"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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venerdì 26 ottobre 2012

Venerdì

Pomeriggio di venerdì.
Aula studio: sempre quella.
Libri di economia: sempre loro.
Incapacità di capire al primo colpo i vari grafici: sempre presente.
Insomma, non manca niente.

Sono da poco passate le sei. Sono qui da almeno tre ore. Non ho molta voglia di tornare a casa adesso, avrò tutto il tempo per star lì questo weekend.
Non ho grandi progetti per i prossimi giorni. Penso che farò le stesse cose di sempre. La spesa per la settimana, per dirne una. Da brava donnina di casa quale faccio finta di essere.
Mi dedicherò alla mia solita ricerca di cartelli recanti la scritta “cercasi commessa”, in giro per i negozi del centro, per dirne un’altra.

Mi serve un lavoro, uno qualsiasi. Uno che mi permetta di  pesare meno sui miei.
È da circa un anno che lo cerco, ma temo che il mio CV abbia qualcosa che non va, dal momento che nessuno richiama mai. L’ho modificato un paio di volte, in tutto questo tempo. Ho cercato consigli e suggerimenti efficaci su internet, ma niente.
Non attira.
Sarà che non ho alle spalle grandi esperienze lavorative; sarà che quell’ “iscritta al quinto anno di Giurisprudenza” fa pensare alla gente qualunquista che io sia la classica figlia di papà che di fatto non ha un bisogno concreto di lavorare; sarà che il posto in cui sono nata è lontano da qui.

Non so il motivo. So solo che nel corso dei mesi passati le ho pensate un po’ tutte.
Ho stupidamente pensato anche di aver sbagliato a scrivere il numero di cellulare. Ovviamente era scritto in modo corretto. E qui sorrido un po’.
C’è chi dice che io a volte sia ingenua. In realtà è che non mi va di pensare male.

Questo in arrivo sarà il weekend che –dicono- porterà definitivamente il freddo. E anche l’orario solare
Ci sarà più buio nelle nostre giornate. Alle cinque del pomeriggio non vedremo l’ora di rincasare.

Quando avevo qualcosa come undici anni, ricordo che io e la mia compagna di banco storica (sempre lei: dal primo giorno di primina all’ultimo di liceo, giuro) vedevamo il cambiamento d’orario come un evento tragico, negativo, triste.
Tutto ciò portava a voler sfruttare tutte le ore di luce rimaste a disposizione fino alla fine. Uscire il sabato pomeriggio era un obbligo, un impegno al quale non potevamo sottrarci. Era l’ultimo legame con la bella stagione.

La mia visione attuale della cosa ovviamente è cambiata. Mi fa piacere far tornare indietro le lancette. Ne approfitto, tanto per cambiare, per fare qualche bilancio (ovviamente non di tipo economico) su quanto sia cambiato dall’ultima volta in cui ho modificato l’orario dell’orologio.

Il buio del pomeriggio mi fa tornare indietro nel tempo, a quando mia madre era incinta di mio fratello e aspettava affacciata dal balcone, alle cinque del pomeriggio, che tornassi da scuola col pulmino giallo.
Mi faceva salire a casa, mi dava la merenda che aveva preparato e lasciato sul tavolo in attesa del mio rientro e insieme andavamo a sentire la novena dell’Immacolata.

Ricordavo i canti, la luce fioca della chiesa, la noia delle prediche che non ascoltavo. Il caldo del mio piumino, il vento che veniva dal mare.
Tradizioni perse da tanti anni ormai. Tradizioni, situazioni che non tornano indietro delle quali rimangono tanti bei ricordi.
Ecco, a me il buio alle cinque fa pensare a questo.

È tardi ormai. Bisogna che torni a casa.
Il mio stomaco si fa sentire.
Ho bisogno del the caldo, della barretta croccante al cioccolato. Della tuta blu, degli occhiali da vista.
Di B che racconta la sua giornata tenendo stretta tra le mani la sua tazza rossa.
Di chiudere le finestre e di ricordarmi di quando le ho aperte stamattina con una certa ansia di fondo, chiedendomi che giornata sarebbe stata  quella di oggi.

domenica 14 ottobre 2012

Foglie sulla neve #1 - Caro Maestro

Mercoledì mattina. Non ho lezione, non mi sento neanche bene. Decido di rimanere a casa, in tuta, in libertà. Studio qui oggi, non metto naso fuori casa. Domani invece passerò la mia giornata in facoltà, dal mattino fino alla sera. Recuperiamo quindi le forze, così domani sarò pronta a tutto.

