Spesso mi capita sentire la gente del mio paese (o comunque delle mie zone) salutare le donne con un “Ciao Signora”. Proprio oggi pomeriggio ho sentito un uomo rivolgere questo tipo di saluto ad una donna, la quale non ha fatto una piega.
Quest’espressione mi fa rabbrividire. Sa di tamarro e di ignoranza, se sento qualcuno pronunciare con nonchalance queste due brevi parole, lo catalogo all’istante e gli metto su un bel marchio con scritto “persona rozza”. Non voglio sembrare altezzosa, non lo sono proprio per niente, ma quest’espressione mi fa cadere le braccia.
Come si può salutare una signora con cui si ha poca confidenza -per cui dovresti rivolgerti dando del lei (accetterei anche un “voi”, nonostante suoni di un male indescrivibile)- con un “CIAO signora”?
Come si fa ad accostare un informale “ciao” con un formale (formalissimo) “signora”?
Se questa forma di saluto provenisse da un ragazzino, ci passerei anche su, in fondo ha ancora da imparare; se si tratta di gente grande e vaccinata, non lo sopporto proprio.
Vi prego, ditemi che non usate salutare la gente con un “Ciao signora” …
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
venerdì 30 luglio 2010
giovedì 29 luglio 2010
La mia nonna
Credo che i nonni siano un’inesauribile fonte di ogni cosa. Hanno la saggezza dell’età, dell’esperienza. Dietro ogni loro acciacco si nasconde una storia, dietro ogni loro sguardo un’esperienza passata. Noto nei loro movimenti, la stanchezza dell’età, della vita trascorsa, dei problemi, delle gioie che questa ha riservato per loro. Chissà com’è essere vecchi …
Il rapporto con i miei nonni è diventato più forte durante l’adolescenza. Ho solo il nonno materno e la nonna paterna. La nonna materna è morta quando io avevo solo due anni, ma stranamente, di lei ho un mezzo, offuscato ricordo.
Il nonno paterno, invece, non l’ho mai visto: è morto un anno prima che io nascessi. So però che era un tipo silenzioso, a cui piaceva, la sera, andare a letto stanco e soddisfatto dei lavori della giornata. Mii ha lasciato dei grandi doni: parte del suo carattere silenzioso ed introverso, il colore degli occhi (solo io, nella mia famiglia stretta, li ho di questo colore!), l’amore per la campagna e per i gatti. E gli sono grata.
Oggi sono stata a trovare la nonna paterna .
Vive in campagna da sempre, è capace di sentire freddo anche il quindici agosto e dimentica tutto. Parlare con lei è bello, ti chiede una cosa, fa un discorso e dopo dieci minuti ti richiede quanto detto prima. Poi vede che alla seconda identica domanda le rispondo sorridendo, lei tende la testa a destra, fa spallucce, sorride e dice: “Forse te l’ho già chiesto, ma sai, mi dimentico le cose”.
Ma nonostante questo, parlare con lei non è assolutamente noioso. La vedo poco a causa della lontananza, ma ogni volta che vado a trovarla, non vuole assolutamente che mi scolli dalla sedia neanche un attimo, mi vuole tutta per lei. Mi chiede dell’università, anche se non ha capito ancora cosa studio, quanto manca alla laurea (tanto, cara nonna!), mi dice di star attenta in città.
Anche se tra meno di un mese farà 90 anni, se ne intende di moda. Se mi vede le infradito ai piedi, mi dice tutta contenta che vanno di moda. Se vede che ho addosso il cappotto grigio, lo tocca per accertarsi che sia di lana e sufficientemente caldo. Storce il muso quando mi parla delle ragazze che vede nei giornali, con “la pancia di fuori”, le gambe in esposizione o i pantaloni troppo bassi. Mi chiede se ho il ragazzo e poi mi dice che prima è meglio diventare indipendenti. ù
Saggia donna ....
Il rapporto con i miei nonni è diventato più forte durante l’adolescenza. Ho solo il nonno materno e la nonna paterna. La nonna materna è morta quando io avevo solo due anni, ma stranamente, di lei ho un mezzo, offuscato ricordo.
Il nonno paterno, invece, non l’ho mai visto: è morto un anno prima che io nascessi. So però che era un tipo silenzioso, a cui piaceva, la sera, andare a letto stanco e soddisfatto dei lavori della giornata. Mii ha lasciato dei grandi doni: parte del suo carattere silenzioso ed introverso, il colore degli occhi (solo io, nella mia famiglia stretta, li ho di questo colore!), l’amore per la campagna e per i gatti. E gli sono grata.
Oggi sono stata a trovare la nonna paterna .
Vive in campagna da sempre, è capace di sentire freddo anche il quindici agosto e dimentica tutto. Parlare con lei è bello, ti chiede una cosa, fa un discorso e dopo dieci minuti ti richiede quanto detto prima. Poi vede che alla seconda identica domanda le rispondo sorridendo, lei tende la testa a destra, fa spallucce, sorride e dice: “Forse te l’ho già chiesto, ma sai, mi dimentico le cose”.
Ma nonostante questo, parlare con lei non è assolutamente noioso. La vedo poco a causa della lontananza, ma ogni volta che vado a trovarla, non vuole assolutamente che mi scolli dalla sedia neanche un attimo, mi vuole tutta per lei. Mi chiede dell’università, anche se non ha capito ancora cosa studio, quanto manca alla laurea (tanto, cara nonna!), mi dice di star attenta in città.
Anche se tra meno di un mese farà 90 anni, se ne intende di moda. Se mi vede le infradito ai piedi, mi dice tutta contenta che vanno di moda. Se vede che ho addosso il cappotto grigio, lo tocca per accertarsi che sia di lana e sufficientemente caldo. Storce il muso quando mi parla delle ragazze che vede nei giornali, con “la pancia di fuori”, le gambe in esposizione o i pantaloni troppo bassi. Mi chiede se ho il ragazzo e poi mi dice che prima è meglio diventare indipendenti. ù
Saggia donna ....
mercoledì 28 luglio 2010
Le incomprensioni
"Le incomprensioni sono così strane, sarebbe meglio evitarle sempre per non rischiare di aver ragione, ché la ragione non sempre serve".
Tiromancino - Per me è importante
Già, le incomprensioni sono strane. Io penso che se due persone non si capiscono su determinate questioni, evidentemente non si conoscono abbastanza.
Già, le incomprensioni sono strane. Io penso che se due persone non si capiscono su determinate questioni, evidentemente non si conoscono abbastanza.
Sarebbe meglio evitarle sempre. Evitare il non capirsi, evitare di fare finta di non capire. Evitare di cercare di parlare due lingue diverse, quando si conosce benissimo la tensione di quel determinato discorso.
Le incomprensioni già di per sé sono brutte, peggio ancora se accadono con l’intento di farle capitare. Quando sono volute, insomma.
Quando capita questo, non serve più avere ragione. Ti rendi conto che la persona con cui ti relazioni ha voluto quell’incomprensione, ha voluto fare finta di non conoscerti. La ragione non sempre serve, l’importante è avere capito il meccanismo, la strafottenza, il non interesse. Avere ragione in questi casi diventa una cosa secondaria, ormai inutile, tanto quel che è stato, è stato: la verità la sai, non puoi cambiarla, puoi solo sforzarti di accettarla.
Le incomprensioni già di per sé sono brutte, peggio ancora se accadono con l’intento di farle capitare. Quando sono volute, insomma.
Quando capita questo, non serve più avere ragione. Ti rendi conto che la persona con cui ti relazioni ha voluto quell’incomprensione, ha voluto fare finta di non conoscerti. La ragione non sempre serve, l’importante è avere capito il meccanismo, la strafottenza, il non interesse. Avere ragione in questi casi diventa una cosa secondaria, ormai inutile, tanto quel che è stato, è stato: la verità la sai, non puoi cambiarla, puoi solo sforzarti di accettarla.
[Ri-chiedo scusa per l'ermetismo]
Verona
Stanotte sono in vena di romanticismo e quindi vi parlo di Verona.
Ci sono stata a maggio: quel giorno faceva un caldo tremendo. Mi è piaciuta molto, mi è sembrata tranquilla nonostante la presenza di tantissimi turisti, e ho avuto la sensazione che per tutti quei vicoletti si respirasse … romanticismo (e chissà perché poi).
Una città piena d’amore, pulita, ordinata e ridente.




Ci sono stata a maggio: quel giorno faceva un caldo tremendo. Mi è piaciuta molto, mi è sembrata tranquilla nonostante la presenza di tantissimi turisti, e ho avuto la sensazione che per tutti quei vicoletti si respirasse … romanticismo (e chissà perché poi).
Una città piena d’amore, pulita, ordinata e ridente.
Chissà quante coppie, quante storie, quanti baci hanno visto quelle stradine ...
martedì 27 luglio 2010
hsh
Il viaggio è andato bene, meglio del previsto. Azzarderei dire che è passato velocemente. Appena ho messo piede nella terra che mi ha visto crescere, ho respirato a pieni polmoni la mia fresca aria mattutina e in un lampo tutta la stanchezza è svanita nel nulla. Un signore anziano, accanto a me, ha detto che vive a Milano da cinquant’anni e ha aggiunto, a mo’ di pensiero formulato ad alta voce, che ancora non si è abituato a stare lì, “Se non fosse per il lavoro, io lì non avrei niente. Sto bene qua, con questa aria e con questo mare”.
Sono frastornata, ma serena: sono qui da poco più di ventiquattro ore, ma ho ancora dentro milioni di emozioni diverse e contrastanti tra loro. Dovrò smaltirle poco alla volta.
Nelle attese ho incontrato diverse persone e nonostante non abbia passato accanto a loro moltissimo tempo, ognuno ha lasciato in me qualcosa.
Magari ve ne parlerò più in là …
Sono frastornata, ma serena: sono qui da poco più di ventiquattro ore, ma ho ancora dentro milioni di emozioni diverse e contrastanti tra loro. Dovrò smaltirle poco alla volta.
Nelle attese ho incontrato diverse persone e nonostante non abbia passato accanto a loro moltissimo tempo, ognuno ha lasciato in me qualcosa.
