"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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giovedì 14 agosto 2014

Estate

Sono tornata al punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
Ho fatto la valigia, l’ho caricata a più non posso con la scusa che sarei rimasta via un mese intero, riempiendola dell’utile e del meno utile con l’illusione che tutto lì dentro sarebbe stato indispensabile. Mi ci sono seduta sopra, alla fine, per chiuderla.
Il peso non mi spaventava: ho braccia abbastanza forti e un’esperienza di carichi e scarichi da annotare su qualche improbabile cv. E poi questa volta non ero sola a dover portare quel carico enorme da un treno all’altro. Questa volta c’era lui.
L’ho portato con me, al mio punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.

L’ho portato con me perché ad un certo punto – tra le altre cose – ho pensato che le parole non bastassero più. Che non fosse più sufficiente spiegargli a voce quanto fosse bello il mio mare, quante emozioni potesse regalarmi un tramonto o quanto chiassosa e battagliera fosse la mia famiglia, quanto dolci i miei amici.
C’era bisogno di qualcosa in più, c’era bisogno di vedere tutto questo: di fermarsi a sentire il rumore del mare o vederci i propri piedi dentro senza sforzo alcuno. C’era bisogno di alzare il naso all’insù e lasciarsi confondere dalle troppe bellezze del mio paese. C’era bisogno di sentire i miei racconti, i miei ricordi, la storia della mia famiglia, come sottofondo di tutto quello che lo avrebbe circondato.

E così è stato.
Gli ho fatto conoscere tutti: la mia famiglia chiassosa insieme ai suoi silenzi, ai suoi vuoti o alle troppe parole. I miei amici, nessuno escluso. Qualche professore, qualche maestra d’asilo, qualche vicino di casa, qualcuno che nel bene o nel male ha incrociato la mia vita negli anni passati.
Li incontravo, così per caso nelle vie, li salutavo, glieli presentavo e quando andavano via gli raccontavo i miei ricordi legati a quelle persone.
Adesso, forse, mi conosce di più.

E adesso, forse, mi conosco meglio anche io.
E la particolarità di tutto ciò è stato il fatto che vederlo qui, tra la mia gente, non mi è sembrata affatto una novità. Mi è sembrato che lui qui ci fosse sempre stato.

Adesso le mie giornate nascono e muoiono al mare. Ho preso i chili che avevo perso, con sommo dispiacere. Sono diventata nera, come ogni anno. Ho lasciato l’orologio in valigia, lo stesso che qualche settimana fa ritenevo fosse per me indispensabile. Cammino senza correre, mi fermo a guardare i tramonti e a fotografare tutto quello che mi piace. Faccio colazione sul terrazzo, mi sveglio quando capita e dormo nove ore a notte.
Sono in vacanza e non capitava da un po’.

Mi sono ritrovata, ma non ancora del tutto.
È che io di solito mi perdo, in inverno, tra la pioggia e il tempo grigio.
Quest’anno mi sono persa più del solito e così non è andato per niente bene.
Adesso bisogna che ricomponga i tasselli, li metta tutti al loro posto.
Un po’ ci sono riuscita, ma il quadro non è ancora completo.
Mi serve il mare, ancora per un po’.

sabato 15 febbraio 2014

"Sento il mare dentro una conchiglia"*

Ci sono momenti in cui mi odio.
Odio il carattere che mi ritrovo, o alcune parti di esso. Quando sembro scontrosa, imbronciata, scocciata, insofferente. Quando quello che mi circonda mi dà fastidio, quando non riesco ad apprezzare le persone che mi stanno accanto.
E così mi piace stare da sola, rintanarmi nella mia camera e non fare niente. Isolarmi un po’ dal mondo, sola con quei pensieri da risolvere, senza sapere da dove cominciare. Oppure mi piace camminare, senza nessuno accanto, senza meta. Vagare per la città, evitando possibilmente i posti dove so di poter incontrare qualcuno che mi conosce. Dimenticarmi volutamente il cellulare in borsa, silenzioso. Prelevarlo solo ogni tanto, per evitare che qualcuno si preoccupi ingiustificatamente della mia assenza.
Oggi mi sono ritrovata in un negozio di quelli enormi, dove vendono solo prodotti per l’igiene della casa e della persona. Mi piace coccolarmi la sera, dopo giornatacce di lavoro intenso, buttandomi di corsa sotto una doccia bollente con un bagnoschiuma profumato.
Oggi sono andata a cercarne un altro, di bagnoschiuma. Ho ponderato la mia scelta per un quarto d’ora abbondante, annusando furtivamente tutte le confezioni, cercando di non essere beccata in flagrante da qualche commessa più acida di me. Alla fine la mia scelta è ricaduta su uno alla vaniglia, con la confezione di un giallo un po’ spento.
Nel tragitto verso la cassa ho adocchiato un espositore di creme solari, le ho guardate distrattamente pensando a quanto fossero fuori luogo, in pieno febbraio. Potrebbero essere l’acquisto perfetto di quella strana gente che va in vacanza nelle località esotiche in pieno inverno e se ne vanta apertamente con amici e colleghi. Odio anche quella gente, sempre. O forse la invidio, perché loro possono ed io no.
E mentre formulo pensieri acidi, verso persone che neanche conosco, alla radio sento una canzone che mi ricorda l’estate. Così, a tradimento. O forse a sorpresa.
Leggermente divertita dalla cosa, decido di fare dietro front. Vado di nuovo verso l’espositore delle creme solari, ne afferro una blu, quella che di solito uso in estate. L’apro, ne sento l’odore ad occhi chiusi, per un attimo, quello che basta ad accendere i ricordi. Poi poso tutto, torno alla realtà, pago ed esco.
Torno a casa e mi odio un po’ meno.
Odio un po’ meno sia me che gli altri.
E decido che l’unico modo per stare meglio è andare al mare più vicino domani, fregandomene degli innumerevoli chilometri da fare, non curandomi del fatto che sia totalmente diverso dal mio.
Con la speranza che sia possibile, con l’augurio che il suo odore, la sua brezza, possano in qualche modo riconciliarmi con il mondo.


*Estate - Jovanotti

domenica 27 ottobre 2013

Dottoressa

Le gambe mi tremano, non reggono il peso del mio corpo. Stamattina mi sono svegliata che era ancora buio. Ho aperto gli occhi e sono stata assalita da una nausea imbarazzante.
Qualche ora dopo mi ritrovo in facoltà con addosso un vestito trovato dopo un pomeriggio di ricerche con delle coinquiline fin troppo pazienti; ai piedi delle scarpe tanto belle quanto scomode. Ed in mano ho un libro scuro, con le lettere dorate.
Sopra c’è scritto il mio nome.
Racchiude mesi e mesi di fatiche. Di estati non vissute, di estenuanti ricerche bibliografiche e consultazioni impossibili di banche dati assurde. Tutto qui dentro, dentro un oggetto solo.

La mia amica è qui con me. È stata la presenza fissa di cinque anni di università. Abbiamo fatto tutti gli esami insieme, preparato le nostre tesi supportandoci a vicenda.
Prima che ognuna di noi entri a fare la discussione ci ricordiamo delle cose che negli anni ci hanno più o meno aiutate a mandar via un po’ di ansia.
Pensa ai vecchi che d’estate muoiono per il caldo
Pensa alle vittime dei terremoti, degli tsunami.
Eh si, cavoli. Quelli sì che sono problemi.
Te lo dico, noi in fondo ci stiamo solo laureando.

Penso che io questa volta non ce la posso fare. Sento addosso un’ansia fastidiosissima che se potessi toglierei via in un attimo solo. Non ci riesco, non riesco a calmarmi. Formulo nella mia testa pensieri assurdi, guardo gli altri con qualcosa di simile al senso di terrore negli occhi.
Devo gestire meglio l’ansia.

Poi arriva il mio turno. Arriva la mia ora.
La discussione dura una decina di minuti, la proclamazione ancora meno.
Di tutto ciò mi è rimasto solo un ricordo lontano e confuso, come se fosse successo mesi e mesi fa.

Ricordo bene però gli abbracci, quelli con le persone che hanno conosciuto il mio percorso, quelle che potevano capire tutto.
Ricordo com’ero quando sono entrata per la prima volta in questa facoltà: piccola, spaesata, disorientata. Non conoscevo nessuno, non conoscevo questi posti. Ero io, sola, in mezzo a persone mai viste prima.
Ricordo bene il sudore degli esami, i caldi africani, i freddi da tagliare le ossa. I terremoti, i metri di neve.

Adesso ho una corona d’alloro in testa, dei mazzi di rose in mano. Ci sono i confetti rossi, lo spumante a fumi. Intorno a me la mia famiglia, i miei amici, il mio tesoro.
Sono felice. Non potevo chiedere di meglio, non potevo chiedere di più.
Posso toccare il cielo con un dito, posso sorridere.

