"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

domenica 31 ottobre 2010

Buon Halloween!


Anche se questa festa non mi piace molto.....
Buon Halloween a tutti!

sabato 30 ottobre 2010

Fine settimana

Sono stanca e contenta. Strano a dirlo, ma mi piace essere stanca. Mi piace arrivare a fine giornata (o, in questo caso, fine settimana) stanca di una fatica che nasce dalla soddisfazione di aver fatto qualcosa di impegnativo e di esser riuscita a farlo bene.

Questa settimana ho passato un esame scritto, dopo tanti giorni di studio intenso, ho trovato il mio primo libro in una panchina, ho risolto finalmente una scocciante questione semi burocratica che durava ormai da mesi, ho finalmente reintegrato le finanze e così mi sono concessa l’acquisto di ben due libri. Sono stata felicissima per un evento bello e delicato che ha toccato una mia cara amica.
E domani parto.

Ho deciso che questa deve essere una partenza soft, leggera. Leggera deve essere la valigia, dentro deve starci lo stretto necessario. Leggera deve essere la mia testa, senza troppi pensieri: non devo riflettere ad oltranza come mi succede ogni volta che parto.

Oggi pomeriggio ho fatto un giro consistente tra i negozi: ho comprato un paio di cose per la mia famiglia, qualcosa anche per me.
Ho trovato questa collana. E’ una coccinella, se si fa leva sulle antenne, le ali si aprono ed esce fuori un orologio.
Simpatica.
E le coccinelle portano fortuna.



mercoledì 27 ottobre 2010

Un libro in una panchina



Vi ricordate questo post?
Stamattina stavo percorrendo, insieme alla mia amica, la solita strada che mi porta all’università. Eravamo immerse nei nostri discorsi semidisperati da inizio giornata universitaria, quando il mio occhio è caduto su una panchina. C’era un libro posato ordinatamente lì sopra. Non potete immaginare quanto sia rimasta contenta!
Si chiama “Il circolo Dante”, è di Matthew Pearl. È un libro tenuto bene, anche se si vede che è stato già letto da qualcuno. Spero almeno che questo qualcuno non se lo sia dimenticato lì e che il suo intento sia veramente quello di cui vi ho parlato in quel post.
Inizierò a leggerlo al più presto, la trama sembra interessante. E penso proprio che dopo averlo letto lo lascerò “per caso” sopra qualche panchina …

martedì 26 ottobre 2010

Solo per giustizia - Raffaele Cantone (parte 1)



“Sulla mia scrivania c’è uno scatolone. Devo riempirlo di tutte le mie cose che ancora si trovano in quest’ufficio …”

Inizia così l’ultimo libro che ho letto. Si tratta di “Solo per giustizia” di Raffaele Cantone: racconta del suo lavoro, della sua vita da magistrato contro la camorra. Cantone, infatti, ha lavorato nella Direzione distrettuale antimafia per diversi anni e attualmente è magistrato presso il Massimario della Cassazione. Ha scritto questo libro proprio alla fine della sua esperienza nella Dda.

Vi avevo promesso che avrei parlato di questo libro e così faccio. Nel corso della lettura avevo segnato le parti che man mano mi piacevano di più, quelle più interessanti, in modo da parlarvi di alcuni punti specifici. Bene, alla fine mi sono resa conto di aver annotato praticamente mezzo libro, quindi per evitare di far uscire fuori un post lungo quanto l’inferno della Divina Commedia, ho dovuto dare un taglio, facendo una selezione degli argomenti e dividerli per post.

Inizio parlandovi della gente comune, quella che con grande coraggio decide di opporsi alla malavita, non solo a parole, ma facendo fatti. Fatti che consistono nel presentarsi davanti le forze dell’ordine e raccontare ciò che si è sentito o visto, togliendo qualche mattone dal grande muro di omertà.

In questo libro mi hanno colpito due storie in particolare. Il protagonista della prima è un uomo comune che aveva deciso di opporsi alle estorsioni di un soggetto che raccoglieva tangenti per conto di un clan. Aveva denunciato tutto, aiutato ad individuare gli autori di quegli affari sporchi e aveva pagato questo suo dovere civico con la vita.