Magari ve ne parlerò più in là …
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domenica 25 luglio 2010
La mia valigia
"Un aereo passa veloce e io mi fermo a pensare a tutti quelli che partono, scappano o sono sospesi per giorni, mesi, anni in cui ti senti come uno che si è perso tra obiettivi ogni volta più grandi." (Tiromancino - Imparare dal vento)
La valigia è un oggetto strano, solitamente di forma rettangolare, di qualsiasi colore. Ci metti dentro quel che vuoi, in particolar modo vestiti e tutto l’occorrente per quando devi stare fuori casa. Te la trascini poi per aeroporti, stazioni, strade.
La mia valigia è particolare. È enorme, fatta per i lunghi soggiorni fuori. È a pois, sull’arancione e sul rosso e percorre minimo seimila chilometri l’anno. Il più delle volte mi fa disperare: è grande, ma non entra mai tutto. Spesso rifiuta la roba che metto dentro, decidendo di non chiudersi finché non tolgo il superfluo. Il più delle volte troviamo un compromesso.
In questo momento è piena, l’ho tirata fuori qualche ora fa. Mi seguirà anche questa volta nel mio lungo viaggio, sperando non faccia capricci. Dentro ho messo di tutto: vestiti, scarpe, libri, progetti, speranze, sorrisi, fatica. Anche qualche lacrima di troppo.
Andare, venire, tornare, partire, percorrere manciate di chilometri e rivivere sempre le stesse belle emozioni. Mi basta chiudere gli occhi per ricordare quello che ho provato l’ultima volta, per sentire sulla mia pelle i caldi abbracci di sempre, quelli che più mi mancano.
E poi escono fuori i bilanci, calcoli non matematici su quello che ho fatto nei mesi che separano i miei viaggi. Messaggi, telefonate che non si possono contare, fili tesi e mai spezzati con quel mondo di laggiù che nonostante tutto mi appartiene.
Prima di partire, penso sempre troppo, inutilmente.
La valigia è un oggetto strano, solitamente di forma rettangolare, di qualsiasi colore. Ci metti dentro quel che vuoi, in particolar modo vestiti e tutto l’occorrente per quando devi stare fuori casa. Te la trascini poi per aeroporti, stazioni, strade.
La mia valigia è particolare. È enorme, fatta per i lunghi soggiorni fuori. È a pois, sull’arancione e sul rosso e percorre minimo seimila chilometri l’anno. Il più delle volte mi fa disperare: è grande, ma non entra mai tutto. Spesso rifiuta la roba che metto dentro, decidendo di non chiudersi finché non tolgo il superfluo. Il più delle volte troviamo un compromesso.
In questo momento è piena, l’ho tirata fuori qualche ora fa. Mi seguirà anche questa volta nel mio lungo viaggio, sperando non faccia capricci. Dentro ho messo di tutto: vestiti, scarpe, libri, progetti, speranze, sorrisi, fatica. Anche qualche lacrima di troppo.
Andare, venire, tornare, partire, percorrere manciate di chilometri e rivivere sempre le stesse belle emozioni. Mi basta chiudere gli occhi per ricordare quello che ho provato l’ultima volta, per sentire sulla mia pelle i caldi abbracci di sempre, quelli che più mi mancano.
E poi escono fuori i bilanci, calcoli non matematici su quello che ho fatto nei mesi che separano i miei viaggi. Messaggi, telefonate che non si possono contare, fili tesi e mai spezzati con quel mondo di laggiù che nonostante tutto mi appartiene.
Prima di partire, penso sempre troppo, inutilmente.
venerdì 23 luglio 2010
Post (ironico) sull'uomo medio
Avete mai osservato un uomo medio intento a svolgere faccende tipicamente femminili?
L’uomo medio al supermercato si aggira per i reparti trainando il suo carrello e soffermandosi con lo sguardo attento e incuriosito sui dieci mila prodotti di cui non conosce né l’esistenza, né le caratteristiche, né il funzionamento. Dopo un po’, persa la pazienza, te lo ritrovi girare con carrello pieno di cibi precotti, surgelati, birre, roba di estrema qualità o, all’opposto, di sottomarca.
L’uomo medio, di regola, non è molto capace in cucina, ma se s’impegna, riesce a prepararti cibi elaborati e prelibati, rigorosamente o con troppo o con poco sale (perché il sale non riesce mai a regolarselo, proprio come me).
I detersivi sono un tasto dolentissimo. Non distingue un ammorbidente da uno smacchiatore, non si rende conto che sta per comprare un detersivo da parquet quando ha un normalissimo pavimento. Come, a volte, non capisce che in mano ha un balsamo, ma in realtà necessita di uno shampoo: realizza solo quando vede che il prodotto in questione non fa la dovuta schiuma e allora o pensa che sia opera della casa produttrice, quindi “la prossima volta mi devo ricordare di cambiare marca” oppure legge le indicazioni sul contenitore, capendo che effettivamente ha sbagliato.
Sorvolo sul bucato, in tema di lavatrici sono anche io una frana.
L’uomo medio in un negozio di abbigliamento è allergico ai camerini. Si scoccia a provare gli indumenti, allora sceglie, decide a caso la propria taglia (andando “ad occhio” il più delle volte), e va alle casse.
Poi quando torna a casa e prova le cose acquistate, si guarda allo specchio pensando “Sono dimagrito, la palestra ha fatto i suoi effetti” oppure “Ca***, sono ingrassato, da domani frutta e verdura”, non rendendosi conto che “andando ad occhio” ha preso un indumento di circa dieci taglie in più o in meno della sua.
Raramente chiede consiglio ad una commessa, o se lo fa, la assilla con domande del tipo “come mi sta – che colore prendo – qual è la taglia giusta” e così via. Diciamo che dipende dall’occasione in cui dovrà indossare quelle determinate cose.
L’uomo medio, in un negozio di bricolage, si diverte a guardare la donna media intenta a cercare di capire qual è la differenza tra i vari tipi di chiodi o perché la chiave inglese ha una forma totalmente diversa da una normale chiave.
L’uomo medio, in un’officina, dal meccanico, dal gommista, si diverte a guardare la donna media non capire niente del problema che ha la propria macchina, come si diverte a sentirla raccontare per sommi capi i sintomi del proprio mezzo e guardare poco dopo la sua espressione smarrita quando le si dice che manca la benzina,l’acqua, l’olio (il sale …).
L’uomo medio si diverte anche a guardare la donna media intenta a fare parcheggi improponibili, bloccando il traffico e creando un ingorgo grande come un paese di tremila abitanti, rimanendo poi stupito perché la donna media, nonostante tutto, ce l’ha fatta.
A volte, guardando l’uomo o la donna media, mi rendo conto quanto siano veri determinati luoghi comuni che girano intorno a queste figure e quanto gli interessati siano determinati nel non volere fare vedere le proprie “debolezze” ...
(fatte sempre le dovute eccezioni)
L’uomo medio al supermercato si aggira per i reparti trainando il suo carrello e soffermandosi con lo sguardo attento e incuriosito sui dieci mila prodotti di cui non conosce né l’esistenza, né le caratteristiche, né il funzionamento. Dopo un po’, persa la pazienza, te lo ritrovi girare con carrello pieno di cibi precotti, surgelati, birre, roba di estrema qualità o, all’opposto, di sottomarca.
L’uomo medio, di regola, non è molto capace in cucina, ma se s’impegna, riesce a prepararti cibi elaborati e prelibati, rigorosamente o con troppo o con poco sale (perché il sale non riesce mai a regolarselo, proprio come me).
I detersivi sono un tasto dolentissimo. Non distingue un ammorbidente da uno smacchiatore, non si rende conto che sta per comprare un detersivo da parquet quando ha un normalissimo pavimento. Come, a volte, non capisce che in mano ha un balsamo, ma in realtà necessita di uno shampoo: realizza solo quando vede che il prodotto in questione non fa la dovuta schiuma e allora o pensa che sia opera della casa produttrice, quindi “la prossima volta mi devo ricordare di cambiare marca” oppure legge le indicazioni sul contenitore, capendo che effettivamente ha sbagliato.
Sorvolo sul bucato, in tema di lavatrici sono anche io una frana.
L’uomo medio in un negozio di abbigliamento è allergico ai camerini. Si scoccia a provare gli indumenti, allora sceglie, decide a caso la propria taglia (andando “ad occhio” il più delle volte), e va alle casse.
Poi quando torna a casa e prova le cose acquistate, si guarda allo specchio pensando “Sono dimagrito, la palestra ha fatto i suoi effetti” oppure “Ca***, sono ingrassato, da domani frutta e verdura”, non rendendosi conto che “andando ad occhio” ha preso un indumento di circa dieci taglie in più o in meno della sua.
Raramente chiede consiglio ad una commessa, o se lo fa, la assilla con domande del tipo “come mi sta – che colore prendo – qual è la taglia giusta” e così via. Diciamo che dipende dall’occasione in cui dovrà indossare quelle determinate cose.
L’uomo medio, in un negozio di bricolage, si diverte a guardare la donna media intenta a cercare di capire qual è la differenza tra i vari tipi di chiodi o perché la chiave inglese ha una forma totalmente diversa da una normale chiave.
L’uomo medio, in un’officina, dal meccanico, dal gommista, si diverte a guardare la donna media non capire niente del problema che ha la propria macchina, come si diverte a sentirla raccontare per sommi capi i sintomi del proprio mezzo e guardare poco dopo la sua espressione smarrita quando le si dice che manca la benzina,l’acqua, l’olio (il sale …).
L’uomo medio si diverte anche a guardare la donna media intenta a fare parcheggi improponibili, bloccando il traffico e creando un ingorgo grande come un paese di tremila abitanti, rimanendo poi stupito perché la donna media, nonostante tutto, ce l’ha fatta.
A volte, guardando l’uomo o la donna media, mi rendo conto quanto siano veri determinati luoghi comuni che girano intorno a queste figure e quanto gli interessati siano determinati nel non volere fare vedere le proprie “debolezze” ...
(fatte sempre le dovute eccezioni)
giovedì 22 luglio 2010
Soggetti alle prese con l'ultimo esame
Gli ultimi soggetti osservati sono gli studenti che hanno sostenuto l’esame con me l’altro giorno. Gente simpatica.