Ho vinto la mia battaglia. Cinque anni fa io non l’avrei mai detto. Non pensavo di farcela, lo dico davvero.
E invece ora sono qui, col “pezzo di carta in mano” e l’alloro in testa.
Ho imparato che niente è impossibile, che la fatica genera soddisfazione.
L’importante è mettercela tutta.

martedì 2 luglio 2013

Telefonate domenicali

La domenica è la giornata delle telefonate. È così da quando il mio gestore telefonico ha deciso di cambiare le tariffe del piano telefonico sua sponte e come contentino ha deciso di regalarmi chiamate illimitate verso tutti, ogni domenica. E’ quindi da un paio di mesi che io, la domenica, chiamo amici e parenti. Così, per il gusto di sfruttare la promozione fino alla fine. Parlo con tutti, rido, ascolto interessata i loro racconti, li allieto con i miei, anche se di esaltante hanno ben poco. Mentre faccio tutto ciò pulisco casa, in ossequio ad uno dei comandamenti di chi vive solo: la domenica è la giornata delle pulizie. Non esiste riposo, non esistono allegre scampagnate in compagnia, non esiste nient’altro, la domenica, all’infuori delle grandi pulizie domestiche. E guai a saltare ogni tanto!
Ho rivalutato un sacco l’utilizzo degli auricolari. Non so come definirli. La migliore invenzione degli ultimi secoli, dopo le lenti a contatto?
Forse.

Questa domenica ho chiamato una mia amica. Non la vedevo da Pasqua e durante questi mesi l’ho sentita proprio poco. Avremo scambiato due messaggi,in occasione dei nostri compleanni. Con lei ho passato gran parte della mia adolescenza, la conosco da qualcosa come tredici o quattordici anni.
Abbiamo vissuto miliardi di avventure durante il liceo: compagna di studio, di progetti, di quelle riflessioni esistenziali di una pesantezza unica. Compagna di sigarette, di panini, di cene improvvisate, di ansia da interrogazioni. Lei era quella disordinata, con la testa tra le nuvole. Io ero l’esatto contrario. La riportavo nella retta via quando c’era bisogno e lei provvedeva invece a farmi divertire, ridere, scherzare. Mi è stata particolarmente vicina in uno dei momenti più bui della mia vita. La sua presenza è stata una fonte inesauribile di forza, di coraggio.
Era un completarsi a vicenda. C’era da apprendere le cose migliori dell’altra e insegnare il meglio di sé.

Poi il liceo è finito. Le strade si sono divise. Le valigie sono state fatte, ci abbiamo messo dentro le nostre foto. Le abbiamo attaccate nelle nostre camere nuove, nelle nostre nuove città delle nostre vite altrove.
Ci sentiamo di rado, ma ci teniamo sempre informate sui nostri ritorni in patria, così da vederci ad ogni occasione utile, da raccontarci di noi, da condividere il possibile.

Il fatto di non sentirla spesso, ogni tanto mi fa pensare che quella famosa grande amicizia sia svanita o si sia comunque affievolita. Ma poi basta ritrovarsi a casa per capire che il nostro rapporto non è cambiato.

Così domenica l’ho chiamata, durante un lampo di malinconia di ritorno da uno di quei noiosi pomeriggi di studio in compagnia, alla ricerca di qualche faccia che possa far tornare il buonumore. Ho buttato libri e borsa sul tavolo, mi sono seduta sul divano e l’ho chiamata.
Ho chiuso la conversazione dopo un’ora e tre quarti, quando ormai fuori era buio e l’ora di cena era passata da un pezzo.

Un’ora e tre quarti di tutto. Abbiamo toccato centinai di tasti: le nostre vite, i nostri progetti, le nostre famiglie, gli amici in comune. Gli aneddoti di quelli che “solo a te possono capitare certe cose”. Le espressioni dialettali liberatorie perché certe cose, dette in italiano, non rendono l’idea come quando le dici nella lingua della tua terra. E si sa, non posso riportarle ad un nordico senza rimanere istantaneamente delusa dalla sua espressione basita e interdetta di chi pensa “ma guarda te ‘sta terrona”
E le risate, tante. Di gusto, di cuore.

Certe parole fanno bene.
Ti ricordano da dove vieni, cosa ti è successo per essere quella che sei oggi. È un ricostruirsi, un fermarsi un attimo con un occhio al passato ed uno al futuro. Ero così. Tu eri in quell’altro modo. Adesso siamo uguali e diverse. Siamo più grandi, più donne. Più problematiche e più confuse.
Il futuro è l’incertezza assoluta, ma non per questo non facciamo progetti. Viviamo alla giornata, forse un po’ preoccupate. E ci raccomandiamo di goderci la vita, quella che vogliamo costruirci da sole.
Quella vita che abbiamo sognato, che un po’ si è realizzata e un po’ no. Quella vita che abbiamo davanti e che deve essere per forza bella, perché sì: ce lo meritiamo.

venerdì 5 aprile 2013

Di sogni confessati

Capita che ti svegli la mattina e scopri –senza tanto stupore- che piove anche oggi. Tra uno yogurt (alla vaniglia, sono tornata ai gusti dei comuni mortali) e uno spazzolino da denti, tra un calzino spaiato e una lente a contatto che fatica a stare dove dovrebbe stare, capita di pensare che la banalità della frase “non esistono più le mezze stagioni”  racchiude al suo interno quella che d’ora in avanti definirò la Somma Verità. E giuro, anzi prometto solennemente che la prossima volta che sentirò una vecchia pronunciare quelle sei parole una dietro l’altra, non formulerò automaticamente nella mia testa il pensiero “eccheppalleoh”.

Capita che mi rendo conto del fatto di essere diventata monotematica, di non fare altro che scrivere di pioggia da un po’ di tempo a questa parte, ma provate a capirmi: mi sono un po’ scocciata di sentirmi in autunno quando dovrebbero spuntare le prime margherite in giro.
E poi ho due paia di ballerine nuove che attendono di essere inaugurate.

Capita che decido saggiamente di esorcizzare tutto questo grigio, tutta questa tristezza esistenziale portata qui da questi maledetti nuvoloni ascoltando dalle cuffie di quel meraviglioso oggetto che è l’iPod le migliori canzoni dell’estate scorsa.
E sti cavoli. Io mi sento subito bene. Basta poco.
Capita che la smetto di parlare di meteo, altrimenti pensate che io non abbia niente di meglio di cui scrivere.

In tutto ciò ci scappa anche un pomeriggio in aula studio, senza voglia di studiare. È venerdì ed io sono stanca. Il caffè della macchinetta non fa effetto. Capita di ritrovarmi a fissare la roba che dovrei leggere,capire, sottolineare, schematizzare, memorizzare. Mi sento già con l’acqua alla gola e siamo solo al cinque di aprile. Qualcuno avrebbe dovuto fermarmi nel momento in cui ho deciso di iscrivermi a giurisprudenza, altro che incitarmi a fare questo passo, altro che dirmi “si, guarda che potrai fare un sacco di cose dopo”.
Un sacco di cose, come no.

Il pensiero del “dopo” mi si sta riproponendo con una certa insistenza in testa, da qualche settimana a questa parte. A quanto pare non sono la sola: M. è preoccupata quanto me. Ma il fatto di essere in due mi consola.
Ho un sogno nel cassetto che non ha niente a che fare con quello che sto studiando.
L’altro giorno l’ho detto, l’ho confessato.

Il collega cinquantenne troppo gentile mi ha chiesto cosa studio e se mi piace.
Mi ha chiesto cosa voglio fare “da grande”.
Mi ha fatto queste domande per conversare, per staccare gli occhi da quel computer che fissava da ore senza badare ad altro. Non sa che in quel momento non poteva chiedermi di meglio, non sa il bene che mi ha fatto dire certe cose. Dirle così, senza pensarci. Dirle naturalmente, con tutta la spontaneità che solo certi sogni possono avere.
Non l’ho guardato neanche, mentre rispondevo. Guardavo e sistemavo le cartelle blu, meccanicamente.

A me piace scrivere. Eh sì, io voglio scrivere un libro.

È la seconda volta che confesso a voce il mio sogno. La prima è stata a diciotto anni appena compiuti, al mio esame di maturità. La mia tesina parlava del sogno. Il prof. mi chiese quale fosse il mio sogno nel cassetto.
Io lo guardai un istante e lo dissi, a voce alta e chiara. Lo dissi davanti alla commissione, davanti ad una ventina di amici venuti lì per ascoltarmi.
Il mio sogno è scrivere un libro.

E si, diciamolo pure. Per me, dire una cosa a voce è più difficile che scriverla.
Ci vuole più impegno, ci vuole più coraggio.

martedì 26 marzo 2013

Un tempo, quando ero piccola

Piove ancora, piove anche oggi.
Montgomery, ancora. Con la cerniera tirata su fino al collo. E poi la sciarpa di lana, quella che la mia amica mi ha regalato per Natale. Ha scelto la lana più morbida, quella più calda e ha chiesto a sua madre di fare una sciarpa per me. Un regalo gradito, utile. Un regalo che porto sempre con me da mesi, nonostante la mia collezione conti ormai quasi una trentina di pezzi.
E con la sciarpa gli stivali.
E con gli stivali, l’ombrello rosso.

