Il tempo vola.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.
Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.
Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.
Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.
E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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domenica 24 agosto 2014
Il tempo vola
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giovedì 1 agosto 2013
Terre che ti adottano a tua insaputa
Avevo perso il conto dei giorni, non consideravo più il calendario. Maggio e giugno sono passati troppo in fretta, luglio invece è stato eterno. Ho fatto miliardi di cose in questo tempo: ho iniziato percorsi, concluso altre cose, conosciuto gente, fatto nuove esperienze, chiuso definitivamente rapporti che non avevano ormai senso.
Ora mi ritrovo qua, a guardare il calendario appeso al muro, a scoprire che è ora di voltare pagina, di girare dietro il foglio di luglio e rendere visibile quello di agosto.
Rendersi conto di essere arrivati ad agosto è un po’ una sorpresa. È un mese che mi ha visto sempre in vacanza, al mare, a contemplare le onde, la spiaggia, a passare le nottate con gli amici in giro, a vivere la movida delle nostre parti.
Quando mi sono resa conto che siamo ad agosto avevo un sacco di carte intorno. Fotocopie, articoli di riviste giuridiche, codici, leggi. Il caos intorno. Ero davanti ad un pc che emanava calore, su una pagina word aperta, a scrivere la tesi. Ho guardato il mio polso, poi il braccio, le gambe, decretando che probabilmente non sono mai stata così bianca in vita mia.
L’aulastudio è quasi vuota. Ci siamo io e la mia fedele compagna di avventure, con i nostri computer accesi e le nostre innumerevoli carte. Ci sono un paio di altri ragazzi che ogni tanto guardo e mi interrogo sul perché anche loro si trovano qui invece di stare altrove.
I vecchi che abitano nel palazzo di fronte sono scomparsi. Hanno le persiane chiuse, probabilmente – a meno che non siano morti improvvisamente (ma speriamo di no!)– saranno anche loro in vacanza in qualche posto vicino e più fresco della città rovente.
Il fine settimana è il momento più brutto. Rimpiango le vacanze, il mare, le temperature del sud che non conoscono l’umidità e l’afa delle grandi città del nord. Stare qui, di domenica, con quaranta gradi e l’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non sia starsene sul divano a guardare la tv con il ventilatore a velocità massima puntata addosso, è un’esperienza che ancora non sono riuscita a definire, a “catalogare”.
Da un lato mi piace, mi sembra che la città sia più mia. Dall’altro mi fa sentire una povera ragazza sola e anche un po’ sfigata che non ha niente di meglio da fare che starsene qui. Ma sono esperienze anche queste.
Verso sera mi piace girare velocemente per le vie del centro storico, possibilmente all’ora in cui inizia a tramontare. Mi piace buttare un occhio nelle case a piano terra, dentro le finestre semichiuse degli appartamenti. Mi piace farmi per un istante i fatti della gente che ci vive e che per poco mi ha permesso di entrare nelle loro vite lasciando uno spiraglio aperto.
A quell’ora si sentono il rumore delle posate sui piatti, il suono delle televisioni sintonizzate sui telegiornali, pezzi di conversazioni. E mi sento a casa, perché nei paesi piccoli vicino al posto in cui sono cresciuta, nelle sere d’estate, si cena praticamente per strada. Sulle terrazze o con le finestre aperte, con le canottiere bianche e i pantaloncini. E sembra che di lì a poco la gente ti inviti ad entrare, a cenare con loro, a dividere il pezzo di pane fresco o l’insalata dell’orto.
Girare per le strade del centro storico, all’ora del tramonto e della cena, mi fa pensare che la vita nelle grandi città in fondo (anche se molto in fondo!) non è poi così diversa da quella dei paesi. Le persone, le abitudini, le esigenze sono le stesse. Uguale è la voglia del relax,a fine giornata. Uguale è la ricerca del posto fresco, la finestra aperta con l’aria che entra.
Non ho mai sentito questa città e questa terra come mie quanto negli ultimi mesi. Ho riso per anni dell’accento della gente di questo posto, delle loro espressioni dialettali tradotte in italiano ed inevitabilmente sbagliate a livello grammaticale. Ho riso (dopo aver metabolizzato l’esperienza) dell’abitudine di invitare la gente a festeggiare il compleanno e di dividere il conto a fine cena, dell’articolo prima dei nomi di persona femminili, delle vacanze estive che qui si prenotano a Natale dell’anno prima. Ho riso di tutto questo e di altro, in questi anni, sulla base di quella stupida abitudine del pensare che la terra dalla quale proveniamo abbia sempre una marcia in più rispetto a quella dove finiamo per vivere, rinnegandone stupidamente gli innumerevoli e reali difetti.
Non mi sono però resa conto che senza volerlo sono diventata anche io un po’ come loro.
Non mi sono resa conto che l’articolo davanti ai nomi di persona femminili, adesso, lo metto spesso anche io. Non mi sono resa conto che adesso per me, qui, è diventato naturale pagare la mia parte di cena, nonostante l’invito ad un compleanno. Non mi sono resa conto che questa città l’ho amata forse troppo poco rispetto a quanto meritasse in realtà.
Ci ho messo un po’ di tempo a considerarla anche mia, a capire che la mia amica autoctona aveva ragione quando la definiva la mia terra d’adozione.
Perché sì, questa città mi ha adottata. Mi ha regalato di tutto e di più, cose belle e cose brutte. Mi ha fatto crescere, maturare.
Sapevo che non sarei stata qui per sempre. So che arriverà il giorno in cui farò valigie e scatoloni e andrò via. Non so dove.
Spero solo di sentirmi a casa e di sentirmi bene. Come qui, come adesso. Qualunque posto esso sia.
Ora mi ritrovo qua, a guardare il calendario appeso al muro, a scoprire che è ora di voltare pagina, di girare dietro il foglio di luglio e rendere visibile quello di agosto.
Rendersi conto di essere arrivati ad agosto è un po’ una sorpresa. È un mese che mi ha visto sempre in vacanza, al mare, a contemplare le onde, la spiaggia, a passare le nottate con gli amici in giro, a vivere la movida delle nostre parti.
Quando mi sono resa conto che siamo ad agosto avevo un sacco di carte intorno. Fotocopie, articoli di riviste giuridiche, codici, leggi. Il caos intorno. Ero davanti ad un pc che emanava calore, su una pagina word aperta, a scrivere la tesi. Ho guardato il mio polso, poi il braccio, le gambe, decretando che probabilmente non sono mai stata così bianca in vita mia.
L’aulastudio è quasi vuota. Ci siamo io e la mia fedele compagna di avventure, con i nostri computer accesi e le nostre innumerevoli carte. Ci sono un paio di altri ragazzi che ogni tanto guardo e mi interrogo sul perché anche loro si trovano qui invece di stare altrove.
I vecchi che abitano nel palazzo di fronte sono scomparsi. Hanno le persiane chiuse, probabilmente – a meno che non siano morti improvvisamente (ma speriamo di no!)– saranno anche loro in vacanza in qualche posto vicino e più fresco della città rovente.
Il fine settimana è il momento più brutto. Rimpiango le vacanze, il mare, le temperature del sud che non conoscono l’umidità e l’afa delle grandi città del nord. Stare qui, di domenica, con quaranta gradi e l’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non sia starsene sul divano a guardare la tv con il ventilatore a velocità massima puntata addosso, è un’esperienza che ancora non sono riuscita a definire, a “catalogare”.
Da un lato mi piace, mi sembra che la città sia più mia. Dall’altro mi fa sentire una povera ragazza sola e anche un po’ sfigata che non ha niente di meglio da fare che starsene qui. Ma sono esperienze anche queste.
Verso sera mi piace girare velocemente per le vie del centro storico, possibilmente all’ora in cui inizia a tramontare. Mi piace buttare un occhio nelle case a piano terra, dentro le finestre semichiuse degli appartamenti. Mi piace farmi per un istante i fatti della gente che ci vive e che per poco mi ha permesso di entrare nelle loro vite lasciando uno spiraglio aperto.
A quell’ora si sentono il rumore delle posate sui piatti, il suono delle televisioni sintonizzate sui telegiornali, pezzi di conversazioni. E mi sento a casa, perché nei paesi piccoli vicino al posto in cui sono cresciuta, nelle sere d’estate, si cena praticamente per strada. Sulle terrazze o con le finestre aperte, con le canottiere bianche e i pantaloncini. E sembra che di lì a poco la gente ti inviti ad entrare, a cenare con loro, a dividere il pezzo di pane fresco o l’insalata dell’orto.
Girare per le strade del centro storico, all’ora del tramonto e della cena, mi fa pensare che la vita nelle grandi città in fondo (anche se molto in fondo!) non è poi così diversa da quella dei paesi. Le persone, le abitudini, le esigenze sono le stesse. Uguale è la voglia del relax,a fine giornata. Uguale è la ricerca del posto fresco, la finestra aperta con l’aria che entra.
Non ho mai sentito questa città e questa terra come mie quanto negli ultimi mesi. Ho riso per anni dell’accento della gente di questo posto, delle loro espressioni dialettali tradotte in italiano ed inevitabilmente sbagliate a livello grammaticale. Ho riso (dopo aver metabolizzato l’esperienza) dell’abitudine di invitare la gente a festeggiare il compleanno e di dividere il conto a fine cena, dell’articolo prima dei nomi di persona femminili, delle vacanze estive che qui si prenotano a Natale dell’anno prima. Ho riso di tutto questo e di altro, in questi anni, sulla base di quella stupida abitudine del pensare che la terra dalla quale proveniamo abbia sempre una marcia in più rispetto a quella dove finiamo per vivere, rinnegandone stupidamente gli innumerevoli e reali difetti.
Non mi sono però resa conto che senza volerlo sono diventata anche io un po’ come loro.
Non mi sono resa conto che l’articolo davanti ai nomi di persona femminili, adesso, lo metto spesso anche io. Non mi sono resa conto che adesso per me, qui, è diventato naturale pagare la mia parte di cena, nonostante l’invito ad un compleanno. Non mi sono resa conto che questa città l’ho amata forse troppo poco rispetto a quanto meritasse in realtà.