Quella mattina, sono arrivata in facoltà con la mia amica, un’ora prima del previsto. Non c’era tantissima gente per il corridoio, eravamo in tutto una ventina. Studenti seduti, altri in piedi, altri a fare chilometri in giro per il corridoio.
Io e la mia amica ci sediamo accanto ad altri nostri colleghi, di fronte a noi c’è altra gente in piedi, tra cui il mio collega secchione, intento a tediare gli animi di due malcapitati con domande poco confortanti.
Questo qua è uno strano soggetto. Ama veramente tanto le cose che studia, credo dormi col codice civile sul comodino. Gira sempre vestito per bene, in camicia, cravatta, giacca in inverno. Sforna un esame ogni quindici giorni, per questo è in pari con gli anni. Quelli del primo anno lo scambiano per un assistente e lui, velatamente, si gloria di ciò.
Alle ragazze dà del lei, con i ragazzi si comporta normalmente. È un distributore d’ansia, soprattutto se ti capita intorno negli attimi prima di un esame: questo perché, naturalmente, anche se tu hai studiato tutti i libri, lui sa sempre qualcosa in più di te, quel qualcosa che lui ritiene assolutamente fondamentale per affrontare il colloquio, mentre tu non ci avevi neanche fatto caso.
Sicuramente è molto intelligente, però per fortuna non si da grandi arie. È disposto anche a dare una mano a chi gli chiedi delucidazioni su argomenti poco chiari. L’unico problema è che, aperta bocca, non si ferma più e tira fuori tutto lo scibile umano.
Una volta mi si è avvicinato, ha iniziato a parlarmi di un appuntamento del giorno dopo, di appunti di non so cosa. io non capivo di che stesse parlando. Dopo dieci minuti di monologo a raffica, si ferma, mi guarda bene e dice -Ti ho scambiata per un’altra!-. Ho capito dopo per chi mi aveva scambiata: per una ragazza del nostro corso con la quale condivido solo forma e colore degli occhiali da vista (messi, tra l’altro, solo quel giorno).
Arriva il prof e smetto di osservare il soggetto sopra descritto. L’assistente fa l’appello, ritira i libretti e ci invita a sederci in un’aula grande. Prof e assistente iniziano gli esami. La prima esaminata dall’assistente è una ragazza che parla a macchinetta. Non si ferma un attimo, neanche per prendere fiato. Credo faccia nuoto. Io l’ascolto e penso di non sapere un cavolo. Tira fuori casi di Palestina, di gente sconosciuta. Io e i miei amici ci guardiamo, per un attimo pensiamo di aver sbagliato aula, esame, libri da studiare. Poi ci convinciamo che siamo 4 contro 1. Forse abbiamo ragione noi.
La tipa prende 30 e lode. L’assistente fa verbalizzare il voto al prof alle prese intanto con un’altra ragazza normale.
L’assistente si risiede, prende un libretto e dice il mio cognome. Ansia. Mi alzo, fingo di essere tranquilla nel mio passo celere e deciso. Arrivo di fronte a lui, sfodero il mio bel (!) sorriso, cercando di non far trapelare la confusione mentale del momento. Mi fa la prima domanda e subito mi calmo. A quanto pare non ho sbagliato né libro, né esame. Continuo tranquillamente a rispondere alle cose che mi chiede finché non mi dà il suo bel voto e mi dice di accomodarmi vicino al prof e aspettare che finisca di esaminare un ragazzo.
Eseguo gli ordini, cerco una sedia scansata, mi accomodo. Cerco con lo sguardo la mia amica, le faccio un sorriso per farle capire che è tutto ok, che può andare tranquilla. L’assistente chiama lei.
Intanto mi dirigo con gli occhi verso il prof. È paonazzo. Il ragazzo lo sta facendo disperare. Trattasi di un soggetto alto tre metri, biondo tinto, carnagione arancione, occhi chiari, jeans bassi, mutande in evidenza. Effettivamente non sa niente, sembra stia raccontando favole. E lo fa con una tale nonchalance …
Poi mi sento chiamare da dietro. Accento inconfondibile, trattasi di un mio amico. Mi chiede come è andata, io gli rispondo. Mi sorride, mi tende la mano come per darmi i complimenti, come gesto di forza, di contentezza. Gli sorrido tanto e torno a gustarmi la scena del ragazzo delle favole.
Per poco però. Mi sento un toc – toc sulla spalla. Mi giro. È un altro ragazzo che conosco di vista: ogni tanto lo vedevo alle lezioni e ho notato, mezz’ora prima nel corridoio, che guardava spesso nella direzione mia e dei miei amici con fare impacciato. Credo sia un po’ più grande, mi ricorda Gigi d’Alessio.
Mi chiede anche lui com’è andata, cosa mi hanno chiesto. Gli faccio l’elenco delle domande, ad una non sa rispondere, allora gli spiego qualcosa in quattro e quattr’otto. Dice di aver capito. Gli auguro che non gli facciano quella domanda e sorride.
Intanto anche la mia amica finisce il suo esame. È contenta e la cosa mi fa tanto piacere. Il soggetto ignorante sta finendo. Il prof gli dà il libretto, lui si alza e se ne va. Allora è il turno mio. Mi siedo alla cattedra, il prof apre il libretto, segna dei dati al computer, mi fa la solito battuta sul mio luogo di nascita, firma e mi augura buone vacanze.
Amen, è finita.
Sarei rimasta ancora un po’ a gustarmi quei poveri soggetti alle prese con l’ansia, ma decidiamo con la mia amica di andare via. Ne abbiamo abbastanza per oggi. Anzi, no. Per quest’anno.
Quella mattina, sono arrivata in facoltà con la mia amica, un’ora prima del previsto. Non c’era tantissima gente per il corridoio, eravamo in tutto una ventina. Studenti seduti, altri in piedi, altri a fare chilometri in giro per il corridoio.
Io e la mia amica ci sediamo accanto ad altri nostri colleghi, di fronte a noi c’è altra gente in piedi, tra cui il mio collega secchione, intento a tediare gli animi di due malcapitati con domande poco confortanti.
Questo qua è uno strano soggetto. Ama veramente tanto le cose che studia, credo dormi col codice civile sul comodino. Gira sempre vestito per bene, in camicia, cravatta, giacca in inverno. Sforna un esame ogni quindici giorni, per questo è in pari con gli anni. Quelli del primo anno lo scambiano per un assistente e lui, velatamente, si gloria di ciò.
Alle ragazze dà del lei, con i ragazzi si comporta normalmente. È un distributore d’ansia, soprattutto se ti capita intorno negli attimi prima di un esame: questo perché, naturalmente, anche se tu hai studiato tutti i libri, lui sa sempre qualcosa in più di te, quel qualcosa che lui ritiene assolutamente fondamentale per affrontare il colloquio, mentre tu non ci avevi neanche fatto caso.
Sicuramente è molto intelligente, però per fortuna non si da grandi arie. È disposto anche a dare una mano a chi gli chiedi delucidazioni su argomenti poco chiari. L’unico problema è che, aperta bocca, non si ferma più e tira fuori tutto lo scibile umano.
Una volta mi si è avvicinato, ha iniziato a parlarmi di un appuntamento del giorno dopo, di appunti di non so cosa. io non capivo di che stesse parlando. Dopo dieci minuti di monologo a raffica, si ferma, mi guarda bene e dice -Ti ho scambiata per un’altra!-. Ho capito dopo per chi mi aveva scambiata: per una ragazza del nostro corso con la quale condivido solo forma e colore degli occhiali da vista (messi, tra l’altro, solo quel giorno).
Arriva il prof e smetto di osservare il soggetto sopra descritto. L’assistente fa l’appello, ritira i libretti e ci invita a sederci in un’aula grande. Prof e assistente iniziano gli esami. La prima esaminata dall’assistente è una ragazza che parla a macchinetta. Non si ferma un attimo, neanche per prendere fiato. Credo faccia nuoto. Io l’ascolto e penso di non sapere un cavolo. Tira fuori casi di Palestina, di gente sconosciuta. Io e i miei amici ci guardiamo, per un attimo pensiamo di aver sbagliato aula, esame, libri da studiare. Poi ci convinciamo che siamo 4 contro 1. Forse abbiamo ragione noi.
La tipa prende 30 e lode. L’assistente fa verbalizzare il voto al prof alle prese intanto con un’altra ragazza normale.
L’assistente si risiede, prende un libretto e dice il mio cognome. Ansia. Mi alzo, fingo di essere tranquilla nel mio passo celere e deciso. Arrivo di fronte a lui, sfodero il mio bel (!) sorriso, cercando di non far trapelare la confusione mentale del momento. Mi fa la prima domanda e subito mi calmo. A quanto pare non ho sbagliato né libro, né esame. Continuo tranquillamente a rispondere alle cose che mi chiede finché non mi dà il suo bel voto e mi dice di accomodarmi vicino al prof e aspettare che finisca di esaminare un ragazzo.
Eseguo gli ordini, cerco una sedia scansata, mi accomodo. Cerco con lo sguardo la mia amica, le faccio un sorriso per farle capire che è tutto ok, che può andare tranquilla. L’assistente chiama lei.
Intanto mi dirigo con gli occhi verso il prof. È paonazzo. Il ragazzo lo sta facendo disperare. Trattasi di un soggetto alto tre metri, biondo tinto, carnagione arancione, occhi chiari, jeans bassi, mutande in evidenza. Effettivamente non sa niente, sembra stia raccontando favole. E lo fa con una tale nonchalance …
Poi mi sento chiamare da dietro. Accento inconfondibile, trattasi di un mio amico. Mi chiede come è andata, io gli rispondo. Mi sorride, mi tende la mano come per darmi i complimenti, come gesto di forza, di contentezza. Gli sorrido tanto e torno a gustarmi la scena del ragazzo delle favole.
Per poco però. Mi sento un toc – toc sulla spalla. Mi giro. È un altro ragazzo che conosco di vista: ogni tanto lo vedevo alle lezioni e ho notato, mezz’ora prima nel corridoio, che guardava spesso nella direzione mia e dei miei amici con fare impacciato. Credo sia un po’ più grande, mi ricorda Gigi d’Alessio.
