"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

lunedì 29 novembre 2010

Otto anni con te

29 novembre 2002.
Avevo dodici anni, era una giornata grigia, pioveva tanto. Era il primo pomeriggio, ero tornata da scuola e avevo appena finito di pranzare. Aspettavo che mio padre tornasse dal lavoro e nel frattempo guardavo la tv in camera mia.

Suonano al citofono, qualcuno va ad aprire. Capisco dalla voce che è mio padre. Con comodo spengo la tv, sistemo qualcosa e intanto viene mia sorella in camera.
Mi dice di correre in cucina, c’è una sorpresa per me. Era contenta, radiosa. Io adoravo (e adoro) le sorprese. Raggiungo mio padre e il resto della famiglia in cucina, lo faccio quasi di corsa, allegra, curiosa.

Entro nella stanza, mia sorella mi raggiunge. Mi dice di chiudere gli occhi, mi fa fare qualche passo e poi me li fa riaprire. Vedo davanti a me una scatola di medie dimensioni, bianca, forata.
Si muove. Non capisco, cosa può esserci dentro? Mi avvicino, ho quasi paura a toccarla. In un istante trovo il “coraggio” di scoperchiarla. Non so che faccia ho fatto quando l’ho aperta, so solo che non credevo ai miei occhi, che ero felice, incredula, stupita.

Dentro c’era lui, il mio Gatto.
Era piccolo, grigio, magro, impaurito, timido e bello. Era tutto quello che per anni e anni avevo desiderato ardentemente e mai ottenuto. L’ho preso in braccio. Temevo di fargli del male già solo accarezzandolo, tanto ero piccolo e intimorito.

Sono passati otto anni da quel bel giorno in cui è entrato nella mia vita. Quante ne abbiamo passate insieme, quante volte mi è stato accanto, con la sua presenza discreta ed elegante. Anche un animale può insegnarti tanto, senza che tu te ne accorga.

venerdì 26 novembre 2010

progetti

Discorsi delle otto del mattino, un po’ assonnati, certo semi-disperati, avvenuti tra me e la mia amica circa la programmazione degli esami di questo terribile anno universitario.

"(…) Dai, io penso di dare questo esame e quest’altro a gennaio/febbraio”
“Sì, conviene fare così (…) “
“Poi questi altri due li faremo per la sessione estiva, l’altro ancora dovrebbe essere più semplice (…)”
“Già, prima non possiamo neanche darli … Ne rimane uno però, in estate non ce la si fa, neanche per settembre perché sono c’è tanta roba da fare”
“Ah beh, dai, lo daremo a dicembre dell’anno prossimo!”
“Mh, sì. Per forza, prima è impossibile"

Aspettate un attimo. Dicembre dell’anno prossimo, ergo dicembre 2011. Ma ancora siamo a novembre 2010, dicembre 2010 non è ancora arrivato e già io e lei (e tanti altri) pensiamo a dicembre a 2011.
Essere universitari implica, tra le altre cose, l’attività di fare progetti a lunga scadenza.
Penso che, prima di adesso, non ho mai progettato nulla in particolare da fare dodici mesi dopo.
C'è sempre una prima volta...

lunedì 22 novembre 2010

Resto qui perchè ....

Elenco delle cose che mi piacciono del Sud(legge Don Giacomo Panizza)