Faccio la mia solita colazione, mi sveglio per bene. Apro tutte le finestre di case, mi rendo conto che fuori c’è un bel po’ di nebbia e che l’aria è più fresca degli altri giorni. Colpa dell’autunno che avanza. Mi soffermo un attimo a guardare la piantina che ha comprato B.: cresce bene, è sempre più colorata e folta. È delicata, elegante, per niente grossolana: è come lei.
Poi passo al letto. Sia mai che non lo sistemi per bene. Se è disfatto, la giornata non può iniziare. Sono troppo precisa (e pignola) su certe cose. Mea culpa.

Alla fine, mi rendo conto che è giunta l’ora di aprire il libro di economia. È una materia che odio, me la trascino dietro da anni ormai, ma adesso è arrivato il momento di togliermela (spero) dai piedi. Quei grafici mi fanno ribrezzo. Il prof mi sta antipatico. Credo che un esame del genere sia altamente inutile in una facoltà come la mia.
Ma purtroppo è lì, nel piano di studi. Ergo, mi tocca studiare.

Così comincio a leggere, sottolineare, fare i miei schemi, i miei grafici stupidi, i miei ragionamenti da deficiente. Mi sembra sia passata una vita da quando mi sono seduta. Guardo l’orologio e mi rendo conto che sono passati solo tre quarti d’ora. Di questo passo, la mattinata non finirà mai.
Faccio un giro su internet, dal cellulare. Leggo la ricetta delle polpettine svedesi dell’Ikea, guardo un po’ di news locali. Poi inizio a messaggiare con un paio di amici. Apro il portone alla postina, scendo giù a vedere se è arrivato qualcosa. Poi risalgo, mangio una mela. Lavo le tazzine della colazione.

Sarà passata al massimo mezz’ora. Posso finire la mia lunga pausa.
E invece no, si sono fatte le dodici. La mia voglia di studiare oggi non si sa dove sia finita. Forse in Africa, che importa (cit.).
Chiudo definitivamente i libri, senza troppi sensi di colpa. Mi fiondo sul divano. Telecomando in mano, inizio a fare zapping. Noia anche qui, tra gente che cucina, programmi stupidi e … Ad un tratto rimango di stucco. Ci sono delle immagini che mi rimandano ad un ricordo lontano.

È “Caro Maestro”. È la fiction che adoravo da bambina. Non ci posso credere. La trasmettevano su Canale 5 quando io avevo circa 5/6 anni. Ricordo che facevo la primina, la guardavo sempre con mia sorella, davanti la tv in camera nostra. La scelta di mettere un televisore in camera,all’epoca, suscitò un polverone di critiche da parte di mezzo parentato: non era una saggia scelta, secondo alcuni. Secondo noi invece era una cosa geniale. Potevamo guardare tutti i cartoni che volevamo. Ovviamente c’erano le solite raccomandazioni: non stare troppo tempo lì davanti, non guardarla da una distanza ridotta (dicevano che faceva male alla vista, sarà stato vero?).

E insomma, io adoravo questa fiction. Invidiavo mia sorella che era già alle elementari da un pezzo. Pensavo a lei come ad una di quelle bambine che vedevo nelle varie puntate: “grandi”, indipendenti; di quelle che hanno in classe gente simpatica, che mangiano tutti insieme a mensa, insieme a maestri spassosi e a tanta libertà. Tutto ciò a differenza mia, che con la suora in classe mi sentivo un po’ in galera.

