"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

martedì 30 ottobre 2012

Il freddo e i girasoli

Aprire gli occhi, annusare l’aria e percepire un certo freddo. Trovare il coraggio di uscire dal letto caldo, superare l’impatto dei piedi che toccano il parquet freddo e infilarsi velocemente una felpa di pile. Arrivare in cucina, fare colazione, rendersi conto che oltre a quella, lunedì mattina alle 7.30, tocca preparare anche qualcosa per la pausa pranzo che passerò in facoltà.
L’alimento più prezioso che il frigo propone è la classica cotoletta impanata con pollo e spinaci, il rifugium peccatorum di ogni fuori sede che si rispetti. Cinque minuti in forno ed è pronta.
La sistemo alla buona in un contenitore di plastica, afferro una forchetta e il mio pranzo è pronto.

Fuori piove, il cielo è grigio e la strada è tranquilla. Mi vesto in fretta, l’impatto con i jeans freddi è quasi paragonabile ad un atto di autolesionismo.
Chiavi in mano, cotoletta con annesso buon odore in borsa e sono pronta.

Il freddo sembra essere il problema esistenziale delle prime ore della mia giornata. Non pensavo potesse essere così, sembra che da un momento all’altro inizi a nevicare. Il che sarebbe anche assurdo, visto che ancora non è iniziato neanche il mese di novembre.

Ed è lì, tra il portone di casa e il bar dietro l’angolo che mi assale una strana voglia. Quella di andare in un negozio di fiori, perdermi lì dentro. Farmi stordire dai loro odori buoni. Uscire solo quando ne ho abbastanza, il che potrebbe non accadere mai.
Riempirmi gli occhi dell’arancione e del giallo dei girasoli, i miei fiori preferiti. Sempre che ce ne siano ancora. Gustarmi la forma delle rose rosse, basse, larghe e piene di petali. Guardare i tulipani, che mi hanno sempre fatto simpatia.
È un pensiero abbastanza contrastante con l’ambiente circostante fatto di nebbia, di aria che sa di freddo e di smog.

Prima di tornare qui, a settembre, la zia pittrice mi ha regalato uno dei suoi quadri. L’avevo visto l’anno scorso, mentre era in fase di preparazione. Mi era piaciuto e lei ha pensato di regalarmelo. Raffigura dei girasoli dentro un vaso. Mia zia dice di essere rimasta affascinata da quello che una sua amica le ha detto su questi fiori. Sostiene che i girasoli siano il fiore che potrebbe rappresentare molte persone.
Quelle che tengono i problemi dentro. Che li nascondono. Persone che però, all’esterno, hanno da offrire (e cercare) solo un po’ di luce.
Mi ha dedicato questa storia, questo pensiero, quel quadro. Mi ha augurato di essere sempre luminosa.

Avrei voluto portarlo con me, qui. Mi è sembrato però di sprecare la sua bellezza. Questi muri poco illuminati non gli avrebbero fatto giustizia. Lo avrebbero tenuto un po’ nell’ombra.
O forse mi sono sbagliata.
Al contrario, quel quadro, qui, sarebbe riuscito a riempire la stanza.
Chi lo sa …

venerdì 26 ottobre 2012

Venerdì

Pomeriggio di venerdì.
Aula studio: sempre quella.
Libri di economia: sempre loro.
Incapacità di capire al primo colpo i vari grafici: sempre presente.
Insomma, non manca niente.

Sono da poco passate le sei. Sono qui da almeno tre ore. Non ho molta voglia di tornare a casa adesso, avrò tutto il tempo per star lì questo weekend.
Non ho grandi progetti per i prossimi giorni. Penso che farò le stesse cose di sempre. La spesa per la settimana, per dirne una. Da brava donnina di casa quale faccio finta di essere.
Mi dedicherò alla mia solita ricerca di cartelli recanti la scritta “cercasi commessa”, in giro per i negozi del centro, per dirne un’altra.