- Del Sud mi piace chi se ne sta a mani nude, disarmate; chi non si lascia tentare ad opporsi ai violenti coi loro stessi metodi.
- Mi piace tenermi negli occhi la luce, il cielo, il mare con le Eolie dentro e quella riga che fa il sole rosso quando ci tramonta dietro.
- Mi piace ascoltare la gente del Sud parlare le sue parole.
- Dal Sud ho imparato che non tutto è urgente, non tutto deve essere perfetto o in orario, non tutto è essenziale: e mi è piaciuto.
- Al Sud mi piace chi fa il padrino senza fare il padrone, chi fa doni per amicizia e non per legarti al suo clan.
- Mi piacciono le madri che non dimenticano i figli, qualunque cosa abbiano combinato; madri che supplicano i boss di ’ndrangheta di svelare il luogo dove hanno buttato o seppellito i loro figli, spariti di lupara bianca, per portarci un fiore.
- Del Sud mi piacciono le donne, attente e appassionate, con cuori grandi.
- Mi piace vedere i giovani “sbattersi” coi partiti politici, con l’utopia di rinnovare i partiti e la politica.
- Mi piacciono quelli che in tribunale si ricordano le facce e le parole di chi ha chiesto loro il pizzo, indicandoli davanti a tutti.
- Mi è piaciuta l’idea di emigrare a rovescio, di andare a conoscere limbo e inferno, purgatorio e paradiso, la mia vita con altri altrove.


Resto qui perchè esiste Vieni via con me, capace anche di farmi commuovere.

sabato 20 novembre 2010

Scene di gelosia

Anche le scenate di gelosia tra coppie hanno il loro fascino. Parlo, naturalmente, di scenate limitate a qualche infamia che si risolvono in gesti il più possibile civili, senza implicare gravi violenze.
Mi capita di assistere a piccoli momenti di gelosia acuta tra fidanzati, spettacoli che si possono ammirare ovunque, specialmente per strada.

Primo episodio: io in casa, era estate e faceva caldo, ergo finestre spalancate. Era sera. Stavo guardando la tv sul divano quando ho sentito una ragazza urlare. Ho abbassato la televisione per capire cosa stesse succedendo. Lei urlava che era uno str****, che lo odiava, che era la più grande delusione della sua vita. Lui diceva che poteva spiegarle tutto, e la seguiva mentre lei si allontanava, sempre infamandolo. All’improvviso lei si ferma, lui anche. Gli molla un colpo di borsa sulla spalla e se ne va.

Secondo episodio: coppia omosessuale per strada. Lui alto vestito con un grande maglione coloratissimo e gli stivali col tacco, neri a punta. L’altro con un cappottino marrone. Il primo urla al secondo che è un farfallone, che non deve guardare gli altri uomini. Poi lo prende dall’orecchio e lo trascina via. Entrambi si allontanano ancheggiando.

Terzo episodio: al supermercato. Una donna sui quaranta fa la fila accanto a me, cerca con lo sguardo qualcuno, poi lo trova. È il suo uomo. Lo individua tra la folla, sta parlando con una signora. La moglie lo chiama a gran voce, lui saluta lei e torna dall’altra. Appena arriva dalla moglie, lei inizia a fare l’interrogatorio, con fare super sospettoso. Chi era, che voleva ecc. Lui risponde dicendo che la donna, avendo visto nella sua giacca lo stemma delle Ferrovie dello Stato, aveva colto l’occasione per chiedere un’informazione. La moglie fa un cenno con la testa, super infastidita, si gira dall’altro lato. Poi ritorna a guardarlo. “Bisogna che te la togli quella giacca”, dice.
Il resto non l’ho seguito.
Assistere con discrezione alle scenate di gelosia altrui va bene, ma fino ad un certo punto. Si rischia di diventare parte della lite in corso, il che non va assolutamente bene.
E poi … tra moglie e marito mai mettere il dito!

martedì 16 novembre 2010

Vieni via con me!

Voce aggiunta alla lista dei desideri: partecipare in diretta alla trasmissione di Fazio e Saviano.
Potrei finalmente vedere Saviano dal vivo.
Potrei godermi la trasmissione al mille per cento, senza interruzioni di nessun tipo.
Potrei, potrei, potrei ...
Va bene, torniamo alla realtà.

