"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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martedì 4 giugno 2013

C'era...

C’erano degli appunti da ripetere, un esame imminente da preparare. C’era la confusione nel tavolo e una candela dell’Ikea accesa alla mela e cannella, perché l’odore mi piace e forse riesce anche a conciliare la concentrazione. C’era una torta da preparare, da portare di sera agli altri. La ricetta sulla mensola, copiata frettolosamente dall’email ricevuta di un’amica.

C’erano le mandorle da macinare con la forza delle braccia,il burro da fondere cercando di non rimettere sentendo l’odore e gli ingredienti da assemblare. E poi un forno da riscaldare, una teglia da mettere dentro. Lo zucchero di canna, la farina, le uova. Il caos in cucina, perché se c’è una cosa su cui mia madre ha ragione da vendere è che quando cucino  sembra che sia scoppiata una bomba.
Poi c’ero io che fissavo la torta cuocere in forno, con l’aria interrogativa di chi ha poca fiducia in se stessa. Io con lo spaghetto in mano, pronta ad immergerlo nella torta per verificarne la cottura.
Il tempo di raffreddarsi, di mandare le foto a casa come prova del fatto che ogni tanto cucino qualcosa di diverso dalla pasta al sugo. Il tempo di sentirsi dire che è la prima volta che la fai, basta il pensiero, il che suona molto come l’annuncio di un piccolo, ennesimo, fallimento culinario. Ma chi se ne frega.
Il tempo di un pomeriggio passato di nuovo a studiare e si fa sera.
Si fa sera e c’è da andare, da mettersi la giacca, i jeans, le converse, sciogliere i capelli e uscire da casa.
Poi la velocità dei miei piedi, i saluti agli amici, le presentazioni.
C’era un tavolo pieno di roba, c’era da mangiare ma non c’era la fame.
C’ero io a guardare gli altri addentare il dolce, aspettandomi che lo sputassero da un momento all’altro.
E invece no, non è successo.
È successo che sono andati matti per quei pezzetti marroni e dolci.
È successo che mi hanno chiesto la ricetta.
È successa una piccola cosa bella e inaspettata.

Io devo cucinare più spesso per loro, loro sì che apprezzano. Mica come voi, ingrate.
 È quello che scrivo alla mamma quando torno a casa. La mia è tutta ironia da cogliere.

E poi c’era lui, il trentenne in carriera, in giacca e cravatta. Lui che è letteralmente impazzito per la mia torta.
Ma chi se ne frega se ne mangio troppa! Ne prendo ancora un pezzo, se non vi dispiace.
Lo guardo e non mi sembra vero. Vedere la gente sana mangiare di gusto senza preoccuparsi delle calorie mi rassicura. È confortante.
Sorrido io, sorride la mia timidezza. Probabilmente arrossisco anche, perché troppi complimenti mi imbarazzano, anche se fanno bene.
C’erano le sue domande sulla mia vita, le mie sulla sua. C’era da scoprire che siamo tanto simili quanto diversi, che abbiamo qualcosa in comune. C’era da imparare,da prendere un po’ del suo coraggio per fare quello che nella vita si desidera. La solita paura del futuro, da scaricare su qualcuno anche solo per una serata, il dire che io non voglio perdere tempo, non voglio stare ferma o buttarmi su qualcosa per poi pentirmene.
Hai solo ventitré anni, hai una vita davanti.

C’era un orologio al polso ormai ossuto che segnava le ventitré. C’era da tornare a casa, c’era lui che oh, ma guarda un po’, a parlare con delle colleghe si fa tardi senza accorgersene.
Colleghe, forse sì. Forse no.
C’era ancora un pezzo di torta, l’ultimo. C’era che doveva essere suo.

Torno a casa con le briciole dentro la teglia. Briciole di sorrisi, di risate. Briciole di occhi pieni di luce. Di gioventù che ha le idee chiare in testa e che vuole raggiungere i propri obiettivi. Briciole di determinatezza, di ottimismo, di convinzione.
Briciole di tutto ciò che, in fondo, serve anche a me.

giovedì 17 novembre 2011

Vicissitudini di una Chiara ai fornelli

Io non sono una di quelle brave donne di casa. Non so fare i dolci, neanche un misero pan di spagna, non so cucire, non so lavorare all’uncinetto e nemmeno, credo, attaccare un bottone o fare un orlo. Sono in grado di tenere la casa in ordine, ma questo perché il disordine mi irrita. Odio il letto disfatto e i piatti sporchi sul lavandino.
Soprattutto, non so cucinare.

