"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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sabato 5 settembre 2015

Ho ricominciato

Ho ricominciato a scrivere qui, nei fogli, nella mente. Così come ho ripreso a leggere i settimanali, i libri.
Avevo abbandonato il mio rito del sabato mattina, accantonato da più di un anno ormai. L'ho ripreso oggi. Sono uscita di casa senza pensare troppo a cosa avevo addosso, anzi vestendomi senza accorgermene neanche totalmente di nero. La direzione era una: la biblioteca.
Il rifugio per chi ha voglia di leggere, ma non sa poi tanto bene cosa. Per chi è in conflitto tra la speranza di non affezionarsi troppo a libri che dovrà presto restituire alla collettività e la voglia di innamorarsi di una storia di inchiostro da consigliare agli amici lettori.
Ho fatto un giro tra scaffali che sanno a tratti di vecchio, finendo però sempre allo stesso: narrativa italiana. Così come i film, le canzoni, i libri: in questo sono patriottica.
Senza troppe idee precise, senza schemi, ho iniziato a sfogliarne qualcuno a caso.
E' finito tra le mie mani un libro di Concita De Gregorio, "Io vi maledico". Ho letto la trama distrattamente, l'ho preso in prestito insieme ad altri due.
A casa, da sola, nel silenzio rotto dalle fusa del gatto, ho iniziato a leggerlo arrivando a pagina cinquanta senza neanche accorgermene. Un libro sulla rabbia, storie di gente arrabbiata.

Ho ricominciato a scrivere, a leggere i settimanali, i libri, a girare in biblioteca il sabato mattina.
Ho ricominciato ad arrabbiarmi.
Per cretinate, per cose che mi danno fastidio e che - pensandoci dopo - forse non sono neanche così "gravi".
Io mi arrabbio smettendo di parlare, sigillando la bocca. Labbra attaccate una sopra l'altra, sto così per ore. Sopracciglio destro leggermente più in alto del sinistro, sguardo inconfondibilmente diversamente tranquillo. Sono questi i segnali.
Sono arrabbiata anche oggi, da qualcosa come ventiquattro ore.
Labbra sigillate, se non per rispondere scocciata all'interrogatorio settimanale della parente di turno o per ringraziare la cassiera del supermercato che mi porge il resto.

Quando mi arrabbio lo faccio per un motivo certo, mentre la conseguenza - ovvero il silenzio - rende da sempre incerte sul mio umore le persone che mi stanno accanto.
Ogni tanto, tipo oggi, penso a quante cose cambierei del mio carattere e in che ordine.
Cambierei sicuramente la caratteristica dell'arrabbiarmi in silenzio.
Così come la timidezza, l'incapacità di essere una di quelle persone che hanno sempre qualcosa di brillante ed entusiasmante da esternare alla folla occasionale con cui per caso sei finita a passare la serata.
Così come la mania di programmare le cose, dell'ordine. Eviterei di arrabbiarmi, quando appunto i programmi vanno a farsi a benedire.
Così come il mio essere lunatica.

Ecco, mi piacerebbe arrabbiarmi e dire il perché parlando. Raccontando subito come mai, per quale motivo, invece di chiudermi nei miei silenzi...


domenica 15 settembre 2013

Cercare casa (Parte I)

Tra i vari imprevisti propri di questo periodo, c’è stata la ricerca di una casa, evento che ho vissuto, per così dire, sia attivamente che passivamente.
Attivamente nel senso che cercavo un tetto sotto il quale condurre parte della mia esistenza, passivamente in quanto quella che per cinque,velocissimi anni è stata casa mia si appresta a diventare l’alloggio di altra gente.
Il pellegrinaggio passivo, da queste parti, è iniziato ai primi di luglio, quando la mia padrona di casa ha cominciato a distribuire per la città fogli con su scritto che affittava questo fantastico buco di appartamento. Da qui ha avuto inizio il via-vai di gente, ad ogni ora del giorno. Quelle che sono passate sotto ai miei occhi sono persone di ogni tipo: studenti, studentesse, matricole, gente avanti con l’età, professori, badanti russe che si facevano capire a gesti, giovani coppie, un uomo che aveva tutta l’aria di essere stato cacciato di casa. Il resto sono sconosciuti, venuti qui quando io ero altrove.
Quelli che mi sono rimasti più impressi sono le matricole genitori-munite. Uno in particolare, arrivato qui con madre e sorella al seguito. Lui non ha proferito verbo, la madre invece ha rotto per quindici minuti buoni con una raffica di domande più o meno opportune. Ha varcato la soglia guardandosi intorno con aria indagatrice e sospettosa, si è fiondata all’angolo cottura iniziando ad aprire i miei scaffali e rimanendo visibilmente delusa quando al loro interno ha trovato le mie cibarie integrali e tristi, mentre io ero lì, in un angolino, a far finta di scrivere messaggi e a cercare disperatamente di non scoppiare a ridere o (peggio) di iniziare ad insultarla. Tra le altre domande, ne meritano menzione tre:
1. L’attenzione maniacale per le prese di casa. La presa per il pc, quella per la tv. Ed internet. Benedetto internet. Immagino già che telefonate via Skype, every night.
2. L’igiene del figlio. Ergo un attento controllo sullo stato della lavatrice, sulla capienza, sulla possibilità di installare uno stendino dove mettere ad asciugare i panni del pargolo, nel terrazzo di casa. Terrazzo a scopo visibilmente ed unicamente ornamentale.
3. Gli armadi. Ce ne sono due in casa, per due persone. Due donne non hanno mai avuto problemi di armadi, in questi tempi. A lui, un ragazzo neanche un po’ figo, due armadi non bastano.
L’altra matricola (una ragazza accompagnata da madre e padre) è spuntata qui all’improvviso, senza un minimo di preavviso. Lei, i genitori e la padrona di casa, hanno suonato alle quattro del pomeriggio, in una di quelle giornate calde da star male, trovandomi in pigiama estivo, ergo mezza nuda, capelli raccolti e occhiali, mentre ero intenta a farmi mezz’ora di sonno prima dello studio, dopo sei ore di lavoro. Mi hanno colpito i suoi genitori, le loro attenzioni espresse nella misura giusta. Amorevoli, delicate, non opprimenti. Le loro domande bilanciate, dirette, i loro sorrisi, il loro scusarsi per avermi “disturbata”. E la ragazza tranquilla, beata, si guardava intorno meravigliata e preoccupata quanto basta. Con quello stupore proprio di chi sta per iniziare una vita nuova, in un posto nuovo e non sa come andrà.
Viste le innumerevoli e successive visite all’appartamento, direi che non ha concluso alcun contratto.
E sapete, un po’ mi dispiace.
Sarebbe stata l’inquilina perfetta di questo appartamento grande quanto tutto il salone della mia casa giù. Queste mura, forse, l’avrebbero tranquillizzata e fatta sentire al sicuro. Come è successo a me.
L’avrebbero accolta bene, la sera, dopo una giornata di lezioni. In inverno, quando fuori piove e fa freddo. O le mattine d’estate, quando aprendo le finestre, la luce avrebbe riempito le sue due stanze. Il divano avrebbe retto il peso della sua stanchezza, ristorandola a dovere. E il cane dei dirimpettai l’avrebbe fatta sorridere facendo capolino sul terrazzo, la mattina di domenica.

