"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

giovedì 27 settembre 2012

Antonio

Questa volta il mio mezzo di trasporto è stato il pullman. Un viaggio lungo, ma molto low cost. Tanto lungo quanto bello. Tanto bello quanto affascinante.
Affascinante perché a me le autostrade piacciono da sempre, da quando ero piccola e con la mia famiglia si partiva per le vacanze in macchina. Roba che il primo treno che presi fu un regionale, ad otto anni. Una cosa neanche programmata, un puro caso. Eravamo in una città lontana una cinquantina di chilometri da casa, la macchina ebbe un guasto e per non scomodare amici o parenti, tornammo indietro in treno.
E le autostrade mi piacciono soprattutto di notte, quando non c’è molto traffico, quando intorno è tutto buio. Un buio smorzato a tratti da qualche macchina. Un buio che trova la sua fine all’alba.

Il mio viaggio è durato tantissime ore, ma non sono arrivata a casa stanca. Il segreto sta nel vestirsi comodi, legarsi i capelli, lasciare le lenti a contatto in valigia e caricare sull’ipod un paio di canzoni nuove e belle.
Certo c’è il problema degli spazi che purtroppo ti ritrovi a condividere con gente che non conosci. E in tutti questi anni me ne sono capitati di ogni. Roba che potrei scriverci un libro.


Il pullman è arrivato. C’è molta gente che deve viaggiare. Gente chiassosa, piena di bagagli.
Io sono velocissima: do la mia valigia all’omino dei bagagli e salgo su in un lampo. Il mio posto è in fondo, lato corridoio, perché al finestrino mi sento soffocare. Sono l’eccezione che conferma la regola.
Inizio a scommettere sulla persona con cui dovrò condividere questo spazio ridotto. Con la fortuna che ho, mi toccherà stare con qualche bambino o peggio ancora con un vecchio.
Gli anziani sono i peggiori. Parlano senza freno fino a mezzanotte, quando crollano dal sonno spalmati sui loro sedili e russano finché la vescica non dà loro il segnale che è giunta l’ora di svegliarsi e correre ai ripari. Non conoscono confini di posto, si espandono a più non posso, costringendoti a rimpicciolirti per riuscire a stare seduta. O almeno questo è quanto mi insegna l’esperienza.

Più che bambini, effettivamente salgono su molti anziani. Per fortuna nessuno di loro raggiunge il mio posto. Quando penso di averla fatta franca, che per una volta finalmente riuscirò ad avere due posti tutti per me, ecco che si avvicina un uomo.
Mi sorride e indicandomi il posto accanto al mio, mi chiede se ci si può sedere. Crollano qui tutte le mie speranze.
“Sì, certo. E’ libero.”
Ringrazia e si accomoda.

Il viaggio inizia. Col buio, in silenzio. Con un po’ di stanchezza. Con questo qui accanto.
All’improvviso gli squilla il cellulare. Una melodia conosciuta, anche se non riesco ad identificarla. Risponde, informa qualcuno del fatto di essere partito, chiude la conversazione e si scusa. Dice che avrebbe dovuto spegnere la suoneria. “Scusami, sono juventino”.
Ecco cos’era. Era l’inno della Juventus. L’ho sentito migliaia di volte a casa.

Da lì inizia a parlare. Una piacevole conversazione che durerà finché quelli seduti davanti non si gireranno a guardarci male, il che accadrà dopo circa due ore e mezza.
Parliamo delle nostre vite lontane dalla nostra terra. Degli affitti sempre troppo alti, del lavoro che scarseggia. Dei pro e dei contro del vivere lontani; dell’estate ormai passata. Racconta aneddoti della sua Milano, del freddo che fa lì. Mi chiede cosa faccio io nella vita, cosa studio, come mi trovo. Cosa voglio fare dopo. Lui è un operaio. Non ho idea di quanti anni possa avere. Colpa del buio.

Dopo l’occhiataccia dei nostri vicini smettiamo di parlare. Lui si addormenta subito, io dopo un po’. Dormire qui non è proprio semplice. È scomodo. Apro spesso gli occhi, ogni tanto il mio compagno di viaggio mi posa la testa sulla spalla, inerme. Poi si sveglia, si rende conto e ritorna subito al suo posto.

