"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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domenica 24 agosto 2014

Il tempo vola

Il tempo vola.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.

Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.

Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.

Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.

E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.

giovedì 14 agosto 2014

Estate

Sono tornata al punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
Ho fatto la valigia, l’ho caricata a più non posso con la scusa che sarei rimasta via un mese intero, riempiendola dell’utile e del meno utile con l’illusione che tutto lì dentro sarebbe stato indispensabile. Mi ci sono seduta sopra, alla fine, per chiuderla.
Il peso non mi spaventava: ho braccia abbastanza forti e un’esperienza di carichi e scarichi da annotare su qualche improbabile cv. E poi questa volta non ero sola a dover portare quel carico enorme da un treno all’altro. Questa volta c’era lui.
L’ho portato con me, al mio punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.

L’ho portato con me perché ad un certo punto – tra le altre cose – ho pensato che le parole non bastassero più. Che non fosse più sufficiente spiegargli a voce quanto fosse bello il mio mare, quante emozioni potesse regalarmi un tramonto o quanto chiassosa e battagliera fosse la mia famiglia, quanto dolci i miei amici.
C’era bisogno di qualcosa in più, c’era bisogno di vedere tutto questo: di fermarsi a sentire il rumore del mare o vederci i propri piedi dentro senza sforzo alcuno. C’era bisogno di alzare il naso all’insù e lasciarsi confondere dalle troppe bellezze del mio paese. C’era bisogno di sentire i miei racconti, i miei ricordi, la storia della mia famiglia, come sottofondo di tutto quello che lo avrebbe circondato.

E così è stato.
Gli ho fatto conoscere tutti: la mia famiglia chiassosa insieme ai suoi silenzi, ai suoi vuoti o alle troppe parole. I miei amici, nessuno escluso. Qualche professore, qualche maestra d’asilo, qualche vicino di casa, qualcuno che nel bene o nel male ha incrociato la mia vita negli anni passati.
Li incontravo, così per caso nelle vie, li salutavo, glieli presentavo e quando andavano via gli raccontavo i miei ricordi legati a quelle persone.
Adesso, forse, mi conosce di più.

E adesso, forse, mi conosco meglio anche io.
E la particolarità di tutto ciò è stato il fatto che vederlo qui, tra la mia gente, non mi è sembrata affatto una novità. Mi è sembrato che lui qui ci fosse sempre stato.

Adesso le mie giornate nascono e muoiono al mare. Ho preso i chili che avevo perso, con sommo dispiacere. Sono diventata nera, come ogni anno. Ho lasciato l’orologio in valigia, lo stesso che qualche settimana fa ritenevo fosse per me indispensabile. Cammino senza correre, mi fermo a guardare i tramonti e a fotografare tutto quello che mi piace. Faccio colazione sul terrazzo, mi sveglio quando capita e dormo nove ore a notte.
Sono in vacanza e non capitava da un po’.

Mi sono ritrovata, ma non ancora del tutto.
È che io di solito mi perdo, in inverno, tra la pioggia e il tempo grigio.
Quest’anno mi sono persa più del solito e così non è andato per niente bene.
Adesso bisogna che ricomponga i tasselli, li metta tutti al loro posto.
Un po’ ci sono riuscita, ma il quadro non è ancora completo.
Mi serve il mare, ancora per un po’.

martedì 18 dicembre 2012

Ritorno alla base

Ho messo piede nel mio punto di partenza, recuperato la mia valigia tra le tante. C’era la mamma lì, pronta ad abbracciarmi e a dirmi che sono sciupata. A chiedermi se da quelle parti ogni tanto mangiamo un po’ di carne. Pronta a strapparmi la valigia dalle mani, anche se lei – la valigia-  è più grande di lei – la mamma-.

Ho messo piede nelle quattro mura domestiche vestite a festa. Il rosso ovunque, il Natale esplicitato a più non posso. Tre alberi sparsi per casa, un presepe, tante piccole luci colorate.
Ho messo piede nella mia camera. Mi è sembrata una reggia in confronto a quella della mia casa universitaria. Con gli armadi grandi, la scrivania ampia e tante luci.

