Ringraziate tutti in coro Viviana.
G-R-A-Z-I-E V-I-V-I-A-N-A!
Mi ha assegnato questo premio. Consiste nell'elencare sette cose sul proprio conto. Quale scusa migliore per scrivere un post ben più leggero -e spero piacevole- rispetto ai precedenti?
E dunque, elenco sia.
Pensieri random, chè qua son le undici e stanotte non ho dormito per niente.
1. Ho riscoperto la voglia di leggere. L'avevo persa: in un anno intero ho letto solo due libri, il che non è proprio da me. Adesso ho ripreso il ritmo: leggo di nuovo a più non posso. Ogni settimana vado in biblioteca a prenderne un paio. Il bello del prenderli in prestito sta nel fatto che se un libro non mi piace molto, posso almeno affermare di non aver sprecato neanche un centesimo nel suo acquisto. Il problema sorge poi quando un libro mi è piaciuto tantissimo...
2. Ho iniziato a scrivere poesia da piccola, avevo circa otto anni. Le componevo nella mia cameretta, seduta alla scrivania bianca e rossa. Scrivevo, leggevo, modificavo e poi mi alzavo di scatto, facendo strisciare i piedi della sedia sul pavimento. Andavo a farle leggere ai membri della famiglia, nell'ordine in cui li trovavo sparsi per casa. Solitamente il primo che incontravo era papà, poi in cucina trovavo la mamma, alle prese con qualche pranzo o qualche cena da preparare e per ultima mia sorella, anche se lei non apprezzava, anzi mi prendeva anche un po' in giro (oggi invece la situazione è completamene diversa!). Mio fratello era un lattante ancora. Mi piaceva sentirmi dire che ero brava, che sapevo scrivere. Mi spronava a continuare, a coltivare questa passione. Se non me l'avessero detto, forse avrei lasciato perdere tutto.
Oggi mi ritrovo a scrivere furtivamente su questo blog, col terrore ingiustificato che qualcuno mi scopra. Mi sento una ladra, ma non riesco a condividere questo spazio con nessuno che mi conosca nella vita di tutti i giorni e un po' mi dispiace. Penso soprattutto ad una persona con cui condivido molte cose, a quanto potrebbe rimanerci male se lo scoprisse.
3. Ho la scheda elettorale pronta per domenica. Finalmente posso esprimere la mia preferenza per qualcosa di veramente serio. Nell'aprile 2008 non avevo ancora compiuto 18 anni, a differenza di tutti i miei compagni di classe. Ricordo che mi sentivo "diversa", troppo piccola. Un po' ... impotente.
4. La neve mi mette ansia. Dopo le abbondanti nevicate dello scorso anno, ho notato che appena cade qualche fiocco, ci metto un attimo ad andare in panico. La verità è che io non sono in grado di stare in casa per più di 24 ore. L'anno scorso -causa neve- non ho potuto mettere naso fuori per quattro giorni. Stavo impazzendo, giuro.
5. Ogni tanto scrivo i vostri commenti nella mia agenda e vado a rileggerli quando mi sento giù. Scrivo quelli che mi arrivano dritti al cuore alla prima lettura. Potrebbe sembrare una frase fatta, ma ho notato -soprattutto negli ultimi post- una certa vicinanza da parte di voi lettori, in particolar modo da chi mi segue da un po'. La sento sul serio, vi sento partecipi.
6. Una volta ho vinto due biglietti per i concerti della Coca Cola. Era una cosa rarissima, a quanto pare. E invece sono riuscita a farcela, ma non ci sono potuta andare. Inutile dire che è stata l'unica volta in vita mia in cui ho vinto qualcosa.
7. Qualche settimana fa, sull'account Twitter collegato al blog (per rimanere in tema con gli ultimi pensieri del punto 2), ho scoperto con immenso stupore che qualcuno dei miei follower aveva ritwittato un pensiero scritto da una persona che conosco nel reale mondo di tutti i giorni.
Lì per lì è stato "panico".
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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venerdì 22 febbraio 2013
Pensieri Random
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domenica 25 dicembre 2011
Buon Natale
Le ciaramelle - Giovanni Pascoli
Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.
Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne' suoi tuguri
tutta la buona povera gente.
Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave:
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.
Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.
Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;
suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.
O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;
che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s'accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.
Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole:
sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!
Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.
Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne' suoi tuguri
tutta la buona povera gente.
Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave:
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.
Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.
Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;
suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.
O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;
che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s'accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.
Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole:
sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!
BUON NATALE!
martedì 28 giugno 2011
Chiarasolitaria.
Finalmente sola in casa, anche se solo per qualche ora.