[17] “Quando l’ispettore terminò il suo racconto, rimasi muto. Non credevo alle mie orecchie. Poco più di un anno in Dda mi era bastato per rendermi conto che si trattava di una vicenda assolutamente eccezionale (…). Più avanti avrei avuto tante volte modo di constare quanto fosse forte l’omertà da quelle parti e avrei anche capito meglio le ragioni molto complesse per le quali la popolazione non vuole rivolgersi alle istituzioni e allo Stato. E soprattutto avrei compreso come il rapporto tra vittima e persecutore possa evolversi in un legame quasi perverso e incestuoso”.

L’altra storia è quella di una ragazza, testimone oculare di un omicidio. Una persona comune, una ragazza qualunque. La differenza è che aveva deciso di raccontare molto tranquillamente ciò che aveva visto. Anche qui, nelle parole di Cantone, si nota il grande stupore di chi si ritrova davanti una persona che decide di parlare, la stessa da lui definita “una rosa cresciuta nel deserto” [23]. Per fortuna non ha fatto la stessa brutale fine dell’uomo di cui ho parlato prima, ma è stata sottoposta ad un programma di protezione e costretta ad andare via.

Sembra una considerazione spicciola, scontata, ma se ce ne fossero altri mille come questi due ... ehhh …
[sospiro, non vale la pena concludere la frase]

domenica 24 ottobre 2010

Domande

Princesse e Carlo mi hanno invitata a rispondere a queste otto domande. Lo faccio volentieri!
Mi sono ritornate in mente tante cose del passato, della mia infanzia.

Quando da piccoli vi veniva chiesto cosa volevate fare da grandi, cosa rispondevate?
La giornalista! Facevo parte della redazione del giornaletto della scuola elementare, scrivevo spesso lì. Mi ricordo che l’appuntamento con il gruppo era il giovedì pomeriggio ed io ero super entusiasta!

Quali erano i vostri cartoni animati preferiti?
Sailor Moon, anche se mi piaceva più Sailor Iuppiter … e poi c’era il gatto nero, Luna, bellissimo! Non perdevo neanche mezza puntata! Poi guardavo le gemelle Terry e Maggie, ma mi piaceva anche Holly e Benji. Senza contare Tom e Jerry.

Quali erano i vostri giochi preferiti?
Qua arrossisco. Mi piaceva giocare a fare la maestra, con tanto di lavagnetta con i gessi e cartina geografica della Sicilia (perché proprio questa regione è mistero). Poi giocavo con le Barbie, mi inventavo le storie. E mi piaceva disegnare vestiti.

Qual è stato il vostro più bel compleanno e perché?Sicuramente quello dei 18 anni. L’ho passato con tante persone importanti,un giorno pieno di sorprese belle.

Quali sono le cose che volevate assolutamente fare e non avete ancora fatto?
Fare una viaggio in particolare, con una meta specifica che però non dico qua! Sono misteriosa, a volte troppo …

Qual è stata la vostra prima passione sportiva o non?
La pallavolo, anche se sono imbranata a giocarci. Più che altro questa “passione” è nata da Mila e Shiro. Quando vedevo questo cartone esasperavo mio padre per farmi costruire in un piccolo spazio in campagna una sorta di campo di pallavolo. Progetto mai realizzato, proprio come l’altalena.

Qual è stato il vostro primo idolo musicale?
Sono cresciuta ascoltando gli 883 dal walkman. Mi piacevano anche le Spice Girls, avevo la camera tappezzata di poster e quando ho saputo che il gruppo si sarebbe sciolto sono rimasta malissmo!

