"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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sabato 15 febbraio 2014

"Sento il mare dentro una conchiglia"*

Ci sono momenti in cui mi odio.
Odio il carattere che mi ritrovo, o alcune parti di esso. Quando sembro scontrosa, imbronciata, scocciata, insofferente. Quando quello che mi circonda mi dà fastidio, quando non riesco ad apprezzare le persone che mi stanno accanto.
E così mi piace stare da sola, rintanarmi nella mia camera e non fare niente. Isolarmi un po’ dal mondo, sola con quei pensieri da risolvere, senza sapere da dove cominciare. Oppure mi piace camminare, senza nessuno accanto, senza meta. Vagare per la città, evitando possibilmente i posti dove so di poter incontrare qualcuno che mi conosce. Dimenticarmi volutamente il cellulare in borsa, silenzioso. Prelevarlo solo ogni tanto, per evitare che qualcuno si preoccupi ingiustificatamente della mia assenza.
Oggi mi sono ritrovata in un negozio di quelli enormi, dove vendono solo prodotti per l’igiene della casa e della persona. Mi piace coccolarmi la sera, dopo giornatacce di lavoro intenso, buttandomi di corsa sotto una doccia bollente con un bagnoschiuma profumato.
Oggi sono andata a cercarne un altro, di bagnoschiuma. Ho ponderato la mia scelta per un quarto d’ora abbondante, annusando furtivamente tutte le confezioni, cercando di non essere beccata in flagrante da qualche commessa più acida di me. Alla fine la mia scelta è ricaduta su uno alla vaniglia, con la confezione di un giallo un po’ spento.
Nel tragitto verso la cassa ho adocchiato un espositore di creme solari, le ho guardate distrattamente pensando a quanto fossero fuori luogo, in pieno febbraio. Potrebbero essere l’acquisto perfetto di quella strana gente che va in vacanza nelle località esotiche in pieno inverno e se ne vanta apertamente con amici e colleghi. Odio anche quella gente, sempre. O forse la invidio, perché loro possono ed io no.
E mentre formulo pensieri acidi, verso persone che neanche conosco, alla radio sento una canzone che mi ricorda l’estate. Così, a tradimento. O forse a sorpresa.
Leggermente divertita dalla cosa, decido di fare dietro front. Vado di nuovo verso l’espositore delle creme solari, ne afferro una blu, quella che di solito uso in estate. L’apro, ne sento l’odore ad occhi chiusi, per un attimo, quello che basta ad accendere i ricordi. Poi poso tutto, torno alla realtà, pago ed esco.
Torno a casa e mi odio un po’ meno.
Odio un po’ meno sia me che gli altri.
E decido che l’unico modo per stare meglio è andare al mare più vicino domani, fregandomene degli innumerevoli chilometri da fare, non curandomi del fatto che sia totalmente diverso dal mio.
Con la speranza che sia possibile, con l’augurio che il suo odore, la sua brezza, possano in qualche modo riconciliarmi con il mondo.


*Estate - Jovanotti

sabato 14 dicembre 2013

I giorni senza parole

Se guardo la data dell’ultimo post scritto e pubblicato qui inorridisco. È passato tanto, troppo tempo. È volato come se niente fosse, è svanito nel nulla portandosi con sé tante parole non scritte.
Il mese trascorso è stato per certi versi un groviglio di cose inaspettate che mi hanno fatto perdere di vista le mie sane e buone abitudini. Ci sono stati tanti pensieri, tante frasi e parole che non sono riuscite ad essere scritte per non so quale motivo.
La mancanza di tempo, forse.
La mancanza di quella pazienza che serve per fare ordine nella testa e oltre.
La mancanza di voglia.
Qualcosa è mancato, non so bene cosa.

È mancato un filo logico che riuscisse a tenere unito tutto quanto. È mancata la voglia di ricostruire tutto da capo, di indagare, di trovare una ragione valida in grado di spiegare quello che stava succedendo, lontano da me. È mancata quella forza che serve per riaffrontare tutto da capo, per cercare meticolosamente di esaminare quelli che sono stati i problemi di sempre, trovare i tasselli mancanti, proprio quando la vita iniziava a sorridere di nuovo, o forse lo faceva per la prima volta.

Le parole fanno male, così come le voci. Così come quei pensieri che ti rimangono incollati in testa, così come quegli incubi che ti fanno compagnia di notte, quando pensavi di essertene sbarazzata una volta per tutte, quando eri certa che in questa stanza nuova avresti fatto solo sogni belli.

Non so, in mezzo a tutto ciò, cosa mi ha fatto più male, cosa mi ha tirato più sotto. Se le parole, oppure i silenzi. Se i fatti, oppure ciò che, al contrario, non è stato fatto.
Mi sono ritrovata a pensare di non essere in grado di affrontare i problemi, di non essere troppo brava o troppo forte per reggerne il peso, per sbrogliare una matassa più ingarbugliata del solito.
Ho sempre sostenuto l’esistenza di una soluzione ad ogni problema.
Questa volta mi sembra di non trovarla, questa volta mi sembra che non ci sia.

mercoledì 24 luglio 2013

Un mese fa

Le giornate volano e non so neanche io come. Iniziano presto la mattina, quasi all'alba. E finiscono tardi la sera, con gli occhi rossi a causa del computer e con la stanchezza di chi è stato ai lavori forzati.
Mi ritrovo a pubblicare quel che scrivevo un mese fa, in preda ad un lampo di malinconia durato un po' più del giusto. Un documento Word lasciato dentro una cartella col mio nome, sul mio pc e trovato per caso, stasera, nel vano tentativo di "fare ordine".