"Vieni via con me": un grazie sentito a chi l'ha inventato. Credo sia la più bella trasmissione mai vista in tutta la mia vita. La prima puntata è stata per me fantastica, unica, stupenda, vera. E non so che altri aggettivi usare.
Va bene che io per Saviano ho come un "debole", ma questa trasmissione non ha precedenti!
Può essere capita da tutti, dal più ignorante al pluri-laureato. Il metodo degli elenchi è più che efficiente: semplice, diretto ... come la lista della spesa!
E poi ieri c'erano anche Ligabue e Cetto.
Cosa posso chiedere di più?

domenica 14 novembre 2010

Malamore. Esercizi di resistenza al dolore - Concita De Gregorio

Era da diversi mesi che volevo leggere questo libro, finalmente ce l’ho fatta. Mi aspettavo tanto da questa lettura e non ne sono rimasta delusa. È un libro che ti mette in faccia una realtà, senza giri di parole, senza cercare di trasformarla –magari per renderle meno terribile di quello che è – neanche un po’. Quello è, quello racconta.
La realtà di cui parla è quella del rapporto tra le donne e il dolore, sia fisico che mentale, ma soprattutto quest’ultimo. Donne che subiscono il dolore senza lamentarsi, anzi fanno finta di niente, trasformandolo.

L’introduzione al libro mi ha lasciata senza parole. Ho trovato degli interrogativi, ma non ho trovato risposta, forse perché una risposta non c’è.


“Le donne hanno più confidenza col dolore. Del corpo, dell’anima. È un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da esser quasi amico, è una cosa che c’è e non c’è molto da discutere. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa”.


“Cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? (…) alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l’esistenza con una privata indicibile quotidiana penitenza. Grandissimi talenti sono sbocciati da uno sfregio. Altrettanto grandi sono stati spenti. Per mille che non hanno un nome, una cambia il corso della storia. Sono, alla fine, gesti ordinari. Chiunque può capirlo misurandolo su di sé. Sono esercizi di resistenza al dolore”



“Come mai è ancora possibile sopportare tutto questo? Quanto di buono nasce dal dolore quando al dolore si sopravvive? (…) il malamore è gramigna, cresce nei vasi dei nostri balconi. Sradicarlo costa più che tenerselo. Dargli acqua ogni giorno, alzare l’asticella della resistenza al dolore è una folle tentazione che può costare la vita”


… E poi è tutto un susseguirsi di storie. C’è Cristina; c’è la rateta, un racconto popolare catalano; c’è la storia di Caterina da Siena. Ce ne sono tante altre tra quelle pagine. Quasi tutti i capitoli iniziano con il nome di una donna.
Si parla della storia di una donna cinese che da una radiografia ha scoperto di avere nel torace ventitre aghi, messi lì dai nonni con cui viveva, probabilmente quando lei era molto piccola. Volevano ucciderla perché in Cina le donne costano, bisogna mantenerle fino ad una certa età.

Lei però ce l’ha fatta....

mercoledì 10 novembre 2010

Lettera aperta all'ignoto c.

È passato un anno. Sembra ieri.

Un anno fa esatto, un ignoto coglione (scusate i termini scurrili, di solito non ne faccio uso … ma quando ci vuole, ci vuole!) mi ha rubato la borsa. Dentro avevo tutto: portafoglio, agenda, documenti, effetti personali vari. L’ignoto coglione non ha avuto clemenza, si è impossessato illegittimamente di tutto.

Quando sono andata a fare la denuncia, i vigili non hanno mosso ciglio, naturalmente. Si sono limitati a fare un verbale, a chiedermi cosa c’era dentro e a farmi realizzarel’accaduto. Una settimana dopo è uscito un articolo sul giornale in cui si diceva che la mia era una città tra le più sicure in Italia.
Il danno e anche la beffa.

Carissimo ignoto coglione, i soldi te li sei intascati tutti fino all’ultimo centesimo. Non potevi mandarmi indietro il mio ombrellino nero? O la mia agenda dove annotavo tutto? O la borsa, il portafogli (bellissimo tra l’altro) con qualche documento dentro? No vero?
Chiedo troppo.