Questa casa mi mancherà.
Mi mancherà tanto.

venerdì 7 ottobre 2011

Indifferenza

Una calda notte di luglio di circa sette anni fa, io e una delle mie più grandi amiche litigammo. Ancora ricordo il motivo, le circostanze, l’abbigliamento di quella sera. Avevamo entrambe ragione e torto in egual misura, ma lei era troppo orgogliosa per riconoscere i suoi piccoli errori ed io ancora non ero in grado di farmi valere come si deve, ero … rinunciataria.
Dopo quella lite, io e lei non ci parlammo per molto tempo, forse anche per più di un anno, nonostante lei fosse seduta a scuola nel banco subito dietro al mio; poi, avendo quasi tutti gli amici in comune, finimmo inevitabilmente con lo scambiarci almeno il saluto e qualche parola.
Perdere un’amica molto importante è sempre una cosa spiacevole; vedere la cosa con gli occhi di una quattordicenne lo è ancora di più.
Ricordo che mi disse che dopo quella lite le ero praticamente indifferente, che potevo esserci o non esserci, ma in ogni caso non avrei avuto alcuno “effetto” nei suoi confronti. Insomma, per lei ero invisibile, la mia presenza non aveva alcuna rilevanza.
Fu la prima volta che entrai in contatto reale con la parola “indifferenza” e ricordo che quel termine mi fece ribrezzo.
Alla fine, le cose tra noi due migliorarono notevolmente; con il passare del tempo la nostra amicizia tornò quella di prima, si rafforzò. Anche adesso che studiamo in città diverse ci sentiamo sempre e quando siamo entrambe nella nostra piccola cittadina, ci vediamo praticamente ogni giorno.

L’altro giorno ho assistito sull’autobus ad una scena talmente terribile che non saprei neanche come definirla. Una signora anziana, forse un po’ troppo esuberante e con qualche rotella fuori posto, entrando in autobus insieme ad un’altra donna di colore, da un secondo all’altro ha iniziato a chiamarla “negra” e le ha gettato contro una serie di insulti che non sto a ripetere.
Lei si è difesa come ha potuto, a parole, civilmente. Poi ha lasciato perdere ed è andata a sedersi, mentre la vecchia ha continuato a borbottare tra sé parole poco piacevoli.

Questo episodio mi ha riportato indietro di qualche anno, dritta alla lite con la mia amica, all’episodio in cui lei mi ha detto che le ero indifferente.
Indifferenza, sì. Anche nel caso del litigio tra le due donne nell’autobus. Indifferenza mia, indifferenza degli altri passeggeri e dell’autista. Noi che non abbiamo mosso ciglio di fronte a quegli insulti gratuiti, di fronte ad una donna che difendeva il colore della sua pelle e la sua dignità. Indifferenza, come se non avessimo visto o sentito niente.
Il comandamento del “farsi i fatti propri” lo applichiamo sempre nei momenti sbagliati; il motivo? Non lo so. Forse è più facile così, non vogliamo avere grane, non vogliamo immischiarci in questioni che non ci toccano troppo da vicino.

