Pomeriggio di venerdì.
Aula studio: sempre quella.
Libri di economia: sempre loro.
Incapacità di capire al primo colpo i vari grafici: sempre presente.
Insomma, non manca niente.
Sono da poco passate le sei. Sono qui da almeno tre ore. Non ho molta voglia di tornare a casa adesso, avrò tutto il tempo per star lì questo weekend.
Non ho grandi progetti per i prossimi giorni. Penso che farò le stesse cose di sempre. La spesa per la settimana, per dirne una. Da brava donnina di casa quale faccio finta di essere.
Mi dedicherò alla mia solita ricerca di cartelli recanti la scritta “cercasi commessa”, in giro per i negozi del centro, per dirne un’altra.
Mi serve un lavoro, uno qualsiasi. Uno che mi permetta di pesare meno sui miei.
È da circa un anno che lo cerco, ma temo che il mio CV abbia qualcosa che non va, dal momento che nessuno richiama mai. L’ho modificato un paio di volte, in tutto questo tempo. Ho cercato consigli e suggerimenti efficaci su internet, ma niente.
Non attira.
Sarà che non ho alle spalle grandi esperienze lavorative; sarà che quell’ “iscritta al quinto anno di Giurisprudenza” fa pensare alla gente qualunquista che io sia la classica figlia di papà che di fatto non ha un bisogno concreto di lavorare; sarà che il posto in cui sono nata è lontano da qui.
Non so il motivo. So solo che nel corso dei mesi passati le ho pensate un po’ tutte.
Ho stupidamente pensato anche di aver sbagliato a scrivere il numero di cellulare. Ovviamente era scritto in modo corretto. E qui sorrido un po’.
C’è chi dice che io a volte sia ingenua. In realtà è che non mi va di pensare male.
Questo in arrivo sarà il weekend che –dicono- porterà definitivamente il freddo. E anche l’orario solare
Ci sarà più buio nelle nostre giornate. Alle cinque del pomeriggio non vedremo l’ora di rincasare.
Quando avevo qualcosa come undici anni, ricordo che io e la mia compagna di banco storica (sempre lei: dal primo giorno di primina all’ultimo di liceo, giuro) vedevamo il cambiamento d’orario come un evento tragico, negativo, triste.
Tutto ciò portava a voler sfruttare tutte le ore di luce rimaste a disposizione fino alla fine. Uscire il sabato pomeriggio era un obbligo, un impegno al quale non potevamo sottrarci. Era l’ultimo legame con la bella stagione.
La mia visione attuale della cosa ovviamente è cambiata. Mi fa piacere far tornare indietro le lancette. Ne approfitto, tanto per cambiare, per fare qualche bilancio (ovviamente non di tipo economico) su quanto sia cambiato dall’ultima volta in cui ho modificato l’orario dell’orologio.
Il buio del pomeriggio mi fa tornare indietro nel tempo, a quando mia madre era incinta di mio fratello e aspettava affacciata dal balcone, alle cinque del pomeriggio, che tornassi da scuola col pulmino giallo.
Mi faceva salire a casa, mi dava la merenda che aveva preparato e lasciato sul tavolo in attesa del mio rientro e insieme andavamo a sentire la novena dell’Immacolata.
Ricordavo i canti, la luce fioca della chiesa, la noia delle prediche che non ascoltavo. Il caldo del mio piumino, il vento che veniva dal mare.
Tradizioni perse da tanti anni ormai. Tradizioni, situazioni che non tornano indietro delle quali rimangono tanti bei ricordi.
Ecco, a me il buio alle cinque fa pensare a questo.
È tardi ormai. Bisogna che torni a casa.
Il mio stomaco si fa sentire.
Ho bisogno del the caldo, della barretta croccante al cioccolato. Della tuta blu, degli occhiali da vista.
Di B che racconta la sua giornata tenendo stretta tra le mani la sua tazza rossa.
Di chiudere le finestre e di ricordarmi di quando le ho aperte stamattina con una certa ansia di fondo, chiedendomi che giornata sarebbe stata quella di oggi.