Arriva l’alba, la prima luce. Il viaggio sta per terminare. Mancherà un’ora all’arrivo. La gente inizia a svegliarsi, apre gli occhi anche il mio compagno di viaggio.
E’ questo il momento in cui lo guardo bene in faccia. Le sue espressioni, le rughe che ha in viso. La barba che ricresce. I capelli rasati. Le mani di chi lavora sempre. Eccolo: è lui il soggetto con cui ho parlato per ore. Non è più solo una voce e un’ombra.  Ha dei lineamenti precisi ed un’età indefinita tra i trenta e i quaranta.

Arrivo a destinazione. Lo saluto, mi porge la mano e mi dà l’in bocca al lupo per gli studi. Dice che spera di rincontrami in un altro viaggio. Chi lo sa. Non so neanche come si chiama, non ci siamo presentati. Mi piace pensare che il suo nome sia Antonio, un nome abbastanza comune dalla mie parti. Potrebbe essere il mio vicino di casa, un mio parente, uno zio …

Metto piede nel suolo di quella che qualcuno ha definito la mia “terra d’adozione”. Do un’occhiata al pullman in partenza. Antonio è lì, al finestrino e mi sorride timidamente.
Lo risaluto con un leggero cenno di mano.
E mi scopro tutto ad un tratto più forte, pronta a vivere questa nuova avventura qui.

venerdì 21 settembre 2012

Per ricordarmele meglio...

Cassetti vuoti, baci dati, mani che salutano, sorrisi tristi.
Raccomandazioni, tante raccomandazioni. Di studiare, di "fare buone cose", di pensare a me, di divertirmi, di tenere gli occhi aperti.
Come se io li avessi mai chiusi...

Un saluto lungo un'ora al mare, col quel venticello fresco che ti regala qualche brivido di freddo sulla pelle. Un paio di persone incrociate per strada, un'amica che ti racconta con affanno la vita degli ultimi giorni, senza fermarsi un attimo, come se volesse sfruttare ogni secondo libero prima della lunga pausa.

La stanza in disordine, un biglietto sulla scrivania, un computer e le dita che corrono sulla tastiera. Negli ultimi giorni ho scritto un sacco, parola dopo parola, lettera dopo lettera. Come se non ci fosse un domani, come se tra qualche ora dovessi perdere la memoria e non ricordarmi più niente.

E quindi scrivo, per ricordare. Per caricarmi. Per mettere a fuoco le belle sensazioni che mi hanno regalato questi ultimi due mesi. Per concentrarmi solo su queste, per dimenticare tutto il resto.

Scrivo per ricordarmi dei sorrisi delle magnifiche persone che ho conosciuto, degli occhi limpidi di chi ha un'anima buona. Scrivo per ricordarmi dello sguardo triste di una donna che ha perso il marito, dopo aver passato un'intera vita con lui, e per rendermi conto della normalità del fatto che amare prima o poi sia anche un po' soffrire.

Scrivo per ricordarmi delle attese agli aeroporti, di quelle volte che ad aspettare ero io, e non viceversa. Di quell'ansia dolce che ti avvolge quando guardi la gente uscire dalla porta a vetri, dalla voglia di riconoscere tra la folla di sconosciuti i volti delle persone che stai per riabbracciare.

Scrivo per ricordarmi del sole forte di agosto che ti lascia la pelle calda per giornate intere; della leggerezza che serve per vivere bene una vita troppo pesante. Delle persone incontrate, di quelle che per strada mi hanno detto di essere diventata irriconoscibile. Dei caffè preparati dal barista stanco. Del buio della notte, delle albe e dei tramonti.

Scrivo per avere la valigia più leggera.
... 'Che portarsi troppi pensieri dietro fa sempre male.

Invece porterò con me il rumore dei miei passi, di stamattina, in giro per le piccole vie del paese. Il colore di quel mare incantato. Mi porterò dietro i ricordi che non pesano.

Andare e tornare, ancora una volta, si rivela essere qualcosa di difficile. Lo so, lo sapete: sta tutto nel riaddattarsi.
Non so cosa mi riserva questo inverno lassù.
Spero cose buone, cose belle. Cose di cui mi ritroverò a parlare qui.
Cose di cui dovrò scrivere. Per ricordarmele meglio.

mercoledì 19 settembre 2012

Simplicity


Le carissime Marta del blog MemoriaRem e Marika de La ragazza di perla mi hanno assegnato un premio incentrato sul concetto di semplicità. Sta tutto nel rispondere alla domanda: che cos’è per te la semplicità?