Lo specchio, poi, quello intero. Lì ne ho uno piccolo. Per vedermi più o meno intera devo salire sul divano, fare delle acrobazie degne di circo, rischiare di rompermi qualcosa per non concludere poi niente.
Mi sono vista tutta intera, dalla testa ai piedi. Inaspettatamente. Mi sono voltata ed ero là, riflessa su quell’oggetto lungo. Mi sono fissata per un po’, con la mia faccia bianca, gli occhi stanchi e i capelli raccolti e bisognosi delle mani esperte della mia parrucchiera.
Mi sono avvicinata un po’, ho guardato bene i miei occhi tra le lenti degli occhiali e il vetro dello specchio. Mi sono sentita diversa per l’ennesima volta.
Diversa da cosa, ho pensato.
Diversa da come ero qualche mese fa, quando mi sono specchiata qui prima di partire.
Diversissima da come ero quando andavo al liceo.
Ancora più diversa da come ero quando riuscivo a malapena ad arrivare con la mia altezza a metà specchio.
Diversa, tanto cambiata quanto smarrita, spaesata, disorientata.

Succede sempre così. Arrivo qui e mi stupisco del fatto che tutto sia grande: il letto, gli armadi, i fornelli in cucina, le stanze. Le voci, i discorsi. Poi mi abituo nel giro di qualche ora o di giorni, quando proprio va male. Mi abituo per poi ripartire e stupirmi, meravigliarmi di nuovo di quanto grande sia quella città, rispetto a questo paese e alle sue strade piccole.
È un continuo meravigliarsi, stupirsi, ambientarsi, riabituarsi. Perdere di nuovo gli equilibri, ricercali altrove.

Dopo cena, quando gli altri erano nelle loro stanze, sono andata davanti all’albero. Al buio, la luce del lampadario sarebbe stata una violenza. Le lucine dell’albero erano perfette.
L’abete grande, pieno di palline e addobbi. L’abbiamo preso io e la mamma tre o quattro anni fa. Mi ricorda quello che prendevamo da piccola. Era vero. Profumava di natura e lasciava gli aghi a terra.
Adesso siamo più ecologici. Adesso è diverso.

Mi sono seduta davanti al presepe. A terra, così lo vedo bene. A gambe incrociate, così sto più comoda.
Il presepe è sempre lo stesso. È più vecchio di me, avrà qualcosa come venticinque anni. Un po’ di manutenzione ogni anno, qualche millilitro di colla per sistemare pastori e casette ed è perfetto. Ha un carillon in un angolo della capanna, sopra c’è la figura di uno zampognaro.
Guardo bene tutto l’insieme, la disposizione delle casette, le luci sistemate per la sua lunghezza. Il cielo attaccato con lo scotch al muro.
Sono pronta, posso azionare il carillon.
Per godere di certi piccoli piaceri bisogna essere pronti. Non sarebbe stata la stessa cosa se appena arrivata, con tanto di cappotto ancora addosso, avessi fatto suonare subito quel macchinario.

La punta dell’indice, all’estremità della ruota grigia.
Sa di talco ancora. Una volta lo sparpagliavamo di sopra per fare l’effetto della neve.
Una leggera pressione verso sinistra e inizia lo spettacolo.
Le note sono sempre quelle, dolci come una ninna nanna.
Un’emozione bella, sicura.
Un’emozione che sarà sempre la stessa.

Non sono andata a salutare il mare ancora. Lo vedo dalla finestra, è grigio. Il tempo è brutto, piove.
Dicono però che arriverà il sole.
Io non aspetto altro.
Mi aiuterà a sentirmi ancora più a casa.

martedì 31 luglio 2012

Notizie di Chiara

Sono assente dal blog da più di dieci giorni: purtroppo non ho avuto modo di scrivere alcun post, anche se avrei voluto farlo. Rileggendo l’ultimo pubblicato, mi sono ritrovata a stupirmi pensando a quante cose siano successe in così poco tempo. Sorrido un po’ dei miei dubbi e delle mie paure e realizzo ancora una volta che certe volte dovrei solo respirare profondamente e stare più calma.