Ad un anno di distanza dall’accaduto, caro ignoto coglione, rinnovo il mio augurio nei tuoi confronti. Ti auguro non il peggiore dei mali, non sono così cattiva.
Ti auguro che qualche altro ignoto coglione rubi la tua di borsa, con dentro non solo i soldi che ti servono a mantenerti almeno due settimane, ma tutto il resto, tutti quegli oggetti cari che ti porti sempre dietro, compreso qualche ricordo.
Ti auguro solo questo, in modo che tu possa provare nella tua pelle ciò che io, un anno esatto fa, ho provato.

Con affetto, la tua cara Chiara

sabato 6 novembre 2010

Il palazzo dei bambini



Nel palazzo dove abito, quando percorro le scale che mi portano a casa, si sente sempre la voce di un bambino. Che sia un pianto, che sia una canzoncina cantata, che sia una madre disperata o una risata infantile, c’è sempre di mezzo un bambino.
Stessa cosa nel cortile di casa, dove - specialmente in primavera- è un continuo susseguirsi di biciclette, tricicli, palloni. A vederlo da fuori, sembrerebbe un asilo.
Non sono neanche rari i fiocchi colorati appesi alle porte, quelli che si espongono ogni volta che nasce un bambino.
Oggi, per le scale, ho incontrato l’inquilina del piano di sotto. Aveva i suoi due bambini piccoli, uno da una mano, uno dall’altra. L’ho salutata e mi sono resa conto che aveva un bel pancione. È incinta, tra qualche settimana partorirà il suo terzo figlio.


Le ho dato gli auguri e sono andata via.


Nel tragitto mi sono resa conto che per quelle scale salgono e scendono ogni giorno tantissimi bambini con i loro genitori. Allora ho fatto un piccolo calcolo mentale e mi sono resa conto che in un paio di anni in questo palazzo sono nati ben quattordici bambini (presto quindici). Senza contare poi i vari fratelli maggiori (pur sempre piccoli).

E non è neanche un condominio immenso.


Ho messo la chiave nella toppa della porta di casa, mentre la giravo ho realizzato che abito in quello che adesso definirei il palazzo dei bambini.


Bello, no?


Chissà se gli altri inquilini se ne sono mai resi conto …

mercoledì 3 novembre 2010

R. Cantone - Solo per giustizia - Parte 2


Come si può benissimo anche solo immaginare, Cantone e la sua famiglia (moglie e due bambini) sono stati soggetti a misure di protezione particolari, prima più leggere poi più pesanti, fino ad arrivare ad avere una scorta vera e propria.
Nelle pagine in cui parla della scorta credo venga fuori il lato più umano di Cantone, il suo essere uomo, marito, padre, prima ancora di essere magistrato. Si legge la preoccupazione per la sicurezza dei figli, il desiderio di non far pesare loro la presenza della scorta, la ricerca del modo più adatto per spiegare la situazione.


Cantone racconta un episodio in particolare che dà molto da pensare.

Insieme alla sua famiglia, aveva deciso di trasferirsi in un piccolo paese: avevano preso una casa ancora in costruzione e l'avevano rifinita secondo i loro desideri .

La gente del paese non accettò bene la presenza di Cantone e della sua famiglia: c’era il solito senso di curiosità, ma anche il fastidio per la presenza della scorta sotto casa.

Questo senso di fastidio ha portato diversi residenti a sottoscrivere una petizione con cui si chiedeva al sindaco di convincere Cantone a trasferirsi altrove, richiesta che naturalmente non venne accolta.


[24] “Non ho potuto fare a meno di pormi più e più volte la domanda se un simile attivismo sarebbe stato anche solo concepibile nel caso in cui nella stessa casa fosse venuto ad abitare un camorrista e avesse riempito la zona dei suoi sgherri, ma so bene purtroppo che è una domanda retorica”.


