"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

venerdì 21 giugno 2013

Finali

(Credo sia il post più lungo che abbia mai scritto, vi avviso).

Di solito sono una persona calma, cerco di ragionare prima di farmi assalire dall’ansia, anche se non sempre ci riesco. In questi anni universitari, i miei hanno sempre detto che sentendo la mia voce il giorno prima di un esame non davo mai l’impressione di essere una che il giorno seguente avrebbe dovuto sostenere una prova più o meno importante.
Questa volta però è diverso. Io non riesco più a studiare come una volta, non ho la pazienza di mettermi a ripetere fino a farmi entrare tutto quello che serve in testa, di sottolineare con la linea rigorosamente dritta perché in certe cose sono un’odiosa precisina del cavolo. Chi ci è già passato dice che è normale, che arrivati alla fine è sempre così. Quindi non sono un’aliena che si aggira per casa conciata nel peggiore dei modi, con gli occhiali da secchiona e i tappi alle orecchie perché fuori c’è talmente tanto casino che non riesco neanche a sentire la mia voce. Quando ripeto urlo, probabilmente i miei vicini di casa mi odieranno. Mi busseranno alla porta con l’intenzione di dirmi di smetterla, di stare zitta, perché ho veramente rotto tutto quello che si può rompere. Poi però  mi guarderanno, osserveranno lo stato pietoso in cui verso, mi daranno una pacca di compassione sulla spalla e si offriranno volontari di sentirmi ripetere libri e appunti.
Ecco, quando io non ho voglia di studiare, do il via alla produzione di film mentali. Tutto, pur di perdere tempo.

Non c’è conversazione, ormai da due giorni, che non si concluda –da parte mia- con una chiusura di telefono in faccia al mio interlocutore. Sono irritata, irascibile, insopportabile, tremendamente odiosa. Sopporto solo i miei amici. Loro e nessun altro.
Non mangio neanche, o meglio, mi nutro di quanto basta alla sopravvivenza.
Penso di avere l’esame il giorno X, così mi ritrovo, la sera prima, a controllare nel sito della facoltà il mio numero in lista e a scoprire con sommo orrore che mi sono sbagliata. L’esame non è il giorno X, bensì quello dopo. Altre ventiquattro ore di studio, di carcere, di condizioni pietose.

Poi alla fine arriva il giorno. Seguo la routine che mi ha accompagnato in questi anni. Notte parzialmente insonne, sveglia presto per l’ultimo ripasso, due macchinette di caffè in giro nelle vene, la doccia fredda, il profumo degli esami.
Dovete sapere che io ho un profumo che uso solo per gli esami. L’ho messo quando ho dato il primo e da allora è diventata una sorta di scaramanzia, di tradizione: devo averlo addosso ogni volta che ne ho uno. E non solo: finisco col fare la doccia con il bagnoschiuma della stessa linea e passarmi dopo la stessa crema. Ormai l’odore mi dà la nausea, mi mette ansia.
Un po’ di mascara, gli occhiali da sole, le cuffie alle orecchie. I “crepi” in risposta agli “in bocca al lupo”. L’aria probabilmente affranta, la borsa piena di libri.
Arrivo in facoltà con l’aria di chi è lì per caso. Trovo un mio simile disperato mai visto prima il quale mi informa delle tragici voci che circolano sul prof in questione.
E ‘sti ca***, di terrorismo pre-esame ne ho abbastanza. Lo assecondo, pensando nella mia testa che non vedo l’ora che finisca tutto.
Mi abbandono alla mia sedia, senza la minima voglia di ripetere i miei appunti.
-          Te sei la seconda in lista, sei Chiara, vero? Se vuoi un po’ di tempo per ripetere, vado prima io e poi vai te.
Credici.
Non lascio il mio posto neanche se ho in corso un’emorragia, se sto perdendo litri di sangue e sono in fin di vita. Lo tranquillizzo, gli dico che più che ripetere avrei bisogno di re-imparare tutto di nuovo. Lui se la ride, pensava di farmi un favore.

