"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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martedì 8 gennaio 2013

Lettera a ... (3)

Tremavo dal freddo quando sono uscita dall'aula studio col mal di testa e il peso dei libri su una spalla. Il cellulare in mano, perchè sapevo che avresti chiamato.
Puntuale come un orologio svizzero, adesso.
Sai che sono sola. So che tu lo sei adesso. So che puoi parlare, anche se solo per cinque minuti, perchè il tragitto è breve, perchè poi dovrai fare i conti con chi controlla i tuoi traffici.

Cinque minuti bastano.
Bastano per buttarmi addosso un po' del tuo mondo, un po' di quei tuoi problemi che sono anche i miei. Bastano per farmi capire che certe situazioni sono pesanti anche per chi ha le braccia forti o fa finta di averle.

Tremavo quando mi dicevi quelle cose a piccole dosi.
Ti ho risposto, a bassa voce.
Non hai capito e te l'ho ripetuto.
Come se ripetere due volte lo stesso concetto aiuti a qualcosa...

E' rimasto un minuto, un minuto solo.
Mi basta anche solo questo per dirti di nuovo che non mi piace, per cercare di farti aprire gli occhi, di svegliarti.
Te lo ripeto con delicatezza, cerco di trovare le parole giuste.
Ma sono anni che te lo dico, con tutte le parole del mondo.

Tremavo quando ho chiuso il telefono.
Pensavo ancora una volta alla felicità sprecata, a quella che non abbiamo vissuto.
Alla felicità che ci è stata negata o che ci siamo negati da soli.
Dipende dai punti di vista, dipende da che angolazione guardi la situazione.
Penso alle belle cose che ci siamo persi.

Penso al 24 dicembre, quando mi hai visto e mi hai abbracciato forte.
Quant'è bello vederti...
Ti sei stupito, ti sei accorto solo ora dei cambiamenti.
Te ne sei accorto solo adesso che sono lampanti.

E' stata questione di istanti.
Ho visto i tuoi occhi lucidi. Mi vuoi bene, ti voglio bene.
E' giusto così. E' normale così.

E vorrei aiutarti, ma non so come.
Vorrei che tu aiutassi me, perchè non è vero che sono forte.
Sono fragile come un bicchiere di vetro sottile, ma nessuno lo capisce.
Tremo quando fa freddo, mi fa male la testa dopo giornate come questa.
Passo il tempo alla ricerca di qualcosa che riempia i miei vuoti.

Torno a casa, nel silenzio. Sono sola. Non accendo la tv, non ascolto musica.
Scrivo le parole che non ti ho detto. Scrivo che ti voglio bene. Scrivo che non so cosa fare. Scrivo che una soluzione, da qualche parte, deve pur esserci.

A tutto c'è una soluzione.
Troviamola.
Troviamo la meno dolorosa.

lunedì 19 marzo 2012

"Lettera a ...." Ventuno novembre duemilaundici

E’ lunedì mattina e tu mi hai chiamato. Me l’aspettavo questa telefonata. Nel finesettimana raramente chiami, forse non puoi. Quando sei al lavoro, al sicuro nel tuo ufficio, allora sì che puoi. Come puoi in macchina, quando dal lavoro vai a casa.

Mi hai chiesto cosa faccio, come sono andate quelle analisi. Tutto ok, devo stare solo un po’ calma e controllare la pressione quando fa freddo.
Stasera parto.

Stasera hai da fare, hai un impegno. Non lo dici, ma tanto l’ho capito, l’ho letto tra le righe: non puoi accompagnarmi tu. Io lo sapevo già, senza che tu mi dicessi niente. Mi sono organizzata in altro modo, già da tempo. Lo so, non c’è bisogno di parole.
Quando si tratta di me, di noi, c’è subito un impegno precedentemente preso che ostacola tutto. Non mi meraviglio, sono abituata.

Senti il mio silenzio, te ne accorgi e non dici niente. Stai qualche attimo in silenzio anche tu. Ormai sono i nostri silenzi a parlare, è quando stiamo zitti che ci diciamo tutto. E non sai quanto fa male.
Dici che comunque ci pensi tu a quel fatto lì che forse è meglio approfondire.
Gentile da parte tua. E’ il tuo modo di dimostrare attenzioni nei miei confronti.
Ma devo proprio star male per essere presa in considerazione?