"Ho la malinconia intorno, un occhio un po’ gonfio che non vuol tornare alle dimensioni normali. Non so se sono io ad emanare questo stato d’animo increscioso, se è colpa del tempo che tutto ad un tratto è tornato ad essere grigio manco fosse di nuovo ottobre ed io probabilmente inizio ad essere meteoropatica.
Aulastudio, teatro di vicende sentimentali, universitarie, culturali. Luogo in cui si inscena l’esistenza degli universitari ventenni di oggi: i loro scherzi, il loro modo di ridere delle cazzate, le loro sigarette, i loro caffè. I loro sospiri che sanno di stanchezza,  i fogli sparsi di vitale importanza nelle scrivanie di cui non si sa neanche più il colore. I cellulari pronti a vibrare, a distrarli un attimo dalle sudate carte. Leggono dai loro schermi giganti e gli si illumina il volto, un po’ come se sotto i loro occhi si fosse appena consumato un miracolo.

Ed io sto qui, col pc davanti. Seduta scomposta in una sedia scomoda, ad aggiornare in continuazione la casella di posta e a ripetermi di stare calma. Mi guardo attorno, studio le vite degli altri, tengo d’occhio i comportamenti di certa gente. Ricevo anche io i messaggi, mi illumino di immenso, perché non c’è niente di meglio che le proposte giuste al momento giusto. Tipo un giro, stasera. Una passeggiata che ci porterà chissà dove, chissà con quali pensieri. Conteremo i passi, conteremo le facce che incroceremo, faremo di tutto pur di non farci trasportare da questa malinconia che ci attanaglia come non mai.
Quando i problemi erano gli esami, ci dicevamo che c’erano cose ben peggiori nella vita che un voto inaspettatamente brutto nel libretto. E ci credevamo, ci tranquillizzavamo. Riuscivamo a convincerci che era vero, sapevamo che era così.

Adesso a me sembra diverso.
Mi sembra di essere cresciuta più del solito nel giro di pochi giorni. Mi sento un peso sulle spalle, guardo i giorni del calendario sovrapporsi uno sull’altro e penso che per una volta nella mia vita vorrei che il tempo non passasse mai.
C’è che inizio ad avere paura, ma paura davvero.
Paura di questo futuro che si presenta di un’incertezza disarmante. Che si butta di sopra senza lasciare respiro. Le cose nuove mi piacevano.
Adesso vorrei aggrapparmi a quel che resta di questa vita che è stata mia per anni. Vorrei prenderne un pezzo e tenerlo forte in mano, non lasciarlo mai.

Ma si sa che niente è per sempre, che a fare sempre la stessa vita si finisce per cadere nel girone della monotonia. E non è quello che voglio io.
Devo solo convincermene, devo solo pensare che chiuso un capitolo se ne apre un altro, per forza.
Devo solo costruirmelo io, questo capitolo.
E farlo nel modo che mi riesce meglio."


E' passato un mese da quando scrivevo parole sconfortanti e pesanti.
Le risposte che aspettavo sono arrivate. In ritardo, ma sono arrivate. Sono state risposte positive, inaspettate. Mi hanno reso felice, mi hanno fatto pensare che la fatica prima o poi genera soddisfazione.
Il pensiero di fondo, quello sul mio futuro incerto - di cui immagino ne abbiate le tasche piene - rimane sempre.

Alla prossima, con la speranza di rifarmi viva a breve.

venerdì 15 febbraio 2013

"E quel sole ce l'hai dentro al cuore" *

Non è un bel periodo, ve l’avevo già detto. Il mio silenzio da queste parti ne è la prova. Ci sono una serie di cose che mi stanno rendendo le giornate più pesanti del solito. Ci sono quelle brutte notizie che arrivano da lontano, capaci di destabilizzarti come poche altre cose in questo mondo.  Cose che si aggiungono ai normali problemi quotidiani, all’università e allo studio che per la prima volta in quasi cinque anni non vanno come speravo che andassero.
Segno che c’è sempre una prima volta. Ma io mi sto domandando da un po’ se questa massima valga anche per le cose belle. Sono ancora in attesa di qualcosa che possa stravolgere la mia vita in positivo, per intenderci. Non voglio la luna, voglio sono sorridere un po’ più spesso.