E poi vedo le salopette di jeans. Io ne avevo almeno tre. È stato il primo capo di abbigliamento per il quale ho provato una sorta di passione. Ho dovuto buttare la mia prima salopette solo quando era ormai troppo vecchia per poter essere messa ancora.
Noto la stranezza della moda del tempo. Noto Elisa, ricordo che quel nome mi piacque talmente tanto da darlo alle mie bambole. Ricordo che all’epoca rimasi stupita dal fatto che lei, invece di “tu”, diceva “te”. E la prendevo anche un po’ in giro, perché sapevo che sbagliava a dire così. Chi l’avrebbe mai detto che qualcosa come tredici anni dopo sarei finita anche io in un posto dove la gente dice “te” invece di “tu” …

Insomma, la visione di questa fiction mi ha un po’ cambiato la giornata. Mi ha reso un po’ nostalgica, mi ha riportato indietro ai tempi della spensieratezza. È stata una foglia sulla neve.

E voi avete una fiction, un programma televisivo per il quale impazzivate da piccoli?

lunedì 1 ottobre 2012

Inutilia

La mia sveglia suona alle nove in punto ed io, stranamente, non le oppongo resistenza. In realtà ho aperto gli occhi qualche istante prima del suo suono, sentito il rumore delle macchine che passano sull’asfalto bagnato e tirato le coperte su con le mani fino al mento. Credo di aver lasciato la finestra del bagno aperta stanotte, ecco la causa dell’aria fresca.

Spengo la sveglia, così da non sentire più quella canzone che avevo impostato come suoneria, quella melodia che un tempo mi piaceva, ma che, essendo stata destinata ad interrompere bruscamente i miei sonni, è automaticamente diventata oggetto d’odio. (Memo n.1:  se amate una canzone, non impostatela come suoneria della sveglia. Vi ritroverete ad odiarla dopo qualche settimana. Fonti: esperienza personale).

Dalle persiane proviene una luce molto debole, segno che il cielo è grigio e coperto anche oggi. Ma cosa importa, in fondo è domenica. È il giorno della settimana che più odio, è il giorno della lentezza, quello in cui la mia apatia raggiunge livelli massimi. Forse, se avessi qualcosa di entusiasmante da fare, potrei arrivare anche a rivalutarlo.

Non ho molta intenzione di mettere piede fuori dal letto, tanto non ho programmi per la giornata. Non ho nessun tipo di fretta. Accendo il cellulare, rispondo al buongiorno che mi manda ogni giorno la mia amica. Faccio un giro su facebook rendendomi ulteriormente conto di quante idiozie scrive lì la gente, di come voglia mettere in mostra la propria stupida febbre del sabato sera. Vado oltre le foto della gente immortalata in discoteca con fiumi di alcol in mano, oltre agli status di chi esulta per la partita della Juventus, vado oltre tutto. Arrivo in fondo alle notizie delusa e chiudo tristemente l’applicazione.

Tra Real Time ed sms, riesco ad alzarmi per fare colazione solo alle undici. Un caffè al ginseng, uno yogurt al melone (Memo n. 2: lo yogurt al melone ha un sapore pessimo) con i cereali. Poi mi guardo intorno e realizzo che casa mia è diventata una discarica, una soffitta, un garage. Ci sono troppe cose inutili qua dentro. Il mio modello di casa ideale è sicuramente minimale: vorrei tenere solo lo stretto necessario, lasciando fuori dalla porta il superfluo.
Convinco B. a darci un po’ da fare per buttare via qualcosa di inutile.
 Lei si dedica ad un paio di cassetti, io a parte dell’armadio e a qualche scaffale.
Mi armo di santa pazienza, di ipod, di molletta per capelli, di sacchetti vari e inizio a fare ordine. Esco fuori dalla camera dopo più di un’ora, più che soddisfatta del mio operato.
Ho deciso di portare un paio di borse che non uso da molto al mercatino dell’usato e di destinare diversi jeans attualmente troppo larghi al cassonetto della Caritas vicino casa. Il resto delle cose inutili sono finite in un altro bidone, quello della spazzatura. Sempre vicino casa.

Il motivo di tutto ciò che non ho né tempo, né spazio, né voglia per impegnare la mia vita in inutilità di vario genere. Il motivo è che ho capito che l’essenziale fa vivere meglio e che l’ordine degli ambienti in cui si vive contribuisce a togliere il caos nella mente di chi ci abita.
Ho scoperto l’acqua calda, insomma.
Prevedo che questa mia opera di smaltimento delle inutilità durerà ancora qualche domenica.
Magari finisco col farmi piacere questo giorno.