Sono tornata a casa da un bel po’ di giorni. Tutto è rimasto come l’avevo lasciato. Il mare è quello di sempre, blu come nessun altro al mondo. I tramonti, le onde che muoiono a riva, le strade in cui sono cresciuta mi emozionano come hanno sempre fatto, allo stesso identico modo.

Le mie amiche della mia città università sono venute a trovarmi qui, mi hanno fatto compagnia per una settimana. Era la prima volta che questa casa ospitava qualcuno che non fosse un parente. Ho fatto conoscere loro la mia culla, i posti che mi hanno visto crescere. Abbiamo passato intere giornate fuori casa, a prendere il sole in spiaggia o a camminare per le strade della mia piccola città.
Arrivavamo a casa che era quasi l'alba e nonostante il cuore mi dicesse di mettermi a scrivere, la stanchezza mi portava ad infilarmi un pigiama e a mettermi a letto. Ho provato sensazioni diverse, strane, nuove. Le ho lasciate fare confusione dentro la mia testa per un po’, ma adesso che sono qui, al sicuro nel silenzio della mia stanza arancione, sono pronta a riversarle tutte in questo foglio bianco.

Vedere due piccoli mondi congiungersi (quello del posto in cui sono cresciuta e quello della mia città universitaria) mi ha fatto uno strano effetto. È stato bello vedere per la prima volta i miei amici tutti insieme, quelli vecchi e quelli nuovi. Li osservavo mentre si guardavano, mentre ispezionavano i loro visi. Mi sembrava di poter leggere nei loro pensieri. Le loro risate mi hanno riempito il cuore, mi hanno fatto sentire ricca e più forte. Credo che incontrandosi, conoscendosi a vicenda, i miei amici abbiano scoperto qualche lato in più della mia persona.
Sono stata contenta di vederli aggiungersi su Facebook, di promettersi un futuro nuovo incontro. Mi scopro addirittura a provare una specie di piacere nel notare la loro sorta di malinconia, adesso che son tornate in città. È una prova ancora più lampante di come sia riuscita a farle stare bene qui.

Per il resto, sono stata vittima di piccoli incidenti quotidiani. Al momento ho un’ustione (probabilmente di secondo grado) sulle gambe, un herpes sul labbro e un gomito dolorante.
Ma io ci sorrido su. 

sabato 21 luglio 2012

Chissà...

La valigia è pronta, è piena come un uovo. La classica idea era quella di partire lo stretto necessario, ma temo di avere una sorta di percezione distorta del concetto.
Manco da casa da qualcosa come tre mesi e una settimana. Sono pervasa dalla voglia di partire e da quella di restare: è che, come sempre, i cambiamenti mi destabilizzano un po’.
Temo che qualcosa sia cambiato con i miei amici di sempre, temo di finire con il non sopportare la gente che mi sta attorno. Ma in fin dei conti so che sta tutto nel riadattarsi, nel ritrovarsi. È questione di poco, anche se adesso mi sembra chissà cosa.

Chissà cosa dirà mia madre appena mi vedrà. Chissà quanto sarà cresciuto mio fratello. Chissà se mio padre troverà mezz’ora della sua vita nelle prossime settimane per incontrarmi. Chissà se il Gatto mi riconoscerà subito o dovrà annusarmi un po’ prima di fare le fusa.
Chissà quanto sarà bella la mia stanza arancione, la sera, con la luce rilassante del tramonto. E chissà quanto affollata sarà, quest’estate, la mia piccola città. Se il mare sarà azzurro, le spiagge bianche, se trovare un parcheggio diventerà un’impresa impossibile.
Chissà cosa faremo, per divertirci, io e i miei amici. Chissà se i cornetti delle quattro del mattino saranno buoni come gli altri anni.
Chissà quanta gente, vedendomi, mi rivolgerà, in un solo colpo, la classica domanda “quandoseiarrivata-quandoriparti-quantoseibianca-quantiesamitimancano”. Chissà quale sarà la colonna sonora della mia estate; se un momento dopo il mio arrivo non mi venga subito voglia di tornare qui.
Chissà quanto mi mancherà, se mi mancherà, questa città caotica, quei corridoi e quel volto sul quale ho lasciato un piccolo pezzo di cuore.

