"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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martedì 26 febbraio 2013

Ritorni

Le elezioni sono un valido motivo per tornare a casa, usufruendo tra l'altro di un mega sconto sui treni, tale che il costo dei viaggi raggiunga livelli normali. Della serie che posso tranquillamente prendere un treno senza dovermi vendere un rene. 
Si parte col caos da Apocalisse alla stazione perché oltre al weekend ci sono le elezioni. Oltre alle elezioni pare ci sia l'ultima Messa del Papa e la gente non può certo perdersela. E oltre a weekend, elezioni e Papa ci sono in media venti centimetri di neve in tutto il Nord Italia.
Basta questo a fare andare la gente nel panico, me inclusa. Tutti incollati davanti agli schermi degli orari, a lamentarsi dei venti minuti medi di ritardo per ogni Freccia proveniente dal Nord. 

Il Mondo sta andando a rotoli, lo sapevate? Tutte le certezze della mia breve esistenza sono venute meno quando ho saputo che anche le Frecce potevano avere dei ritardi. Questi treni hanno iniziato a circolare quando io ero ai primi anni di università, probabilmente tra il primo e il secondo. Erano descritti come infallibili, velocissimi, nuovissimi, pulitissimi, spaziosissimi e chi-più-ne-ha-più-ne-metta. Io credevo che le Frecce fossero la soluzione a tutti i miei problemi. 
Ci credevo, prima di venire a sapere i loro prezzi. 
Poi ho pensato "va bene, costa tanto, ma almeno non farà mai ritardo". 
E invece no, a quanto pare anche le Frecce accumulano minuti di ritardo rendendo la gente più nevrotica del solito. 

Comunque, persa la Certezza Assoluta, riesco a salire sulla mia Freccia. Abbandono la valigia in un posto spero sicuro e mi avvio al mio posto, occupato da uno zaino blu di un tizio che dorme accanto. 
A svegliarlo ci pensano gli altri due ragazzi che a quanto pare sono con lui. Mormorano qualcosa in spagnolo, lui lo sposta e chiede scusa. Così posso finalmente accomodarmi e comunicare al mondo, tramite sms, che sono riuscita a prendere questo benedetto treno.

I miei compagni di viaggio iniziano a parlare tra loro. Io adoro lo spagnolo, è una lingua che mi ricorda gli scambi di email, durante l'adolescenza, con i parenti argentini. Mi ricorda la zia che veniva ogni tanto in Italia, in estate, e mischiava lo spagnolo al dialetto per farsi capire un po'.
A quanto pare i tre ragazzi sono in Erasmus in Italia e hanno pensato bene di fare un tour turistico per le grandi città italiane. Uno di loro parla l'italiano benissimo, gli altri due si fanno capire.
Canticchiano "La donna è mobile", chiedono quale sia l'equivalente al femminile di uomo. Pensano si dica "ragazza". 

Nei posti a fianco ci sono una ragazzina di tredici anni circa e una donna che probabilmente sarà sua madre. Entrambe bionde, entrambe magrissime e molto curate. Parlano di danza, a quanto pare la ragazzina dovrà andare a fare un provino o qualcosa di simile. Appare molto annoiata, mentre la donna che è con lei è attivissima e probabilmente anche un po' rompic*******. 
Uso questo termine e non uno più "elegante" perché penso che se la tredicenne avesse potuto, l'avrebbe mandata sul serio a quel paese. 
Era tutto un "Ma lo chignon quando lo facciamo?". "Dobbiamo fare in fretta quando arriviamo". "Magari prendiamo un taxi per andare in hotel". "Non hai fatto colazione, vuoi un panino così già che ci sei pranzi?". 
La ragazzina non pare abbia fame, ma lei tira fuori un simil panino grande quanto metà pugno della mia mano e glielo porge.
Lei toglie la carta, inizia a mangiarlo con lentezza. 
Arriva a destinazione e non ne ha finito neanche mezzo. 
Io un panino così l'avrei mangiato in cinque minuti. 
E vabbè. 

Gli Erasmus scendono dal treno, salutano, ringraziano (di cosa non lo so), sorridono. Sono gentili, questi spagnoli. 
Il resto del viaggio passa ascoltando l'iPod e leggendo Madame Bovary. 
Scrivo un paio di cretinate su Twitter, per far passare il tempo. Sento un paio di amici, mi accerto di trovarli a casa. 

Poi vedo il mare, il primo mare dopo tante ore di viaggio. 
Forse non mi crederete, ma la gente che era su quel treno ha cominciato a fissare i finestrini, incantata da quell'acqua grigia a causa del cielo piovoso.
Sarà stata un'impressione, ma a me è parso che all'improvviso in quel vagone fosse calato il silenzio. 
Silenzio, state zitti. 
Qua c'è un mare da vedere. 
C'è gente che non lo vede da settimane.