La mia amica mi ha proposto di andare ad un concerto l’altra sera. Si esibiva un gruppo locale, probabilmente anche famoso, in un posto alquanto particolare dove non ero mai stata prima in questi quattro anni di permanenza in questa città. Ci passavo davanti ogni volta che facevo le mie camminate veloci durante la bella stagione, sudata come se fossi uscita da una sauna. Lo vedevo da fuori e pensavo fosse uno di quei posti per disadattati sociali o comunque un locale molto … alla mano.
Tutto sommato mi sono ricreduta.
E quindi aula studio, corsa, doccia. L’intero armadio sul letto alle nove di sera, perché noi donne se non sappiamo cosa metterci quando siamo serene e tranquille, quando siamo un po’ più “agitate” del solito insceniamo una vera e propria tragedia in cui il pensiero del “non ho niente da mettermi” si ripete nelle nostre teste in modo ossessivo compulsivo per circa tre quarti d’ora, mentre si va avanti e indietro dall’armadio allo specchio e viceversa.
E poi si esce, finalmente. Con i capelli che non sono mai a posto, con le chiavi di casa in una mano che fanno rumore sbattendo una con l’altra mentre percorro le scale correndo. Il cellulare nell’altra mano, come se non avessimo borse. Sempre in ritardo, per qualche strana ragione.

Concerto sia, dunque.
Il locale per (ex)disadattati sociali non è poi così male. Piccolo e pieno, un caldo da ferragosto, mentre fuori magari ci sono solo tre gradi.
Hai una bella scrittura, mi dice il tipo a cui porgo il foglio con le cose che mi ha detto di scrivere (strane prassi da locale per (ex)disadattati social, quella di dover compilare dei fogli).
Una birra fredda in un bicchiere, quattro chiacchiere con l’amica sedute in un angolo del locale. E poi il gruppo inizia la sua esibizione, il che decreta la fine dei nostri discorsi.
Cinque ragazzi che avranno più o meno la mia età, carichi come un bambino che piange nel cuore della notte mentre mamma e papà vorrebbero dormire cinque minuti. Si dimenano, in quel quadrato di palco che hanno creato. Canzoni allegre, da ballare, da canticchiare. Un ritmo coinvolgente, senza dubbio.

E poi la gomitata dell’amica al braccio. Mi indica discretamente l’altro lato del locale.
Guarda lì!
Cosa avrà visto mai?
Io guardo, sapendo già in partenza che non capirò cosa o chi mi sta indicando. Dura la vita dei miopi che non fanno un controllo alla vista da anni, pur studiando in continuazione, e addosso hanno delle lenti a contatto da cambiare il prima possibile.
Ma forse i miracoli esistono ed io capisco subito a cosa si riferiva la gomitata.
Non poteva esserci scossone migliore, in questo momento grigio.
Uno scossone che ha la figura di chi speravo di vedere da troppi mesi ormai. Ha un volto che ho cercato tra la folla nei sabati pomeriggio autunnali di questa città. Un volto che ho sperato di ritrovare per i corridoi dell’aula studio. Quel volto che mesi fa ha fatto sì che mi presentassi ad un esame fregandomene altamente del suo esito.
Ed è lì, a qualche passo da me, tutto quello che non ho potuto vedere per tutto questo tempo.
Aggiungilo su face book,su! è stata la frase che mi sono più sentita ripetere nei mesi estivi. Ma si sa che io sono all’antica. Figuriamoci se mi metto ad aggiungere gente su faccialibro come se niente fosse.

Del resto del concerto non ho più capito niente. Avrebbero potuto cantare l’Ave Maria senza che io me ne accorgessi. Se prima faceva caldo lì dentro, dopo la notizia della sua presenza, in quel posto avrebbero potuto benissimo cuocere il pane per il giorno dopo.
È la sospensione del mondo ed io in tutto ciò mi sento un po’ (leggi pure: tanto) cretina.

Poi il concerto finisce, non so neanche io quanto sia durato in tutto.
La confusione aumenta, la gente si alza dai tavoli, si sposta per il locale. È un attimo e ce l’ho vicino.
Timida più del solito non capisco più niente.
Non si ricorda certo di me, sono passati più di sette mesi ormai.
E poi io ho la faccia più anonima di questo mondo, almeno così ho sempre creduto.
… chissà quanta gente ha conosciuto in tutto questo tempo.
… e ci metto la mano sul fuoco che ho le guance rosse come il naso di clown…

E poi, inaspettatamente, mi saluta. Si avvicina, mi avvicino.
Come stai? Non ci vediamo più a studiare.
E no, non ci vediamo. Lo so che non ci vediamo. Mi dice anche altre cose, qualche domanda sull’università, mi chiede se studio ancora in quell’aula studio. Lui va in un altro posto che conosco, ma che non mi ha mai attirato molto. Commenta il gruppo, dice di conoscerli.
Parliamo di qualcosa, poi va a fumare.

Mezz’ora dopo io e la mia amica usciamo dal locale. Un’ora dopo sono nel mio letto caldo a guardare il soffitto. Penso che se fossi un po’ più sicura di me stessa tutto potrebbe essere diverso.
Forse non è normale pensare che gli altri si possano dimenticare della mia faccia, del mio nome, dei miei discorsi così facilmente.