Non erano queste le attenzioni che desideravo da te. Volevo che mi stessi vicino sempre, normalmente.
Però dai, va bene anche così.

Chiudo la conversazione. Ci siamo detti quello che pensiamo sia tutto.
Sono sola in casa, per fortuna.
Mi siedo alla mia scrivania e mi dico di essere forte, di non piangere. Ma non ce la posso fare. qualche lacrima scende giù. I singhiozzi no, non ne vale la pena.

Quando succede questo, d’istinto avvicino il braccio destro al fianco sinistro e faccio lo stesso con l’altro braccio. Non me ne accorgo, ma involontariamente mi abbraccio da sola.

Chiara, scrivi che ti fa bene”. E’ la mia vocina interiore che parla, mi dà il consiglio giusto, al momento giusto.
Menomale che c'è lei.

lunedì 28 novembre 2011

Lettera a ... (1)

Ho deciso di pubblicare qui una serie di “lettere”, se così si possono definire, indirizzate ad una persona in particolare, importante nella mia vita. Si tratta di lettere scritte di getto che raramente rileggo. Lettere che non sono mai arrivate al destinatario, un po’ per mia volontà, un po’ perché ancora oggi credo sia inutile.
Le pubblico, non so neanche io perché. Non so neanche fin quando, se lo farò con cadenza periodica o meno. Non vi chiedo neanche di commentarle, potete benissimo ignorarle.
Insomma, per adesso sono qui, senza un perché.

Riesco a strapparti un appuntamento, per un’occasione neanche bella. Io però mi faccio bella per vederti, perché in fondo avresti dovuto essere anche tu l’uomo della mia vita, prima del principe azzurro che tutte le donne sognano. E invece non serve a niente, non ti accorgi di niente. O fai finta di non accorgerti di niente. O non puoi, non te ne danno il tempo. Ti tirano, ti prendono per mano, ti hanno rapito ormai. Un rapimento senza richiesta di riscatto, almeno per ora. Magari un giorno lo chiederanno davvero. Penso all’assurdo ormai, perché tutto questo è diventato assurdo.
Vivo di quel minuto di conversazione al giorno. Vivo dell’attimo in cui il cellulare si illumina e compare il tuo nome. Ne gioisco in silenzio. Altre volte mi innervosisco. Perché devo accontentarmi di questo? Quante cose vorrei raccontarti, come facevo quando ero più piccola, durante quelle domeniche d’inverno, a fare chilometri in macchina. E invece non posso. Perché i minuti sono contati, perché forse neanche t’importa più. Perché forse ormai ti hanno fatto capire che non devo fare più parte della tua vita. E tu chiami quasi per dovere. E non mi racconti neanche più cosa fai.
Viviamo di freddezza. Come due conoscenti che si incontrano al mattino e si salutano per cortesia.
È da tanto che lo penso. Forse te l’ho anche detto. Lo so però che parlare è ormai inutile. Per questo scrivo le cose che avrei voluto dirti, quelle che avrei voluto tu capissi.
Mi dicono di lasciare perdere, che è inutile. Io non ci riesco, non posso. E in fondo ci spero ancora. La speranza è l’ultima a morire, così dicono. Mi rimane questa per ora. E si dice anche che chi vive di speranza muore disperato. Ma lasciamoli perdere questi detti, forse è meglio.
Mi hanno detto l’ennesima cosa che avrebbe dovuto farmi male. Eppure sai, non mi ha neanche fatto effetto. È la forza dell’abitudine? Oppure è la forza, quella grande cosa che tutti mi dicono di avere. “Sei forte tu, non so come fai”. Sai quante volte me lo sono sentito dire. Dovrei essere contenta di questa cosa, della forza che gli altri dicono che ho.
Invece no, non me ne rallegro. Forse avrei preferito essere debole e rifugiarmi da te, come facevo quando ero piccola ed avevo gli incubi di notte.
Gli incubi, proprio quelli. Li ho ancora, sai? E tu sei lì. E c’è anche lei. Perché quando le grandi paure che avevi da bambina diventano realtà, non sai più cosa fare. La mattina ti svegli lo stesso, anche se di notte hai sognato cose brutte. Ti lavi lo stesso, ti vesti lo stesso, esci, fai tutto ciò che fai sempre.
Però, sai, non è la stessa cosa."