Mi chiede anche lui com’è andata, cosa mi hanno chiesto. Gli faccio l’elenco delle domande, ad una non sa rispondere, allora gli spiego qualcosa in quattro e quattr’otto. Dice di aver capito. Gli auguro che non gli facciano quella domanda e sorride.
Intanto anche la mia amica finisce il suo esame. È contenta e la cosa mi fa tanto piacere. Il soggetto ignorante sta finendo. Il prof gli dà il libretto, lui si alza e se ne va. Allora è il turno mio. Mi siedo alla cattedra, il prof apre il libretto, segna dei dati al computer, mi fa la solito battuta sul mio luogo di nascita, firma e mi augura buone vacanze.
Amen, è finita.
Sarei rimasta ancora un po’ a gustarmi quei poveri soggetti alle prese con l’ansia, ma decidiamo con la mia amica di andare via. Ne abbiamo abbastanza per oggi. Anzi, no. Per quest’anno.
mercoledì 21 luglio 2010
Sardegna
Per i miei diciotto anni, mia madre mi regalò un viaggio in Sardegna. Ci andai dopo la maturità, ad agosto. Passai una bella settimana.
Alloggiavo ad Olbia, in un b&b ad un quarto d’ora (a piedi) dal centro, gestito da una signora fine e di poche parole. Da lì, ogni mattina, partivo per posti diversi. Ho visitato Porto Rotondo, Porto Cervo, Santa Teresa di Gallura, la Maddalena, ho fatto anche un giro in barca per l’arcipelago. C’era in progetto una capatina in Corsica, ma le Bocche di Bonifacio non me l’hanno permesso: il mare era troppo agitato per fare la traversata!
Bellissimi posti anche questi, un po’ cari però. Porto Cervo e Porto Rotondo si somigliano molto, per la natura e per il genere di turisti che decidono di passare lì le vacanze. Era pieno di gente altolocata, chic, vestita di tutto punto anche solo per andare al mare. Mi sono sentita quasi una barbona dal basso dei miei pantaloncini a quadretti celesti, della mia canottierina bianca, delle mie umili infradito e del cappello di paglia alla Sampei. Porto Cervo è un susseguirsi di negozi di grandissime firme, sempre frequentati da gente di ogni tipo. Rimane sempre un angolo di paradiso.
Santa Teresa di Gallura e l’isola della Maddalena sono dei posti un po’ più “ordinari” dei precedenti. C’erano più famigliole, più gente “normale”. Da lì si vede, in lontananza, la Corsica.
Alla Maddalena sono stata poco tempo, ho solo fatto un breve giro.
I posti più belli però li ho visitati in barca. Ci sono delle compagnie che organizzano gite ogni giorno, con tour dell’intero arcipelago e varie soste per le spiagge. Da notare la costiera frastagliata e le rocce di forme diverse. Ho visto anche la spiaggia rosa, chiamata così perché i coralli rosa sostituiscono la sabbia. Si può solo vedere dalla barca giustamente, non si può scendere.
Aneddoto sul mio viaggio in Sardegna: una sera esco a fare un giro per il centro di Olbia. Era pienissimo di gente e c’era un grande palco in piazza. Pensavo ci fosse una sagra, una festa di paese. Inizio a sentire una canzone provenire dal palco, ma siccome la stanchezza era tanta, torno subito al b&b.
Mattina seguente, mentre faccio colazione, si avvicina la proprietaria del B&b.
–Allora, com’è andato il concerto ieri sera?-
-Quale concerto?- [“Forse ho perso l’evento dell’anno …”]
-Ma come? Non lo sapevi? Ieri sera c’era il concerto di MARCO CARTA!-
Ebbene sì, la signora, ragionando per vie generali, trovandosi di fronte una diciottenne, ha pensato subito che io fossi una di quelle fan accanite di Marco Carta, una di quelle capaci di spendere l’intero credito del cellulare per votarlo. Inutile dire che si è sbagliata di grosso.
Tornando a casa ho raccontato questa cosa ad una mia amica a cui piaceva Marco Carta.
La sua reazione?
-Come hai potuto mai perdere un evento del genere?-
Alloggiavo ad Olbia, in un b&b ad un quarto d’ora (a piedi) dal centro, gestito da una signora fine e di poche parole. Da lì, ogni mattina, partivo per posti diversi. Ho visitato Porto Rotondo, Porto Cervo, Santa Teresa di Gallura, la Maddalena, ho fatto anche un giro in barca per l’arcipelago. C’era in progetto una capatina in Corsica, ma le Bocche di Bonifacio non me l’hanno permesso: il mare era troppo agitato per fare la traversata!
Bellissimi posti anche questi, un po’ cari però. Porto Cervo e Porto Rotondo si somigliano molto, per la natura e per il genere di turisti che decidono di passare lì le vacanze. Era pieno di gente altolocata, chic, vestita di tutto punto anche solo per andare al mare. Mi sono sentita quasi una barbona dal basso dei miei pantaloncini a quadretti celesti, della mia canottierina bianca, delle mie umili infradito e del cappello di paglia alla Sampei. Porto Cervo è un susseguirsi di negozi di grandissime firme, sempre frequentati da gente di ogni tipo. Rimane sempre un angolo di paradiso.
Santa Teresa di Gallura e l’isola della Maddalena sono dei posti un po’ più “ordinari” dei precedenti. C’erano più famigliole, più gente “normale”. Da lì si vede, in lontananza, la Corsica.
Alla Maddalena sono stata poco tempo, ho solo fatto un breve giro.
I posti più belli però li ho visitati in barca. Ci sono delle compagnie che organizzano gite ogni giorno, con tour dell’intero arcipelago e varie soste per le spiagge. Da notare la costiera frastagliata e le rocce di forme diverse. Ho visto anche la spiaggia rosa, chiamata così perché i coralli rosa sostituiscono la sabbia. Si può solo vedere dalla barca giustamente, non si può scendere.
Aneddoto sul mio viaggio in Sardegna: una sera esco a fare un giro per il centro di Olbia. Era pienissimo di gente e c’era un grande palco in piazza. Pensavo ci fosse una sagra, una festa di paese. Inizio a sentire una canzone provenire dal palco, ma siccome la stanchezza era tanta, torno subito al b&b.
Mattina seguente, mentre faccio colazione, si avvicina la proprietaria del B&b.
–Allora, com’è andato il concerto ieri sera?-
-Quale concerto?- [“Forse ho perso l’evento dell’anno …”]
-Ma come? Non lo sapevi? Ieri sera c’era il concerto di MARCO CARTA!-
Ebbene sì, la signora, ragionando per vie generali, trovandosi di fronte una diciottenne, ha pensato subito che io fossi una di quelle fan accanite di Marco Carta, una di quelle capaci di spendere l’intero credito del cellulare per votarlo. Inutile dire che si è sbagliata di grosso.
Tornando a casa ho raccontato questa cosa ad una mia amica a cui piaceva Marco Carta.
La sua reazione?
-Come hai potuto mai perdere un evento del genere?-
martedì 20 luglio 2010
Adesso... vacanza!
Oggi ho finito gli esami della sessione estiva.
Mi sento benissimo, sono sollevata e serena. Ho concluso in bellezza e finalmente ho trovato un assistente capace di dare soddisfazioni, di sorridere mentre ascolta le risposte alle sue domande.
Fin’ora mi sono capitati pochissimi professori così: di solito chiedono i vari argomenti con nonchalance, senza neanche guardarti. Alle risposte che ascoltano non annuiscono, non danno segni di vita, guardano altrove, al massimo fanno qualche smorfia qua e là anche se stai dicendo tutto perfettamente, virgole comprese.
Oggi finalmente ho avuto modo di ricredermi. Al di là del voto, sono contenta di questo.
Adesso relax, niente libri. Riposerò qua in città ancora qualche giorno e la settimana prossima tornerò a casa dai miei, dopo quasi quattro mesi di assenza.
Quasi non mi sembra vero.
Mi sento benissimo, sono sollevata e serena. Ho concluso in bellezza e finalmente ho trovato un assistente capace di dare soddisfazioni, di sorridere mentre ascolta le risposte alle sue domande.
Fin’ora mi sono capitati pochissimi professori così: di solito chiedono i vari argomenti con nonchalance, senza neanche guardarti. Alle risposte che ascoltano non annuiscono, non danno segni di vita, guardano altrove, al massimo fanno qualche smorfia qua e là anche se stai dicendo tutto perfettamente, virgole comprese.
Oggi finalmente ho avuto modo di ricredermi. Al di là del voto, sono contenta di questo.
Adesso relax, niente libri. Riposerò qua in città ancora qualche giorno e la settimana prossima tornerò a casa dai miei, dopo quasi quattro mesi di assenza.
Quasi non mi sembra vero.
Dulce de leche
Qualche anno fa, i miei parenti argentini mi portarono come souvenir un barattolo di vetro colorato con dentro una strana crema sul marroncino chiaro. Ricordo che lo misi in uno scaffale e lo lasciai lì.
Qualche settimana dopo, lo ritrovai e allora decisi di aprirlo e assaggiarne il contenuto.
Quando devo provare qualche cibo nuovo, prima di metterlo in bocca, inizio, sospettosa,ad odorarlo come un cane da tartufo (vi lascio immaginare come ho analizzato il kebab quando l’ho provato la prima volta …). L’odore di quella crema era abbastanza gradevole, sapeva di dolce. Allora inforcai un cucchiaino e lo assaggiai.
In un baleno le mie papille gustative fecero la ola, iniziarono a ballare il can can e suonarono le campane a festa. Quella crema era semplicemente deliziosa: morbida, dolce, il suo sapore rimanda ad un incrocio tra il caramello e il mou. Qualcosa di veramente divino. Sparsa la notizia nella mia famiglia di tale bontà, il barattolo finii in pochi giorni.
Il nome di questo celestiale alimento? Dulce de leche, che in spagnolo vuol dire “Dolce di latte” (e dire che a me il latte non piace …!).