Ci ho pensato su un attimo, poi sono arrivata alla conclusione che ogni volta che accosto l’aggettivo “semplice” ad una cosa, una persona, una situazione, un paesaggio, lo ricollego subito al concetto di “essenziale”. Semplice come non complicato.

Una persona semplice è, ad esempio, una persona genuina, trasparente, che non si maschera dietro un’immagine di sé elaborata e falsificata, ma al contrario appare per com’è e non per come vorrebbe essere.

Semplice come una torta margherita da mangiare pomeriggio di domenica. Come un paesaggio da gustarsi in silenzio con i propri pensieri.
Semplice come prendere un caffè con un’amica.
Semplice come una cosa che può sembrare piccola, magari scontata.
Ma che se ci pensi su, è essenziale per vivere bene.

Bisogna, poi, dedicare un’immagine che rappresenti la semplicità a chi ci ha dedicato il premio.

Mi è venuta in mente una foto scattata qualche tempo fa ai muffin di mia sorella, cotti a puntino di notte, di nascosto, per farceli trovare a sorpresa la mattina dopo, a colazione.
Più semplice e bello di così …

Infine, bisogna assegnare il premio ad altri 12 blogger. Io, tanto per andare un po' controcorrente, lo assegno simbolicamente a tutti. Se vi va, scrivete un post o un commento e spiegate cos'è per voi la semplicità. Sarà bello confrontarsi.

lunedì 17 settembre 2012

Che sia una buona settimana, almeno per voi!

La mia settimana non inizia nel migliore dei modi. Sono a letto, incapace di mettermi in piedi senza farmi girare la testa e farmi venire la nausea. Niente di grave, per fortuna. Stamattina avrei dovuto sbrigare un bel po’ di cose in vista del mio rientro. Ho fatto una lista apposita, speravo di cancellare diverse voci entro stasera.  Cosa che non è avvenuta. Ed è tutto rimandato a domani, forze permettendo.

Da questa postazione riesco a fare ben poco. Mi scoccia molto stare anche solo un giorno così. Ogni tanto do un’occhiata alla finestra, a tratti c’è il sole. Avrei voluto camminare per un paio di chilometri, oggi pomeriggio.
C’è il Gatto a farmi compagnia, acciambellato sulla sedia di fianco. Come farò senza di lui tra qualche giorno? Lui che con la sua figura discreta riesce ad essere più presente di un umano. Lui che quando sei triste per qualcosa non ti lascia un attimo sola.

Mi hanno chiamato le mie “amiche del nord”. Dicono che su è ormai autunno, che bisogna uscire di casa con le giacche se non si vuole rischiare un raffreddore. E così penso che la mia valigia sarà veramente leggere questa volta, almeno quanto a vestiti. Credo sia altamente inutile portare su la roba estiva.

Mia madre ha iniziato a mettermi da parte un sacco di cose. Mi ha comprato una caffettiera con un cuore e con il manico rosso. Mi metterà un po’ di allegria la mattina presto. Mi ha dato il nullaosta per curiosare nel suo armadio e prendere tutto quello che voglio. Ho adocchiato un vestitino di velluto nero niente male, un po’ vintage. Credo che partirà con me.

Oggi qui è iniziata la scuola. Stamattina c’era un po’ di trambusto in casa, mio fratello inizia il suo terzo anno di liceo e se ci penso, sembra ieri che ha concluso con le scuole medie.
Non ce l’ho fatta neanche ad accompagnarlo alla porta di casa, ma in compenso, a pranzo, gli ho fatto un po’ di compagnia. Mi ha raccontato dei nuovi prof, gli stessi che ho avuto io tempo fa.

Ecco, forse è arrivata l’ora di chiudere qui questo post poco entusiasmante.
Vi auguro una buona settimana!

sabato 15 settembre 2012

La malinconia ha le onde come il mare

Mi sono resa definitivamente conto che l’estate è finita.
Meglio tardi che mai, direte voi. Siamo a metà settembre, non a fine agosto.
È che certe volte mi piace illudermi. Lo facciamo tutti, in fondo.