Mi addormento con questi pensieri e mi risveglio qualche ora dopo.
Mentre prendo il caffè mi rendo conto che non ho avuto gli incubi stanotte.
Mi rendo conto che l’unico sogno di cui ho memoria aveva a che fare con lui e non era di certo un incubo.
Mi rendo conto che fuori finalmente c’è il sole.
Mi rendo conto che forse quel sole, stamattina, ce l’ho dentro al cuore ...


sabato 19 gennaio 2013

Memorie - Delusione

Delusione. Una parola di media lunghezza. Nove lettere, una dietro l’altra. Poco più lunga di speranza, ma sempre più corta di frustrazione.
A pronunciarla ci metto un istante, a metabolizzarla di più.
La delusione ha il sapore di una bastonata sulla schiena quando sei in piedi a guardare le stelle.
La delusione è quella mano cattiva e violenta che ti svuota il sacco pieno di buoni propositi.
La delusione è quello sguardo di ghiaccio, quel no con la testa, quella penna che scrive quello che non avresti mai pensato.
E’ una croce sopra le fatiche costate care. È piegarsi, è cadere a terra.
È sbattere la testa contro il muro quando correvi verso il tuo obiettivo.
La delusione è quella cosa che ti porta a trascorrere mezza giornata tra letto e divano, con gli occhi gonfi e il mal di testa perché hai pianto troppo, neanche fosse successa una tragedia.
La delusione sa di fallimento.
La delusione è un fallimento.

Hai fallito. Game over.

No, aspetta.
Guardalo il bicchiere, quando le lacrime sono finite e la vista torna chiara.
Guardalo, quel maledetto bicchiere, quando ritorni tu ad essere Chiara.
Lo vedi?
Non è vuoto. È pieno, anche se solo per metà.

È pieno, sì. Dentro, in fondo, c’è di tutto.
Ci sono gli amici che ti hanno tempestato di telefonate e messaggi. Quelli vecchi e quelli nuovi. C’è tua sorella che vale più dell’oro di tutto il Mondo messo insieme.
Le persone che ti vogliono bene, quelle che credono in te. Quelle che sanno quanto vali, come sei.
Sono i tuoi fedeli spacciatori di forza.

E allora sì. Fatemi rimanere un altro po’ tra il letto e il divano, col plaid rosso addosso. Ché io si sa, tremo sempre un po’ per il freddo …
Tra un po’ mi alzo, ve lo prometto. Mi sciacquo la faccia con l’acqua gelata e torno in me.
E se non dovesse bastare, mi prendo anche a schiaffi un po’. Così mi devo riprendere per forza.
Al massimo ci dormo su, magari la notte porta consiglio e cura tutti i mali.

E poi domani ricomincio da capo. Butto via tutto, nella differenziata.
Differenzio sempre tutto io. Le bottigliette nel cesto della plastica, le pagine scritte a penna che non servono più in quello della carta, insieme alle riviste lette.
Questa volta uso dei contenitori diversi.
Quello sguardo di ghiaccio lo getto nel nero, insieme a quelle cose che più passa il tempo e più fanno schifo per il fetore che emanano. È lì il suo posto, lo sanno tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui.
Quelle carte inutili finiscono nel blu. Ma prima di gettarle via le spezzo bene. Le strappo, ad una ad una.
Ed ogni volta che sentirò un foglio farsi a mille pezzi proverò un brivido di piacere, lungo la stessa schiena che la delusione ha preso a bastonate, all’improvviso.
Farò tutto con calma, lentamente.
Metterò qualcosa di pesante addosso - per non tremare- ed uscirò di casa.

E sono sicura di una cosa.
Sono sicura che quando rientrerò, quel bicchiere sopra al tavolo bianco e nero tornerà ad essere pieno.
Sì, proprio quello che stava per rovesciarsi nella caduta, quello di vetro, quello che stava per frantumarsi in mille pezzi.
Ci vuole pazienza.
Ci vuole un respiro profondo per non impazzire (cit.).


[E' un periodo un po' più pieno e incasinato del solito. Passerò dai vostri blog, poco alla volta. Promesso!]

giovedì 12 luglio 2012

Di giornate che non vanno come speri

… E poi ci sono le giornate come queste, in cui ti svegli con il cuscino bagnato di sudore, i capelli più scombinati del solito e la faccia sconvolta come se non avessi chiuso occhio tutta la notte. La casa è vuota perché B. ha un esame ed è uscita prestissimo. Le ho dato l’in bocca al lupo mentre dormivo, ma le mando lo stesso un messaggio, casomai me lo fossi sognato e non l’avessi fatto nella realtà.

Giù dal letto, in piedi, doccia altrimenti non mi sveglio. Colazione solitaria con l’unica cosa di commestibile che c’è in casa: uno yogurt, ai frutti di bosco tra l’altro. Parentesi: ma chi compra volontariamente lo yogurt ai frutti di bosco? A me capita di mangiarlo solo quando lo trovo,per caso, nei pacchi sfigati da otto. Non mi sognerei mai di acchiappare una confezione da due ai frutti di bosco, dal banco frigo della Coop.
Un cucchiaino dietro l’altro e riesco a vedere il fondo del vasetto.
Apro l’armadio e come sempre penso di non avere niente da mettere. Alla fine opto per jeans e maglia nera, rendendomi conto solo appena uscita che il nero mi fa sembrare più bianca di quello che sono. Potrei illuminare una camera buia, sembro fosforescente.