Qual è stata la cosa più bella chiesta (ed eventualmente ricevuta) a Babbo Natale, Gesù Bambino, Santa Lucia?
Qualsiasi cosa mi portasse Babbo Natale, rimanevo sempre contenta, sia che si trattasse di ciò che volevo realmente, sia che fosse qualcosa di diverso. In particolare ricordo una carrozzella per bambole (che tutt’ora ho in casa, depositata in un angolo dello sgabuzzino dei ricordi). Ricordo anche la Fabbrica dei gioielli: ho saputo, tempo dopo, che i miei avevano sudato sette camicie per trovarla.

sabato 23 ottobre 2010

L'autunno




Respiro aria fredda al sapore di smog. Ho tirato fuori le sciarpe, le giacche pesanti e ho posato dentro una scatola tutte le scarpe da mezzo tempo. Ho inaugurato l’ombrello rosa e messo il burro cacao sulle labbra.
Il primo raffreddore è arrivato, insieme alla prima influenza. Le mani iniziano ad essere fredde. Ho fatto la mia passeggiata al parco, camminando su un letto di foglie secche. Dell’autunno mi piacciono i colori, solo questi. Il resto è contornato da un leggero velo di malinconia, un sentimento per me inspiegabilmente tipico dei mesi di ottobre e novembre.

Buon fine settimana!

domenica 17 ottobre 2010

Partorire in casa

Le ultime settimane estive sono state segnate da fatti di cronaca spiacevoli riguardanti parti che si sono conclusi in modo negativo a causa di presunta malasanità. Si è poi sentito dire che in Italia si effettuano troppi parti cesareo e dopo questa notizia abbiamo tutti visto in televisione la pubblicità progresso in cui una madre consiglia di ricordare il momento della nascita del proprio figlio come un evento naturale e non come un’operazione.

Sul Vanity Fair dello scorso 13 ottobre ( il famoso numero in cui Tiziano Ferro dichiara la propria omosessualità) il mio occhio è caduto su un articolo particolare, grande neanche mezza pagina.
Si parla del parto in casa, in alto c’è la foto in bianco e nero di una scena tratta dal film Via col vento.
Si dice che dopo i vari episodi di malasanità, molte donne hanno deciso di partorire in casa. Per incrementare questa iniziativa, è nata l’Associazione culturale Ostetriche Parto a Domicilio.
Per partorire in casa, bisogna aver avuto una gravidanza normale, senza complicazioni o cose simili, occorre poi rispettare dei tempi precisi e bisogna avere un ospedale lontano da casa non più di trenta minuti (naturalmente in automobile). Il parto avviene quindi in casa, con due ostetriche.

Che strano, ho pensato. Però sarebbe bello far vedere al proprio bambino l’esatto luogo in cui è nato. Ho letto che anche la cantante Giorgia ha deciso di dare alla luce il figlio in casa.
Forse certe volte (e quando è possibile) è più bello accantonare le tecnologie, le “cose nuove” (o magari l’esclusiva clinica privata) per riscoprire la bellezza della natura e riprendere gli usi dei nostri nonni …

Fonti: Vanity Fair, numero 40 del 13 ottobre 2010;
Ulteriori informazioni sul sito: www.nascereacasa.it

giovedì 14 ottobre 2010

Alla ricerca di un lavoretto

Sono alla ricerca di un lavoro, uno che sia serio, adatto almeno un po’ alle mie esigenze e ai miei orari. Qualcosa di normale, certo non cerco chissà quale importante impiego, anche perché, pur mettendomi di impegno, non lo troverei mai.

La settimana scorsa ho aperto un giornale locale che di solito ha una decina di offerta e circa un centinaio di domande di lavoro. Mi sono soffermata in particolar modo su due e ho chiamato entrambi.
Uno l’ho scartato subito perché incompatibile sotto tanti aspetti, l’altro l’ho preso sul serio e il tizio che mi ha risposto mi ha dato un appuntamento. Sull’annuncio si cercavano telefoniste.
Mi sono accertata tramite internet che non si trattasse di telefoni a luci rosse, ho cercato l’indirizzo, le strade per arrivarci e il giorno dopo mi sono recata in questo posto (non da sola, ovviamente).

La sede non era delle migliori, collocata in una via nascosta. Un posto spoglio, triste.
Mi ha accolta un tipo strano che si presentava più che male. Sciatto, altissimo, brutto, gobbo, strano.
Ma siccome mi hanno insegnato che non bisogna mai fermarsi alle apparenze, dopo la mezza idea di fare finta di aver sbagliato indirizzo, ho deciso di rimanere.
Il tizio strano mi ha chiesto perché fossi lì, allora gli ho spiegato il motivo. Lui, con tono da investigatore mi chiede “Ma sei maggiorenne almeno?”.
Maggiorenne io? No, ma che. Ho dieci anni e faccio la quinta elementare. Perché, non si vede?