Poi mi sono guardata allo specchio e mi sono vista sbiadita.
Ho sentito le persiane sbattere violentemente contro il muro, a causa del forte vento.
Sono andata sul balcone a fermarle e ho avuto un brivido di freddo. Infine sono uscita di casa e ho dovuto prendere su il cardigan.
Non metto in funzione il climatizzatore da qualche giorno e la notte dormo con il lenzuolo tirato su.
Non posso certo negare l’evidenza.

Metto punto qui, adesso, con questo post. Concludo simbolicamente quella che per me è stata un’estate superlativa.
E vi lascio un paio di foto, ad ulteriore conferma di tutto ciò di cui vi ho parlato nell’ultimo mese.
Guardatele, sognate un po'. E ascoltate questa.

 Le albe viste dal terrazzo di casa, quando con gli amici si facevano le cinque del mattino.


 I vestiti, quelli leggeri e colorati


 I fuochi d'artificio a Ferragosto


Un passo indietro nel tempo, nella pineta di un paese sperduto


Lui, il mio mare...


giovedì 13 settembre 2012

Alla scoperta di una città che pensavo di conoscere

A causa di un noioso evento di forza maggiore, mi sono ritrovata a trascorrere le mie ultime mattine in giro per una città che dista una trentina di chilometri dal mio paese. Una città che conosco sin da quando ero bambina, un punto di riferimento per molta gente che abita da queste parti. Ci vado spesso per sbrigare qualche commissione, per fare shopping, per visitare la libreria più grande della zona o fare una veloce passeggiata per il corso.

Avendo a disposizione diverse ore di vuoto, in queste mattinate, ho avuto modo di visitarla bene, di viverla intensamente. Ho scoperto vicoli sconosciuti, negozietti sperduti, vie che percorrevo spesso, ma non guardavo mai abbastanza.
Ho fatto colazione in un bar ogni giorno diverso, scambiato qualche parola di circostanza con la gente del posto e scoperto con grande stupore che ci sono posti dove il caffè costa ancora ottanta centesimi e non un euro e dieci, come accade nella mia città universitaria.

Ho scoperto l’esistenza di un parco curatissimo, pieno di verde, di panchine e di giostre per i bambini che purtroppo ho potuto ammirare solo da una certa distanza, a causa della presenza, al suo interno, di soggetti dall’aspetto poco rassicurante. Li ho maledetti tra me e me, perché in qualche modo mi hanno tacitamente negato la possibilità di godermi quel piccolo paradiso verde nel bel mezzo della città.

Mi sono poi documentata, su internet, delle varie attrazioni della città, venendo a conoscenza dell’esistenza, in un punto non troppo lontano dal centro, di un mercatino del libro usato. Sapete ormai della mia passione per questo genere di commercio, infatti come potete ben immaginare, non mi sono lasciata scappare l’occasione di visitarlo. È stato, in realtà, un po’ deludente. Pensavo ci fossero più libri di narrativa o saggi, invece ho trovato per lo più testi scolastici e decine di studenti pronti a farne scorta. Sarà il periodo …

Una città, poi, almeno per me, non si vive mai abbastanza se non si visita lì almeno una volta qualche posto in cui si sbrigano solitamente faccende di ordinaria amministrazione.
Ho approfittato quindi di qualche bolletta per passare un’ora all’ufficio postale centrale della città. Un ambiente pieno di luce e di piante (e di sportelli con annessi operatori competenti,  per fortuna).
Purtroppo ho avuto la malsana idea di accomodarmi in una sedia vicino alla macchinetta automatica dei numeri, per poi ritrovarmi a fare da tutor ad un numero esagerato di anziani e di persone poco, per così dire, svelte.
Ma per fortuna, ho imparato nella vita a guardare sempre i lati positivi delle questioni, dalle più piccole alle più grandi, per cui ho colto la cosa un po’ come un’occasione in più per studiare tra me e me la gente del posto.

Come sono solita fare quando ho tempo a volontà da trascorrere in un posto, ho deciso di raggiungere un punto determinato della città percorrendo la strada più lunga. È un lusso, se ci pensate. Avere tempo da spendere così, in certi casi è da considerarsi solo un privilegio.
Tanto per non farmi mancare nulla, stamattina mi sono anche un po’ persa tra le vie di questa città. Ho provato il brivido del senso di smarrimento, che non è per niente una cosa negativa se affrontato con una certa serenità. Perdersi dà la possibilità di abbandonarsi totalmente al proprio istinto, in questo caso specifico al proprio senso dell’orientamento (che, grazie al cielo, in me è molto spiccato). Un buon esercizio, per chi come me, è di una razionalità quasi esasperata.
Il perdersi permette di scoprire strade nuove che magari abbiamo rinunciato a percorrere a favore della solita via veloce e sicura.
E se proprio non si riesce a trovare la giusta strada, si può sempre far affidamento su qualche faccia simpatica che possa darti indicazioni.