Sostengo vivamente che la solitudine serva a qualcosa, principalmente a ritrovarsi. Mi fa piacere stare in compagnia, avere un amico accanto, parlare di tutto e di niente. Mi fa però anche piacere, ogni tanto, starmene per conto mio, da sola con me stessa, avvolta da un piacevole silenzio, rotto al massimo dalle note di qualche bella canzone e, purtroppo, avvolto dal fumo di qualche sigaretta di troppo.
Ho spento la tv, non mi va di sprecare una serata tranquilla davanti ad una scatola piena di immagini in movimento. Ho acceso invece il computer e mi sono messa a scrivere un po’.
Trovo che scrivere sia molto rilassante. Credo che aiuti a pensare e allo stesso tempo a svuotarsi dai pensieri stessi.
Mi è sempre piaciuto scrivere, sin dalle elementari. I temi in classe erano il mio forte e finivano spesso per essere letti dalla maestra davanti tutta la classe.
Non andavo fiera di questa cosa: non mi piaceva essere al centro dell’attenzione, anche se era per qualcosa di bello.
Mi piaceva anche scrivere poesie. La mia maestra (sempre lei!) diceva che non bisognava essere Pascoli per poter scrivere qualche verso e così ci spronava a cimentarci in qualche piccola “impresa letteraria”.
La mia prima poesia si chiamava “Se io fossi”.
Avevamo appena imparato in classe il congiuntivo e, per vedere se avevamo veramente capito, l’insegnante ci fece scrivere un piccolo componimento.
Finii la poesia per prima, la consegnai alla maestra che la lesse subito per ingannare l’attesa. Raccolse poi, alla fine dell’ora, i quaderni degli altri e il giorno dopo li riportò.
Non corresse niente, né a me, né agli altri (o al massimo evidenziò qualche errore), diceva che al di là dei verbi, voleva vedere cosa avremmo voluto essere noi.
Anche quella volta lesse la mia poesia agli altri e la cosa non mi fece molto piacere. Appena vide i miei genitori, la fece leggere anche loro che furono tra l’altro molto contenti di quello che avevo fatto.
Eppure a me sembrava brutta, poco originale, quasi scontata. Forse perché era troppo naturale.
Nonostante questo, da allora mi misi a scrivere più del solito.
Alcune piccole poesie andarono perdute, altre le ho ancora. Raramente le facevo leggere a qualcuno e se proprio mi andava, le portavo per primo a mio padre.
Chissà se lui se ne ricorda qualcuna …
Adesso ho tre quaderni pieni. Crescendo, mio padre e tutti gli altri rimasero all’oscuro di questa mia pseudo vena poetica. Le hanno lette solo due persone, per il resto le nascondo con molta attenzione.
Le porto sempre con me in valigia, ogni volta che parto.
La maggior parte le ho scritte durante l’adolescenza, un periodo particolarmente delicato.
Non so perché, ma forse soffrire, stare male un po’ più del “normale”, certe volte aiuta a far uscire fuori il meglio di sé. Quando si sta male si capisce veramente come sono le persone, cosa hanno dentro.
Ogni tanto le rileggo, a pezzi. Non riesco mai a farne una lettura intera, non perché la cosa mi annoi, ma semplicemente perché preferisco rispolverare “pezzi” di me a piccole dosi.
Credo sia meglio fare così.
Mi piace scrivere, mi piace anche leggere.
Scrivere … scrivere per sognare, scrivere per farsi capire, scrivere per non urlare, scrivere per dire ciò che si pensa, scrivere per esprimere le proprie emozioni, scrivere per rilassarsi, scrivere per esternare, scrivere per liberarsi di un peso, scrivere per sfogarsi …
E poi leggere… leggere per ricordare, leggere per farsi forza, leggere per capire, leggere per vedere, leggere per commuoversi, leggere per rilassarsi, leggere per andare oltre, leggere per correggersi, leggere per imparare …
Ecco il motivo.
Sostengo vivamente che la solitudine serva a qualcosa, principalmente a ritrovarsi. Mi fa piacere stare in compagnia, avere un amico accanto, parlare di tutto e di niente. Mi fa però anche piacere, ogni tanto, starmene per conto mio, da sola con me stessa, avvolta da un piacevole silenzio, rotto al massimo dalle note di qualche bella canzone e, purtroppo, avvolto dal fumo di qualche sigaretta di troppo.
Ho spento la tv, non mi va di sprecare una serata tranquilla davanti ad una scatola piena di immagini in movimento. Ho acceso invece il computer e mi sono messa a scrivere un po’.
