Mi ero quasi dimenticata di che rumore facesse la sveglia quando doveva buttarmi giù dal letto. Avevo mandato in ferie anche lei, salvo richiamarla ogni tanto e sempre ad orari più umani rispetto a quelli ai quali l'avevo abituata.
Ieri sera l'ho puntata alle otto, minuti in più, minuto in meno. Quando l'ho impostata ero affetta dalla più classica sindrome di depressione da rientro, quella che ti coglie inesorabilmente in un ampio arco di ore successive al rientro.
Stamattina, quando ha suonato, è stato come essere colti da uno scossone. Nell'immediata incoscienza di chissà quale esatta fase del sonno, ho pensato fosse un incubo. Quando ho iniziato a realizzare, mi sono chiesta per prima cosa dove mi trovassi.
" A casa su, per forza. Qui c'è silenzio. Giù c'è sempre qualcuno che urla".
E infatti...
Alzarsi dal letto, per chi odia in particolar modo le sveglie, è sempre un piccolo trauma. Riesco a staccarmi dal cuscino solo se penso che fare le cose di fretta non mi è mai piaciuto.
E quindi su, in piedi. A realizzare un'altra semi-catastrofe.
Oggi è uno. UNO SETTEMBRE.
La data più odiata ed amata insieme da chissà quante persone. Nuovi inizi, nuovi propositi che neanche a Capodanno. La palestra, la dieta, il fumo. L'ordine, le amicizie, la vita regolata.
Non posso dire di essere diversa dal resto del mondo.
Ho pensato anche io intensamente a dieta e attività fisica, considerando gli innumerevoli chili accumulati nel giro di due anni. La colazione, infatti, è stata ben diversa da quelle a cui purtroppo mi ero abituata. Il cornetto pieno di crema è stato sostituito con il pane integrale e miele ed i biscotti con un tristissimo yogurt magro.
Ho tirato fuori dall'armadio il vestito che di solito mettevo la sera per uscire. Ho inforcato la mia bicicletta e sono partita.
Stesso percorso, stesse fermate. Stesso rumore di bicicletta. Uguali i negozi, le facce, le persone. In un mese non è cambiato niente qua.
Gesti meccanici, uno dietro l'altro. L'arrivo, le chiavi nella toppa, il parcheggio, la catena. E poi le scale, i saluti.
A spezzare la routine la mia scelta.
Ci ho pensato tanto. Mesi, settimane. Scelte ponderate, ragionate. Frutto di bilanciamenti tra pro e contro, tra istinto e ragione.
Il risultato è stato uno.
Mollare.
Detto così, suona male. Sembra una sconfitta, la deposizione delle armi.
Ci ho pensato veramente tanto prima di decidere. O forse, ripensandoci, neanche così tanto.
E' stata una decisione presa in parte d'istinto, in parte no.
Dicono che alla mia età abbiamo tutta la vita davanti.
Io, nella mia di vita, ho sempre dovuto correre tanto. Correre a laurearmi, a dare risultati, soddisfazioni a quei genitori che a volte mi pensano e a volte no.
Ce l'ho sempre fatta, potrei dirmi soddisfatta. O meglio, potrei dire che gli altri (alcuni) siano soddisfatti di me.
Ma io lo sono?
A diciotto anni ho accantonato i miei sogni nel tentativo che si realizzassero quelli che gli altri avevano scelto per me. Era un modo insolito per conquistarmi l'affetto delle persone care.
Ho imparato però che prima o poi la vita ti presenta il conto. Sotto forma di noia, di insofferenza, di chissà quale altro malessere, ma te lo presenta. Voce per voce.
Il mio è arrivato nel giro di qualche mese, unito ad altre ben chiare ragioni che mi hanno spinto a mollare.
E così è stato.
Ho iniziato il mio settembre, il mio "anno nuovo" chiudendo un capitolo, nel giorno in cui - al contrario -se ne dovrebbero aprire di nuovi.
Ci pensavo al ritorno, dopo aver salutato quelle facce che per mesi e mesi avevo visto mille ore al giorno, adesso un po' sconcertate dal mio annuncio inatteso.
Pedalavo, osservavo la strada che ho percorso con i più svariati stati d'animo negli ultimi mesi. Mi sono sentita più leggera.