Caffè con tanto di cuore disegnato col cacao al bar di fiducia e mattinata in aula studio con N. ad aspettare un’apparizione, a sperare in un’intercessione divina, in una forza soprannaturale che portasse lì tra quei corridoi pieni di noia proprio colui il quale ha fatto notare la sua assenza nei tre giorni precedenti. Miracolo che non è avvenuto, come sempre.

Poi la pausa pranzo, a casa. Alle tre sono di nuovo fuori, direzione aula studio, sotto il sole cocente.
Temo quasi che i miei sandali si fondano a contatto con l’asfalto rovente.

Domani io e N. abbiamo un esame.
Passiamo il pomeriggio a ripetere e a sorridere della nostra presunta ignoranza.
Poi ad un tratto riappare colui il quale distrae la mia testa dallo studio da un mese abbondante a questa parte.
… E quindi al terzo giorno resuscitò, in tutto il suo splendore. Ma invece della tunica bianca, addosso ha la maglia blu di Superman.
Ci vede, ride, “Sempre qua voi due!”. Noi si, sempre qua. A quanto pare ci divertiamo a passare giornate intere qua dentro. Ma tu dove sei stato tutto ‘sto tempo?
Due secondi per parlare l’ennesima volta di esami e di date di appelli. Sa che domani ne abbiamo uno, dà l’in bocca al lupo, augura buono studio ed entra nella sua sala solita.
Venti minuti dopo esce, con lo zaino in spalla. L’ha chiamato un’amica, la raggiunge per studiare insieme.
Buono studio ragazze”.
Come se fosse facile studiare quando tu non ci sei. Come se fosse facile studiare sapendo che l’esame è domani e che tu preferisci stare con la tua amica e non qui a due passi da me.
Mi sono scocciata di sentirmi augurare buono studio all’infinito, come se non ci fosse nient’altro al mondo di cui parlare. Mi sono scocciata di scorgere sorrisi furtivi tra una pausa e l’altra. E vai pure dalla tua amica, “buono studio anche a te”, idiota.

Alle sei torno a casa, immersa nei miei pensieri, felice ed entusiasta come un becchino che presta servizio il giorno del suo compleanno. Sul portone qualcuno ha attaccato una foto in bianco e nero con su scritto qualcosa. La guardo bene, è la mia vicina di casa. A quanto pare oggi si è laureata.

E basta. La mia giornata finisce così, con gli appunti sparsi sul tavolo, una bottiglia d’acqua a metà e una borsa da sistemare. Un computer su cui scrivere, un pantaloncino ridicolo a fiori e una canottiera nera. Con un sms della mamma che ti dice che siamo la cosa più bella della sua vita; col pensiero che magari avresti voluto che queste parole te le avesse dette anche qualcun altro. Con la constatazione del fatto che la vicina di casa neolaureata sui tacchi non ci sa proprio camminare. Con la consapevolezza di non sentirsi molto pronti all’esame di domani e un inusuale menefreghismo che mi porta a pensare che poi in fondo non me ne fotte un cazzo se non va come penso.

lunedì 24 ottobre 2011

Pensieri deliranti di una Chiara costretta a portare gli occhiali

Sveglia alle sette, un nuovo giorno mi attende. Carica e frizzante come un’anziana signora in un ospizio, mi accingo a lavarmi la faccia con acqua gelata, in modo da connettermi un minimo con il mondo. E’ lì che faccio la mia scoperta: un occhio è rosso come un pomodoro, l’altro sembra normale.
Sembro uscita da un film horror.
Ricorro ai rimedi della nonna e in cucina, invece di farmi un bel caffè, riscaldo l’acqua per buttarci dentro una bustina di camomilla e farmi una sorta di impacco, nella speranza che la situazione migliori.

Ovviamente, come pensavo, non migliora proprio niente. Decido quindi di non mettere le lenti a contatto e mi preparo ad affrontare la mia giornata con addosso gli occhiali da vista, quelli che tanto odio.
Torno a casa per il pranzo. L’occhio sembra essere migliorato, ma il rossore non è ancora del tutto scomparso. Decido quindi di tenere addosso gli occhiali ancora un po’, almeno per tutto il pomeriggio.
La sera però li abbandono allegramente, chiudendoli con una sorta di ghigno malefico, dentro la loro custodia bianca. Non s’è mai visto che io esca di sera con gli occhiali. Ergo, lenti a contatto.

Il mattino dopo, la situazione è di nuovo quella di ventiquattro ore prima. Occhio rosso e niente camomilla.
Decido di andare in farmacia e farmi consigliare un collirio. La dottoressa è una donna giovane, con i capelli corti biondi e gli occhi azzurri. Mentre le espongo il mio problema esistenziale, entra una signora anziana con un passeggino più grande del solito: ha con sé due bambine piccole gemelle, presumibilmente le sue nipoti.
La farmacista allora inizia ad ignorarmi del tutto, intenta a lodare la bellezza delle due bambine. In effetti ha ragione, sono proprio stupende. E poi dormono, quindi non piangono, non disturbano, sono zitte.
Belle sì, tanto.
Ma non è una valida ragione per lasciare una cliente impaziente come me, con un occhio rosso e un paio di occhiali da vista addosso.

