Quando raggiungi i fatidici diciotto anni e fai la valigia per andare via a studiare - risorse economiche e tutto il resto permettendo - non sai mai cosa ti attende, a quale vita andrai incontro. Cosa ti mancherà, cosa meno.
Quando sono andata via da casa, io avevo una paura che ancora ricordo come se fosse stato ieri, quel giorno. Lasciare tutti era difficile, indubbiamente. Affetti, persone, animali.
Non pensavo, però, che a mancarmi tantissimo sarebbe stato il mare, forse più di ogni altra cosa.
Le persone le senti, sai tutto di tutti anche se ci metti di mezzo mille chilometri. Il gatto te lo passano al telefono, ti dicono se muove le orecchie o se struscia la sua testolina contro l'apparecchio.
Il mare, quello no.
Possono raccontarti, dirti se è calmo, agitato, liscio come l'olio, se sembra un lago o l'inferno delle onde. Se fa danni con la sua potenza, se è pulito e cristallino.
Le parole però non saranno mai abbastanza, così come le foto che ti faranno sentire ancora più sola, orfana delle sue onde quando a luglio, la domenica, tutti se lo stanno gustando e tu hai davanti agli occhi una pozza verde indegna di essere chiamata allo stesso modo.
Ogni anno aspetto agosto come un miracolo.
Si, vanno bene le ferie, le vacanze. La lontananza dalla routine, dalle facce che vedi tutti i giorni per un anno intero.
Io, però, attendo agosto per lui, per il mare.
Come lui, nessuno mai.
Con cosa potrei mai sostituire la sensazione dei piedi che affondano sulla sabbia? Il freddo dell'acqua, i brividi dietro la schiena ogni volta che ti ci immergi? E il sapore, l'odore di quel sale che ti rimane attaccato alla pelle scottata dal sole?
Cura di ogni male, ricchezza per chi vive grazie a lui. Estasi, relax. Amore. Musica.
E' un miracolo il mare. Il mio. E per me lo è sempre stato.
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
Visualizzazione post con etichetta gente di mare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta gente di mare. Mostra tutti i post
lunedì 31 agosto 2015
Il mare, il mio miracolo
Etichette:
estate,
gente di mare,
mare,
Pensieri,
vacanze,
vita da fuori sede
domenica 24 agosto 2014
Il tempo vola
Il tempo vola.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.
Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.
Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.
Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.
E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.
Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.
Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.
Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.
E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.
Etichette:
estate,
Friends,
Gatti,
gente di mare,
Home sweet home,
la mia famiglia,
mare,
Pensieri,
tiriamo le somme,
vacanze,
Viaggi
giovedì 14 agosto 2014
Estate
Sono tornata al punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
Ho fatto la valigia, l’ho caricata a più non posso con la scusa che sarei rimasta via un mese intero, riempiendola dell’utile e del meno utile con l’illusione che tutto lì dentro sarebbe stato indispensabile. Mi ci sono seduta sopra, alla fine, per chiuderla.
Il peso non mi spaventava: ho braccia abbastanza forti e un’esperienza di carichi e scarichi da annotare su qualche improbabile cv. E poi questa volta non ero sola a dover portare quel carico enorme da un treno all’altro. Questa volta c’era lui.
L’ho portato con me, al mio punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
L’ho portato con me perché ad un certo punto – tra le altre cose – ho pensato che le parole non bastassero più. Che non fosse più sufficiente spiegargli a voce quanto fosse bello il mio mare, quante emozioni potesse regalarmi un tramonto o quanto chiassosa e battagliera fosse la mia famiglia, quanto dolci i miei amici.
C’era bisogno di qualcosa in più, c’era bisogno di vedere tutto questo: di fermarsi a sentire il rumore del mare o vederci i propri piedi dentro senza sforzo alcuno. C’era bisogno di alzare il naso all’insù e lasciarsi confondere dalle troppe bellezze del mio paese. C’era bisogno di sentire i miei racconti, i miei ricordi, la storia della mia famiglia, come sottofondo di tutto quello che lo avrebbe circondato.
E così è stato.
Gli ho fatto conoscere tutti: la mia famiglia chiassosa insieme ai suoi silenzi, ai suoi vuoti o alle troppe parole. I miei amici, nessuno escluso. Qualche professore, qualche maestra d’asilo, qualche vicino di casa, qualcuno che nel bene o nel male ha incrociato la mia vita negli anni passati.
Li incontravo, così per caso nelle vie, li salutavo, glieli presentavo e quando andavano via gli raccontavo i miei ricordi legati a quelle persone.
Adesso, forse, mi conosce di più.
E adesso, forse, mi conosco meglio anche io.