Bene, sciolto il suo dilemma sulla mia età, ha iniziato a farmi domande un po’ più reali e dopo un po’ ci ha detto di accomodarci in un’altra stanza per iniziare “il colloquio di lavoro” come ha detto al suo compare.
Lì ha finito con l’interrogatorio e ha iniziato a spiegarmi il lavoro.
Praticamente avrei dovuto passare mezza giornata a chiamare in giro per le case, rompendo la gente con allegre richieste di fondi per cause sicuramente giuste, ma conoscendo già solo la mia famiglia e il rapporto con i call-center, la mia mente immaginava che avrei raccolto più che soldi, innumerevoli maledizioni da parte di svariati sconosciuti.

Giustamente, il lato economico della faccenda viene fuori sempre alla fine del colloquio. Anche questo deludente. Ma no anzi, che dico.
“deludente” presuppone qualcosa che esiste già, mentre il “guadagno” in questo caso è un qualcosa di pressoché inesistente, un’entità per il 90% astratta.
Il guadagno, come il tipo strano lo ha definito, è una scarsa percentuale su ogni offerta conclusa.

Dopo questo, ho chiesto degli orari di lavoro, della possibilità di un periodo di prova. Ho fatto queste domande tanto per non alzarmi di scatto e andare via, per non sembrare maleducata o insensibile verso la causa generale dell’impiego.

Finite le domande di cortesia, finisce anche il colloquio.
Lui speranzoso mi chiede se mi rivedrà domani per cominciare.
Io delusa dico la fatidica frase “Le farò sapere”.

Primo colloquio di lavoro, deludente quanto volete, ma per lo meno a dire la frasetta magica sono stata io!

lunedì 11 ottobre 2010

In biblioteca...

La lista dei libri che voglio leggere si sta allungando sensibilmente e nessuna voce viene cancellata ormai da un po’ di tempo.
Il mio portafogli, d’altro canto, si sta svuotando a causa dell’acquisto di un altro genere di libri, un tantino meno piacevoli e visibilmente più in carne di quelli che invece giacciono come lista su un pezzo di carta, in colonna, scritti ordinatamente.
Quindi, onde evitare di far diventare i seguenti testi documenti storici, in attesa della reintegrazione delle finanze, ho deciso di convertirmi anche io alle biblioteche.
Ho seguito un po’ i vostri commenti agli ultimi post e quindi sono andata in biblioteca con la mia corposa lista.

Dentro, nella sala dove si chiedono le informazioni, ho trovato un gatto bianco e nero che dormiva, di spalle, su una poltrona. Considerando che non vedo un gatto da quasi un mese(il mio gatto è l’ultimo felino con cui ho avuto contatto), ho pensato di avere delle allucinazioni e ho chiesto stupidamente alla ragazza del bancone se quello fosse un gatto. Naturalmente ha confermato il mio presentimento, ma non so cosa abbia pensato, non lo immagino neanche, forse ha creduto che io fossi una sorta di aliena o fossi sotto effetto di sostanze stupefacenti.
L’ho lasciata nel dubbio.

Torniamo alla mia visita in biblioteca. Ne sono uscita dopo venti minuti abbondanti. Chiedere un libro in prestito lì richiede il superamento di diverse prove preliminari, tra cui quella dell’occhio indagatore della tipa addetta al servizio prestiti. Una signora di mezza età, dall’aspetto di una zitella (ops, single!) inacidita, conciata come una suora. La sfortuna ha voluto che io, pensando di non dover salire su, non ho posato la borsa negli appositi armadietti. La single (zitella) inacidita mi ha fulminata con lo sguardo e mi ha chiesto della borsa. Le ho detto che di solito la posavo, ma che per i prestiti la tenevo e che comunque la sua collega del piano di sotto non mi ha detto nulla. E così ho zittito la zitella inacidita che dopo dieci minuti buoni di ricerca, mi ha consegnato il libro, raccomandandomi di riportarlo entro trenta giorni.
Come se non lo sapessi già o non fosse scritto nel foglio che mi aveva fatto firmare due secondi prima. Leggere prima di firmare, sempre. Lo sanno tutti.