Di fretta, anche oggi.
Inizio a pensare che la fretta sia soltanto un mio stato mentale. Il camminare per strada velocemente come se stessi per perdere il treno della mia vita, quei passi svelti uno dietro l’altro. Sono un razzo, è difficile starmi dietro. E per me è difficile stare dietro agli altri, quella gente normale che cammina come tutti i comuni mortali.
Forse non sono mai realmente in ritardo, ma nonostante questo faccio sempre tutto di fretta, complice l’orologio che ho al polso, le cui lancette sono perennemente spostate qualche minuto avanti.

Devo sistemare l’orario, mettermi in regola con il Mondo.
Me lo ripeto spesso, ma non lo faccio mai. Potrei alzarmi dal letto, adesso. Raggiungere il mobile sotto lo specchio, afferrare l’orologio e sistemarlo. Invece me ne sto qui, al caldo sotto il plaid rosso, nel silenzio di questa casa ormai solitaria.

Un quarto d’ora a piedi e sono a destinazione, al lavoro. La gente normale impiegherebbe mezz’ora o venti minuti a percorrere lo stesso mio tragitto.
Saluto i colleghi, tolgo gli strati di lana che mi hanno protetta dal freddo stamattina. Qui dentro si muore di caldo, ci saranno trenta gradi almeno.
Mi svesto velocemente, di fretta.
Chissà che pensano di me qua dentro. Sono la solitaria, silenziosa Chiara. Quella che apre bocca solo per dire “Ok”,oppure “va bene”, o al massimo “certo, lo faccio subito”.

Passo dalla stanza piccola, dove c’è la scrivania di uno dei responsabili. Con lo sguardo vado dritta nella scatola dei documenti da posare, dritta al mio obiettivo. Mi accorgo qualche istante dopo essere entrata nella stanza di una presenza anomala. È una bambina, seduta alla scrivania. I capelli ricci e scuri, il viso tondo e le guance rosse. I piedi non le arrivano al pavimento. Sta seduta, muove le gambe nel vuoto. Prima una,poi l’altra. Un moto perpetuo.

E questa cosa ci fa qua? Da dove viene?
La saluto, le sorrido. È una sorpresa piacevole. Si chiama Serena e penso proprio sia figlia di qualcuno che lavora qui.
Sistemo i documenti nelle loro cartelle, quando ho finito entra G., il collega quarantenne superconcentrato, quello che dopo dieci giorni di lavoro insieme mi ha rivolto un “Scusa, ma tu come ti chiami chè non mi ricordo il tuo nome?”.
Ecco, il mio nome non me l’aveva mai chiesto prima.

Serena è la sua bambina. Non le somiglia affatto. Quindi è la stessa che si vede nel desktop del suo computer, a meno che non sia qualche sorella piccola. Starà qui qualche ora, parcheggiata in questa scrivania ad annoiarsi un po’, per poi essere prelevata da qualche familiare e portata in un altro posto.

Passo il tempo successivo a lavorare con G., in silenzio. Lui ordina, io eseguo.
Ogni tanto lancio uno sguardo alla piccola Serena. Disegna su un foglio bianco. Non ha i colori e quindi usa gli evidenziatori dell’ufficio. Non ho idea di cosa stia creando la nostra piccola artista. Certo è molto impegnata.

Serena mi ricorda me, anni e anni fa. Quando ero piccola mi piaceva andare nell’ufficio con papà. Mi ci portava ogni tanto, quando era in servizio di pomeriggio e sapeva che il lavoro sarebbe stato un po’ meno del solito.
Mi sistemavo anche io in un angolo, su qualche scrivania non occupata dai suoi colleghi. Prendevo qualche foglio di carta e mi dilettavo a disegnare e colorare con tutto quello che trovavo nel portapenne. Le mie improbabili opere d’arte venivano regalate ai colleghi di papà, con tanto di stupore, gioia e ringraziamenti. Probabilmente qualche ora dopo erano già nella spazzatura, insieme a chissà cos’altro. Negli anni novanta non si faceva la differenziata.

Quando mi scocciavo, andavo nel giardinetto vicino all’edificio dove lavorava. C’erano delle giostre: uno scivolo, l’altalena, un dondolo. La mia preferita era l’altalena, mi piaceva volare in quel modo. Lo scivolo un po’ mi faceva paura. Prima la scaletta, dovevo star attenta a mettere i piedi nel posto giusto. Poi arrivavo in cima, mi sedevo e da lì si arrivava in un attimo in fondo. Quel momento in cui dovevo abbandonarmi a me stessa e scivolare giù, un po’ mi spaventava.

Quando papà andava in pausa, lo accompagnavo al bar. Un caffè per lui, un succo di frutta per me.
E poi di nuovo dentro, fino all’ora di chiusura.

Serena però sembra annoiarsi, adesso. Forse non vede l’ora di uscire da qui, forse non le piacciono gli evidenziatori azzurri. Non piacciono neanche a me.
Quando vengono a prenderla, la piccola sembra contenta di andar via. Si veste velocemente, dà un bacio al padre, poi si gira verso di me e mi saluta.
Ricambio, le sorrido.

Ciao Serena. Mi hai fatto ricordare di quando ero piccola.




venerdì 26 ottobre 2012

Venerdì

Pomeriggio di venerdì.
Aula studio: sempre quella.
Libri di economia: sempre loro.
Incapacità di capire al primo colpo i vari grafici: sempre presente.
Insomma, non manca niente.

Sono da poco passate le sei. Sono qui da almeno tre ore. Non ho molta voglia di tornare a casa adesso, avrò tutto il tempo per star lì questo weekend.
Non ho grandi progetti per i prossimi giorni. Penso che farò le stesse cose di sempre. La spesa per la settimana, per dirne una. Da brava donnina di casa quale faccio finta di essere.
Mi dedicherò alla mia solita ricerca di cartelli recanti la scritta “cercasi commessa”, in giro per i negozi del centro, per dirne un’altra.

Mi serve un lavoro, uno qualsiasi. Uno che mi permetta di  pesare meno sui miei.
È da circa un anno che lo cerco, ma temo che il mio CV abbia qualcosa che non va, dal momento che nessuno richiama mai. L’ho modificato un paio di volte, in tutto questo tempo. Ho cercato consigli e suggerimenti efficaci su internet, ma niente.
Non attira.
Sarà che non ho alle spalle grandi esperienze lavorative; sarà che quell’ “iscritta al quinto anno di Giurisprudenza” fa pensare alla gente qualunquista che io sia la classica figlia di papà che di fatto non ha un bisogno concreto di lavorare; sarà che il posto in cui sono nata è lontano da qui.

Non so il motivo. So solo che nel corso dei mesi passati le ho pensate un po’ tutte.
Ho stupidamente pensato anche di aver sbagliato a scrivere il numero di cellulare. Ovviamente era scritto in modo corretto. E qui sorrido un po’.
C’è chi dice che io a volte sia ingenua. In realtà è che non mi va di pensare male.

Questo in arrivo sarà il weekend che –dicono- porterà definitivamente il freddo. E anche l’orario solare
Ci sarà più buio nelle nostre giornate. Alle cinque del pomeriggio non vedremo l’ora di rincasare.

Quando avevo qualcosa come undici anni, ricordo che io e la mia compagna di banco storica (sempre lei: dal primo giorno di primina all’ultimo di liceo, giuro) vedevamo il cambiamento d’orario come un evento tragico, negativo, triste.
Tutto ciò portava a voler sfruttare tutte le ore di luce rimaste a disposizione fino alla fine. Uscire il sabato pomeriggio era un obbligo, un impegno al quale non potevamo sottrarci. Era l’ultimo legame con la bella stagione.

La mia visione attuale della cosa ovviamente è cambiata. Mi fa piacere far tornare indietro le lancette. Ne approfitto, tanto per cambiare, per fare qualche bilancio (ovviamente non di tipo economico) su quanto sia cambiato dall’ultima volta in cui ho modificato l’orario dell’orologio.

Il buio del pomeriggio mi fa tornare indietro nel tempo, a quando mia madre era incinta di mio fratello e aspettava affacciata dal balcone, alle cinque del pomeriggio, che tornassi da scuola col pulmino giallo.
Mi faceva salire a casa, mi dava la merenda che aveva preparato e lasciato sul tavolo in attesa del mio rientro e insieme andavamo a sentire la novena dell’Immacolata.

Ricordavo i canti, la luce fioca della chiesa, la noia delle prediche che non ascoltavo. Il caldo del mio piumino, il vento che veniva dal mare.
Tradizioni perse da tanti anni ormai. Tradizioni, situazioni che non tornano indietro delle quali rimangono tanti bei ricordi.
Ecco, a me il buio alle cinque fa pensare a questo.

