"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

domenica 30 maggio 2010

Non c'è limite al peggio

“Cosa fa un ebreo con un posacenere in mano? Guarda l’album di famiglia!”

“Un pullman di ebrei in visita ad un campo di concentramento in Germania. Giungono in tarda serata. L’autista vede che il guardiano sta chiudendo il cancello e chiede: -Scusi, avrei un pullman di ebrei- E il custode risponde: - No, adesso non si può. È tutto spento”.

Ho letto queste “frasi” su Facebook. Pensavo che con quel gruppo “Deridiamo i bambini down” avessimo toccato il fondo. Invece no. È proprio vero che non c’è limite al peggio.
Qualcuno ha creato una pagina chiamata “Battute tristi e cattive” o una cosa del genere. Dovrebbero essere barzellette, battute, roba che fa ridere. Dovrebbero essere paragonate alle barzellette su Pierino, quelle che si tramandano di generazione in generazione, quelle che si raccontano sin da piccoli tra i banchi di scuola.

Quelle forse fanno ridere, queste direi proprio di no. Vorrei conoscere le menti che hanno messo su questo schifo, vorrei chieder loro quattro cose, sapere il loro voto in storia, sapere che concezione hanno del Mondo in generale.
Mi domando come si possa ridere dopo aver letto queste quattro parole messe insieme per chissà quale motivo.

Non lo sanno forse gli artefici di questa inutile pagina, cosa è successo molti anni fa? Non hanno mai sentito parlare seriamente di Shoa, di forni crematori, di esperimenti terribili fatti sugli ebrei? Non lo sanno che ne sono morti sei milioni di ebrei? Non hanno mai visto a scuola (almeno là, per forza, a mo’ di “perdita di ore di lezione”) “La vita è bella”, o “Il bambino col pigiama a righe”?
Sono dei film capaci di toccare il cuore della persona più fredda e dura di questo mondo.

...

Magari, quest’estate, invece di una vacanza per Ibiza, proporrei per loro un volo per Auschwitz. Consiglierei di prenotare una bella guida seria che li metta di fronte a ciò che rimane di quelle torture. Magari tornerebbero un po’ più consapevoli della loro stoltezza.

Non aggiungo altro.
Anzi sì. Consiglio a chi legge questo blog e condivide questo mio pensiero, di andare su Facebook, cercare questa pagina (naturalmente bisogna essere iscritti al social network) e segnalarla.

mercoledì 26 maggio 2010

Mamme a ... 50 anni?

Ieri ho sentito al telegiornale che Heather Parisi, a 50 anni, ha partorito due gemelli (non sapevo neanche che fosse incinta!). Stasera ho sentito che una donna di 57 anni ha partorito la sua prima figlia, avuta dal compagno quasi settantenne, dopo essersi sottoposta a cure particolari (all’estero).

Avere un figlio, a quanto pare, è un’esperienza indimenticabile, si sostiene che sia la cosa più bella che si possa fare in una vita. Decenni e decenni fa, le donne avevano i loro primi figli già a 18/20 anni, chi diventava mamma a 40 anni era considerata già una madre un po’ “anziana”. Oggi invece avere un figlio a quarant’anni (anche inoltrati) è una cosa normalissima. Sarà che i tempi cambiano, che si decide di mettere su famiglia sempre più tardi …

Non capisco però, come si può decidere di avere un figlio a cinquant’anni. Non è una questione di età, ma di forze ed energia. Presumo che per crescere un bambino occorre avere una pazienza e una forza immense, nonostante questo ti possa dare tutte le gioie possibili e immaginabili.
A 50 anni non si è vecchi, assolutamente! L’importante è sentirsi “giovani” dentro e puoi considerarti tale anche a 80 anni. Però secondo me avere un figlio (voluto) a cinquant’anni è un gesto un po’ egoista. Quando la mamma avrà 60 anni, il figlio ne avrà solo dieci. C’è una differenza troppo grande, a livello di età, ma anche di interessi. Un adolescente con una madre sessantacinquenne non potrà avere facilmente un dialogo con lei.

Questo secondo il mio punto di vista: quello di una comune ventenne senza figli. Voi che ne pensate? Mi piacerebbe sapere i vostri punti di vista

martedì 25 maggio 2010

S.

I gatti sono i miei animali preferiti. Mi piacciono le loro caratteristiche fisiche: le loro orecchie a punta, i loro occhioni rotondi, la forma della loro testa e quella delle zampe. Li trovo dolcissimi. Mi piace anche il loro carattere: sono autonomi, ma hanno anche bisogno degli “umani”. Si fanno coccolare, ma solo quando lo decidono loro. Mi piace la capacità dei gatti di decidere da sé cosa vogliono e cosa non vogliono fare. Solitari quando ne sentono il bisogno, allegri e di compagnia quando per loro è il caso di essere così.