Ci ho messo un po’ di tempo a considerarla anche mia, a capire che la mia amica autoctona aveva ragione quando la definiva la mia terra d’adozione.
Perché sì, questa città mi ha adottata. Mi ha regalato di tutto e di più, cose belle e cose brutte. Mi ha fatto crescere, maturare.
Sapevo che non sarei stata qui per sempre. So che arriverà il giorno in cui farò valigie e scatoloni e andrò via. Non so dove.
Spero solo di sentirmi a casa e di sentirmi bene. Come qui, come adesso. Qualunque posto esso sia.
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mercoledì 24 luglio 2013
Un mese fa
Le giornate volano e non so neanche io come. Iniziano presto la mattina, quasi all'alba. E finiscono tardi la sera, con gli occhi rossi a causa del computer e con la stanchezza di chi è stato ai lavori forzati.
Mi ritrovo a pubblicare quel che scrivevo un mese fa, in preda ad un lampo di malinconia durato un po' più del giusto. Un documento Word lasciato dentro una cartella col mio nome, sul mio pc e trovato per caso, stasera, nel vano tentativo di "fare ordine".
Mi ritrovo a pubblicare quel che scrivevo un mese fa, in preda ad un lampo di malinconia durato un po' più del giusto. Un documento Word lasciato dentro una cartella col mio nome, sul mio pc e trovato per caso, stasera, nel vano tentativo di "fare ordine".
"Ho la malinconia intorno, un occhio un po’ gonfio che non vuol tornare alle dimensioni normali. Non so se sono io ad emanare questo stato d’animo increscioso, se è colpa del tempo che tutto ad un tratto è tornato ad essere grigio manco fosse di nuovo ottobre ed io probabilmente inizio ad essere meteoropatica.
Aulastudio, teatro di vicende sentimentali, universitarie, culturali. Luogo in cui si inscena l’esistenza degli universitari ventenni di oggi: i loro scherzi, il loro modo di ridere delle cazzate, le loro sigarette, i loro caffè. I loro sospiri che sanno di stanchezza, i fogli sparsi di vitale importanza nelle scrivanie di cui non si sa neanche più il colore. I cellulari pronti a vibrare, a distrarli un attimo dalle sudate carte. Leggono dai loro schermi giganti e gli si illumina il volto, un po’ come se sotto i loro occhi si fosse appena consumato un miracolo.
Ed io sto qui, col pc davanti. Seduta scomposta in una sedia scomoda, ad aggiornare in continuazione la casella di posta e a ripetermi di stare calma. Mi guardo attorno, studio le vite degli altri, tengo d’occhio i comportamenti di certa gente. Ricevo anche io i messaggi, mi illumino di immenso, perché non c’è niente di meglio che le proposte giuste al momento giusto. Tipo un giro, stasera. Una passeggiata che ci porterà chissà dove, chissà con quali pensieri. Conteremo i passi, conteremo le facce che incroceremo, faremo di tutto pur di non farci trasportare da questa malinconia che ci attanaglia come non mai.
Quando i problemi erano gli esami, ci dicevamo che c’erano cose ben peggiori nella vita che un voto inaspettatamente brutto nel libretto. E ci credevamo, ci tranquillizzavamo. Riuscivamo a convincerci che era vero, sapevamo che era così.
Adesso a me sembra diverso.
Mi sembra di essere cresciuta più del solito nel giro di pochi giorni. Mi sento un peso sulle spalle, guardo i giorni del calendario sovrapporsi uno sull’altro e penso che per una volta nella mia vita vorrei che il tempo non passasse mai.
C’è che inizio ad avere paura, ma paura davvero.
Paura di questo futuro che si presenta di un’incertezza disarmante. Che si butta di sopra senza lasciare respiro. Le cose nuove mi piacevano.
Adesso vorrei aggrapparmi a quel che resta di questa vita che è stata mia per anni. Vorrei prenderne un pezzo e tenerlo forte in mano, non lasciarlo mai.
Ma si sa che niente è per sempre, che a fare sempre la stessa vita si finisce per cadere nel girone della monotonia. E non è quello che voglio io.
Devo solo convincermene, devo solo pensare che chiuso un capitolo se ne apre un altro, per forza.
Devo solo convincermene, devo solo pensare che chiuso un capitolo se ne apre un altro, per forza.
Devo solo costruirmelo io, questo capitolo.
E farlo nel modo che mi riesce meglio."
E' passato un mese da quando scrivevo parole sconfortanti e pesanti.
Le risposte che aspettavo sono arrivate. In ritardo, ma sono arrivate. Sono state risposte positive, inaspettate. Mi hanno reso felice, mi hanno fatto pensare che la fatica prima o poi genera soddisfazione.
Le risposte che aspettavo sono arrivate. In ritardo, ma sono arrivate. Sono state risposte positive, inaspettate. Mi hanno reso felice, mi hanno fatto pensare che la fatica prima o poi genera soddisfazione.
Il pensiero di fondo, quello sul mio futuro incerto - di cui immagino ne abbiate le tasche piene - rimane sempre.
Alla prossima, con la speranza di rifarmi viva a breve.
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martedì 2 luglio 2013
Telefonate domenicali
La domenica è la giornata delle telefonate. È così da quando il mio gestore telefonico ha deciso di cambiare le tariffe del piano telefonico sua sponte e come contentino ha deciso di regalarmi chiamate illimitate verso tutti, ogni domenica. E’ quindi da un paio di mesi che io, la domenica, chiamo amici e parenti. Così, per il gusto di sfruttare la promozione fino alla fine. Parlo con tutti, rido, ascolto interessata i loro racconti, li allieto con i miei, anche se di esaltante hanno ben poco. Mentre faccio tutto ciò pulisco casa, in ossequio ad uno dei comandamenti di chi vive solo: la domenica è la giornata delle pulizie. Non esiste riposo, non esistono allegre scampagnate in compagnia, non esiste nient’altro, la domenica, all’infuori delle grandi pulizie domestiche. E guai a saltare ogni tanto!
Ho rivalutato un sacco l’utilizzo degli auricolari. Non so come definirli. La migliore invenzione degli ultimi secoli, dopo le lenti a contatto?
Forse.
Questa domenica ho chiamato una mia amica. Non la vedevo da Pasqua e durante questi mesi l’ho sentita proprio poco. Avremo scambiato due messaggi,in occasione dei nostri compleanni. Con lei ho passato gran parte della mia adolescenza, la conosco da qualcosa come tredici o quattordici anni.
Abbiamo vissuto miliardi di avventure durante il liceo: compagna di studio, di progetti, di quelle riflessioni esistenziali di una pesantezza unica. Compagna di sigarette, di panini, di cene improvvisate, di ansia da interrogazioni. Lei era quella disordinata, con la testa tra le nuvole. Io ero l’esatto contrario. La riportavo nella retta via quando c’era bisogno e lei provvedeva invece a farmi divertire, ridere, scherzare. Mi è stata particolarmente vicina in uno dei momenti più bui della mia vita. La sua presenza è stata una fonte inesauribile di forza, di coraggio.
Era un completarsi a vicenda. C’era da apprendere le cose migliori dell’altra e insegnare il meglio di sé.
Poi il liceo è finito. Le strade si sono divise. Le valigie sono state fatte, ci abbiamo messo dentro le nostre foto. Le abbiamo attaccate nelle nostre camere nuove, nelle nostre nuove città delle nostre vite altrove.
Ci sentiamo di rado, ma ci teniamo sempre informate sui nostri ritorni in patria, così da vederci ad ogni occasione utile, da raccontarci di noi, da condividere il possibile.
Il fatto di non sentirla spesso, ogni tanto mi fa pensare che quella famosa grande amicizia sia svanita o si sia comunque affievolita. Ma poi basta ritrovarsi a casa per capire che il nostro rapporto non è cambiato.
Così domenica l’ho chiamata, durante un lampo di malinconia di ritorno da uno di quei noiosi pomeriggi di studio in compagnia, alla ricerca di qualche faccia che possa far tornare il buonumore. Ho buttato libri e borsa sul tavolo, mi sono seduta sul divano e l’ho chiamata.
Ho chiuso la conversazione dopo un’ora e tre quarti, quando ormai fuori era buio e l’ora di cena era passata da un pezzo.
Un’ora e tre quarti di tutto. Abbiamo toccato centinai di tasti: le nostre vite, i nostri progetti, le nostre famiglie, gli amici in comune. Gli aneddoti di quelli che “solo a te possono capitare certe cose”. Le espressioni dialettali liberatorie perché certe cose, dette in italiano, non rendono l’idea come quando le dici nella lingua della tua terra. E si sa, non posso riportarle ad un nordico senza rimanere istantaneamente delusa dalla sua espressione basita e interdetta di chi pensa “ma guarda te ‘sta terrona”
E le risate, tante. Di gusto, di cuore.
Certe parole fanno bene.
Ti ricordano da dove vieni, cosa ti è successo per essere quella che sei oggi. È un ricostruirsi, un fermarsi un attimo con un occhio al passato ed uno al futuro. Ero così. Tu eri in quell’altro modo. Adesso siamo uguali e diverse. Siamo più grandi, più donne. Più problematiche e più confuse.
Il futuro è l’incertezza assoluta, ma non per questo non facciamo progetti. Viviamo alla giornata, forse un po’ preoccupate. E ci raccomandiamo di goderci la vita, quella che vogliamo costruirci da sole.
Quella vita che abbiamo sognato, che un po’ si è realizzata e un po’ no. Quella vita che abbiamo davanti e che deve essere per forza bella, perché sì: ce lo meritiamo.
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venerdì 21 giugno 2013
Finali
(Credo sia il post più lungo che abbia mai scritto, vi avviso).
Di solito sono una persona calma, cerco di ragionare prima di farmi assalire dall’ansia, anche se non sempre ci riesco. In questi anni universitari, i miei hanno sempre detto che sentendo la mia voce il giorno prima di un esame non davo mai l’impressione di essere una che il giorno seguente avrebbe dovuto sostenere una prova più o meno importante.
