"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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venerdì 15 febbraio 2013

"E quel sole ce l'hai dentro al cuore" *

Non è un bel periodo, ve l’avevo già detto. Il mio silenzio da queste parti ne è la prova. Ci sono una serie di cose che mi stanno rendendo le giornate più pesanti del solito. Ci sono quelle brutte notizie che arrivano da lontano, capaci di destabilizzarti come poche altre cose in questo mondo.  Cose che si aggiungono ai normali problemi quotidiani, all’università e allo studio che per la prima volta in quasi cinque anni non vanno come speravo che andassero.
Segno che c’è sempre una prima volta. Ma io mi sto domandando da un po’ se questa massima valga anche per le cose belle. Sono ancora in attesa di qualcosa che possa stravolgere la mia vita in positivo, per intenderci. Non voglio la luna, voglio sono sorridere un po’ più spesso.

La mia amica mi ha proposto di andare ad un concerto l’altra sera. Si esibiva un gruppo locale, probabilmente anche famoso, in un posto alquanto particolare dove non ero mai stata prima in questi quattro anni di permanenza in questa città. Ci passavo davanti ogni volta che facevo le mie camminate veloci durante la bella stagione, sudata come se fossi uscita da una sauna. Lo vedevo da fuori e pensavo fosse uno di quei posti per disadattati sociali o comunque un locale molto … alla mano.
Tutto sommato mi sono ricreduta.
E quindi aula studio, corsa, doccia. L’intero armadio sul letto alle nove di sera, perché noi donne se non sappiamo cosa metterci quando siamo serene e tranquille, quando siamo un po’ più “agitate” del solito insceniamo una vera e propria tragedia in cui il pensiero del “non ho niente da mettermi” si ripete nelle nostre teste in modo ossessivo compulsivo per circa tre quarti d’ora, mentre si va avanti e indietro dall’armadio allo specchio e viceversa.
E poi si esce, finalmente. Con i capelli che non sono mai a posto, con le chiavi di casa in una mano che fanno rumore sbattendo una con l’altra mentre percorro le scale correndo. Il cellulare nell’altra mano, come se non avessimo borse. Sempre in ritardo, per qualche strana ragione.

Concerto sia, dunque.
Il locale per (ex)disadattati sociali non è poi così male. Piccolo e pieno, un caldo da ferragosto, mentre fuori magari ci sono solo tre gradi.
Hai una bella scrittura, mi dice il tipo a cui porgo il foglio con le cose che mi ha detto di scrivere (strane prassi da locale per (ex)disadattati social, quella di dover compilare dei fogli).
Una birra fredda in un bicchiere, quattro chiacchiere con l’amica sedute in un angolo del locale. E poi il gruppo inizia la sua esibizione, il che decreta la fine dei nostri discorsi.
Cinque ragazzi che avranno più o meno la mia età, carichi come un bambino che piange nel cuore della notte mentre mamma e papà vorrebbero dormire cinque minuti. Si dimenano, in quel quadrato di palco che hanno creato. Canzoni allegre, da ballare, da canticchiare. Un ritmo coinvolgente, senza dubbio.

E poi la gomitata dell’amica al braccio. Mi indica discretamente l’altro lato del locale.
Guarda lì!
Cosa avrà visto mai?
Io guardo, sapendo già in partenza che non capirò cosa o chi mi sta indicando. Dura la vita dei miopi che non fanno un controllo alla vista da anni, pur studiando in continuazione, e addosso hanno delle lenti a contatto da cambiare il prima possibile.
Ma forse i miracoli esistono ed io capisco subito a cosa si riferiva la gomitata.
Non poteva esserci scossone migliore, in questo momento grigio.
Uno scossone che ha la figura di chi speravo di vedere da troppi mesi ormai. Ha un volto che ho cercato tra la folla nei sabati pomeriggio autunnali di questa città. Un volto che ho sperato di ritrovare per i corridoi dell’aula studio. Quel volto che mesi fa ha fatto sì che mi presentassi ad un esame fregandomene altamente del suo esito.
Ed è lì, a qualche passo da me, tutto quello che non ho potuto vedere per tutto questo tempo.
Aggiungilo su face book,su! è stata la frase che mi sono più sentita ripetere nei mesi estivi. Ma si sa che io sono all’antica. Figuriamoci se mi metto ad aggiungere gente su faccialibro come se niente fosse.