E la particolarità di tutto ciò è stato il fatto che vederlo qui, tra la mia gente, non mi è sembrata affatto una novità. Mi è sembrato che lui qui ci fosse sempre stato.
Adesso le mie giornate nascono e muoiono al mare. Ho preso i chili che avevo perso, con sommo dispiacere. Sono diventata nera, come ogni anno. Ho lasciato l’orologio in valigia, lo stesso che qualche settimana fa ritenevo fosse per me indispensabile. Cammino senza correre, mi fermo a guardare i tramonti e a fotografare tutto quello che mi piace. Faccio colazione sul terrazzo, mi sveglio quando capita e dormo nove ore a notte.
Sono in vacanza e non capitava da un po’.
Mi sono ritrovata, ma non ancora del tutto.
È che io di solito mi perdo, in inverno, tra la pioggia e il tempo grigio.
Quest’anno mi sono persa più del solito e così non è andato per niente bene.
Adesso bisogna che ricomponga i tasselli, li metta tutti al loro posto.
Un po’ ci sono riuscita, ma il quadro non è ancora completo.
Mi serve il mare, ancora per un po’.
Ho fatto la valigia, l’ho caricata a più non posso con la scusa che sarei rimasta via un mese intero, riempiendola dell’utile e del meno utile con l’illusione che tutto lì dentro sarebbe stato indispensabile. Mi ci sono seduta sopra, alla fine, per chiuderla.
Il peso non mi spaventava: ho braccia abbastanza forti e un’esperienza di carichi e scarichi da annotare su qualche improbabile cv. E poi questa volta non ero sola a dover portare quel carico enorme da un treno all’altro. Questa volta c’era lui.
L’ho portato con me, al mio punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
L’ho portato con me perché ad un certo punto – tra le altre cose – ho pensato che le parole non bastassero più. Che non fosse più sufficiente spiegargli a voce quanto fosse bello il mio mare, quante emozioni potesse regalarmi un tramonto o quanto chiassosa e battagliera fosse la mia famiglia, quanto dolci i miei amici.
C’era bisogno di qualcosa in più, c’era bisogno di vedere tutto questo: di fermarsi a sentire il rumore del mare o vederci i propri piedi dentro senza sforzo alcuno. C’era bisogno di alzare il naso all’insù e lasciarsi confondere dalle troppe bellezze del mio paese. C’era bisogno di sentire i miei racconti, i miei ricordi, la storia della mia famiglia, come sottofondo di tutto quello che lo avrebbe circondato.
E così è stato.
Gli ho fatto conoscere tutti: la mia famiglia chiassosa insieme ai suoi silenzi, ai suoi vuoti o alle troppe parole. I miei amici, nessuno escluso. Qualche professore, qualche maestra d’asilo, qualche vicino di casa, qualcuno che nel bene o nel male ha incrociato la mia vita negli anni passati.
Li incontravo, così per caso nelle vie, li salutavo, glieli presentavo e quando andavano via gli raccontavo i miei ricordi legati a quelle persone.
Adesso, forse, mi conosce di più.
E adesso, forse, mi conosco meglio anche io.
E la particolarità di tutto ciò è stato il fatto che vederlo qui, tra la mia gente, non mi è sembrata affatto una novità. Mi è sembrato che lui qui ci fosse sempre stato.
Adesso le mie giornate nascono e muoiono al mare. Ho preso i chili che avevo perso, con sommo dispiacere. Sono diventata nera, come ogni anno. Ho lasciato l’orologio in valigia, lo stesso che qualche settimana fa ritenevo fosse per me indispensabile. Cammino senza correre, mi fermo a guardare i tramonti e a fotografare tutto quello che mi piace. Faccio colazione sul terrazzo, mi sveglio quando capita e dormo nove ore a notte.
Sono in vacanza e non capitava da un po’.
Mi sono ritrovata, ma non ancora del tutto.
È che io di solito mi perdo, in inverno, tra la pioggia e il tempo grigio.
Quest’anno mi sono persa più del solito e così non è andato per niente bene.
Adesso bisogna che ricomponga i tasselli, li metta tutti al loro posto.
Un po’ ci sono riuscita, ma il quadro non è ancora completo.
Mi serve il mare, ancora per un po’.
Etichette:
amore,
estate,
gente di mare,
Home sweet home,
la mia famiglia,
mare,
ricordi,
vacanze
domenica 26 agosto 2012
Pensieri estivi
Le mie vacanze procedono bene, la mia abbronzatura quest’anno ha dell’incredibile. Sembro una marocchina anomala. Credo di avere gli occhi più chiari del solito, o per lo meno sto ricevendo un sacco di complimenti per il loro colore. Ho riscoperto il piacere del non asciugare più i capelli con il phon. Vengono fuori dei boccoli che avevo dimenticato di avere, da brava schiava della piastra quale sono ormai da un po’.