Arrivo a casa che è sera ormai. Ad accogliermi in stazione c'è la mamma, mi annuncia che ha fatto la torta alla banana, per il mio arrivo. 
Piove un sacco, piove sempre. 
Ho gustato il sole un giorno soltanto, troppo poco per i miei gusti.

Non sto combinando niente di concreto. Passo le giornate tra un divano e l'altro, rimandando le cose da fare a momenti successivi che ancora non sono arrivati. C'è un senso di insoddisfazione a fare da sottofondo.

Dormo col Gatto accanto. Ogni tanto mi poggia le zampette anteriori sulla spalla e si sporge verso la mia faccia per guardarmi. Sta così qualche istante, poi torna a dormire. 
Sembra voler accertarsi della mia presenza, sembra voler vedere se è un sogno o se è vero. 

mercoledì 18 agosto 2010

Chimichurri

Un altro alimento argentino che mi hanno fatto conoscere i miei parenti è il chimichurri, anche se loro (e adesso anche io), per qualche motivo a me sconosciuto, lo chiamano “chimichurro” (anzi, se qualcuno di voi sa un’eventuale differenza, me lo dica pure!).

Il chimichurri è una salsa verde buonissima. La si mette sulla carne grigliata, per darle un sapore ancora più intenso. Farlo è molto semplice: si frullano prezzemolo, peperoncino, aglio, origano, olio e aceto; si conserva in frigo e si usa preferibilmente freddo. Qui la ricetta.

Ormai nella mia famiglia non c’è più grigliata di carne (“asado” in lingua argentina) che non sia accompagnata dal chimichurri. Mio padre si è specializzato, lo fa in pochi minuti e certe volte me lo prepara per quando devo tornare nella mia città universitaria.

L’ultima volta che l’ho mangiato è stato proprio a Ferragosto. L’ho messo su questa carne qua:

martedì 20 luglio 2010

Dulce de leche

Qualche anno fa, i miei parenti argentini mi portarono come souvenir un barattolo di vetro colorato con dentro una strana crema sul marroncino chiaro. Ricordo che lo misi in uno scaffale e lo lasciai lì.
Qualche settimana dopo, lo ritrovai e allora decisi di aprirlo e assaggiarne il contenuto.

Quando devo provare qualche cibo nuovo, prima di metterlo in bocca, inizio, sospettosa,ad odorarlo come un cane da tartufo (vi lascio immaginare come ho analizzato il kebab quando l’ho provato la prima volta …). L’odore di quella crema era abbastanza gradevole, sapeva di dolce. Allora inforcai un cucchiaino e lo assaggiai.
In un baleno le mie papille gustative fecero la ola, iniziarono a ballare il can can e suonarono le campane a festa. Quella crema era semplicemente deliziosa: morbida, dolce, il suo sapore rimanda ad un incrocio tra il caramello e il mou. Qualcosa di veramente divino. Sparsa la notizia nella mia famiglia di tale bontà, il barattolo finii in pochi giorni.
Il nome di questo celestiale alimento? Dulce de leche, che in spagnolo vuol dire “Dolce di latte” (e dire che a me il latte non piace …!).
È un po’ come la nostra nutella: in Argentina si usa spalmarla sul pane o come farcitura di dolci e biscotti. Oppure suppongo anche come antidepressivo.

Quel sapore mi è proprio rimasto in testa. L’anno scorso ne parlai ad una mia amica peruviana, anche lei conosceva il dulce de leche, anzi era l’unica persona di mia conoscenza a sapere della sua esistenza. Giorni dopo me ne portò una bustina. Inutile dire che la reazione delle mie papille gustative fu la stessa.

Non essendoci in commercio in Italia (o per lo meno io non l’ho mai trovato!), io e mia sorella recentemente abbiamo provato a cercare la ricetta su internet. Dopo mille ricerche, abbiamo provato a fare la ricetta che ci sembrava più adatta, pensando comunque che non sarebbe mai venuto un dulce de leche come quello provato prima.

Dopo un’ora scarsa di cottura, la prova della marmellata sul piatto, la fase raffreddamento e quella “provo io o provi tu?”, lo abbiamo assaggiato riscoprendo (con grande meraviglia della sottoscritta ormai rassegnata) il vero sapore di questa crema. Riesce proprio come il dulce de leche industriale, forse anche più buono e genuino considerando che non ci sono conservanti.

Anche sul dulce de leche c’è una leggenda: si narra che una serva si addormentò lasciando sul fuoco una pentola con latte e zucchero. Al risveglio notò che quegli ingredienti avevano creato una densa crema, appunto il dulce de leche.

Ora, dal momento che sono altruista, vi lascio la semplicissima ricetta e una foto del nostro dulce. Fatelo, non ve ne pentirete (anche se non è proprio un alimento estivo!).
Attenti però agli effetti collaterali: potrebbe diventare una droga!