Del resto del concerto non ho più capito niente. Avrebbero potuto cantare l’Ave Maria senza che io me ne accorgessi. Se prima faceva caldo lì dentro, dopo la notizia della sua presenza, in quel posto avrebbero potuto benissimo cuocere il pane per il giorno dopo.
È la sospensione del mondo ed io in tutto ciò mi sento un po’ (leggi pure: tanto) cretina.

Poi il concerto finisce, non so neanche io quanto sia durato in tutto.
La confusione aumenta, la gente si alza dai tavoli, si sposta per il locale. È un attimo e ce l’ho vicino.
Timida più del solito non capisco più niente.
Non si ricorda certo di me, sono passati più di sette mesi ormai.
E poi io ho la faccia più anonima di questo mondo, almeno così ho sempre creduto.
… chissà quanta gente ha conosciuto in tutto questo tempo.
… e ci metto la mano sul fuoco che ho le guance rosse come il naso di clown…

E poi, inaspettatamente, mi saluta. Si avvicina, mi avvicino.
Come stai? Non ci vediamo più a studiare.
E no, non ci vediamo. Lo so che non ci vediamo. Mi dice anche altre cose, qualche domanda sull’università, mi chiede se studio ancora in quell’aula studio. Lui va in un altro posto che conosco, ma che non mi ha mai attirato molto. Commenta il gruppo, dice di conoscerli.
Parliamo di qualcosa, poi va a fumare.

Mezz’ora dopo io e la mia amica usciamo dal locale. Un’ora dopo sono nel mio letto caldo a guardare il soffitto. Penso che se fossi un po’ più sicura di me stessa tutto potrebbe essere diverso.
Forse non è normale pensare che gli altri si possano dimenticare della mia faccia, del mio nome, dei miei discorsi così facilmente.

Mi addormento con questi pensieri e mi risveglio qualche ora dopo.
Mentre prendo il caffè mi rendo conto che non ho avuto gli incubi stanotte.
Mi rendo conto che l’unico sogno di cui ho memoria aveva a che fare con lui e non era di certo un incubo.
Mi rendo conto che fuori finalmente c’è il sole.
Mi rendo conto che forse quel sole, stamattina, ce l’ho dentro al cuore ...


mercoledì 14 marzo 2012

Dieci marzo duemiladodici


















"Ritrovarsi in un locale poco illuminato, ad un grande tavolo di legno con gente che non si è mai vista in vita propria; litri di birra, lingue diverse, pochissime ore di sonno alle spalle, vestiti impregnati dell'odore di sigarette. Una sorta di torre di Babele, in cui si genera più familiarità che caos, tanta voglia di condivisione, desiderio sfrenato di conoscere le vite degli altri che ti circondano, nonostante mi ritrovi nella gabbia della timidezza".




"Non so se rivedrò di nuovo questa gente, questi posti, questo fiume con dei lucchetti anomali. Me li voglio godere, adesso, senza pensare a dopo. Ho la mente libera, non penso a nulla. Credo di essere sospesa in un mondo ovattato. A volte, per me, è la lontananza la panacea dei miei mali".




Sono tornata.

Sono stata in Austria per un paio di giorni. Non ho trovato molta neve, per fortuna.

Ho visitato una bellissima città e notato, con molta gioia, che quello degli austriaci-persone "fredde" è solo l'ennesimo luogo comune che affolla questo mondo. Gli austriaci, per lo meno quelli che ho potuto conoscere, sono delle persone meravigliose.

giovedì 11 agosto 2011

Chi se ne frega ...

Notte di San Lorenzo, è festa in un paese vicino al mio.
Ci vado, insieme ai miei amici. Trovare parcheggio, come sempre, è un’impresa non di poco conto. Alla fine ce la facciamo, avvistiamo un posto libero al buio e ci incamminiamo verso le luci.
C’è troppa gente ed io la odio, la confusione.
Questa sera però sembra essere bella così com’è, anche con migliaia di gente di troppo attorno. Le stelle purtroppo non si vedono, il cielo è coperto da qualche nuvola e la luna è piena. Niente stelle cadenti stasera, anche se I. ne avvista una. Il suo desiderio sappiamo già qual è …
In piazza c’è musica e una folla di gente alticcia che balla quei canti popolari e antichi. Saltano di qua e di là, agitano mani e braccia al vento, urlano e ridono.
Le mie amiche esitano, una di loro ci spinge a buttarci nella folla. È la più intraprendente, al momento forse la più brilla di noi. Ci trascina in quella piazza, in mezzo a tutta quella gente.
Io odio ballare: sono troppo timida, lo sapete.
Ma loro iniziano a saltellare, a ridere. E io che faccio? Non posso stare ferma.
Ma sì, chi se ne frega.
Vattene via, timidezza maledetta.