Quando sono tornata a casa, mi sono fatta schifo da sola. Mi ha fatto ribrezzo la mia apparente indifferenza nei confronti di quella situazione. Avrei dovuto alzarmi dal sedile grigio, fare qualcosa. Avremmo dovuto fare tutti così. Non so cosa di preciso, forse dirne quattro alla vecchia, farle passare la voglia di insultare la gente, chiamare la polizia. E invece non abbiamo fatto niente, siamo rimasti tutti comodi nella nostra poltrona ad assistere indifferenti a quella scena coperta dal velo dell’invisibilità.
Comodo, forse. Ma egoista.
Non so neanche se mi ha fatto più ribrezzo la cafonaggine della vecchia o la nostra indifferenza.

Ma come ho detto in passato, l’unica cosa positiva che si può trarre dagli errori è un insegnamento, la consapevolezza che quel comportamento è sbagliato ma che si può sempre migliorare.

mercoledì 28 settembre 2011

Real Time - Cerco casa disperatamente

Del canale Real Time c’è anche qualche programma che non amo particolarmente.
Uno di questi è Cerco casa disperatamente”, il regno di Paola Marella, la milanese dall’enorme ciuffo di capelli bianco.
A guardarla così, sembrerebbe un po’ Crudelia de Mon, ma quando la si sente parla, ci si accorge che è una tipa dai modi di fare molto gentili. Apprezzo molto il suo look, la considero una donna molto chic (ovviamente non al pari di Carla Gozzi) e un'ottima agente immobiliare.

Una cosa che non mi va proprio giù è il “disperatamente” che conclude il titolo del programma.
Gente che si presenta all’ufficio di Paola, con al braccio una Louis Vuitton (originale, mica tarocca) o meglio ancora una Birkin, e con un budget di un milione di euro, come fa a cercare casa disperatamente?

Cerca casa disperatamente chi ha un budget minimo, chi per avere un tetto sopra la testa deve fare un mutuo grande, è il caso di dirlo, quanto una casa.
Va bene la trovata pubblicitaria, il cercare un titolo che sia anche simpatico e che attiri spettatori, però io, credetimi, toglierei sul serio quel “disperatamente” dal nome del programma.

Voi cosa ne dite?

sabato 6 agosto 2011

Operazione inventario

L’altro giorno ho ricevuto un messaggio da parte dell’ottica in cui c’era scritto che le mie lenti a contatto erano (finalmente) arrivate in negozio.
Ho ringraziato i cieli perché andare in giro, in agosto, con gli occhiali da vista non è una cosa molto piacevole per me che metto le lenti a contatto anche per scendere di sotto a comprare il giornale. Sono andata al negozio super contenta.
Essendoci un paio di persone in fila prima di me, mi sono messa a curiosare tra gli scaffali, soffermandomi sui vari liquidi igienizzanti per lenti a contatto.
Ho notato subito che il prezzo del prodotto non era indicato né sulla confezione,né sullo scaffale.
La cosa mi urta. E non poco. Capita troppo spesso nei negozi.

Mi si avvicina una commessa e mi chiede se ho bisogno di aiuto. Le faccio presente che non è indicato il prezzo del prodotto e che invece, per legge, deve essere espresso in modo -tra l’altro- preciso, chiaro, comprensibile e soprattutto visibile.
Lo dice il codice del consumo, mica me lo sono inventato.
Lei (che già dal modo di presentarsi ispirava antipatia), con fare scocciato e anche un po’ prepotente, mi dice che il prezzo non era indicato perché in negozio stavano facendo l’inventario e che comunque potevo chiedere a lei.

L’inventario, sì, come no.
Suonava molto come scusa. Una scusa propinata con arroganza.
È così difficile ammettere le proprie colpe? E perché poi cercare di difendersi usando la prepotenza?
Le ingiustizie proprio non mi vanno giù, peggio ancora quando sono messe in atto da gente del genere.

So già che la prossima settimana mi servirà improvvisamente e urgentissimamente un liquido igienizzante per le lenti a contatto. Prevedo che mi recherò in quel negozio e correrò in quell’angolo.
Voglio proprio vedere se l’ "operazione inventario" si è conclusa …

domenica 19 giugno 2011

Non abbandonarli

Quando ero piccola, in autostrada, assistetti ad una scena orribile.
Una macchina che si trovava un po’ più avanti rispetto a quella dove viaggiavo con la mia famiglia, accostò, aprì la portiera e gettò lì sull’asfalto della piazzola di sosta un cagnolino bianco, arruffato. Poi la macchina scappò via.
Era estate, quindi potete immaginare il motivo di questo gesto inqualificabile.

Quella scena mi è rimasta in testa. Ero piccola, non sapevo (e neanche potevo immaginare) che esistesse gente così spietata, capace di abbandonare gli animali domestici per strada, semplicemente perché non sa dove lasciarli per le vacanze.

Tutt’ora non riesco a concepire il motivo di tale comportamento, non riesco a capirne le ragioni.
Forse perché non c’è un gran filo logico nella questione.
È assurda, inaudita. E basta. Non ci sono scuse.

Esistono i canili, esisterebbero anche amici e parenti che potrebbero tenere gli animali durante le vacanze. Senza contare che si potrebbe portare anche loro in vacanza. Esistono diversi stabilimenti in Italia che ospitano anche gli animali.
È cosi semplice …

E poi, con che coraggio si può mai abbandonare un animale che nella stragrande maggioranza delle ipotesi non ha fatto nulla di male al proprio padrone? L’affetto che ci dà il nostro animale domestico è insostituibile, incommensurabile. È un affetto incondizionato, puro.