Ecco che infatti si desta e torna a me. Mi consiglia un collirio leggero, senza antibiotici, a base di camomilla. Due gocce in ogni occhio per circa cinque-sei volte al giorno. Annuisco, contenta. Guardo piena di speranza quel collirio che viene racchiuso nella carta bianca e verde della farmacia. Sarà lui a salvarmi: domani avrò di nuovo addosso le mie lenti a contatto!

Sì, come no. Nel paese delle meraviglie, forse. L’entusiasmo svanisce subito.
La tipa mi dice di fare questa cura per almeno una settimana, di non mettere le lenti a contatto e di non truccarmi per niente.
Me ingenua.

Terribile, non può essere.
La ringrazio, pago ed esco.

Una settimana senza lenti a contatto, senza neanche un filo di matita nera. Una settimana con gli occhiali.
Per me è un po’ come una tragedia. Io, con gli occhiali, mi sento scema. Lo dico sul serio.
Mi danno l’aria di chi passa le giornate chiusa in biblioteca a studiare e non fa altro. Mi fanno sembrare una secchiona. Mi scivolano sul naso anche, peggio ancora.
Non riesco neanche ad avere una visuale completa, senza contare che di pratico hanno veramente poco.
Uscire senza poi sarebbe impossibile, dato che finirei con lo sbattere contro ogni palo della luce che incontro per strada.

Ho deciso di nascondermi, di camminare a testa bassa, di far finta di non esistere. Funzionerà?
E soprattutto, il mio collirio darà i suoi buoni frutti?
Vi aggiornerò gente.

mercoledì 31 agosto 2011

Giusto per sentirmi ancora un po' in vacanza




Stamattina sono andata al mare, quasi come se fosse un dovere. Dovevo per forza andarci. Dovevo fare quello che con molta probabilità era l’ultimo bagno della stagione.
Ho trovato subito parcheggio: l’insopportabile caos della settimana scorsa ha lasciato spazio alla calma classica di fine agosto. Una calma che forse arriva a pesare inspiegabilmente più di quella confusione che fino a qualche giorno fa odiavo con tutta me stessa. Una calma opprimente e soprattutto apparente.

La spiaggia era quasi deserta, le sedie sdraio dei lidi quasi completamente vuote. Ho visto le innumerevoli file di ombrelloni uguali che sembrano ospitare dei morti per quanto erano tristi.
Erano desolati anche i bar che fino a qualche giorno fa pullulavano di animatori allegri e giochi aperitivo. Ho avuto l’impressione che anche la musica fosse cambiata per rispecchiare lo stato d’animo generale: non più la danza kuduro, solo qualche lenta e dolce canzone di Ligabue.

Ho piantato l’ombrellone e steso il telo da mare sulla sabbia. Mi sono guardata ancora una volta intorno. La comitiva che di solito stazionava dietro adesso contava solo due persone, meglio così in fondo.
Ho aperto il mio Vanity Fair appena comprato, ho letto le lettere, un paio di articoli e ho sbirciato le pagine della pubblicità. Ho visto solo cappotti, stivali, maglioni. E l’ho richiuso. Era veramente troppo per il mio stato d’animo già di per sé compromesso dalla visione generale della spiaggia.

Il mare era agitato, c’era vento. Ne basta poco qui per renderlo mosso, ma non potevo certo rinunciare ad un tuffo, proprio oggi. Così mi ci sono buttata. Ho sguazzato un po’ li dentro e mi sono fatta coccolare dalle onde, dopo un po’ ne sono uscita.
Un brivido lungo la schiena, una sensazione di freddo. Succede sempre così a fine agosto.

Il sole non era affatto forte, ma mi sono spalmata lo stesso la crema solare. Giusto per sentirne ancora l’odore, quello inconfondibile, quello che sa tanto di vacanze.
Me ne sono messa tanta, giusto per sentirmi ancora un po’ in vacanza.

Dopo circa un’ora sono andata via, senza scrollarmi di dosso la sabbia che puntualmente si attacca alle caviglie. Ne ho portata un po’ in macchina, ne ho disseminata un po’ in casa.
Passando dalla nostra camera ho visto la valigia di mia sorella sul letto, piena per metà, pronta ad affrontare un altro viaggio.

Che tristezza queste vacanze che finiscono.

lunedì 9 maggio 2011

I periodi non belli

Non è un periodo bello, purtroppo.
Anche mia nonna mi ha lasciato.
Pensavo di riuscire a reagire meglio questa volta, ma non ce l’ho fatta, nonostante fossi già preparata al peggio.
È che la sua morte mi ha fatto riflettere troppo.