Le mie giornate continuano a somigliarsi tutte, hanno il colore del mare e del sole. Non riesco a vivere un giorno senza andarci, c’è un attaccamento che ha quasi del morboso, ma in fondo credo sia così per tutti quelli che nascono e crescono in questo posto.
Qui il mare non è solo acqua blu salata. È una cultura, è amore. Quando hai un problema e ne parli con qualcuno del posto, il consiglio che ricevi è sempre lo stesso: andare a mare. Come se fosse miracoloso, come se fosse una cura. Lo sanno tutti che è rilassante, che ti distende, che basta sederti sulla sabbia e guardarlo per stare subito un attimo meglio. E se proprio non ci riesci, se proprio stai male, quelle onde hanno la capacità di farti sentire meno sola. Il loro suono sembra musica, quel colore, quella luce ti riempiono gli occhi di cose belle.
Tra le onde e la sabbia, quest’anno ho conosciuto persone che presumo siano meravigliose. Scambiamo qualche parola in acqua, ci raccontiamo un po’ delle nostre vite. Li ammiravo da un po’ per la loro compostezza, la loro armonia, la loro pacatezza. Tutte qualità proprie di chi, pensavo ingenuamente, avesse vissuto bene la propria vita. Invece ho scoperto che anche loro hanno sofferto, lottato contro grandi mali, vinto battaglie importanti. Adesso li stimo ancora più di prima, cercando di fare tesoro delle belle sensazioni che mi stanno lasciando addosso. Mi basta guardarli parlare tra loro, fare le cose che fanno tutti ma con quel sorriso in più che li rende meravigliosamente diversi, per rilassarmi anche io un po’.
Le vostre vacanze come procedono? Io ho deciso di prolungare le mie ancora per un po’, rinunciando (spero senza futuri ripensamenti) a quella buona idea di preparare quell’esame che tanto odio. È che ogni tanto mi perdo e di conseguenza ho bisogno di cercarmi. Forse sono riuscita a ritrovarmi con un po' di salsedine addosso.
Etichette:
gente di mare,
mare,
Pensieri,
people,
vacanze
mercoledì 15 agosto 2012
Buon Ferragosto
Un divano diviso con un Gatto nero che dorme ai miei piedi, nella stanza più fresca e silenziosa della casa,la pelle ancora calda del sole preso in mattinata, il colorito di una brasiliana, un imbarazzante vestitino con la angurie rosse a forma di cuore, la pancia tragicamente piena delle buone pietanze delle cuoche di casa, due maledetti chili in più rispetto ad un mese fa, un cellulare che non squilla da un po’ al mio fianco: ecco, questo è il mio Ferragosto. Per il resto della giornata è previsto, in ordine: un aperitivo in un posto possibilmente poco affollato, un cinema all’aperto e il seguito è un mistero. Sono nella mani dei miei amici, chi lo sa cosa hanno in mente di fare. Ho proposto loro un bagno di mezzanotte che si tramuterà magicamente in bagno delle tre di notte, visti i nostri orari soliti. Quest’anno non ho ancora provato il brivido dell’immergersi in acqua a notte fonda e del godersi il mare nero.
Di solito passavo il Ferragosto nella casa in campagna, con papà. Preparava la griglia sulla quale arrostiva la carne, da mangiare rigorosamente con il chimichurri di sopra, all’argentina. Tutto ciò fino a due anni fa, dopo di che il nulla.
Oggi la spiaggia era fin troppo affollata di turisti, il mare calmo al punto giusto. Ero intenta a prendere il sole, sdraiata sul mio telo, immersa in quei pensieri di troppo, quando ho sentito una bambina urlare e piangere come se chissà cosa le avessero fatto. A quanto pare era stata vittima di una medusa, la poveretta. Urla a non finire, pianti isterici, forse più per lo spavento che per il dolore, tutto ciò per almeno tre quarti d’ora. Segue dunque la caccia alla medusa assassina, avvenuta per opera di un tizio che, armatosi di materassino rosa, paletta e secchiello di Hello Kitty, ha iniziato la sua impresa.
Caccia durata un quarto d’ora circa, conclusasi con il suddetto eroe che sbarca a riva orgoglioso di se stesso e depone il cadavere della medusa in spiaggia, intorno al quale, in un tempo pari a neanche due minuti, si riunisce un capannello di gente in costume da bagno che si abbandona a commenti idioti e qualunquisti di ogni tipo.
