"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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venerdì 21 giugno 2013

Finali

(Credo sia il post più lungo che abbia mai scritto, vi avviso).

Di solito sono una persona calma, cerco di ragionare prima di farmi assalire dall’ansia, anche se non sempre ci riesco. In questi anni universitari, i miei hanno sempre detto che sentendo la mia voce il giorno prima di un esame non davo mai l’impressione di essere una che il giorno seguente avrebbe dovuto sostenere una prova più o meno importante.
Questa volta però è diverso. Io non riesco più a studiare come una volta, non ho la pazienza di mettermi a ripetere fino a farmi entrare tutto quello che serve in testa, di sottolineare con la linea rigorosamente dritta perché in certe cose sono un’odiosa precisina del cavolo. Chi ci è già passato dice che è normale, che arrivati alla fine è sempre così. Quindi non sono un’aliena che si aggira per casa conciata nel peggiore dei modi, con gli occhiali da secchiona e i tappi alle orecchie perché fuori c’è talmente tanto casino che non riesco neanche a sentire la mia voce. Quando ripeto urlo, probabilmente i miei vicini di casa mi odieranno. Mi busseranno alla porta con l’intenzione di dirmi di smetterla, di stare zitta, perché ho veramente rotto tutto quello che si può rompere. Poi però  mi guarderanno, osserveranno lo stato pietoso in cui verso, mi daranno una pacca di compassione sulla spalla e si offriranno volontari di sentirmi ripetere libri e appunti.
Ecco, quando io non ho voglia di studiare, do il via alla produzione di film mentali. Tutto, pur di perdere tempo.

Non c’è conversazione, ormai da due giorni, che non si concluda –da parte mia- con una chiusura di telefono in faccia al mio interlocutore. Sono irritata, irascibile, insopportabile, tremendamente odiosa. Sopporto solo i miei amici. Loro e nessun altro.
Non mangio neanche, o meglio, mi nutro di quanto basta alla sopravvivenza.
Penso di avere l’esame il giorno X, così mi ritrovo, la sera prima, a controllare nel sito della facoltà il mio numero in lista e a scoprire con sommo orrore che mi sono sbagliata. L’esame non è il giorno X, bensì quello dopo. Altre ventiquattro ore di studio, di carcere, di condizioni pietose.

Poi alla fine arriva il giorno. Seguo la routine che mi ha accompagnato in questi anni. Notte parzialmente insonne, sveglia presto per l’ultimo ripasso, due macchinette di caffè in giro nelle vene, la doccia fredda, il profumo degli esami.
Dovete sapere che io ho un profumo che uso solo per gli esami. L’ho messo quando ho dato il primo e da allora è diventata una sorta di scaramanzia, di tradizione: devo averlo addosso ogni volta che ne ho uno. E non solo: finisco col fare la doccia con il bagnoschiuma della stessa linea e passarmi dopo la stessa crema. Ormai l’odore mi dà la nausea, mi mette ansia.
Un po’ di mascara, gli occhiali da sole, le cuffie alle orecchie. I “crepi” in risposta agli “in bocca al lupo”. L’aria probabilmente affranta, la borsa piena di libri.
Arrivo in facoltà con l’aria di chi è lì per caso. Trovo un mio simile disperato mai visto prima il quale mi informa delle tragici voci che circolano sul prof in questione.
E ‘sti ca***, di terrorismo pre-esame ne ho abbastanza. Lo assecondo, pensando nella mia testa che non vedo l’ora che finisca tutto.
Mi abbandono alla mia sedia, senza la minima voglia di ripetere i miei appunti.
-          Te sei la seconda in lista, sei Chiara, vero? Se vuoi un po’ di tempo per ripetere, vado prima io e poi vai te.
Credici.
Non lascio il mio posto neanche se ho in corso un’emorragia, se sto perdendo litri di sangue e sono in fin di vita. Lo tranquillizzo, gli dico che più che ripetere avrei bisogno di re-imparare tutto di nuovo. Lui se la ride, pensava di farmi un favore.