Tutto questo per dirvi che sono assolutamente contro l’abbandono degli animali in generale, sostengo vivamente che non esista nessuna scusa al mondo che possa giustificare questo ignobile gesto.

giovedì 16 giugno 2011

Chi vivrà vedrà

Sono andata a parlare con lui in ufficio, anche se mi ero detta che non avrei più fatto una cosa del genere.
Avevo gli occhiali da sole, forte della scusa che la luce ultimamente mi dà troppo fastidio.
Dovevo parlare con lui, invece ho parlato con l'aria. Le nostre parole sono state come due treni che viaggiano su binari diversi, che si incontrano ma non si incrociano, che passano uno accanto all’altro distrattamente, senza fermarsi.

Due anni e mezzo fa, quella sera che mai più dimenticherò, io sono rimasta ad ascoltarlo, dopo cena. Sono rimasta seduta all’angolo del tavolo di quella casa ora vuota e ancora più fredda, con lui davanti, ferma, in attesa che mi desse una notizia che già sapevo.
Mi aveva promesso che noi saremmo stati sempre al primo posto e io gli avevo creduto. Diceva che non sarebbe cambiato niente, che lui per noi ci sarebbe sempre stato.
Ho voluto credergli, gli ho dato fiducia.
Quando sei piccola, una delle prima cose che ti insegnano, quasi a mo' di cantilena è che le promesse si mantengono.
In cuor mio sapevo che non sarebbe stato così.

Ho aspettato, ho osservato, ho sentito, ho cercato di essere sempre presente, ho messo me stessa in secondo piano con tutti i miei sentimenti, le mie preoccupazioni, pur di stargli vicino, pur di capire, mandando giù ogni singola azione senza troppe complicazioni, come si fa con la medicina quando è troppo cattiva.
Ho realizzato che quel primo posto si è trasformato nel posto successivo all’ultimo.

Ci siamo salutati sotto un ponte, come dei fuggiaschi.
Un abbraccio, in silenzio.
Non c’è più tanto da dire. Certe volte penso che non valga più la pena parlare.
Sono parole buttate al vento.

Sono andata via. Ho messo il cellulare in borsa, con la vibrazione.
Era un aggeggio troppo inutile in quel momento momento.
Quando l’ho ripreso, ore dopo, ho trovato tre chiamate perse.
Erano tutte sue.
Erano una sorta di avvicinamento. Così ho sperato.

Chissà. Forse, ancora, qualcosa da dire c’è.
O forse sono io che non riesco a metabolizzare il contrario.

Chi vivrà vedrà.

mercoledì 8 giugno 2011

Colui che non sa niente

Dopo tre anni di università, ho realizzato che ogni esame rappresenta una storia a sé, nonostante lo studio, in linee generali, sia fatto più o meno sempre delle stesse, solite azioni. Le chiamano “metodo”.
Ognuno ha il suo.
C’è chi legge e ripete, c’è chi fa gli schemi, c’è chi non si sente sicuro se prima non ha ripetuto mille volte il libro e c’è chi, dopo averlo letto una sola volta, va all’esame e prenda trenta.

Ad ogni esame si incontrano sempre nuovi tipi da studiare e analizzare nei propri atteggiamenti.
Oggi ne ho osservato uno in particolare, traendo il mio profilo sul suo conto.

Trattasi di colui il quale “non sa niente”. Quello che ha studiato pochissimo perché non ha avuto tempo per leggere e imparare tutto, quello che ha preparato un esame da sedici crediti in venti giorni (cosa, a mio avviso, assolutamente impossibile: come si fanno a leggere e “interiorizzare” milletrecento pagine in un paio di giorni?).
Ovviamente il tipo in questione, in attesa del suo turno, passa il tempo a tediare gli animi altrui, cercando una sorta di conforto, di appoggio, cercando il povero sfigato di turno a cui chiedere di spiegargli il più complicato argomento della materia “in quattro parole”.

Allora cosa fai? Pensi: lui è spacciato. Lo guardi con aria quasi di compassione, lui che crede di poter passare un esame di sedici crediti in questo modo, mentre tu ci stai dietro da mesi e guardi nervosamente la marea di appunti che tieni in braccio (e che tra un po’,per quanto pesano, ti cadranno rovinosamente a terra).

Arriva il tuo turno, subito dopo l’altro assistente chiama il tipo spacciato. Finito con la prima commissione entrambi nello stesso tempo, usciti dall’aula insieme e in attesa che il prof venga a chiamarti per comunicarti il voto, scambiate le vostre impressioni (oltre ad essere accerchiati da gente sconosciuta che, come avvoltoi, fa la fatidica domanda “Cosa ti ha chiesto??”).
Il tipo spacciato, ovviamente, dice che verrà bocciato, che non ha risposto a tutto. Tu gli credi. Ma in fondo, che te ne frega? Ognuno è artefice del proprio destino …

Arriva il prof, ti chiama e tu vai dentro. Verbalizzi, torni fuori, prepari la tua borsa per andare via dalla facoltà, ti intrattieni con altri studenti disperati o sollevati. Il tipo spacciato esce. Lo rincontri in cortile, mentre in una mano hai il cellulare, pronta a diffondere la notizia e nell’altra hai la tanto agognata sigaretta post esame. Gli chiedi com’è andata. Con non chalance lui ti butta giù che ha preso trenta.