È un po’ come la nostra nutella: in Argentina si usa spalmarla sul pane o come farcitura di dolci e biscotti. Oppure suppongo anche come antidepressivo.
Quel sapore mi è proprio rimasto in testa. L’anno scorso ne parlai ad una mia amica peruviana, anche lei conosceva il dulce de leche, anzi era l’unica persona di mia conoscenza a sapere della sua esistenza. Giorni dopo me ne portò una bustina. Inutile dire che la reazione delle mie papille gustative fu la stessa.
Non essendoci in commercio in Italia (o per lo meno io non l’ho mai trovato!), io e mia sorella recentemente abbiamo provato a cercare la ricetta su internet. Dopo mille ricerche, abbiamo provato a fare la ricetta che ci sembrava più adatta, pensando comunque che non sarebbe mai venuto un dulce de leche come quello provato prima.
Dopo un’ora scarsa di cottura, la prova della marmellata sul piatto, la fase raffreddamento e quella “provo io o provi tu?”, lo abbiamo assaggiato riscoprendo (con grande meraviglia della sottoscritta ormai rassegnata) il vero sapore di questa crema. Riesce proprio come il dulce de leche industriale, forse anche più buono e genuino considerando che non ci sono conservanti.
Anche sul dulce de leche c’è una leggenda: si narra che una serva si addormentò lasciando sul fuoco una pentola con latte e zucchero. Al risveglio notò che quegli ingredienti avevano creato una densa crema, appunto il dulce de leche.
Ora, dal momento che sono altruista, vi lascio la semplicissima ricetta e una foto del nostro dulce. Fatelo, non ve ne pentirete (anche se non è proprio un alimento estivo!).
Attenti però agli effetti collaterali: potrebbe diventare una droga!
Qualche settimana dopo, lo ritrovai e allora decisi di aprirlo e assaggiarne il contenuto.
Quando devo provare qualche cibo nuovo, prima di metterlo in bocca, inizio, sospettosa,ad odorarlo come un cane da tartufo (vi lascio immaginare come ho analizzato il kebab quando l’ho provato la prima volta …). L’odore di quella crema era abbastanza gradevole, sapeva di dolce. Allora inforcai un cucchiaino e lo assaggiai.
In un baleno le mie papille gustative fecero la ola, iniziarono a ballare il can can e suonarono le campane a festa. Quella crema era semplicemente deliziosa: morbida, dolce, il suo sapore rimanda ad un incrocio tra il caramello e il mou. Qualcosa di veramente divino. Sparsa la notizia nella mia famiglia di tale bontà, il barattolo finii in pochi giorni.
Il nome di questo celestiale alimento? Dulce de leche, che in spagnolo vuol dire “Dolce di latte” (e dire che a me il latte non piace …!).
È un po’ come la nostra nutella: in Argentina si usa spalmarla sul pane o come farcitura di dolci e biscotti. Oppure suppongo anche come antidepressivo.
Quel sapore mi è proprio rimasto in testa. L’anno scorso ne parlai ad una mia amica peruviana, anche lei conosceva il dulce de leche, anzi era l’unica persona di mia conoscenza a sapere della sua esistenza. Giorni dopo me ne portò una bustina. Inutile dire che la reazione delle mie papille gustative fu la stessa.
Non essendoci in commercio in Italia (o per lo meno io non l’ho mai trovato!), io e mia sorella recentemente abbiamo provato a cercare la ricetta su internet. Dopo mille ricerche, abbiamo provato a fare la ricetta che ci sembrava più adatta, pensando comunque che non sarebbe mai venuto un dulce de leche come quello provato prima.
Dopo un’ora scarsa di cottura, la prova della marmellata sul piatto, la fase raffreddamento e quella “provo io o provi tu?”, lo abbiamo assaggiato riscoprendo (con grande meraviglia della sottoscritta ormai rassegnata) il vero sapore di questa crema. Riesce proprio come il dulce de leche industriale, forse anche più buono e genuino considerando che non ci sono conservanti.
Anche sul dulce de leche c’è una leggenda: si narra che una serva si addormentò lasciando sul fuoco una pentola con latte e zucchero. Al risveglio notò che quegli ingredienti avevano creato una densa crema, appunto il dulce de leche.
Ora, dal momento che sono altruista, vi lascio la semplicissima ricetta e una foto del nostro dulce. Fatelo, non ve ne pentirete (anche se non è proprio un alimento estivo!).
Attenti però agli effetti collaterali: potrebbe diventare una droga!
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domenica 18 luglio 2010
Anche tu tra noi...
E così, adesso, anche tu fai parte di questo mondo.
La notizia della tua nascita ha fatto il giro dell’Italia in qualche minuto (e anche dell’Europa, ora che ci penso!), sarà rimbalzata da telefono in telefono, da chiamata a messaggio, regalando sorridi e felicità in tutti quelli che sono venuti a sapere della tua esistenza.
Chissà, cara piccolina, quante cose ti aspettano in questa vita. Quante gioie, quante esperienze belle o brutte. Chissà cosa ti sta riservando il destino. Chissà quando imparerai a camminare, a dire “mamma” e “papà”, chissà come andrai a scuola, come sarai da grande. Chissà se sarai timida o estroversa, se somiglierai più alla mamma o al papà.
Ti auguro di essere una persona fantastica, bella dentro e fuori, di allietare sempre, con ogni tuo gesto, le persone che ti vogliono bene. Ti auguro la forza, tanta, per affrontare ogni giorno di questa tua nuova vita.
La notizia della tua nascita ha fatto il giro dell’Italia in qualche minuto (e anche dell’Europa, ora che ci penso!), sarà rimbalzata da telefono in telefono, da chiamata a messaggio, regalando sorridi e felicità in tutti quelli che sono venuti a sapere della tua esistenza.
Chissà, cara piccolina, quante cose ti aspettano in questa vita. Quante gioie, quante esperienze belle o brutte. Chissà cosa ti sta riservando il destino. Chissà quando imparerai a camminare, a dire “mamma” e “papà”, chissà come andrai a scuola, come sarai da grande. Chissà se sarai timida o estroversa, se somiglierai più alla mamma o al papà.
Ti auguro di essere una persona fantastica, bella dentro e fuori, di allietare sempre, con ogni tuo gesto, le persone che ti vogliono bene. Ti auguro la forza, tanta, per affrontare ogni giorno di questa tua nuova vita.
sabato 17 luglio 2010
Ischia e Procida
Adoro viaggiare. Se potessi passerei più tempo in giro per il mondo che a casa.
Per adesso sono stata più in Italia che all’estero. La penso come mia madre: bisogna prima conoscere il proprio paese, poi si va all’estero!
Ho visitato per lo più posti di mare, isole, zone tranquille. La montagna non mi dispiace, l’unico problema è che è la considero un posto invernale e io d’inverno ho poco tempo libero, ma nonostante ciò cerco almeno di passare, dopo le vacanze di Natale, almeno una giornata sulla neve.
I miei soggiorni rispecchiano il mio carattere: sono viaggi tranquilli, più che divertirmi e fare tardi la notte, preferisco godermi il posto, anzi i posti. Uso alloggiare in qualche b&b in una zona centrale e poi da là spostarmi per visitare tutti gli altri posti caratteristici del luogo. Ogni giorno un posto diverso.
Cerco di soffermarmi su tutto, di immagazzinare più immagini, sapori, odori possibili e di ricordarmeli all’infinito. Le foto mi aiutano tanto in quest’impresa. Ne scatto centinaia (se non migliaia) e poi le riguardo. Riprendo qualsiasi cosa, dai panorami alla camera del b&b, passando per le stazioni, per i monumenti, per le cose tipiche, i piatti del luogo e ogni altra cosa che potrebbe suscitarmi ricordi.
Poi le riguardo, specialmente nei mesi invernali e sorrido.
Oggi vi parlo di Ischia e di Procida, le due isole vicino Napoli. Dei posti incantevoli, pieni di sole, di scorci stupendi, di persone simpatiche.
Ad Ischia ho mangiato la più buona pizza del mondo. Per una settimana è stato il mio unico alimento, non mi sono mai stancata di mangiarla!
Altra cosa da provare assolutamente è il Rucolino: un liquore alla … rucola! Vi lascio la foto di un canovaccio con su stampata la ricetta. Non ho provato a farlo, ma credo sia quella giusta.


Procida:


Ricetta del Rucolino
Per adesso sono stata più in Italia che all’estero. La penso come mia madre: bisogna prima conoscere il proprio paese, poi si va all’estero!
Ho visitato per lo più posti di mare, isole, zone tranquille. La montagna non mi dispiace, l’unico problema è che è la considero un posto invernale e io d’inverno ho poco tempo libero, ma nonostante ciò cerco almeno di passare, dopo le vacanze di Natale, almeno una giornata sulla neve.
I miei soggiorni rispecchiano il mio carattere: sono viaggi tranquilli, più che divertirmi e fare tardi la notte, preferisco godermi il posto, anzi i posti. Uso alloggiare in qualche b&b in una zona centrale e poi da là spostarmi per visitare tutti gli altri posti caratteristici del luogo. Ogni giorno un posto diverso.
Cerco di soffermarmi su tutto, di immagazzinare più immagini, sapori, odori possibili e di ricordarmeli all’infinito. Le foto mi aiutano tanto in quest’impresa. Ne scatto centinaia (se non migliaia) e poi le riguardo. Riprendo qualsiasi cosa, dai panorami alla camera del b&b, passando per le stazioni, per i monumenti, per le cose tipiche, i piatti del luogo e ogni altra cosa che potrebbe suscitarmi ricordi.
Poi le riguardo, specialmente nei mesi invernali e sorrido.
Oggi vi parlo di Ischia e di Procida, le due isole vicino Napoli. Dei posti incantevoli, pieni di sole, di scorci stupendi, di persone simpatiche.
Ad Ischia ho mangiato la più buona pizza del mondo. Per una settimana è stato il mio unico alimento, non mi sono mai stancata di mangiarla!
Altra cosa da provare assolutamente è il Rucolino: un liquore alla … rucola! Vi lascio la foto di un canovaccio con su stampata la ricetta. Non ho provato a farlo, ma credo sia quella giusta.