Ho avuto sempre un sacco di gatti, soprattutto in campagna. In casa invece, non mi permettevano mai di portarne. Questo finché un pomeriggio grigio di fine novembre mio padre non tornò dal lavoro con una scatola bianca, non troppo grande, aperta da un lato.
Lì dentro c’era un gatto piccolo, grigio, con due grandi occhi verdi, un po’ impaurito e timido. Era un regalo da parte di una signora di mezza età che faceva la portinaia lì dove lavora mio padre. Da piccola spesso insistevo per andare al lavoro con mio padre e ogni tanto, di pomeriggio, mi portava con lui. Finivo sempre, però, col passare la maggior parte del tempo con questa signora, altra grande amante dei gatti. Parlavamo di un sacco di cose, apriva il cassetto del tavolo dove stava di solito e mi dava delle caramelle alla menta, sempre le stesse. Sapeva che mi piacevano tantissimo (i gatti!) e mi ha fatto questo regalo. Qualche anno dopo è morta, aveva un malattia da tanto tempo. La ricordo sempre col sorriso, mi ha fatto un grande dono.

Quel gatto sta ancora in casa da noi, è uno della famiglia ormai. È diventato grande, ha cambiato colore col passare del tempo. È il protagonista di mille avventure simpatiche e assurde. Passa la maggior parte del tempo sui terrazzi di casa, sembra Leopardi: da un balcone guarda le colline (l’ermo colle), dall’altro guarda il mare (l’infinito). Spesso porta dentro le rondini, non ne ha mai uccisa una però. Secondo me non è neanche capace di fare una cosa del genere. Esige poche coccole, non sta in braccio più di qualche minuto. Dimostra il suo affetto semplicemente standoci vicino sempre. Aspetta il nostro ritorno davanti la porta di casa, odia le valige, soprattutto la mia. Quando la vede si innervosisce e inizia a correre per casa come un pazzo. Giorni dopo la mia partenza combina sempre qualche guaio in casa: rompe qualcosa, fa i suoi dispetti …

Qualche anno fa, in occasione di una vacanza estiva, lo abbiamo lasciato in un canile (dove comunque custodivano anche i gatti). Lo stesso giorno in cui saremmo dovuti tornare, hanno chiamato dal canile dicendoci che era scappato. È stata una tragedia: non ci volevo credere. Come ho detto prima, è uno della famiglia ormai, per cui saperlo solo in giro era un dispiacere troppo grande. Ho passato giorni e giorni nei dintorni del canile gridando il suo nome, ho anche interpellato una maga (per puro caso, era una specie di “vicina di casa”, ha “visto” bene però!) …
Quando avevo ormai perso le speranze (e i miei amici stavano già architettando un piano per regalarmi un altro gatto) è arrivata una telefonata. Era un amico di mio padre: il mio gatto era da lui! Sono andata di corsa a riprenderlo: è stato stupendo. Era piccolo, con l’aria dispersa e timida, come il primo giorno che è entrato nella mia vita. L’ho portato a casa: appena è entrato ha iniziato a correre, a fare le fusa e a miagolare. Era felicissimo. Lui e tutti noi.

Quando ho lasciato casa per venire a vivere nella mia città universitaria, avrei voluto portarlo con me, ma non è stato possibile, lo avrei privato delle sue abitudini solite, del suo colle e del suo mare. E allora aspetto il ritorno a casa anche per rivedere lui. E confesso che nei lunghi mesi di assenza, spesso e volentieri chiedo a mia madre di avvicinargli il telefono all’orecchio (a 20 anni non è il massimo, lo so). A quanto pare muove le orecchie. E sgrana i suoi grandi occhi verdi.

sabato 22 maggio 2010

Facebook

Mi sono iscritta a Facebook l’anno scorso, dopo le mille insistenze dei miei amici. Sapevo dell’esistenza di questo social network già qualche anno fa, ma non avevo dato tanto peso alla cosa. Nasceva come modo per ritrovare, dopo tanti anni, i propri compagni di scuola. Ma la cosa non mi toccava molto da vicino semplicemente perché ero in contatto con tutti i compagni di classe passati che volevo sentire.

Poi c’è stato il boom Facebook. Nei locali, nelle biblioteche, nei negozi, si trovano i volantini con scritto “Aggiungici ai tuoi amici”. Le persone ormai non ti chiedono il numero di cellulare, ti chiedono “Ci sei su Facebook? … e dieci minuti dopo ti arriva la loro richiesta d’amicizia.