Ho iniziato l'anno nuovo chiudendo un capitolo.
Ma finché ad ogni capitolo che si chiude corrisponde uno che si apre, allora forse va tutto bene.
Ho una nuova avventura che mi aspetta dietro l'angolo. Non so dove mi porterà, ma se mi conosco un pochino so che mi darà soddisfazioni.
So che un giorno mi ringrazierò semplicemente per il fatto di aver seguito il mio cuore.
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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martedì 1 settembre 2015
domenica 24 agosto 2014
Il tempo vola
Il tempo vola.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.
Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.
Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.
Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.
E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.
Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.
Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.
Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.
E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.
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domenica 27 ottobre 2013
Dottoressa
Le gambe mi tremano, non reggono il peso del mio corpo. Stamattina mi sono svegliata che era ancora buio. Ho aperto gli occhi e sono stata assalita da una nausea imbarazzante.
Qualche ora dopo mi ritrovo in facoltà con addosso un vestito trovato dopo un pomeriggio di ricerche con delle coinquiline fin troppo pazienti; ai piedi delle scarpe tanto belle quanto scomode. Ed in mano ho un libro scuro, con le lettere dorate.
Sopra c’è scritto il mio nome.
Racchiude mesi e mesi di fatiche. Di estati non vissute, di estenuanti ricerche bibliografiche e consultazioni impossibili di banche dati assurde. Tutto qui dentro, dentro un oggetto solo.
La mia amica è qui con me. È stata la presenza fissa di cinque anni di università. Abbiamo fatto tutti gli esami insieme, preparato le nostre tesi supportandoci a vicenda.
Prima che ognuna di noi entri a fare la discussione ci ricordiamo delle cose che negli anni ci hanno più o meno aiutate a mandar via un po’ di ansia.
Pensa ai vecchi che d’estate muoiono per il caldo
Pensa alle vittime dei terremoti, degli tsunami.
Eh si, cavoli. Quelli sì che sono problemi.
Te lo dico, noi in fondo ci stiamo solo laureando.
Penso che io questa volta non ce la posso fare. Sento addosso un’ansia fastidiosissima che se potessi toglierei via in un attimo solo. Non ci riesco, non riesco a calmarmi. Formulo nella mia testa pensieri assurdi, guardo gli altri con qualcosa di simile al senso di terrore negli occhi.
Devo gestire meglio l’ansia.
Poi arriva il mio turno. Arriva la mia ora.
La discussione dura una decina di minuti, la proclamazione ancora meno.
Di tutto ciò mi è rimasto solo un ricordo lontano e confuso, come se fosse successo mesi e mesi fa.
Ricordo bene però gli abbracci, quelli con le persone che hanno conosciuto il mio percorso, quelle che potevano capire tutto.
Ricordo com’ero quando sono entrata per la prima volta in questa facoltà: piccola, spaesata, disorientata. Non conoscevo nessuno, non conoscevo questi posti. Ero io, sola, in mezzo a persone mai viste prima.
Ricordo bene il sudore degli esami, i caldi africani, i freddi da tagliare le ossa. I terremoti, i metri di neve.
Adesso ho una corona d’alloro in testa, dei mazzi di rose in mano. Ci sono i confetti rossi, lo spumante a fumi. Intorno a me la mia famiglia, i miei amici, il mio tesoro.
Sono felice. Non potevo chiedere di meglio, non potevo chiedere di più.
Posso toccare il cielo con un dito, posso sorridere.
Ho vinto la mia battaglia. Cinque anni fa io non l’avrei mai detto. Non pensavo di farcela, lo dico davvero.
E invece ora sono qui, col “pezzo di carta in mano” e l’alloro in testa.
Ho imparato che niente è impossibile, che la fatica genera soddisfazione.
L’importante è mettercela tutta.
Qualche ora dopo mi ritrovo in facoltà con addosso un vestito trovato dopo un pomeriggio di ricerche con delle coinquiline fin troppo pazienti; ai piedi delle scarpe tanto belle quanto scomode. Ed in mano ho un libro scuro, con le lettere dorate.
Sopra c’è scritto il mio nome.
