il buio del pomeriggio mi fa tornare indietro nel tempo, a quando mia madre era incinta di mio fratello e aspettava affacciata dal balcone, alle cinque del pomeriggio, che tornassi da scuola col pulmino giallo.
Mi faceva salire a casa, mi dava la merenda che aveva preparato e lasciato sul tavolo in attesa del mio rientro e insieme andavamo a sentire la novena dell’Immacolata.

Ricordavo i canti, la luce fioca della chiesa, la noia delle prediche che non ascoltavo. Il caldo del mio piumino, il vento che veniva dal mare.
Tradizioni perse da tanti anni ormai. Tradizioni, situazioni che non tornano indietro delle quali rimangono tanti bei ricordi.
Ecco, a me il buio alle cinque fa pensare a questo.

È tardi ormai. Bisogna che torni a casa.
Il mio stomaco si fa sentire.
Ho bisogno del the caldo, della barretta croccante al cioccolato. Della tuta blu, degli occhiali da vista.
Di B che racconta la sua giornata tenendo stretta tra le mani la sua tazza rossa.
Di chiudere le finestre e di ricordarmi di quando le ho aperte stamattina con una certa ansia di fondo, chiedendomi che giornata sarebbe stata  quella di oggi.

giovedì 13 settembre 2012

Alla scoperta di una città che pensavo di conoscere

A causa di un noioso evento di forza maggiore, mi sono ritrovata a trascorrere le mie ultime mattine in giro per una città che dista una trentina di chilometri dal mio paese. Una città che conosco sin da quando ero bambina, un punto di riferimento per molta gente che abita da queste parti. Ci vado spesso per sbrigare qualche commissione, per fare shopping, per visitare la libreria più grande della zona o fare una veloce passeggiata per il corso.

Avendo a disposizione diverse ore di vuoto, in queste mattinate, ho avuto modo di visitarla bene, di viverla intensamente. Ho scoperto vicoli sconosciuti, negozietti sperduti, vie che percorrevo spesso, ma non guardavo mai abbastanza.
Ho fatto colazione in un bar ogni giorno diverso, scambiato qualche parola di circostanza con la gente del posto e scoperto con grande stupore che ci sono posti dove il caffè costa ancora ottanta centesimi e non un euro e dieci, come accade nella mia città universitaria.

Ho scoperto l’esistenza di un parco curatissimo, pieno di verde, di panchine e di giostre per i bambini che purtroppo ho potuto ammirare solo da una certa distanza, a causa della presenza, al suo interno, di soggetti dall’aspetto poco rassicurante. Li ho maledetti tra me e me, perché in qualche modo mi hanno tacitamente negato la possibilità di godermi quel piccolo paradiso verde nel bel mezzo della città.

Mi sono poi documentata, su internet, delle varie attrazioni della città, venendo a conoscenza dell’esistenza, in un punto non troppo lontano dal centro, di un mercatino del libro usato. Sapete ormai della mia passione per questo genere di commercio, infatti come potete ben immaginare, non mi sono lasciata scappare l’occasione di visitarlo. È stato, in realtà, un po’ deludente. Pensavo ci fossero più libri di narrativa o saggi, invece ho trovato per lo più testi scolastici e decine di studenti pronti a farne scorta. Sarà il periodo …

Una città, poi, almeno per me, non si vive mai abbastanza se non si visita lì almeno una volta qualche posto in cui si sbrigano solitamente faccende di ordinaria amministrazione.
Ho approfittato quindi di qualche bolletta per passare un’ora all’ufficio postale centrale della città. Un ambiente pieno di luce e di piante (e di sportelli con annessi operatori competenti,  per fortuna).
Purtroppo ho avuto la malsana idea di accomodarmi in una sedia vicino alla macchinetta automatica dei numeri, per poi ritrovarmi a fare da tutor ad un numero esagerato di anziani e di persone poco, per così dire, svelte.
Ma per fortuna, ho imparato nella vita a guardare sempre i lati positivi delle questioni, dalle più piccole alle più grandi, per cui ho colto la cosa un po’ come un’occasione in più per studiare tra me e me la gente del posto.