Ho imparato a cucinare quello che basta per sopravvivere: so fare diversi tipi di pasta, scongelare una pizza, arrostire una fetta di carne, aprire una scatoletta di tonno o friggere dei bastoncini. Vivo di insalate in busta e di sughi pronti e se mi capita di dover essere completamente sola in casa per lunghi periodi, finisco per mangiare pizza o cibo d’asporto sei sere su sette.
Non so fare roba elaborata. Ho imparato a fare le lasagne (naturalmente senza quella cremina biancastra e schifosa chiamata besciamella) quest’estate e mi sono gloriata di questa mia grande impresa riuscita per settimane.

So cucinare quello che serve per sopravvivere, appunto.
L’altro giorni mi è stato chiesto di fare un sugo alla bolognese perché c’era in frigo della carne macinata da consumare. Facile il sugo alla bolognese, è quello che serve per le lasagne! Un po’ di carote, la carne, il sedano, cipolla, sale, olio …

La carne macinata era un po’ troppa per metterla tutta nel sugo, così ho avuto un lampo di genio.
Un polpettone, sì. Posso farcela.
Cerco su internet una ricetta che mi faccia più o meno da guida, guardo nel frigo e ovviamente ho la metà degli ingredienti che servono. Per fortuna ci sono quelli più importanti come le uova, il pangrattato e un po’ di formaggio.

Inizio a mettere la carne in un piatto, con l’uovo e il pan grattato, proprio come vedo scritto su internet. Non mi chiedete di proporzioni, di quantità. Se sono in grado di abbinare bene un paio di scarpe con una borsa e una collana, saprò regolarmi ad occhio su quanto pangrattato serva per quella quantità di carne...

Mi sono resa conto un po’ tardi che dovevo “sporcarmi le mani”, cioè dovevo impastare con le mani il tutto. Io odio le uova, mi dà fastidio il sapore, l’odore e neanche riesco a digerirle.
A mali estremi, estremi rimedi.
Inizio ad impastare (è il termine giusto?) quel composto, lo lavoro finché non noto una certa consistenza. Poi lo stendo e lo appiattisco su un foglio di carta forno e al centro metto il ripieno.

Ripieno che poi si è risolto in un po’ di provola, radicchio e cipolla. Quando l’ho detto a mia madre, mancava poco e le veniva un colpo. Per lei le ricette sono quelle scritte del ricettario anni 80 che tiene in un cassetto, né con un ingrediente in più, né uno in meno.
Io invece sono creativa e nel polpettone metto radicchio e cipolla.

Insomma, alla fine riesco a riempirlo, addirittura anche a dargli la forma di polpettone.
La mia creazione finisce in forno per trenta minuti.
Ne esce illesa, neanche bruciata.
Intanto mio fratello torna a casa. Sarà lui la cavia.

Lo informo sul polpettone e un brivido visibile gli percorre la schiena. Uomo di poca fede. Glielo esibisco sul piatto, prima intero, poi tagliato per benino a fette.

Indovinate un po’?

Il polpettone era proprio buono. Talmente tanto che domani glielo rifaccio.
Almeno ho trovato un modo per trascorrere il mio interminabile soggiorno forzato a casa.

mercoledì 8 settembre 2010

La torta margherita

Stamattina mi sono svegliata con il pallino di fare una torta. Una torta vera, non di quelle preparate in busta, da comporre e mettere in frigo. Una torta con tanto di uova e farina, insomma.
Cosa c’è di strano, direte voi. Di strano c’è che a casa mia sostengono che io non sia capace di fare nulla di elaborato. Me la cavo con i pasti veloci, quello che serve per sopravvivere insomma, mentre quando si tratta di qualcosa di più complicato … le mie abilità culinarie di colpo si ritraggono.
Ma c’è da precisare che questo lo pensano solo loro e che c’è da competere con una madre che in cucina è un genio e con una sorella che pian piano sta arrivando alle sue capacità.

