C’erano degli appunti da ripetere, un esame imminente da preparare. C’era la confusione nel tavolo e una candela dell’Ikea accesa alla mela e cannella, perché l’odore mi piace e forse riesce anche a conciliare la concentrazione. C’era una torta da preparare, da portare di sera agli altri. La ricetta sulla mensola, copiata frettolosamente dall’email ricevuta di un’amica.
C’erano le mandorle da macinare con la forza delle braccia,il burro da fondere cercando di non rimettere sentendo l’odore e gli ingredienti da assemblare. E poi un forno da riscaldare, una teglia da mettere dentro. Lo zucchero di canna, la farina, le uova. Il caos in cucina, perché se c’è una cosa su cui mia madre ha ragione da vendere è che quando cucino sembra che sia scoppiata una bomba.
Poi c’ero io che fissavo la torta cuocere in forno, con l’aria interrogativa di chi ha poca fiducia in se stessa. Io con lo spaghetto in mano, pronta ad immergerlo nella torta per verificarne la cottura.
Il tempo di raffreddarsi, di mandare le foto a casa come prova del fatto che ogni tanto cucino qualcosa di diverso dalla pasta al sugo. Il tempo di sentirsi dire che è la prima volta che la fai, basta il pensiero, il che suona molto come l’annuncio di un piccolo, ennesimo, fallimento culinario. Ma chi se ne frega.
Il tempo di un pomeriggio passato di nuovo a studiare e si fa sera.
Si fa sera e c’è da andare, da mettersi la giacca, i jeans, le converse, sciogliere i capelli e uscire da casa.
Poi la velocità dei miei piedi, i saluti agli amici, le presentazioni.
C’era un tavolo pieno di roba, c’era da mangiare ma non c’era la fame.
C’ero io a guardare gli altri addentare il dolce, aspettandomi che lo sputassero da un momento all’altro.
E invece no, non è successo.
È successo che sono andati matti per quei pezzetti marroni e dolci.
È successo che mi hanno chiesto la ricetta.
È successa una piccola cosa bella e inaspettata.
Io devo cucinare più spesso per loro, loro sì che apprezzano. Mica come voi, ingrate.
È quello che scrivo alla mamma quando torno a casa. La mia è tutta ironia da cogliere.
E poi c’era lui, il trentenne in carriera, in giacca e cravatta. Lui che è letteralmente impazzito per la mia torta.
Ma chi se ne frega se ne mangio troppa! Ne prendo ancora un pezzo, se non vi dispiace.
Lo guardo e non mi sembra vero. Vedere la gente sana mangiare di gusto senza preoccuparsi delle calorie mi rassicura. È confortante.
Sorrido io, sorride la mia timidezza. Probabilmente arrossisco anche, perché troppi complimenti mi imbarazzano, anche se fanno bene.
C’erano le sue domande sulla mia vita, le mie sulla sua. C’era da scoprire che siamo tanto simili quanto diversi, che abbiamo qualcosa in comune. C’era da imparare,da prendere un po’ del suo coraggio per fare quello che nella vita si desidera. La solita paura del futuro, da scaricare su qualcuno anche solo per una serata, il dire che io non voglio perdere tempo, non voglio stare ferma o buttarmi su qualcosa per poi pentirmene.
Hai solo ventitré anni, hai una vita davanti.
C’era un orologio al polso ormai ossuto che segnava le ventitré. C’era da tornare a casa, c’era lui che oh, ma guarda un po’, a parlare con delle colleghe si fa tardi senza accorgersene.
Colleghe, forse sì. Forse no.
C’era ancora un pezzo di torta, l’ultimo. C’era che doveva essere suo.
Torno a casa con le briciole dentro la teglia. Briciole di sorrisi, di risate. Briciole di occhi pieni di luce. Di gioventù che ha le idee chiare in testa e che vuole raggiungere i propri obiettivi. Briciole di determinatezza, di ottimismo, di convinzione.
Briciole di tutto ciò che, in fondo, serve anche a me.