Mi giro il libretto tra le mani, guardo le pagine piene di caselle riempite, di firme frettolose, di numeri scritti in modo chiaro, di date, di materie. Ogni esame ha la sua storia dietro: racconta di delusioni, di felicità, di fatiche, di stati d’animo confusionari, di borse piene di libri da studiare, di quantità industriali consumate di evidenziatori e matite.
Poi mi ricordo dell’altra “tradizione” da esame, da rispettare anche questa. Apro il portafoglio, tiro fuori un quadratino di carta e lo apro con cura. Dentro c’è il ciondolo di mia nonna, lo tengo dentro al pugno durante gli esami, da sempre.
Poi arriva il momento in cui guardo in faccia la realtà e prendo consapevolezza di quello che sono. Delle ore passate sui libri, dell’impegno che ho messo nel preparare la materia. Il mio dovere l’ho fatto, come sempre. Se va male, non posso rimproverarmi proprio niente.
Sono piccolezze queste. Gesti, pensieri, parole che ormai ripeto meccanicamente: danno sicurezza, anche se lì per lì non ci crediamo abbastanza.
È così che sono arrivata fino a questo punto. Guardandomi dall’esterno con un occhio critico, a volte troppo severo; rendendomi conto, solo alla fine, che l’impegno, i sacrifici, la fatica, di norma vengono sempre ripagati e se non succede così – perché capita anche questo- la colpa non è certo mia. Io sono l’unica a sapere cosa c’è stato dietro ogni esame,quanto ho studiato, se troppo o troppo poco. Il risultato spesso è solo un numero, a volte neanche troppo soddisfacente, un casella piena in più nel libretto. Quando proprio va bene c’è la stretta di mano forte da parte del prof. o una proposta di tesi da parte loro.

L’assistente giovane pronuncia il mio nome. Mi alzo di scatto e la seguo, guardo il tipo troppo gentile che ricambia come per volermi dare forza. E poi mi siedo davanti a chi mi interrogherà, faccio un respiro profondo, stringo nella mano il ciondolo della nonna.
Le domande, una dietro l’altra. Le parole, le precisazioni, la memoria che galoppa. I sì con la testa, i gesti con le mani. I mezzi sorrisi, la storia che si ripete. I minuti che passano come fiumi, anche se non me ne accorgo, perché la stranezza degli esami sta nel fatto che quando sei seduta lì a parlare non hai la minima percezione del tempo che scorre.
Arriva la fine, l’assistente mi dice il suo voto. Verbalizza sul computer, scrive sul libretto.
Un’altra casella della mia raccolta punti piena. Alla fine ci danno il premio, diceva mia sorella.
Questa volta è l’ultima. Non ci saranno più altre svolazzanti firme frettolose, non ci saranno più numeri, date, nomi di materie.
Finisce qui.
Non ci saranno più le sveglie alle sei per il ripasso finale, né gli spruzzi del profumo degli esami sulla pelle. Non ci sarà più nessuno a fare del terrorismo fuori dalla porta.

Esco dall’aula, rivedo il tipo. Gli dico di star tranquillo, andando in controtendenza rispetto a chi ama distribuire ansia non richiesta. Riprendo le mie cose, poso il libretto tra gli appunti che finiranno nella differenziata tra poco. Osservo l’ultimo passo della tradizione che ho creato e rispettato negli anni: la diffusione della notizia.
Di solito scrivo un sms, metto solo il voto, il numero. Quando prendo la lode scrivo tutto per esteso. Mi sembra più bello. Questa volta il messaggio è lungo: aggiungo un “è finita”, con tanto di punti esclamativi. Lo inoltro, come sempre: alla mamma, a papà, alla sister, alla zia, agli amici. E poi mi gusto le loro reazioni, sempre le stesse. C’è chi chiama, c’è chi risponde a sua volta con un sms. C’è chi ti dice di andare a comprarti qualcosa di buono da mangiare, mentre gli amici ti propongono sempre di andare ad ubriacarti.
In realtà non faccio niente di tutto ciò, non ora.
Adesso sono spaesata, non ho realizzato ancora. Mi chiedono se sono felice. Dovrei esserlo.
Per essere felici di una cosa bisogna averne preso coscienza, cosa che io ancora non ho fatto.
Fa caldo, quasi mi sento mancare. Bevo una bottiglietta di tè freddo, lego i capelli. Metto gli occhiali da sole, torno al mio iPod.
La canzone che stavo sentendo, quando sono arrivata in facoltà, mi si ripropone nelle orecchie. Inizia da metà, ma ha un suono diverso.
Sa di libertà.
Anche se si tratta di una libertà vigilata da una tesi impegnativa.

lunedì 18 giugno 2012

Lei, signora, mi ricorda mia nonna

Sabato sera di metà giugno. Sono da poco passate le nove. Io sono quasi pronta per uscire, la casa profuma della meravigliosa pizza che ha fatto B.: c’è quell’odore misto di forno, di buono e di peperoni gialli.
Al Tg hanno parlato di Scipione, questo maledetto che porterà tanta afa e temperature africane. Lo temiamo tutti noi poveri studenti fuori sede, stipati in minuscole case poco areate, pronti sempre a riporre tutte le speranze di questo mondo nel nostro amato e poco efficiente ventilatore.