Mi serve un lavoro, uno qualsiasi. Uno che mi permetta di  pesare meno sui miei.
È da circa un anno che lo cerco, ma temo che il mio CV abbia qualcosa che non va, dal momento che nessuno richiama mai. L’ho modificato un paio di volte, in tutto questo tempo. Ho cercato consigli e suggerimenti efficaci su internet, ma niente.
Non attira.
Sarà che non ho alle spalle grandi esperienze lavorative; sarà che quell’ “iscritta al quinto anno di Giurisprudenza” fa pensare alla gente qualunquista che io sia la classica figlia di papà che di fatto non ha un bisogno concreto di lavorare; sarà che il posto in cui sono nata è lontano da qui.

Non so il motivo. So solo che nel corso dei mesi passati le ho pensate un po’ tutte.
Ho stupidamente pensato anche di aver sbagliato a scrivere il numero di cellulare. Ovviamente era scritto in modo corretto. E qui sorrido un po’.
C’è chi dice che io a volte sia ingenua. In realtà è che non mi va di pensare male.

Questo in arrivo sarà il weekend che –dicono- porterà definitivamente il freddo. E anche l’orario solare
Ci sarà più buio nelle nostre giornate. Alle cinque del pomeriggio non vedremo l’ora di rincasare.

Quando avevo qualcosa come undici anni, ricordo che io e la mia compagna di banco storica (sempre lei: dal primo giorno di primina all’ultimo di liceo, giuro) vedevamo il cambiamento d’orario come un evento tragico, negativo, triste.
Tutto ciò portava a voler sfruttare tutte le ore di luce rimaste a disposizione fino alla fine. Uscire il sabato pomeriggio era un obbligo, un impegno al quale non potevamo sottrarci. Era l’ultimo legame con la bella stagione.

La mia visione attuale della cosa ovviamente è cambiata. Mi fa piacere far tornare indietro le lancette. Ne approfitto, tanto per cambiare, per fare qualche bilancio (ovviamente non di tipo economico) su quanto sia cambiato dall’ultima volta in cui ho modificato l’orario dell’orologio.

Il buio del pomeriggio mi fa tornare indietro nel tempo, a quando mia madre era incinta di mio fratello e aspettava affacciata dal balcone, alle cinque del pomeriggio, che tornassi da scuola col pulmino giallo.
Mi faceva salire a casa, mi dava la merenda che aveva preparato e lasciato sul tavolo in attesa del mio rientro e insieme andavamo a sentire la novena dell’Immacolata.

Ricordavo i canti, la luce fioca della chiesa, la noia delle prediche che non ascoltavo. Il caldo del mio piumino, il vento che veniva dal mare.
Tradizioni perse da tanti anni ormai. Tradizioni, situazioni che non tornano indietro delle quali rimangono tanti bei ricordi.
Ecco, a me il buio alle cinque fa pensare a questo.

È tardi ormai. Bisogna che torni a casa.
Il mio stomaco si fa sentire.
Ho bisogno del the caldo, della barretta croccante al cioccolato. Della tuta blu, degli occhiali da vista.
Di B che racconta la sua giornata tenendo stretta tra le mani la sua tazza rossa.
Di chiudere le finestre e di ricordarmi di quando le ho aperte stamattina con una certa ansia di fondo, chiedendomi che giornata sarebbe stata  quella di oggi.

lunedì 22 ottobre 2012

Pensieri notturni

Un pomeriggio qualunque. L’aula studio,la compagnia dei libri di economia.
Sono qui immersa nei miei grafici, a cercare di capire qualcosa. Un pomeriggio solitario, le altre oggi non ci sono. E intorno sembra essere tutto tranquillo. C’è gente nuova rispetto a qualche mese fa. Saranno matricole o studenti che hanno deciso di studiare un po’ qui tra una lezione e l’altra.
Sono tutti assorti, presi dai loro fantastici libri.

Io sono annoiata, tanto per cambiare. Rompe questa piattezza una piccola scossa alla gamba destra: è il mio cellulare che vibra dentro la tasca dei jeans.
Esco fuori in un lampo, senza giacca, senza sciarpa, con il mio raffreddore. Rispondo, è la mia amica. Mi propone qualcosa per stasera: un aperitivo, un evento di moda a cui assistere.
Ovviamente accetto, l’alternativa è la tv. Appuntamento alle sette, passa lei a prendermi.