Bene, oggi quindi sveglia presto, deserto in casa, mamma a lavoro, sorella e fratello ancora in catalessi, gatto di ottima compagnia accanto a me. Sfoglio il ricettario scritto a penna dalla mamma e trovo la ricetta della torta margherita. Qualcosa di semplice, insomma. Guardo la lista degli ingredienti, mi accerto che non manchi nulla e mi metto all’opera. Uova, farina, zucchero, yogurt, impasto tutto, imburro la teglia (attività non tanto piacevole, visto quell’odore nauseabondo) e metto il composto dentro.
Ripongo la teglia nel forno, metto una temperatura a caso (nella ricetta non c’era scritto nulla a riguardo), regolo il timer e attendo.

Quando sento il suono dell’orario, apro il forno. La torta sembra avere un colorito buono ed è gonfia al punto giusto. La tolgo da là, pensando allo stupore dei miei nel vederla, la metto sul tavolo, in modo che si raffreddi, per poi poterla sistemare su un vassoio.
Vado a far la doccia tranquillamente, lasciandola a prendere una boccata d’aria.
Torno in cucina mezz’ora dopo, tutta sorridente.
Sorriso che però dura pochi attimi.
La mia torta margherita si è afflosciata, è brutta. Disastro. Farà schifo.
Delusa, inizio a tagliarla con un coltello e a disporre le fette su un vassoio. Non ha più quel bell’aspetto di prima, presumo che nessuno oserà mangiarla. Però non mi va di buttarla, magari il sapore è buono …

Finisco di sistemarla, anche le fette si afflosciano. Penso a cosa diranno le cuoche di casa e tutto sommato mi viene da ridere. Dopo il pranzo, metto la pseudo torta a tavola. Loro ci scherzano su, anche se non si aspettavano che io ne avessi fatta una da sola. Non so con che coraggio l’hanno provata (perché per portarsi in bocca una briciola di quella cosa là senza saperne il gusto ci vuole proprio coraggio), hanno detto anche che era buona.
Ora penserete che l’hanno detto solo per non farmi rimanere male, in effetti anche io ho pensato questo, solo che in quattro e quattr’otto se ne sono spazzolata quasi mezza, ergo direi proprio che è piaciuta.

L’ho provata anche io. Mi sono sorpresa di me stessa. La mia torta margherita era ottima, aspetto a parte.
Un errore di forno le è stato fatale, il suo essere afflosciata mi stava portando a buttarla nella spazzatura (mi sono fermata ricordando le parole del post di Heidi), ma alla fin fine, la sua essenza era ottima.
E ora mi glorio.
So cucinare la torta margherita.
Da sola.
Ripeto: da sola.
Una torta margherita bruttina … ma si sa che non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace!
Ad ogni modo, ecco la torta prima dell'afflosciamento:

mercoledì 18 agosto 2010

Chimichurri

Un altro alimento argentino che mi hanno fatto conoscere i miei parenti è il chimichurri, anche se loro (e adesso anche io), per qualche motivo a me sconosciuto, lo chiamano “chimichurro” (anzi, se qualcuno di voi sa un’eventuale differenza, me lo dica pure!).

Il chimichurri è una salsa verde buonissima. La si mette sulla carne grigliata, per darle un sapore ancora più intenso. Farlo è molto semplice: si frullano prezzemolo, peperoncino, aglio, origano, olio e aceto; si conserva in frigo e si usa preferibilmente freddo. Qui la ricetta.

Ormai nella mia famiglia non c’è più grigliata di carne (“asado” in lingua argentina) che non sia accompagnata dal chimichurri. Mio padre si è specializzato, lo fa in pochi minuti e certe volte me lo prepara per quando devo tornare nella mia città universitaria.

L’ultima volta che l’ho mangiato è stato proprio a Ferragosto. L’ho messo su questa carne qua:

martedì 20 luglio 2010

Dulce de leche

Qualche anno fa, i miei parenti argentini mi portarono come souvenir un barattolo di vetro colorato con dentro una strana crema sul marroncino chiaro. Ricordo che lo misi in uno scaffale e lo lasciai lì.
Qualche settimana dopo, lo ritrovai e allora decisi di aprirlo e assaggiarne il contenuto.