Scommetto che vi state chiedendo che libro ho preso.
Non vi lascio col fiato sospeso …
Ho preso “Solo per giustizia”, un libro di Raffaele Cantone.
Naturalmente, quando finirò di leggerlo, ve ne parlerò.

venerdì 8 ottobre 2010

Il mio venerdì del villaggio

Il venerdì, ultimamente, è il giorno della settimana che preferisco.
Ultimo giorno di lezione all’università, ultimo pomeriggio della settimana da passare in biblioteca a studiare (almeno in questi tempi tranquilli). Poi si pensa al fine settimana, a quel sabato e quella domenica che non sai come passare. Il sabato e la domenica che magari trascorri per lo più in casa col pigiama, ma spesso e volentieri va bene anche così.
In quei due giorni si respira un grande senso di rilassatezza generale, anche per le strade. Ci sono le belle famigliole in bicicletta, i bambini al parco, gli anziani in piazza, giovani che progettano il sabato sera. C’è la confusione in giro per i negozi e, anche se a me non piace il caos, in quei momenti (e con l’umore giusto) lo apprezzo.

E poi è bello il venerdì pomeriggio percorrere a piedi e in contro senso il grande viale della stazione della mia città. È piena di studenti con le valigie in mano: chi di corsa, chi tranquillo. L’espressione del viso rilassata, i progetti in mente. Passeranno il fine settimana a casa, anche per farsi “coccolare” dai loro cari.
Chi rimane magari sfrutta quei giorni liberi per fare ciò che durante la settimana non è riuscito a concludere.

Poi c’è la domenica, quello che io vedo come il giorno della sospensione, segnato dal pensiero fisso rivolto verso il lunedì, verso la settimana che verrà, vero gli appuntamenti, il lavoro, lo studio, la casa, le bollette …

Il vecchio Leopardi, pessimista quanto volete, aveva capito tutto con il Sabato del villaggio …

La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell'erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella,
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando ai dí della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea danzar la sera intra di quei
ch'ebbe compagni nell'età piú bella.
Già tutta l'aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
giú da' colli e da' tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta,
e qua e là saltando,
fanno un lieto romore;
e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dí del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l'altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s'affretta, e s'adopra
di fornir l'opra anzi al chiarir dell'alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d'allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
ch'anco tardi a venir non ti sia grave.

mercoledì 6 ottobre 2010

Book crossing



Il “Book crossing” è una pratica particolare che consiste nel lasciare un libro in un luogo pubblico, in modo che questo venga letto da altri. È in poche parole la condivisione di un libro.

Negli anni novanta nasce in America il Born To Read (in Italia: nati per leggere), un’iniziativa attraverso la quale si dava la possibilità a tutti, anche a chi non poteva economicamente, di leggere un libro.
Tutto nacque nella sala d’attesa di un ospedale di Boston, dove i medici decisero di lasciare alcuni libri però che puntualmente sparivano (e in effetti chi poteva leggere un libro nell’attesa?).
I medici si accorsero che questi ladrocini avevano in un certo senso un fondo di utilità, così decisero di “istituzionalizzare” il furto. Nacquero quindi il Born to Read e il Reach out and read.
Oggi comunque, quando si parla di book crossing, si fa riferimento al sito nato nel 2001: www.bookcrossing.com, i cui autori sono Ron e Kaori Hornbaker.

I libri si possono trovare ovunque: in un locale pubblico, in una panchina, in una biblioteca, o comunque in apposite zone registrate, chiamate OCZ (Official Crossing Zone).
Ogni libro ha un codice BCID. Chi lo trova deve registrare il ritrovamento sul sito, dove il lettore potrà anche inserire i propri commenti su ciò che ha letto. In questo modo è possibile verificare anche il percorso che il libro stesso fa.
Chi non vuole limitarsi a trovare libri, ma vuole divulgarli, anzi “liberarli” come si usa dire in questo campo, può iscriversi al sito, richiedere un codice BCID e far circolare il proprio libro, lasciandolo in un qualsiasi luogo.