Mi sono vestita di bianco e di nero, truccata come Clio comanda. Un velo del rossetto di Dior che mi hanno regalato per il compleanno, l’essenziale in borsa e sono pronta per uscire.
B. mi ferma. Già che ci sei, butta la carta. Il bidone è pieno. Prendo il sacco ed esco.

Fuori non c’è anima viva, il resto del mondo si starà preparando ad una notte brava. È strano sentire tutto questo silenzio, accorgersi dell’assenza delle macchine parcheggiate. È surreale.
Arrivo ai cassonetti della differenziata, apro quello blu e butto giù tutta quella carta accumulata nei giorni.
C’è una vecchietta vicino a me,non mi ero accorta di lei.
E lei, a quanto pare, non si era accorta di me.

Con l’accento tipico di queste parti, mi rivolge la parola.
Oh non l’avevo vista, sembra spuntata dal nulla. Ma com’è carina lei, ha un viso così dolce! Ma pensa un po’”.
Le sorrido, le dico che neanche io l’avevo vista. Accetto volentieri i suoi complimenti; vorrei farli anche io a lei, per quanto è carina. E’ piccola, non mi arriva neanche alla spalla. Ha addosso dei vestiti chiari che sembrano far pendant con i suoi capelli bianchi. Gli occhi piccoli e pieni di luce; buoni come solo chi ha vissuto bene può averli. Il volto pieno di rughe che la rendono ancora più dolce. Al collo ha una catenina dorata, ma non si vede il ciondolo. Scommetto che è un piccolo crocefisso.

Mi chiede se abito da queste parti, non mi ha mai visto prima d’ora. Sì, abito proprio dietro l’angolo, non mi ha mai visto perché sto qui da poco, sono una studentessa e vengo da lontano.
Il suo modo di parlare è gentile e caloroso, sembra conoscermi da una vita. Ha voglia di chiacchierare e, come qualsiasi buona donna anziana che si rispetti, mi racconta di figli e di nipoti. Quando parla di loro i suoi occhi si fanno ancora più dolci. Deve amarli proprio tanto.

Mi dice che studiare è importante, che la strada è lunga e faticosa, ma che se una è brava prima o poi riesce ad avere successo. Mi sembra mia nonna, ma sono un po’ restia a confidare questa cosa così intima ad una sconosciuta. Dice le cose che avrebbe detto lei, con quel tono di voce pacato.
All’improvviso mi esce dal cuore, la interrompo.
Lei, signora, mi ricorda mia nonna.

Sembra essere contenta di questa cosa. Mi chiede come sta, le dico che mi ha lasciato un anno fa e che certe volte mi sento sola, che mi manca. Credo di non aver confessato mai questa cosa neanche ai miei amici più stretti. Non mi confido facilmente, io.

Dice che certe volte prega il Signore che la porti lì dov’è suo marito, morto anche lui meno di un anno fa. Però poi pensa ai suoi nipoti, pensa che potrebbero sentire la sua mancanza e allora scaccia via questo pensiero dalla sua testa.
Ha gli occhi lucidi, agli angoli vedo una lacrima. Si è commossa, mi dispiace. Non glielo faccio notare, non voglio metterla in imbarazzo.

Ho il cellulare in mano, squilla all’improvviso. È la mia amica che mi sta aspettando ed io sono in ritardo. Lei se ne accorge, mi dice di andare. La saluto, mi ha fatto piacere incontrarla. Le poggio delicatamente una mano sulla spalla, mi viene spontaneo fare così.
Ma che carina che è lei, mi è spuntata davanti così all’improvviso. Lo ripete ancora quasi incredula.