Riflettere su quanto mi manchi una famiglia unita, nonostante la mia si sia spezzata tanti anni fa.
Mi sforzo a pensare e convincermi che tutto sia rimasto come prima, ma questo è solo un pensiero. I fatti, al contrario, le cose che vedo e che sento parlano da sole.
So benissimo che “sono cose che capitano”, che “c’è di peggio”, non so quante volte me lo sono sentita dire. Nonostante questo non ce l’ho fatta, come invece pensavo.
Lei mi ha consolato tante volte sotto questo aspetto e io adesso mi sento una stupida.
Voglio tornare al più presto alla mia vita di ogni giorno, cercare di farmi forza. Voglio partire.
Voglio trovare di nuovo il mio precario equilibrio.

domenica 6 febbraio 2011

Domenica

Stamattina, quando ho aperto gli occhi, mi sono accorta del grande silenzio che c’era giù per la strada. Dalla finestra arrivava una luce piuttosto debole. Ho acceso il cellulare, ho guardato l’ora. Le 6.22. Troppo presto per uscire dal letto, di domenica.
Sono rimasta immobile tra le coperte, a godermi quel tepore piacevole. Ho chiuso gli occhi e dopo un po’ mi sono addormentata di nuovo.
Quando li ho riaperti, la luce non era più debole, era viva e forte. Una domenica di sole tiepido. Era mezzogiorno, troppo tardi. Odio svegliarmi tardi, metà giornata va via senza essere vissuta. Ma oggi è domenica, qualche ora di sonno in più può anche andare bene. Ho acceso la televisione, giusto in tempo per vedere la classifica dell’oroscopo settimanale di Fox. Ultimo posto. Le giornate peggiori mercoledì e giovedì, quelle migliori sabato e domenica. E anche lunedì quattordici. Un “non credete all’oroscopo, ma verificatelo” e ho spento la tv. Che bella settimana mi attende.

Di pomeriggio non ho fatto niente di produttivo, non ho messo il naso fuori casa. Sono rimasta tutto il giorno con i capelli raccolti in una coda, gli occhiali, i pantaloni della tuta, la felpa verde che mi arriva quasi al ginocchio e i piedi, come sempre, scalzi. Ho sentito la gente fuori passeggiare allegramente, ridere, scherzare e parlare ad alta voce. Il mio cellulare ha suonato più del solito: messaggi di amici, chiamate della mamma, cose da fare durante la settimana, studio da pianificare. Da qui a fine mese sarò sommersa dallo studio. Un esame pianificato, un altro imprevisto, messo lì per caso da chissà chi, in mezzo ai piedi, pronto a scombinare qualsiasi progetto.

Ho letto tutto il pomeriggio, appollaiata sul divano con una coperta di pile di sopra. Avrò divorato più di cento pagine, senza rendermi conto del tempo che scorreva. Ho lavato dei jeans e qualche maglietta, ho letto qualche notizia su internet e mandato degli appunti per e-mail ad una amica.
Ho chiuso la finestra quando ancora il cielo non era del tutto buio. Ho scelto lo smalto da mettere, uno blu scuro. L’ho steso lentamente, unghia dietro unghia, cercando di essere il più precisa possibile. Poi ho aspettato che si asciugasse, leggendo ancora.
Il silenzio di certe domeniche è fatto solo per essere odiato.

giovedì 23 dicembre 2010

Quei giorni che vorresti non arrivassero mai

Oggi è stata una di quelle giornate che vorresti non arrivassero mai. Non avevo mai perso delle persone particolarmente care e vicine a me, prima di oggi pomeriggio, quando lui se n’è andato. Lo avevo visto il giorno prima, ero andata a trovarlo, come faccio sempre ogni volta che torno dalla città. Era stanco, dimagrito, ma perfettamente lucido. Guardava me, i miei fratelli, i miei cugini, tutti insieme davanti a lui, per caso. Era seduto al suo solito posto sul divano, la televisione accesa, la stufa ai piedi. Chiedeva dell’università, prendeva in giro l’altezza di mio fratello e la comparava con quella di mio cugino, era tranquillo, anche se affaticato.
Siamo rimasti con lui qualche ora, poi lo abbiamo salutato con i soliti due baci nelle guance, il prossimo appuntamento era per Natale, per scambiarci gli auguri. Ci ha fatto le solite raccomandazioni, quelle che solo un uomo saggio sa fare. Un “ciao”, un sorriso, un “ci vediamo” e via.

E invece ieri è stata l’ultima volta che l’abbiamo visto. Una telefonata oggi, la notizia brutta, la corsa da lui. Le lacrime ingovernabili, il senso di impotenza, i brividi, il vento che si è alzato, il cielo all’improvviso grigio. E lui. Lui che non volevo vedere, temendo di rimanere ancora più male. La forza poi, quella che mi ha portata ad avvicinarmi. Sembrava che dormisse, adagiato in un letto insolito. Alle pareti, i suoi incantevoli quadri, appesi dritti, perfetti, pieni di luce. Il viso sereno, quasi sorrideva. Elegante, nel suo vestito migliore. Piccolo, nel suo essere Grande, il Grande della famiglia.

So benissimo che la vita, almeno quella fisica, non è eterna. Io però, in certi casi, vorrei che lo fosse. Questo è uno di quelli. So che non lo vedrò più, che non potrò più sentirlo parlare, che non mi darà gli auguri al prossimo compleanno, che non mi chiederà se sono nata in casa o in ospedale.
So anche, però, che non lo potrò dimenticare mai. Continuerà a vivere nel mio cuore, continuerò a fare tesoro dei suoi insegnamenti, della sua saggezza. Continuerò a pensare alle mattine passate insieme, quando da piccola guardavamo Forum alla tv. Continuerò a pensare a lui, ogni volta che avrò davanti agli occhi uno dei suoi tanti, meravigliosi quadri.