Infine i genitori della bambina vittima della medusa (che intanto non ha smesso di urlare) decidono di far vedere alla loro pargola l’autore del misfatto. Si avvicinano al corpo e le dicono “Vedi, Gaia, è lei che ti ha fatto la bua!”. E fu così che magicamente Gaia smise di piangere, con sommo gaudio della sottoscritta.
Ecco, questo è il resoconto del mio Ferragosto vissuto fino alle cinque del pomeriggio. Avvincente come non so cosa.
Il Gatto si è svegliato, si è stiracchiato, mi ha guardata ed è tornato a dormire. Il caffè è pronto. Col vostro permesso,io vado a berlo e ve ne offro virtualmente una tazzina.
Buon Ferragosto!
PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca.
PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca.
Etichette:
bambini,
estate,
foto,
Friends,
Gatti,
gente di mare,
l'uomo medio,
mare,
people,
vacanze
mercoledì 31 agosto 2011
Giusto per sentirmi ancora un po' in vacanza
Stamattina sono andata al mare, quasi come se fosse un dovere. Dovevo per forza andarci. Dovevo fare quello che con molta probabilità era l’ultimo bagno della stagione.
Ho trovato subito parcheggio: l’insopportabile caos della settimana scorsa ha lasciato spazio alla calma classica di fine agosto. Una calma che forse arriva a pesare inspiegabilmente più di quella confusione che fino a qualche giorno fa odiavo con tutta me stessa. Una calma opprimente e soprattutto apparente.
La spiaggia era quasi deserta, le sedie sdraio dei lidi quasi completamente vuote. Ho visto le innumerevoli file di ombrelloni uguali che sembrano ospitare dei morti per quanto erano tristi.
Erano desolati anche i bar che fino a qualche giorno fa pullulavano di animatori allegri e giochi aperitivo. Ho avuto l’impressione che anche la musica fosse cambiata per rispecchiare lo stato d’animo generale: non più la danza kuduro, solo qualche lenta e dolce canzone di Ligabue.
Ho piantato l’ombrellone e steso il telo da mare sulla sabbia. Mi sono guardata ancora una volta intorno. La comitiva che di solito stazionava dietro adesso contava solo due persone, meglio così in fondo.
Ho aperto il mio Vanity Fair appena comprato, ho letto le lettere, un paio di articoli e ho sbirciato le pagine della pubblicità. Ho visto solo cappotti, stivali, maglioni. E l’ho richiuso. Era veramente troppo per il mio stato d’animo già di per sé compromesso dalla visione generale della spiaggia.
Il mare era agitato, c’era vento. Ne basta poco qui per renderlo mosso, ma non potevo certo rinunciare ad un tuffo, proprio oggi. Così mi ci sono buttata. Ho sguazzato un po’ li dentro e mi sono fatta coccolare dalle onde, dopo un po’ ne sono uscita.
Un brivido lungo la schiena, una sensazione di freddo. Succede sempre così a fine agosto.
Il sole non era affatto forte, ma mi sono spalmata lo stesso la crema solare. Giusto per sentirne ancora l’odore, quello inconfondibile, quello che sa tanto di vacanze.
Me ne sono messa tanta, giusto per sentirmi ancora un po’ in vacanza.
Dopo circa un’ora sono andata via, senza scrollarmi di dosso la sabbia che puntualmente si attacca alle caviglie. Ne ho portata un po’ in macchina, ne ho disseminata un po’ in casa.
Passando dalla nostra camera ho visto la valigia di mia sorella sul letto, piena per metà, pronta ad affrontare un altro viaggio.
Che tristezza queste vacanze che finiscono.
Ho trovato subito parcheggio: l’insopportabile caos della settimana scorsa ha lasciato spazio alla calma classica di fine agosto. Una calma che forse arriva a pesare inspiegabilmente più di quella confusione che fino a qualche giorno fa odiavo con tutta me stessa. Una calma opprimente e soprattutto apparente.
La spiaggia era quasi deserta, le sedie sdraio dei lidi quasi completamente vuote. Ho visto le innumerevoli file di ombrelloni uguali che sembrano ospitare dei morti per quanto erano tristi.
Erano desolati anche i bar che fino a qualche giorno fa pullulavano di animatori allegri e giochi aperitivo. Ho avuto l’impressione che anche la musica fosse cambiata per rispecchiare lo stato d’animo generale: non più la danza kuduro, solo qualche lenta e dolce canzone di Ligabue.
Ho piantato l’ombrellone e steso il telo da mare sulla sabbia. Mi sono guardata ancora una volta intorno. La comitiva che di solito stazionava dietro adesso contava solo due persone, meglio così in fondo.