Fortunatamente,Cantone e la sua famiglia non hanno trovato solo ostilità. C’è stato anche chi ha espresso solidarietà e l’ha ringraziato per il suo lavoro.

Un’altra interessante parte è quella dedicata ai collaboratori di giustizia, coloro che decidono di dare una svolta alla propria vita, raccontando tutti i fatti di cui sono a conoscenza legati alla malavita.
“Rompere con il clan, per qualsiasi ragione lo si faccia non è mai una scelta facile (…). Comporta l’impossibilità di tornare nei propri luoghi d’origine, la necessità di nascondersi per il resto della propria vita e rischi per quella dei propri familiari. Nemmeno il più cinico degli uomini può compiere una scelta del genere a cuor leggero. E se qualcuno cerca di dipingere i pentiti come degli infami cui, in cambio del tradimento, lo stato concede un’esistenza dorata, queste sono soltanto favole diffuse ad arte da chi è interessato a farlo."

Così finisco di parlare di questo libro.
La settimana scorsa l’ho riportato in biblioteca, che tristezza.

lunedì 1 novembre 2010

Avventure di viaggio

Non so per quale motivo, ma ogni volta che viaggio ho sempre la compagnia di gente avanti con l’età. Trattasi di ultra settantenni che per i primi dieci minuti del viaggio fanno domande sulla mia vita, per le ore restanti (salvo sonno) raccontano la loro vita o al massimo quella di figli e nipoti.
Stessa cosa è successa ieri. Un signore ha iniziato a parlarmi della sua vita, dei suoi lavori, della crisi nazionale, della disoccupazione. Lui alle soglie della pensione, con casa, famiglia, lavoro che parla a me di crisi e di disoccupazione. Bene, benissimo.

Oltre al signore c’erano anche altre due donne, anche loro sulla settantina. Una trafficava con un cellulare che non sapeva usare. Il telefono squillava, lei ad alta voce ripassava la lezione “Col verde si spegne, col rosso si apre la telefonata”. Così ha fatto, ottenendo l’effetto contrario.
Poi, una volta capito il meccanismo, finalmente è riuscita a mettersi in contatto con i suoi figli. A questo punto però il cellulare non aveva più nessuna funzione, considerando il fatto che parlava talmente tanto ad alta voce da farsi sentire a chilometri di distanza.

Arriva il momento in cui la signora deve telefonare all’altro figlio. Cerca il numero, dice che il figlio gliel’ha scritto sul cellulare, ma lei naturalmente non è in grado di cercarlo. Mi avvista, mi dice: “Signorina, potete trovarmi il numero di mio figlio che io non lo so usare il telefono”. (notare il voi)
Io le chiedo che nome devo cercare. Lei mi dice nome di battesimo e cognome del figlio. Trattasi di un certo Francesco. Soggetto ignoto alla rubrica della signora. Trovo però un “Franco”, forse è lui.
Signora, c’è scritto Franco”.
Ah si Franco è mio figlio”.
La signora mi ringrazia, parla con Franco/Francesco e poi silenzio, si addormenta.

Il resto del viaggio prosegue tranquillo.
Mezz’ora prima dell’arrivo, sento qualcuno che mi tocca il braccio. Era la signora del cellulare. Mi guarda preoccupata, mi indica l’altra signora e mi dice: “Signorina, ma secondo voi è morta?”.
Oddio.
In effetti la signora giace in una posizione leggermente innaturale, spalmata sul suo sedile. Ha la bocca spalancata.
È immobile.
La guardo bene. Noto un leggero movimento della pancia.
Respira, ergo è viva.

Bene, questa è viva, l'altra adesso è tranquilla perchè l'altra ancora è viva.
Io sono arrivata a destinazione.
Saluto la signora e mentalmente aggiungo l’episodio alla lista delle mie bizzarre avventure di viaggio.