Come sono solita fare quando ho tempo a volontà da trascorrere in un posto, ho deciso di raggiungere un punto determinato della città percorrendo la strada più lunga. È un lusso, se ci pensate. Avere tempo da spendere così, in certi casi è da considerarsi solo un privilegio.
Tanto per non farmi mancare nulla, stamattina mi sono anche un po’ persa tra le vie di questa città. Ho provato il brivido del senso di smarrimento, che non è per niente una cosa negativa se affrontato con una certa serenità. Perdersi dà la possibilità di abbandonarsi totalmente al proprio istinto, in questo caso specifico al proprio senso dell’orientamento (che, grazie al cielo, in me è molto spiccato). Un buon esercizio, per chi come me, è di una razionalità quasi esasperata.
Il perdersi permette di scoprire strade nuove che magari abbiamo rinunciato a percorrere a favore della solita via veloce e sicura.
E se proprio non si riesce a trovare la giusta strada, si può sempre far affidamento su qualche faccia simpatica che possa darti indicazioni.

Mi rendo conto di essermi dilungata un po’ troppo con questo post. Spero di non avervi annoiato. Concludo consigliandovi vivamente di andare alla scoperta di qualche posto vicino al luogo dove vivete, così, per girarlo meglio, anche se magari pensate di conoscerlo abbastanza.

sabato 8 settembre 2012

La mia prima settimana di settembre

Quella che sta per finire è stata una settimana di pioggia e di fresco, di temporali violenti e carichi di acqua che ti sorprendono inaspettatamente mentre ai piedi hai giusto dei sandali del tutto inadatti (e ovviamente in borsa non hai l’ombrello).

Una settimana di arrivederci, di amiche e di sorelle per le quali le vacanze sono ormai un ricordo. Ho sentito parlare di autostrade, di code, di ritardi, di malinconie da rientro. Ho pensato che tra dieci giorni tutto questo tocca a me e ho storto un po’ il naso. Sì, perché se fino all’anno scorso mi faceva piacere, di questi tempi, pensare all’autunno come la stagione in cui tutto torna regolare e monotono, adesso non è più così.

Me le sono godute tutte, queste vacanze. Dall’inizio alla fine, in ogni piccolo attimo. Ho fatto di tutto, non mi sono per niente annoiata.
Non ti avevo riconosciuta” è stata la frase che mi è stata rivolta più spesso da gente di ogni tipo, con gli occhi pieni di stupore. Sono cambiata, sono diversa rispetto all’anno scorso. Forse sono anche più felice.

Poi ci si mettono anche le buone notizie, quelle che aspetti da un’estate intera. Quelle situazioni ingarbugliate che ti scombinano troppo, talmente tanto intricate da arrivare a non sperare neanche più in una loro soluzione. Non so se effettivamente questa storia ha il suo lieto fine; so solo che finalmente ha preso il verso giusto.

Una settimana di incontri, di papà che finalmente riesce a trovare quella serata libera per vederci. La consapevolezza che, inutile illudersi, niente è più come prima.
Il ritrovarsi, per un caffè lungo due ore e mezza, con una vecchia compagna delle scuole elementari; parlare di ogni cosa, scoprire che gli animi buoni, fortunatamente, ogni tanto rimangono tali nel tempo.

Assistere allo spettacolo teatrale dell’amico attore, stupirsi ancora una volta per la sua bravura, ripetersi silenziosamente in testa che i talenti non vanno mai sprecati e festeggiare tutti insieme con un po’ di spumante.
Stare insieme, noi tre fratelli, la sera prima della partenza della sorella maggiore. Mangiare insieme una brioche col gelato e prenderci in giro come abbiamo sempre fatto.