Mi giro il libretto tra le mani, guardo le pagine piene di caselle riempite, di firme frettolose, di numeri scritti in modo chiaro, di date, di materie. Ogni esame ha la sua storia dietro: racconta di delusioni, di felicità, di fatiche, di stati d’animo confusionari, di borse piene di libri da studiare, di quantità industriali consumate di evidenziatori e matite.
Poi mi ricordo dell’altra “tradizione” da esame, da rispettare anche questa. Apro il portafoglio, tiro fuori un quadratino di carta e lo apro con cura. Dentro c’è il ciondolo di mia nonna, lo tengo dentro al pugno durante gli esami, da sempre.
Poi arriva il momento in cui guardo in faccia la realtà e prendo consapevolezza di quello che sono. Delle ore passate sui libri, dell’impegno che ho messo nel preparare la materia. Il mio dovere l’ho fatto, come sempre. Se va male, non posso rimproverarmi proprio niente.
Sono piccolezze queste. Gesti, pensieri, parole che ormai ripeto meccanicamente: danno sicurezza, anche se lì per lì non ci crediamo abbastanza.
È così che sono arrivata fino a questo punto. Guardandomi dall’esterno con un occhio critico, a volte troppo severo; rendendomi conto, solo alla fine, che l’impegno, i sacrifici, la fatica, di norma vengono sempre ripagati e se non succede così – perché capita anche questo- la colpa non è certo mia. Io sono l’unica a sapere cosa c’è stato dietro ogni esame,quanto ho studiato, se troppo o troppo poco. Il risultato spesso è solo un numero, a volte neanche troppo soddisfacente, un casella piena in più nel libretto. Quando proprio va bene c’è la stretta di mano forte da parte del prof. o una proposta di tesi da parte loro.

L’assistente giovane pronuncia il mio nome. Mi alzo di scatto e la seguo, guardo il tipo troppo gentile che ricambia come per volermi dare forza. E poi mi siedo davanti a chi mi interrogherà, faccio un respiro profondo, stringo nella mano il ciondolo della nonna.
Le domande, una dietro l’altra. Le parole, le precisazioni, la memoria che galoppa. I sì con la testa, i gesti con le mani. I mezzi sorrisi, la storia che si ripete. I minuti che passano come fiumi, anche se non me ne accorgo, perché la stranezza degli esami sta nel fatto che quando sei seduta lì a parlare non hai la minima percezione del tempo che scorre.
Arriva la fine, l’assistente mi dice il suo voto. Verbalizza sul computer, scrive sul libretto.
Un’altra casella della mia raccolta punti piena. Alla fine ci danno il premio, diceva mia sorella.
Questa volta è l’ultima. Non ci saranno più altre svolazzanti firme frettolose, non ci saranno più numeri, date, nomi di materie.
Finisce qui.
Non ci saranno più le sveglie alle sei per il ripasso finale, né gli spruzzi del profumo degli esami sulla pelle. Non ci sarà più nessuno a fare del terrorismo fuori dalla porta.

Esco dall’aula, rivedo il tipo. Gli dico di star tranquillo, andando in controtendenza rispetto a chi ama distribuire ansia non richiesta. Riprendo le mie cose, poso il libretto tra gli appunti che finiranno nella differenziata tra poco. Osservo l’ultimo passo della tradizione che ho creato e rispettato negli anni: la diffusione della notizia.
Di solito scrivo un sms, metto solo il voto, il numero. Quando prendo la lode scrivo tutto per esteso. Mi sembra più bello. Questa volta il messaggio è lungo: aggiungo un “è finita”, con tanto di punti esclamativi. Lo inoltro, come sempre: alla mamma, a papà, alla sister, alla zia, agli amici. E poi mi gusto le loro reazioni, sempre le stesse. C’è chi chiama, c’è chi risponde a sua volta con un sms. C’è chi ti dice di andare a comprarti qualcosa di buono da mangiare, mentre gli amici ti propongono sempre di andare ad ubriacarti.
In realtà non faccio niente di tutto ciò, non ora.
Adesso sono spaesata, non ho realizzato ancora. Mi chiedono se sono felice. Dovrei esserlo.
Per essere felici di una cosa bisogna averne preso coscienza, cosa che io ancora non ho fatto.
Fa caldo, quasi mi sento mancare. Bevo una bottiglietta di tè freddo, lego i capelli. Metto gli occhiali da sole, torno al mio iPod.
La canzone che stavo sentendo, quando sono arrivata in facoltà, mi si ripropone nelle orecchie. Inizia da metà, ma ha un suono diverso.
Sa di libertà.
Anche se si tratta di una libertà vigilata da una tesi impegnativa.

martedì 4 giugno 2013

C'era...