Le sette sono tra due ore.
A me quest’economia fa sempre più schifo. Finisco di fare finta di capire l’ultimo grafico e torno a casa. Non so cosa mettere stasera, come sempre. Non so come ci si veste ad un evento modaiolo. Apro l’armadio, scavo un po’, rovisto, guardo, butto qualcosa sul letto. Faccio un paio di prove davanti allo specchio, faccio tesoro dei pareri di B., alla fine decido.
Un vestito a maniche corte, nero, damascato. Rubato dall’armadio della mamma un mese fa. Dei collant un po’ leggeri. Le ballerine perché non ho proprio voglia di girare con i tacchi e un blazer.
L’effetto finale non è male, anche se sono certa che finirò col sentirmi in imbarazzo.
Come succede ogni volta che non vesto in modo casual.
Un ritocco al trucco, una pettinata ai capelli. L’essenziale dentro la borsa e sono pronta.

Andiamo in un posto che non avevo mai visto prima. Carino, accogliente, con la musica giusta. Non troppo affollato, come piace a me. Prendiamo uno spritz, perché noi teniamo alle tradizioni. Un bel po’ di chiacchiere, di gossip, di commenti e si fa subito l’ora di andare a quell’evento. Ci incamminiamo, a quanto pare non è molto distante.
Io inizio a sentire freddo, temo di essermi vestita troppo leggera.
Suona il cellulare, è un messaggio.

Un messaggio che rompe di nuovo l’equilibrio che avevo conquistato. Viene da lontano, ma si sa che i problemi non conoscono chilometri. Un messaggio che mi fa crollare il mondo addosso di nuovo, che mi fa tornare l’ansia che pensavo di avere allontanato definitivamente.
Mi buttano proprio giù quelle parole, vorrei lanciare il cellulare per terra, sull’asfalto. Lasciare che le macchine lo frantumino per bene. Vorrei che lo macinassero, che di lui  non rimanesse proprio nulla.

Ma si sa che io sono "quella della razionalità esasperata". E finisco per riposarlo in borsa, accennare un sorriso alle amiche e tirare dritto.
Fa sempre più freddo, quasi tremo. Arriviamo a destinazione, l’evento è all’aperto.
Ho perso l’entusiasmo, l’interesse, la voglia di vedere. Quasi non me ne importa neanche se la gente si mette davanti e mi rovina la visuale. Mi fingo interessata, commento gli abiti, le modelle, i loro capelli, gli accessori vistosi e la loro eccessiva magrezza. Ma il pensiero è sempre lì, dentro al cellulare, dentro a quelle parole, in quella situazione incresciosa dentro la quale mi sento in gabbia.
Vorrei essere libera, pensare a me, come credo sia giusto.

Due ore dopo sono di ritorno, cammino per la mia via in fretta, per arrivare a casa prima e riscaldarmi un po’. L’inverno sembra essere arrivato stasera, in silenzio, con un freddo che sembra spezzarmi in due, voler congelare i miei piedi e i miei pensieri, vuole fermarmi.
Le scarpe fanno rumore per strada. Un suono meccanico, ripetitivo. Simile alle lancette di un orologio che ti annuncia che l’ora di alzarti dalla sedia è arrivata.

Sono al portone, metto la chiave nella toppa. Tolgo le scarpe, non voglio disturbare, vorrei essere invisibile al momento. Accendo la luce giusto per non cadere giù per le scale e concludere in modo semidrammatico questa notte buia.

Al sicuro, in casa, tra il caldo delle coperte e la comodità del pigiama ripenso al messaggio, alla situazione generale. Alle parole che mi sento rimbombare in testa, a quel desiderio di essere serena, di avere una vita tranquilla.
Mi ripeto che a tutto c’è una soluzione, che in tutto questo sono anche fortunata perché c'è chi sta peggio di me.
Dalle mie parti, i vecchi saggi dicono più o meno che solo la morte è una situazione irreversibile e che nella vita la salute è tutto. Ho fatto di queste brevi frasi una sorta di motto di vita.
Aggiungo anche il fatto che l'ottimismo è il profumo della vita, come diceva una nota pubblicità qualche anno fa.