Appena iscritta, non capivo niente delle varie funzionalità e opzioni (che novità!). Ricevo richieste, accettavo o rifiutavo, commentavo al massimo qualcosa. Il panico è stato quando mi è arrivata la notifica “Sei stata taggata in una foto”. Taggare? Che vuol dire? Ho cercato il significato su google. Non ci ho capito una mazza. Ho realizzato solo dopo.

...e quindi non esiste cena, compleanno o altro dove qualcuno non porta la fotocamera e inizia a fotografare ogni momento dell’evento. Un’ora dopo della fine, o al massimo la mattina dopo, sei sommerso di notifiche e di commenti sulle tue foto. Poi le persone hanno la capacità di fotografarti nei momenti meno probabili, quando non te l’aspetti, quando stai facendo qualcosa di particolare.
E tutti, su Facebook devono sapere che caspita hai fatto la sera prima, con chi eri, dove sei stato. Farsi i fatti degli altri è diventata la finalità principale dell’esistenza facebookiana.

E poi le richieste d’amicizia. Che bella cosa. Ti chiede l’amicizia chiunque. Conoscenti, amici, parenti, colleghi, sconosciuti. Mi capitano richieste di gente che aggiunge tra gli amici l’80% della popolazione del paese in cui vive. Mi è capitato anche, pochi giorni dopo l’iscrizione, la richiesta di un mio vecchio compagno di classe delle elementari. L’ho accettato, poi l’ho visto in giro e ho fatto un esperimento. Mi sono detta “Adesso che mi ha aggiunta, chissà se saluta”. Bene, mi è passato accanto ma ha fatto come sempre, non ha salutato.
Sono rimasta col punto interrogativo in testa. Poco dopo ho realizzato la filosofia di questo social network: la gente, più delle volte, ti aggiunge per “far numero”. Tipo raccolta punti: più ne hai, meglio è. Unica differenza: con la raccolta punti, arrivati ad un tot vinci qualcosa. Su FB non vinci niente. Forse la gente crede che se ha mille amici può apparire come una persona importante, popolare. Come se i mille “amici” non sapessero chi è il soggetto in questione … E poi è più chic averne un numero non esagerato!

Il top è quando ci metti anni ed anni a sbarazzarti educatamente di persone poco gradite. E poi … Puff! Richiesta di amicizia! E si riallacciano i rapporti poco desiderati.

Voglio poi sorvolare sui vari link della gente depressa, di quella che condivide pensieri o frasi totalmente opposte al loro modo di essere o su come può essere pericoloso, se usato male.

Nonostante tutto ciò, non ho cancellato il mio account. Faccio una certa selezione, cerco di usarlo bene. Non pubblico i miei affari privati, non accetto la gente che mi aggiunge solo per far numero, non mi iscrivo a stupidissimi gruppi o non condivido cretinate varie da bimbetti.
Credo che, come ogni altra cosa, anche FB deve saper essere usato bene. È utile se sai come destreggiarti, se riesci a ricavarne qualcosa di bello.

martedì 18 maggio 2010

post senza senso

Considerazioni demenziali sulla giornata appena trascorsa:

1. Il nuovo logo della Rai fa schifo. Preferivo la farfalla-profilo;
2. Necessito del dottor Freiss;
3. Le giornate passano troppo in fretta;
4. Se tutto va bene, sono rovinata.

lunedì 17 maggio 2010

Fiera del Libro

Ieri, alla fiera del libro di Torino, c’era anche Saviano. Ha presentato un nuovo libro “Sei fuori posto” (scritto da lui e da altre cinque persone) in cui il protagonista è un reduce della guerra in Afganistan.
Saviano ha trattato una parte in cui si parla della grande presenza, nelle missioni di pace, di soldati meridionali. Un argomento comunque già trattato da lui in un articolo su Repubblica, risalente a qualche mese fa.
Da ricordare che oggi tra l’altro si è saputo della morte di due militari italiani in Afganistan, uno dei quali era della provincia di Palermo.

Anche questa volta mi è piaciuto come ha parlato Saviano. Si è dimostrato contento di essere definito un “rompiscatole”. Ha detto che “È Il ruolo del raccontatore, è dire cosa sta accadendo, è dire questo è vero questo ci riguarda.”