Ischia:
Procida:
Ricetta del Rucolino
venerdì 16 luglio 2010
Salvami!
New entry in casa mia.

Vi presento colui il quale (spero) mi salverà da notti insonni e dallo sclero da temperature africane.
Era l'ultimo pezzo, il tizio dietro di me alla cassa voleva uccidermi. Ho temuto che appena uscita dal negozio, si sarebbe avvicinato e mi avrebbe costretta a darglielo dietro minaccia con annesso coltello. Per fortuna non ero sola.
E' qui da un paio d'ore, sta già facendo i suoi piccoli frutti.
Gli devo trovare un nome...
giovedì 15 luglio 2010
Margaret Mazzantini - "Zorro. Un eremita da marciapiede"
Stasera, alla Mondadori, il mio occhio è caduto su un libro piccolo, dalla copertina scura. Si chiama "Zorro. Un eremita da marciapiede" di Margaret Mazzantini.
Ho letto la presentazione, dice:
“I barboni sono randagi scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci manca.Perché forse ci manca quell'andare silenzioso totalmente libero, quel deambulare perplesso, magari losco, eppure così naturale, così necessario, quel fottersene del tempo meteorologico e di quello irreversibile dell'orologio. Chi di noi non ha sentito il desiderio di accasciarsi per strada, come marionetta, gambe larghe sull'asfalto, testa reclinata sul guanciale di un muro? E lasciare al fiume il suo grande, impegnativo corso. Venirne fuori, venirne in pace. Tacito brandello di carne umana sul selciato dell'umanità."
... e dopo queste parole l'ho aggiunto alla lista dei libri da leggere durante l'estate!
I barboni un po' mi incuriosiscono: nascondono sempre una storia particolare.
[Di loro avevo già parlato in questo post!]
Ho letto la presentazione, dice:
“I barboni sono randagi scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci manca.Perché forse ci manca quell'andare silenzioso totalmente libero, quel deambulare perplesso, magari losco, eppure così naturale, così necessario, quel fottersene del tempo meteorologico e di quello irreversibile dell'orologio. Chi di noi non ha sentito il desiderio di accasciarsi per strada, come marionetta, gambe larghe sull'asfalto, testa reclinata sul guanciale di un muro? E lasciare al fiume il suo grande, impegnativo corso. Venirne fuori, venirne in pace. Tacito brandello di carne umana sul selciato dell'umanità."
... e dopo queste parole l'ho aggiunto alla lista dei libri da leggere durante l'estate!
I barboni un po' mi incuriosiscono: nascondono sempre una storia particolare.
[Di loro avevo già parlato in questo post!]
mercoledì 14 luglio 2010
Palermo - Milano Solo andata
Palermo - Milano solo andata è uno dei miei film preferiti, anche se quelli d’azione non sono proprio il mio genere.
Turi Leofonte è un ragioniere palermitano, ha una bella famiglia ed una bella casa, sembra una persona normalissima, molto rispettata. In realtà tiene la contabilità degli affari mafiosi di un boss della zona, un certo Scalia. Nessuno mai sospetterebbe di lui, finché un pentito non fa il suo nome.
Gli agenti vanno a casa del ragioniere, la perquisiscono e lo convincono a collaborare con la giustizia. Leofonte accetta: dovrà andare a Milano a testimoniare in un processo contro questo grande boss. Un’impresa non di poco conto, dal momento che così facendo, metterà a repentaglio l’incolumità della sua intera famiglia: la moglie (Stefania Sandrelli), la figlia diciassettenne, Chiara (Romina Mondello) e l’ultimogenito di soli quatto anni.
La scorta è formata da sette audaci agenti, due donne e cinque uomini, i quali, appunto, dovranno accompagnare la famiglia a Milano.
È un susseguirsi di scene molto forti, di sparatorie. Un film che mi tiene col fiato sospeso, ogni volta che lo riguardo.
Non ho ancora visto il seguito (Milano – Palermo: il ritorno), spero di guardarlo quest’estate.
Turi Leofonte è un ragioniere palermitano, ha una bella famiglia ed una bella casa, sembra una persona normalissima, molto rispettata. In realtà tiene la contabilità degli affari mafiosi di un boss della zona, un certo Scalia. Nessuno mai sospetterebbe di lui, finché un pentito non fa il suo nome.
Gli agenti vanno a casa del ragioniere, la perquisiscono e lo convincono a collaborare con la giustizia. Leofonte accetta: dovrà andare a Milano a testimoniare in un processo contro questo grande boss. Un’impresa non di poco conto, dal momento che così facendo, metterà a repentaglio l’incolumità della sua intera famiglia: la moglie (Stefania Sandrelli), la figlia diciassettenne, Chiara (Romina Mondello) e l’ultimogenito di soli quatto anni.
La scorta è formata da sette audaci agenti, due donne e cinque uomini, i quali, appunto, dovranno accompagnare la famiglia a Milano.
È un susseguirsi di scene molto forti, di sparatorie. Un film che mi tiene col fiato sospeso, ogni volta che lo riguardo.
Non ho ancora visto il seguito (Milano – Palermo: il ritorno), spero di guardarlo quest’estate.
martedì 13 luglio 2010
Neuroni in sciopero
Non sopporto il caldo della città, i quaranta gradi, l’afa, l’umidità. Temperature africane e studio stanno fondendo il mio cervello, già di per sé deteriorato. I pochi neuroni rimasti mi hanno dato un ultimatum: o mi sbrigo o sventoleranno presto una white flag grande quanto tutta la riviera romagnola.
Ho mandato loro un comunicato stampa, chiedendo di pazientare, di aspettare ancora una settimana. Dopodiché vacanza, ozio, mare e sole. Ancora non hanno accettato questo compromesso, sono in fase di negoziati. Mentre sono intenti a prendere una decisione, discutendo rumorosamente, scioperano. E io non mi concentro, riesco a concludere poco nelle mie giornate.
Questo stato altalenante si ripercuote nelle mie notti, nei miei sogni.
Dormo poco e male, faccio incubi impensabili. L’altra notte ho sognato di dimenticare tutte le password di e-mail, computer e cellulare. Ma preferirei di gran lunga dimenticare loro che ricordare solo il 10% di quello che mi sforzo ad imparare ogni giorno.
Necessito di un’iniezione di forza, coraggio e concentrazione possibilmente allo stato puro, non diluite in acqua. Mi aiuterebbe anche in questo intento non vedere la gente per strada col colorito di un marocchino o di una brasiliana, mentre io sono più bianca di quei lenzuoli che fanno vedere nelle pubblicità dei detersivi per bucato, stesi al sole in aperta campagna.
Sto bramando un tuffo in mare, una nuotata, una stesa al sole, una passeggiata al porto o nel corso del mio affollatissimo(adesso) paese, un tramonto direttamente dal balcone di casa mia, leggere in santa pace un libro che non tratti di diritto. Desidero abbracciare e coccolare il mio micione, sentirlo ai piedi del mio letto e perché no, mi mancano anche i crampi alle gambe dovuti alle impensabili posizioni in cui mi tocca dormire a causa della sua vicinanza.
Estate (per me) dimmi quando tu verrai …
Ho mandato loro un comunicato stampa, chiedendo di pazientare, di aspettare ancora una settimana. Dopodiché vacanza, ozio, mare e sole. Ancora non hanno accettato questo compromesso, sono in fase di negoziati. Mentre sono intenti a prendere una decisione, discutendo rumorosamente, scioperano. E io non mi concentro, riesco a concludere poco nelle mie giornate.
Questo stato altalenante si ripercuote nelle mie notti, nei miei sogni.
Dormo poco e male, faccio incubi impensabili. L’altra notte ho sognato di dimenticare tutte le password di e-mail, computer e cellulare. Ma preferirei di gran lunga dimenticare loro che ricordare solo il 10% di quello che mi sforzo ad imparare ogni giorno.
Necessito di un’iniezione di forza, coraggio e concentrazione possibilmente allo stato puro, non diluite in acqua. Mi aiuterebbe anche in questo intento non vedere la gente per strada col colorito di un marocchino o di una brasiliana, mentre io sono più bianca di quei lenzuoli che fanno vedere nelle pubblicità dei detersivi per bucato, stesi al sole in aperta campagna.
Sto bramando un tuffo in mare, una nuotata, una stesa al sole, una passeggiata al porto o nel corso del mio affollatissimo(adesso) paese, un tramonto direttamente dal balcone di casa mia, leggere in santa pace un libro che non tratti di diritto. Desidero abbracciare e coccolare il mio micione, sentirlo ai piedi del mio letto e perché no, mi mancano anche i crampi alle gambe dovuti alle impensabili posizioni in cui mi tocca dormire a causa della sua vicinanza.
Estate (per me) dimmi quando tu verrai …
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lunedì 12 luglio 2010
Gente di... economia
Come avrete capito, osservare le persone (sempre e rigorosamente in modo discreto: a riguardo c’è un’arte apposita!) è una delle cose che più amo fare. Mi piace “analizzare” la gente mentre è intenta a fare qualcosa, mentre è assorta nei propri pensieri, mentre è “al naturale”, spontanea, quando cioè non deve per forza apparire in un certo modo.
I luoghi pubblici sono i posti che preferisco: sempre pieni di gente, di tutti i tipi. Fosse per me, passerei le giornate nella sala d’attesa di una stazione o di un aeroporto, accucciata in un angolino discreto, nascosta dietro un libro o un giornale.
Non potendo “perdere” pomeriggi interi in questo modo, per adesso mi accontento di esaminare la gente che popola l’aula studio di questi tempi. Cambio spesso il luogo di studio, secondo le esigenze, le condizioni climatiche (in alcune biblioteche non circola un filo d’aria, in altre devo perdere venti minuti per entrarci), l’affollamento. E poi cambiare aria mi piace, ogni posto ha le sue caratteristiche, la sua gente, anche se magari sono edifici non molto lontani uno dall’altro.
Ultimamente, passo i pomeriggi nell’aula studio della facoltà di economia: è un bel posto, luminoso, areato, tranquillo, né troppo silenzioso, né troppo caotico. Gli studenti sono per la maggior parte ragazzi con gli occhialetti e l’aria, appunto, da economisti. Me li immagino la mattina sorseggiare il loro caffè leggendo attentamente il Sole 24 ore.