Quando devo provare qualche cibo nuovo, prima di metterlo in bocca, inizio, sospettosa,ad odorarlo come un cane da tartufo (vi lascio immaginare come ho analizzato il kebab quando l’ho provato la prima volta …). L’odore di quella crema era abbastanza gradevole, sapeva di dolce. Allora inforcai un cucchiaino e lo assaggiai.
In un baleno le mie papille gustative fecero la ola, iniziarono a ballare il can can e suonarono le campane a festa. Quella crema era semplicemente deliziosa: morbida, dolce, il suo sapore rimanda ad un incrocio tra il caramello e il mou. Qualcosa di veramente divino. Sparsa la notizia nella mia famiglia di tale bontà, il barattolo finii in pochi giorni.
Il nome di questo celestiale alimento? Dulce de leche, che in spagnolo vuol dire “Dolce di latte” (e dire che a me il latte non piace …!).
È un po’ come la nostra nutella: in Argentina si usa spalmarla sul pane o come farcitura di dolci e biscotti. Oppure suppongo anche come antidepressivo.

Quel sapore mi è proprio rimasto in testa. L’anno scorso ne parlai ad una mia amica peruviana, anche lei conosceva il dulce de leche, anzi era l’unica persona di mia conoscenza a sapere della sua esistenza. Giorni dopo me ne portò una bustina. Inutile dire che la reazione delle mie papille gustative fu la stessa.

Non essendoci in commercio in Italia (o per lo meno io non l’ho mai trovato!), io e mia sorella recentemente abbiamo provato a cercare la ricetta su internet. Dopo mille ricerche, abbiamo provato a fare la ricetta che ci sembrava più adatta, pensando comunque che non sarebbe mai venuto un dulce de leche come quello provato prima.

Dopo un’ora scarsa di cottura, la prova della marmellata sul piatto, la fase raffreddamento e quella “provo io o provi tu?”, lo abbiamo assaggiato riscoprendo (con grande meraviglia della sottoscritta ormai rassegnata) il vero sapore di questa crema. Riesce proprio come il dulce de leche industriale, forse anche più buono e genuino considerando che non ci sono conservanti.

Anche sul dulce de leche c’è una leggenda: si narra che una serva si addormentò lasciando sul fuoco una pentola con latte e zucchero. Al risveglio notò che quegli ingredienti avevano creato una densa crema, appunto il dulce de leche.

Ora, dal momento che sono altruista, vi lascio la semplicissima ricetta e una foto del nostro dulce. Fatelo, non ve ne pentirete (anche se non è proprio un alimento estivo!).
Attenti però agli effetti collaterali: potrebbe diventare una droga!


venerdì 25 giugno 2010

E fu così che l'Italia tornò a casa...

Vi comunico subito che non ho avvelenato nessuno: tutti sani e salvi! La cena è andata bene. Non era assolutamente niente di formale, una semplice cosa tra amici. È piaciuto tutto, il che non può che farmi piacere: ci tengo a che rimangano contenti, anche se si tratta di semplici cose.

Ieri ho guardato la partita dell’Italia: è stata un’agonia. Ansia allo stato puro. Non mi interessa il calcio in generale, ma l’Italia bisogna guardarla! Pensavo già che non avremmo vinto questo Mondiale, ma non mi aspettavo che la fine arrivasse così presto e soprattutto contro una squadra nuova e “poco forte”. Certo c’è da dire che se ci fosse stato Buffon, forse le cose sarebbero andate meglio. Credo che mancasse organizzazione, erano poco distribuiti. In tutte e tre le partite ho avuto l’impressione che gli avversari fossero in cento e i nostri in cinque. Tante le occasioni perse, il pugno del portiere della Slovacchia (testate, pugni, tutti noi li prendiamo!), il temporeggiare degli avversari, l’adrenalina che saliva, le espressioni preoccupate di Lippi e quelle dei giocatori … ed è finita! Ritornano a casa.
Che strano, poi, il fatto che agli scorsi mondiali la partita finale è stata giocata da Francia e Italia, le stesse squadre che sono tornate a casa presto. Credo proprio che quest’anno la vittoria andrà inaspettatamente a qualche “squadra nuova”!