È tardi ormai. Bisogna che torni a casa.
Il mio stomaco si fa sentire.
Ho bisogno del the caldo, della barretta croccante al cioccolato. Della tuta blu, degli occhiali da vista.
Di B che racconta la sua giornata tenendo stretta tra le mani la sua tazza rossa.
Di chiudere le finestre e di ricordarmi di quando le ho aperte stamattina con una certa ansia di fondo, chiedendomi che giornata sarebbe stata  quella di oggi.

domenica 14 ottobre 2012

Foglie sulla neve #1 - Caro Maestro

Mercoledì mattina. Non ho lezione, non mi sento neanche bene. Decido di rimanere a casa, in tuta, in libertà. Studio qui oggi, non metto naso fuori casa. Domani invece passerò la mia giornata in facoltà, dal mattino fino alla sera. Recuperiamo quindi le forze, così domani sarò pronta a tutto.

Faccio la mia solita colazione, mi sveglio per bene. Apro tutte le finestre di case, mi rendo conto che fuori c’è un bel po’ di nebbia e che l’aria è più fresca degli altri giorni. Colpa dell’autunno che avanza. Mi soffermo un attimo a guardare la piantina che ha comprato B.: cresce bene, è sempre più colorata e folta. È delicata, elegante, per niente grossolana: è come lei.
Poi passo al letto. Sia mai che non lo sistemi per bene. Se è disfatto, la giornata non può iniziare. Sono troppo precisa (e pignola) su certe cose. Mea culpa.

Alla fine, mi rendo conto che è giunta l’ora di aprire il libro di economia. È una materia che odio, me la trascino dietro da anni ormai, ma adesso è arrivato il momento di togliermela (spero) dai piedi. Quei grafici mi fanno ribrezzo. Il prof mi sta antipatico. Credo che un esame del genere sia altamente inutile in una facoltà come la mia.
Ma purtroppo è lì, nel piano di studi. Ergo, mi tocca studiare.

Così comincio a leggere, sottolineare, fare i miei schemi, i miei grafici stupidi, i miei ragionamenti da deficiente. Mi sembra sia passata una vita da quando mi sono seduta. Guardo l’orologio e mi rendo conto che sono passati solo tre quarti d’ora. Di questo passo, la mattinata non finirà mai.
Faccio un giro su internet, dal cellulare. Leggo la ricetta delle polpettine svedesi dell’Ikea, guardo un po’ di news locali. Poi inizio a messaggiare con un paio di amici. Apro il portone alla postina, scendo giù a vedere se è arrivato qualcosa. Poi risalgo, mangio una mela. Lavo le tazzine della colazione.

Sarà passata al massimo mezz’ora. Posso finire la mia lunga pausa.
E invece no, si sono fatte le dodici. La mia voglia di studiare oggi non si sa dove sia finita. Forse in Africa, che importa (cit.).
Chiudo definitivamente i libri, senza troppi sensi di colpa. Mi fiondo sul divano. Telecomando in mano, inizio a fare zapping. Noia anche qui, tra gente che cucina, programmi stupidi e … Ad un tratto rimango di stucco. Ci sono delle immagini che mi rimandano ad un ricordo lontano.

È “Caro Maestro”. È la fiction che adoravo da bambina. Non ci posso credere. La trasmettevano su Canale 5 quando io avevo circa 5/6 anni. Ricordo che facevo la primina, la guardavo sempre con mia sorella, davanti la tv in camera nostra. La scelta di mettere un televisore in camera,all’epoca, suscitò un polverone di critiche da parte di mezzo parentato: non era una saggia scelta, secondo alcuni. Secondo noi invece era una cosa geniale. Potevamo guardare tutti i cartoni che volevamo. Ovviamente c’erano le solite raccomandazioni: non stare troppo tempo lì davanti, non guardarla da una distanza ridotta (dicevano che faceva male alla vista, sarà stato vero?).

E insomma, io adoravo questa fiction. Invidiavo mia sorella che era già alle elementari da un pezzo. Pensavo a lei come ad una di quelle bambine che vedevo nelle varie puntate: “grandi”, indipendenti; di quelle che hanno in classe gente simpatica, che mangiano tutti insieme a mensa, insieme a maestri spassosi e a tanta libertà. Tutto ciò a differenza mia, che con la suora in classe mi sentivo un po’ in galera.

E poi vedo le salopette di jeans. Io ne avevo almeno tre. È stato il primo capo di abbigliamento per il quale ho provato una sorta di passione. Ho dovuto buttare la mia prima salopette solo quando era ormai troppo vecchia per poter essere messa ancora.
Noto la stranezza della moda del tempo. Noto Elisa, ricordo che quel nome mi piacque talmente tanto da darlo alle mie bambole. Ricordo che all’epoca rimasi stupita dal fatto che lei, invece di “tu”, diceva “te”. E la prendevo anche un po’ in giro, perché sapevo che sbagliava a dire così. Chi l’avrebbe mai detto che qualcosa come tredici anni dopo sarei finita anche io in un posto dove la gente dice “te” invece di “tu” …

Insomma, la visione di questa fiction mi ha un po’ cambiato la giornata. Mi ha reso un po’ nostalgica, mi ha riportato indietro ai tempi della spensieratezza. È stata una foglia sulla neve.

E voi avete una fiction, un programma televisivo per il quale impazzivate da piccoli?

giovedì 27 settembre 2012

Antonio

Questa volta il mio mezzo di trasporto è stato il pullman. Un viaggio lungo, ma molto low cost. Tanto lungo quanto bello. Tanto bello quanto affascinante.
Affascinante perché a me le autostrade piacciono da sempre, da quando ero piccola e con la mia famiglia si partiva per le vacanze in macchina. Roba che il primo treno che presi fu un regionale, ad otto anni. Una cosa neanche programmata, un puro caso. Eravamo in una città lontana una cinquantina di chilometri da casa, la macchina ebbe un guasto e per non scomodare amici o parenti, tornammo indietro in treno.
E le autostrade mi piacciono soprattutto di notte, quando non c’è molto traffico, quando intorno è tutto buio. Un buio smorzato a tratti da qualche macchina. Un buio che trova la sua fine all’alba.

Il mio viaggio è durato tantissime ore, ma non sono arrivata a casa stanca. Il segreto sta nel vestirsi comodi, legarsi i capelli, lasciare le lenti a contatto in valigia e caricare sull’ipod un paio di canzoni nuove e belle.
Certo c’è il problema degli spazi che purtroppo ti ritrovi a condividere con gente che non conosci. E in tutti questi anni me ne sono capitati di ogni. Roba che potrei scriverci un libro.


Il pullman è arrivato. C’è molta gente che deve viaggiare. Gente chiassosa, piena di bagagli.
Io sono velocissima: do la mia valigia all’omino dei bagagli e salgo su in un lampo. Il mio posto è in fondo, lato corridoio, perché al finestrino mi sento soffocare. Sono l’eccezione che conferma la regola.
Inizio a scommettere sulla persona con cui dovrò condividere questo spazio ridotto. Con la fortuna che ho, mi toccherà stare con qualche bambino o peggio ancora con un vecchio.
Gli anziani sono i peggiori. Parlano senza freno fino a mezzanotte, quando crollano dal sonno spalmati sui loro sedili e russano finché la vescica non dà loro il segnale che è giunta l’ora di svegliarsi e correre ai ripari. Non conoscono confini di posto, si espandono a più non posso, costringendoti a rimpicciolirti per riuscire a stare seduta. O almeno questo è quanto mi insegna l’esperienza.

Più che bambini, effettivamente salgono su molti anziani. Per fortuna nessuno di loro raggiunge il mio posto. Quando penso di averla fatta franca, che per una volta finalmente riuscirò ad avere due posti tutti per me, ecco che si avvicina un uomo.
Mi sorride e indicandomi il posto accanto al mio, mi chiede se ci si può sedere. Crollano qui tutte le mie speranze.
“Sì, certo. E’ libero.”
Ringrazia e si accomoda.

Il viaggio inizia. Col buio, in silenzio. Con un po’ di stanchezza. Con questo qui accanto.
All’improvviso gli squilla il cellulare. Una melodia conosciuta, anche se non riesco ad identificarla. Risponde, informa qualcuno del fatto di essere partito, chiude la conversazione e si scusa. Dice che avrebbe dovuto spegnere la suoneria. “Scusami, sono juventino”.
Ecco cos’era. Era l’inno della Juventus. L’ho sentito migliaia di volte a casa.

Da lì inizia a parlare. Una piacevole conversazione che durerà finché quelli seduti davanti non si gireranno a guardarci male, il che accadrà dopo circa due ore e mezza.
Parliamo delle nostre vite lontane dalla nostra terra. Degli affitti sempre troppo alti, del lavoro che scarseggia. Dei pro e dei contro del vivere lontani; dell’estate ormai passata. Racconta aneddoti della sua Milano, del freddo che fa lì. Mi chiede cosa faccio io nella vita, cosa studio, come mi trovo. Cosa voglio fare dopo. Lui è un operaio. Non ho idea di quanti anni possa avere. Colpa del buio.