Ieri, al Salone, c’è stato il pienone. Questa cosa non può che farmi contenta. Evidentemente c’è molta gente a cui Saviano piace. Gente che non lo considera un “rompiscatole”, ma che lo stima e lo apprezza per quello che fa e per quello che dice. Tanta, tantissima gente pronta ad ascoltare ancora una volta quello che Saviano ha da dire.
. ..what a wonderful world!

domenica 16 maggio 2010

weekend

Week end all’insegna dell’incessante pioggia, fatta eccezione per questo pomeriggio, quando al contrario, avrebbe dovuto buttare acqua a non finire, in modo da evitare tutto questo casino post partita. Dalle cinque alle sette ho sentito solo rumori macchine, clacson, urla di gioia. Non riuscivo a sentire cosa si diceva in casa! Però mi sono lasciata coinvolgere da quest’aria di festa e non ho aperto libro.

Ieri mattina, appena mi sono svegliata, ho guardato fuori dalla finestra, scoprendo un tempo grigio-novembre veramente poco allegro. Ok, io odio il caldo, per cui dovrebbe farmi piacere un po’ di fresco, soprattutto ora che devo solo studiare e non fare altro tipo andare al mare, ma il tempo così mi fa venire una malinconia assurda. Ieri pomeriggio mi ha sfiorato l’idea di prendere una cioccolata calda, tanto era autunnale il tempo. Poi vabbè, ho optato per il solito caffè.

Poi sono dovuta uscire di casa, causa dispensa vuota. Ho fatto un po’ di strada a piedi, con l’ombrello. L’ombrello sì, in mano però. Rotto, esanime. È un classico: l’ombrello si rompe proprio quando ne hai più bisogno. E dire che prima di comprarlo l’ho esaminato per bene, talmente tanto accuratamente che la commessa del negozio pensava fossi pazza. Eh ma lei non conosce mica le piogge a cui vado incontro io. E della sfiga che mi ritrovo. Soprattutto quella.

C’era in progetto di mangiare oggi a pranzo pollo con patate. A me non piace tantissimo il pollo, ma mi sono fatta convincere e ho aggiunto la voce “pollo” alla lista della spesa. Solitamente compra il pollo B., ma, come dicevo, la spesa ieri l’ho fatta io. Allora mi sono ritrovata davanti questo banco frigo pieno di vaschette con carne di ogni tipo. Reparto a me sconosciuto, dato che il massimo della carne che si mangia qua in casa è quella del ripieno del kebab. Mi ricordavo comunque del fatto che B. prendeva sempre un pollo dalle piccole dimensioni, quindi ho afferrato il più piccolo. Un galletto.

Quando sono tornata a casa (fradicia, mi si poteva strizzare la giacca e dissetare un villaggio intero) si è messa a posare la spesa. Ha visto il pollo e mi ha guardata come se avessi comprato chissà quale cosa orrenda. A quanto pare era decisamente troppo piccolo, e andava a 6,20 euro al chilo, a differenza di quello che prende lei solitamente, molto più economico e grande. Ha scherzato e riso di questa cosa fino a dieci minuti fa. Non che ci fosse tanto da ridere. Alla fine sto galletto della discordia è stato cucinato e mangiato normalmente.

Il film del fine settimana è stato “Pane e tulipani”. Mi è piaciuto anche questo. Personaggio preferito: Fernando. Uomo d’altri tempi, di un’eleganza e una finezza indescrivibili. Ha un linguaggio gentilissimo e aulico. Riesce a dire qualsiasi cosa senza mai essere volgare. L’uomo perfetto.

Fox mi ha piazzato al settimo posto, cinque posti in meno rispetto la scorsa settimana. Vedremo che ne sarà di me. Verificherò, of course! Mi aspetta una bella settimana.

venerdì 14 maggio 2010

Contro l'omino (part 2)

Ecco qualche altro titolo:

"My life in Ruin" = "Le mie grosse grasse vacanze greche"

"Home alone" = "Mamma ho perso l’aereo"

...e non solo i film, l'omino ha colpito anche i titoli dei libri:

"The secret dreamworld of a shopaholic" (S. Kinsella) = "I love shopping"

"Deception point" (Dan Brown) = "La verità del ghiaccio"

Anche se so che "per sempre" non esiste. Saturno contro

Saturno contro è uno dei tanti film di Ozpetek che mi è rimasto nel cuore. Me l’ha fatto conoscere sempre mia sorella, qualche tempo fa. Ultimamente l’ho rivisto: ogni volta che riguardo le scene dei film di Ozpetek, mi accorgo sempre dell’esistenza di un particolare affascinante a cui prima non avevo fatto caso.

Saturno contro racconta principalmente la storia di Lorenzo e Davide, due ragazzi sulla trentina, una coppia molto affiatata, felice. Vivono insieme in un’accogliente casa, spesso e volentieri animata dalla presenza del loro gruppo di amici. Gli amici infatti sono gli altri elementi importanti del film, ognuno di loro ha una sua storia, delle caratteristiche e una personalità proprie.