Questa volta però è diverso. Io non riesco più a studiare come una volta, non ho la pazienza di mettermi a ripetere fino a farmi entrare tutto quello che serve in testa, di sottolineare con la linea rigorosamente dritta perché in certe cose sono un’odiosa precisina del cavolo. Chi ci è già passato dice che è normale, che arrivati alla fine è sempre così. Quindi non sono un’aliena che si aggira per casa conciata nel peggiore dei modi, con gli occhiali da secchiona e i tappi alle orecchie perché fuori c’è talmente tanto casino che non riesco neanche a sentire la mia voce. Quando ripeto urlo, probabilmente i miei vicini di casa mi odieranno. Mi busseranno alla porta con l’intenzione di dirmi di smetterla, di stare zitta, perché ho veramente rotto tutto quello che si può rompere. Poi però mi guarderanno, osserveranno lo stato pietoso in cui verso, mi daranno una pacca di compassione sulla spalla e si offriranno volontari di sentirmi ripetere libri e appunti.
Ecco, quando io non ho voglia di studiare, do il via alla produzione di film mentali. Tutto, pur di perdere tempo.
Non c’è conversazione, ormai da due giorni, che non si concluda –da parte mia- con una chiusura di telefono in faccia al mio interlocutore. Sono irritata, irascibile, insopportabile, tremendamente odiosa. Sopporto solo i miei amici. Loro e nessun altro.
Non mangio neanche, o meglio, mi nutro di quanto basta alla sopravvivenza.
Penso di avere l’esame il giorno X, così mi ritrovo, la sera prima, a controllare nel sito della facoltà il mio numero in lista e a scoprire con sommo orrore che mi sono sbagliata. L’esame non è il giorno X, bensì quello dopo. Altre ventiquattro ore di studio, di carcere, di condizioni pietose.
Poi alla fine arriva il giorno. Seguo la routine che mi ha accompagnato in questi anni. Notte parzialmente insonne, sveglia presto per l’ultimo ripasso, due macchinette di caffè in giro nelle vene, la doccia fredda, il profumo degli esami.
Dovete sapere che io ho un profumo che uso solo per gli esami. L’ho messo quando ho dato il primo e da allora è diventata una sorta di scaramanzia, di tradizione: devo averlo addosso ogni volta che ne ho uno. E non solo: finisco col fare la doccia con il bagnoschiuma della stessa linea e passarmi dopo la stessa crema. Ormai l’odore mi dà la nausea, mi mette ansia.
Un po’ di mascara, gli occhiali da sole, le cuffie alle orecchie. I “crepi” in risposta agli “in bocca al lupo”. L’aria probabilmente affranta, la borsa piena di libri.
Arrivo in facoltà con l’aria di chi è lì per caso. Trovo un mio simile disperato mai visto prima il quale mi informa delle tragici voci che circolano sul prof in questione.
E ‘sti ca***, di terrorismo pre-esame ne ho abbastanza. Lo assecondo, pensando nella mia testa che non vedo l’ora che finisca tutto.
Mi abbandono alla mia sedia, senza la minima voglia di ripetere i miei appunti.
- Te sei la seconda in lista, sei Chiara, vero? Se vuoi un po’ di tempo per ripetere, vado prima io e poi vai te.
Credici.
Non lascio il mio posto neanche se ho in corso un’emorragia, se sto perdendo litri di sangue e sono in fin di vita. Lo tranquillizzo, gli dico che più che ripetere avrei bisogno di re-imparare tutto di nuovo. Lui se la ride, pensava di farmi un favore.
Mi giro il libretto tra le mani, guardo le pagine piene di caselle riempite, di firme frettolose, di numeri scritti in modo chiaro, di date, di materie. Ogni esame ha la sua storia dietro: racconta di delusioni, di felicità, di fatiche, di stati d’animo confusionari, di borse piene di libri da studiare, di quantità industriali consumate di evidenziatori e matite.
Poi mi ricordo dell’altra “tradizione” da esame, da rispettare anche questa. Apro il portafoglio, tiro fuori un quadratino di carta e lo apro con cura. Dentro c’è il ciondolo di mia nonna, lo tengo dentro al pugno durante gli esami, da sempre.
Poi arriva il momento in cui guardo in faccia la realtà e prendo consapevolezza di quello che sono. Delle ore passate sui libri, dell’impegno che ho messo nel preparare la materia. Il mio dovere l’ho fatto, come sempre. Se va male, non posso rimproverarmi proprio niente.
Sono piccolezze queste. Gesti, pensieri, parole che ormai ripeto meccanicamente: danno sicurezza, anche se lì per lì non ci crediamo abbastanza.
È così che sono arrivata fino a questo punto. Guardandomi dall’esterno con un occhio critico, a volte troppo severo; rendendomi conto, solo alla fine, che l’impegno, i sacrifici, la fatica, di norma vengono sempre ripagati e se non succede così – perché capita anche questo- la colpa non è certo mia. Io sono l’unica a sapere cosa c’è stato dietro ogni esame,quanto ho studiato, se troppo o troppo poco. Il risultato spesso è solo un numero, a volte neanche troppo soddisfacente, un casella piena in più nel libretto. Quando proprio va bene c’è la stretta di mano forte da parte del prof. o una proposta di tesi da parte loro.
L’assistente giovane pronuncia il mio nome. Mi alzo di scatto e la seguo, guardo il tipo troppo gentile che ricambia come per volermi dare forza. E poi mi siedo davanti a chi mi interrogherà, faccio un respiro profondo, stringo nella mano il ciondolo della nonna.
Le domande, una dietro l’altra. Le parole, le precisazioni, la memoria che galoppa. I sì con la testa, i gesti con le mani. I mezzi sorrisi, la storia che si ripete. I minuti che passano come fiumi, anche se non me ne accorgo, perché la stranezza degli esami sta nel fatto che quando sei seduta lì a parlare non hai la minima percezione del tempo che scorre.
Arriva la fine, l’assistente mi dice il suo voto. Verbalizza sul computer, scrive sul libretto.
Un’altra casella della mia raccolta punti piena. Alla fine ci danno il premio, diceva mia sorella.
Questa volta è l’ultima. Non ci saranno più altre svolazzanti firme frettolose, non ci saranno più numeri, date, nomi di materie.
Finisce qui.
Non ci saranno più le sveglie alle sei per il ripasso finale, né gli spruzzi del profumo degli esami sulla pelle. Non ci sarà più nessuno a fare del terrorismo fuori dalla porta.
Esco dall’aula, rivedo il tipo. Gli dico di star tranquillo, andando in controtendenza rispetto a chi ama distribuire ansia non richiesta. Riprendo le mie cose, poso il libretto tra gli appunti che finiranno nella differenziata tra poco. Osservo l’ultimo passo della tradizione che ho creato e rispettato negli anni: la diffusione della notizia.
Di solito scrivo un sms, metto solo il voto, il numero. Quando prendo la lode scrivo tutto per esteso. Mi sembra più bello. Questa volta il messaggio è lungo: aggiungo un “è finita”, con tanto di punti esclamativi. Lo inoltro, come sempre: alla mamma, a papà, alla sister, alla zia, agli amici. E poi mi gusto le loro reazioni, sempre le stesse. C’è chi chiama, c’è chi risponde a sua volta con un sms. C’è chi ti dice di andare a comprarti qualcosa di buono da mangiare, mentre gli amici ti propongono sempre di andare ad ubriacarti.
In realtà non faccio niente di tutto ciò, non ora.
Adesso sono spaesata, non ho realizzato ancora. Mi chiedono se sono felice. Dovrei esserlo.
Per essere felici di una cosa bisogna averne preso coscienza, cosa che io ancora non ho fatto.
Fa caldo, quasi mi sento mancare. Bevo una bottiglietta di tè freddo, lego i capelli. Metto gli occhiali da sole, torno al mio iPod.
La canzone che stavo sentendo, quando sono arrivata in facoltà, mi si ripropone nelle orecchie. Inizia da metà, ma ha un suono diverso.
Sa di libertà.
Anche se si tratta di una libertà vigilata da una tesi impegnativa.
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martedì 4 giugno 2013
C'era...
C’erano degli appunti da ripetere, un esame imminente da preparare. C’era la confusione nel tavolo e una candela dell’Ikea accesa alla mela e cannella, perché l’odore mi piace e forse riesce anche a conciliare la concentrazione. C’era una torta da preparare, da portare di sera agli altri. La ricetta sulla mensola, copiata frettolosamente dall’email ricevuta di un’amica.
C’erano le mandorle da macinare con la forza delle braccia,il burro da fondere cercando di non rimettere sentendo l’odore e gli ingredienti da assemblare. E poi un forno da riscaldare, una teglia da mettere dentro. Lo zucchero di canna, la farina, le uova. Il caos in cucina, perché se c’è una cosa su cui mia madre ha ragione da vendere è che quando cucino sembra che sia scoppiata una bomba.
Poi c’ero io che fissavo la torta cuocere in forno, con l’aria interrogativa di chi ha poca fiducia in se stessa. Io con lo spaghetto in mano, pronta ad immergerlo nella torta per verificarne la cottura.
Il tempo di raffreddarsi, di mandare le foto a casa come prova del fatto che ogni tanto cucino qualcosa di diverso dalla pasta al sugo. Il tempo di sentirsi dire che è la prima volta che la fai, basta il pensiero, il che suona molto come l’annuncio di un piccolo, ennesimo, fallimento culinario. Ma chi se ne frega.
Il tempo di un pomeriggio passato di nuovo a studiare e si fa sera.
Si fa sera e c’è da andare, da mettersi la giacca, i jeans, le converse, sciogliere i capelli e uscire da casa.
Poi la velocità dei miei piedi, i saluti agli amici, le presentazioni.
C’era un tavolo pieno di roba, c’era da mangiare ma non c’era la fame.
C’ero io a guardare gli altri addentare il dolce, aspettandomi che lo sputassero da un momento all’altro.
E invece no, non è successo.
È successo che sono andati matti per quei pezzetti marroni e dolci.
È successo che mi hanno chiesto la ricetta.
È successa una piccola cosa bella e inaspettata.