Ho aperto il mio Vanity Fair appena comprato, ho letto le lettere, un paio di articoli e ho sbirciato le pagine della pubblicità. Ho visto solo cappotti, stivali, maglioni. E l’ho richiuso. Era veramente troppo per il mio stato d’animo già di per sé compromesso dalla visione generale della spiaggia.
Il mare era agitato, c’era vento. Ne basta poco qui per renderlo mosso, ma non potevo certo rinunciare ad un tuffo, proprio oggi. Così mi ci sono buttata. Ho sguazzato un po’ li dentro e mi sono fatta coccolare dalle onde, dopo un po’ ne sono uscita.
Un brivido lungo la schiena, una sensazione di freddo. Succede sempre così a fine agosto.
Il sole non era affatto forte, ma mi sono spalmata lo stesso la crema solare. Giusto per sentirne ancora l’odore, quello inconfondibile, quello che sa tanto di vacanze.
Me ne sono messa tanta, giusto per sentirmi ancora un po’ in vacanza.
Dopo circa un’ora sono andata via, senza scrollarmi di dosso la sabbia che puntualmente si attacca alle caviglie. Ne ho portata un po’ in macchina, ne ho disseminata un po’ in casa.
Passando dalla nostra camera ho visto la valigia di mia sorella sul letto, piena per metà, pronta ad affrontare un altro viaggio.
Che tristezza queste vacanze che finiscono.
Etichette:
estate,
foto,
gente di mare,
mare,
tristezza,
vacanze,
Vanity Fair
venerdì 19 agosto 2011
Troppo traffico
Abitare in un posto turistico è tutt’altro che una pacchia. Gli abitanti, durante l’inverno, sono un paio di migliaia, ma tra luglio e agosto il numero di gente presente da queste parti raddoppia.
I miei coetanei che vivono qui tutto l'anno sono soliti lamentarsi, in inverno, del silenzio che avvolge i vari vicoli; in estate invece si scatenano: giornate intere al mare, serate in giro fino alla mattina. Questa è un po’ anche la vita che faccio io qui, in estate.
È da un paio di giorni, però, che non ne posso più: c’è troppa, troppa gente. Sono andata al supermercato a prendere quattro cose, ma appena entrata ho deciso di andare via: c’era talmente tanto caos che praticamente avrei passato il Natale in attesa di un etto di prosciutto al banco salumi.
Andare a mare sta diventando anche uno stress: non ci sono abbastanza parcheggi e si finisce col girare almeno mezz’ora alla ricerca di un posto dove mettere la macchina che nella maggior parte delle ipotesi è un quadrato di spazio situato in angolo recondito e ovviamente lontano dalla spiaggia, così che quando ti sdrai sul telo da mare sei già stanco e vorresti andare già via.
Ve lo confesso: il mio desiderio più grande al momento è che tutti questi turisti andassero via, uno dietro l’altro. E magari lo facessero a notte fonda, così non creerebbero neanche code di macchine.
E vi confesso anche quest'altra cosa: se mi sentissero gli operatori turistici della mia zona mi manderebbero automaticamente in esilio …
Le vostre vacanze come procedono?
I miei coetanei che vivono qui tutto l'anno sono soliti lamentarsi, in inverno, del silenzio che avvolge i vari vicoli; in estate invece si scatenano: giornate intere al mare, serate in giro fino alla mattina. Questa è un po’ anche la vita che faccio io qui, in estate.
È da un paio di giorni, però, che non ne posso più: c’è troppa, troppa gente. Sono andata al supermercato a prendere quattro cose, ma appena entrata ho deciso di andare via: c’era talmente tanto caos che praticamente avrei passato il Natale in attesa di un etto di prosciutto al banco salumi.
Andare a mare sta diventando anche uno stress: non ci sono abbastanza parcheggi e si finisce col girare almeno mezz’ora alla ricerca di un posto dove mettere la macchina che nella maggior parte delle ipotesi è un quadrato di spazio situato in angolo recondito e ovviamente lontano dalla spiaggia, così che quando ti sdrai sul telo da mare sei già stanco e vorresti andare già via.
Ve lo confesso: il mio desiderio più grande al momento è che tutti questi turisti andassero via, uno dietro l’altro. E magari lo facessero a notte fonda, così non creerebbero neanche code di macchine.