È tornato il sole quaggiù. La settimana finisce così.
... Inutile dirvi che spero ancora in qualche altro giorno di mare. 

giovedì 12 luglio 2012

Di giornate che non vanno come speri

… E poi ci sono le giornate come queste, in cui ti svegli con il cuscino bagnato di sudore, i capelli più scombinati del solito e la faccia sconvolta come se non avessi chiuso occhio tutta la notte. La casa è vuota perché B. ha un esame ed è uscita prestissimo. Le ho dato l’in bocca al lupo mentre dormivo, ma le mando lo stesso un messaggio, casomai me lo fossi sognato e non l’avessi fatto nella realtà.

Giù dal letto, in piedi, doccia altrimenti non mi sveglio. Colazione solitaria con l’unica cosa di commestibile che c’è in casa: uno yogurt, ai frutti di bosco tra l’altro. Parentesi: ma chi compra volontariamente lo yogurt ai frutti di bosco? A me capita di mangiarlo solo quando lo trovo,per caso, nei pacchi sfigati da otto. Non mi sognerei mai di acchiappare una confezione da due ai frutti di bosco, dal banco frigo della Coop.
Un cucchiaino dietro l’altro e riesco a vedere il fondo del vasetto.
Apro l’armadio e come sempre penso di non avere niente da mettere. Alla fine opto per jeans e maglia nera, rendendomi conto solo appena uscita che il nero mi fa sembrare più bianca di quello che sono. Potrei illuminare una camera buia, sembro fosforescente.

Caffè con tanto di cuore disegnato col cacao al bar di fiducia e mattinata in aula studio con N. ad aspettare un’apparizione, a sperare in un’intercessione divina, in una forza soprannaturale che portasse lì tra quei corridoi pieni di noia proprio colui il quale ha fatto notare la sua assenza nei tre giorni precedenti. Miracolo che non è avvenuto, come sempre.

Poi la pausa pranzo, a casa. Alle tre sono di nuovo fuori, direzione aula studio, sotto il sole cocente.
Temo quasi che i miei sandali si fondano a contatto con l’asfalto rovente.

Domani io e N. abbiamo un esame.
Passiamo il pomeriggio a ripetere e a sorridere della nostra presunta ignoranza.
Poi ad un tratto riappare colui il quale distrae la mia testa dallo studio da un mese abbondante a questa parte.
… E quindi al terzo giorno resuscitò, in tutto il suo splendore. Ma invece della tunica bianca, addosso ha la maglia blu di Superman.
Ci vede, ride, “Sempre qua voi due!”. Noi si, sempre qua. A quanto pare ci divertiamo a passare giornate intere qua dentro. Ma tu dove sei stato tutto ‘sto tempo?
Due secondi per parlare l’ennesima volta di esami e di date di appelli. Sa che domani ne abbiamo uno, dà l’in bocca al lupo, augura buono studio ed entra nella sua sala solita.
Venti minuti dopo esce, con lo zaino in spalla. L’ha chiamato un’amica, la raggiunge per studiare insieme.
Buono studio ragazze”.
Come se fosse facile studiare quando tu non ci sei. Come se fosse facile studiare sapendo che l’esame è domani e che tu preferisci stare con la tua amica e non qui a due passi da me.
Mi sono scocciata di sentirmi augurare buono studio all’infinito, come se non ci fosse nient’altro al mondo di cui parlare. Mi sono scocciata di scorgere sorrisi furtivi tra una pausa e l’altra. E vai pure dalla tua amica, “buono studio anche a te”, idiota.

Alle sei torno a casa, immersa nei miei pensieri, felice ed entusiasta come un becchino che presta servizio il giorno del suo compleanno. Sul portone qualcuno ha attaccato una foto in bianco e nero con su scritto qualcosa. La guardo bene, è la mia vicina di casa. A quanto pare oggi si è laureata.