Mi siedo solitamente nello stesso posto e nei paraggi ci sono sempre i due stessi ragazzi.
Uno non è molto alto, è moro, con la barba rada, non ha il fisico da modello, è un ragazzo normale. Secondo me non ha proprio tantissima voglia di studiare, spesso sbuffa. È sempre alle prese con milioni di calcoli, scrive sui suoi fogli numeri, grafici, cose per me incomprensibili. La calcolatrice gli fa compagnia, ce l’ha sempre accanto.
Una volta ha poggiato la testa sul tavolo e dopo poco si è addormentato. Dieci minuti dopo si è alzato di scatto e si è guardato intorno come per capire se qualcuno si era accorto di quel suo riposino. Non ha fatto certo niente di male, anche io di fronte a numeri, linee e altro mi addormenterei all’istante.
Si è accertato del fatto di essere ignorato da tutti i presenti (tranne la sottoscritta, ma riesco sempre a non farmi notare) e ha ricominciato pazientemente a fare calcoli per poi alzarsi dopo pochi minuti e andare a fuori a fumare la sua Winston blu.
L’altro soggetto invece sembra un”figlio di papà”. Ha il suo i-phone, le sue scarpe firmate, la sua tracolla e i suoi occhiali da sole all’ultima moda. Sembra sicuro di sé, deciso. È un bel ragazzo, ma ha l’aria di chi prende poche cose sul serio. Fa i suoi calcoli molto tranquillamente, sembra che lo studio non gli pesi più di tanto. Riesce a star seduto davanti a quei libri per ore e ore senza mai alzarsi (beato lui). Ogni tanto riceve qualche telefonata, si allontana a passo svelto con le sue gambe chilometriche (è molto alto) e si dirige verso il corridoio.
Per il resto c’è solo gente di passaggio, pochi “fissi”. Forse è il periodo, naturalmente chi ha finito con la sessione estiva di esami, smette di frequentare quei posti. Il resto della gente che si vede ha l’aria disperata. Pesa molto studiare ancora a metà luglio (o quasi).
Nella zona relax se ne sentono di tutti i colori, se mettessero una webcam sopra la macchinetta del caffè ne uscirebbe fuori una sitcom impensabile.
I luoghi pubblici sono i posti che preferisco: sempre pieni di gente, di tutti i tipi. Fosse per me, passerei le giornate nella sala d’attesa di una stazione o di un aeroporto, accucciata in un angolino discreto, nascosta dietro un libro o un giornale.
Non potendo “perdere” pomeriggi interi in questo modo, per adesso mi accontento di esaminare la gente che popola l’aula studio di questi tempi. Cambio spesso il luogo di studio, secondo le esigenze, le condizioni climatiche (in alcune biblioteche non circola un filo d’aria, in altre devo perdere venti minuti per entrarci), l’affollamento. E poi cambiare aria mi piace, ogni posto ha le sue caratteristiche, la sua gente, anche se magari sono edifici non molto lontani uno dall’altro.
Ultimamente, passo i pomeriggi nell’aula studio della facoltà di economia: è un bel posto, luminoso, areato, tranquillo, né troppo silenzioso, né troppo caotico. Gli studenti sono per la maggior parte ragazzi con gli occhialetti e l’aria, appunto, da economisti. Me li immagino la mattina sorseggiare il loro caffè leggendo attentamente il Sole 24 ore.
Mi siedo solitamente nello stesso posto e nei paraggi ci sono sempre i due stessi ragazzi.
Uno non è molto alto, è moro, con la barba rada, non ha il fisico da modello, è un ragazzo normale. Secondo me non ha proprio tantissima voglia di studiare, spesso sbuffa. È sempre alle prese con milioni di calcoli, scrive sui suoi fogli numeri, grafici, cose per me incomprensibili. La calcolatrice gli fa compagnia, ce l’ha sempre accanto.
Una volta ha poggiato la testa sul tavolo e dopo poco si è addormentato. Dieci minuti dopo si è alzato di scatto e si è guardato intorno come per capire se qualcuno si era accorto di quel suo riposino. Non ha fatto certo niente di male, anche io di fronte a numeri, linee e altro mi addormenterei all’istante.
Si è accertato del fatto di essere ignorato da tutti i presenti (tranne la sottoscritta, ma riesco sempre a non farmi notare) e ha ricominciato pazientemente a fare calcoli per poi alzarsi dopo pochi minuti e andare a fuori a fumare la sua Winston blu.
L’altro soggetto invece sembra un”figlio di papà”. Ha il suo i-phone, le sue scarpe firmate, la sua tracolla e i suoi occhiali da sole all’ultima moda. Sembra sicuro di sé, deciso. È un bel ragazzo, ma ha l’aria di chi prende poche cose sul serio. Fa i suoi calcoli molto tranquillamente, sembra che lo studio non gli pesi più di tanto. Riesce a star seduto davanti a quei libri per ore e ore senza mai alzarsi (beato lui). Ogni tanto riceve qualche telefonata, si allontana a passo svelto con le sue gambe chilometriche (è molto alto) e si dirige verso il corridoio.
Per il resto c’è solo gente di passaggio, pochi “fissi”. Forse è il periodo, naturalmente chi ha finito con la sessione estiva di esami, smette di frequentare quei posti. Il resto della gente che si vede ha l’aria disperata. Pesa molto studiare ancora a metà luglio (o quasi).
Nella zona relax se ne sentono di tutti i colori, se mettessero una webcam sopra la macchinetta del caffè ne uscirebbe fuori una sitcom impensabile.
venerdì 9 luglio 2010
Nominata
Sono stata nominata!
No, non vado al televoto, non sono a rischio eliminazione dalla casa del GF, ma semplicemente è successo questo: Bussola mi ha premiata! Sono contentissima!Non me l’aspettavo proprio, poi neanche sapevo dell’esistenza di queste iniziative. Potete immaginare che espressione sorpresa che ho avuto quando ho letto di questa cosa. Grazie Bussola, mi hai regalato un sorriso in questa giornata che di esaltante aveva veramente poco! E grazie a voi che commentate!
Ho iniziato l’avventura con questo blog tre mesi fa, all’inizio pensavo che nessuno mi leggesse, poi mi sono accorta che piano piano i miei post iniziavano ad essere commentati. Quando li leggo, automaticamente entra in gioco un meccanismo: ogni commento un sorriso.
Adesso via con la “procedura”:
Step 1: Citare il blog che ti ha premiato (appunto Bussola!);
Step 2: Citare il motivo del premio, ossia: i premi vengono assegnati coloro che “allietano, informano, e divulgano arte, letteratura, valori etici e culturali”;
Step 3: Citare altri 15 nominativi a cui dare il proprio premio.
I blog che uso commentare e che seguo sempre con tanta curiosità e interesse non sono proprio quindici (purtroppo il tempo non è mai abbastanza), ma l’importante è che l’attenzione, la voglia di commentare, di partecipare ai vostri blog, siano gesti sinceri.
Iniziamo:
Martina: la frizzante ragazza che odia gli insetti ed è alle prese con la redazione di un libro fantasy. Dal suo blog si nota subito l’amore che prova nei confronti di suo marito, leggere di lui rallegra!
Angela: l’amante delle fotografia. Nel suo blog propone ogni giorno una foto diversa (ovviamente scattata da lei). Inutile dire che sono veramente fantastiche, guardare per credere!
Clau: ho scoperto il suo blog da qualche settimana. Un blog sull’arte, su tutto ciò che è bello: veramente affascinante, delicato, elegante. Mi fa conoscere sempre personaggi nuovi, mai sentiti prima.
Sospesa nel viola: è stata una delle prime persone a seguire il mio blog. Abbiamo la stessa passione per Ligabue e ovviamente per gli smalti! :)
Steal this blog: la prima persona in assoluto che ha commentato i miei post, dandomi il benvenuto nel mondo dei bloggers. Punto in comune: l’odio per l’omino che traduce i titoli dei film in italiano.
Simona: propone anche lei dei post interessanti sull’arte. Opere che non avevo mai visto e che sono veramente spettacolari!
Chiara: il suo è un blog neonato. Ha scritto per adesso pochi post, ma già mi sta simpatica! In comune abbiamo il nome, ma (forse) anche la facoltà e l’indecisione post- maturità.
Ci sono anche dei blog con cui sto familiarizzando, ma che attirano (non poco) la mia attenzione:
- 88 tasti,
- hamelin (anche se non prova proprio affetto per Liga)
- Credici di più.
giovedì 8 luglio 2010
Empatia
Ho sempre pensato che almeno l’80% del genere umano non sappia cosa sia l’empatia. Su wikipedia ho trovato questa definizione: “l'empatia designa un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da uno sforzo di comprensione intellettuale dell'altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale.”
Ma senza usare tutti questi giri di parole, si potrebbe semplicemente dire che l’empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri.
Al di là ancora di definizioni, di nozioni, di teoria, anche la persona più ignorante di questo mondo dovrebbe avere un minimo della capacità di mettersi nei panni degli altri, ogni volta che entra in rapporto con altri soggetti, esseri umani, simili, animali (perché no!) … chiamiamoli come ci pare!
Ma senza usare tutti questi giri di parole, si potrebbe semplicemente dire che l’empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri.
Al di là ancora di definizioni, di nozioni, di teoria, anche la persona più ignorante di questo mondo dovrebbe avere un minimo della capacità di mettersi nei panni degli altri, ogni volta che entra in rapporto con altri soggetti, esseri umani, simili, animali (perché no!) … chiamiamoli come ci pare!
Dovrebbe essere qualcosa già di insito nel genere umano, un po’ come lo spirito di sopravvivenza. Invece le esperienze di ogni giorno mi portano a pensare che il genere umano conosca più il senso dell’egoismo, del menefreghismo rispetto a quello dell’empatia.
È così difficile mettersi nei panni degli altri prima di agire, di accanirsi, di fare una qualsiasi cosa nei confronti di una persona? Se solo ci fermassimo a pensare due secondi in più prima di fare del male (volontario o involontario che sia), quanti problemi in meno ci sarebbero in questo Mondo?