Dopo l’occhiataccia dei nostri vicini smettiamo di parlare. Lui si addormenta subito, io dopo un po’. Dormire qui non è proprio semplice. È scomodo. Apro spesso gli occhi, ogni tanto il mio compagno di viaggio mi posa la testa sulla spalla, inerme. Poi si sveglia, si rende conto e ritorna subito al suo posto.

Arriva l’alba, la prima luce. Il viaggio sta per terminare. Mancherà un’ora all’arrivo. La gente inizia a svegliarsi, apre gli occhi anche il mio compagno di viaggio.
E’ questo il momento in cui lo guardo bene in faccia. Le sue espressioni, le rughe che ha in viso. La barba che ricresce. I capelli rasati. Le mani di chi lavora sempre. Eccolo: è lui il soggetto con cui ho parlato per ore. Non è più solo una voce e un’ombra.  Ha dei lineamenti precisi ed un’età indefinita tra i trenta e i quaranta.

Arrivo a destinazione. Lo saluto, mi porge la mano e mi dà l’in bocca al lupo per gli studi. Dice che spera di rincontrami in un altro viaggio. Chi lo sa. Non so neanche come si chiama, non ci siamo presentati. Mi piace pensare che il suo nome sia Antonio, un nome abbastanza comune dalla mie parti. Potrebbe essere il mio vicino di casa, un mio parente, uno zio …

Metto piede nel suolo di quella che qualcuno ha definito la mia “terra d’adozione”. Do un’occhiata al pullman in partenza. Antonio è lì, al finestrino e mi sorride timidamente.
Lo risaluto con un leggero cenno di mano.
E mi scopro tutto ad un tratto più forte, pronta a vivere questa nuova avventura qui.

martedì 21 agosto 2012

La mattina dei ricordi

L’una di notte, il cellulare squilla. È un messaggio di F., la mia amica mezza atleta. Chiede se domani mattina, cioè tra poche ore, ci vediamo per una camminata/corsa. Non mi tiro indietro, accetto volentieri.
Alle sette la mia amica è sotto casa, ad aspettarmi. F. è alta almeno un metro e ottanta, ha le gambe molto lunghe, gioca a pallavolo da almeno dieci anni. Ha il passo veloce, ma in qualche modo riesco a starle dietro. Incontriamo la solita gente: vecchi prof del liceo, turisti fissati con lo sport, anziani che sembrano sul punto di essere colti da un infarto per l’eccessivo sforzo.
Un’ora dopo siamo stremate, decidiamo che per quella mattina abbiamo dato abbastanza.

F. propone un caffè in piazza,io la guardo allibita. Siamo in condizioni pietose: pantaloncini, scarpe da ginnastica, maglietta di Slash di mio fratello e capelli raccolti. Senza contare il bagno di sudore in cui ci troviamo e i residui del trucco di qualche ora prima. Mi lascio convincere, perché tanto “chi vuoi che ci sia in piazza, alle otto del mattino, in pieno agosto?”. Ci sarà al massimo qualche ubriaco che non è stato in grado di tornarsene a casa a dormire.
Approdiamo in piazza ed effettivamente, a parte qualche vecchio che legge il giornale, non c’è molta gente.
Ci avviciniamo al bar, un cameriere mi chiama per nome, sposta la sedia e dice di accomodarmi.
Avrà la mia età, mi sembra di non averlo mai visto prima. Non riesco a spiegarmi come faccia a sapere il mio nome, eppure mi parla con tono confidenziale. Chiede come sto, che ci faccio lì a quell’ora. Io rispondo, lo guardo con espressione un po’ interrogativa.
“Ma tu chi sei? Ci conosciamo?”.  Non posso continuare a parlare  così con una persona che mi conosce ma che io non ho mai visto prima.
E certo che ci conosciamo. Dice di essere M., il mio vecchio compagno di classe delle elementari.
Possibile mai? Esiste ancora? E dove è stato tutto questo tempo?

Non lo vedo dalla quarta elementare, quando sua madre decise di mandarlo in collegio, con la speranza che almeno lì riuscissero a dargli un po’ di educazione. E a guardarlo bene mi sa che quell’esperienza è stata un po’ un fallimento. Ha due piercing in faccia, un tatuaggio grande sul braccio, parla gridando, sembra che si sia fumato una canna già alle otto del mattino.
Bevo il mio caffè, pago, torno a casa.

Mia madre è già al top dell’attivo, non so dove trovi tutta l’energia che ha addosso. Era intenta a pulire il garage, con un sacco enorme per la spazzatura accanto. Salgo in casa, faccio la mia doccia, mangio il mio yogurt con i soliti cereali dentro. Mia madre intanto torna, mi dice che giù in garage ha trovato delle cose risalenti a quando ero piccola, me le ha lasciate in camera.
Sono curiosa, vado a vedere subito. C’è una bambola senza vestiti, con i capelli scompigliati e un orecchino solo. Me l’avevano regalata i miei per una pagella, quando avevo circa sette anni. A contatto con l’acqua, la treccia colorata che aveva in testa cambiava colore. Era quella la caratteristica che la distingueva dalle altre bambole comuni.

Poi c’era un quaderno, la cui copertina non mi rimandava a nessun ricordo. Forse era di mia sorella …
Lo apro e invece c’è il mio nome. Lo sfoglio e realizzo che quello era il quaderno della prima elementare, con le pagine piene delle lettere dell’alfabeto, scritte grandi, con la penna cancellabile blu.
La prima elementare per me fu un trauma. I miei mi mandarono a scuola a cinque anni appena compiuti, feci la classica primina. La mia insegnante era una suora, proprio come le mie maestre dell’asilo.
Era cattiva, di quelle che usavano dare le punizioni. Non sapeva dove stesse di casa quella dolcezza che sarebbe opportuno utilizzare con dei bambini. Quando facevi dei dettati impeccabili, ti appuntavano sul grembiule bianco una spilla grande con i colori della bandiera dell’Italia. Un giorno la portai a casa anche io, i miei genitori mi fecero una foto che poi uscì troppo scura per essere un minimo comprensibile.

Sfoglio un altro po’ quel quaderno, guardo pagina per pagina e penso che in fondo è nato tutto da lì. I miei temi della scuola, gli appunti che prendo a lezione, la lista della spesa o le cose che segno in agenda trovano la loro fonte primaria in quell’anno di primina, in quelle pagine piene di letterine grandi.
Penso che la suora sarà stata una donna cattiva, acida come non so cosa, ma almeno mi ha insegnato a leggere e scrivere. In realtà ho scoperto solo ora che ci costringeva anche a scrivere cose strane sui quei quaderni, cose che solo una suora può obbligarti a scrivere.
Guardate, guardate.
Vorrei vedere le vostre facce adesso.
 
E vi risparmio il dettato sul mercoledì delle ceneri...

giovedì 12 aprile 2012

Alla prossima!

Sono le 19.25, tra cinque minuti devo essere dalla mia amica M. e devo andare a casa sua a piedi. Durante il liceo, io e M. eravamo quasi inseparabili, forse questo legame è stato reso più forte dai pochi metri che separavano le nostre case.
Studiavamo spesso insieme: lei mi aiutava con la matematica, io con le materie letterarie. Le sere prima della maturità, capitava che facessimo l'una di notte, insieme, a ripetere storia. Tanto poi si poteva tranquillamente tornare a casa a piedi. Cinque minuti e si arrivava. Mai sole, finivamo sempre per accompagnarci a vicenda, fino a metà strada, pur di fare una piccola passeggiata.

Stasera usciamo, come ai vecchi tempi, alla pedona. Niente macchina per noi oggi.
Metto la giacca, prendo la borsa, saluto a casa ed esco.
Ho imparato a camminare troppo in fretta, ormai corro per le strade: non guardo quasi nessuno, immersa sempre in qualche pensiero di troppo.

Questa volta però, sotto casa, vedo qualcuno che ha l'aria vagamente familiare.
E' C. , un mio compagno del liceo. Sarà passato più di un anno da quando l'ho visto l'ultima volta. Incontro spesso sua madre, quando torno a casa. Credo che mi adori, ogni volta che mi vede inizia a parlare e non mi lascia più andare via.
C. ha addosso una tuta grigia, i capelli scomposti. Lunghi, ricci, biondi. Gli occhi più azzurri che mai.
Passeggia un po' col cane, quello che lui tanto odiava. E ovviamente sta fumando.

Si ferma, ci salutiamo. Dice che è arrivato il giorno prima e che parte tra due giorni: le sue solite toccata-e-fuga. Poi parliamo dell'università, del tempo, di qualche nostro compagno di classe. Neanche due minuti di conversazione che già mi sono scocciata.
E' sempre bello incontrare chi non si vede da tanto tempo: dicono così. Io, però, stasera trovo questo mio vecchio compagno di classe noioso, già "vissuto". Sarò egoista, magari sembro anche altezzosa. E' che ho voglia di sentire parlare di cose nuove stasera. Magari se lo incontrassi domani sarebbe già diverso.
Lui,oggi, mi sa di vecchio come non so cosa.