E basta. La mia giornata finisce così, con gli appunti sparsi sul tavolo, una bottiglia d’acqua a metà e una borsa da sistemare. Un computer su cui scrivere, un pantaloncino ridicolo a fiori e una canottiera nera. Con un sms della mamma che ti dice che siamo la cosa più bella della sua vita; col pensiero che magari avresti voluto che queste parole te le avesse dette anche qualcun altro. Con la constatazione del fatto che la vicina di casa neolaureata sui tacchi non ci sa proprio camminare. Con la consapevolezza di non sentirsi molto pronti all’esame di domani e un inusuale menefreghismo che mi porta a pensare che poi in fondo non me ne fotte un cazzo se non va come penso.

venerdì 8 giugno 2012

Still Alive

Salve gente, sono ancora viva, se vi interessasse la cosa (ma si, suppongo che ci teniate –anche solo un po’- a me). Ancora non mi è crollata la casa addosso, ma ogni tanto sento le scosse di terremoto e ho uno zaino pronto per la fuga. L’ho messo vicino la porta di casa, fermo restando che riesca ad arrivarci e che non mi caschi prima l’armadio di sopra. Mi sento spesso muovere, soprattutto quando sono seduta a studiare o a letto pronta per dormire. Credo sia tutta suggestione e spero passi presto. Se sono ridotta così io, non oso immaginare la gente che l’ha vissuto in prima persona come stia vivendo, quali siano le loro condizioni a livello psicologico. Non so se la storia dei Maya sia una cosa assurda. Mi piace credere che sia una sciocchezza, anche se a guardare il telegiornale sembrerebbe che ci stiamo preparando per benino al tanto temuto 21 dicembre. Va bene, dopo queste poche righe penserete che sia diventata matta. Vi immagino toccare ferro (meglio ferro che altro …) e spostare rapidamente la freccia del vostro mouse sulla X in alto a destra. Diciamo che stasera sono un po’ pessimista e tanto stanca. Lo studio sta occupando le mie intere giornate, ma per fortuna non sono sola. Studiare con le amiche rende tutto più divertente; studiare in un’aula studio di una facoltà che non è la propria, piena di gente fuori dal comune, lo è ancora di più. Credo che il cambio di stagione mi abbia stravolto. Sono stanca fisicamente (e di conseguenza mentalmente), ho poche energie. Mi sento un po’ apatica. Solitamente usavo fare delle lunghe passeggiate la sera, prima di cena; adesso al pensiero di fare anche solo due passi, preferisco un divano comodo. (A proposito,avete dei rimedi, consigli o altro per recuperare le forze perse?) Le vostre vite, invece, come procedono? (ps: se qualcuno mi sapesse dire anche come ci si riappropria del potere di andare a caporigo, sarebbe cosa assai gradita...)

lunedì 2 gennaio 2012

Si ricomincia

La giornata di oggi è stata infinita. La sveglia ha suonato presto, anche se io l'ho preceduta. Ho aperto gli occhi quando era ancora buio, sono andata in cucina a bere dell'acqua e sono corsa di nuovo a letto, a rifugiarmi al caldo tra le coperte.
Sono rimasta ferma con gli occhi puntati al soffitto nero per un tempo indefinito, senza prendere più sonno. Poi, al suono della sveglia, mi sono catapultata sotto la doccia e ho lasciato che l'acqua calda mi svegliasse per bene.

Finiti gli impegni della mattinata (ho visto una nuova cittadina che dista un'ora circa dalla mia), senza neanche pranzare, sono corsa a mare con un'amica, a fare la prima passeggiata dell'anno. Ho camminato sulla sabbia bianca, ascoltato il rumore delle onde che si susseguivano e goduto del sole caldo che ci avvolgeva. Ho respirato bene quell'aria, riempito le narici di odore del mare. Sembravo una persona che cerca di godere degli ultimi scampoli di libertà, prima di una reclusione o di un esilio.