C’erano degli appunti da ripetere, un esame imminente da preparare. C’era la confusione nel tavolo e una candela dell’Ikea accesa alla mela e cannella, perché l’odore mi piace e forse riesce anche a conciliare la concentrazione. C’era una torta da preparare, da portare di sera agli altri. La ricetta sulla mensola, copiata frettolosamente dall’email ricevuta di un’amica.

C’erano le mandorle da macinare con la forza delle braccia,il burro da fondere cercando di non rimettere sentendo l’odore e gli ingredienti da assemblare. E poi un forno da riscaldare, una teglia da mettere dentro. Lo zucchero di canna, la farina, le uova. Il caos in cucina, perché se c’è una cosa su cui mia madre ha ragione da vendere è che quando cucino  sembra che sia scoppiata una bomba.
Poi c’ero io che fissavo la torta cuocere in forno, con l’aria interrogativa di chi ha poca fiducia in se stessa. Io con lo spaghetto in mano, pronta ad immergerlo nella torta per verificarne la cottura.
Il tempo di raffreddarsi, di mandare le foto a casa come prova del fatto che ogni tanto cucino qualcosa di diverso dalla pasta al sugo. Il tempo di sentirsi dire che è la prima volta che la fai, basta il pensiero, il che suona molto come l’annuncio di un piccolo, ennesimo, fallimento culinario. Ma chi se ne frega.
Il tempo di un pomeriggio passato di nuovo a studiare e si fa sera.
Si fa sera e c’è da andare, da mettersi la giacca, i jeans, le converse, sciogliere i capelli e uscire da casa.
Poi la velocità dei miei piedi, i saluti agli amici, le presentazioni.
C’era un tavolo pieno di roba, c’era da mangiare ma non c’era la fame.
C’ero io a guardare gli altri addentare il dolce, aspettandomi che lo sputassero da un momento all’altro.
E invece no, non è successo.
È successo che sono andati matti per quei pezzetti marroni e dolci.
È successo che mi hanno chiesto la ricetta.
È successa una piccola cosa bella e inaspettata.

Io devo cucinare più spesso per loro, loro sì che apprezzano. Mica come voi, ingrate.
 È quello che scrivo alla mamma quando torno a casa. La mia è tutta ironia da cogliere.

E poi c’era lui, il trentenne in carriera, in giacca e cravatta. Lui che è letteralmente impazzito per la mia torta.
Ma chi se ne frega se ne mangio troppa! Ne prendo ancora un pezzo, se non vi dispiace.
Lo guardo e non mi sembra vero. Vedere la gente sana mangiare di gusto senza preoccuparsi delle calorie mi rassicura. È confortante.
Sorrido io, sorride la mia timidezza. Probabilmente arrossisco anche, perché troppi complimenti mi imbarazzano, anche se fanno bene.
C’erano le sue domande sulla mia vita, le mie sulla sua. C’era da scoprire che siamo tanto simili quanto diversi, che abbiamo qualcosa in comune. C’era da imparare,da prendere un po’ del suo coraggio per fare quello che nella vita si desidera. La solita paura del futuro, da scaricare su qualcuno anche solo per una serata, il dire che io non voglio perdere tempo, non voglio stare ferma o buttarmi su qualcosa per poi pentirmene.
Hai solo ventitré anni, hai una vita davanti.

C’era un orologio al polso ormai ossuto che segnava le ventitré. C’era da tornare a casa, c’era lui che oh, ma guarda un po’, a parlare con delle colleghe si fa tardi senza accorgersene.
Colleghe, forse sì. Forse no.
C’era ancora un pezzo di torta, l’ultimo. C’era che doveva essere suo.

Torno a casa con le briciole dentro la teglia. Briciole di sorrisi, di risate. Briciole di occhi pieni di luce. Di gioventù che ha le idee chiare in testa e che vuole raggiungere i propri obiettivi. Briciole di determinatezza, di ottimismo, di convinzione.
Briciole di tutto ciò che, in fondo, serve anche a me.