Io devo cucinare più spesso per loro, loro sì che apprezzano. Mica come voi, ingrate.
È quello che scrivo alla mamma quando torno a casa. La mia è tutta ironia da cogliere.
E poi c’era lui, il trentenne in carriera, in giacca e cravatta. Lui che è letteralmente impazzito per la mia torta.
Ma chi se ne frega se ne mangio troppa! Ne prendo ancora un pezzo, se non vi dispiace.
Lo guardo e non mi sembra vero. Vedere la gente sana mangiare di gusto senza preoccuparsi delle calorie mi rassicura. È confortante.
Sorrido io, sorride la mia timidezza. Probabilmente arrossisco anche, perché troppi complimenti mi imbarazzano, anche se fanno bene.
C’erano le sue domande sulla mia vita, le mie sulla sua. C’era da scoprire che siamo tanto simili quanto diversi, che abbiamo qualcosa in comune. C’era da imparare,da prendere un po’ del suo coraggio per fare quello che nella vita si desidera. La solita paura del futuro, da scaricare su qualcuno anche solo per una serata, il dire che io non voglio perdere tempo, non voglio stare ferma o buttarmi su qualcosa per poi pentirmene.
Hai solo ventitré anni, hai una vita davanti.
C’era un orologio al polso ormai ossuto che segnava le ventitré. C’era da tornare a casa, c’era lui che oh, ma guarda un po’, a parlare con delle colleghe si fa tardi senza accorgersene.
Colleghe, forse sì. Forse no.
C’era ancora un pezzo di torta, l’ultimo. C’era che doveva essere suo.
Torno a casa con le briciole dentro la teglia. Briciole di sorrisi, di risate. Briciole di occhi pieni di luce. Di gioventù che ha le idee chiare in testa e che vuole raggiungere i propri obiettivi. Briciole di determinatezza, di ottimismo, di convinzione.
Briciole di tutto ciò che, in fondo, serve anche a me.
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venerdì 24 maggio 2013
Di aulestudio tradite
Ho tradito l'aula-studio. Quella lì, sì. La mia seconda casa. Quella di cui vi ho tanto parlato (probabilmente anche scocciato), in cui ho passato intere giornate per anni. Ho tradito i tavoli bianchi sui quali ho preparato esami su esami. Ho tradito le quattro mura che mi hanno vista leggere, sottolineare, scrivere, ripetere fino a non avere fiato. Gli stessi che hanno ascoltato le conversazioni infinite con le mie amiche.
L'ho tradita perchè qui non si riesce più a studiare. O meglio, io non riesco più a studiare. Non ci riesco io e non ci riesce neanche più la mia amica.
E quindi qualche giorno fa abbiamo deciso di emigrare. Abbiamo raccolto le nostre borse -che più che borse ormai sono valigie- e siamo andate altrove. Nuovi posti, nuove facce (mica tanto), nuovi orari, nuovo tutto.
E lì io riesco a studiare davvero. Come un tempo, con la stessa resistenza dei primi anni. Si fanno le sette senza che io me ne accorga, riesco a concludere tutti i miei programmi senza troppi sforzi.
Sarà che lì ho ri-trovato l' "Ispirazione"?
Oggi pomeriggio, però, sono tornata nell'aula-studio di sempre. Non so neanche io perchè, sono uscita da casa e invece di andare a destra, sono andata a sinistra. D'impulso.
Sono qui dalle tre e non ho combinato nulla. Ho aperto i miei appunti, tirato fuori evidenziatori, penne, matite. Ho acceso il pc sperando di scrivere qualche riga di tesi e invece non ho concluso niente.
Ho anche mangiato un po' di cioccolato, chè si sa: aiuta alla concentrazione.
Alla concentrazione, sì. Alla concentrazione di chili in vista della prova costume.
Ho deciso di tornare a casa, malinconica, un po' triste, insieme a questo vento che ha proprio rotto tutto ciò che si può rompere. Torno a casa con i sensi di colpa per aver sprecato un intero pomeriggio quando di tempo da perdere proprio non ne avrei.
Ma domani va meglio, sicuro. Domani torno lì dove c'è l'Ispirazione.
E se tornasse anche il sole, allora sì, sarebbe tutto perfetto.
L'ho tradita perchè qui non si riesce più a studiare. O meglio, io non riesco più a studiare. Non ci riesco io e non ci riesce neanche più la mia amica.
E quindi qualche giorno fa abbiamo deciso di emigrare. Abbiamo raccolto le nostre borse -che più che borse ormai sono valigie- e siamo andate altrove. Nuovi posti, nuove facce (mica tanto), nuovi orari, nuovo tutto.
E lì io riesco a studiare davvero. Come un tempo, con la stessa resistenza dei primi anni. Si fanno le sette senza che io me ne accorga, riesco a concludere tutti i miei programmi senza troppi sforzi.
Sarà che lì ho ri-trovato l' "Ispirazione"?
Oggi pomeriggio, però, sono tornata nell'aula-studio di sempre. Non so neanche io perchè, sono uscita da casa e invece di andare a destra, sono andata a sinistra. D'impulso.
Sono qui dalle tre e non ho combinato nulla. Ho aperto i miei appunti, tirato fuori evidenziatori, penne, matite. Ho acceso il pc sperando di scrivere qualche riga di tesi e invece non ho concluso niente.
Ho anche mangiato un po' di cioccolato, chè si sa: aiuta alla concentrazione.
Alla concentrazione, sì. Alla concentrazione di chili in vista della prova costume.
Ho deciso di tornare a casa, malinconica, un po' triste, insieme a questo vento che ha proprio rotto tutto ciò che si può rompere. Torno a casa con i sensi di colpa per aver sprecato un intero pomeriggio quando di tempo da perdere proprio non ne avrei.
Ma domani va meglio, sicuro. Domani torno lì dove c'è l'Ispirazione.
E se tornasse anche il sole, allora sì, sarebbe tutto perfetto.
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sabato 19 gennaio 2013
Memorie - Delusione
Delusione. Una parola di media lunghezza. Nove lettere, una dietro l’altra. Poco più lunga di speranza, ma sempre più corta di frustrazione.
A pronunciarla ci metto un istante, a metabolizzarla di più.
La delusione ha il sapore di una bastonata sulla schiena quando sei in piedi a guardare le stelle.
La delusione è quella mano cattiva e violenta che ti svuota il sacco pieno di buoni propositi.
La delusione è quello sguardo di ghiaccio, quel no con la testa, quella penna che scrive quello che non avresti mai pensato.
E’ una croce sopra le fatiche costate care. È piegarsi, è cadere a terra.
È sbattere la testa contro il muro quando correvi verso il tuo obiettivo.
La delusione è quella cosa che ti porta a trascorrere mezza giornata tra letto e divano, con gli occhi gonfi e il mal di testa perché hai pianto troppo, neanche fosse successa una tragedia.
La delusione sa di fallimento.
La delusione è un fallimento.
Hai fallito. Game over.
No, aspetta.
Guardalo il bicchiere, quando le lacrime sono finite e la vista torna chiara.
Guardalo, quel maledetto bicchiere, quando ritorni tu ad essere Chiara.
Lo vedi?
Non è vuoto. È pieno, anche se solo per metà.
È pieno, sì. Dentro, in fondo, c’è di tutto.
Ci sono gli amici che ti hanno tempestato di telefonate e messaggi. Quelli vecchi e quelli nuovi. C’è tua sorella che vale più dell’oro di tutto il Mondo messo insieme.
Le persone che ti vogliono bene, quelle che credono in te. Quelle che sanno quanto vali, come sei.
Sono i tuoi fedeli spacciatori di forza.
E allora sì. Fatemi rimanere un altro po’ tra il letto e il divano, col plaid rosso addosso. Ché io si sa, tremo sempre un po’ per il freddo …
Tra un po’ mi alzo, ve lo prometto. Mi sciacquo la faccia con l’acqua gelata e torno in me.
E se non dovesse bastare, mi prendo anche a schiaffi un po’. Così mi devo riprendere per forza.
Al massimo ci dormo su, magari la notte porta consiglio e cura tutti i mali.
E poi domani ricomincio da capo. Butto via tutto, nella differenziata.
Differenzio sempre tutto io. Le bottigliette nel cesto della plastica, le pagine scritte a penna che non servono più in quello della carta, insieme alle riviste lette.
Questa volta uso dei contenitori diversi.
Quello sguardo di ghiaccio lo getto nel nero, insieme a quelle cose che più passa il tempo e più fanno schifo per il fetore che emanano. È lì il suo posto, lo sanno tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui.
Quelle carte inutili finiscono nel blu. Ma prima di gettarle via le spezzo bene. Le strappo, ad una ad una.
Ed ogni volta che sentirò un foglio farsi a mille pezzi proverò un brivido di piacere, lungo la stessa schiena che la delusione ha preso a bastonate, all’improvviso.
Farò tutto con calma, lentamente.
Metterò qualcosa di pesante addosso - per non tremare- ed uscirò di casa.
E sono sicura di una cosa.
Sono sicura che quando rientrerò, quel bicchiere sopra al tavolo bianco e nero tornerà ad essere pieno.
Sì, proprio quello che stava per rovesciarsi nella caduta, quello di vetro, quello che stava per frantumarsi in mille pezzi.
Ci vuole pazienza.
Ci vuole un respiro profondo per non impazzire (cit.).
[E' un periodo un po' più pieno e incasinato del solito. Passerò dai vostri blog, poco alla volta. Promesso!]
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domenica 7 ottobre 2012
Pensieri del venerdì sera
Finisce dunque un’altra giornata di lezioni, di autobus, di posti sempre pieni. Di musica nelle orecchie, di gente pazza che incontro solo io. Finisce una giornata col buio che avanza, con i piedi mezzi tagliati dalle ballerine scomode e il trucco sbiadito.
Mentre cammino verso casa, col passo sempre un po’ troppo veloce, pregusto la cena di stasera, che non è certo fenomenale, ma per lo meno riuscirà a placare la mia fame del momento. Penso a quando toglierò i jeans per infilare la mia tuta comoda; a quando legherò i capelli dimenticandomi di averli. Penso a quando accenderò la tv e scoprirò che non c’è niente di interessante.