Non mi riferisco solo alle grandi tragedie volute che succedono ogni giorno, parlo anche delle piccole cose, dei piccoli gesti, quelle “cose da poco”, capaci però di cambiarti la giornata (o magari la vita …) in meglio o in peggio.
(Grazie Frà, anche se non sai –spero- dell’esistenza di questo blog, questo post è dedicato anche a te, la persona che mi ha fatto conoscere il vero senso e la concretezza dell’empatia).
Il Buongiorno della Vodafone
Stamattina, ancora mezza in dormiveglia, ho letto il messaggio di “buongiorno” della Vodafone. Recitava, più o meno, queste parole:
“Gentile cliente, le abbiamo scalato tot. euro per il rinnovo della promozione. Sarà valida fino al 7 agosto 2010”.
7 agosto 2010.
Tra un mese.
Chissà io, tra un mese, che umore avrò
“Gentile cliente, le abbiamo scalato tot. euro per il rinnovo della promozione. Sarà valida fino al 7 agosto 2010”.
7 agosto 2010.
Tra un mese.
Chissà io, tra un mese, che umore avrò
domenica 4 luglio 2010
Perle di saggezza inaspettate
Ho un debole per le conversazioni popolari, quelle traboccanti di saggezza. In sostanza, sono quelle conversazioni che si sentono quando sei in fila alla cassa del supermercato, al banco dei salumi, alla posta, nelle sale d’attesa, sull’autobus.
Sono quei discorsi che si fanno per ingannare il tempo, discorsi leggeri ma saggi, parole che vengono fuori senza pensare molto.
L’altro giorno, in fila per un etto di prosciutto, una signora prima di me raccontava alla salumiera che era andata in farmacia e che aveva speso lì tutti i suoi soldi, per cui le erano rimasti solo due euro. Era quello il suo budget si spesa e la salumiera avrebbe dovuto darle settanta grammi di non mi ricordo cosa, in modo comunque da non superare il prezzo di due euro. La salumiera così ha fatto: si è messa pazientemente ad affettare, stando attenta, fetta per fetta, a non superare il limite dei due euro. Mentre faceva tutto ciò, le due conversavano saggiamente sul più e sul meno.
Signora: “Faccio sempre i bigliettini con la lista della spesa, ma poi finisce che li dimentico a casa!”
Salumiera: “Allora signora ne faccia degli altri con su scritto di ricordarsi quello dove ha scritto la lista”
Signora: “Eh, ha ragione sa? Il punto è che la vecchiaia è brutta”
Salumiera: “Ed è ancora più brutto non arrivarci”
Questa sua battuta mi ha stupita un po’: non ci avevo mai pensato. Nel senso che molte volte anche io ho sentito dire queste frasi del tipo “la vecchiaia è brutta, essere vecchi è faticoso” e quant’altro, ma non avevo mai pensato ad una risposta così, una frase tremendamente vera buttata già tutta ad un fiato, così senza pensarci neanche due secondi.
Altra situazione del genere alla cassa, in un altro negozio. In fila prima di me c’è un’altra anziana signora, effettivamente un po’ tra le nuvole. Per pagare e imbustare quattro cose ci ha messo una vita. Quando è andata via, la cassiera pettegola (dispensa commenti su ogni cosa) mi ha “confidato” che se lei dovesse diventare così ad una certa età, preferirebbe morire.
Altre piccole "perle di saggezza" inaspettate.
Sono quei discorsi che si fanno per ingannare il tempo, discorsi leggeri ma saggi, parole che vengono fuori senza pensare molto.
L’altro giorno, in fila per un etto di prosciutto, una signora prima di me raccontava alla salumiera che era andata in farmacia e che aveva speso lì tutti i suoi soldi, per cui le erano rimasti solo due euro. Era quello il suo budget si spesa e la salumiera avrebbe dovuto darle settanta grammi di non mi ricordo cosa, in modo comunque da non superare il prezzo di due euro. La salumiera così ha fatto: si è messa pazientemente ad affettare, stando attenta, fetta per fetta, a non superare il limite dei due euro. Mentre faceva tutto ciò, le due conversavano saggiamente sul più e sul meno.
Signora: “Faccio sempre i bigliettini con la lista della spesa, ma poi finisce che li dimentico a casa!”
Salumiera: “Allora signora ne faccia degli altri con su scritto di ricordarsi quello dove ha scritto la lista”
Signora: “Eh, ha ragione sa? Il punto è che la vecchiaia è brutta”
Salumiera: “Ed è ancora più brutto non arrivarci”
Questa sua battuta mi ha stupita un po’: non ci avevo mai pensato. Nel senso che molte volte anche io ho sentito dire queste frasi del tipo “la vecchiaia è brutta, essere vecchi è faticoso” e quant’altro, ma non avevo mai pensato ad una risposta così, una frase tremendamente vera buttata già tutta ad un fiato, così senza pensarci neanche due secondi.
Altra situazione del genere alla cassa, in un altro negozio. In fila prima di me c’è un’altra anziana signora, effettivamente un po’ tra le nuvole. Per pagare e imbustare quattro cose ci ha messo una vita. Quando è andata via, la cassiera pettegola (dispensa commenti su ogni cosa) mi ha “confidato” che se lei dovesse diventare così ad una certa età, preferirebbe morire.
Altre piccole "perle di saggezza" inaspettate.
giovedì 1 luglio 2010
Taricone
Lunedì sera ho sentito la notizia della caduta di Taricone, leggevo dai vari articoli che era in condizioni molto gravi e che aveva avuto un incidente non indifferente. Pensavo però che quell’allarmismo fosse esagerato: forse perché, non intendendomene di medicina, non capivo veramente quello che gli era successo o forse perché mi sembrava impossibile che una persona vitale come lui potesse essere ridotto male, pieno di fratture, traumi e compagnia bella, in fin di vita in una sala operatoria.
La mattina dopo, presto, ho saputo della sua morte. Inutile dire che sono rimasta molto colpita. Non me l’aspettavo. Come può una passione, una cosa bella trasformarsi in tragedia? Gli piaceva molto il paracadutismo, appena poteva si dedicava a questo sport. Ho letto una articolo di Saviano: mi ha colpita questa frase: “Amava volare, 'perché il cielo non tradisce', come ogni paracadutista sa. A tradirlo è stato l'atterraggio, è stata la terra".
Erano compagni di liceo, Taricone era stato rappresentante d’istituto, quindi posso già immaginare il grande carisma che aveva verso i suoi coetanei.
La sua notorietà è arrivata inaspettata, dalla partecipazione alla prima edizione del Grande Fratello, presentata dalla Bignardi: un programma che ebbe un successo enorme. Si era subito distinto per il suo carattere aperto e simpatico, aveva la battuta sempre pronta. In tv hanno fatto rivedere parti dell’intervista fatta al Maurizio Costanzo Show, ha detto cose belle, vere, soprattutto sul Grande Fratello. La trasmissione all’epoca del suo esordio in Italia non era “animata” dalle ultime scene e dai personaggi stravaganti che la popolano adesso. Aveva svelato i suoi sogni: la carriera da attore, “magari nei film di azione”. Il suo sogno si è poi avverato: è diventato attore,ha recitato in diversi film e serie tv, tra cui proprio “Distretto di Polizia”.
L’ultima “Tutti pazzi per amore”, ha avuto un grande successo. Mi piaceva il suo personaggio, poco sicuro di sé, ma tanto simpatico.
Mi è dispiaciuto molto della sua morte, forse perché è uno dei quei personaggi che un po’ tutti abbiamo visto crescere, nascendo dal nulla. Ma a parte il fatto della sua notorietà, è il lato umano che colpisce di più, la persona presa così come si presenta, per quello che è, senza enumerare l’elenco delle sue partecipazioni televisive. Quando si muore giovani e tragicamente, la cosa colpisce sempre molto, ancora di più se si pensa che la vittima aveva una bambina piccola, di soli cinque anni che a quanto pare adorava.
La mattina dopo, presto, ho saputo della sua morte. Inutile dire che sono rimasta molto colpita. Non me l’aspettavo. Come può una passione, una cosa bella trasformarsi in tragedia? Gli piaceva molto il paracadutismo, appena poteva si dedicava a questo sport. Ho letto una articolo di Saviano: mi ha colpita questa frase: “Amava volare, 'perché il cielo non tradisce', come ogni paracadutista sa. A tradirlo è stato l'atterraggio, è stata la terra".
Erano compagni di liceo, Taricone era stato rappresentante d’istituto, quindi posso già immaginare il grande carisma che aveva verso i suoi coetanei.
La sua notorietà è arrivata inaspettata, dalla partecipazione alla prima edizione del Grande Fratello, presentata dalla Bignardi: un programma che ebbe un successo enorme. Si era subito distinto per il suo carattere aperto e simpatico, aveva la battuta sempre pronta. In tv hanno fatto rivedere parti dell’intervista fatta al Maurizio Costanzo Show, ha detto cose belle, vere, soprattutto sul Grande Fratello. La trasmissione all’epoca del suo esordio in Italia non era “animata” dalle ultime scene e dai personaggi stravaganti che la popolano adesso. Aveva svelato i suoi sogni: la carriera da attore, “magari nei film di azione”. Il suo sogno si è poi avverato: è diventato attore,ha recitato in diversi film e serie tv, tra cui proprio “Distretto di Polizia”.
L’ultima “Tutti pazzi per amore”, ha avuto un grande successo. Mi piaceva il suo personaggio, poco sicuro di sé, ma tanto simpatico.
Mi è dispiaciuto molto della sua morte, forse perché è uno dei quei personaggi che un po’ tutti abbiamo visto crescere, nascendo dal nulla. Ma a parte il fatto della sua notorietà, è il lato umano che colpisce di più, la persona presa così come si presenta, per quello che è, senza enumerare l’elenco delle sue partecipazioni televisive. Quando si muore giovani e tragicamente, la cosa colpisce sempre molto, ancora di più se si pensa che la vittima aveva una bambina piccola, di soli cinque anni che a quanto pare adorava.
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