Mentre cammino a passo svelto raccomando la signora gentile a quel Dio in cui tanto crede.
Che la faccia rimanere su questa terra ancora per molto.
Per lei, per i suoi nipoti, per i suoi figli.
E un po’ anche per me.


domenica 29 aprile 2012

Buonanotte

Questo film non è stato neanche il massimo. Una commedia un po’ stupida e pseudo divertente, di quelle che dovrebbero fare ridere, le cui battute ti fanno letteralmente piegare in due. Un film comico, insomma. Un’americanata. Non è proprio il mio genere, ma si sa che non bisogna essere troppo inquadrati, che guardare qualcosa di diverso ogni tanto fa anche bene. The end, film finito. Sono sul divano della mia casetta universitaria con le due persone con cui ho legato di più in questi quasi quattro anni. Ai nostri piedi ci sono una busta semi vuota di patatine marchio Conad e tre ciotole di macedonia finite. Rimaniamo un bel po’ a parlare del più e del meno,in particolar modo di tutte le catastrofi sentimentale che si stanno attualmente abbattendo contro le loro vite.

Verso mezzanotte una di loro decide che ha voglia di mangiare un cornetto caldo. Ci mette qualcosa come dieci minuti e convincere me e l’altra ad alzarci dal comodo divano e seguirla. Io sono in tuta, presentabile solo per loro due che ormai sono di casa, impresentabile per il resto del mondo. Mi lascio convincere, trasportare dall’entusiasmo e dalla fame della mia amica e così esco di casa in versione barbona: converse, tuta blu suora e giacchetta grigia. Senza neanche la borsa, senza un filo di trucco. Orrenda.
Chi vuoi che incontri a quest’ora per le vie di questa città?

Ci chiudiamo il portone alle nostre spalle e ci incamminiamo verso il posto di perdizione che ci regalerà centinaia di calorie sottoforma di cornetto al cioccolato. L’aria è fresca e un po’ frizzante, per le vie incrociamo qualche macchina e i soliti perditempo che stazionano sotto i portici e che senza alcun briciolo di dignità si permettono il lusso di chiamarti “bella” come se fossi sua sorella.
Arriviamo dunque al nostro forno. Un posto piccolissimo situato nei pressi di una piazza importante,al centro della quale c’è un bar per fighetti assurdi dove si arriva a pagare un caffè anche due euro. Un negozio che stona quindi con l’ambiente vicino.

C’è un odore di pane appena sfornato buonissimo: potrei stare delle ore qui dentro a godermi questo profumo. E’ inebriante, è magnifico. Mi ricorda la strada dove abitava mia nonno: sotto casa sua c’era un forno; la mattina riempiva tutta la via dei suoi fantastici odori.
Il tipo del forno è quasi caratteristico: ha una maglia blu che mette in risalto la grande pancia, dei pantaloncini corti grigi, le calze nere e gli zoccoli rossi. Lo guardiamo mentre inforna una teglia enorme con dei panetti bianchi rotondi. E’ molto indaffarato e credo che non ci abbia neanche viste. Poi si rende conto della nostra presenza e viene a servirci. La mia amica ha una gran fame e chiede una pizza. Lui la taglia attentamente, la avvolge in una carta bianca e gliela porge. Poi prendiamo i nostri cornetti ancora caldi di forno e paghiamo.

Il fornaio ci saluta sorridente (e non ci fa lo scontrino). Augura la buonanotte. Per un attimo lo fisso: nessun commerciante mi ha mai augurato una buona notte, neanche alle tre del mattino. Sarà che è un augurio delicato, quasi intimo. Non è come dire buongiorno o buona sera. La buonanotte te la può augurare tua madre, il tuo ragazzo, i tuoi amici quando ti salutano dopo una serata passata insieme.

Buonanotte te lo può dire chi ti conosce. Non te lo dice certo il buttafuori di una discoteca o il cameriere del bar dove hai passato la serata. Buona notte è un augurio importante.
Usciamo da quel posto, mangiamo le nostre prelibatezze sedute in una panchina. Tre quarti d’ora dopo sono di nuovo sotto casa, davanti al portone. Una bacio alle mie amiche, un abbraccio veloce. Un “ci vediamo domani”. Metto le chiavi nella toppa e mi giro da loro. “Mi ero dimenticata … Buonanotte ragazze!”.

giovedì 25 agosto 2011

Lontananze

Ho imparato da tempo a fare i conti con la lontananza, ormai riesco a tenerle testa. Quando qualcuno mi manca, prendo in mano il cellulare e mando i classici messaggini, oppure faccio qualche telefonata.
Dopo, mi sento subito meglio.

Non sempre però si può risolvere tutto così facilmente. Alcune persone mancano tanto, ma non posso fare proprio niente per avere anche solo un minimo contatto con loro.
Mi capita anche questo.