Penso al tipo che stamattina rideva di gusto alle nostre battute, senza neanche conoscerci. A quell’altro che girava tranquillamente per i corridoi con la maglietta messa al contrario.
Penso anche ad un messaggio, quello della mia amica. Stamattina mi ha scritto di un sogno fatto, quello della sua vita tra dieci anni. Ha detto che c’ero anche io, che non mi anticipa cosa facevo.
“Ti dico solo che eri una grande e che lo sarai”.
Mi ha messo curiosità. Cos’avrei potuto fare io tra dieci anni? Io che al momento una delle mie paure più grandi è quella di svegliarmi il giorno dopo della laurea e non sapere cosa fare, dove andare e perché farlo. Io che non so neanche a quale prof chiedere la tesi, mentre c’è tanta gente che ha già iniziato a scriverla. Io che mi guardo intorno e non so se sono nel posto giusto. Io e i miei sogni sbiaditi e incerti.
Io che penso di non sapere fare nulla; che da un anno a questa parte, il sabato mattina vado a fare la spesa al centro commerciale con il mio CV in borsa, pronta a destinarlo al primo negozio nella cui vetrina c’è il cartello “cercasi commessa” e non capisco perché chi ha un lavoro del genere si lamenti perché tocca lavorare anche la domenica. Non che il mio sogno sia quello di fare la commessa, ma l’idea di mantenermi anche solo un minimo da sola non mi dispiace affatto.
Il messaggio finiva con un “noi eravamo sempre lontane, ma la distanza non aveva avuto alcun effetto sulla nostra amicizia”.
Il che è più che un sollievo. In un mare di incertezze, conosco per fortuna le persone su cui posso contare. So che oggi c’è lei; so che se oggi rispetto la sua amicizia (e lei rispetta la mia), allora la troverò al mio fianco anche domani.
Così faccio un ragionamento veloce. In fondo, chi lo sa, forse la mia vita funziona davvero un po’ come questa amicizia. Se mi rispetto oggi, se faccio quello che realmente voglio fare, se non mi accontento, se seguo i miei piccoli sogni, forse domani sarò soddisfatta di quello che ho fatto ieri.
In fondo la vita di ognuno è fatta di ieri, di domani e soprattutto di oggi. È fatta di piccole cose.
Senza accorgermene sono già arrivata al portone. La vicina di casa che incontro lì davanti mette punto a questi pensieri forse un po’ stupidi e scontati. In fondo ho partorito una cosa ovvia. La differenza, però, sta nel fatto che per una volta sono convinta di quello che penso.
[Comunicazione di servizio: date un'occhiata all'iniziativa di Marco: Foglie sulla neve]
lunedì 17 settembre 2012
Che sia una buona settimana, almeno per voi!
La mia settimana non inizia nel migliore dei modi. Sono a letto, incapace di mettermi in piedi senza farmi girare la testa e farmi venire la nausea. Niente di grave, per fortuna. Stamattina avrei dovuto sbrigare un bel po’ di cose in vista del mio rientro. Ho fatto una lista apposita, speravo di cancellare diverse voci entro stasera. Cosa che non è avvenuta. Ed è tutto rimandato a domani, forze permettendo.
Da questa postazione riesco a fare ben poco. Mi scoccia molto stare anche solo un giorno così. Ogni tanto do un’occhiata alla finestra, a tratti c’è il sole. Avrei voluto camminare per un paio di chilometri, oggi pomeriggio.
C’è il Gatto a farmi compagnia, acciambellato sulla sedia di fianco. Come farò senza di lui tra qualche giorno? Lui che con la sua figura discreta riesce ad essere più presente di un umano. Lui che quando sei triste per qualcosa non ti lascia un attimo sola.
Mi hanno chiamato le mie “amiche del nord”. Dicono che su è ormai autunno, che bisogna uscire di casa con le giacche se non si vuole rischiare un raffreddore. E così penso che la mia valigia sarà veramente leggere questa volta, almeno quanto a vestiti. Credo sia altamente inutile portare su la roba estiva.
Mia madre ha iniziato a mettermi da parte un sacco di cose. Mi ha comprato una caffettiera con un cuore e con il manico rosso. Mi metterà un po’ di allegria la mattina presto. Mi ha dato il nullaosta per curiosare nel suo armadio e prendere tutto quello che voglio. Ho adocchiato un vestitino di velluto nero niente male, un po’ vintage. Credo che partirà con me.
Oggi qui è iniziata la scuola. Stamattina c’era un po’ di trambusto in casa, mio fratello inizia il suo terzo anno di liceo e se ci penso, sembra ieri che ha concluso con le scuole medie.
Non ce l’ho fatta neanche ad accompagnarlo alla porta di casa, ma in compenso, a pranzo, gli ho fatto un po’ di compagnia. Mi ha raccontato dei nuovi prof, gli stessi che ho avuto io tempo fa.
Ecco, forse è arrivata l’ora di chiudere qui questo post poco entusiasmante.
Vi auguro una buona settimana!
sabato 8 settembre 2012
La mia prima settimana di settembre
Quella che sta per finire è stata una settimana di pioggia e di fresco, di temporali violenti e carichi di acqua che ti sorprendono inaspettatamente mentre ai piedi hai giusto dei sandali del tutto inadatti (e ovviamente in borsa non hai l’ombrello).
Una settimana di arrivederci, di amiche e di sorelle per le quali le vacanze sono ormai un ricordo. Ho sentito parlare di autostrade, di code, di ritardi, di malinconie da rientro. Ho pensato che tra dieci giorni tutto questo tocca a me e ho storto un po’ il naso. Sì, perché se fino all’anno scorso mi faceva piacere, di questi tempi, pensare all’autunno come la stagione in cui tutto torna regolare e monotono, adesso non è più così.
Me le sono godute tutte, queste vacanze. Dall’inizio alla fine, in ogni piccolo attimo. Ho fatto di tutto, non mi sono per niente annoiata.
“Non ti avevo riconosciuta” è stata la frase che mi è stata rivolta più spesso da gente di ogni tipo, con gli occhi pieni di stupore. Sono cambiata, sono diversa rispetto all’anno scorso. Forse sono anche più felice.
Poi ci si mettono anche le buone notizie, quelle che aspetti da un’estate intera. Quelle situazioni ingarbugliate che ti scombinano troppo, talmente tanto intricate da arrivare a non sperare neanche più in una loro soluzione. Non so se effettivamente questa storia ha il suo lieto fine; so solo che finalmente ha preso il verso giusto.
Una settimana di incontri, di papà che finalmente riesce a trovare quella serata libera per vederci. La consapevolezza che, inutile illudersi, niente è più come prima.
Il ritrovarsi, per un caffè lungo due ore e mezza, con una vecchia compagna delle scuole elementari; parlare di ogni cosa, scoprire che gli animi buoni, fortunatamente, ogni tanto rimangono tali nel tempo.
Assistere allo spettacolo teatrale dell’amico attore, stupirsi ancora una volta per la sua bravura, ripetersi silenziosamente in testa che i talenti non vanno mai sprecati e festeggiare tutti insieme con un po’ di spumante.
Stare insieme, noi tre fratelli, la sera prima della partenza della sorella maggiore. Mangiare insieme una brioche col gelato e prenderci in giro come abbiamo sempre fatto.
È tornato il sole quaggiù. La settimana finisce così.
... Inutile dirvi che spero ancora in qualche altro giorno di mare.
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giovedì 30 agosto 2012
Una sera tra amici
Pensate ad una sera di fine agosto, di quelle con il cielo pieno di stelle, illuminata da una Luna riflessa sul mare. Pensate a tre vecchie compagne di liceo, di quelle che si separano, che prendono strade diverse, vanno a vivere in città diverse, ma che nelle vacanze si ritrovano sempre, fosse anche solo per una serata.
Pensate ad una macchina verde, ad una ragazza che sa guidare ma che non conosce le strade, all’altra sprovvista di patente ma che ha il senso dell’orientamento di un tomtom; all’altra ancora, seduta dietro, che anima i trenta chilometri di percorso raccontando le sue avventure romane.
Pensate ad una località di mare, ad una festa di paese, alla musica popolare. Ai balli, di quelli che anche se sei timida, prima o poi finisci per buttarti in mezzo a quella gente saltellante, fosse anche solo con il pensiero.
Immaginatele davanti ad un gelato troppo buono, ad una macchina fotografica pronta a farti ricordare le belle serate durante l’ inverno, sotto il piumone, quando la stanchezza da fine giornata ti porterà a non muoverti da un divano comodo.
Pensatele tornare a casa, con il sorriso in faccia, il sapore della spensieratezza, l’allegria nel cuore.
Ecco: mi basta poco per essere felice e mi basta scrivere di certe emozioni vissute per ricordarmele meglio, per godermele ancora di più.
mercoledì 15 agosto 2012
Buon Ferragosto
Un divano diviso con un Gatto nero che dorme ai miei piedi, nella stanza più fresca e silenziosa della casa,la pelle ancora calda del sole preso in mattinata, il colorito di una brasiliana, un imbarazzante vestitino con la angurie rosse a forma di cuore, la pancia tragicamente piena delle buone pietanze delle cuoche di casa, due maledetti chili in più rispetto ad un mese fa, un cellulare che non squilla da un po’ al mio fianco: ecco, questo è il mio Ferragosto. Per il resto della giornata è previsto, in ordine: un aperitivo in un posto possibilmente poco affollato, un cinema all’aperto e il seguito è un mistero. Sono nella mani dei miei amici, chi lo sa cosa hanno in mente di fare. Ho proposto loro un bagno di mezzanotte che si tramuterà magicamente in bagno delle tre di notte, visti i nostri orari soliti. Quest’anno non ho ancora provato il brivido dell’immergersi in acqua a notte fonda e del godersi il mare nero.
Di solito passavo il Ferragosto nella casa in campagna, con papà. Preparava la griglia sulla quale arrostiva la carne, da mangiare rigorosamente con il chimichurri di sopra, all’argentina. Tutto ciò fino a due anni fa, dopo di che il nulla.