C’è la coppia Angelica – Antonio: psicologa lei, bancario lui. Lei apparentemente è molto forte, anche se in realtà nasconde le fragilità di chiunque. Lui è il solito uomo incerto: ha un’amante da un po’ di tempo, ma non riesce comunque a staccarsi dalla sua famiglia o a fare una vera e propria scelta.
C’è Paolo, il ragazzo un po’ timido, laureato in medicina e aspirante scrittore, una new entry all’interno del gruppo. C’è anche Roberta, la collega di Lorenzo: una ragazza solare, appassionata di astrologia, con qualche vizio sicuramente sbagliato.
L’altra coppia è formata dalla traduttrice Neval e dal poliziotto Roberto. Direi che avere un’amica come Neva farebbe bene a tutti …
Infine c’è Sergio, altro caro amico, personaggio molto schietto e attento, capace di dire sempre quel che pensa in modo a volte (oserei dire) misterioso.
… Tutto tranquillo finché Lorenzo ha un malore e finisce in coma.

"Ecco, ci sono momenti come questo in cui riesco a sentirmi felice. Non so bene perché, ma vedere Davide insieme ai nostri amici, mi fa sentire al sicuro. So cosa dicono, cosa pensano e anche se sono sempre le stesse cose, mi va bene così. Non voglio sorprese, novità, colpi di scena. Voglio che tutto rimanga come adesso, per sempre. Anche se so che per sempre non esiste."

Questa frase viene detta da Lorenzo sia all’inizio che alla fine del film. Mi piace molto perché mi ci vedo tanto dentro. Quando la sento o quando semplicemente la leggo, la prima cosa che mi viene da pensare è il rapporto che ho con i miei amici di sempre, quelli con cui ho passato la maggior parte dei momenti più sereni della mia vita. Stare con loro fa sentire al sicuro anche me. Li conosco e mi conoscono, sono capaci di capire il mio umore da come chiudo la portiera della macchina, da come rispondo ad un sms o da come li saluto: so cosa dicono, cosa pensano. Magari è vero: possono anche essere sempre le stesse cose, però anche a me va bene così! Vorrei che tutto rimanesse com’è sempre stato, per sempre. Vorrei che, anche se centinaia di chilometri ci separano e non condividiamo più la vita quotidiana, tutto rimanesse sempre intatto, così com’è, così come l’ho lasciato, per sempre.

Anche se so che per sempre non esiste. Anche se so che si cresce e si cambia. Anche se so che non rimane tutto così.

mercoledì 12 maggio 2010

Ogni pomeriggio, prima di andare a studiare, vado sempre al solito bar a prendere il caffè con una mia amica. Quello di oggi ... meritava una foto!

martedì 11 maggio 2010

Sogni

Dreams:
1. Passare commerciale al primo colpo;
2. Vincere alla lotteria (mi va bene anche una somma modesta) per regalare al mio vicino di casa elettrodomestici più silenziosi;
3. Munirmi di una memoria esterna per il mio cervello, così da riuscire ad imparare e ricordare tutte quelle leggi e riforme in modo più semplice;
4. Arrivare, possibilmente sana di mente, al 20 luglio;
5. Avere una Mary Poppins con un ombrello magico in casa, così da poter fare le pulizie in due secondi canticchiando “cam caminì spazzacamin”;
6. Trovare un lavoretto, uno qualsiasi, per agosto;
7. Mangiare una fetta di pizza fatta dalla mia mamma;
8. Fare una passeggiata al mare. Ma non in un mare qualunque, nel MIO mare;
9. Trovarmi in una primavera, possibilmente VERA, senza pioggia, senza ombrello e con temperatura media, né troppo calda né troppo fredda.
10. Avere una connessione internet che non vada a carbone.

lunedì 10 maggio 2010

Saviano

Oggi ho letto su Repubblica un articolo che mi ha lasciato senza parole. Al telegiornale di ieri, Emilio Fede ha detto che “Non se ne può più di Saviano” che non è stato lui a scoprire la camorra e neanche a denunciarla per primo.

Nell’articolo si legge: “Fede continua dicendo che Saviano "ha scritto dei libri contro la camorra, ma lo ha fatto tanta altra gente, senza fare clamore, senza andare sulle prime pagine, senza rompere... scusate, volevo dire senza disturbare la riflessione della gente che ha capito bene. Un paese come il nostro è contro la malavita organizzata".

Personalmente ho un debole per Saviano: sto molto attenta a quello che dice, lo seguo in tv, leggo i suoi articoli e ho letto Gomorra (ma prossimamente spero di leggere anche gli altri due libri). Non so come sia possibile dire queste cose su lui (indipendentemente dai vari discorsi politici che girano intorno al problema).