Comunque, avete fatto caso all’aria che si respira per strada durante le partite dell’Italia? Non c’è anima viva, aleggia un silenzio spettacolare rotto da qualche “Nooo” o da qualche urlo di esultanza (quest’anno forse si sono sentite più che altro imprecazioni varie). La strada dove abito solitamente è affollatissima, si sente gente passare a tutte le ore, ma ieri niente di tutto ciò: silenzio assoluto. Ho buttato un’occhiata fuori dalla finestra: c’erano solo due signore di colore alla fermata dell’autobus. Per il resto, c’era il deserto intorno.

domenica 16 maggio 2010

weekend

Week end all’insegna dell’incessante pioggia, fatta eccezione per questo pomeriggio, quando al contrario, avrebbe dovuto buttare acqua a non finire, in modo da evitare tutto questo casino post partita. Dalle cinque alle sette ho sentito solo rumori macchine, clacson, urla di gioia. Non riuscivo a sentire cosa si diceva in casa! Però mi sono lasciata coinvolgere da quest’aria di festa e non ho aperto libro.

Ieri mattina, appena mi sono svegliata, ho guardato fuori dalla finestra, scoprendo un tempo grigio-novembre veramente poco allegro. Ok, io odio il caldo, per cui dovrebbe farmi piacere un po’ di fresco, soprattutto ora che devo solo studiare e non fare altro tipo andare al mare, ma il tempo così mi fa venire una malinconia assurda. Ieri pomeriggio mi ha sfiorato l’idea di prendere una cioccolata calda, tanto era autunnale il tempo. Poi vabbè, ho optato per il solito caffè.

Poi sono dovuta uscire di casa, causa dispensa vuota. Ho fatto un po’ di strada a piedi, con l’ombrello. L’ombrello sì, in mano però. Rotto, esanime. È un classico: l’ombrello si rompe proprio quando ne hai più bisogno. E dire che prima di comprarlo l’ho esaminato per bene, talmente tanto accuratamente che la commessa del negozio pensava fossi pazza. Eh ma lei non conosce mica le piogge a cui vado incontro io. E della sfiga che mi ritrovo. Soprattutto quella.

C’era in progetto di mangiare oggi a pranzo pollo con patate. A me non piace tantissimo il pollo, ma mi sono fatta convincere e ho aggiunto la voce “pollo” alla lista della spesa. Solitamente compra il pollo B., ma, come dicevo, la spesa ieri l’ho fatta io. Allora mi sono ritrovata davanti questo banco frigo pieno di vaschette con carne di ogni tipo. Reparto a me sconosciuto, dato che il massimo della carne che si mangia qua in casa è quella del ripieno del kebab. Mi ricordavo comunque del fatto che B. prendeva sempre un pollo dalle piccole dimensioni, quindi ho afferrato il più piccolo. Un galletto.

Quando sono tornata a casa (fradicia, mi si poteva strizzare la giacca e dissetare un villaggio intero) si è messa a posare la spesa. Ha visto il pollo e mi ha guardata come se avessi comprato chissà quale cosa orrenda. A quanto pare era decisamente troppo piccolo, e andava a 6,20 euro al chilo, a differenza di quello che prende lei solitamente, molto più economico e grande. Ha scherzato e riso di questa cosa fino a dieci minuti fa. Non che ci fosse tanto da ridere. Alla fine sto galletto della discordia è stato cucinato e mangiato normalmente.

Il film del fine settimana è stato “Pane e tulipani”. Mi è piaciuto anche questo. Personaggio preferito: Fernando. Uomo d’altri tempi, di un’eleganza e una finezza indescrivibili. Ha un linguaggio gentilissimo e aulico. Riesce a dire qualsiasi cosa senza mai essere volgare. L’uomo perfetto.

Fox mi ha piazzato al settimo posto, cinque posti in meno rispetto la scorsa settimana. Vedremo che ne sarà di me. Verificherò, of course! Mi aspetta una bella settimana.