Oggi la spiaggia era fin troppo affollata di turisti, il mare calmo al punto giusto. Ero intenta a prendere il sole, sdraiata sul mio telo, immersa in quei pensieri di troppo, quando ho sentito una bambina urlare e piangere come se chissà cosa le avessero fatto. A quanto pare era stata vittima di una medusa, la poveretta. Urla a non finire, pianti isterici, forse più per lo spavento che per il dolore, tutto ciò per almeno tre quarti d’ora. Segue dunque la caccia alla medusa assassina, avvenuta per opera di un tizio che, armatosi di materassino rosa, paletta e secchiello di Hello Kitty, ha iniziato la sua impresa.
Caccia durata un quarto d’ora circa, conclusasi con il suddetto eroe che sbarca a riva orgoglioso di se stesso e depone il cadavere della medusa in spiaggia, intorno al quale, in un tempo pari a neanche due minuti, si riunisce un capannello di gente in costume da bagno che si abbandona a commenti idioti e qualunquisti di ogni tipo.
Infine i genitori della bambina vittima della medusa (che intanto non ha smesso di urlare) decidono di far vedere alla loro pargola l’autore del misfatto. Si avvicinano al corpo e le dicono “Vedi, Gaia, è lei che ti ha fatto la bua!”. E fu così che magicamente Gaia smise di piangere, con sommo gaudio della sottoscritta.
Ecco, questo è il resoconto del mio Ferragosto vissuto fino alle cinque del pomeriggio. Avvincente come non so cosa.
Il Gatto si è svegliato, si è stiracchiato, mi ha guardata ed è tornato a dormire. Il caffè è pronto. Col vostro permesso,io vado a berlo e ve ne offro virtualmente una tazzina.
Buon Ferragosto!
PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca.
PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca.
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martedì 31 luglio 2012
Notizie di Chiara
Sono assente dal blog da più di dieci giorni: purtroppo non ho avuto modo di scrivere alcun post, anche se avrei voluto farlo. Rileggendo l’ultimo pubblicato, mi sono ritrovata a stupirmi pensando a quante cose siano successe in così poco tempo. Sorrido un po’ dei miei dubbi e delle mie paure e realizzo ancora una volta che certe volte dovrei solo respirare profondamente e stare più calma.
Sono tornata a casa da un bel po’ di giorni. Tutto è rimasto come l’avevo lasciato. Il mare è quello di sempre, blu come nessun altro al mondo. I tramonti, le onde che muoiono a riva, le strade in cui sono cresciuta mi emozionano come hanno sempre fatto, allo stesso identico modo.
Le mie amiche della mia città università sono venute a trovarmi qui, mi hanno fatto compagnia per una settimana. Era la prima volta che questa casa ospitava qualcuno che non fosse un parente. Ho fatto conoscere loro la mia culla, i posti che mi hanno visto crescere. Abbiamo passato intere giornate fuori casa, a prendere il sole in spiaggia o a camminare per le strade della mia piccola città.
Arrivavamo a casa che era quasi l'alba e nonostante il cuore mi dicesse di mettermi a scrivere, la stanchezza mi portava ad infilarmi un pigiama e a mettermi a letto. Ho provato sensazioni diverse, strane, nuove. Le ho lasciate fare confusione dentro la mia testa per un po’, ma adesso che sono qui, al sicuro nel silenzio della mia stanza arancione, sono pronta a riversarle tutte in questo foglio bianco.
Vedere due piccoli mondi congiungersi (quello del posto in cui sono cresciuta e quello della mia città universitaria) mi ha fatto uno strano effetto. È stato bello vedere per la prima volta i miei amici tutti insieme, quelli vecchi e quelli nuovi. Li osservavo mentre si guardavano, mentre ispezionavano i loro visi. Mi sembrava di poter leggere nei loro pensieri. Le loro risate mi hanno riempito il cuore, mi hanno fatto sentire ricca e più forte. Credo che incontrandosi, conoscendosi a vicenda, i miei amici abbiano scoperto qualche lato in più della mia persona.
Sono stata contenta di vederli aggiungersi su Facebook, di promettersi un futuro nuovo incontro. Mi scopro addirittura a provare una specie di piacere nel notare la loro sorta di malinconia, adesso che son tornate in città. È una prova ancora più lampante di come sia riuscita a farle stare bene qui.
Per il resto, sono stata vittima di piccoli incidenti quotidiani. Al momento ho un’ustione (probabilmente di secondo grado) sulle gambe, un herpes sul labbro e un gomito dolorante.
Ma io ci sorrido su.
sabato 21 luglio 2012
Chissà...
La valigia è pronta, è piena come un uovo. La classica idea era quella di partire lo stretto necessario, ma temo di avere una sorta di percezione distorta del concetto.
Manco da casa da qualcosa come tre mesi e una settimana. Sono pervasa dalla voglia di partire e da quella di restare: è che, come sempre, i cambiamenti mi destabilizzano un po’.
Temo che qualcosa sia cambiato con i miei amici di sempre, temo di finire con il non sopportare la gente che mi sta attorno. Ma in fin dei conti so che sta tutto nel riadattarsi, nel ritrovarsi. È questione di poco, anche se adesso mi sembra chissà cosa.
Chissà cosa dirà mia madre appena mi vedrà. Chissà quanto sarà cresciuto mio fratello. Chissà se mio padre troverà mezz’ora della sua vita nelle prossime settimane per incontrarmi. Chissà se il Gatto mi riconoscerà subito o dovrà annusarmi un po’ prima di fare le fusa.
Chissà quanto sarà bella la mia stanza arancione, la sera, con la luce rilassante del tramonto. E chissà quanto affollata sarà, quest’estate, la mia piccola città. Se il mare sarà azzurro, le spiagge bianche, se trovare un parcheggio diventerà un’impresa impossibile.
Chissà cosa faremo, per divertirci, io e i miei amici. Chissà se i cornetti delle quattro del mattino saranno buoni come gli altri anni.
Chissà quanta gente, vedendomi, mi rivolgerà, in un solo colpo, la classica domanda “quandoseiarrivata-quandoriparti-quantoseibianca-quantiesamitimancano”. Chissà quale sarà la colonna sonora della mia estate; se un momento dopo il mio arrivo non mi venga subito voglia di tornare qui.
Chissà quanto mi mancherà, se mi mancherà, questa città caotica, quei corridoi e quel volto sul quale ho lasciato un piccolo pezzo di cuore.
Non lo so, non so niente. So solo che tra un paio di ore si parte e che mille chilometri più a sud di qua c’è qualcuno che mi aspetta a braccia aperte.
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giovedì 12 luglio 2012
Di giornate che non vanno come speri
… E poi ci sono le giornate come queste, in cui ti svegli con il cuscino bagnato di sudore, i capelli più scombinati del solito e la faccia sconvolta come se non avessi chiuso occhio tutta la notte. La casa è vuota perché B. ha un esame ed è uscita prestissimo. Le ho dato l’in bocca al lupo mentre dormivo, ma le mando lo stesso un messaggio, casomai me lo fossi sognato e non l’avessi fatto nella realtà.
Giù dal letto, in piedi, doccia altrimenti non mi sveglio. Colazione solitaria con l’unica cosa di commestibile che c’è in casa: uno yogurt, ai frutti di bosco tra l’altro. Parentesi: ma chi compra volontariamente lo yogurt ai frutti di bosco? A me capita di mangiarlo solo quando lo trovo,per caso, nei pacchi sfigati da otto. Non mi sognerei mai di acchiappare una confezione da due ai frutti di bosco, dal banco frigo della Coop.
Un cucchiaino dietro l’altro e riesco a vedere il fondo del vasetto.
Apro l’armadio e come sempre penso di non avere niente da mettere. Alla fine opto per jeans e maglia nera, rendendomi conto solo appena uscita che il nero mi fa sembrare più bianca di quello che sono. Potrei illuminare una camera buia, sembro fosforescente.
Caffè con tanto di cuore disegnato col cacao al bar di fiducia e mattinata in aula studio con N. ad aspettare un’apparizione, a sperare in un’intercessione divina, in una forza soprannaturale che portasse lì tra quei corridoi pieni di noia proprio colui il quale ha fatto notare la sua assenza nei tre giorni precedenti. Miracolo che non è avvenuto, come sempre.
Poi la pausa pranzo, a casa. Alle tre sono di nuovo fuori, direzione aula studio, sotto il sole cocente.
Temo quasi che i miei sandali si fondano a contatto con l’asfalto rovente.
Domani io e N. abbiamo un esame.
Passiamo il pomeriggio a ripetere e a sorridere della nostra presunta ignoranza.
Poi ad un tratto riappare colui il quale distrae la mia testa dallo studio da un mese abbondante a questa parte.
… E quindi al terzo giorno resuscitò, in tutto il suo splendore. Ma invece della tunica bianca, addosso ha la maglia blu di Superman.
Ci vede, ride, “Sempre qua voi due!”. Noi si, sempre qua. A quanto pare ci divertiamo a passare giornate intere qua dentro. Ma tu dove sei stato tutto ‘sto tempo?
Due secondi per parlare l’ennesima volta di esami e di date di appelli. Sa che domani ne abbiamo uno, dà l’in bocca al lupo, augura buono studio ed entra nella sua sala solita.
Venti minuti dopo esce, con lo zaino in spalla. L’ha chiamato un’amica, la raggiunge per studiare insieme.
“Buono studio ragazze”.
Come se fosse facile studiare quando tu non ci sei. Come se fosse facile studiare sapendo che l’esame è domani e che tu preferisci stare con la tua amica e non qui a due passi da me.
Mi sono scocciata di sentirmi augurare buono studio all’infinito, come se non ci fosse nient’altro al mondo di cui parlare. Mi sono scocciata di scorgere sorrisi furtivi tra una pausa e l’altra. E vai pure dalla tua amica, “buono studio anche a te”, idiota.
Alle sei torno a casa, immersa nei miei pensieri, felice ed entusiasta come un becchino che presta servizio il giorno del suo compleanno. Sul portone qualcuno ha attaccato una foto in bianco e nero con su scritto qualcosa. La guardo bene, è la mia vicina di casa. A quanto pare oggi si è laureata.