In effetti, l'inconscio ha avuto la meglio.
Per me le vacanze di Natale finiranno tra qualche ora. Troppo presto. La valigia è ancora vuota, è buttata ai piedi del letto come un sacco di patate.
Devo riprendere la mia vita di ogni giorno, compensare tutti questi giorni di vacanza e di non-studio con vere e proprie clausure. Insomma, la prospettiva è tutt'altro che allettante.
Guardiamo il lato positivo della questione: niente più attentati calorici nei dintorni. Finalmente.

Voi come state? Com'è iniziato il vostro 2012?

mercoledì 14 dicembre 2011

Ogni tanto qualche cambiamento fa bene

Sì, cambiamento, avete letto bene. Quella cosa che io tanto odio, abitudinaria per come sono. Eppure ogni tanto se ne sente la necessità. Un cambiamento, anche piccolo.
È quello che ho detto alla mia parrucchiera di fiducia, mentre mi lavava i capelli.
Mi ha fatto la classica domanda un po' retorica: “facciamo una spuntatina?”. Si aspettava che le dicessi il classico sì. Anche lei sa che sono abitudinaria.
Invece no, questa volta l’ho sorpresa. Mi sono auto-sorpresa sentendomi dire quelle parole.
No, questa volta si cambia”.

Ho deciso di fare un taglio netto.
Ho spiegato per sommi capi cosa avevo intenzione di fare; lei ha capito subito, anche se era un po’ incredula.
Sì, perché lei ha paura a tagliarmi i capelli. Solitamente sottolineo in modo un po’ minaccioso le mie volontà; il mio concetto di “spuntatina” è ben preciso e diverso da quello del parrucchiere medio italiano.

Insomma, dopo lo sconcerto iniziale si è messa all’opera. Vedevo cadere le ciocche dei miei capelli, seduta rigida sulla poltrona. Lo specchio regalava un’immagine di me poco carina: occhi leggermente sgranati e un po’ terrorizzati che seguono il minimo movimento di forbice; un’odiosa mantellina verde chiaro addosso e stretta al collo e la vocina interiore che recita “Dai Chiara, si deve pur cambiare ogni tanto. Crescono i capelli, crescono....”.

Pervasa da questi pensieri, l’operazione taglio si conclude e si inizia quella piega.
La mia parrucchiera è veloce: si arma di phon e spazzola e in dieci minuti riesce a concludere il suo lavoro. Io però non sono molto lucida. Sono distratta dalla vocina interiore; penso ai possibili cappelli di lana da usare in caso di tragedia, penso a …

Chiara, abbiamo finito!”. È la parrucchiera. Sorride.
Mi guardo bene allo specchio, mi giro di lato.
Sono incredibilmente soddisfatta del mio nuovo taglio.
È un carrè asimmetrico: lungo davanti, corto dietro. Liscio, splendido.
Mai stata così contenta.
Addio ai capelli lunghi.

Anche la mia parrucchiera è contenta. Capisce subito se sono soddisfatta o meno del suo lavoro.
Quando esco mi guardo riflessa sulle vetrine dei negozi.
E non vedo l’ora che mi vedano i miei amici.

venerdì 9 dicembre 2011

In attesa delle vacanze

Ho una grande voglia di vacanze. Conto i giorni che mi separano dal treno che mi riporterà a casa e prego il cielo che non nevichi.
Nel frattempo faccio quello che uso fare di solito: cerco di decifrare il mio libro di penale, vado a scaricarmi in palestra, esco con gli amici.
Ho addobbato un po’ l’appartamento. Un alberello di Natale alto trenta centimetri con attorno un filo di perline dorate; qualche babbo natale appeso qua e là e una piccola ghirlanda attaccata alla porta di casa. Così, giusto per farmi forza e ricordarmi che le vacanze prima o poi arrivano.