E vi confesso anche quest'altra cosa: se mi sentissero gli operatori turistici della mia zona mi manderebbero automaticamente in esilio …
Le vostre vacanze come procedono?
lunedì 16 agosto 2010
Punti interrogativi - Il pescatore che non pesca niente
Ieri sera ho fatto una doccia più lunga del solito. Avevo l’illusione che l’acqua potesse in qualche modo togliere non solo la stanchezza, ma anche tutti i punti interrogativi che sono sorti nella mia testa negli ultimi due giorni.
È stato un fine settimana strano, un Ferragosto indefinito pieno di impressioni molto (forse troppo) diverse tra loro, talmente tanto contrastanti da crearmi una grande confusione, ma soprattutto milioni di punti interrogativi. Sono contenta per certi versi, triste per altri, anche incerta, dubbiosa, poco sicura. Tutto questo perché le cose poco chiare mi mettono troppo nervosismo e tolgono quella tranquillità propria del mio carattere.
... E il vostro Ferragosto?
Stasera sono andata a fare una passeggiata al porto, al tramonto. Andare al porto mi mette una pace indescrivibile, specialmente quando arrivo in un determinato punto: una sorta di costruzione rialzata dalla quale si vede un paesaggio magnifico. Ecco: quando sono là ritrovo un po’ me stessa.
Nel tragitto che mi porta in questo posto ho visto un ragazzo. Era fermo davanti al mare, “intento” a pescare. Non era molto alto, aveva i capelli rossicci, crespi, lunghi, legati con un elastico colorato e gli occhiali da vista. Indossava un paio di jeans scuri, una maglietta blu e aveva una borsa a tracolla.
Aveva dei modi di fare un po’ impacciati, non sembrava una persona solita a pescare. Era distratto, aveva il viso di una persona pensierosa: pescava ma solo apparentemente, nel senso che, a vederlo, sembrava pensasse a tutt’altra cosa.
Al ritorno era sempre là, con una ragazza però. Aveva posato la canna da pesca, discorrevano senza guardarsi: se non fossero vicini, avrei detto che ognuno di loro parlasse per fatti propri. Anche la ragazza aveva lo sguardo poco sereno.
Ho avuto l’impressione che fossero una sorta di coppia in crisi, che si fossero dati appuntamento lì per parlare meglio, anche senza guardarsi. Se così fosse, auguro loro di “ritrovarsi”, anche se non li conosco, anche se forse sto facendo uno dei miei film (osservare le persone è anche fantasticare discretamente sulle loro vite).
Quando due persone parlano senza guardarsi è come se comunicassero a metà. Il comunicare è fatto di parole, di discorsi, ma anche di sguardi: non si può parlare senza guardarsi minimamente, senza vedere l’espressione dell’altro, senza notare la sua reazione.
È stato un fine settimana strano, un Ferragosto indefinito pieno di impressioni molto (forse troppo) diverse tra loro, talmente tanto contrastanti da crearmi una grande confusione, ma soprattutto milioni di punti interrogativi. Sono contenta per certi versi, triste per altri, anche incerta, dubbiosa, poco sicura. Tutto questo perché le cose poco chiare mi mettono troppo nervosismo e tolgono quella tranquillità propria del mio carattere.
... E il vostro Ferragosto?
Stasera sono andata a fare una passeggiata al porto, al tramonto. Andare al porto mi mette una pace indescrivibile, specialmente quando arrivo in un determinato punto: una sorta di costruzione rialzata dalla quale si vede un paesaggio magnifico. Ecco: quando sono là ritrovo un po’ me stessa.
Nel tragitto che mi porta in questo posto ho visto un ragazzo. Era fermo davanti al mare, “intento” a pescare. Non era molto alto, aveva i capelli rossicci, crespi, lunghi, legati con un elastico colorato e gli occhiali da vista. Indossava un paio di jeans scuri, una maglietta blu e aveva una borsa a tracolla.
Aveva dei modi di fare un po’ impacciati, non sembrava una persona solita a pescare. Era distratto, aveva il viso di una persona pensierosa: pescava ma solo apparentemente, nel senso che, a vederlo, sembrava pensasse a tutt’altra cosa.
Al ritorno era sempre là, con una ragazza però. Aveva posato la canna da pesca, discorrevano senza guardarsi: se non fossero vicini, avrei detto che ognuno di loro parlasse per fatti propri. Anche la ragazza aveva lo sguardo poco sereno.
Ho avuto l’impressione che fossero una sorta di coppia in crisi, che si fossero dati appuntamento lì per parlare meglio, anche senza guardarsi. Se così fosse, auguro loro di “ritrovarsi”, anche se non li conosco, anche se forse sto facendo uno dei miei film (osservare le persone è anche fantasticare discretamente sulle loro vite).
