Non è un bel periodo, ve l’avevo già detto. Il mio silenzio da queste parti ne è la prova. Ci sono una serie di cose che mi stanno rendendo le giornate più pesanti del solito. Ci sono quelle brutte notizie che arrivano da lontano, capaci di destabilizzarti come poche altre cose in questo mondo. Cose che si aggiungono ai normali problemi quotidiani, all’università e allo studio che per la prima volta in quasi cinque anni non vanno come speravo che andassero.
Segno che c’è sempre una prima volta. Ma io mi sto domandando da un po’ se questa massima valga anche per le cose belle. Sono ancora in attesa di qualcosa che possa stravolgere la mia vita in positivo, per intenderci. Non voglio la luna, voglio sono sorridere un po’ più spesso.
La mia amica mi ha proposto di andare ad un concerto l’altra sera. Si esibiva un gruppo locale, probabilmente anche famoso, in un posto alquanto particolare dove non ero mai stata prima in questi quattro anni di permanenza in questa città. Ci passavo davanti ogni volta che facevo le mie camminate veloci durante la bella stagione, sudata come se fossi uscita da una sauna. Lo vedevo da fuori e pensavo fosse uno di quei posti per disadattati sociali o comunque un locale molto … alla mano.
Tutto sommato mi sono ricreduta.
E quindi aula studio, corsa, doccia. L’intero armadio sul letto alle nove di sera, perché noi donne se non sappiamo cosa metterci quando siamo serene e tranquille, quando siamo un po’ più “agitate” del solito insceniamo una vera e propria tragedia in cui il pensiero del “non ho niente da mettermi” si ripete nelle nostre teste in modo ossessivo compulsivo per circa tre quarti d’ora, mentre si va avanti e indietro dall’armadio allo specchio e viceversa.
E poi si esce, finalmente. Con i capelli che non sono mai a posto, con le chiavi di casa in una mano che fanno rumore sbattendo una con l’altra mentre percorro le scale correndo. Il cellulare nell’altra mano, come se non avessimo borse. Sempre in ritardo, per qualche strana ragione.
Concerto sia, dunque.
Il locale per (ex)disadattati sociali non è poi così male. Piccolo e pieno, un caldo da ferragosto, mentre fuori magari ci sono solo tre gradi.
Hai una bella scrittura, mi dice il tipo a cui porgo il foglio con le cose che mi ha detto di scrivere (strane prassi da locale per (ex)disadattati social, quella di dover compilare dei fogli).
Una birra fredda in un bicchiere, quattro chiacchiere con l’amica sedute in un angolo del locale. E poi il gruppo inizia la sua esibizione, il che decreta la fine dei nostri discorsi.
Cinque ragazzi che avranno più o meno la mia età, carichi come un bambino che piange nel cuore della notte mentre mamma e papà vorrebbero dormire cinque minuti. Si dimenano, in quel quadrato di palco che hanno creato. Canzoni allegre, da ballare, da canticchiare. Un ritmo coinvolgente, senza dubbio.
E poi la gomitata dell’amica al braccio. Mi indica discretamente l’altro lato del locale.
Guarda lì!
Cosa avrà visto mai?
Io guardo, sapendo già in partenza che non capirò cosa o chi mi sta indicando. Dura la vita dei miopi che non fanno un controllo alla vista da anni, pur studiando in continuazione, e addosso hanno delle lenti a contatto da cambiare il prima possibile.
Ma forse i miracoli esistono ed io capisco subito a cosa si riferiva la gomitata.
Non poteva esserci scossone migliore, in questo momento grigio.
Uno scossone che ha la figura di chi speravo di vedere da troppi mesi ormai. Ha un volto che ho cercato tra la folla nei sabati pomeriggio autunnali di questa città. Un volto che ho sperato di ritrovare per i corridoi dell’aula studio. Quel volto che mesi fa ha fatto sì che mi presentassi ad un esame fregandomene altamente del suo esito.
Ed è lì, a qualche passo da me, tutto quello che non ho potuto vedere per tutto questo tempo.
Aggiungilo su face book,su! è stata la frase che mi sono più sentita ripetere nei mesi estivi. Ma si sa che io sono all’antica. Figuriamoci se mi metto ad aggiungere gente su faccialibro come se niente fosse.
Del resto del concerto non ho più capito niente. Avrebbero potuto cantare l’Ave Maria senza che io me ne accorgessi. Se prima faceva caldo lì dentro, dopo la notizia della sua presenza, in quel posto avrebbero potuto benissimo cuocere il pane per il giorno dopo.
È la sospensione del mondo ed io in tutto ciò mi sento un po’ (leggi pure: tanto) cretina.
Poi il concerto finisce, non so neanche io quanto sia durato in tutto.
La confusione aumenta, la gente si alza dai tavoli, si sposta per il locale. È un attimo e ce l’ho vicino.
Timida più del solito non capisco più niente.
Non si ricorda certo di me, sono passati più di sette mesi ormai.
… E poi io ho la faccia più anonima di questo mondo, almeno così ho sempre creduto.
… chissà quanta gente ha conosciuto in tutto questo tempo.
… e ci metto la mano sul fuoco che ho le guance rosse come il naso di clown…
E poi, inaspettatamente, mi saluta. Si avvicina, mi avvicino.
Come stai? Non ci vediamo più a studiare.
E no, non ci vediamo. Lo so che non ci vediamo. Mi dice anche altre cose, qualche domanda sull’università, mi chiede se studio ancora in quell’aula studio. Lui va in un altro posto che conosco, ma che non mi ha mai attirato molto. Commenta il gruppo, dice di conoscerli.
Parliamo di qualcosa, poi va a fumare.
Mezz’ora dopo io e la mia amica usciamo dal locale. Un’ora dopo sono nel mio letto caldo a guardare il soffitto. Penso che se fossi un po’ più sicura di me stessa tutto potrebbe essere diverso.
Forse non è normale pensare che gli altri si possano dimenticare della mia faccia, del mio nome, dei miei discorsi così facilmente.
Mi addormento con questi pensieri e mi risveglio qualche ora dopo.
Mentre prendo il caffè mi rendo conto che non ho avuto gli incubi stanotte.
Mi rendo conto che l’unico sogno di cui ho memoria aveva a che fare con lui e non era di certo un incubo.
Mi rendo conto che fuori finalmente c’è il sole.
Mi rendo conto che forse quel sole, stamattina, ce l’ho dentro al cuore ...