La mattina, uscire dal letto è proprio dura. L’idea di dover fare colazione è l’unica cosa che mi spinge ad abbandonare il piumone. Preparo la tavola di sera, prima di andare a dormire. Tovagliette, tazza, cucchiaino, cereali. Manca un mazzolino di fiori in mezzo al tavolo per farmi sentire nel bel mezzo di una pubblicità della Mulino Bianco.
Ho imparato a fare colazione da qualche mese; prima prendevo al massimo un caffè. È bello iniziare la giornata davanti ad una tazza di orzo bollente, riscaldarsi le mani tenendola stretta e farsi coraggio a mangiare almeno un yogurt con qualcosa dentro.
Ho preso anche l’abitudine di mangiare la mela cotta di sera. E non ditemi che sa “di ospedale” o di bambino piccolo. È buona. Ci metto su la cannella e lo zucchero di canna e la mangio seduta sul letto, avvolta da un caldo plaid rosso, in compagnia di un bel libro.
È la mia quotidianità. È il ripetere ogni giorni gli stessi gesti.

Voi come state? Come procede la vostra attesa del Natale?

lunedì 5 dicembre 2011

Il libraio

Il negozietto dei libri usati è per me una sorta di paradiso: piccolo, accogliente, con quel bilanciamento ideale tra caos e ordine che non lo fa sembrare né un vecchio magazzino e neanche un posto troppo perfetto dove non hai voglia neanche di prendere in mano un libro per il timore di rovinarlo.
Il proprietario è un uomo giovane e sorridente. Pure interessante, a mio modesto avviso. Anche la sua cortesia è bilanciata: non sfocia mai in invadenza quando chiedi un consiglio e neanche in freddezza pura.
Alla cassa, regala sempre un segnalibro. Ne avrò una decina a casa.

Un mesetto fa sono andata a scegliere un libro e anche quella volta mi ha saputo dare le giuste, preziose indicazioni, mostrandomi tra gli altri, un libro vecchissimo ma che presumo sia super interessante.
Alla cassa ho notato la locandina di un vecchio film che ho visto molto tempo fa. Mi era piaciuta tanto la storia. Gli ho dato i miei complimenti per la scelta e lui ha iniziato a raccontarmi il perché dell’esposizione di quella locandina.

A quanto parte è stato un film che ha giocato un ruolo importante nella sua vita: gli ha dato una marcia in più per riuscire a cambiare la strada che aveva intrapreso, quella sicura, magari conforme ai suoi anni di studi, ma che non gli regalava la serenità di cui tutti abbiamo bisogno.

È stato bello conoscere la sua esperienza, raccogliere quella confidenza e conservarla come qualcosa di prezioso. Conoscere le vite degli altri mi appassiona veramente tanto.

Buona settimana!
(e scusate l'assenza).

sabato 19 novembre 2011

Ma tu vai ancora a scuola?

Negozio di prodotti surgelati (tanto per rimanere in tema – vedi post precedente).
La commessa ha voglia di parlare.

Ma tu vai a scuola a [nome città]”.
“Ehm, no. Mi sono diplomata”.
Ah ti sei già diplomata! Sei all’università?”
“Sì!”
Al primo anno?”.
“Mhh… No! Sarei al … quarto!”.
Ma come al quarto? Sembri molto più piccola!”.

Va bene che ho fatto la primina, quindi il sembrare un po’ più “piccoli” ci può anche stare, ma addirittura sembrare una ragazzina delle scuole superiori mi sembra eccessivo.

E quindi manca poco alla laurea! Che poi tu hai la faccia da brava ragazza, immagino come sarai brava nello studio, sarai alla pari con tutti gli esami!”.

Non solo piccola, anche secchiona.
Mio Dio. E’ questa l’immagine che do? E non ho neanche gli occhiali da vista addosso.

Esco dal negozio allibita.

Urge un cambiamento.

giovedì 17 novembre 2011

Vicissitudini di una Chiara ai fornelli

Io non sono una di quelle brave donne di casa. Non so fare i dolci, neanche un misero pan di spagna, non so cucire, non so lavorare all’uncinetto e nemmeno, credo, attaccare un bottone o fare un orlo. Sono in grado di tenere la casa in ordine, ma questo perché il disordine mi irrita. Odio il letto disfatto e i piatti sporchi sul lavandino.
Soprattutto, non so cucinare.