E basta. La mia giornata finisce così, con gli appunti sparsi sul tavolo, una bottiglia d’acqua a metà e una borsa da sistemare. Un computer su cui scrivere, un pantaloncino ridicolo a fiori e una canottiera nera. Con un sms della mamma che ti dice che siamo la cosa più bella della sua vita; col pensiero che magari avresti voluto che queste parole te le avesse dette anche qualcun altro. Con la constatazione del fatto che la vicina di casa neolaureata sui tacchi non ci sa proprio camminare. Con la consapevolezza di non sentirsi molto pronti all’esame di domani e un inusuale menefreghismo che mi porta a pensare che poi in fondo non me ne fotte un cazzo se non va come penso.
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domenica 29 aprile 2012
Buonanotte
Questo film non è stato neanche il massimo. Una commedia un po’ stupida e pseudo divertente, di quelle che dovrebbero fare ridere, le cui battute ti fanno letteralmente piegare in due. Un film comico, insomma. Un’americanata. Non è proprio il mio genere, ma si sa che non bisogna essere troppo inquadrati, che guardare qualcosa di diverso ogni tanto fa anche bene. The end, film finito. Sono sul divano della mia casetta universitaria con le due persone con cui ho legato di più in questi quasi quattro anni. Ai nostri piedi ci sono una busta semi vuota di patatine marchio Conad e tre ciotole di macedonia finite. Rimaniamo un bel po’ a parlare del più e del meno,in particolar modo di tutte le catastrofi sentimentale che si stanno attualmente abbattendo contro le loro vite.
Verso mezzanotte una di loro decide che ha voglia di mangiare un cornetto caldo. Ci mette qualcosa come dieci minuti e convincere me e l’altra ad alzarci dal comodo divano e seguirla. Io sono in tuta, presentabile solo per loro due che ormai sono di casa, impresentabile per il resto del mondo. Mi lascio convincere, trasportare dall’entusiasmo e dalla fame della mia amica e così esco di casa in versione barbona: converse, tuta blu suora e giacchetta grigia. Senza neanche la borsa, senza un filo di trucco. Orrenda.
Chi vuoi che incontri a quest’ora per le vie di questa città?
Ci chiudiamo il portone alle nostre spalle e ci incamminiamo verso il posto di perdizione che ci regalerà centinaia di calorie sottoforma di cornetto al cioccolato. L’aria è fresca e un po’ frizzante, per le vie incrociamo qualche macchina e i soliti perditempo che stazionano sotto i portici e che senza alcun briciolo di dignità si permettono il lusso di chiamarti “bella” come se fossi sua sorella.
Arriviamo dunque al nostro forno. Un posto piccolissimo situato nei pressi di una piazza importante,al centro della quale c’è un bar per fighetti assurdi dove si arriva a pagare un caffè anche due euro. Un negozio che stona quindi con l’ambiente vicino.
C’è un odore di pane appena sfornato buonissimo: potrei stare delle ore qui dentro a godermi questo profumo. E’ inebriante, è magnifico. Mi ricorda la strada dove abitava mia nonno: sotto casa sua c’era un forno; la mattina riempiva tutta la via dei suoi fantastici odori.
Il tipo del forno è quasi caratteristico: ha una maglia blu che mette in risalto la grande pancia, dei pantaloncini corti grigi, le calze nere e gli zoccoli rossi. Lo guardiamo mentre inforna una teglia enorme con dei panetti bianchi rotondi. E’ molto indaffarato e credo che non ci abbia neanche viste. Poi si rende conto della nostra presenza e viene a servirci. La mia amica ha una gran fame e chiede una pizza. Lui la taglia attentamente, la avvolge in una carta bianca e gliela porge. Poi prendiamo i nostri cornetti ancora caldi di forno e paghiamo.
Il fornaio ci saluta sorridente (e non ci fa lo scontrino). Augura la buonanotte. Per un attimo lo fisso: nessun commerciante mi ha mai augurato una buona notte, neanche alle tre del mattino. Sarà che è un augurio delicato, quasi intimo. Non è come dire buongiorno o buona sera. La buonanotte te la può augurare tua madre, il tuo ragazzo, i tuoi amici quando ti salutano dopo una serata passata insieme.
Buonanotte te lo può dire chi ti conosce. Non te lo dice certo il buttafuori di una discoteca o il cameriere del bar dove hai passato la serata. Buona notte è un augurio importante.
Usciamo da quel posto, mangiamo le nostre prelibatezze sedute in una panchina. Tre quarti d’ora dopo sono di nuovo sotto casa, davanti al portone. Una bacio alle mie amiche, un abbraccio veloce. Un “ci vediamo domani”. Metto le chiavi nella toppa e mi giro da loro. “Mi ero dimenticata … Buonanotte ragazze!”.
Verso mezzanotte una di loro decide che ha voglia di mangiare un cornetto caldo. Ci mette qualcosa come dieci minuti e convincere me e l’altra ad alzarci dal comodo divano e seguirla. Io sono in tuta, presentabile solo per loro due che ormai sono di casa, impresentabile per il resto del mondo. Mi lascio convincere, trasportare dall’entusiasmo e dalla fame della mia amica e così esco di casa in versione barbona: converse, tuta blu suora e giacchetta grigia. Senza neanche la borsa, senza un filo di trucco. Orrenda.
Chi vuoi che incontri a quest’ora per le vie di questa città?
Ci chiudiamo il portone alle nostre spalle e ci incamminiamo verso il posto di perdizione che ci regalerà centinaia di calorie sottoforma di cornetto al cioccolato. L’aria è fresca e un po’ frizzante, per le vie incrociamo qualche macchina e i soliti perditempo che stazionano sotto i portici e che senza alcun briciolo di dignità si permettono il lusso di chiamarti “bella” come se fossi sua sorella.
Arriviamo dunque al nostro forno. Un posto piccolissimo situato nei pressi di una piazza importante,al centro della quale c’è un bar per fighetti assurdi dove si arriva a pagare un caffè anche due euro. Un negozio che stona quindi con l’ambiente vicino.
C’è un odore di pane appena sfornato buonissimo: potrei stare delle ore qui dentro a godermi questo profumo. E’ inebriante, è magnifico. Mi ricorda la strada dove abitava mia nonno: sotto casa sua c’era un forno; la mattina riempiva tutta la via dei suoi fantastici odori.
Il tipo del forno è quasi caratteristico: ha una maglia blu che mette in risalto la grande pancia, dei pantaloncini corti grigi, le calze nere e gli zoccoli rossi. Lo guardiamo mentre inforna una teglia enorme con dei panetti bianchi rotondi. E’ molto indaffarato e credo che non ci abbia neanche viste. Poi si rende conto della nostra presenza e viene a servirci. La mia amica ha una gran fame e chiede una pizza. Lui la taglia attentamente, la avvolge in una carta bianca e gliela porge. Poi prendiamo i nostri cornetti ancora caldi di forno e paghiamo.
Il fornaio ci saluta sorridente (e non ci fa lo scontrino). Augura la buonanotte. Per un attimo lo fisso: nessun commerciante mi ha mai augurato una buona notte, neanche alle tre del mattino. Sarà che è un augurio delicato, quasi intimo. Non è come dire buongiorno o buona sera. La buonanotte te la può augurare tua madre, il tuo ragazzo, i tuoi amici quando ti salutano dopo una serata passata insieme.
Buonanotte te lo può dire chi ti conosce. Non te lo dice certo il buttafuori di una discoteca o il cameriere del bar dove hai passato la serata. Buona notte è un augurio importante.
Usciamo da quel posto, mangiamo le nostre prelibatezze sedute in una panchina. Tre quarti d’ora dopo sono di nuovo sotto casa, davanti al portone. Una bacio alle mie amiche, un abbraccio veloce. Un “ci vediamo domani”. Metto le chiavi nella toppa e mi giro da loro. “Mi ero dimenticata … Buonanotte ragazze!”.
giovedì 12 aprile 2012
Alla prossima!
Sono le 19.25, tra cinque minuti devo essere dalla mia amica M. e devo andare a casa sua a piedi. Durante il liceo, io e M. eravamo quasi inseparabili, forse questo legame è stato reso più forte dai pochi metri che separavano le nostre case.
Studiavamo spesso insieme: lei mi aiutava con la matematica, io con le materie letterarie. Le sere prima della maturità, capitava che facessimo l'una di notte, insieme, a ripetere storia. Tanto poi si poteva tranquillamente tornare a casa a piedi. Cinque minuti e si arrivava. Mai sole, finivamo sempre per accompagnarci a vicenda, fino a metà strada, pur di fare una piccola passeggiata.
Stasera usciamo, come ai vecchi tempi, alla pedona. Niente macchina per noi oggi.
Metto la giacca, prendo la borsa, saluto a casa ed esco.
Ho imparato a camminare troppo in fretta, ormai corro per le strade: non guardo quasi nessuno, immersa sempre in qualche pensiero di troppo.
Questa volta però, sotto casa, vedo qualcuno che ha l'aria vagamente familiare.
E' C. , un mio compagno del liceo. Sarà passato più di un anno da quando l'ho visto l'ultima volta. Incontro spesso sua madre, quando torno a casa. Credo che mi adori, ogni volta che mi vede inizia a parlare e non mi lascia più andare via.
C. ha addosso una tuta grigia, i capelli scomposti. Lunghi, ricci, biondi. Gli occhi più azzurri che mai.
Passeggia un po' col cane, quello che lui tanto odiava. E ovviamente sta fumando.
Si ferma, ci salutiamo. Dice che è arrivato il giorno prima e che parte tra due giorni: le sue solite toccata-e-fuga. Poi parliamo dell'università, del tempo, di qualche nostro compagno di classe. Neanche due minuti di conversazione che già mi sono scocciata.
E' sempre bello incontrare chi non si vede da tanto tempo: dicono così. Io, però, stasera trovo questo mio vecchio compagno di classe noioso, già "vissuto". Sarò egoista, magari sembro anche altezzosa. E' che ho voglia di sentire parlare di cose nuove stasera. Magari se lo incontrassi domani sarebbe già diverso.