Non lo so, non so niente. So solo che tra un paio di ore si parte e che mille chilometri più a sud di qua c’è qualcuno che mi aspetta a braccia aperte.

mercoledì 21 dicembre 2011

Alla stazione Termini

A Roma, in stazione, ho incontrato un amico. Era lì, fermo al binario del treno che entrambi dovevamo prendere, anche lui aveva accanto una valigia abbastanza capiente da metterci dentro il contenuto di una casa; fumava guardando la gente passare e chissà a cosa pensava.

Mi capita spesso di incontrare gente che conosco alla stazione Termini, spesso si tratta di persone che devono prendere il mio stesso treno e ogni volta mi stupisco. Sarà che ancora sono nel mezzo del viaggio, ma mi fa sempre strano vedere già lì facce familiari.

Gli sono andata incontro, sorprendendolo alle spalle. Leggero sconcerto iniziale, poi gli occhi gli si illuminano. È da tre mesi che non torna a casa e non ne può più di sentire solo accento milanese.
Mi chiede in che carrozza sono; purtroppo i nostri posti sono ai poli opposti del treno.

Dopo Napoli vado a trovarlo, percorro tutto il treno cercando di mantenere l’equilibrio e non cadere sulla gente e alla fine lo vedo lì seduto al suo posto a guardare il finestrino. Andiamo al vagone ristorante, così possiamo sederci e parlare con calma. Quante cose ci raccontiamo … di tutto: i nostri studi, le nostre famiglie, il mondo del nostro paese, qualche vecchio ricordo e qualche aneddoto sui nostri vecchi prof.
Passa così un bel po’ di tempo.
Poi all’improvviso mi dice “Ma oggi è SABATO! Stasera dobbiamo uscire per forza”. E subito si mette a telefonare ad una nostra amica che è già arrivata a casa da qualche ora. Ci accordiamo per vederci dopo cena, nonostante il freddo anomalo, nonostante per entrambi la sveglia sia suonata alle sei.

Ci vediamo tutti e tre sotto casa; io e lui abbiamo addosso ancora i vestiti del treno e la faccia stanca. Ma non ce ne importa, i ritrovi con gli amici sono più importanti. Ci manca il mare e infatti è la prima cosa che andiamo a vedere. Percorriamo strade vuote, incrociamo poca gente.
Un paio di minuti ed eccoci tutti lì, davanti ad un mare forza mille, con delle onde altissime e un buio gelido. Tre ragazzi, muniti di sciarpa e cappello. Nel viso ancora il grigio dello smog delle nostre città. Il vento è fortissimo, sembra portarci via. Ma non ce ne importa. Ci basta anche solo respirare quell’aria un momento. E’ un appuntamento importante, quello con il mare: non si può rimandare.

domenica 30 ottobre 2011

Alla fine sono partita

Alla fine sono partita veramente.
Di solito torno a casa dai miei per le festività dei santi e dei morti; invece, quest’anno avevo deciso di rimanere in città, non avevo voglia di fare un altro viaggio, di stare via qualche giorno e poi di ritornare alla mia solita vita magari più stanca del solito.
Mi dispiaceva però non andare a trovare i miei cari al cimitero, proprio quest’anno che ce n’erano due in più. Comunque, la mia scelta ormai l’avevo ponderata, presa e metabolizzata.

Tutto questo fino a venerdì mattina, quando mi hanno chiesto di tornare.

Ci ho pensato su una decina di minuti, il tempo di capire cosa avrei dovuto fare nei prossimi giorni e se i miei impegni erano urgenti o si potevano rimandare.
In passato mi è capitato di dover tornare a casa all’improvviso due volte, ma è stato solo per circostanze spiacevoli. Questa volta almeno sarebbe stato diverso.