È una consolazione, una presa di coscienza, un modo per convincermi del fatto che si può sempre andare avanti, in qualche modo.
Non sempre però ho lo stato d'animo adatto per accogliere e metabolizzare bene queste parole. Alcune volte lo sconforto prende il sopravvento.
Ma è una situazione momentanea, per fortuna. Come in questa notte.
Domani è un altro giorno, magari va meglio. Magari ho l’animo giusto per affrontare tutto.

domenica 14 ottobre 2012

Foglie sulla neve #1 - Caro Maestro

Mercoledì mattina. Non ho lezione, non mi sento neanche bene. Decido di rimanere a casa, in tuta, in libertà. Studio qui oggi, non metto naso fuori casa. Domani invece passerò la mia giornata in facoltà, dal mattino fino alla sera. Recuperiamo quindi le forze, così domani sarò pronta a tutto.

Faccio la mia solita colazione, mi sveglio per bene. Apro tutte le finestre di case, mi rendo conto che fuori c’è un bel po’ di nebbia e che l’aria è più fresca degli altri giorni. Colpa dell’autunno che avanza. Mi soffermo un attimo a guardare la piantina che ha comprato B.: cresce bene, è sempre più colorata e folta. È delicata, elegante, per niente grossolana: è come lei.
Poi passo al letto. Sia mai che non lo sistemi per bene. Se è disfatto, la giornata non può iniziare. Sono troppo precisa (e pignola) su certe cose. Mea culpa.

Alla fine, mi rendo conto che è giunta l’ora di aprire il libro di economia. È una materia che odio, me la trascino dietro da anni ormai, ma adesso è arrivato il momento di togliermela (spero) dai piedi. Quei grafici mi fanno ribrezzo. Il prof mi sta antipatico. Credo che un esame del genere sia altamente inutile in una facoltà come la mia.
Ma purtroppo è lì, nel piano di studi. Ergo, mi tocca studiare.

Così comincio a leggere, sottolineare, fare i miei schemi, i miei grafici stupidi, i miei ragionamenti da deficiente. Mi sembra sia passata una vita da quando mi sono seduta. Guardo l’orologio e mi rendo conto che sono passati solo tre quarti d’ora. Di questo passo, la mattinata non finirà mai.
Faccio un giro su internet, dal cellulare. Leggo la ricetta delle polpettine svedesi dell’Ikea, guardo un po’ di news locali. Poi inizio a messaggiare con un paio di amici. Apro il portone alla postina, scendo giù a vedere se è arrivato qualcosa. Poi risalgo, mangio una mela. Lavo le tazzine della colazione.

Sarà passata al massimo mezz’ora. Posso finire la mia lunga pausa.
E invece no, si sono fatte le dodici. La mia voglia di studiare oggi non si sa dove sia finita. Forse in Africa, che importa (cit.).
Chiudo definitivamente i libri, senza troppi sensi di colpa. Mi fiondo sul divano. Telecomando in mano, inizio a fare zapping. Noia anche qui, tra gente che cucina, programmi stupidi e … Ad un tratto rimango di stucco. Ci sono delle immagini che mi rimandano ad un ricordo lontano.

È “Caro Maestro”. È la fiction che adoravo da bambina. Non ci posso credere. La trasmettevano su Canale 5 quando io avevo circa 5/6 anni. Ricordo che facevo la primina, la guardavo sempre con mia sorella, davanti la tv in camera nostra. La scelta di mettere un televisore in camera,all’epoca, suscitò un polverone di critiche da parte di mezzo parentato: non era una saggia scelta, secondo alcuni. Secondo noi invece era una cosa geniale. Potevamo guardare tutti i cartoni che volevamo. Ovviamente c’erano le solite raccomandazioni: non stare troppo tempo lì davanti, non guardarla da una distanza ridotta (dicevano che faceva male alla vista, sarà stato vero?).

E insomma, io adoravo questa fiction. Invidiavo mia sorella che era già alle elementari da un pezzo. Pensavo a lei come ad una di quelle bambine che vedevo nelle varie puntate: “grandi”, indipendenti; di quelle che hanno in classe gente simpatica, che mangiano tutti insieme a mensa, insieme a maestri spassosi e a tanta libertà. Tutto ciò a differenza mia, che con la suora in classe mi sentivo un po’ in galera.