Quando due persone parlano senza guardarsi è come se comunicassero a metà. Il comunicare è fatto di parole, di discorsi, ma anche di sguardi: non si può parlare senza guardarsi minimamente, senza vedere l’espressione dell’altro, senza notare la sua reazione.
domenica 8 agosto 2010
"Dammi mille baci e poi altri cento ..."
Sesto giorno di mare.
Il colorito migliora sempre di più! :-)
Oggi era molto agitato ...

Il colorito migliora sempre di più! :-)
Oggi era molto agitato ...

Oggi a mare c’era una bella coppia di giovani. Lei alta, slanciata, mora, bel fisico, costume rosso. Lui anche alto, muscoloso ma non eccessivamente, costumino nero. Stavano bene insieme.
All’inizio stavano tranquilli sul bagnasciuga a giocare a racchettoni, dopo un po’ però si sono stancati e sono andati a sedersi sotto il loro ombrellone, davanti il mio. Tutto normale, per adesso.
Vado a prendere un caffè al bar, torno alla mia postazione e mi ritrovo la coppia più bella del mondo tutta presa a consumare le proprie facce in focosissimi baci, senza curarsi della ventina di persone presenti nei paraggi.
Ho pensato che forse la passione aveva preso il sopravvento nei loro animi e che presto si sarebbero accorti di essere in pubblico, quindi avrebbero smesso. Me ingenua.
Hanno continuato con i loro “gesti d’affetto” per almeno un quarto d’ora, del tutto incuranti della presenza di bambini intorno.
Non voglio fare la bigotta, ma queste eclatanti dimostrazioni di amore e passione in pubblico mi mettono solo a disagio. Va bene un bacio dolce, ma assistere a quello che sembra il prologo di un film porno all’aria aperta, no! Peggio ancora se ci sono bambini intorno, mi sembra una mancanza di rispetto.
Alla fine la coppietta ha smesso ed è andata via. Mentre i due si incamminavano, una signora poco distante da me ha buttato fuori un “Era ora” guardandoli in cagnesco. Ha poi incrociato lo sguardo incoraggiante di una delle famiglie del mulino bianco: la mamma e il papà del bimbo tranquillo, con la faccia contrariata, le hanno dato ragione.
All’inizio stavano tranquilli sul bagnasciuga a giocare a racchettoni, dopo un po’ però si sono stancati e sono andati a sedersi sotto il loro ombrellone, davanti il mio. Tutto normale, per adesso.
Vado a prendere un caffè al bar, torno alla mia postazione e mi ritrovo la coppia più bella del mondo tutta presa a consumare le proprie facce in focosissimi baci, senza curarsi della ventina di persone presenti nei paraggi.
Ho pensato che forse la passione aveva preso il sopravvento nei loro animi e che presto si sarebbero accorti di essere in pubblico, quindi avrebbero smesso. Me ingenua.
Hanno continuato con i loro “gesti d’affetto” per almeno un quarto d’ora, del tutto incuranti della presenza di bambini intorno.
Non voglio fare la bigotta, ma queste eclatanti dimostrazioni di amore e passione in pubblico mi mettono solo a disagio. Va bene un bacio dolce, ma assistere a quello che sembra il prologo di un film porno all’aria aperta, no! Peggio ancora se ci sono bambini intorno, mi sembra una mancanza di rispetto.
Alla fine la coppietta ha smesso ed è andata via. Mentre i due si incamminavano, una signora poco distante da me ha buttato fuori un “Era ora” guardandoli in cagnesco. Ha poi incrociato lo sguardo incoraggiante di una delle famiglie del mulino bianco: la mamma e il papà del bimbo tranquillo, con la faccia contrariata, le hanno dato ragione.
giovedì 5 agosto 2010
Le famiglie del Mulino bianco in spiaggia
Quarto giorno di mare, colorito accettabile, acqua limpida, nessuna scottature (sarà il primo anno che non succede), né spellamenti vari, né Connettiva spruzzata sulle spalle su consiglio del farmacista (per le ustioni è il massimo!).
Vado sempre a mare nella spiaggia libera, mi piace piantare l’ombrellone dove voglio io, vicino a chi voglio io, come voglio io. Non sopporterei di stare ferma in un punto, sotto un ombrellone con il logo di un lido, con attorno la solita gente: mi sembrerebbe di non essere libera.
La spiaggia che frequento è molto grande, lunga, ampia. Si alternano zone di spiaggia privata e zone, più piccole, di spiaggia libera. La sabbia è bianca, poco fastidiosa perché non si attacca ai piedi, come succede in altri posti. Danno però fastidio i sassi di ogni dimensione che si trovano vicino al mare.
Il mare è limpido, pulito, a volte agitato a causa delle correnti.