Alla fine mi sono detta che si poteva fare e sono andata in stazione.
Mi sono sorbita una fila pazzesca e una tipa davanti a me completamente rimbambita che non solo mi ha fatto perdere tempo, ma ha anche reso super nervoso l’addetto alla biglietteria.
Quando, mostrando dietro gli occhiali i miei occhi speranzosi e quasi imploranti, gli ho detto che mi serviva un biglietto per sabato mattina, ha alzato un sopracciglio e ha iniziato a smanettare con il computer con l’aria di chi si sta per cimentare in un’impresa impossibile.

Infatti, come pensavo, non c’era neanche un posto libero nei treni che cercavo. O al massimo c’erano solo posti in prima classe.
Dopo qualche minuto, più spazientito di prima (che poi, lo pagheranno anche per fare il suo lavoro?) mi ha trovato un’altra più scomoda soluzione del tipo “attesa in stazione per più di due ore”.

Pazienza. Pago una fortuna per questi biglietti e vado a salutare i miei amici.
Il giorno dopo sono sul treno.
E dire che 24 ore prima non avrei mai pensato di essere lì.

giovedì 24 febbraio 2011

Il pacco

Ogni tanto mio padre mi manda un pacco. Dentro ci mette di tutto, in primis le verdure e la frutta dell’orto che ogni tanto cura. Se ne inizia a parlare circa un mese prima della data dell’effettivo arrivo. A giorni alterni dice “Stasera ti preparo un pacco” e il giorno dopo dice “Ieri ho avuto troppe cose da fare, non sono riuscito a preparartelo”. Oppure ci si mette di mezzo il tempo e quindi la variante è “Pioveva oggi, non ho potuto prenderti niente”. Però alla fine ce la fa e lo manda.
La sera prima chiama e puntualmente mi chiede “Oh Chiara, ho preparato il pacco! … Mi dai l’indirizzo che non me lo ricordo?”. E io lì a dettare.
La mattina dopo, appena lo manda, mi chiama tutto contento e orgoglioso. “Chiaaaara, ti ho mandato il pacco! Domani mattina ti arriva!”.
Festa! Alé!

La mattina dopo ancora, mi chiama presto, di solito verso le otto. Il tono leggermente alterato, dice “Ho controllato su internet il tracciato. Il tuo pacco risulta in consegna in un’altra città”. Poi sbraita contro le Poste Italiane, dice che non è possibile che ogni volta si debba ripetere sempre la stessa storia.
Ed in effetti ha ragione.
Non so se anche a voi è mai capitato, ma i miei pacchi partono dal sud per raggiungere il nord e puntualmente arrivano … troppo a nord! Raggiungono la più vicina città come centro di smistamento e poi, per puro errore, arrivano in città come Trento o Torino o addirittura in Liguria. Per poi, ovviamente, tornare qualche chilometro più indietro.
Insomma, il pacco celere finisce per essere tutt’altro che celere. È un pacco viaggiatore, ama ma scoprire sempre nuovi centro di smistamento. Ed è un grande ritardatario.

Alla fine, l’agognato pacco arriva sempre due giorni dopo il previsto. Ma quando arriva … è una festa!
La tipa delle consegne suona allegramente al citofono e si spreca sempre con la solita battutina “Occhio che pesa!”. Come se non vedessi le sue dimensioni. Oppure, molto gentilmente, lo abbandona in mezzo alla via e dopo la firma, mi dice “Il pacco …. È lì!”, indicando con il dito un punto indefinito in lontananza.
Mentre con le valigie sono più fortunata e trovo sempre qualcuno disposto ad aiutarmi per le scale delle stazioni, con i pacchi non godo di questo privilegio. Quindi mi tocca trascinarli fino a casa, evitando di caderci sopra.