Eppure io, di questo C., mi ero pure invaghita anni addietro. Ovviamente non era amore, era giusto quella cottarella adolescenziale che si confessa solo alla propria migliore amica.
Ricordo gli "aiuti scolastici" con lui, quando si offriva (anche spesso) di accompagnarmi a casa in macchina, ma non so se lo faceva perchè aveva qualche vaga voglia di stare con me da solo o per mostrarmi la sua super BMW e quanto era bravo al volante. Ricordo di sue interrogazioni del tipo "mi siedo vicino a te, magari va meglio".
So solo che a ogni curva (presa malissimo) il mio cuore esplodeva.
So solo che ogni volta che arrivavo al cancello di casa mi dispiaceva troppo.
Non so però se piacevo di più a sua madre o a lui.

Oggi questo C. è qui davanti a me, dopo più di un anno di assenza. Non mi batte niente, al massimo le lancette dell'orologio.
E infatti lo saluto.
"Alla prossima!".
Sì, certo.

lunedì 19 dicembre 2011

La mia giornata speciale



Qual è la giornata più speciale della mia vita?



Non lo so, forse non me la ricordo, forse la devo ancora vivere.
Ci sono giornate particolari in cui vedo tutto nero e la minima cosa che non va come pensavo mi manda in depressione. Ci sono poi altre giornate, quelle che preferisco in assoluto, in cui mi sveglio con la voglia di fare mille cose: sono le giornate in cui mi sento felice e che mi fanno apprezzare la vita che ho.

La prima giornata speciale che mi viene in mente, senza pensarci su troppo, è quella del mio diciottesimo compleanno: sole, un po’ di caldo, un classico maggio da sud Italia. Facevo l’ultimo anno del liceo, di lì a poco la scuola sarebbe finita e ci sarebbero stati i temuti esami di maturità, poi l’estate, la scelta dell’università e il trasferimento in un’altra città.

Avevo spesso pensato a come avrei passato questo giorno speciale; solitamente sono un po’ triste quando compio gli anni. Essendo l’ultima della classe a diventare maggiorenne, tutti i miei amici si aspettavano una festa per quell’occasione; io non avevo molta voglia di organizzare qualcosa e poi odio stare al centro delle attenzioni. Una settimana prima del mio compleanno, mia sorella mi aveva convinta a fare una festa, rovinando così i piani dei miei amici che me ne stavano organizzando una a sorpresa.

Feci tutto di fretta: scelta del vestito, inviti, locale, menu ecc. Temevo però che i miei amici non si sarebbero divertiti, che sarebbe successo qualcosa di spiacevole. Non so bene il motivo di questi miei timori.

La mattina del mio diciottesimo compleanno mi svegliai come tutte le mattine per andare a scuola. I messaggi di auguri sul mio cellulare erano tanti, alcuni li ho ancora. Feci colazione al bar con i miei amici più stretti, arrivando così tardi a scuola. Ricordo che appena entrai in classe, i miei compagni mi vennero tutti incontro per gli auguri, abbracciandomi tanto. Ovviamente anche i prof sapevano del mio compleanno; quello di storia mi prendeva scherzosamente in giro da quando aveva saputo che non ero ancora maggiorenne. La mia prof di latino e greco, donna estremamente seria e ligia al dovere, volle addirittura fare una foto con me e tutta la classe.
Poco prima dell’intervallo bussò alla porta il bidello. Aveva in mano un mazzo enorme di rose rosse. Erano diciotto. Ed erano per me.

Il pomeriggio trascorse molto velocemente. Dovevo andare a sistemare i capelli, preparare dei sacchettini con i confetti colorati dentro da dare ai miei amici a fine serata. Insomma, tra una cosa e l’altra, la sera arrivò molto in fretta.

Andai al locale con la mia famiglia, avevo ai piedi dei tacchi che mi sembravano altissimi, sui quali non sapevo neanche camminare (e che di lì a poco sarebbero rimasti accantonati tutta la sera in angolo della stanza). Arrivai presto, in modo da essere pronta ad accogliere gli invitati. La sala mi sembrava essere più grande del solito, con i palloncini colorati e i tavoli sistemati perfettamente.
I minuti non passavano mai; pensavo per assurdo che non sarebbe arrivato nessuno.

Invece in mezz’ora la sala si riempii e vennero proprio tutti. Amici, parenti, compagni di classe, colleghi del giornale e del corso di inglese. Tutti, era incredibile. Non mancava nessuno. Vestiti bene, perfetti nei loro abiti migliori.
Un leggero timore rimaneva però con me. Temevo che non si sarebbero divertiti.

La serata invece trascorse nel migliore dei modi. Mangiammo, cantammo, ballammo. Un’allegria che non avevo mai visto, una vicinanza piacevole. Sentivo che mi volevano tutti bene, mi guardavo attorno e pensavo che erano tutti lì per me.

Non mancarono le sorprese. Un video bellissimo con tutte le mie foto e nel sottofondo la canzone che (dicono) più mi rappresenta, quella che (dicono) sembra sia stata scritta per me. E poi un cartellone su cui tutti hanno scritto qualcosa. Ogni tanto lo rileggo e mi commuovo sempre.
Al momento della torta, mio padre fece un discorso bellissimo. Poche parole, semplici. Mi sono rimaste nel cuore.

Insomma, è stata una serata bellissima.
Bellissima perché ho sentito come poche volte nella mia vita la vicinanza di tante persone; il bene che provavano nei miei confronti.

Con questo post partecipo al contest di Gioia. Affrettatevi: scade il 20 dicembre.

venerdì 7 ottobre 2011

Indifferenza

Una calda notte di luglio di circa sette anni fa, io e una delle mie più grandi amiche litigammo. Ancora ricordo il motivo, le circostanze, l’abbigliamento di quella sera. Avevamo entrambe ragione e torto in egual misura, ma lei era troppo orgogliosa per riconoscere i suoi piccoli errori ed io ancora non ero in grado di farmi valere come si deve, ero … rinunciataria.
Dopo quella lite, io e lei non ci parlammo per molto tempo, forse anche per più di un anno, nonostante lei fosse seduta a scuola nel banco subito dietro al mio; poi, avendo quasi tutti gli amici in comune, finimmo inevitabilmente con lo scambiarci almeno il saluto e qualche parola.
Perdere un’amica molto importante è sempre una cosa spiacevole; vedere la cosa con gli occhi di una quattordicenne lo è ancora di più.
Ricordo che mi disse che dopo quella lite le ero praticamente indifferente, che potevo esserci o non esserci, ma in ogni caso non avrei avuto alcuno “effetto” nei suoi confronti. Insomma, per lei ero invisibile, la mia presenza non aveva alcuna rilevanza.
Fu la prima volta che entrai in contatto reale con la parola “indifferenza” e ricordo che quel termine mi fece ribrezzo.
Alla fine, le cose tra noi due migliorarono notevolmente; con il passare del tempo la nostra amicizia tornò quella di prima, si rafforzò. Anche adesso che studiamo in città diverse ci sentiamo sempre e quando siamo entrambe nella nostra piccola cittadina, ci vediamo praticamente ogni giorno.

L’altro giorno ho assistito sull’autobus ad una scena talmente terribile che non saprei neanche come definirla. Una signora anziana, forse un po’ troppo esuberante e con qualche rotella fuori posto, entrando in autobus insieme ad un’altra donna di colore, da un secondo all’altro ha iniziato a chiamarla “negra” e le ha gettato contro una serie di insulti che non sto a ripetere.
Lei si è difesa come ha potuto, a parole, civilmente. Poi ha lasciato perdere ed è andata a sedersi, mentre la vecchia ha continuato a borbottare tra sé parole poco piacevoli.

Questo episodio mi ha riportato indietro di qualche anno, dritta alla lite con la mia amica, all’episodio in cui lei mi ha detto che le ero indifferente.
Indifferenza, sì. Anche nel caso del litigio tra le due donne nell’autobus. Indifferenza mia, indifferenza degli altri passeggeri e dell’autista. Noi che non abbiamo mosso ciglio di fronte a quegli insulti gratuiti, di fronte ad una donna che difendeva il colore della sua pelle e la sua dignità. Indifferenza, come se non avessimo visto o sentito niente.
Il comandamento del “farsi i fatti propri” lo applichiamo sempre nei momenti sbagliati; il motivo? Non lo so. Forse è più facile così, non vogliamo avere grane, non vogliamo immischiarci in questioni che non ci toccano troppo da vicino.

Quando sono tornata a casa, mi sono fatta schifo da sola. Mi ha fatto ribrezzo la mia apparente indifferenza nei confronti di quella situazione. Avrei dovuto alzarmi dal sedile grigio, fare qualcosa. Avremmo dovuto fare tutti così. Non so cosa di preciso, forse dirne quattro alla vecchia, farle passare la voglia di insultare la gente, chiamare la polizia. E invece non abbiamo fatto niente, siamo rimasti tutti comodi nella nostra poltrona ad assistere indifferenti a quella scena coperta dal velo dell’invisibilità.
Comodo, forse. Ma egoista.
Non so neanche se mi ha fatto più ribrezzo la cafonaggine della vecchia o la nostra indifferenza.