Detto ciò, mi rendo conto adesso che è ottobre. Ergo, non ho più scuse. Devo darmi una mossa e portare a compimento quelli che erano (e sono) i miei progetti per il (metaforico) nuovo anno.

giovedì 12 luglio 2012

Di giornate che non vanno come speri

… E poi ci sono le giornate come queste, in cui ti svegli con il cuscino bagnato di sudore, i capelli più scombinati del solito e la faccia sconvolta come se non avessi chiuso occhio tutta la notte. La casa è vuota perché B. ha un esame ed è uscita prestissimo. Le ho dato l’in bocca al lupo mentre dormivo, ma le mando lo stesso un messaggio, casomai me lo fossi sognato e non l’avessi fatto nella realtà.

Giù dal letto, in piedi, doccia altrimenti non mi sveglio. Colazione solitaria con l’unica cosa di commestibile che c’è in casa: uno yogurt, ai frutti di bosco tra l’altro. Parentesi: ma chi compra volontariamente lo yogurt ai frutti di bosco? A me capita di mangiarlo solo quando lo trovo,per caso, nei pacchi sfigati da otto. Non mi sognerei mai di acchiappare una confezione da due ai frutti di bosco, dal banco frigo della Coop.
Un cucchiaino dietro l’altro e riesco a vedere il fondo del vasetto.
Apro l’armadio e come sempre penso di non avere niente da mettere. Alla fine opto per jeans e maglia nera, rendendomi conto solo appena uscita che il nero mi fa sembrare più bianca di quello che sono. Potrei illuminare una camera buia, sembro fosforescente.

Caffè con tanto di cuore disegnato col cacao al bar di fiducia e mattinata in aula studio con N. ad aspettare un’apparizione, a sperare in un’intercessione divina, in una forza soprannaturale che portasse lì tra quei corridoi pieni di noia proprio colui il quale ha fatto notare la sua assenza nei tre giorni precedenti. Miracolo che non è avvenuto, come sempre.

Poi la pausa pranzo, a casa. Alle tre sono di nuovo fuori, direzione aula studio, sotto il sole cocente.
Temo quasi che i miei sandali si fondano a contatto con l’asfalto rovente.

Domani io e N. abbiamo un esame.
Passiamo il pomeriggio a ripetere e a sorridere della nostra presunta ignoranza.
Poi ad un tratto riappare colui il quale distrae la mia testa dallo studio da un mese abbondante a questa parte.
… E quindi al terzo giorno resuscitò, in tutto il suo splendore. Ma invece della tunica bianca, addosso ha la maglia blu di Superman.
Ci vede, ride, “Sempre qua voi due!”. Noi si, sempre qua. A quanto pare ci divertiamo a passare giornate intere qua dentro. Ma tu dove sei stato tutto ‘sto tempo?
Due secondi per parlare l’ennesima volta di esami e di date di appelli. Sa che domani ne abbiamo uno, dà l’in bocca al lupo, augura buono studio ed entra nella sua sala solita.
Venti minuti dopo esce, con lo zaino in spalla. L’ha chiamato un’amica, la raggiunge per studiare insieme.
Buono studio ragazze”.
Come se fosse facile studiare quando tu non ci sei. Come se fosse facile studiare sapendo che l’esame è domani e che tu preferisci stare con la tua amica e non qui a due passi da me.
Mi sono scocciata di sentirmi augurare buono studio all’infinito, come se non ci fosse nient’altro al mondo di cui parlare. Mi sono scocciata di scorgere sorrisi furtivi tra una pausa e l’altra. E vai pure dalla tua amica, “buono studio anche a te”, idiota.

Alle sei torno a casa, immersa nei miei pensieri, felice ed entusiasta come un becchino che presta servizio il giorno del suo compleanno. Sul portone qualcuno ha attaccato una foto in bianco e nero con su scritto qualcosa. La guardo bene, è la mia vicina di casa. A quanto pare oggi si è laureata.