Una bella iniziativa direi!
Io non ho mai partecipato a questo genere di scambio, però mi piacerebbe farlo!
Chissà, magari troverò anche io un libro con un codice BCID …

lunedì 4 ottobre 2010

La giusta distanza



“La giusta distanza” è un altro bel film, consigliatomi sempre dalla sorella cinema-dipendente, visto mesi fa, rivisto la settimana scorsa, quando Rai Tre l’ha mandato finalmente in onda.

Il film è ambientato in un piccolo paese veneto, Concadalbero, un borgo spesso avvolto dalla nebbia, dove tutti si conoscono.
L’arrivo di una nuova persona smuove un po’ la vita monotona di paese: si tratta di Mara, la maestra delle elementari. Una giovane ragazza, bella, simpatica e soprattutto sorridente. Tutti cercano di accoglierla nel migliore dei modi: gli uomini la guardano ammirati, offrendole il proprio aiuto nelle faccende un po’ più “maschili”, tipo sistemare i vari impianti della casa appena affittata.

Tra questi c’è lo sguardo e l’aiuto di Giovanni, un diciottenne sveglio e attento ad ogni particolare, giornalista provetto, esperto d’informatica. C’è anche Hassan, il meccanico tunisino ben integrato nella comunità, misterioso, silenzioso, ma anche dolce. Da citare anche il tabaccaio stravagante e pieno di sé che cerca di flirtare con la maestra, ovviamente senza riuscirci.

Il tempo passa e Mara si ambienta bene nel paese. Compra la macchina, partecipa alle feste di paese, conosce quasi tutti: la moglie del tabaccaio, l’autista della corriera. Ha un bel rapporto con i bambini della sua scuola, si ritrova in una classe formata da alunni di ogni età. Si innamora anche: vive una passionale storia con Hassan.

Intanto Giovanni convince il direttore di un noto giornale a permettergli di scrivere qualche articolo, come una sorta di inviato nel suo stesso paese. Il direttore gli svela i segreti del mestiere: gli raccomanda di tenere la giusta distanza dai fatti, cioè di non sentirsi né troppo coinvolto, né troppo estraneo ai fatti. Solo osservando la regola della giusta distanza riuscirà a diventare un giornalista professionista.

Una mattina Mara non si presenta in classe. Viene chiamata più volte a casa dal direttore della scuola, ma nessuno risponde. Iniziano allora le ricerche che si concludono con il ritrovamento del corpo senza vita della ragazza sulle rive del fiume. Nasce un mistero.
Chi l’ha uccisa? E perché?
Iniziano le indagini, tutti i sospetti cadono su Hassan che, nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, alla fine viene dichiarato assassino della donna. Quindi viene incarcerato, perdendo la stima e l’affetto che era riuscito a conquistarsi tra la gente del paese.

La situazione però non è così chiara come sembra, o meglio, come gli avvocati e i giudici vogliono fare sembrare. Giovanni se ne accorge e inizia ad indagare da solo, scoprendo la verità sulla morte della ragazza, smascherando quindi l’assassino, una persona del tutto insospettabile.

Si guadagnerà la stima e i complimenti del giornale per cui scriveva, ottenendo un importante posto presso la redazione di Milano. Gli abitanti del paese però dimostrano ostilità nei suoi confronti, indifferenza, freddezza; avrebbero preferito che la verità non venisse a galla, era più comodo pensare che il colpevole fosse stato Hassan, forse così le cose sarebbero state in un certo senso molto più semplici.

Mi è piaciuto questo film, mi ha tenuta col fiato sospeso fino alla fine. E poi gli attori sono stati bravi: Mara è stata interpretata da Valentina Lodovini (già vista in “Generazione mille euro” e nel film appena uscito “Benvenuti al sud”), Hassan da Ahmed Hafiene e Giovanni da Giovanni Capovilla, giovane attore alla prima esperienza.