Racchiude mesi e mesi di fatiche. Di estati non vissute, di estenuanti ricerche bibliografiche e consultazioni impossibili di banche dati assurde. Tutto qui dentro, dentro un oggetto solo.
La mia amica è qui con me. È stata la presenza fissa di cinque anni di università. Abbiamo fatto tutti gli esami insieme, preparato le nostre tesi supportandoci a vicenda. Pensa ai vecchi che d’estate muoiono per il caldo
Pensa alle vittime dei terremoti, degli tsunami.
Eh si, cavoli. Quelli sì che sono problemi.
Te lo dico, noi in fondo ci stiamo solo laureando.
Penso che io questa volta non ce la posso fare. Sento addosso un’ansia fastidiosissima che se potessi toglierei via in un attimo solo. Non ci riesco, non riesco a calmarmi. Formulo nella mia testa pensieri assurdi, guardo gli altri con qualcosa di simile al senso di terrore negli occhi.
Devo gestire meglio l’ansia.
Poi arriva il mio turno. Arriva la mia ora.
La discussione dura una decina di minuti, la proclamazione ancora meno.
Di tutto ciò mi è rimasto solo un ricordo lontano e confuso, come se fosse successo mesi e mesi fa.
Ricordo bene però gli abbracci, quelli con le persone che hanno conosciuto il mio percorso, quelle che potevano capire tutto.
Ricordo com’ero quando sono entrata per la prima volta in questa facoltà: piccola, spaesata, disorientata. Non conoscevo nessuno, non conoscevo questi posti. Ero io, sola, in mezzo a persone mai viste prima.
Ricordo bene il sudore degli esami, i caldi africani, i freddi da tagliare le ossa. I terremoti, i metri di neve.
Adesso ho una corona d’alloro in testa, dei mazzi di rose in mano. Ci sono i confetti rossi, lo spumante a fumi. Intorno a me la mia famiglia, i miei amici, il mio tesoro.
Sono felice. Non potevo chiedere di meglio, non potevo chiedere di più.
Posso toccare il cielo con un dito, posso sorridere.
Ho vinto la mia battaglia. Cinque anni fa io non l’avrei mai detto. Non pensavo di farcela, lo dico davvero.
E invece ora sono qui, col “pezzo di carta in mano” e l’alloro in testa.
Ho imparato che niente è impossibile, che la fatica genera soddisfazione.
L’importante è mettercela tutta.
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venerdì 21 giugno 2013
Finali
(Credo sia il post più lungo che abbia mai scritto, vi avviso).
Di solito sono una persona calma, cerco di ragionare prima di farmi assalire dall’ansia, anche se non sempre ci riesco. In questi anni universitari, i miei hanno sempre detto che sentendo la mia voce il giorno prima di un esame non davo mai l’impressione di essere una che il giorno seguente avrebbe dovuto sostenere una prova più o meno importante.
Questa volta però è diverso. Io non riesco più a studiare come una volta, non ho la pazienza di mettermi a ripetere fino a farmi entrare tutto quello che serve in testa, di sottolineare con la linea rigorosamente dritta perché in certe cose sono un’odiosa precisina del cavolo. Chi ci è già passato dice che è normale, che arrivati alla fine è sempre così. Quindi non sono un’aliena che si aggira per casa conciata nel peggiore dei modi, con gli occhiali da secchiona e i tappi alle orecchie perché fuori c’è talmente tanto casino che non riesco neanche a sentire la mia voce. Quando ripeto urlo, probabilmente i miei vicini di casa mi odieranno. Mi busseranno alla porta con l’intenzione di dirmi di smetterla, di stare zitta, perché ho veramente rotto tutto quello che si può rompere. Poi però mi guarderanno, osserveranno lo stato pietoso in cui verso, mi daranno una pacca di compassione sulla spalla e si offriranno volontari di sentirmi ripetere libri e appunti.
Ecco, quando io non ho voglia di studiare, do il via alla produzione di film mentali. Tutto, pur di perdere tempo.
Non c’è conversazione, ormai da due giorni, che non si concluda –da parte mia- con una chiusura di telefono in faccia al mio interlocutore. Sono irritata, irascibile, insopportabile, tremendamente odiosa. Sopporto solo i miei amici. Loro e nessun altro.
