"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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domenica 11 novembre 2012

Foglie sulla neve 2 - Gli incontri che ti cambiano la giornata

Le lunghe attese sono oggetto di odio da parte della sottoscritta. Non mi piace aspettare qualcosa o qualcuno per tempi troppo lunghi.
Odio le file negli uffici pubblici, odio i ritardatari cronici. Il tempo è prezioso e a me non va di sprecarlo in attese. Per questo finisco con il trovare delle soluzioni a questi piccoli problemi quotidiani.
Soluzioni “alla Chiara”.
Nelle attese alla posta, alla cassa di un supermercato, alla fermata dell’autobus cerco di trasformare i minuti che passano lentamente in qualcosa di costruttivo, di appagante.
Tipo osservare la gente che mi sta attorno, tenendo sempre e comunque il massimo della discrezione.

Da quando ha avuto inizio la mia vita da universitaria fuori sede, quindi da quando ho potuto uscire dall’ambiente un po’ ristretto del posto in cui sono nata e cresciuta, ho fatto di questa cosa una sorta di mia specialità. E ogni tanto mi capita di ritrovarmi a scrivere qui di loro, delle persone che sono state vittime della mia attenzione.

Questo è il turno di qualcuno che è riuscito a farmi passare piacevolmente un’attesa lunga due ore.
Si tratta di una signora. Una donna sulla settantina.
L’ho sentita parlare e ho riconosciuto subito l’accento. Il modo di parlare, la cadenza familiare.
Ci ho messo un attimo a capire che la mia terra e la sua erano le stesse.

L’istinto mi ha portato a buttarmi, a chiederle subito se fosse effettivamente calabrese. Un sorriso, la timidezza da parte. Ed ecco, io non mi sbaglio mai quando si tratta di queste cose.
Il suo sorriso grande precede di qualche istante la sua risposta positiva.
E qualche minuto dopo mi racconta tutta la sua vita.

Vedova da dieci anni, due figlie femmine grandi. Una avvocato, una medico. Altri due maschi più giovani.
Ha deciso di trasferirsi qui dopo che gli ultimi due figli hanno finito le scuole. Non trovavano lavoro e lei non voleva che prendessero brutte strade.
Ha convinto il marito a partire, ha fatto le valigie ed è arrivata qui. Ha raggiunto le due figlie grandi che intanto stavano terminando gli studi universitari.
Ha preferito abituarsi ad accenti diversi, perdere le sue vecchie abitudini, conoscere nuove strade. Tutto pur di evitare che i figli si perdessero tra le brutte amicizie.

Parla della sua famiglia e gli occhi le brillano. Parla del marito morto da ormai dieci anni e si commuove. Mi racconta del suo infarto improvviso, in una notte fredda di dicembre, della figlia medico che non è riuscita a salvarlo, ma che in compenso cura tanta gente ogni giorno.
È un fiume in piena. Non smette più di raccontare i suoi settanta anni di vita.

Il diploma di maestra, l’innamoramento e il matrimonio. Il marito che le proibisce di prendere la patente “sia mai che investi con i bambini in macchina”,il rimpianto di non essere riuscita ad essere abbastanza testarda da riuscire comunque ad imparare a guidare. Dice che avrebbe avuto la sua macchina, la sua indipendenza. Non sarebbe stata schiava degli autobus.
I figli, venuti uno dietro l’altro.

Le chiedo se ogni tanto torna in Calabria o è una di quelle persone che parte e non torna più. Mi guarda come se avessi bestemmiato. Mi dice che lì ci sono tutti i suoi parenti, che ha lasciato la casa così come era. Non ha portato niente su, neanche un paio di lenzuola. Si è accontentata di pagare per anni e anni un affitto qui, pur di non vendere la sua casa.

Dice che torna ogni anno, ad agosto. Sta tutto il mese al mare, “perché quando nasci in un posto di mare, quello è tuo per sempre”.
Arriva verso i primi del mese, riparte intorno al 26-28, ogni santo anno. Lei, figli, nipoti. Tutti insieme. Una ciurma.
Sarà come una di quelle chiassose comitive che mi capita di incontrare in spiaggia ogni anno. Quei gruppi di persone che per qualche settimana vedi ogni giorno, di cui impari i nomi a memoria.
Persone che finisci col riuscire a riconoscerle dal suono della voce.

Quelle persone che scompaiono a fine mese. Quelle persone che ogni tanto, in inverno, te le immagini avvolte dal grigio della nebbia di qualche città lontana, rigidi e un po’ ingessati dentro agli abiti formali da lavoro. Bianchi come il latte che hanno bevuto da bambini. Lontani anni luce dalla comodità dei prendisole estivi, dalla ridicolaggine dei cappelli di paglia.

Mi sembra di vedere la signora preparare il pranzo di Ferragosto, riunire tutti intorno ad una tavola ricca di prelibatezze preparate con cura, dentro una stanza piena di sole o una veranda ombreggiata.