E basta. La mia giornata finisce così, con gli appunti sparsi sul tavolo, una bottiglia d’acqua a metà e una borsa da sistemare. Un computer su cui scrivere, un pantaloncino ridicolo a fiori e una canottiera nera. Con un sms della mamma che ti dice che siamo la cosa più bella della sua vita; col pensiero che magari avresti voluto che queste parole te le avesse dette anche qualcun altro. Con la constatazione del fatto che la vicina di casa neolaureata sui tacchi non ci sa proprio camminare. Con la consapevolezza di non sentirsi molto pronti all’esame di domani e un inusuale menefreghismo che mi porta a pensare che poi in fondo non me ne fotte un cazzo se non va come penso.

domenica 16 maggio 2010

weekend

Week end all’insegna dell’incessante pioggia, fatta eccezione per questo pomeriggio, quando al contrario, avrebbe dovuto buttare acqua a non finire, in modo da evitare tutto questo casino post partita. Dalle cinque alle sette ho sentito solo rumori macchine, clacson, urla di gioia. Non riuscivo a sentire cosa si diceva in casa! Però mi sono lasciata coinvolgere da quest’aria di festa e non ho aperto libro.

Ieri mattina, appena mi sono svegliata, ho guardato fuori dalla finestra, scoprendo un tempo grigio-novembre veramente poco allegro. Ok, io odio il caldo, per cui dovrebbe farmi piacere un po’ di fresco, soprattutto ora che devo solo studiare e non fare altro tipo andare al mare, ma il tempo così mi fa venire una malinconia assurda. Ieri pomeriggio mi ha sfiorato l’idea di prendere una cioccolata calda, tanto era autunnale il tempo. Poi vabbè, ho optato per il solito caffè.

Poi sono dovuta uscire di casa, causa dispensa vuota. Ho fatto un po’ di strada a piedi, con l’ombrello. L’ombrello sì, in mano però. Rotto, esanime. È un classico: l’ombrello si rompe proprio quando ne hai più bisogno. E dire che prima di comprarlo l’ho esaminato per bene, talmente tanto accuratamente che la commessa del negozio pensava fossi pazza. Eh ma lei non conosce mica le piogge a cui vado incontro io. E della sfiga che mi ritrovo. Soprattutto quella.

C’era in progetto di mangiare oggi a pranzo pollo con patate. A me non piace tantissimo il pollo, ma mi sono fatta convincere e ho aggiunto la voce “pollo” alla lista della spesa. Solitamente compra il pollo B., ma, come dicevo, la spesa ieri l’ho fatta io. Allora mi sono ritrovata davanti questo banco frigo pieno di vaschette con carne di ogni tipo. Reparto a me sconosciuto, dato che il massimo della carne che si mangia qua in casa è quella del ripieno del kebab. Mi ricordavo comunque del fatto che B. prendeva sempre un pollo dalle piccole dimensioni, quindi ho afferrato il più piccolo. Un galletto.

Quando sono tornata a casa (fradicia, mi si poteva strizzare la giacca e dissetare un villaggio intero) si è messa a posare la spesa. Ha visto il pollo e mi ha guardata come se avessi comprato chissà quale cosa orrenda. A quanto pare era decisamente troppo piccolo, e andava a 6,20 euro al chilo, a differenza di quello che prende lei solitamente, molto più economico e grande. Ha scherzato e riso di questa cosa fino a dieci minuti fa. Non che ci fosse tanto da ridere. Alla fine sto galletto della discordia è stato cucinato e mangiato normalmente.

Il film del fine settimana è stato “Pane e tulipani”. Mi è piaciuto anche questo. Personaggio preferito: Fernando. Uomo d’altri tempi, di un’eleganza e una finezza indescrivibili. Ha un linguaggio gentilissimo e aulico. Riesce a dire qualsiasi cosa senza mai essere volgare. L’uomo perfetto.

Fox mi ha piazzato al settimo posto, cinque posti in meno rispetto la scorsa settimana. Vedremo che ne sarà di me. Verificherò, of course! Mi aspetta una bella settimana.