Non mangio neanche, o meglio, mi nutro di quanto basta alla sopravvivenza.
Penso di avere l’esame il giorno X, così mi ritrovo, la sera prima, a controllare nel sito della facoltà il mio numero in lista e a scoprire con sommo orrore che mi sono sbagliata. L’esame non è il giorno X, bensì quello dopo. Altre ventiquattro ore di studio, di carcere, di condizioni pietose.
Poi alla fine arriva il giorno. Seguo la routine che mi ha accompagnato in questi anni. Notte parzialmente insonne, sveglia presto per l’ultimo ripasso, due macchinette di caffè in giro nelle vene, la doccia fredda, il profumo degli esami.
Dovete sapere che io ho un profumo che uso solo per gli esami. L’ho messo quando ho dato il primo e da allora è diventata una sorta di scaramanzia, di tradizione: devo averlo addosso ogni volta che ne ho uno. E non solo: finisco col fare la doccia con il bagnoschiuma della stessa linea e passarmi dopo la stessa crema. Ormai l’odore mi dà la nausea, mi mette ansia.
Un po’ di mascara, gli occhiali da sole, le cuffie alle orecchie. I “crepi” in risposta agli “in bocca al lupo”. L’aria probabilmente affranta, la borsa piena di libri.
Arrivo in facoltà con l’aria di chi è lì per caso. Trovo un mio simile disperato mai visto prima il quale mi informa delle tragici voci che circolano sul prof in questione.
E ‘sti ca***, di terrorismo pre-esame ne ho abbastanza. Lo assecondo, pensando nella mia testa che non vedo l’ora che finisca tutto.
Mi abbandono alla mia sedia, senza la minima voglia di ripetere i miei appunti.
- Te sei la seconda in lista, sei Chiara, vero? Se vuoi un po’ di tempo per ripetere, vado prima io e poi vai te.
Credici.
Non lascio il mio posto neanche se ho in corso un’emorragia, se sto perdendo litri di sangue e sono in fin di vita. Lo tranquillizzo, gli dico che più che ripetere avrei bisogno di re-imparare tutto di nuovo. Lui se la ride, pensava di farmi un favore.
Mi giro il libretto tra le mani, guardo le pagine piene di caselle riempite, di firme frettolose, di numeri scritti in modo chiaro, di date, di materie. Ogni esame ha la sua storia dietro: racconta di delusioni, di felicità, di fatiche, di stati d’animo confusionari, di borse piene di libri da studiare, di quantità industriali consumate di evidenziatori e matite.
Poi mi ricordo dell’altra “tradizione” da esame, da rispettare anche questa. Apro il portafoglio, tiro fuori un quadratino di carta e lo apro con cura. Dentro c’è il ciondolo di mia nonna, lo tengo dentro al pugno durante gli esami, da sempre.
Poi arriva il momento in cui guardo in faccia la realtà e prendo consapevolezza di quello che sono. Delle ore passate sui libri, dell’impegno che ho messo nel preparare la materia. Il mio dovere l’ho fatto, come sempre. Se va male, non posso rimproverarmi proprio niente.
Sono piccolezze queste. Gesti, pensieri, parole che ormai ripeto meccanicamente: danno sicurezza, anche se lì per lì non ci crediamo abbastanza.
È così che sono arrivata fino a questo punto. Guardandomi dall’esterno con un occhio critico, a volte troppo severo; rendendomi conto, solo alla fine, che l’impegno, i sacrifici, la fatica, di norma vengono sempre ripagati e se non succede così – perché capita anche questo- la colpa non è certo mia. Io sono l’unica a sapere cosa c’è stato dietro ogni esame,quanto ho studiato, se troppo o troppo poco. Il risultato spesso è solo un numero, a volte neanche troppo soddisfacente, un casella piena in più nel libretto. Quando proprio va bene c’è la stretta di mano forte da parte del prof. o una proposta di tesi da parte loro.
L’assistente giovane pronuncia il mio nome. Mi alzo di scatto e la seguo, guardo il tipo troppo gentile che ricambia come per volermi dare forza. E poi mi siedo davanti a chi mi interrogherà, faccio un respiro profondo, stringo nella mano il ciondolo della nonna.