Ma come ho detto in passato, l’unica cosa positiva che si può trarre dagli errori è un insegnamento, la consapevolezza che quel comportamento è sbagliato ma che si può sempre migliorare.

mercoledì 5 ottobre 2011

Incertezze

Primo giorno di lezione, corridoio della facoltà.
Ero intenta a cercare nella bacheca qualche interessante annuncio di qualcuno disposto a vendere i propri libri, possibilmente in buono stato, quando noto una ragazza a fianco a me, intenta anche lei a cercare fortuna tra quei foglietti svolazzanti.
La tipa attacca bottone, inizia a colloquiare allegramente con la sottoscritta sui corsi del primo anno, sui vari aneddoti che girano intorno ad alcuni professori. Alla fine mi chiede come mi chiamo e ci presentiamo.

È una ragazza molto sicura di sé, si destreggia bene e ha l’aria di chi conosce bene l’ambiente. Sembrava una del quinto anno, per quante cose sapeva, ma allo stesso tempo cercava un libro del primo anno. Infatti attimi dopo mi dice che è una matricola, appena iscritta al primo anno, prontissima per seguire la sua prima lezione da studentessa universitaria. Mi rivolge la stessa domanda e io, ancora un po’ scioccata dalla notizia, le dico che sono al quarto.

Il quarto anno, come suona strano. Mi sembra che sia stato ieri il mio primo giorno di università, quando volevo sotterrarmi alla prima lezione perché non capivo neanche lontanamente di cosa stesse parlando il prof.
Sembra ieri che non conoscevo NESSUNO e che quei grandi corridoi mi facevano quasi paura. Sembro quasi vecchia di fronte a lei eppure ancora sento di essere una sorta di matricola.

Percepisco ancora una nota di incertezza in me stessa quando decido di non seguire una lezione o quando decido di dedicarmi ad una materia piuttosto che ad un'altra.
Forse non essere troppo sicuri di sè aiuta, o forse no.
Forse l'incertezza è normale e accompagna almeno un po' tutte le nostre decisioni, grandi o piccole che siano.

martedì 16 agosto 2011

La terrazza quasi sospesa in mezzo a quattro case

Sono passata con la macchina dal paese dei miei nonni, insieme a mia sorella. Da lì i tramonti sono uno spettacolo. Appena possiamo ci andiamo sempre, prima che il sole si nasconda sotto il mare.
Ci sediamo su una panchina vecchia e mezza rotta e ci godiamo quello spettacolo.

Ho dato un’occhiata alla casa di un mio cugino, la classica persona che torna in paese solo per le vacanze e che si gode la pace di quei pochi vicoli, da perfetto sessantenne appena pensionato.
Ha sistemato la sua piccola casa per le vacanze. Si è fatto costruire una piccola veranda dove ha messo un tavolo con delle sedie intorno e una sdraio, chiusa in un angolo.
Una veranda piccola che è la fine del mondo.

Cenerei ogni sera in un posto piccolo e accogliente come quel quadrato quasi sospeso in mezzo a quattro case. Metterei una tovaglia a quadrettini rossi, su quel tavolo. Una bottiglia di vino rosso fresco, quattro bicchieri e quattro piatti di spaghetti al pomodoro con il peperoncino di sopra e una foglia di basilico.

Quel mio cugino è simpatico, anche se non ho tantissima confidenza con lui. Ascoltavo sempre, da piccola, i suoi racconti torinesi, detti con quell’accento indefinito e con la risata sempre pronta. Ogni anno, ad agosto, la mia famiglia usava fare delle scampagnate con lui, sua moglie e suo figlio. Era una compagnia piacevole, allegra, rilassante. Proprio come l'atmosfera del paese di mia nonna ad agosto.

venerdì 15 luglio 2011

Un momento malinconico

Ci sono dei ricordi, nella mia testa, che non potrò mai cancellare. Tradizioni belle, significative, legate a me e alla mia famiglia. Tradizioni di paese, feste patronali genuine e allegre, dove l’obiettivo principale era senza dubbio lo stare un po’ insieme.

Ci sono tanti ricordi legati a quella tradizione che conservo gelosamente.
Una madre che ha la nausea. Giorni dopo si scopre che aspetta il mio fratellino.
L’odore della carne arrostita, del fumo.
Il sole caldo e soffocante sulla nostra pelle.
Una casa di campagna, con il verde intorno e un ulivo centenario.
Il rumore dei fuochi d’artificio e le mille luci colorate che creavano.
Una tavola, un paio di persone intorno.
Una nonna che ogni anno diceva che l’anno successivo non ci sarebbe più stata.

Una nonna che quest’anno non c’è davvero.
Una festa che non ha più il senso di prima e mai più lo riavrà.
Una tavola, decine di persone intorno che non sono più le stesse.

Il tempo è tiranno. Cambia tutto, sconvolge tutto. Rende grandi, rende vecchi. Distrugge, costruisce, distrugge di nuovo.
Spesso ruba qualcosa di prezioso e non te la riporta più indietro così come era prima.

martedì 28 giugno 2011

Chiarasolitaria.

Finalmente sola in casa, anche se solo per qualche ora.
Sostengo vivamente che la solitudine serva a qualcosa, principalmente a ritrovarsi. Mi fa piacere stare in compagnia, avere un amico accanto, parlare di tutto e di niente. Mi fa però anche piacere, ogni tanto, starmene per conto mio, da sola con me stessa, avvolta da un piacevole silenzio, rotto al massimo dalle note di qualche bella canzone e, purtroppo, avvolto dal fumo di qualche sigaretta di troppo.

Ho spento la tv, non mi va di sprecare una serata tranquilla davanti ad una scatola piena di immagini in movimento. Ho acceso invece il computer e mi sono messa a scrivere un po’.
Trovo che scrivere sia molto rilassante. Credo che aiuti a pensare e allo stesso tempo a svuotarsi dai pensieri stessi.

Mi è sempre piaciuto scrivere, sin dalle elementari. I temi in classe erano il mio forte e finivano spesso per essere letti dalla maestra davanti tutta la classe.
Non andavo fiera di questa cosa: non mi piaceva essere al centro dell’attenzione, anche se era per qualcosa di bello.

Mi piaceva anche scrivere poesie. La mia maestra (sempre lei!) diceva che non bisognava essere Pascoli per poter scrivere qualche verso e così ci spronava a cimentarci in qualche piccola “impresa letteraria”.

La mia prima poesia si chiamava “Se io fossi”.
Avevamo appena imparato in classe il congiuntivo e, per vedere se avevamo veramente capito, l’insegnante ci fece scrivere un piccolo componimento.
Finii la poesia per prima, la consegnai alla maestra che la lesse subito per ingannare l’attesa. Raccolse poi, alla fine dell’ora, i quaderni degli altri e il giorno dopo li riportò.
Non corresse niente, né a me, né agli altri (o al massimo evidenziò qualche errore), diceva che al di là dei verbi, voleva vedere cosa avremmo voluto essere noi.

Anche quella volta lesse la mia poesia agli altri e la cosa non mi fece molto piacere. Appena vide i miei genitori, la fece leggere anche loro che furono tra l’altro molto contenti di quello che avevo fatto.

Eppure a me sembrava brutta, poco originale, quasi scontata. Forse perché era troppo naturale.
Nonostante questo, da allora mi misi a scrivere più del solito.
Alcune piccole poesie andarono perdute, altre le ho ancora. Raramente le facevo leggere a qualcuno e se proprio mi andava, le portavo per primo a mio padre.
Chissà se lui se ne ricorda qualcuna …

Adesso ho tre quaderni pieni. Crescendo, mio padre e tutti gli altri rimasero all’oscuro di questa mia pseudo vena poetica. Le hanno lette solo due persone, per il resto le nascondo con molta attenzione.
Le porto sempre con me in valigia, ogni volta che parto.
La maggior parte le ho scritte durante l’adolescenza, un periodo particolarmente delicato.
Non so perché, ma forse soffrire, stare male un po’ più del “normale”, certe volte aiuta a far uscire fuori il meglio di sé. Quando si sta male si capisce veramente come sono le persone, cosa hanno dentro.

Ogni tanto le rileggo, a pezzi. Non riesco mai a farne una lettura intera, non perché la cosa mi annoi, ma semplicemente perché preferisco rispolverare “pezzi” di me a piccole dosi.
Credo sia meglio fare così.

Mi piace scrivere, mi piace anche leggere.