Quando l’adorato pacchetto fa il suo ingresso nella casetta di Cip e Ciop, la festa si moltiplica. Prima di aprirlo chiamo papà e annuncio il suo arrivo come se avessi partorito due gemelli. Lui è contentissimo.
Non avete idea di quanto mi renda felice l’arrivo di un pacco. Sento dentro l’odore di casa, guardo le arance e i limoni e mi sembra di sognare. Il pacco è un piccolo pezzo di casa, un gesto d’affetto che arriva per darmi sollievo, per farmi sentire più vicina alla mia famiglia e alla mia terra.
E poi i pacchi spesso sono un collage. C’è la dolce mano di papà con i prodotti campagnoli e tutta la cerimonia preparatoria, nonché l’ansia dell’arrivo e le maledizioni alle Poste ; quella della mamma che ogni volta che trova in giro qualcosa che potrebbe piacermi, inevitabilmente me la prende e infine c’è la mano della compagna di papà con i suoi biscotti caserecci, le sciarpe fatte a mano e i cioccolatini al whiskey.
Dimenticavo la mano di mio fratello che, tanto per cambiare, fa da “mediatore di merci” tra mia madre e mio padre.


P.s: HO FINITO CON GLI ESAMI!!!!! E sono anche contenta!!

sabato 6 novembre 2010

Il palazzo dei bambini



Nel palazzo dove abito, quando percorro le scale che mi portano a casa, si sente sempre la voce di un bambino. Che sia un pianto, che sia una canzoncina cantata, che sia una madre disperata o una risata infantile, c’è sempre di mezzo un bambino.
Stessa cosa nel cortile di casa, dove - specialmente in primavera- è un continuo susseguirsi di biciclette, tricicli, palloni. A vederlo da fuori, sembrerebbe un asilo.
Non sono neanche rari i fiocchi colorati appesi alle porte, quelli che si espongono ogni volta che nasce un bambino.
Oggi, per le scale, ho incontrato l’inquilina del piano di sotto. Aveva i suoi due bambini piccoli, uno da una mano, uno dall’altra. L’ho salutata e mi sono resa conto che aveva un bel pancione. È incinta, tra qualche settimana partorirà il suo terzo figlio.


Le ho dato gli auguri e sono andata via.


Nel tragitto mi sono resa conto che per quelle scale salgono e scendono ogni giorno tantissimi bambini con i loro genitori. Allora ho fatto un piccolo calcolo mentale e mi sono resa conto che in un paio di anni in questo palazzo sono nati ben quattordici bambini (presto quindici). Senza contare poi i vari fratelli maggiori (pur sempre piccoli).

E non è neanche un condominio immenso.


Ho messo la chiave nella toppa della porta di casa, mentre la giravo ho realizzato che abito in quello che adesso definirei il palazzo dei bambini.


Bello, no?


Chissà se gli altri inquilini se ne sono mai resi conto …

domenica 12 settembre 2010

Una valigia e mezzo ... e via!


"La linea bianca sul grigio dell'asfalto è interminabile mi sembra di vederla scorrere negli occhi da un'eternità..."

Tiromancino - L'autostrada


A suon di waka-waka, di Alejandro, di Roberto, di Fernando (manca qualcun altro?), quest’estate 2010 è finita anche per me.
Non saprei dire com’è andata, è stata tranquilla, o almeno così mi sono sforzata di renderla. Un’estate di mare, di sole, un’abbronzatura che non ha mai avuto prima d’ora e che presto svanirà, uscite con gli amici, posti di sempre, chiacchiere, piccoli e grandi sfoghi. Normale insomma.

Tempo di partenza, ma anche di buoni propositi: stranamente,(forse non è neanche tanto strano, visto che ho letto in alcuni blog che anche altri fanno così … e la cosa mi fa piacere!) ne faccio, il più delle volte senza mantenerli, anche alla fine dell’estate. Sono buoni propositi diretti al ritorno nella mia amata-odiata città, alla mia vita lì, lontano da qui.