Le domande, una dietro l’altra. Le parole, le precisazioni, la memoria che galoppa. I sì con la testa, i gesti con le mani. I mezzi sorrisi, la storia che si ripete. I minuti che passano come fiumi, anche se non me ne accorgo, perché la stranezza degli esami sta nel fatto che quando sei seduta lì a parlare non hai la minima percezione del tempo che scorre.
Arriva la fine, l’assistente mi dice il suo voto. Verbalizza sul computer, scrive sul libretto.
Un’altra casella della mia raccolta punti piena. Alla fine ci danno il premio, diceva mia sorella.
Questa volta è l’ultima. Non ci saranno più altre svolazzanti firme frettolose, non ci saranno più numeri, date, nomi di materie.
Finisce qui.
Non ci saranno più le sveglie alle sei per il ripasso finale, né gli spruzzi del profumo degli esami sulla pelle. Non ci sarà più nessuno a fare del terrorismo fuori dalla porta.
Esco dall’aula, rivedo il tipo. Gli dico di star tranquillo, andando in controtendenza rispetto a chi ama distribuire ansia non richiesta. Riprendo le mie cose, poso il libretto tra gli appunti che finiranno nella differenziata tra poco. Osservo l’ultimo passo della tradizione che ho creato e rispettato negli anni: la diffusione della notizia.
Di solito scrivo un sms, metto solo il voto, il numero. Quando prendo la lode scrivo tutto per esteso. Mi sembra più bello. Questa volta il messaggio è lungo: aggiungo un “è finita”, con tanto di punti esclamativi. Lo inoltro, come sempre: alla mamma, a papà, alla sister, alla zia, agli amici. E poi mi gusto le loro reazioni, sempre le stesse. C’è chi chiama, c’è chi risponde a sua volta con un sms. C’è chi ti dice di andare a comprarti qualcosa di buono da mangiare, mentre gli amici ti propongono sempre di andare ad ubriacarti.
In realtà non faccio niente di tutto ciò, non ora.
Adesso sono spaesata, non ho realizzato ancora. Mi chiedono se sono felice. Dovrei esserlo.
Per essere felici di una cosa bisogna averne preso coscienza, cosa che io ancora non ho fatto.
Fa caldo, quasi mi sento mancare. Bevo una bottiglietta di tè freddo, lego i capelli. Metto gli occhiali da sole, torno al mio iPod.
La canzone che stavo sentendo, quando sono arrivata in facoltà, mi si ripropone nelle orecchie. Inizia da metà, ma ha un suono diverso.
Sa di libertà.
Anche se si tratta di una libertà vigilata da una tesi impegnativa.
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sabato 31 dicembre 2011
Il classico ultimo post dell'anno
Quest’anno non volevo cadere nel (quasi banale) tunnel del fatidico “ultimo post dell’anno”. Non volevo fare bilanci, buoni propositi, tradizioni inutili tipo indossare qualcosa di rosso, mangiare lenticchie e via dicendo.
In realtà ogni anno penso e dico la stessa cosa e finisco con il fare bilanci e buoni propositi.
Ho scoperto che i bilanci sono inevitabili, come la lista dei buoni propositi, quelli veri però, quelle cose concrete che si possono benissimo realizzare con un po’ di buona volontà.
Ho capito questa cosa leggendo i miei vecchi buoni propositi, quelli che avevo segnato per il 2011. Ho scoperto (con tanto di stupore e meraviglia) di aver portato a buon fine la maggior parte di loro.
Ho capito anche che "la Lista" in realtà serve solo a pensare sul serio a cosa vorremmo migliore di noi stessi, quali sono i nostri obiettivi. E il cambiamento di anno è solo una scusa, un'occasione valida per fare tutto ciò.
Insomma, credo proprio che rispetterò questa “tradizione”.
Quanto ai bilanci, ammetto timidamente che questo 2011 è stato un anno tutto sommato bello. Ci sono stati i classici momenti brutti, di pieno sconforto; c’è stato un ventunesimo compleanno terribilmente triste; ci sono state delusioni in campi diversi; ci sono stati momenti in cui mi sono sentita più sola di un bambino che esce da scuola e non trova nessuna faccia familiare.