Trovo che scrivere sia molto rilassante. Credo che aiuti a pensare e allo stesso tempo a svuotarsi dai pensieri stessi.
Mi è sempre piaciuto scrivere, sin dalle elementari. I temi in classe erano il mio forte e finivano spesso per essere letti dalla maestra davanti tutta la classe.
Non andavo fiera di questa cosa: non mi piaceva essere al centro dell’attenzione, anche se era per qualcosa di bello.
Mi piaceva anche scrivere poesie. La mia maestra (sempre lei!) diceva che non bisognava essere Pascoli per poter scrivere qualche verso e così ci spronava a cimentarci in qualche piccola “impresa letteraria”.
La mia prima poesia si chiamava “Se io fossi”.
Avevamo appena imparato in classe il congiuntivo e, per vedere se avevamo veramente capito, l’insegnante ci fece scrivere un piccolo componimento.
Finii la poesia per prima, la consegnai alla maestra che la lesse subito per ingannare l’attesa. Raccolse poi, alla fine dell’ora, i quaderni degli altri e il giorno dopo li riportò.
Non corresse niente, né a me, né agli altri (o al massimo evidenziò qualche errore), diceva che al di là dei verbi, voleva vedere cosa avremmo voluto essere noi.
Anche quella volta lesse la mia poesia agli altri e la cosa non mi fece molto piacere. Appena vide i miei genitori, la fece leggere anche loro che furono tra l’altro molto contenti di quello che avevo fatto.
Eppure a me sembrava brutta, poco originale, quasi scontata. Forse perché era troppo naturale.
Nonostante questo, da allora mi misi a scrivere più del solito.
Alcune piccole poesie andarono perdute, altre le ho ancora. Raramente le facevo leggere a qualcuno e se proprio mi andava, le portavo per primo a mio padre.
Chissà se lui se ne ricorda qualcuna …
Adesso ho tre quaderni pieni. Crescendo, mio padre e tutti gli altri rimasero all’oscuro di questa mia pseudo vena poetica. Le hanno lette solo due persone, per il resto le nascondo con molta attenzione.
Le porto sempre con me in valigia, ogni volta che parto.
La maggior parte le ho scritte durante l’adolescenza, un periodo particolarmente delicato.
Non so perché, ma forse soffrire, stare male un po’ più del “normale”, certe volte aiuta a far uscire fuori il meglio di sé. Quando si sta male si capisce veramente come sono le persone, cosa hanno dentro.
Ogni tanto le rileggo, a pezzi. Non riesco mai a farne una lettura intera, non perché la cosa mi annoi, ma semplicemente perché preferisco rispolverare “pezzi” di me a piccole dosi.
Credo sia meglio fare così.
Mi piace scrivere, mi piace anche leggere.
Scrivere … scrivere per sognare, scrivere per farsi capire, scrivere per non urlare, scrivere per dire ciò che si pensa, scrivere per esprimere le proprie emozioni, scrivere per rilassarsi, scrivere per esternare, scrivere per liberarsi di un peso, scrivere per sfogarsi …
E poi leggere… leggere per ricordare, leggere per farsi forza, leggere per capire, leggere per vedere, leggere per commuoversi, leggere per rilassarsi, leggere per andare oltre, leggere per correggersi, leggere per imparare …
Ecco il motivo.
venerdì 8 ottobre 2010
Il mio venerdì del villaggio
Il venerdì, ultimamente, è il giorno della settimana che preferisco.
Ultimo giorno di lezione all’università, ultimo pomeriggio della settimana da passare in biblioteca a studiare (almeno in questi tempi tranquilli). Poi si pensa al fine settimana, a quel sabato e quella domenica che non sai come passare. Il sabato e la domenica che magari trascorri per lo più in casa col pigiama, ma spesso e volentieri va bene anche così.
In quei due giorni si respira un grande senso di rilassatezza generale, anche per le strade. Ci sono le belle famigliole in bicicletta, i bambini al parco, gli anziani in piazza, giovani che progettano il sabato sera. C’è la confusione in giro per i negozi e, anche se a me non piace il caos, in quei momenti (e con l’umore giusto) lo apprezzo.
E poi è bello il venerdì pomeriggio percorrere a piedi e in contro senso il grande viale della stazione della mia città. È piena di studenti con le valigie in mano: chi di corsa, chi tranquillo. L’espressione del viso rilassata, i progetti in mente. Passeranno il fine settimana a casa, anche per farsi “coccolare” dai loro cari.
Chi rimane magari sfrutta quei giorni liberi per fare ciò che durante la settimana non è riuscito a concludere.