Certamente Saviano non ha scoperto l’acqua calda (sappiamo tutti dell’esistenza della camorra), non ha salvato nessuno. Ha semplicemente detto, denunciato, riportato in un libro quello che succede nella sua terra. Ho scritto “semplicemente”, anche se quello che lui ha detto non è poi così semplice da dire. Parlare contro determinate persone o semplicemente parlare, in quei territori, può costarti la vita.
Ho sentito che in molti gli rinfacciano di aver buttato fango sulla sua terra. Ma io credo che per denunciarne i problemi (in modo costruttivo e non per buttare parole al vento!). Lui, la sua terra, la deve amare proprio tanto.

C’è anche chi dice che ha scritto quel libro solo per arricchirsi, ma io non credo proprio. Avrebbe potuto scrivere una storiella d’amore su quattordicenni in crisi adolescenziale, se proprio il suo scopo era quello di guadagnare, così avrebbe evitato di metter su tutto questo casino nella sua vita, di vivere sotto scorta, di non potere essere libero di prendere un gelato in centro …
Se fossero tutti come lui, allora sì che si potrebbe fare qualcosa di concreto per liberare queste regioni dai grossi problemi che si ritrovano.
Se è proprio il silenzio il male peggiore, allora perché Saviano dovrebbe tacere? Ma ce ne fossero di persone come lui …

Poi la cosa che mette ancora più tristezza è il fatto che Emilio Fede abbia detto quelle cose proprio il 9 maggio, a trentadue anni dalla morte di Peppino Impastato, altra vittima della mafia. Vittima perché ha osato parlare, perché si è ribellato al silenzio. Per anni l’unica giustificazione alla sua morte è stata il suicidio, solo recentemente è stata riaperta l’inchiesta che ha portato poi ad accertare veramente le cause della sua morte e a punire i colpevoli.

Parlare "male" di personaggi del genere o, peggio ancora, fare finta di niente, per me, è come dare uno schiaffo a chi ha sacrificato la propria vita o la propria libertà per non fare come tutti gli altri, come tutti quelli che hanno fatto del “non vedo, non sento, non parlo” la loro filosofia di vita principale.

Per leggere l'articolo:
http://www.repubblica.it/politica/2010/05/10/news/emilio_fede_saviano-3956164/

domenica 9 maggio 2010

Diario di una bella giornata di maggio








Ho passato una giornata tranquilla, ho spento le mie venti candeline e ho risposto a telefonate e messaggi di parenti e amici.



Giorni fa mi è arrivata una lettera (non un’e-mail!), fatta di carta e inchiostro, di busta e francobollo. L’ho trovata con grande sorpresa nella mia cassetta della posta, nel retro della busta c’era scritto che l’avrei dovuta aprire solo il 9 maggio. L’ho letta alla mezzanotte, era di una mia carissima amica, una delle poche persona con una grande capacità: quella di toccare il mio cuore, in profondità, in un istante, con poche semplici parole.


Ogni anno, in questo giorno, qualcuno della mia famiglia (solitamente mia zia) mi ricorda la prima notte che ho passato in ospedale: a quanto pare ho pianto e strillato così tanto da far rimanere impressa negli altri questa scena.


Mentre mia madre invece mi ricorda sempre che quando era incinta di me, andava a fare le ecografie con il fiato sospeso e con il battito del cuore accelerato. Tutto questo perché ero troppo silenziosa, non mi muovevo, non davo segni di vita, era come se non ci fossi più. Invece c’ero, eccome!

Tutti questi ricordi mi vengono rievocati ogni anno, il nove maggio. Fa parte della tradizione!


Ma il top è stato mio nonno che al telefono mi ha chiesto: “Chiara, ma tu sei nata in casa o in ospedale?” e io “Nonno, non sono poi così vecchia!”
Mi è stato raccomandato di vivere bene quest’età, di godermela tutta e di non pensare a niente. Ma come si fa?

venerdì 7 maggio 2010

Questo tempo decisamente poco primaverile mi sta impedendo di andare al parco. Appena ho un po’ di tempo, vado sempre al parco: mi rilassa. L’anno scorso ho passato tutti i miei pomeriggi di giugno e di luglio lì, a studiare filosofia del diritto con la mia collega di università. Si può dire che conoscevo più il parco che casa mia.