Ho imparato a cucinare quello che basta per sopravvivere: so fare diversi tipi di pasta, scongelare una pizza, arrostire una fetta di carne, aprire una scatoletta di tonno o friggere dei bastoncini. Vivo di insalate in busta e di sughi pronti e se mi capita di dover essere completamente sola in casa per lunghi periodi, finisco per mangiare pizza o cibo d’asporto sei sere su sette.
Non so fare roba elaborata. Ho imparato a fare le lasagne (naturalmente senza quella cremina biancastra e schifosa chiamata besciamella) quest’estate e mi sono gloriata di questa mia grande impresa riuscita per settimane.

So cucinare quello che serve per sopravvivere, appunto.
L’altro giorni mi è stato chiesto di fare un sugo alla bolognese perché c’era in frigo della carne macinata da consumare. Facile il sugo alla bolognese, è quello che serve per le lasagne! Un po’ di carote, la carne, il sedano, cipolla, sale, olio …

La carne macinata era un po’ troppa per metterla tutta nel sugo, così ho avuto un lampo di genio.
Un polpettone, sì. Posso farcela.
Cerco su internet una ricetta che mi faccia più o meno da guida, guardo nel frigo e ovviamente ho la metà degli ingredienti che servono. Per fortuna ci sono quelli più importanti come le uova, il pangrattato e un po’ di formaggio.

Inizio a mettere la carne in un piatto, con l’uovo e il pan grattato, proprio come vedo scritto su internet. Non mi chiedete di proporzioni, di quantità. Se sono in grado di abbinare bene un paio di scarpe con una borsa e una collana, saprò regolarmi ad occhio su quanto pangrattato serva per quella quantità di carne...

Mi sono resa conto un po’ tardi che dovevo “sporcarmi le mani”, cioè dovevo impastare con le mani il tutto. Io odio le uova, mi dà fastidio il sapore, l’odore e neanche riesco a digerirle.
A mali estremi, estremi rimedi.
Inizio ad impastare (è il termine giusto?) quel composto, lo lavoro finché non noto una certa consistenza. Poi lo stendo e lo appiattisco su un foglio di carta forno e al centro metto il ripieno.

Ripieno che poi si è risolto in un po’ di provola, radicchio e cipolla. Quando l’ho detto a mia madre, mancava poco e le veniva un colpo. Per lei le ricette sono quelle scritte del ricettario anni 80 che tiene in un cassetto, né con un ingrediente in più, né uno in meno.
Io invece sono creativa e nel polpettone metto radicchio e cipolla.

Insomma, alla fine riesco a riempirlo, addirittura anche a dargli la forma di polpettone.
La mia creazione finisce in forno per trenta minuti.
Ne esce illesa, neanche bruciata.
Intanto mio fratello torna a casa. Sarà lui la cavia.

Lo informo sul polpettone e un brivido visibile gli percorre la schiena. Uomo di poca fede. Glielo esibisco sul piatto, prima intero, poi tagliato per benino a fette.

Indovinate un po’?

Il polpettone era proprio buono. Talmente tanto che domani glielo rifaccio.
Almeno ho trovato un modo per trascorrere il mio interminabile soggiorno forzato a casa.

venerdì 11 novembre 2011

La data "strana"

"Oggi è 11/11/11"
"Ah, è San Martino?"
"Nooo, è la data strana, la puoi scrivere al contrario e rimane sempre uguale!"

Che avrà poi di strano questa data?
Perchè tutto questo entusiasmo o addirittura, paura?

Ho letto che per oggi erano previste delle catastrofi, disgrazie e via dicendo, tutto ciò precisamente alle ore 11.11 e 11 secondi.