Sconcerto. Forse non hai sentito bene.
No, non hai bisogno dell’Amplifon. Hai sentito quello che ha detto.
Ha preso trenta.
In un esame da sedici crediti.
Preparato in venti giorni.

Qualcosa qua non torna. Le ipotesi sono:
1. I miracoli esistono e lui ne è la prova;
2. Dice di non sapere niente per scaramanzia, temendo magari che gli altri facciano nei suoi confronti un rito woodo;
3. In quelle due settimane ha studiato notte e giorno, alzandosi dalla scrivania solo per soddisfare le strette esigenze fisiologiche di ogni essere umano;
4. Vuole far pensare agli altri che ha un’intelligenza sopra il normale;
5. L’ipotesi più cattiva: che ci sia “qualcosa sotto” (chi vuol capire, capisca!).

Si accettano scommesse.

mercoledì 23 marzo 2011

I ritorni

Sono tornata in città da un paio di giorni, dopo le solite innumerevoli ore di viaggio.
Il mio compagno di avventura questa volta è stato un ragazzo di qualche anno più grande di me, anche lui studente. Un tipo strano, dal nome strano, poco svelto nei ragionamenti, ma veramente molto gentile.
La classica persona che ti fa mille domande sul perché hai scelto quella città per studiare, perché hai scelto proprio quella facoltà. E poi, naturalmente lui, il classico domandone: -Allora vuoi diventare avvocato?-.
L’ennesimo luogo comune.

Sono tornata a casa in una giornata grigia e silenziosa: poca gente per strada, molta quiete nel palazzo. All’uscita della stazione ho trovato una macchina dello stesso modello e colore di quella di mio padre, con un uomo che somigliava a lui. Per un attimo, complice lo stordimento da viaggio, ho pensato fosse lui, ma poi sono tornata in terra e il tipo in macchina ovviamente non era padre.

Mi ci sono voluti quasi due giorni per riabituarmi alla mia vita qui, i “giorni cuscinetto”. Mi servono sempre, ad ogni spostamento. Lunedì invece mi sono svegliata con un herpes sul labbro superiore. Capita spesso. In farmacia mi hanno dato la solita pomata, dopo un tentativo fallito di rifilarmi quei cerottini poco efficaci.

Sono andata all’università, a seguire la mia lezione della giornata, a rivedere i miei amici. Mi sono fatta spazio tra la folla: laureati freschi, corone in testa con il nastro blu, amici e parenti chiassosi, professori in toga, fiori ovunque. E lì, davanti a tutta quella festa, diventa inevitabile sognare quando quel momento sarà anche il mio …

Oggi c’è il sole, l’aria è tiepida.

Non riesco più ad accendere una tv, a seguire un telegiornale come facevo prima, a cercare notizie su internet. Mi viene l’ansia.
È proprio necessario ricorrere a questi mezzi per risolvere un problema? Non bastava la forza violenta della natura a mettere in ginocchio una parte di questo mondo?

lunedì 14 marzo 2011

In mezzo a tanta gente che prima non c'era



Dieci anni fa, sul tavolo della cucina c’era una torta. Sopra, c’erano cinquanta candeline accese. Intorno c’erano cinque persone, erano le tre del pomeriggio. C’era anche un bambino piccolo, con il grembiule dell’asilo bianco e i capelli biondi. Parlavamo, ridevamo, scherzavamo. In pochi forse, ma dentro ci sentivamo tanti. E ci sentivamo forti, insieme.

Dieci anni dopo sul tavolo della cucina di una casa nuova, abitata da poco, c’è di nuovo una torta. Le candeline sono sessanta. Intorno ci sono venti persone. La torta è grande. Il bambino non ha più il grembiule bianco dell’asilo. È alto, ha una camicia a righe. Ridiamo poco, siamo un po’ disorientati. Parliamo poco, forse non sappiamo neanche noi cosa dire.
Gente nuova intorno, volti che conosciamo da poco, persone che comunque sono entrate nelle nostre vite, nel bene o nel male.
Ogni tanto, noi quattro ci guardiamo per qualche istante. Sguardi fugaci, il tempo necessario per ricordarci che comunque ci siamo.
E chissà cosa ci siamo detti con quegli sguardi, chissà se ci siamo capiti.

Sembra stupido come pensiero, ma quante cose sono cambiate in questi dieci anni?
Quanto abbiamo pianto, quanto abbiamo riso insieme?
Quanto ci siamo sentiti uniti e quanto ci siamo sentiti lontani anni luce uno dall’altro?

Ci penso, in mezzo a quelle venti persone, in mezzo a quei nostri quattro sguardi confusi. Come sarebbe stato, se le cose non fossero andate così come sono avvenute?
Non ho trovato una risposta. Forse neanche c’è, e se c’è, non riesco più neanche ad immaginarla.

Mi rimangono i ricordi, quelli sì. Quelli li tengo dentro, insieme alle foto, alle frasi che lasciano i segni. Quelli nessuno me li può togliere, nessuna gelosia li può scalfire, nessuna risata stupida li può offuscare.

Penso ancora, troppo forse, in mezzo agli altri. Immagino noi come una rete,come delle frecce che si uniscono, che rimandano uno all’altra.
Certe sensazioni solo noi possiamo capirle, senza parlarci, in mezzo a tanta gente che prima non c’era.

lunedì 24 gennaio 2011

Piccolo sfogo delle 19.20

Ci sono persone che sanno tutto.