Mi piace andarci: prima di tutto perché tutto quel verde mi ricorda tanto la campagna di mia nonna, poi perché mi sembra una “sospensione della città”, un angolo di paradiso. C’è talmente tanta pace (maniaci pervertiti a parte) che non sembra di essere in città.
Un attimo prima ti ritrovi immersa nel caos delle macchine e dei rumori e un attimo dopo sei nel verde e nella quiete: due mondi talmente opposti che non penseresti mai che siano così vicini tra loro. Se guardassi distintamente una foto del parco e una della mega rotonda su cui affaccia il suo ingresso, non direi mai che sono due posti praticamente attaccati.
Dentro il parco c’è anche una grande area con le giostre per i bambini, tutto intorno è un’allegria. Guardare i bambini giocare mi fa pensare a quanto basti poco per farli felici.

Comunque, ultimamente il mio umore rispecchia tanto quello del tempo. Effettivamente il toro risente delle condizioni meteo, è “climaticamente fuori gioco”. Ho l’impressione che le foglie degli alberi stiano cadendo, invece di rinascere.

Ieri sono andata a dormire tardi, stamattina mi sono alzata tardi con l’aspetto molto simile a quello di uno zombie. Ho studiato (si fa per dire) e poi sono uscita. Sono stata in un negozio dove tempo fa avevo notato un bellissimo fermaglio per i capelli. Appena l’ho visto ho pensato a mia madre e così oggi gliel’ho preso in occasione della sua festa e del suo imminente compleanno. Domani mattina dovrò andare alla posta a spedirlo.

Il mio pomeriggio è stato cupo, l’ho passato tra gli appunti di commerciale e la tv. Devo mettermi a studiare seriamente se voglio concludere qualcosa!

mercoledì 5 maggio 2010

martedì 4 maggio 2010

contro l'omino che traduce i titoli dei film in italiano

Avete mai fatto caso a come vengono tradotti molti titoli di film in italiano? Uno scempio.
Ecco l' iniziativa di http://stb-09.blogspot.com/ : la battaglia contro "l'omino che traduce i titoli dei film in italiano"

Qualche esempio:

"A walk to remember" = "I passi dell'amore"

"Message in a bottle" = "Le parole che non ti ho detto"

"101 Dalmatians" = "La carica dei 101"

"Il tempo delle mele" = "La boum"

"The texas chainsaw massacre" = "Non aprite quella porta"

... ma anche "Gilmore girls" = "Una mamma per amica"

lunedì 3 maggio 2010

eBook (?)

Oggi pomeriggio ero (e sono) terribilmente nervosa, allora per scaricarmi ho deciso di andare alla ricerca di qualche libro.
Sono stata alla solita enorme libreria, pieni di scaffali, di libri divisi per sezioni, di luci al neon, di commessi con la pettorina stile automobilista in tangenziale con l’auto in panne. Comunque, nonostante quelle dimensioni gigantesche, mi trovo bene là.
Certo, mi piacerebbe di più girare per i corridoi di una piccola libreria, di quelle un po’ vecchie, in penombra, magari gestita da un’anziana signora con gli occhiali, i capelli grigi e l’aria antica, alla luce fioca di qualche lampadario vecchio e impolverato … ma siccome non si può avere tutto dalla vita, mi “accontento” di questa mega libreria.

Dopo il giretto in libreria, sono stata in un negozio di elettronica. Altro ampio locale, pieno di luci e lucine. Non mi serviva niente, anche perché io e le cose tecnologiche non andiamo molto d’accordo (ho scoperto solo qualche mese fa a cosa serve realmente una memory card e non sto a raccontare cosa stavo combinando per inserirla nel computer …), ma siccome dovevo svagarmi in qualche modo, ho preferito addentrarmi nei suoi meandri.

Il mio occhio è casualmente caduto su uno strano aggeggio dall’aria super tecnologica, era rettangolare, colorato, lo spessore ricordava quello di un iPod, aveva un grande schermo (presumo touch screen). All’inizio effettivamente, ho pensato fosse l’ultimo modello di iPod, ma mi sembrava troppo grande. Poi ho letto bene: trattasi di eBook.

Lì per lì ho avuto un’espressione interrogativa, anche perché non volevo credere a quello che leggevo. Volevo illudermi del fatto di non aver capito bene quello che c’era scritto o di aver preso un’insolazione che ha offuscato la ragione (ipotesi molto fantasiosa, vista la pioggia incessante e sconfortante di questi giorni!). Invece avevo recepito proprio bene!

Bene, ho scoperto che l’eBook è un libro multimediale, elettronico. Esiste da un paio di anni. Carichi dentro i libri, quelli che vuoi, anche più di uno, li puoi scaricare direttamente da internet oppure si possono comprare (in questo formato) in libreria e … li leggi da là!
A quanto pare è una grande invenzione, qualcosa di “intelligente”: cerca di imitare la forma di libro, ti permette di “girare pagina”, addirittura di scegliere il tipo di segnalibro che vuoi usare.