Ma tutto questo non basta a buttarmi giù. Ci sono cose più belle che mi rendono felice e mi fanno mettere da parte i momenti brutti.
C’è il mare che in questo momento è blu e bianco.
Ci sono persone su cui credo di poter contare.
C’è il mio Gatto.
C’è la scrittura e questo blog.
Ci sono le albe e ci sono i tramonti.
C’è lo shopping con le amiche, la spesa del sabato.
C’è mia sorella.
C’è l’accoppiata tè e barretta post studio con N.
Ci sono i viaggi, le diverse città italiane che ho avuto la fortuna di visitare quest’anno.
C’è la sigaretta con M. che è nociva quanto volete, ma almeno rilassa.
C’è il messaggio del buongiorno.
Ci sono tante altre piccole cose . . .
Concludo qui questo mio ultimo post dell’anno.
Passate una buona fine e iniziate alla grande, per quanto potete.
Buon 2012 e tante cose (belle).
In realtà ogni anno penso e dico la stessa cosa e finisco con il fare bilanci e buoni propositi.
Ho scoperto che i bilanci sono inevitabili, come la lista dei buoni propositi, quelli veri però, quelle cose concrete che si possono benissimo realizzare con un po’ di buona volontà.
Ho capito questa cosa leggendo i miei vecchi buoni propositi, quelli che avevo segnato per il 2011. Ho scoperto (con tanto di stupore e meraviglia) di aver portato a buon fine la maggior parte di loro.
Ho capito anche che "la Lista" in realtà serve solo a pensare sul serio a cosa vorremmo migliore di noi stessi, quali sono i nostri obiettivi. E il cambiamento di anno è solo una scusa, un'occasione valida per fare tutto ciò.
Insomma, credo proprio che rispetterò questa “tradizione”.
Quanto ai bilanci, ammetto timidamente che questo 2011 è stato un anno tutto sommato bello. Ci sono stati i classici momenti brutti, di pieno sconforto; c’è stato un ventunesimo compleanno terribilmente triste; ci sono state delusioni in campi diversi; ci sono stati momenti in cui mi sono sentita più sola di un bambino che esce da scuola e non trova nessuna faccia familiare.
Ma tutto questo non basta a buttarmi giù. Ci sono cose più belle che mi rendono felice e mi fanno mettere da parte i momenti brutti.
C’è il mare che in questo momento è blu e bianco.
Ci sono persone su cui credo di poter contare.
C’è il mio Gatto.
C’è la scrittura e questo blog.
Ci sono le albe e ci sono i tramonti.
C’è lo shopping con le amiche, la spesa del sabato.
C’è mia sorella.
C’è l’accoppiata tè e barretta post studio con N.
Ci sono i viaggi, le diverse città italiane che ho avuto la fortuna di visitare quest’anno.
C’è la sigaretta con M. che è nociva quanto volete, ma almeno rilassa.
C’è il messaggio del buongiorno.
Ci sono tante altre piccole cose . . .
Concludo qui questo mio ultimo post dell’anno.
Passate una buona fine e iniziate alla grande, per quanto potete.
Buon 2012 e tante cose (belle).
giovedì 30 giugno 2011
Giugno
Sa di ventilatore acceso e di aria ferma, di letto e di divano, di pensieri e di pensieri ancora. Ha l’odore di citronella,di candele accese e profumate.
Questo giugno sa di esami e di studio, di appunti e di libri, di stampanti e di computer.
Sa di conversazioni noiose e di gente anonima.
Sa di calcoli, di conti. Di libri letti e di giri in libreria.
Questo giugno sa di vecchio.
Menomale che è finito.
venerdì 31 dicembre 2010
Tanti auguri
Tra poche ore finirà anche quest’anno. Avranno tutti un bicchiere di spumante in una mano e magari il cellulare nell’altra, pronti a mandare miliardi di auguri e ad intasare le linee telefoniche. Conto alla rovescia, da dieci a zero, tappo della bottiglia in aria, risate, balli, auguri a non finire, pancia piena, fiumi di alcool, qualcosa di rosso addosso, buona compagnia, qualche petardo (quanto li odio!): ecco il capodanno standard.