E purtroppo è tutto quello che sanno.


O. Wilde


Ecco, domani mattina vorrei svegliarmi e pensare che queste persone so-tutto-io in realtà non esistano.

E se domani mattina mi svegliassi anche senza questo fascio di nervi che purtroppo mi ha accompagnato per tutta la giornata di oggi, sarebbe meglio. Decisamente.
Meglio per me e soprattutto per chi mi sta accanto.

sabato 8 gennaio 2011

Le poste di paese

Siete mai stati ad un ufficio postale di un piccolo paese che conta poche migliaia di abitanti?
Quando sono a casa dai miei, per evitare le interminabili code della posta più vicina, preferisco andare in un altro ufficio che si trova in un paese lontano pochi chilometri: lì ho come l’impressione di fare prima.

Ci sono andata qualche giorno prima del rientro. È un ufficio grande quanto uno stanzino, con un unico sportello e con un solo funzionario. Non esiste la famosa linea gialla salva privacy e aggiungerei che anche se ci fosse lo spazio per farla, lì dentro avrebbe l'unica funzione di colorare un po' l'ambiente.
Sono andata verso metà mattina: prima di me c’erano solo cinque persone. Ho trovato un angolo libero per attendere in piedi (visto che i posti a sedere erano tutti occupati) e da lì mi sono gustata un sacco di scene curiose, arrivando alla conclusione che tra quelle quattro mura la gente non sa neanche cosa sia la privacy.

Le operazioni postali (di qualsiasi genere) praticamente erano qualcosa di collettivo. Inutile dire che in quel paesino tutti conoscono tutti ed è proprio questa la causa dell’assenza totale della riservatezza.
So, ad esempio, che la coppia di ragazzi che era in fila prima di me, partirà presto per un viaggio di piacere all’estero, so quanto hanno versato sul loro conto, so da quale aeroporto partiranno e quanti giorni staranno via. Del signore anziano so quanto ha preso questo mese di pensione, mentre so che la signora bassa ha un figlio che abita lontano che non è tornato a casa per le festa e proprio per questo riceverà a giorni un pacco (a quanto pare pesante) pieno di cose belle.
Ho saputo tutte queste cose di gente della quale non conosco neanche il nome semplicemente stando nel mio angolino, tutto sommato non vicinissimo allo sportello.

Ho fatto la mia operazione, cercando di evitare di far sapere ai presenti i dettagli, tenendo il volume della voce, a differenza degli altri, moderato.
Poi quando ho finito, sono uscita con l’aria semi perplessa e un grande punto interrogativo in testa.

Vi è mai capitata una cosa simile?

mercoledì 10 novembre 2010

Lettera aperta all'ignoto c.

È passato un anno. Sembra ieri.

Un anno fa esatto, un ignoto coglione (scusate i termini scurrili, di solito non ne faccio uso … ma quando ci vuole, ci vuole!) mi ha rubato la borsa. Dentro avevo tutto: portafoglio, agenda, documenti, effetti personali vari. L’ignoto coglione non ha avuto clemenza, si è impossessato illegittimamente di tutto.

Quando sono andata a fare la denuncia, i vigili non hanno mosso ciglio, naturalmente. Si sono limitati a fare un verbale, a chiedermi cosa c’era dentro e a farmi realizzarel’accaduto. Una settimana dopo è uscito un articolo sul giornale in cui si diceva che la mia era una città tra le più sicure in Italia.
Il danno e anche la beffa.

Carissimo ignoto coglione, i soldi te li sei intascati tutti fino all’ultimo centesimo. Non potevi mandarmi indietro il mio ombrellino nero? O la mia agenda dove annotavo tutto? O la borsa, il portafogli (bellissimo tra l’altro) con qualche documento dentro? No vero?
Chiedo troppo.

Ad un anno di distanza dall’accaduto, caro ignoto coglione, rinnovo il mio augurio nei tuoi confronti. Ti auguro non il peggiore dei mali, non sono così cattiva.
Ti auguro che qualche altro ignoto coglione rubi la tua di borsa, con dentro non solo i soldi che ti servono a mantenerti almeno due settimane, ma tutto il resto, tutti quegli oggetti cari che ti porti sempre dietro, compreso qualche ricordo.
Ti auguro solo questo, in modo che tu possa provare nella tua pelle ciò che io, un anno esatto fa, ho provato.

Con affetto, la tua cara Chiara

mercoledì 8 settembre 2010

Chiara allibita

Oggi sono stata mezza giornata al centro commerciale a comprare un sacco di roba che mi serve per il ritorno alla base cittadina. Dovevo anche cercare un regalo per un’amica, ma di questo vi parlerò in un altro post. I grandi corridoi e l’aerea ristoro del centro erano molto affollati, dal momento che era ora di pranzo.
Vi racconto un piccolo aneddoto legato a questa giornata e al centro commerciale: un fatto che mi ha dato da pensare e che allo stesso tempo mi ha un po’ innervosita.

Ero in giro per i corridoi quando vedo un bambino piccolo, carino, biondo, con una magliettina arancione e dei grandi occhi azzurri. Avrà avuto non più di tre anni, sapeva camminare abbastanza bene, ma vista la statura ho pensato che fosse comunque molto piccolo.
Per me è normale notare i bambini piccoli, dato che mi piacciono e che li considero delle meraviglie, mentre c’è gente che non fa una piega quando un bimbo gli passa accanto.
Il pargolo girava tranquillo, seguendo un gruppetto di gente grande, probabilmente i suoi genitori, pensavo.