Lui,oggi, mi sa di vecchio come non so cosa.
Eppure io, di questo C., mi ero pure invaghita anni addietro. Ovviamente non era amore, era giusto quella cottarella adolescenziale che si confessa solo alla propria migliore amica.
Ricordo gli "aiuti scolastici" con lui, quando si offriva (anche spesso) di accompagnarmi a casa in macchina, ma non so se lo faceva perchè aveva qualche vaga voglia di stare con me da solo o per mostrarmi la sua super BMW e quanto era bravo al volante. Ricordo di sue interrogazioni del tipo "mi siedo vicino a te, magari va meglio".
So solo che a ogni curva (presa malissimo) il mio cuore esplodeva.
So solo che ogni volta che arrivavo al cancello di casa mi dispiaceva troppo.
Non so però se piacevo di più a sua madre o a lui.
Oggi questo C. è qui davanti a me, dopo più di un anno di assenza. Non mi batte niente, al massimo le lancette dell'orologio.
E infatti lo saluto.
"Alla prossima!".
Sì, certo.
Studiavamo spesso insieme: lei mi aiutava con la matematica, io con le materie letterarie. Le sere prima della maturità, capitava che facessimo l'una di notte, insieme, a ripetere storia. Tanto poi si poteva tranquillamente tornare a casa a piedi. Cinque minuti e si arrivava. Mai sole, finivamo sempre per accompagnarci a vicenda, fino a metà strada, pur di fare una piccola passeggiata.
Stasera usciamo, come ai vecchi tempi, alla pedona. Niente macchina per noi oggi.
Metto la giacca, prendo la borsa, saluto a casa ed esco.
Ho imparato a camminare troppo in fretta, ormai corro per le strade: non guardo quasi nessuno, immersa sempre in qualche pensiero di troppo.
Questa volta però, sotto casa, vedo qualcuno che ha l'aria vagamente familiare.
E' C. , un mio compagno del liceo. Sarà passato più di un anno da quando l'ho visto l'ultima volta. Incontro spesso sua madre, quando torno a casa. Credo che mi adori, ogni volta che mi vede inizia a parlare e non mi lascia più andare via.
C. ha addosso una tuta grigia, i capelli scomposti. Lunghi, ricci, biondi. Gli occhi più azzurri che mai.
Passeggia un po' col cane, quello che lui tanto odiava. E ovviamente sta fumando.
Si ferma, ci salutiamo. Dice che è arrivato il giorno prima e che parte tra due giorni: le sue solite toccata-e-fuga. Poi parliamo dell'università, del tempo, di qualche nostro compagno di classe. Neanche due minuti di conversazione che già mi sono scocciata.
E' sempre bello incontrare chi non si vede da tanto tempo: dicono così. Io, però, stasera trovo questo mio vecchio compagno di classe noioso, già "vissuto". Sarò egoista, magari sembro anche altezzosa. E' che ho voglia di sentire parlare di cose nuove stasera. Magari se lo incontrassi domani sarebbe già diverso.
Lui,oggi, mi sa di vecchio come non so cosa.
Eppure io, di questo C., mi ero pure invaghita anni addietro. Ovviamente non era amore, era giusto quella cottarella adolescenziale che si confessa solo alla propria migliore amica.
Ricordo gli "aiuti scolastici" con lui, quando si offriva (anche spesso) di accompagnarmi a casa in macchina, ma non so se lo faceva perchè aveva qualche vaga voglia di stare con me da solo o per mostrarmi la sua super BMW e quanto era bravo al volante. Ricordo di sue interrogazioni del tipo "mi siedo vicino a te, magari va meglio".
So solo che a ogni curva (presa malissimo) il mio cuore esplodeva.
So solo che ogni volta che arrivavo al cancello di casa mi dispiaceva troppo.
Non so però se piacevo di più a sua madre o a lui.
Oggi questo C. è qui davanti a me, dopo più di un anno di assenza. Non mi batte niente, al massimo le lancette dell'orologio.
E infatti lo saluto.
"Alla prossima!".
Sì, certo.
lunedì 2 gennaio 2012
Si ricomincia
La giornata di oggi è stata infinita. La sveglia ha suonato presto, anche se io l'ho preceduta. Ho aperto gli occhi quando era ancora buio, sono andata in cucina a bere dell'acqua e sono corsa di nuovo a letto, a rifugiarmi al caldo tra le coperte.
Sono rimasta ferma con gli occhi puntati al soffitto nero per un tempo indefinito, senza prendere più sonno. Poi, al suono della sveglia, mi sono catapultata sotto la doccia e ho lasciato che l'acqua calda mi svegliasse per bene.
Finiti gli impegni della mattinata (ho visto una nuova cittadina che dista un'ora circa dalla mia), senza neanche pranzare, sono corsa a mare con un'amica, a fare la prima passeggiata dell'anno. Ho camminato sulla sabbia bianca, ascoltato il rumore delle onde che si susseguivano e goduto del sole caldo che ci avvolgeva. Ho respirato bene quell'aria, riempito le narici di odore del mare. Sembravo una persona che cerca di godere degli ultimi scampoli di libertà, prima di una reclusione o di un esilio.
In effetti, l'inconscio ha avuto la meglio.
Per me le vacanze di Natale finiranno tra qualche ora. Troppo presto. La valigia è ancora vuota, è buttata ai piedi del letto come un sacco di patate.
Devo riprendere la mia vita di ogni giorno, compensare tutti questi giorni di vacanza e di non-studio con vere e proprie clausure. Insomma, la prospettiva è tutt'altro che allettante.
Guardiamo il lato positivo della questione: niente più attentati calorici nei dintorni. Finalmente.
Voi come state? Com'è iniziato il vostro 2012?
Sono rimasta ferma con gli occhi puntati al soffitto nero per un tempo indefinito, senza prendere più sonno. Poi, al suono della sveglia, mi sono catapultata sotto la doccia e ho lasciato che l'acqua calda mi svegliasse per bene.
Finiti gli impegni della mattinata (ho visto una nuova cittadina che dista un'ora circa dalla mia), senza neanche pranzare, sono corsa a mare con un'amica, a fare la prima passeggiata dell'anno. Ho camminato sulla sabbia bianca, ascoltato il rumore delle onde che si susseguivano e goduto del sole caldo che ci avvolgeva. Ho respirato bene quell'aria, riempito le narici di odore del mare. Sembravo una persona che cerca di godere degli ultimi scampoli di libertà, prima di una reclusione o di un esilio.
In effetti, l'inconscio ha avuto la meglio.
Per me le vacanze di Natale finiranno tra qualche ora. Troppo presto. La valigia è ancora vuota, è buttata ai piedi del letto come un sacco di patate.
Devo riprendere la mia vita di ogni giorno, compensare tutti questi giorni di vacanza e di non-studio con vere e proprie clausure. Insomma, la prospettiva è tutt'altro che allettante.
Guardiamo il lato positivo della questione: niente più attentati calorici nei dintorni. Finalmente.
Voi come state? Com'è iniziato il vostro 2012?
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giovedì 29 dicembre 2011
L’altra sera ho vissuto un’emozione grande.
Sono andata allo spettacolo organizzato da una compagnia teatrale del posto in cui vivo, di cui fa parte anche un mio amico.
Lo spettacolo di per sé è stato stupendo: attori, ballerini, cantanti sono stati tutti bravissimi.
Il mio amico ha la passione per il teatro. L’ho visto recitare per la prima volta qualche mese fa e sono rimasta sconvolta in positivo dalla sua bravura.
Non avrei mai pensato che potesse tirare fuori una tale disinvoltura e tantissima grinta. La sua voce era sicura, forte, non lasciava trapelare alcuna incertezza.
La mattina prima dello spettacolo, il mio amico ha perso uno dei suo cari, inaspettatamente.
Pensavo che recitare in queste circostanze sarebbe stato impossibile, invece lui ci ha provato. La sua presenza lì era molto importante, non poteva mollare tutto mandando all’aria quasi uno spettacolo intero.
E così è salito sul palco e ha dato il meglio di sé.
Il meglio? Non so se è il termine esatto. Forse è paradossalmente riduttivo.
Mi ha emozionato tanto. L’ho ammirato molto. Aveva il dolore dentro, quella sensazione di smarrimento che si ha quando si perde qualcuno.
Dentro, appunto.
Fuori era un’altra persona. Era un attore, ma di quelli bravi.
Credo che quello spettacolo in particolare sia stata la sua prova più importante nella recitazione. Andrebbe menzionata in un curriculum, sarebbe da assumere in un’importante compagnia teatrale già solo per questo.
Io gli auguro il meglio.
Lo spettacolo di per sé è stato stupendo: attori, ballerini, cantanti sono stati tutti bravissimi.
Il mio amico ha la passione per il teatro. L’ho visto recitare per la prima volta qualche mese fa e sono rimasta sconvolta in positivo dalla sua bravura.
Non avrei mai pensato che potesse tirare fuori una tale disinvoltura e tantissima grinta. La sua voce era sicura, forte, non lasciava trapelare alcuna incertezza.
La mattina prima dello spettacolo, il mio amico ha perso uno dei suo cari, inaspettatamente.
Pensavo che recitare in queste circostanze sarebbe stato impossibile, invece lui ci ha provato. La sua presenza lì era molto importante, non poteva mollare tutto mandando all’aria quasi uno spettacolo intero.
E così è salito sul palco e ha dato il meglio di sé.
Il meglio? Non so se è il termine esatto. Forse è paradossalmente riduttivo.
Mi ha emozionato tanto. L’ho ammirato molto. Aveva il dolore dentro, quella sensazione di smarrimento che si ha quando si perde qualcuno.
Dentro, appunto.
Fuori era un’altra persona. Era un attore, ma di quelli bravi.
Credo che quello spettacolo in particolare sia stata la sua prova più importante nella recitazione. Andrebbe menzionata in un curriculum, sarebbe da assumere in un’importante compagnia teatrale già solo per questo.
Io gli auguro il meglio.
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