Mi sembra di conoscerla una vita, questa signora.  
Mi fa sentire più vicina a casa, viaggiare un po’ con la mente.
Sono quegli incontri che ti cambiano la giornata, che vorresti fare più spesso.

domenica 14 ottobre 2012

Foglie sulla neve #1 - Caro Maestro

Mercoledì mattina. Non ho lezione, non mi sento neanche bene. Decido di rimanere a casa, in tuta, in libertà. Studio qui oggi, non metto naso fuori casa. Domani invece passerò la mia giornata in facoltà, dal mattino fino alla sera. Recuperiamo quindi le forze, così domani sarò pronta a tutto.

Faccio la mia solita colazione, mi sveglio per bene. Apro tutte le finestre di case, mi rendo conto che fuori c’è un bel po’ di nebbia e che l’aria è più fresca degli altri giorni. Colpa dell’autunno che avanza. Mi soffermo un attimo a guardare la piantina che ha comprato B.: cresce bene, è sempre più colorata e folta. È delicata, elegante, per niente grossolana: è come lei.
Poi passo al letto. Sia mai che non lo sistemi per bene. Se è disfatto, la giornata non può iniziare. Sono troppo precisa (e pignola) su certe cose. Mea culpa.

Alla fine, mi rendo conto che è giunta l’ora di aprire il libro di economia. È una materia che odio, me la trascino dietro da anni ormai, ma adesso è arrivato il momento di togliermela (spero) dai piedi. Quei grafici mi fanno ribrezzo. Il prof mi sta antipatico. Credo che un esame del genere sia altamente inutile in una facoltà come la mia.
Ma purtroppo è lì, nel piano di studi. Ergo, mi tocca studiare.

Così comincio a leggere, sottolineare, fare i miei schemi, i miei grafici stupidi, i miei ragionamenti da deficiente. Mi sembra sia passata una vita da quando mi sono seduta. Guardo l’orologio e mi rendo conto che sono passati solo tre quarti d’ora. Di questo passo, la mattinata non finirà mai.
Faccio un giro su internet, dal cellulare. Leggo la ricetta delle polpettine svedesi dell’Ikea, guardo un po’ di news locali. Poi inizio a messaggiare con un paio di amici. Apro il portone alla postina, scendo giù a vedere se è arrivato qualcosa. Poi risalgo, mangio una mela. Lavo le tazzine della colazione.

Sarà passata al massimo mezz’ora. Posso finire la mia lunga pausa.
E invece no, si sono fatte le dodici. La mia voglia di studiare oggi non si sa dove sia finita. Forse in Africa, che importa (cit.).
Chiudo definitivamente i libri, senza troppi sensi di colpa. Mi fiondo sul divano. Telecomando in mano, inizio a fare zapping. Noia anche qui, tra gente che cucina, programmi stupidi e … Ad un tratto rimango di stucco. Ci sono delle immagini che mi rimandano ad un ricordo lontano.

È “Caro Maestro”. È la fiction che adoravo da bambina. Non ci posso credere. La trasmettevano su Canale 5 quando io avevo circa 5/6 anni. Ricordo che facevo la primina, la guardavo sempre con mia sorella, davanti la tv in camera nostra. La scelta di mettere un televisore in camera,all’epoca, suscitò un polverone di critiche da parte di mezzo parentato: non era una saggia scelta, secondo alcuni. Secondo noi invece era una cosa geniale. Potevamo guardare tutti i cartoni che volevamo. Ovviamente c’erano le solite raccomandazioni: non stare troppo tempo lì davanti, non guardarla da una distanza ridotta (dicevano che faceva male alla vista, sarà stato vero?).

E insomma, io adoravo questa fiction. Invidiavo mia sorella che era già alle elementari da un pezzo. Pensavo a lei come ad una di quelle bambine che vedevo nelle varie puntate: “grandi”, indipendenti; di quelle che hanno in classe gente simpatica, che mangiano tutti insieme a mensa, insieme a maestri spassosi e a tanta libertà. Tutto ciò a differenza mia, che con la suora in classe mi sentivo un po’ in galera.

E poi vedo le salopette di jeans. Io ne avevo almeno tre. È stato il primo capo di abbigliamento per il quale ho provato una sorta di passione. Ho dovuto buttare la mia prima salopette solo quando era ormai troppo vecchia per poter essere messa ancora.
Noto la stranezza della moda del tempo. Noto Elisa, ricordo che quel nome mi piacque talmente tanto da darlo alle mie bambole. Ricordo che all’epoca rimasi stupita dal fatto che lei, invece di “tu”, diceva “te”. E la prendevo anche un po’ in giro, perché sapevo che sbagliava a dire così. Chi l’avrebbe mai detto che qualcosa come tredici anni dopo sarei finita anche io in un posto dove la gente dice “te” invece di “tu” …

Insomma, la visione di questa fiction mi ha un po’ cambiato la giornata. Mi ha reso un po’ nostalgica, mi ha riportato indietro ai tempi della spensieratezza. È stata una foglia sulla neve.

E voi avete una fiction, un programma televisivo per il quale impazzivate da piccoli?