Spero di cambiare nei prossimi mesi, anche se il cambiamento mi spaventa. Spero di migliorare, di diventare più forte, di avere più coraggio, quello che mi serve per chiudere delle porte ed aprirne di nuove. Ho in mente qualche progetto semplice, altri più complicati, con l’unica speranza che non rimangano idee campate in aria.
Dicono che volere è potere, o no? Spero di volere tanto, tantissimo, troppo. Spero di riempirmi, di scoppiare di volere al punto di arrivare a potere, al punto di farcela, di rinascere almeno un po’.

Fine d’estate, valigia che si riempie per l’ennesima volta di tante cose, un biglietto in mano, i saluti di ogni volta, i baci al gatto che purtroppo al telefono non può parlare. Le esperienze vissute, i momenti da ricordare, quelli da dimenticare, le persone che ho visto e quelle che ho tralasciato, tenendo sospesi decine di caffè.
Valigia piena di ricordi, di foto nuove che guarderò ogni volta che mi mancherà qualche volto amico.


Sono pronta, è ora di andare.

venerdì 6 agosto 2010

Some differences

Stavo pensando alle differenze "materiali" tra la mia casetta universitaria e quella dei miei.
Ecco quelle che mi sono venute in mente.


Nella Home sweet home:
1. Metto le magliette nel cesto della biancheria sporca e dopo qualche ora sono lavate, stirate e riposte nell’armadio;
2. Il frigo è pieno, senza che io faccia niente;
3. Esiste qualcosa chiamata “macchina” capace di portarti dove vuoi in pochi minuti;
4. Ogni tanto “qualcuno” ti sveglia portandoti il caffè a letto;
5. Non si vedono zanzare nei paraggi;
6. Non si soffre il caldo. E anche se soffrisse, esiste un aggeggio rettangolare appeso al muro, chiamato “climatizzatore”;
7. Non bisogna necessariamente cucinare o fare la spesa, c’è chi lo fa per te;
8. Davanti casa c’è il mare;
9. Ai piedi del letto c’è il Gatto;
10. Mi cibo di Verdure dell’Orto;
11. Vedo le stelle, le albe, i tramonti;
12. Internet va veloce più del vento;
13. Spazio a volontà.


Nella casetta universitaria di Cip e Ciop:
1. Metto le magliette nel cesto della biancheria. Lì rimangono;
2. Il frigo è vuoto, a meno che non vada a fare la spesa;
3. Esiste qualcosa chiamata “autobus” che viaggia sempre con qualche minuto di ritardo;
4. Se proprio voglio il caffè, mi devo alzare dal letto per prepararlo;
5. Sono donatrice di sangue. Lo faccio a favore delle zanzare che svolazzano per la casa;
6. Il caldo si soffre, è un’arma letale. Al massimo ti salva Calippo, per gli amici Pippo;
7. O cucino, o muoio di fame;
8. Davanti casa c’è un palazzo, sotto c’è l’asfalto;
9. Ai piedi del letto, i miei piedi. Oltre a questo? Il vuoto;
10. Mi cibo di verdure trattate con chissà quale prodotto;
11. Non vedo niente;
12. Internet arranca;
13. Spazio decisamente limitato.

martedì 27 luglio 2010

hsh

Il viaggio è andato bene, meglio del previsto. Azzarderei dire che è passato velocemente. Appena ho messo piede nella terra che mi ha visto crescere, ho respirato a pieni polmoni la mia fresca aria mattutina e in un lampo tutta la stanchezza è svanita nel nulla. Un signore anziano, accanto a me, ha detto che vive a Milano da cinquant’anni e ha aggiunto, a mo’ di pensiero formulato ad alta voce, che ancora non si è abituato a stare lì, “Se non fosse per il lavoro, io lì non avrei niente. Sto bene qua, con questa aria e con questo mare”.