Poi c’è la domenica, quello che io vedo come il giorno della sospensione, segnato dal pensiero fisso rivolto verso il lunedì, verso la settimana che verrà, vero gli appuntamenti, il lavoro, lo studio, la casa, le bollette …
Il vecchio Leopardi, pessimista quanto volete, aveva capito tutto con il Sabato del villaggio …
La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell'erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella,
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando ai dí della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea danzar la sera intra di quei
ch'ebbe compagni nell'età piú bella.
Già tutta l'aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
giú da' colli e da' tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta,
e qua e là saltando,
fanno un lieto romore;
e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dí del suo riposo.
Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l'altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s'affretta, e s'adopra
di fornir l'opra anzi al chiarir dell'alba.
Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d'allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
ch'anco tardi a venir non ti sia grave.
Ultimo giorno di lezione all’università, ultimo pomeriggio della settimana da passare in biblioteca a studiare (almeno in questi tempi tranquilli). Poi si pensa al fine settimana, a quel sabato e quella domenica che non sai come passare. Il sabato e la domenica che magari trascorri per lo più in casa col pigiama, ma spesso e volentieri va bene anche così.
In quei due giorni si respira un grande senso di rilassatezza generale, anche per le strade. Ci sono le belle famigliole in bicicletta, i bambini al parco, gli anziani in piazza, giovani che progettano il sabato sera. C’è la confusione in giro per i negozi e, anche se a me non piace il caos, in quei momenti (e con l’umore giusto) lo apprezzo.
E poi è bello il venerdì pomeriggio percorrere a piedi e in contro senso il grande viale della stazione della mia città. È piena di studenti con le valigie in mano: chi di corsa, chi tranquillo. L’espressione del viso rilassata, i progetti in mente. Passeranno il fine settimana a casa, anche per farsi “coccolare” dai loro cari.
Chi rimane magari sfrutta quei giorni liberi per fare ciò che durante la settimana non è riuscito a concludere.
Poi c’è la domenica, quello che io vedo come il giorno della sospensione, segnato dal pensiero fisso rivolto verso il lunedì, verso la settimana che verrà, vero gli appuntamenti, il lavoro, lo studio, la casa, le bollette …
Il vecchio Leopardi, pessimista quanto volete, aveva capito tutto con il Sabato del villaggio …
La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell'erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella,
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando ai dí della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea danzar la sera intra di quei
ch'ebbe compagni nell'età piú bella.
Già tutta l'aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
giú da' colli e da' tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta,
e qua e là saltando,
fanno un lieto romore;
e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dí del suo riposo.
Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l'altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s'affretta, e s'adopra
di fornir l'opra anzi al chiarir dell'alba.
Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d'allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
ch'anco tardi a venir non ti sia grave.
venerdì 3 settembre 2010
Catullo
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato
Ho ritrovato dei vecchi quaderni del liceo. Sono di classico latino, una materia che amavo e odiavo allo stesso tempo. Amavo conoscere autori latini quando erano interessanti, odiavo ricordare il commento, la traduzione e la lettura metrica.
Catullo è indubbiamente quello che più mi è rimasto nel cuore. I suoi versi erano facili da tradurre, esprimeva concetti semplici e chiari con poche parole.
Catull(in)o era innamorato di Clodia, sorella del tribuno romano Clodio, ma nei suoi versi viene chiamata Lesbia, in onore dell'isola dove nacque la poetessa greca Saffo (ebbene sì, Saffo era una donna; quando l'ho saputo sono rimasta male anche io).
Ricordo quei carmi con piacere, era bello studiarli, la lettura in metrica poi aveva un andamento quasi da cantilena.
Carme 5 :
Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci,
e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l'invidioso
per un numero di baci così alto.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato
Ho ritrovato dei vecchi quaderni del liceo. Sono di classico latino, una materia che amavo e odiavo allo stesso tempo. Amavo conoscere autori latini quando erano interessanti, odiavo ricordare il commento, la traduzione e la lettura metrica.
Catullo è indubbiamente quello che più mi è rimasto nel cuore. I suoi versi erano facili da tradurre, esprimeva concetti semplici e chiari con poche parole.
Catull(in)o era innamorato di Clodia, sorella del tribuno romano Clodio, ma nei suoi versi viene chiamata Lesbia, in onore dell'isola dove nacque la poetessa greca Saffo (ebbene sì, Saffo era una donna; quando l'ho saputo sono rimasta male anche io).
Ricordo quei carmi con piacere, era bello studiarli, la lettura in metrica poi aveva un andamento quasi da cantilena.
Carme 5 :
Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci,
e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l'invidioso
per un numero di baci così alto.
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