Scrivere … scrivere per sognare, scrivere per farsi capire, scrivere per non urlare, scrivere per dire ciò che si pensa, scrivere per esprimere le proprie emozioni, scrivere per rilassarsi, scrivere per esternare, scrivere per liberarsi di un peso, scrivere per sfogarsi …

E poi leggere… leggere per ricordare, leggere per farsi forza, leggere per capire, leggere per vedere, leggere per commuoversi, leggere per rilassarsi, leggere per andare oltre, leggere per correggersi, leggere per imparare …


Ecco il motivo.

lunedì 14 marzo 2011

In mezzo a tanta gente che prima non c'era



Dieci anni fa, sul tavolo della cucina c’era una torta. Sopra, c’erano cinquanta candeline accese. Intorno c’erano cinque persone, erano le tre del pomeriggio. C’era anche un bambino piccolo, con il grembiule dell’asilo bianco e i capelli biondi. Parlavamo, ridevamo, scherzavamo. In pochi forse, ma dentro ci sentivamo tanti. E ci sentivamo forti, insieme.

Dieci anni dopo sul tavolo della cucina di una casa nuova, abitata da poco, c’è di nuovo una torta. Le candeline sono sessanta. Intorno ci sono venti persone. La torta è grande. Il bambino non ha più il grembiule bianco dell’asilo. È alto, ha una camicia a righe. Ridiamo poco, siamo un po’ disorientati. Parliamo poco, forse non sappiamo neanche noi cosa dire.
Gente nuova intorno, volti che conosciamo da poco, persone che comunque sono entrate nelle nostre vite, nel bene o nel male.
Ogni tanto, noi quattro ci guardiamo per qualche istante. Sguardi fugaci, il tempo necessario per ricordarci che comunque ci siamo.
E chissà cosa ci siamo detti con quegli sguardi, chissà se ci siamo capiti.

Sembra stupido come pensiero, ma quante cose sono cambiate in questi dieci anni?
Quanto abbiamo pianto, quanto abbiamo riso insieme?
Quanto ci siamo sentiti uniti e quanto ci siamo sentiti lontani anni luce uno dall’altro?

Ci penso, in mezzo a quelle venti persone, in mezzo a quei nostri quattro sguardi confusi. Come sarebbe stato, se le cose non fossero andate così come sono avvenute?
Non ho trovato una risposta. Forse neanche c’è, e se c’è, non riesco più neanche ad immaginarla.

Mi rimangono i ricordi, quelli sì. Quelli li tengo dentro, insieme alle foto, alle frasi che lasciano i segni. Quelli nessuno me li può togliere, nessuna gelosia li può scalfire, nessuna risata stupida li può offuscare.

Penso ancora, troppo forse, in mezzo agli altri. Immagino noi come una rete,come delle frecce che si uniscono, che rimandano uno all’altra.
Certe sensazioni solo noi possiamo capirle, senza parlarci, in mezzo a tanta gente che prima non c’era.

domenica 6 marzo 2011

Carnevale

Carnevale è una di quelle feste che ho amato solo da bambina, nel periodo delle elementari. Molte settimane prima mi ricordo che si preparavano gli addobbi per la scuola e le sfilate per le vie della città. Ogni anno preparavamo un tema diverso e i costumi venivano fatti tutti su quel determinato genere.

Al di là del vestito della scuola, i miei genitori me ne compravano uno a parte (o lo “ereditavo” direttamente da mia sorella più grande!). Tra i compagni di classe girava sempre la stessa domanda “Da che cosa ti vesti per Carnevale?”. E noi lì, a descrivere i nostri vestiti.
Mi ricordo che quando avevo circa 8 – 9 anni e andava molto di moda Sailor Moon, tutte le mie compagne volevano vestirsi come la famosa “paladina della giustizia”. Quel vestito era praticamente introvabile. Appena arrivava, andava a ruba. Chi lo voleva a tutti i costi, finiva per fare chilometri e andare a comprarlo nelle grandi città, nei negozi più forniti.

Ricordo di una mia amichetta che se lo fece cucire dalla nonna. Ne parlava contentissima, diceva che di pomeriggio la sua nonna le prendeva le misure e comprava la stoffa per il vestitino. Io ero curiosissima di vedere il risultato finale, non mi sembrava possibile che la nonna della mia amichetta potesse fare da sola il vestito di Sailor Moon.
Alla fine lo vidi, era proprio bello e fatto anche bene, meglio di quelli che si trovavano nei negozi.
In quei giorni la mia, di nonna, mi stese quasi antipatica. Perché la nonna della mia amichetta sapeva cucire così bene e la mia non mi aveva mai fatto niente del genere?
Ah, che pensieri si fanno da bambini …

Poi, finita l’epoca delle stelle filanti e dei coriandoli, iniziò quella del carnevale “violento”. Alle medie, infatti, finito l’interesse per qualsiasi maschera, i miei compagni di classe organizzavano le “bande”. Qualcosa di veramente osceno. Le bande erano gruppetti di ragazzini muniti di schiume e schifezze di ogni tipo, nonché di manganelli e di elastici che usavano fare delle vere e proprie risse tra loro, coinvolgendo anche chi come me e le mie amiche non avevano alcuna voglia e desiderio di tornare a casa maleodoranti e pieni di schiuma bianca addosso.
Un anno andò così, io e le mie amiche fummo “vittime” di tutto questo.
L’anno dopo però organizzammo anche noi una banda, con tanto di schiuma: una sorta di difesa legittima come risposta al primo attacco. Il risultato era comunque sempre lo stesso, si tornava a casa conciati ogni anno peggio.
Tutto ciò finché il comune pose fine a questo scempio, emettendo un’ordinanza in cui si vietava tassativamente l’utilizzo di queste belle sostanze. Ordinanza che comunque non fu sempre rispettata.

Ecco perché odio il carnevale. Ho iniziato a non interessarmi a questa festa alle scuole medie e forse neanche per i litri di schiuma che ci riversavamo contro, dal momento che anche al liceo questa ricorrenza non mi divertiva più di tanto.
Vedere in giro i bambini mascherati, quello sì che mi piace almeno un po’. Accanto alle maschere tradizionali, ogni anno si aggiungono sempre personaggi nuovi, supereroi e principessine dai mille poteri.
Certe volte penso che dovrei andare a passare il Carnevale in qualche grande città, tipo Venezia, almeno per ricredermi un po' e abbandonare questo mio scarso entusiasmo.

Al TG2 ho sentito che l’ultima novità in tema di costumi carnevaleschi è la maschera di Michele Misseri, formata da pantaloni e camicia da campagnolo, con tanto di cappello e soprattutto di corda.
La maschera è andata a ruba e io mi domando cosa possa mai avere in testa la gente.
Come fa un genitore a mascherare il proprio bambino da un personaggio oscuro e controverso, assassino (così pare) tra l’altro di una ragazzina poco più grande di chi indossa quel vestito stesso?
(qui un articolo trovato in giro per internet a riguardo)

Ecco, questo è il mio interrogativo datato “Carnevale 2011”.

giovedì 13 gennaio 2011

L' Amicizia, quella vera ...

Ricordo che dopo la maturità ero pervasa da felicità e tristezza insieme. La chiusura del capitolo del liceo era da una parte un sollievo, dall’altra era indice di un po’ di paura, a causa non solo del cambiamento che avrebbe comportato la scelta universitaria, ma soprattutto avevo il timore che, andando in città diverse, i rapporti con quegli amici che ho sempre amato, con i quali ho condiviso praticamente tutto negli anni, si raffreddassero o peggio ancora svanissero nel nulla diventando solo un bel ricordo.

Devo dire che per alcune persone purtroppo (o per fortuna) è finita veramente così. Telefonate, sms, mail per i primi mesi, qualche incontro per le feste, poi un progressivo allontanamento nei contatti, fino ad arrivare ad un saluto dato a stento in giro per le strade. Me ne sono fatta una ragione, senza soffrire troppo. Conservo bene i ricordi di quelle amicizie che comunque non rinnego e serenamente vado avanti.

Altre amicizie, le più forti, sono rimaste tali e quali. Non ci sono chilometri che possano distruggerle, o almeno per adesso è stato così e mi auguro, anzi, ho una come una sorta di certezza che rimarranno tali.
Ne ho avuto ancora più conferma oggi. Una mia amica ha dato un esame difficile che la impegnava ormai da tempo. Anche lei, dopo le vacanze, ha anticipato la partenza rispetto gli altri anni, proprio per dedicarsi a questa difficile prova.
Stamattina presto ci siamo sentite per il solito in bocca al lupo e gli incoraggiamenti vari. Poco fa mi ha mandato un messaggio dove mi diceva che il suo esame era andato bene (anzi, benissimo!).
Appena l’ho letto, ho avuto la felicità nel cuore. Un sorriso grande sul mio viso, un sospiro di sollievo e subito un bel messaggio di congratulazioni.
Ero e sono felice per lei. Felice di una felicità che non mi è nuova.

Una felicità che non mi è nuova, già.
Ci penso un attimo e realizzo: questa felicità l’ho già provata, identica,il 7 luglio 2008, nel momento in cui siamo uscite dall’aula del liceo dove lei aveva appena dato l’esame orale della maturità.
Non è veramente cambiato nulla da allora, me ne rendo ancora più conto adesso.
Le amicizie, quelle vere, raramente si disperdono nell’aria al primo colpo di vento.