E poi vedo le salopette di jeans. Io ne avevo almeno tre. È stato il primo capo di abbigliamento per il quale ho provato una sorta di passione. Ho dovuto buttare la mia prima salopette solo quando era ormai troppo vecchia per poter essere messa ancora.
Noto la stranezza della moda del tempo. Noto Elisa, ricordo che quel nome mi piacque talmente tanto da darlo alle mie bambole. Ricordo che all’epoca rimasi stupita dal fatto che lei, invece di “tu”, diceva “te”. E la prendevo anche un po’ in giro, perché sapevo che sbagliava a dire così. Chi l’avrebbe mai detto che qualcosa come tredici anni dopo sarei finita anche io in un posto dove la gente dice “te” invece di “tu” …

Insomma, la visione di questa fiction mi ha un po’ cambiato la giornata. Mi ha reso un po’ nostalgica, mi ha riportato indietro ai tempi della spensieratezza. È stata una foglia sulla neve.

E voi avete una fiction, un programma televisivo per il quale impazzivate da piccoli?

domenica 7 ottobre 2012

Pensieri del venerdì sera

Finisce dunque un’altra giornata di lezioni, di autobus, di posti sempre pieni. Di musica nelle orecchie, di gente pazza che incontro solo io. Finisce una giornata col buio che avanza, con i piedi mezzi tagliati dalle ballerine scomode e il trucco sbiadito.
Mentre cammino verso casa, col passo sempre un po’ troppo veloce, pregusto la cena di stasera, che non è certo fenomenale, ma per lo meno riuscirà a placare la mia fame del momento. Penso a quando toglierò i jeans per infilare la mia tuta comoda; a quando legherò i capelli dimenticandomi di averli. Penso a quando accenderò la tv e scoprirò che non c’è niente di interessante.
Penso al tipo che stamattina rideva di gusto alle nostre battute, senza neanche conoscerci. A quell’altro che girava tranquillamente per i corridoi con la maglietta messa al contrario.
Penso anche ad un messaggio, quello della mia amica. Stamattina mi ha scritto di un sogno fatto, quello della sua vita tra dieci anni. Ha detto che c’ero anche io, che non mi anticipa cosa facevo.
Ti dico solo che eri una grande e che lo sarai”.

Mi ha messo curiosità. Cos’avrei potuto fare io tra dieci anni? Io che al momento una delle mie paure più grandi è quella di svegliarmi il giorno dopo della laurea e non sapere cosa fare, dove andare e perché farlo. Io che non so neanche a quale prof chiedere la tesi, mentre c’è tanta gente che ha già iniziato a scriverla. Io che mi guardo intorno e non so se sono nel posto giusto. Io e i miei sogni sbiaditi e incerti.
Io che penso di non sapere fare nulla; che da un anno a questa parte, il sabato mattina vado a fare la spesa al centro commerciale con il mio CV in borsa, pronta a destinarlo al primo negozio nella cui vetrina c’è il cartello “cercasi commessa” e non capisco perché chi ha un lavoro del genere si lamenti perché tocca lavorare anche la domenica.  Non che il mio sogno sia quello di fare la commessa, ma l’idea di mantenermi anche solo un minimo da sola non mi dispiace affatto.

Il messaggio finiva con un “noi eravamo sempre lontane, ma la distanza non aveva avuto alcun effetto sulla nostra amicizia”.
Il che è più che un sollievo. In un mare di incertezze, conosco per fortuna le persone su cui posso contare. So che oggi c’è lei; so che se oggi rispetto la sua amicizia (e lei rispetta la mia), allora la troverò al mio fianco anche domani.
Così faccio un ragionamento veloce. In fondo, chi lo sa, forse la mia vita funziona davvero un po’ come questa amicizia. Se mi rispetto oggi, se faccio quello che realmente voglio fare, se non mi accontento, se seguo i miei piccoli sogni, forse domani sarò soddisfatta di quello che ho fatto ieri.
In fondo la vita di ognuno è fatta di ieri, di domani e soprattutto di oggi. È fatta di piccole cose.