Sono in un paese piccolo, ma strapieno di gente. Ci sono tantissimi miei coetanei attorno, gente che ho sempre visto per i corridoi della scuola o in giro per il corso, il sabato sera.
Mi butto anche io, prima timidamente. C’è una folla assurda, non si respira, non si vede niente. Vedo solo torsi nudi, persone sudate, chiome volanti. Qualche braccio che mi sfiora il naso, in alto. Qualche spintone che invece di darmi fastidio, mi dà più carica.
E saltello anche io, in mezzo ai miei amici. Cerchi, trenini, risate. Gente sconosciuta che mi prende il braccio e mi porta con sé ancora più in mezzo alla folla.
E ora questo chi è? Cosa vuole da me?
Ma chi se ne frega.

Sto bene così, finalmente. Tutta questa gente sudata intorno non mi dà più neanche fastidio.
Continuiamo così, con i miei amici, qualche pausa per riprendere fiato e poi di nuovo lì, finché la musica non finisce.
Poi andiamo via. Un giro in macchina, il cornetto caldo, il mare silenzioso, le stelle che non si vedono e poi a casa.

Giro la chiave nella toppa. Dentro quelle mura familiari c’è silenzio.
Dormono tutti, è tardi.
Poso la borsa sulla poltrona e sento qualcosa di liscio, caldo che mi sfiora la caviglia. È il mio Gatto, questa piccola pantera dagli occhi verdi che mi dà il benvenuto. Mi abbasso, lo prendo in braccio, mi riempie la maglia nera di peli.
Ma chi se ne frega.

Si prende un po’ di coccole e poi scivola giù. Spicca lui, sul pavimento bianco. Va di corsa a dormire ed io lo seguo.
Metto il pigiama, vado a letto con il mascara sulle ciglia. Domani avrò gli occhi di un panda.
Ma chi se ne frega.
Mi addormento, serena. Questa sera ho vinto io sulla timidezza.

martedì 28 giugno 2011

Chiarasolitaria.

Finalmente sola in casa, anche se solo per qualche ora.
Sostengo vivamente che la solitudine serva a qualcosa, principalmente a ritrovarsi. Mi fa piacere stare in compagnia, avere un amico accanto, parlare di tutto e di niente. Mi fa però anche piacere, ogni tanto, starmene per conto mio, da sola con me stessa, avvolta da un piacevole silenzio, rotto al massimo dalle note di qualche bella canzone e, purtroppo, avvolto dal fumo di qualche sigaretta di troppo.

Ho spento la tv, non mi va di sprecare una serata tranquilla davanti ad una scatola piena di immagini in movimento. Ho acceso invece il computer e mi sono messa a scrivere un po’.
Trovo che scrivere sia molto rilassante. Credo che aiuti a pensare e allo stesso tempo a svuotarsi dai pensieri stessi.

Mi è sempre piaciuto scrivere, sin dalle elementari. I temi in classe erano il mio forte e finivano spesso per essere letti dalla maestra davanti tutta la classe.
Non andavo fiera di questa cosa: non mi piaceva essere al centro dell’attenzione, anche se era per qualcosa di bello.

Mi piaceva anche scrivere poesie. La mia maestra (sempre lei!) diceva che non bisognava essere Pascoli per poter scrivere qualche verso e così ci spronava a cimentarci in qualche piccola “impresa letteraria”.

La mia prima poesia si chiamava “Se io fossi”.
Avevamo appena imparato in classe il congiuntivo e, per vedere se avevamo veramente capito, l’insegnante ci fece scrivere un piccolo componimento.
Finii la poesia per prima, la consegnai alla maestra che la lesse subito per ingannare l’attesa. Raccolse poi, alla fine dell’ora, i quaderni degli altri e il giorno dopo li riportò.
Non corresse niente, né a me, né agli altri (o al massimo evidenziò qualche errore), diceva che al di là dei verbi, voleva vedere cosa avremmo voluto essere noi.

Anche quella volta lesse la mia poesia agli altri e la cosa non mi fece molto piacere. Appena vide i miei genitori, la fece leggere anche loro che furono tra l’altro molto contenti di quello che avevo fatto.

