Questa volta il mio mezzo di trasporto è stato il pullman. Un viaggio lungo, ma molto low cost. Tanto lungo quanto bello. Tanto bello quanto affascinante.
Affascinante perché a me le autostrade piacciono da sempre, da quando ero piccola e con la mia famiglia si partiva per le vacanze in macchina. Roba che il primo treno che presi fu un regionale, ad otto anni. Una cosa neanche programmata, un puro caso. Eravamo in una città lontana una cinquantina di chilometri da casa, la macchina ebbe un guasto e per non scomodare amici o parenti, tornammo indietro in treno.
E le autostrade mi piacciono soprattutto di notte, quando non c’è molto traffico, quando intorno è tutto buio. Un buio smorzato a tratti da qualche macchina. Un buio che trova la sua fine all’alba.
Il mio viaggio è durato tantissime ore, ma non sono arrivata a casa stanca. Il segreto sta nel vestirsi comodi, legarsi i capelli, lasciare le lenti a contatto in valigia e caricare sull’ipod un paio di canzoni nuove e belle.
Certo c’è il problema degli spazi che purtroppo ti ritrovi a condividere con gente che non conosci. E in tutti questi anni me ne sono capitati di ogni. Roba che potrei scriverci un libro.
Il pullman è arrivato. C’è molta gente che deve viaggiare. Gente chiassosa, piena di bagagli.
Io sono velocissima: do la mia valigia all’omino dei bagagli e salgo su in un lampo. Il mio posto è in fondo, lato corridoio, perché al finestrino mi sento soffocare. Sono l’eccezione che conferma la regola.
Inizio a scommettere sulla persona con cui dovrò condividere questo spazio ridotto. Con la fortuna che ho, mi toccherà stare con qualche bambino o peggio ancora con un vecchio.
Gli anziani sono i peggiori. Parlano senza freno fino a mezzanotte, quando crollano dal sonno spalmati sui loro sedili e russano finché la vescica non dà loro il segnale che è giunta l’ora di svegliarsi e correre ai ripari. Non conoscono confini di posto, si espandono a più non posso, costringendoti a rimpicciolirti per riuscire a stare seduta. O almeno questo è quanto mi insegna l’esperienza.
Più che bambini, effettivamente salgono su molti anziani. Per fortuna nessuno di loro raggiunge il mio posto. Quando penso di averla fatta franca, che per una volta finalmente riuscirò ad avere due posti tutti per me, ecco che si avvicina un uomo.
Mi sorride e indicandomi il posto accanto al mio, mi chiede se ci si può sedere. Crollano qui tutte le mie speranze.
“Sì, certo. E’ libero.”
Ringrazia e si accomoda.
Il viaggio inizia. Col buio, in silenzio. Con un po’ di stanchezza. Con questo qui accanto.
All’improvviso gli squilla il cellulare. Una melodia conosciuta, anche se non riesco ad identificarla. Risponde, informa qualcuno del fatto di essere partito, chiude la conversazione e si scusa. Dice che avrebbe dovuto spegnere la suoneria. “Scusami, sono juventino”.
Ecco cos’era. Era l’inno della Juventus. L’ho sentito migliaia di volte a casa.
Ecco cos’era. Era l’inno della Juventus. L’ho sentito migliaia di volte a casa.
Da lì inizia a parlare. Una piacevole conversazione che durerà finché quelli seduti davanti non si gireranno a guardarci male, il che accadrà dopo circa due ore e mezza.
Parliamo delle nostre vite lontane dalla nostra terra. Degli affitti sempre troppo alti, del lavoro che scarseggia. Dei pro e dei contro del vivere lontani; dell’estate ormai passata. Racconta aneddoti della sua Milano, del freddo che fa lì. Mi chiede cosa faccio io nella vita, cosa studio, come mi trovo. Cosa voglio fare dopo. Lui è un operaio. Non ho idea di quanti anni possa avere. Colpa del buio.
Dopo l’occhiataccia dei nostri vicini smettiamo di parlare. Lui si addormenta subito, io dopo un po’. Dormire qui non è proprio semplice. È scomodo. Apro spesso gli occhi, ogni tanto il mio compagno di viaggio mi posa la testa sulla spalla, inerme. Poi si sveglia, si rende conto e ritorna subito al suo posto.
Arriva l’alba, la prima luce. Il viaggio sta per terminare. Mancherà un’ora all’arrivo. La gente inizia a svegliarsi, apre gli occhi anche il mio compagno di viaggio.
E’ questo il momento in cui lo guardo bene in faccia. Le sue espressioni, le rughe che ha in viso. La barba che ricresce. I capelli rasati. Le mani di chi lavora sempre. Eccolo: è lui il soggetto con cui ho parlato per ore. Non è più solo una voce e un’ombra. Ha dei lineamenti precisi ed un’età indefinita tra i trenta e i quaranta.
Arrivo a destinazione. Lo saluto, mi porge la mano e mi dà l’in bocca al lupo per gli studi. Dice che spera di rincontrami in un altro viaggio. Chi lo sa. Non so neanche come si chiama, non ci siamo presentati. Mi piace pensare che il suo nome sia Antonio, un nome abbastanza comune dalla mie parti. Potrebbe essere il mio vicino di casa, un mio parente, uno zio …
Metto piede nel suolo di quella che qualcuno ha definito la mia “terra d’adozione”. Do un’occhiata al pullman in partenza. Antonio è lì, al finestrino e mi sorride timidamente.
Lo risaluto con un leggero cenno di mano.
E mi scopro tutto ad un tratto più forte, pronta a vivere questa nuova avventura qui.