Senza accorgermene sono già arrivata al portone. La vicina di casa che incontro lì davanti mette punto a questi pensieri forse un po’ stupidi e scontati. In fondo ho partorito una cosa ovvia. La differenza, però, sta nel fatto che per una volta sono convinta di quello che penso.

[Comunicazione di servizio: date un'occhiata all'iniziativa di Marco: Foglie sulla neve]

lunedì 1 ottobre 2012

Inutilia

La mia sveglia suona alle nove in punto ed io, stranamente, non le oppongo resistenza. In realtà ho aperto gli occhi qualche istante prima del suo suono, sentito il rumore delle macchine che passano sull’asfalto bagnato e tirato le coperte su con le mani fino al mento. Credo di aver lasciato la finestra del bagno aperta stanotte, ecco la causa dell’aria fresca.

Spengo la sveglia, così da non sentire più quella canzone che avevo impostato come suoneria, quella melodia che un tempo mi piaceva, ma che, essendo stata destinata ad interrompere bruscamente i miei sonni, è automaticamente diventata oggetto d’odio. (Memo n.1:  se amate una canzone, non impostatela come suoneria della sveglia. Vi ritroverete ad odiarla dopo qualche settimana. Fonti: esperienza personale).

Dalle persiane proviene una luce molto debole, segno che il cielo è grigio e coperto anche oggi. Ma cosa importa, in fondo è domenica. È il giorno della settimana che più odio, è il giorno della lentezza, quello in cui la mia apatia raggiunge livelli massimi. Forse, se avessi qualcosa di entusiasmante da fare, potrei arrivare anche a rivalutarlo.

Non ho molta intenzione di mettere piede fuori dal letto, tanto non ho programmi per la giornata. Non ho nessun tipo di fretta. Accendo il cellulare, rispondo al buongiorno che mi manda ogni giorno la mia amica. Faccio un giro su facebook rendendomi ulteriormente conto di quante idiozie scrive lì la gente, di come voglia mettere in mostra la propria stupida febbre del sabato sera. Vado oltre le foto della gente immortalata in discoteca con fiumi di alcol in mano, oltre agli status di chi esulta per la partita della Juventus, vado oltre tutto. Arrivo in fondo alle notizie delusa e chiudo tristemente l’applicazione.

Tra Real Time ed sms, riesco ad alzarmi per fare colazione solo alle undici. Un caffè al ginseng, uno yogurt al melone (Memo n. 2: lo yogurt al melone ha un sapore pessimo) con i cereali. Poi mi guardo intorno e realizzo che casa mia è diventata una discarica, una soffitta, un garage. Ci sono troppe cose inutili qua dentro. Il mio modello di casa ideale è sicuramente minimale: vorrei tenere solo lo stretto necessario, lasciando fuori dalla porta il superfluo.
Convinco B. a darci un po’ da fare per buttare via qualcosa di inutile.
 Lei si dedica ad un paio di cassetti, io a parte dell’armadio e a qualche scaffale.
Mi armo di santa pazienza, di ipod, di molletta per capelli, di sacchetti vari e inizio a fare ordine. Esco fuori dalla camera dopo più di un’ora, più che soddisfatta del mio operato.
Ho deciso di portare un paio di borse che non uso da molto al mercatino dell’usato e di destinare diversi jeans attualmente troppo larghi al cassonetto della Caritas vicino casa. Il resto delle cose inutili sono finite in un altro bidone, quello della spazzatura. Sempre vicino casa.

Il motivo di tutto ciò che non ho né tempo, né spazio, né voglia per impegnare la mia vita in inutilità di vario genere. Il motivo è che ho capito che l’essenziale fa vivere meglio e che l’ordine degli ambienti in cui si vive contribuisce a togliere il caos nella mente di chi ci abita.
Ho scoperto l’acqua calda, insomma.
Prevedo che questa mia opera di smaltimento delle inutilità durerà ancora qualche domenica.
Magari finisco col farmi piacere questo giorno.

Detto ciò, mi rendo conto adesso che è ottobre. Ergo, non ho più scuse. Devo darmi una mossa e portare a compimento quelli che erano (e sono) i miei progetti per il (metaforico) nuovo anno.