Allora accendo il computer e cerco delle foto. Mi aggrappo a quelle immagini di tempi passati. Studio nei minimi particolari quei sorrisi, quelle pose, alla ricerca di qualcosa di nuovo, di qualche piccolo particolare che mi era sfuggito.
Conosco certe foto a memoria, saprei quasi elencare quante rughe ci sono nei volti dei miei nonni, per quanto le ho guardate.

Qualche settimana fa sfogliavo la mia agenda distrattamente.
Poi mi sono fermata.
In una pagina avevo segnato due parole, un promemoria.
“Compleanno nonna” c’è scritto.
Quelle lettere sembrano fissarmi.
La mia scrittura allegra sembra prendermi in giro.
L’inchiostro nero sembra parlarmi.
L’avevo segnato perché so che posso diventar e una smemorata imperdonabile, presa magari fin troppo da qualche stupido pensiero inutile.
Segno tutti i compleanni delle persone importanti.
Mia nonna è tra queste.

Allora sono andata a cercare le foto.
Cartella “Estate 2010”, sottocartella “compleanno nonna”.
Eccola.

È in mezzo a tanta gente, parenti festosi e sorridenti. Ha addosso un vestito blu a fiori colorati. È piccola, anche se è anziana. Ha i capelli bianchi come la neve e le gambe curve.
Sorride la nonna, è contenta. È anche disorientata: c’è troppa gente intorno, troppi flash, quasi come se fosse una diva di Hollywood. Queen Elisabeth, così qualcuno la chiamava per ridere un po’.

Certe persone non se ne dovrebbero andare mai...
E poi, dove vanno? Dove sono? Che fine hanno fatto?
Quante domande.

Mi basta questo però. Qualche piccolo, veloce gesto. Qualche click, qualche passaggio.
Ed eccola lì, nell’album “Estate 2010”, voce “compleanno nonna”.
Oppure basta andare nella cartella del Natale, per vedere l’altro nonno.
Sono tutti e due ancora lì, pronti a regalarmi ancora un sorriso.

martedì 16 agosto 2011

La terrazza quasi sospesa in mezzo a quattro case

Sono passata con la macchina dal paese dei miei nonni, insieme a mia sorella. Da lì i tramonti sono uno spettacolo. Appena possiamo ci andiamo sempre, prima che il sole si nasconda sotto il mare.
Ci sediamo su una panchina vecchia e mezza rotta e ci godiamo quello spettacolo.

Ho dato un’occhiata alla casa di un mio cugino, la classica persona che torna in paese solo per le vacanze e che si gode la pace di quei pochi vicoli, da perfetto sessantenne appena pensionato.
Ha sistemato la sua piccola casa per le vacanze. Si è fatto costruire una piccola veranda dove ha messo un tavolo con delle sedie intorno e una sdraio, chiusa in un angolo.
Una veranda piccola che è la fine del mondo.

Cenerei ogni sera in un posto piccolo e accogliente come quel quadrato quasi sospeso in mezzo a quattro case. Metterei una tovaglia a quadrettini rossi, su quel tavolo. Una bottiglia di vino rosso fresco, quattro bicchieri e quattro piatti di spaghetti al pomodoro con il peperoncino di sopra e una foglia di basilico.

Quel mio cugino è simpatico, anche se non ho tantissima confidenza con lui. Ascoltavo sempre, da piccola, i suoi racconti torinesi, detti con quell’accento indefinito e con la risata sempre pronta. Ogni anno, ad agosto, la mia famiglia usava fare delle scampagnate con lui, sua moglie e suo figlio. Era una compagnia piacevole, allegra, rilassante. Proprio come l'atmosfera del paese di mia nonna ad agosto.

giovedì 23 dicembre 2010

Quei giorni che vorresti non arrivassero mai

Oggi è stata una di quelle giornate che vorresti non arrivassero mai. Non avevo mai perso delle persone particolarmente care e vicine a me, prima di oggi pomeriggio, quando lui se n’è andato. Lo avevo visto il giorno prima, ero andata a trovarlo, come faccio sempre ogni volta che torno dalla città. Era stanco, dimagrito, ma perfettamente lucido. Guardava me, i miei fratelli, i miei cugini, tutti insieme davanti a lui, per caso. Era seduto al suo solito posto sul divano, la televisione accesa, la stufa ai piedi. Chiedeva dell’università, prendeva in giro l’altezza di mio fratello e la comparava con quella di mio cugino, era tranquillo, anche se affaticato.
Siamo rimasti con lui qualche ora, poi lo abbiamo salutato con i soliti due baci nelle guance, il prossimo appuntamento era per Natale, per scambiarci gli auguri. Ci ha fatto le solite raccomandazioni, quelle che solo un uomo saggio sa fare. Un “ciao”, un sorriso, un “ci vediamo” e via.