Beh, la giornata dell'undici novembre duemilaundici volge al termine; l'ora 11.11 è anche passata.
Io sto bene, anzi, benissimo. E se proprio devo dirla tutta, oggi è stata una super giornata.
E voi, come state? Siete sopravvissuti alle catastrofi annunciate?

lunedì 24 ottobre 2011

Pensieri deliranti di una Chiara costretta a portare gli occhiali

Sveglia alle sette, un nuovo giorno mi attende. Carica e frizzante come un’anziana signora in un ospizio, mi accingo a lavarmi la faccia con acqua gelata, in modo da connettermi un minimo con il mondo. E’ lì che faccio la mia scoperta: un occhio è rosso come un pomodoro, l’altro sembra normale.
Sembro uscita da un film horror.
Ricorro ai rimedi della nonna e in cucina, invece di farmi un bel caffè, riscaldo l’acqua per buttarci dentro una bustina di camomilla e farmi una sorta di impacco, nella speranza che la situazione migliori.

Ovviamente, come pensavo, non migliora proprio niente. Decido quindi di non mettere le lenti a contatto e mi preparo ad affrontare la mia giornata con addosso gli occhiali da vista, quelli che tanto odio.
Torno a casa per il pranzo. L’occhio sembra essere migliorato, ma il rossore non è ancora del tutto scomparso. Decido quindi di tenere addosso gli occhiali ancora un po’, almeno per tutto il pomeriggio.
La sera però li abbandono allegramente, chiudendoli con una sorta di ghigno malefico, dentro la loro custodia bianca. Non s’è mai visto che io esca di sera con gli occhiali. Ergo, lenti a contatto.

Il mattino dopo, la situazione è di nuovo quella di ventiquattro ore prima. Occhio rosso e niente camomilla.
Decido di andare in farmacia e farmi consigliare un collirio. La dottoressa è una donna giovane, con i capelli corti biondi e gli occhi azzurri. Mentre le espongo il mio problema esistenziale, entra una signora anziana con un passeggino più grande del solito: ha con sé due bambine piccole gemelle, presumibilmente le sue nipoti.
La farmacista allora inizia ad ignorarmi del tutto, intenta a lodare la bellezza delle due bambine. In effetti ha ragione, sono proprio stupende. E poi dormono, quindi non piangono, non disturbano, sono zitte.
Belle sì, tanto.
Ma non è una valida ragione per lasciare una cliente impaziente come me, con un occhio rosso e un paio di occhiali da vista addosso.

Ecco che infatti si desta e torna a me. Mi consiglia un collirio leggero, senza antibiotici, a base di camomilla. Due gocce in ogni occhio per circa cinque-sei volte al giorno. Annuisco, contenta. Guardo piena di speranza quel collirio che viene racchiuso nella carta bianca e verde della farmacia. Sarà lui a salvarmi: domani avrò di nuovo addosso le mie lenti a contatto!

Sì, come no. Nel paese delle meraviglie, forse. L’entusiasmo svanisce subito.
La tipa mi dice di fare questa cura per almeno una settimana, di non mettere le lenti a contatto e di non truccarmi per niente.
Me ingenua.

Terribile, non può essere.
La ringrazio, pago ed esco.

Una settimana senza lenti a contatto, senza neanche un filo di matita nera. Una settimana con gli occhiali.
Per me è un po’ come una tragedia. Io, con gli occhiali, mi sento scema. Lo dico sul serio.
Mi danno l’aria di chi passa le giornate chiusa in biblioteca a studiare e non fa altro. Mi fanno sembrare una secchiona. Mi scivolano sul naso anche, peggio ancora.
Non riesco neanche ad avere una visuale completa, senza contare che di pratico hanno veramente poco.
Uscire senza poi sarebbe impossibile, dato che finirei con lo sbattere contro ogni palo della luce che incontro per strada.

Ho deciso di nascondermi, di camminare a testa bassa, di far finta di non esistere. Funzionerà?
E soprattutto, il mio collirio darà i suoi buoni frutti?
Vi aggiornerò gente.