Eppure a me sembrava brutta, poco originale, quasi scontata. Forse perché era troppo naturale.
Nonostante questo, da allora mi misi a scrivere più del solito.
Alcune piccole poesie andarono perdute, altre le ho ancora. Raramente le facevo leggere a qualcuno e se proprio mi andava, le portavo per primo a mio padre.
Chissà se lui se ne ricorda qualcuna …

Adesso ho tre quaderni pieni. Crescendo, mio padre e tutti gli altri rimasero all’oscuro di questa mia pseudo vena poetica. Le hanno lette solo due persone, per il resto le nascondo con molta attenzione.
Le porto sempre con me in valigia, ogni volta che parto.
La maggior parte le ho scritte durante l’adolescenza, un periodo particolarmente delicato.
Non so perché, ma forse soffrire, stare male un po’ più del “normale”, certe volte aiuta a far uscire fuori il meglio di sé. Quando si sta male si capisce veramente come sono le persone, cosa hanno dentro.

Ogni tanto le rileggo, a pezzi. Non riesco mai a farne una lettura intera, non perché la cosa mi annoi, ma semplicemente perché preferisco rispolverare “pezzi” di me a piccole dosi.
Credo sia meglio fare così.

Mi piace scrivere, mi piace anche leggere.


Scrivere … scrivere per sognare, scrivere per farsi capire, scrivere per non urlare, scrivere per dire ciò che si pensa, scrivere per esprimere le proprie emozioni, scrivere per rilassarsi, scrivere per esternare, scrivere per liberarsi di un peso, scrivere per sfogarsi …

E poi leggere… leggere per ricordare, leggere per farsi forza, leggere per capire, leggere per vedere, leggere per commuoversi, leggere per rilassarsi, leggere per andare oltre, leggere per correggersi, leggere per imparare …


Ecco il motivo.

giovedì 3 marzo 2011

Quel giorno di pioggia

Pioveva tanto quel giorno, cadeva acqua a non finire, quella pioggia che poche ore dopo sarebbe diventata la tanto odiata neve. Io mi ero rinchiusa in biblioteca a studiare, era da mesi che non andavo lì. Avevo trovato una stanza libera in fondo, era la più fredda, ma era anche la più silenziosa. C’era solo una ragazza, ma poco dopo era andata via ed io ero rimasta sola.

Nel bel mezzo della noia, entra un ragazzo mai visto. Mi saluta e io ricambio, anche se neanche lo conosco. Torno al mio libro di procedura civile e intanto il ragazzo gira intorno agli scaffali pieni zeppi di libri. Ogni tanto ne prende uno e lo appoggia sul tavolo davanti al mio.
Dopo un po’ si siede e inizia a parlare. Parte da una domanda, mi chiede cosa studio. Lui è già laureato, ovviamente senza ancora un lavoro. Gli piace lo stesso passare del tempo in biblioteca, adora la letteratura. Poi mi chiede da dove vengo e lì si illumina. Conosce la mia città, ci è stato da poco. Gli è piaciuta e non quasi non crede che io sia proprio di lì. Allora si presenta, gli dico anche io il mio nome.
Parla a non finire, ma non annoia. È interessante, gli piacciono i libri, guarda molti film e la pensiamo uguale su tante cose. Fa anche qualche gaffe, quasi arrossisce quando vede la mia espressione interrogativa e subito dopo si giustifica dicendo che lui è uno che non riesce a trattenersi, che dice sempre tutto quello che gli viene in mente.
“Ma io e te quando usciamo insieme?”

Mi ha preso alla sprovvista.
Eccola, la mia cara amica timidezza. Mi sta abbracciando, mi avvolge tutta. È imprevedibile, come sempre. Arriva nei momenti meno opportuni e mi frena.
Io con lui non posso uscire, anche se sembra interessante.
Torno al mio libro, lui ai suoi. Mi maledico tanto, più del solito. Maledico me stessa e lei, la timidezza.
Passano i minuti, arrivano nella stanza altri ragazzi. Dopo un po’ lui va via, io quasi non me ne accorgo. Mi saluta, mi dice che piove troppo e deve tornare a casa. “Ci vediamo”, mi sorride. Ha gli occhi belli.

Un’ora dopo sono uscita anche io. Continuava a piovere tanto, avevo l’ombrello, il piumino, gli stivali per la pioggia. Ma avrei voluto liberarmi di tutte quelle cose inutili, mettermi in un angolino, a terra, a gambe incrociate sotto la pioggia.
Chissà se con la pioggia, la timidezza va via, come succede sempre con i manifesti attaccati ai muri della città.