Sono frastornata, ma serena: sono qui da poco più di ventiquattro ore, ma ho ancora dentro milioni di emozioni diverse e contrastanti tra loro. Dovrò smaltirle poco alla volta.
Nelle attese ho incontrato diverse persone e nonostante non abbia passato accanto a loro moltissimo tempo, ognuno ha lasciato in me qualcosa.
Magari ve ne parlerò più in là …

venerdì 2 aprile 2010

Home sweet home

Sono tornata a casa dalla mia famiglia una settimana fa. Torno solitamente tre volte l'anno: Natale, Pasqua, estate. Tornare a casa è B E L L I S S I M O. Qualche settimana prima del ritorno chiamo in agenzia per prenotare: trovare un posto libero a volte diventa un'impresa, ma ce l'ho sempre fatta! Quando arriva il biglietto a casa, per posta, è una vera e propria festa! Apro la lettera con un sorriso enorme, controllo che tutti i dati siano giusti e poi lo poso su un mobiletto del soggiorno: lo metto in bella vista, così ogni volta che passo lì davanti lo guardo e penso al ritorno.

Solitamente il viaggio verso Casa è lungo, anche perchè con le autostrade che ci ritroviamo si fa fatica ad arrivare a destinazione in orario! Solitamente arrivo la mattina presto, verso le sette. Appena metto piede in "patria" vado subito a far colazione in un bar, sempre il solito, con cornetto e super caffè.
A casa mi aspetta mia madre con mio fratello e il mio gatto. E' sempre uno sbaciucchiamento, una "ti trovo bene", "sei stanca del viaggio" e così via. Segue poi il giro della casa, per vedere se ci sono novità: se è stato spostato un mobile, un oggetto, un qualcosa.

Ogni volta che torno a casa, nella mia terra, devo accertarmi che tutto sia al suo posto, che durante la mia assenza nulla sia cambiato. E per questo faccio il giro della casa, il giro del mio paese, delle spiagge dove vado di solito in estate, della campagna di mia nonna, dei posti di sempre.
Stare lontano mi fa vivere un po' con questa "ansia" se così la vogliamo chiamare. Vorrei che tutto rimanesse intatto nei lunghi mesi di assenza, che i posti dove sono cresciuta e gli affetti di sempre rimanessero sempre gli stessi.
Certo non è mai così, deve sempre cambiare qualcosa, grande o piccola che sia.
Tutto questo forse perchè quando sono tornata la prima volta, dopo tre mesi di assenza, ho trovato molte cose in famiglia diverse. Ma di questo preferisco non dire altro.

Uno dei momenti più belli è anche rivedere i miei amici! In particolar modo quattro di loro. Aspettiamo sempre questo momento, sin da quando ci lasciamo mesi prima. Vengono sempre a prendermi sotto casa e appena vedo in lontananza la loro macchina, mi si riempie il cuore di gioia. Tengo molto a loro e non averli vicino è brutto.

Quando ci vediamo dobbiamo per forza fare le cose che facevamo un tempo. Una passeggiata al porto, una cena nei posti di sempre, una passeggiata nel corso. E ci raccontiamo a vicenda le cose successe.

E' bello, è bellissimo tornare a casa. Eppure se mi dicessero di lasciare la mia città universitaria per tornare a vivere qua, credo che rifiuterei all'istante.

Nella settimana per ora trascorsa, ho fatto un po' di quelle cose che dovevo fare: sono stata al porto, in campagna, al mare, dai miei parenti... Mi manca ancora qualche altro giro per poter dire di aver fatto veramente tutto. Spero di farcela, per lo meno.

Altro rito è quello delle foto! Scatto centinaia di foto a cose, persone, paesaggi (soprattutto quelli, dove vivo adesso non se ne vedono di così belli) per poi riguardarle quando sono via. Le foto mi piacciono un sacco. Adesso che ci sono le macchine fotografiche digitali, ho il computer pieno di cartelle! Le classifico per eventi, per periodi. E adoro riguardarle.

In generale le vacanze a casa sono un susseguirsi di sentimenti diversi, belli, brutti, indimenticabili o da dimenticare. Eppure questa volta sto vivendo tutto un po' passivamente, senza capire il perchè. E a dir la verità, mi manca anche un po' la mia città universitaria! Ma tanto la settimana prossima, a quest'ora, sarò già lì. E magari mi ritroverò a rimpiangere questi momenti.
Vivere in due posti diversi ha i suoi pro, ma anche (soprattutto, forse) i suoi contro.