Mi rendo conto di essermi dilungata un po’ troppo con questo post. Spero di non avervi annoiato. Concludo consigliandovi vivamente di andare alla scoperta di qualche posto vicino al luogo dove vivete, così, per girarlo meglio, anche se magari pensate di conoscerlo abbastanza.

lunedì 10 settembre 2012

Di nuovo lui

E’ sera, si decide di uscire: io, la mia amica C. e una new entry estiva dal nome allegro e dalla personalità a tratti simpatica, a tratti antipatica. La meta è la stessa, perché si sa che noi siamo abitudinari.
I turisti non sono andati ancora via del tutto. Complice una festa di paese, le strade sono ancora abbastanza affollate per essere a settembre.

Passeggiando a tempo perso, incontro per caso una figura non nuova che mi fissa. Inizialmente non capisco chi sia,forse a causa anche della mia miopia e delle lenti a contatto che ho addosso da una giornata (Alt! Non iniziate a dire che fa male, che bisogna portarle massimo otto ore, perché queste cose le so già …).
Man mano che si avvicina noto che il tipo in questione è in compagnia di una donzella e di una donna anziana. È un po’ buffo, cammina anche un po’ strano.  Anche le donne vicine a lui non mi sembrano del tutto nuove.
E’ da un po’ di tempo che non riconosco subito le persone al primo colpo. Alcune mi sembrano facce conosciute, ma lì per lì non so se appartengono al mondo di qui o a quello della mia città universitaria.

E infatti, non mi sbagliavo. Li conosco davvero.
Lui è il vicino di casa “sportivo”, lei la sua donna per la stagione primavera/estate 2012 e la donna anziana è la madre, anch’essa un personaggio. L’ho conosciuta parecchi anni fa, in occasione di un problema condominiale. E’ analfabeta, non so quanti anni abbia, ma so che ha l’energia di una ventenne. Adesso sappiamo da chi ha preso il figlio.

Quando il trio mi è praticamente accanto, il tipo inizia ad urlare. Un tono di voce inconfondibile, allegro come sempre, forte come il suono di una tromba. Parla (oppure leggi “urla”, tanto siamo lì) proprio con me.
“Signoriiiiina, la guardavo da lontano, ma non capivo se fosse proprio lei”.
“Eh si, sono io. Anche io non la riconoscevo bene da lontano”.
“Eh ma come cambiate voi ragazze dalla mattina alla sera. Di giorno vi vediamo normali, la sera con il trucco e vestite così diventate donne!”.

Seguono l’imbarazzo generale tra me e i miei amici e gli sguardi curiosi dei passanti, attratti dal vocione del vicino di casa.
Non so cosa dovrei dire, mi limito ad annuire, a sorridere e a salutare. I miei amici se la ridono, mi chiedo notizie del pazzo appena incontrato e si informano su come sia io in realtà, di giorno, senza quel filo di matita che ho messo. A dire il vero me lo chiedo anche io. Sarò un cesso ambulante.  Chi lo sa.  


COMUNICAZIONE DI SERVIZIO. Il soffitto di casa mia è su Twitter. Per ora è un esperimento, non conosco molto questo social network. Se volete seguirmi, sono @ilsoffdicasamia.

sabato 8 settembre 2012

La mia prima settimana di settembre

Quella che sta per finire è stata una settimana di pioggia e di fresco, di temporali violenti e carichi di acqua che ti sorprendono inaspettatamente mentre ai piedi hai giusto dei sandali del tutto inadatti (e ovviamente in borsa non hai l’ombrello).

Una settimana di arrivederci, di amiche e di sorelle per le quali le vacanze sono ormai un ricordo. Ho sentito parlare di autostrade, di code, di ritardi, di malinconie da rientro. Ho pensato che tra dieci giorni tutto questo tocca a me e ho storto un po’ il naso. Sì, perché se fino all’anno scorso mi faceva piacere, di questi tempi, pensare all’autunno come la stagione in cui tutto torna regolare e monotono, adesso non è più così.