E invece ieri è stata l’ultima volta che l’abbiamo visto. Una telefonata oggi, la notizia brutta, la corsa da lui. Le lacrime ingovernabili, il senso di impotenza, i brividi, il vento che si è alzato, il cielo all’improvviso grigio. E lui. Lui che non volevo vedere, temendo di rimanere ancora più male. La forza poi, quella che mi ha portata ad avvicinarmi. Sembrava che dormisse, adagiato in un letto insolito. Alle pareti, i suoi incantevoli quadri, appesi dritti, perfetti, pieni di luce. Il viso sereno, quasi sorrideva. Elegante, nel suo vestito migliore. Piccolo, nel suo essere Grande, il Grande della famiglia.

So benissimo che la vita, almeno quella fisica, non è eterna. Io però, in certi casi, vorrei che lo fosse. Questo è uno di quelli. So che non lo vedrò più, che non potrò più sentirlo parlare, che non mi darà gli auguri al prossimo compleanno, che non mi chiederà se sono nata in casa o in ospedale.
So anche, però, che non lo potrò dimenticare mai. Continuerà a vivere nel mio cuore, continuerò a fare tesoro dei suoi insegnamenti, della sua saggezza. Continuerò a pensare alle mattine passate insieme, quando da piccola guardavamo Forum alla tv. Continuerò a pensare a lui, ogni volta che avrò davanti agli occhi uno dei suoi tanti, meravigliosi quadri.

... Ciao Nonno!

"Ogni persona piccola o grande che passa nella nostra vita è unica: lascia sempre un po' di sè e prende un po' di noi. Ognuno di noi, nel suo cammino, fa degli incontri: persone che incrociano i nostri passi e condividono parte del nostro viaggio.
Qualcuno si allontana presto continuando a seguire una strada diversa dalla nostra, a volte senza neanche più voltarsi. Qualcun'altro ci fa compagnia per più tempo, insegnandoci a volare più in alto quasi fino a toccare il cielo.Altri invece rimangono una presenza fissa che condivide con noi gioie e dolori, vittorie e sconfitte, o semplicemente stando a guardare e intervenendo al momento giusto.
Tutte queste persone entrano nel nostro cuore sempre per un motivo, rimanendo sempre uniche ai nostri occhi.
E non ci sarà delusone, evento o distacco che modificherà nulla di quello che portiamo dentro."
[Letta da qualche parte, ma non ricordo nè dove, nè quando]

mercoledì 18 agosto 2010

Passeggiata in campagna

Oggi ho fatto una passeggiata in campagna e con mio grandissimo stupore ho incontrato un bellissimo campo di girasoli, uno dei miei fiori preferiti.





Adesso ho deciso di piantarli nella casa in campagna. Non so se è il tempo giusto, non so se c'è il terreno giusto, ma devo togliermi questo sfizio!







Oltre a questa meraviglia di fiore, ho trovato altri "semplici" alberi:



Le viti (...mancano i bulloni)


Il fico d'India. Mangiavo fichi d'India solo quando li puliva la nonna, altrimenti rimanevano lì sull'albero!




... e il mio preferito: il Nocciolo. Da piccola passavo tantissimo tempo sotto questo albero. Andavo là sotto con un paniere e mi mettevo a raccogliere le nocciole. Tornavo solo quando era pieno, allora mi sedevo insieme a mia sorella sotto la tettoia davanti casa e insieme le mangiavamo, rompendo il guscio con una pietra. Quanti ricordi in campagna, durante pomeriggi d'estate ...



giovedì 29 luglio 2010

La mia nonna

Credo che i nonni siano un’inesauribile fonte di ogni cosa. Hanno la saggezza dell’età, dell’esperienza. Dietro ogni loro acciacco si nasconde una storia, dietro ogni loro sguardo un’esperienza passata. Noto nei loro movimenti, la stanchezza dell’età, della vita trascorsa, dei problemi, delle gioie che questa ha riservato per loro. Chissà com’è essere vecchi …

Il rapporto con i miei nonni è diventato più forte durante l’adolescenza. Ho solo il nonno materno e la nonna paterna. La nonna materna è morta quando io avevo solo due anni, ma stranamente, di lei ho un mezzo, offuscato ricordo.
Il nonno paterno, invece, non l’ho mai visto: è morto un anno prima che io nascessi. So però che era un tipo silenzioso, a cui piaceva, la sera, andare a letto stanco e soddisfatto dei lavori della giornata. Mii ha lasciato dei grandi doni: parte del suo carattere silenzioso ed introverso, il colore degli occhi (solo io, nella mia famiglia stretta, li ho di questo colore!), l’amore per la campagna e per i gatti. E gli sono grata.