Il prossimo film che devo assolutamente vedere è “Benvenuti al sud” con Claudio Bisio e appunto Valentina Lodovini. Il trailer mi ha stregata, deve essere divertente!

sabato 2 ottobre 2010

Le pagine della nostra vita

“Le pagine della nostra vita” è un film tratto dall’omonimo libro di Nicholas Sparks. È un film romantico, mieloso, come definisco io questo genere.
Di solito mi si storce automaticamente il naso quando sento parlare di film d’amore a sfondo mieloso, ma questa volta la mia amica mi ha convinta a guardarlo. “Coooome non lo conosci? No no, venerdì sera si vede questo film”. E così fu.

Conosco Nicholas Sparks,verso i quindici/sedici anni uscivo pazza per i suoi libri ed in effetti ne ho letti almeno cinque, finché non sono cresciuta un po’ di più e mi sono resa conto di non amare particolarmente questo genere di libri/film (e poi, a dir la verità, questi libri mi sembravano tutti gli stessi dopo un po’).

Questo mi è piaciuto particolarmente: la mia amica aveva ragione. Era proprio una bella storia romantica, ambientata negli anni quaranta, dove si intrecciano l’amore, il ricordo, le tante fasi della vita …

Protagonisti sono Noah e Allie: lui campagnolo, operaio; lei ricca e colta, proviene da una famiglia benestante. I due si conoscono durante una festa e sboccia subito un bellissimo amore, visto di cattivo occhio dai genitori di lei che, come si può immaginare, vorrebbero qualcosa “in più” da un possibile fidanzato della figlia.

Trascorre l’estate tra baci, passione e liti.
Allie però deve partire per New York, dove studierà; Noah non la dimentica, anzi, le scrive ogni giorno una lettera, fino ad un totale di 365. Lettere che però, una volta arrivate a destinazione, vengono nascoste dalla madre di Allie, nel disperato tentativo di far dimenticare il ragazzo alla figlia.
Intanto scoppia la Seconda Guerra Mondiale: Noah si arruola ed Allie diventa infermiera. Conoscerà Lon, un ragazzo benestante che presto le chiederà di sposarlo, con l’approvazione di tutta la famiglia.
Ma si sa che il primo amore non si scorda mai … ed Allie presto, complice il destino, si renderà conto di tutto ciò.

Mi fermo qua con il racconto, il resto ve lo lascio immaginare o vedere.
Anche se con l’immaginazione riuscireste solo ad indovinare il finale (quello generale!) esatto, ma non tutti quei piccoli particolari che rendono un film bello e indimenticabile.

Buon fine settimana

La mia giornata è iniziata stamattina alle sei, quando il mio cellulare ha cominciato a cantarmi “I’m yours”. Ogni giorno apro gli occhi con questa canzone, aveva un ritmo dolce e perciò l’ho impostata come suoneria per la sveglia. L’unico problema è che adesso la odio, mi propongo sempre di cambiarla, ma non lo faccio mai.

Appena ho realizzato che dovevo svegliarmi, il primo pensiero è stato “Oggi è venerdì, per fortuna”.
Giovedì è stata una giornata pesantissima: otto ore di lezione, un’ora e mezza totale di autobus vari, pioggia, ombrello dimenticato a casa, sonno.
L’idea che di lì a poco sarebbe iniziato il fine settimana, mi ha convinta ad alzarmi dal letto e ad uscire di casa sorridente.

Direi che è stata la mia giornata fortunata.
A pochi passi da casa, ho trovato un portachiavi (senza chiavi). Mi dispiace per chi lo ha perso, ma era troppo carino e me lo sono preso (tra l’altro dicono che trovare cose in giro porti fortuna).



La lezione è durata meno del previsto ed è stata interessante.
Dopo sono stata con delle amiche in un negozio. Ho trovato il famoso bracciale, identico a quello che volevo, anche se in questi giorni mi sono resa conto che è praticamente al polso di tutti.



Infine stasera totale relax.
Schifezze varie
Film mieloso



Ottima compagnia
Passeggiata finale per prendere un po’ di aria fresca.

Il fine settimana inizia bene …