... Ciao Nonno!

"Ogni persona piccola o grande che passa nella nostra vita è unica: lascia sempre un po' di sè e prende un po' di noi. Ognuno di noi, nel suo cammino, fa degli incontri: persone che incrociano i nostri passi e condividono parte del nostro viaggio.
Qualcuno si allontana presto continuando a seguire una strada diversa dalla nostra, a volte senza neanche più voltarsi. Qualcun'altro ci fa compagnia per più tempo, insegnandoci a volare più in alto quasi fino a toccare il cielo.Altri invece rimangono una presenza fissa che condivide con noi gioie e dolori, vittorie e sconfitte, o semplicemente stando a guardare e intervenendo al momento giusto.
Tutte queste persone entrano nel nostro cuore sempre per un motivo, rimanendo sempre uniche ai nostri occhi.
E non ci sarà delusone, evento o distacco che modificherà nulla di quello che portiamo dentro."
[Letta da qualche parte, ma non ricordo nè dove, nè quando]

venerdì 10 settembre 2010

Un attimo malinconico



Pioggia, pioggia, pioggia incessante.
Cielo brutto, bruttissimo.
Aria fresca, rumore di gocce che cadono sull’asfalto.
Poi vento, tanto vento.
I giorni contati, le ore programmate.
Un gomitolo di pensieri.
Una lista da riempire.
La voglia di andare.
Quella di rimanere.
L’umore che cambia.
È colpa del tempo.

martedì 31 agosto 2010

In bilico tra tutti i miei vorrei

"In bilico tra tutti i miei vorrei, non sento più quell’insensata voglia di equilibrio che mi lascia qui sul filo di un rasoio a disegnar capriole che a mezz’aria mai farò ..."


Negramaro - Estate













Da un paio di giorni sono giù di tono e mi manca quella mezza ispirazione che mi serve per scrivere qualcosa di sensato.
Sono più silenziosa del solito, facilmente suscettibile. Sarà l’estate che tramonta, il tempo poco bello, il vento, il mare agitato.
Sto passeggiando tanto in spiaggia e al porto, sempre con la mia amica. Il mare è molto agitato, ci sono onde altissime, la spiaggia quasi non esiste più. C’erano poche persone oggi, qualche ombrellone, qualche faccia quasi persa tra quell’immensità blu scura, tanti posti per parcheggiare liberi, i primi chioschi chiusi, gli stessi che fino a pochi giorni fa erano pieni di gente.
Un paesaggio triste, pieno di niente che ricordi vagamente l’atmosfera che si respirava una settimana fa.

Il pensiero dello studio ha iniziato a fare dimora fissa nella mia mente, scontrandosi con la poca voglia che ho di sedermi lì su quella maledetta sedia davanti a quegli appunti e a quei libri.



Il tempo stringe e io devo darmi da fare.
Oggi va così, un po’ come ieri e come l’altro ieri ancora, in bilico tra tutti i miei vorrei.

lunedì 2 agosto 2010

Le cose inaspettate

Giorni fa è morto un signore del mio paese: una scomparsa del tutto improvvisa che ha lasciato tantissime persone a bocca aperta. Era una persona molto conosciuta e stimata, tutto sommato ancora giovane, con una bella famiglia e una moglie che adorava.

Quando l’ho saputo sono rimasta di stucco: lo conoscevo abbastanza, con il figlio avevamo frequentato lo stesso liceo. Mi ha colpito molto il fatto che questa cosa sia successa praticamente dall’oggi al domani, in un periodo abbastanza felice per lui e per la sua famiglia.

Al funerale c’era praticamente mezzo paese. Prima di entrare in chiesa, mi sono fermata a parlare con dei conoscenti, scambiandoci quei commenti che purtroppo si formulano ogni volta che accade qualcosa di spiacevole di questo calibro.
Ad uno di loro ho detto che quando succedono queste cose, mi viene da pensare alla caducità della vita, a quanto a volte sia così fragile l’esistenza umana. Basta poco, un attimo solo e tutti i progetti svaniscono come cenere al vento. Questo fatto mi ha portata a pensare che sia quasi inutile fare dei piani, quando non sai se effettivamente il momento dopo ci sarai ancora o meno.
Questa era la considerazione principale a cui ero giunta appena saputa la notizia, uno di quei pensieri formulati a caldo, appena sai che è successo qualcosa di brutto e inaspettato, quando ancora sei troppo sbigottita per renderti conto di tutto il resto.

Il mio interlocutore mi ha sorriso. Era un tizio che praticamente conoscevo solo di nome (solo dopo la nostra conversazione ho capito chi era). Mi ha detto con grande naturalezza che sbaglio a pensare questo, che bisogna sempre e comunque sognare, fare dei progetti, avere degli obiettivi.
“Tu falli, poi se si realizzano o meno è un altro conto”.

Hai ragione, tizio mezzo sconosciuto. I sogni, i progetti, bisogna pensarli, costruirli, cercare di realizzarli, fare il possibile perché ciò avvenga.
Spesso me lo dimentico, a volte il mio pessimismo fuoriesce e batte la mia filosofia di vita ottimistica.
L’importante è ricordarselo. Mai smettere di sognare!