La parte interessante del capodanno è la fase preparatoria a tutto quello sopra descritto, ossia la riflessione. Riflessione su ciò che è stato, propositi per ciò che -si spera- sarà. La storia si ripete.
Io quest’anno avevo pensato di evitare questa fase riflessiva, poi però mi sono resa conto che è tradizione per me spremere il cervello e fare qualche bilancio sull’anno trascorso. E siccome tengo alle tradizioni, ben venga anche quest’anno il momento riflessivo pre-cenone.
Per ricordare questo 2010, mi sono fatta un po’ aiutare dalla cara e fedele agenda, dove annoto tutto quello che mi succede (o quasi), oltre che riguardare i vecchi buoni propositi. Partendo dal ripasso della mia agenda, devo dire che questo 2010, a parte qualche evento particolare, è stato un anno tranquillo. Non ho avuto pensieri particolarmente martellanti, ossessivi, negativi, orribili, soffocanti nella mia testa. Anche se forse il motivo è il semplice fatto che (viva la modestia!) sono riuscita a recuperare in qualche dove quella forza in più che mi mancava per essere capace di affrontare tutti quegli ostacoli che si incontrano sempre nel modo,però, più sereno possibile. Sono anche riuscita a realizzare un paio di voci relative ai buoni propositi del 2010 (tra cui quella di aprire un blog, appunto questo!).
È sorto poi un altro problema: stilare anche quest’anno la lista dei buoni propositi o lasciare perdere? Poi ho pensato un po’ e ho avuto un’illuminazione. Avete presente quell’entusiasmo particolare misto ad euforia che accompagna la gente tra gli ultimi minuti dell’anno vecchio e i primi dell’anno nuovo? Ecco, il mio buono proposito sarà proprio questo: cercare di conservare sempre anche solo un minimo dell’entusiasmo che accompagna quei momenti e di utilizzarlo sempre in tutte quelle “imprese” che mi ritroverò ad affrontare in questo nuovo anno.
Lo auguro a me stessa, come lo auguro a voi.
Buona fine, buon inizio, buon proseguimento.
domenica 12 settembre 2010
Una valigia e mezzo ... e via!

"La linea bianca sul grigio dell'asfalto è interminabile mi sembra di vederla scorrere negli occhi da un'eternità..."
Tiromancino - L'autostrada
A suon di waka-waka, di Alejandro, di Roberto, di Fernando (manca qualcun altro?), quest’estate 2010 è finita anche per me.
Non saprei dire com’è andata, è stata tranquilla, o almeno così mi sono sforzata di renderla. Un’estate di mare, di sole, un’abbronzatura che non ha mai avuto prima d’ora e che presto svanirà, uscite con gli amici, posti di sempre, chiacchiere, piccoli e grandi sfoghi. Normale insomma.
Tempo di partenza, ma anche di buoni propositi: stranamente,(forse non è neanche tanto strano, visto che ho letto in alcuni blog che anche altri fanno così … e la cosa mi fa piacere!) ne faccio, il più delle volte senza mantenerli, anche alla fine dell’estate. Sono buoni propositi diretti al ritorno nella mia amata-odiata città, alla mia vita lì, lontano da qui.
Spero di cambiare nei prossimi mesi, anche se il cambiamento mi spaventa. Spero di migliorare, di diventare più forte, di avere più coraggio, quello che mi serve per chiudere delle porte ed aprirne di nuove. Ho in mente qualche progetto semplice, altri più complicati, con l’unica speranza che non rimangano idee campate in aria.
Dicono che volere è potere, o no? Spero di volere tanto, tantissimo, troppo. Spero di riempirmi, di scoppiare di volere al punto di arrivare a potere, al punto di farcela, di rinascere almeno un po’.
Fine d’estate, valigia che si riempie per l’ennesima volta di tante cose, un biglietto in mano, i saluti di ogni volta, i baci al gatto che purtroppo al telefono non può parlare. Le esperienze vissute, i momenti da ricordare, quelli da dimenticare, le persone che ho visto e quelle che ho tralasciato, tenendo sospesi decine di caffè.
Valigia piena di ricordi, di foto nuove che guarderò ogni volta che mi mancherà qualche volto amico.
Sono pronta, è ora di andare.
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