Oggi sono stata a trovare la nonna paterna .
Vive in campagna da sempre, è capace di sentire freddo anche il quindici agosto e dimentica tutto. Parlare con lei è bello, ti chiede una cosa, fa un discorso e dopo dieci minuti ti richiede quanto detto prima. Poi vede che alla seconda identica domanda le rispondo sorridendo, lei tende la testa a destra, fa spallucce, sorride e dice: “Forse te l’ho già chiesto, ma sai, mi dimentico le cose”.
Ma nonostante questo, parlare con lei non è assolutamente noioso. La vedo poco a causa della lontananza, ma ogni volta che vado a trovarla, non vuole assolutamente che mi scolli dalla sedia neanche un attimo, mi vuole tutta per lei. Mi chiede dell’università, anche se non ha capito ancora cosa studio, quanto manca alla laurea (tanto, cara nonna!), mi dice di star attenta in città.
Anche se tra meno di un mese farà 90 anni, se ne intende di moda. Se mi vede le infradito ai piedi, mi dice tutta contenta che vanno di moda. Se vede che ho addosso il cappotto grigio, lo tocca per accertarsi che sia di lana e sufficientemente caldo. Storce il muso quando mi parla delle ragazze che vede nei giornali, con “la pancia di fuori”, le gambe in esposizione o i pantaloni troppo bassi. Mi chiede se ho il ragazzo e poi mi dice che prima è meglio diventare indipendenti. ù

Saggia donna ....

domenica 9 maggio 2010

Diario di una bella giornata di maggio








Ho passato una giornata tranquilla, ho spento le mie venti candeline e ho risposto a telefonate e messaggi di parenti e amici.



Giorni fa mi è arrivata una lettera (non un’e-mail!), fatta di carta e inchiostro, di busta e francobollo. L’ho trovata con grande sorpresa nella mia cassetta della posta, nel retro della busta c’era scritto che l’avrei dovuta aprire solo il 9 maggio. L’ho letta alla mezzanotte, era di una mia carissima amica, una delle poche persona con una grande capacità: quella di toccare il mio cuore, in profondità, in un istante, con poche semplici parole.


Ogni anno, in questo giorno, qualcuno della mia famiglia (solitamente mia zia) mi ricorda la prima notte che ho passato in ospedale: a quanto pare ho pianto e strillato così tanto da far rimanere impressa negli altri questa scena.


Mentre mia madre invece mi ricorda sempre che quando era incinta di me, andava a fare le ecografie con il fiato sospeso e con il battito del cuore accelerato. Tutto questo perché ero troppo silenziosa, non mi muovevo, non davo segni di vita, era come se non ci fossi più. Invece c’ero, eccome!

Tutti questi ricordi mi vengono rievocati ogni anno, il nove maggio. Fa parte della tradizione!


Ma il top è stato mio nonno che al telefono mi ha chiesto: “Chiara, ma tu sei nata in casa o in ospedale?” e io “Nonno, non sono poi così vecchia!”
Mi è stato raccomandato di vivere bene quest’età, di godermela tutta e di non pensare a niente. Ma come si fa?

domenica 4 aprile 2010

Like my grandfather


Prima di tutto: BUONA PASQUA a tutti!!
Oggi per me è stata una giornata come tante altre. La mia famiglia non usa più ormai da molti anni fare, in occasione delle feste, quei grandi ritrovi pieni di parenti dal primo al sesto grado: il pranzo è stato normalissimo: eravamo io, la mia mamma, mia sorella e mio fratello. E il gatto, obviously.

Mia madre ha dato il massimo in cucina, come sempre: lasagne fatte da lei (rigorosamente, per me, senza besciamella!), cotolette fatte da lei, colomba (non fatta da lei, ahah) e uovo di Pasqua Kinder Gransorpresa (regalato da mio papà: ebbene sì, a 20 anni ricevo ancora questo tipo di regalo per Pasqua, sempre ben accetto!), tutto annaffiato da un buon vino.