Circa un’ora dopo mi ritrovo in un’altra ala del centro commerciale, immersa in un interessante discorso con la persona che si trovava con me, quando noto di nuovo il bambino. Questa volta rallento il passo, il corridoio è vuoto, lui si aggira senza una meta, con lo sguardo semi smarrito, quasi con le lacrime agli occhi. Bofonchiava un “mamma” e si portava il dito in bocca. Mi avvicino lentamente, quasi con il timore di essere scambiata per una mezza pedofila (ci sono genitori altamente sospettosi, lo sarebbero anche di una suora … ma forse un po’ di allerta non è sbagliata) e gli chiedo dove fosse la sua mamma. Lui mi guarda, non dimostra molta fiducia, si allontana un po’ e riprende a vagare.

Lì inizio ad avere una mezza certezza del fatto che quel bambino si è perso o che comunque lì non c’è nessuno con lui. Lo seguo un po’ per qualche passo, lo raggiungo e gli pongo la stessa domanda di prima. La sua reazione è la stessa. Io e la persona che era con me ci scambiamo sguardi un po’ preoccupati, pensiamo a come poterlo aiutare: mentre parliamo (e con un occhio guardiamo il bambino), un signore ci rivolge la parola da una panchina vicina. Ci dice che il bambino non si è perso, che la sua mamma è dentro un negozio di scarpe lì vicino.

Ora io mi chiedo: se io ero una male intenzionata, una pazza, una persona cattiva, una squilibrata e volevo “rapire” il bambino, cosa mi avrebbe impedito di fare ciò? Nulla dal momento che un bimbo di tre anni si aggirava DA SOLO per un centro commerciale, senza che nessuno gli desse un’occhiata.
È inutile che mi vengono a raccontare balle del tipo “tanto io ero nel negozio, lo guardavo da lontano” perché io, una perfetta sconosciuta, mi sono avvicinata ben due volte al pargolo e nessuno dei suoi familiari è venuto a riprenderselo.

Quando poi succedono le tragedie o i bambini scompaiono nel nulla, cosa facciamo? Guardiamo i telegiornali col cuore in gola, mettendoci nei panni dei poveri genitori a cui è stato sottratto il figlio.
Certamente non bisogna generalizzare, ma quello che ho visto oggi mi ha profondamente colpita. Come si può lasciare un bambino piccolo vagare per i corridoi di un centro commerciale, da solo, all’ora di pranzo? Come?

Se non si vogliono figli, perché si pensa di non avere abbastanza pazienza o di non essere in grado di prestare tutte le attenzioni che un bambino richiede, allora perché farne?
C’è gente disposta a dare amore ad un bambino, attenzioni e tutto ciò che gli occorre e magari non può averne.
Quanto è ingiusto questo mondo? Quanto si sottovalutano i pericoli di ogni giorno?
Sono allibita, senza parole. Mi auguro solo che quel bimbo cresca come si deve e che abbia accanto qualcuno capace di dargli tutte le attenzioni che merita.

domenica 22 agosto 2010

Trattato chilometrico/sintetico poco simpatico

Ecco il trattato chilometrico (ho fatto di tutto per accorciarlo) e poco simpatico sulla frase della canzone di De André.


Il piccolo sfogo dell’altra sera è in parte collegato alla vita di paese e alle persone che ci girano intorno. Sono nata e cresciuta in un paese non molto grande dove tutti conoscono tutti (e se non tutti, per lo meno una grande parte). Proprio per questo motivo, in molti si sentono legittimati a dispensare consigli di ogni tipo, già solo per il fatto di conoscere vagamente qualche membro della tua famiglia.

Il dare consigli, di per sé, non mi infastidisce. In generale, credo che il genere umano sia una continua, inesauribile fonte da cui attingere esperienze di ogni tipo, insegnamenti (positivi o negativi che siano) e così via.
La cosa che mi infastidisce è sentirmi dire cosa devo fare, come, dove, perché da chi non ha alcun diritto su di me, da chi crede di poter “insegnare” semplicemente perché la sua età anagrafica è maggiore rispetto la mia (almeno sulla carta d’identità). Gli insegnamenti e i consigli dovrebbero venire dall’esperienza che si ha o comunque, anche se uno non ce l’ha, dovrebbero essere dati valutando il più possibile la situazione presa singolarmente e la psicologia della persona con cui ci si relaziona.

Non sono presuntuosa. Ho vent’anni e tanto da imparare ancora. Purtroppo però, esperienze passate mi hanno fatto crescere in fretta e con la testa salda sulle spalle. Non sopporto e non accetto le persone che si prendono il lusso di sentenziare dall’alto della loro saggezza su questioni delicate e private. Sono un’incapace? Devono dirmi loro cosa devo fare, altrimenti io non sono in grado di “muovermi”?
Se questi discorsi fossero fatti ingenuamente, senza malizia, senza cattiveria di sfondo, non me la prenderei. Ma quando si tratta di certi casi particolari mi innervosisco.
Il problema è che sono fin troppo educata, dovrei iniziare ad imparare a rispondere male, fregandomene se l’altro non ci rimane bene.