Ora io mi domando: che gusto c’è a leggere un libro che non è un libro? Perché io così lo vedo. Leggere un libro, un romanzo, un giallo, un qualsiasi testo non vuol dire solo capire la storia, immaginarsi i personaggi fisicamente, i luoghi. Leggere un libro non vuol dire solo mettere a moto il senso della vista (e quello dell’immaginazione!). Leggere un libro è anche altro: vuol dire toccarlo, sfiorarlo, sentire la consistenza delle sue pagine, l’odore, vuol dire consumarle, rilevare una frase che ti piace, annotare qualcosa ai suoi margini … non mettersi davanti questo coso!

Immagino che tra una decina di anni le librerie si ridurranno a pochi piccoli scaffali pieni di custodie simili a quelli dei cd, con dentro qualcosa di elettronico, freddo e insignificante pronto a raccontarti qualche storia. Chissà se gli ecologisti, almeno loro, saranno contenti di questo … magari, non essendoci più bisogno di carta, verranno tagliati molti meno alberi. Sempre se gli alberi continueranno ad esistere, tra una decina di anni (!)

Paura

Le paure di ogni giorno, quelle più banali: di questo voglio parlare oggi. Sono quelle paure a volte senza senso, a volte vengono dal nulla, altre ci rimandano a tempi lontani o ad episodi spiacevoli. Magari per gli altri quella nostra fobia può sembrare una cosa stupida, ma a noi ci terrorizza. Spesso la nascondiamo, per non sembrare “ridicoli” agli occhi della gente, altre volte ne parliamo in continuazione, facendola diventare un’ossessione.

Beh, io ne parlo invece e ne rido anche! Ho una gran paura dei fuochi d’artificio ad esempio! Da piccola invece no, mi piacevano anzi! Adesso, non so perché, ho questo terrore. Saranno un paio di anni, ormai. Alle feste, ai matrimoni o in qualsiasi occasione facciano questi spettacoli, io mi nascondo tra la folla, cercando di pensare ad altro, buttando al massimo qualche occhiata lì nel cielo. Ho paura che mi cadano addosso (!), che possa scoppiare qualcosa da un secondo all’altro (?), che possa andare a fuoco un non so che! I miei amici, una in particolare, ci scherza su. Ormai sa che mi fanno paura e quando li devo “vedere” per forza, mi si avvicina e mi parla di altro. In generale credo che questa cosa sia dovuta al fatto che ho sempre odiato i rumori forti, poi se si tratta di “esplosioni” e cose simili la situazione peggiora. Mi sembra che non valga la pena fare tutto quel rumore per vedere qualche lucina di pochi secondi nel cielo.

Un’altra paura mista a senso di schifo è quella provata per i volatili. Piccioni, galline, uccellini e roba del genere. Anche questa è una cosa strana, perché quando era piccola mio padre usava riempire il terrazzo di casa di gabbie con uccellini di ogni tipo, gli piacevano tanto (e gli piacciano tutt’ora: casa sua è invasa di cardellini, canarini ecc).
La città dove vivo adesso è anche piena di piccioni che svolazzano tranquilli e sereni a due centimetri dalla nostra testa, soprattutto in questo periodo.
L’anno scorso poi sono stata a Venezia … un incubo! Città bellissima (ci tornerei anche adesso!), ma TROPPI piccioni!! La metà delle foto che abbiamo scattato quel giorno ritraggono me con la faccia schifata in mezzo a questi cosi svolazzanti. Da un paio di anni poi le rondini hanno deciso di fare il nido sul balcone della mia stanza, altra bella cosa. Non possono uscire fuori che mi passano di striscio. Il mio gatto poi ogni tanto ne acchiappa qualcuno, non li uccide (menomale, non lo potrei perdonare, anche se mi fanno schifo), ma li porta dentro casa. Per fortuna ancora non ho assistito a spettacoli del genere, me li racconta mia madre per telefono. Ne ha preso uno giusto ieri pomeriggio, l’ha portato in casa, ma poi ha lasciato che si facesse un giretto per il soffitto di casa (rompendo anche un sacco di soprammobili, ma questa è un’altra storia!).

Oltre a queste, ho paure un po’ più “normali”. Ho paura dei topi, dei ragni, dei serpenti, delle scintille di Natale (ah ah, non è proprio normale), a volte anche del buio. Ho paura del fuoco, delle meduse, a volte del mare quando è troppo agitato, dei tuoni (tornando sempre alla storia dei rumori improvvisi e troppo forti) …
Sarebbe bello superare tutte queste paure, ma credo che non ce la farò mai!