Il resto della giornata è stato normalissimo: a casa, a passare il tempo tra tv, pc e lettura. In serata sono venuti a farci visita dei parenti simpaticissimi. Ad un certo punto avevo le lacrime agli occhi dalle risate. Mi hanno raccontato un po' di mio nonno, di certi aneddoti recenti.

Mio nonno (materno) ha compiuto da poco 95 anni. Ha fatto entrambe le guerre mondiali, è stato in prigionia ed è un pittore. Ha dipinto tantissimi quadri, sparsi ora tra le pareti di casa mia e di quelle delle mie zie. Da piccola, quando andavo a mangiare da lui, mi divertivo ad osservarlo mentre era intento a fare le sue attività canticchiando e fischiettando canzoni vecchissime. Mia madre mi portava a casa sua quando stavo male, non potendo lei rimanere con me. Con lui guardavo sempre Forum alla tv!

Mio nonno ha un carattere particolare, si lamenta spesso dei suoi dolori (a 95 anni, credo sia normale aver dei dolori), ma lo fa in un modo veramente particolare, tanto che spesso finisce che qualcuno di noi nipoti inizia ad imitare le sue lamentele.

Vive, da più di dieci anni ormai, in una casa nel centro del mio paese, anche se in realtà a lui sarebbe piaciuto rimanere nella casa dove ha passato gran parte della sua vita.

Io non la ricordo neanche, ero troppo piccola quando si è trasferito. Non nascondo però che mi piacerebbe farci un giro, visitarla, vedere dove è nata mia madre, dove ha passato la sua infanzia e la sua adolescenza. Ma credo che non sarà possibile.

Comunque, tra le tante cose particolari di mio nonno, c'è il fatto che non fa entrare quasi nessuno nella sua camera. E' un po' il suo regno: lì dentro c'è la sua vita. E' una stanza tutto sommato piccola, non molto luminosa, piena di polvere e forse anche confusione. C'è una grande armadio, il suo letto, il suo comodino, un mobiletto alto con sopra un bellissimo quadro incompleto e un enorme tavolo al centro pieno di pennelli, di colori ormai induriti e secchi, di attrezzi vari.

Quella stanza è un paradiso per chi ama rivivere tempi passati.

Il Natale scorso ho scoperto che ha un' immaginetta sacra, appartenuta a sua madre, risalente all'ottocento. L'ho vista, l'ho fotografata: era molto delicata, ma era tenuta talmente bene da sembrare nuova.

Dicevo: qualche settimana fa mio nonno ha dovuto lasciare per un po' casa sua. Ha chiesto a mia zia e a mia cugina di portargli un cofanetto di legno, era vicino il suo letto, un po' nascosto e tenuto molto accuratamente. Era chiuso, la chiave era nascosta in un altro posto ancora. Quando gliel'hanno portato, mio nonno ha fatto loro vedere quello che c'era dentro: una specie di forbice con cui sua madre usava tagliare i capelli, delle monete (se ho ben capito), un anello di poco valore fatto per lui da un suo compagno di prigionia e un portamonete appartenuto un tempo a mia nonna.

Sono rimasta affascinata da tutto ciò. Mio nonno è restio a svelare pezzi del suo mondo chiuso in una stanza, e quando l'ha fatto io non c'ero. Me l'hanno raccontato come una cosa normalissima, una cosa forse da niente, ma io ci ho pensato un po'.

Mio nonno si lamenta sempre, chi lo conosce superficialmente può dire di lui solo che è un "vecchio brontolone", invece non è così. Il fatto di questo cofanetto, di questo "scrigno magico" mi ha fatto capire ancora di più quanto sia sensibile, quanto ci tenga ai suoi ricordi.

Rimanere aggrappati al passato attraverso degli oggetti che te lo ricordano credo sia una cosa bellissima, soprattutto se si tratta di un passato... molto "passato".
Ho capito anche perchè cerca di tenere "gli altri" lontano dalla sua stanza: tra quelle quattro mura c'è veramente la sua vita, c'è qualcosa di troppo delicato e intimo per poter essere toccato da altre mani: potrebbero distruggere quei tesori soltando sfiorandoli.

E adesso mi è anche più chiaro il motivo per il quale evito di buttare determinati oggetti (inutili, in un certo senso) che mi rimandano a ricordi lontani, delle lettere vecchie, delle cartoline d'auguri o biglietti dei miei viaggi.
... ho preso da lui insomma!