Me le sono godute tutte, queste vacanze. Dall’inizio alla fine, in ogni piccolo attimo. Ho fatto di tutto, non mi sono per niente annoiata.
Non ti avevo riconosciuta” è stata la frase che mi è stata rivolta più spesso da gente di ogni tipo, con gli occhi pieni di stupore. Sono cambiata, sono diversa rispetto all’anno scorso. Forse sono anche più felice.

Poi ci si mettono anche le buone notizie, quelle che aspetti da un’estate intera. Quelle situazioni ingarbugliate che ti scombinano troppo, talmente tanto intricate da arrivare a non sperare neanche più in una loro soluzione. Non so se effettivamente questa storia ha il suo lieto fine; so solo che finalmente ha preso il verso giusto.

Una settimana di incontri, di papà che finalmente riesce a trovare quella serata libera per vederci. La consapevolezza che, inutile illudersi, niente è più come prima.
Il ritrovarsi, per un caffè lungo due ore e mezza, con una vecchia compagna delle scuole elementari; parlare di ogni cosa, scoprire che gli animi buoni, fortunatamente, ogni tanto rimangono tali nel tempo.

Assistere allo spettacolo teatrale dell’amico attore, stupirsi ancora una volta per la sua bravura, ripetersi silenziosamente in testa che i talenti non vanno mai sprecati e festeggiare tutti insieme con un po’ di spumante.
Stare insieme, noi tre fratelli, la sera prima della partenza della sorella maggiore. Mangiare insieme una brioche col gelato e prenderci in giro come abbiamo sempre fatto.

È tornato il sole quaggiù. La settimana finisce così.
... Inutile dirvi che spero ancora in qualche altro giorno di mare. 

sabato 1 settembre 2012

Battuta di caccia di Jussi Adler-Olsen


Anno 1987. Due ragazzi, un fratello e una sorella, vengono trovati morti nella loro casa. Uccisi da chissà chi, probabilmente con una violenza di dimensioni inaudite, come si evince dai loro corpi martoriati. Confessa il delitto un uomo. Le circostanze,però, non risultano essere del tutto chiare.

Diversi anni dopo, il caso ricompare sulla scrivania di Carl Moek, capo della Sezione Q, il quale, studiandolo attentamente, si accorge della presenza di errori importanti e decide quindi di riaprire le indagini, non senza ostacoli di vario tipo.
Aiutato dal valido assistente siriano Assad, Carl nota delle assonanze con altri casi e seguendo quella che si rivelerà essere la giusta pista, riuscirà a risolvere la questione, scoprendo quindi cosa si nasconde dietro importanti uomini dell’alta società, uniti dalla passione, se così si può definire, per la caccia e soprattutto per la violenza.


Dopo aver letto il primo libro di Jussi Adler-Olsen “La donna in gabbia”, non potevo non dedicarmi alla lettura del secondo. Solitamente i gialli non mi attirano molto, trovo però che le sue storie siano particolarmente coinvolgenti.

Sarà l’interesse e la simpatia che provo nei confronti di Carl, un uomo un po’ enigmatico e solitario, di quelli che nel proprio lavoro mettono tutta la passione possibile, senza dimenticarsi comunque degli affetti che rendono una vita degna di essere vissuta. L’amicizia con il collega Hardy, vittima di un gravissimo incidente sul lavoro che lo ha portato a trascorrere intere giornate immobilizzato ad un letto, ne è la prova.

Ho finito di leggere questo libro al mare e se avessi seguito il mio istinto, finita l’ultima pagina, sarei corsa a casa a scrivere di questa storia, in particolar modo delle sensazioni che mi ha lasciato.

Pensavo ingenuamente che un giallo, al di là di delitti irrisolti, misteri, piste, tracce, ragionamenti contorti e cose di questo tipo, non potesse contenere altro. Mi sono ricreduta, per lo meno leggendo questo libro.

Racchiude infatti al suo interno svariati sentimenti e diversi temi: il senso della maternità, l’infanzia violata, lo smisurato interesse per la ricchezza, la carriera e il successo, l’amicizia,la droga, i sentimenti non corrisposti. E’ un libro che, se letto non superficialmente, tutto sommato insegna anche qualcosa:che solitudine e diffidenza possono sfociare in situazioni particolarmente difficili, dalle quali è impossibile tornare indietro.