Altra cosa che mi lascia col punto interrogativo è la gente che mi chiede dell’università. L’altra sera ho fatto quattro conti. Ho incontrato dieci persone: in otto mi hanno chiesto dettagliatamente come va all’università. Finché mi pongono semplici domande (tipo se mi trovo bene ecc) , allora nessun problema. Quando però mi vengono fatte domande del tipo “quanti esami hai dato”, “quanto prendi”, “accetti tutto”, “quando ti laurei” (!), allora là dico ALT. La privacy cos’è? Si mangia?

venerdì 30 luglio 2010

Strane forme di saluto

Spesso mi capita sentire la gente del mio paese (o comunque delle mie zone) salutare le donne con un “Ciao Signora”. Proprio oggi pomeriggio ho sentito un uomo rivolgere questo tipo di saluto ad una donna, la quale non ha fatto una piega.

Quest’espressione mi fa rabbrividire. Sa di tamarro e di ignoranza, se sento qualcuno pronunciare con nonchalance queste due brevi parole, lo catalogo all’istante e gli metto su un bel marchio con scritto “persona rozza”. Non voglio sembrare altezzosa, non lo sono proprio per niente, ma quest’espressione mi fa cadere le braccia.
Come si può salutare una signora con cui si ha poca confidenza -per cui dovresti rivolgerti dando del lei (accetterei anche un “voi”, nonostante suoni di un male indescrivibile)- con un “CIAO signora”?

Come si fa ad accostare un informale “ciao” con un formale (formalissimo) “signora”?
Se questa forma di saluto provenisse da un ragazzino, ci passerei anche su, in fondo ha ancora da imparare; se si tratta di gente grande e vaccinata, non lo sopporto proprio.

Vi prego, ditemi che non usate salutare la gente con un “Ciao signora” …

sabato 19 giugno 2010

Le mozzarelle BLU

La notizia del giorno è quella delle mozzarelle blu.
Si tratta di mozzarelle provenienti dalla Germania: appena le togli dal sacchetto, diventano BLU. Sì, blu. Anzi, celestino-puffo. Sono mozzarelle che vengono vendute in alcuni discount del Nord, a meno di 1 euro.
Ora io mi chiedo: ma chi è che compra le mozzarelle tedesche? Almeno per quelle rispettiamo il Made in Italy!

martedì 8 giugno 2010

Magari è la volta buona....

Ho da poco chiuso una brutta conversazione al telefono, dopo aver scoperto delle cose non proprio belle.
Ho da poco capito un concetto che in vent'anni mi è passato in testa miliardi di volte ma che non ho mai compreso e afferrato al cento per cento.
Ho da poco realizzato tante cose e ho da poco avuto una grande delusione.

Ma sapete che c'è?
C'è che mi sento tranquilla, serena, nonostante tutto. C'è che i nervi sono passati, c'è che non me ne frega più niente. C'è che questa volte forse ho capito veramente cosa devo fare, come mi devo comportare.
Chissà, magari è la volta buona...


(A te che stai leggendo questo post... chiedo scusa per il grande ermetismo!)

domenica 30 maggio 2010

Non c'è limite al peggio

“Cosa fa un ebreo con un posacenere in mano? Guarda l’album di famiglia!”

“Un pullman di ebrei in visita ad un campo di concentramento in Germania. Giungono in tarda serata. L’autista vede che il guardiano sta chiudendo il cancello e chiede: -Scusi, avrei un pullman di ebrei- E il custode risponde: - No, adesso non si può. È tutto spento”.

Ho letto queste “frasi” su Facebook. Pensavo che con quel gruppo “Deridiamo i bambini down” avessimo toccato il fondo. Invece no. È proprio vero che non c’è limite al peggio.
Qualcuno ha creato una pagina chiamata “Battute tristi e cattive” o una cosa del genere. Dovrebbero essere barzellette, battute, roba che fa ridere. Dovrebbero essere paragonate alle barzellette su Pierino, quelle che si tramandano di generazione in generazione, quelle che si raccontano sin da piccoli tra i banchi di scuola.

Quelle forse fanno ridere, queste direi proprio di no. Vorrei conoscere le menti che hanno messo su questo schifo, vorrei chieder loro quattro cose, sapere il loro voto in storia, sapere che concezione hanno del Mondo in generale.
Mi domando come si possa ridere dopo aver letto queste quattro parole messe insieme per chissà quale motivo.

Non lo sanno forse gli artefici di questa inutile pagina, cosa è successo molti anni fa? Non hanno mai sentito parlare seriamente di Shoa, di forni crematori, di esperimenti terribili fatti sugli ebrei? Non lo sanno che ne sono morti sei milioni di ebrei? Non hanno mai visto a scuola (almeno là, per forza, a mo’ di “perdita di ore di lezione”) “La vita è bella”, o “Il bambino col pigiama a righe”?
Sono dei film capaci di toccare il cuore della persona più fredda e dura di questo mondo.

...

Magari, quest’estate, invece di una vacanza per Ibiza, proporrei per loro un volo per Auschwitz. Consiglierei di prenotare una bella guida seria che li metta di fronte a ciò che rimane di quelle torture. Magari tornerebbero un po’ più consapevoli della loro stoltezza.

Non aggiungo altro.
Anzi sì. Consiglio a chi legge questo blog e condivide questo mio pensiero, di andare su Facebook, cercare questa pagina (naturalmente bisogna essere iscritti al social network) e segnalarla.