In spiaggia mi piace stare in silenzio (un po’ ovunque, veramente), in compagnia di un libro o del mio ipod. Non nuoto molto, ho il terrore che mi possa attaccare qualche medusa da un momento all’altro. Scambio solo qualche parola con mia madre, anche a lei va bene così: per noi il mare è pace, silenzio, tranquillità.
Anche qua mi ritrovo spesso ad ascoltare i discorsi dei vicini di ombrellone o ad osservare i loro movimenti. C’è gente di ogni tipo: giovani, coppie anziane, bambini.
Oggi c’erano due famigliole in stile Mulino bianco. Due mamme, due papà, due bambini di circa tre anni ciascuno. Erano a poca distanza tra loro, all’inizio neanche si guardavano, finché il bimbo di una famiglia non si è avvicinato all’altro. Hanno iniziato a giocare contenti, erano molto dolci, poco chiassosi, educati e rispettosi uno dell’altro. Di solito invece mi capitano bambini piccoli urlanti, spesso in lite tra loro per una paletta o per un secchiello.
I rispettivi genitori allora hanno iniziato a scambiare qualche parola tra loro, una famiglia aveva accento romano, l’altra campano. Erano due coppie distinte. Parlavano del più e del meno, dei loro bambini, del posto dove alloggiavano. Mi è piaciuto il modo in cui spiegavano ai loro pargoli le varie “regole della spiaggia” o come li incitavano a costruire castelli di sabbia o a provare mille formine.
Due famiglie veramente molto armoniose, quasi impeccabili, questa è stata l’impressione principale. Li ho ammirati per l’amore con cui trattavano i loro bambini, per la loro pacatezza, per i loro gesti calmi e la loro voce rilassata.
Alla fine una famigliola è andata via, i due bambini si sono scambiati un giocattolo spontaneamente, senza la gelosia ingenua tipica della loro età, senza fare storie. Si sono dati appuntamento a domani, per costruire un grande castello.
Vado sempre a mare nella spiaggia libera, mi piace piantare l’ombrellone dove voglio io, vicino a chi voglio io, come voglio io. Non sopporterei di stare ferma in un punto, sotto un ombrellone con il logo di un lido, con attorno la solita gente: mi sembrerebbe di non essere libera.
La spiaggia che frequento è molto grande, lunga, ampia. Si alternano zone di spiaggia privata e zone, più piccole, di spiaggia libera. La sabbia è bianca, poco fastidiosa perché non si attacca ai piedi, come succede in altri posti. Danno però fastidio i sassi di ogni dimensione che si trovano vicino al mare.
Il mare è limpido, pulito, a volte agitato a causa delle correnti.
In spiaggia mi piace stare in silenzio (un po’ ovunque, veramente), in compagnia di un libro o del mio ipod. Non nuoto molto, ho il terrore che mi possa attaccare qualche medusa da un momento all’altro. Scambio solo qualche parola con mia madre, anche a lei va bene così: per noi il mare è pace, silenzio, tranquillità.
Anche qua mi ritrovo spesso ad ascoltare i discorsi dei vicini di ombrellone o ad osservare i loro movimenti. C’è gente di ogni tipo: giovani, coppie anziane, bambini.
Oggi c’erano due famigliole in stile Mulino bianco. Due mamme, due papà, due bambini di circa tre anni ciascuno. Erano a poca distanza tra loro, all’inizio neanche si guardavano, finché il bimbo di una famiglia non si è avvicinato all’altro. Hanno iniziato a giocare contenti, erano molto dolci, poco chiassosi, educati e rispettosi uno dell’altro. Di solito invece mi capitano bambini piccoli urlanti, spesso in lite tra loro per una paletta o per un secchiello.
I rispettivi genitori allora hanno iniziato a scambiare qualche parola tra loro, una famiglia aveva accento romano, l’altra campano. Erano due coppie distinte. Parlavano del più e del meno, dei loro bambini, del posto dove alloggiavano. Mi è piaciuto il modo in cui spiegavano ai loro pargoli le varie “regole della spiaggia” o come li incitavano a costruire castelli di sabbia o a provare mille formine.
Due famiglie veramente molto armoniose, quasi impeccabili, questa è stata l’impressione principale. Li ho ammirati per l’amore con cui trattavano i loro bambini, per la loro pacatezza, per i loro gesti calmi e la loro voce rilassata.
Alla fine una famigliola è andata via, i due bambini si sono scambiati un giocattolo spontaneamente, senza la gelosia ingenua tipica della loro età, senza fare storie. Si sono dati appuntamento a domani, per costruire un grande castello.
Iscriviti a:
Post (Atom)
