"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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martedì 7 maggio 2013

Ricorrenze

Io ho dei problemi seri con la sveglia, specialmente nel periodo degli esami.
La punto presto, sulle sette, ogni mattina. Ho cambiato anche suoneria, per cercare di farmela piacere un po’ di più. Non ha funzionato lo stesso.
Lei suona, io la rimando sempre più avanti finché ad un tratto non guardo lo schermo del cellulare, inorridisco e mi alzo di scatto dal letto. Come se il minuto dopo scoppiasse una bomba proprio sotto al letto e io dovessi immediatamente abbandonare la postazione (oddio, si vede che ho letto di recente Il corpo umano?).
Tutto questo progresso tecnologico, anni e anni di scoperte scientifiche, abbiamo sostituito i floppy disk con le chiavette USB e ancora non sono stati in grado di inventare il letto-sveglia. Quello che, all’ora prestabilita, si trasforma dolcemente in una sorta di sedia che piano piano ti mette in piedi et voilà, svegli alle sette tutti quanti. Magari con un po’ di musica classica in sottofondo, giusto per rendere tutto meno traumatico di quanto potrebbe sembrare.
C’è qualcosa che non torna in me, però. Fino ad un mese fa, ogni santo giorno, mi svegliavo alle sei precise.
Quindi i conti non tornano. Il mio problema è con la sveglia o con gli esami da preparare?
È un dubbio esistenziale, di prima mattina non va bene.

Basta, su. Giù dal letto.
Il buongiorno mi viene dato dal piede destro che poggia a terra. Fa uno strano rumore questo parquet. Uno scricchiolio leggero, solo la mattina quando mi sveglio, quando poggio il piede lì. Se ci passo durante la giornata non fa più rumore. O forse sono io che non ci faccio caso.

Spalanco le finestre, scopro senza molta sorpresa che piove anche oggi. Piove da tre giorni circa, ma forse è meglio così. Niente caldi prematuri ed opprimenti.
Mi preparo il caffè e mentre aspetto che salga, rispondo ai soliti messaggi di buongiorno. Mi fanno compagnia nell’attesa. La mia amica oggi ha un seminario o qualcosa del genere, l’altra sta impazzendo per un tirocinio da cominciare, mio fratello probabilmente avrà un’interrogazione. Poi un messaggio di una ricarica appena effettuata. Sarà mia madre: quando ricarica ad uno di noi tre figli, di conseguenza ricarica a tutti.

Guardo la data di oggi e realizzo che il tempo è passato senza che me ne accorgessi. Sono passati due anni dal giorno che reputo uno dei più brutti della mia vita. E’ una ricorrenza che forse oggi non mi turba neanche più di tanto. Ho saputo metabolizzarla, ho saputo ricavarne qualcosa di positivo. E in questo mi sento grande.
Ho dei ricordi confusi di quel giorno e non so se sperare che un giorno vadano direttamente nel dimenticatoio oppure se pensare a quel triste evento mi possa aiutare ancora a guardare solo avanti.
Forse è da lì, è da quella giornata piena di sole che è cominciato tutto. E’ dalle mani ruvide sul viso, dalla voce che non riesce a tranquillizzarmi in nessun modo, dal richiamo violento di un’altra voce ancora che ho capito tutto.
O forse avevo capito già da tempo e quella è stata solo la conferma.

Si dice che quando si tocca il fondo, poi si può solo risalire. Non so se nell’arco di quelle ore terribili, io un qualunque fondo l’abbia toccato sul serio. So solo che per iniziare a risalire ci ho messo un po’ di tempo.
Ho imparato che dovevo cominciare a volere bene a me stessa per prima. Ho imparato che si deve andare avanti sempre, in qualche modo. Ogni tanto mi dimentico di tutte queste belle cose, ma penso sia giusto anche questo.
Penso sia giusto perdersi e poi ricominciare a ricostruirsi pian piano.
Mettersi in discussione, cercare di migliorarsi.

Quel giorno di due anni fa è la prova del fatto che ogni tanto anche le esperienze negative possono servire a qualcosa. Possono farci aprire gli occhi di fronte ad una realtà che per troppo tempo abbiamo voluto nascondere, senza pensare che metterci solo un telo di sopra non aiuta a risolvere niente.

lunedì 11 giugno 2012

Quello di cui ho bisogno

Ok, finalmente questo finesettimana è andato, passato, archiviato. Metabolizzato no. Mi è rimasto l’amaro in bocca per tutto quello che non ho fatto e che DOVEVO per forza fare. Per dirne due:
- Non ho studiato.
- Ho divorato la torta che ha fatto B. (che era buonissima, ma avrei dovuto trattenermi e mangiarne, per decenza, una fetta o due al massimo).

L’esame è tra un paio di giorni ed io non ne so più di tanto. In più è una materia che non mi piace. Una di quelle che non capirò mai e che probabilmente dovrò ripetere centinaia (?) di volte (oddio, speriamo di no) prima che mi rimanga qualcosa in testa.

Ma basta sensi di colpa. Non ho tempo.
E’ lunedì mattina, mi sono svegliata presto, perchè le giornate iniziano alle sette e non alle undici.
Sto per fare una colazione sana, equilibrata, normale; inizierò a fare quello che avrei dovuto fare sabato e domenica, poi farò una doccia, metterò addosso qualcosa di colorato e alle dieci sarò al bar vicino all’aula studio, con N., a prendere un caffè macchiato con tanto di cuore disegnato con il cacao dalla mia barista preferita che ci sostiene moralmente e che ci regala l’ovetto di cioccolato quando abbiamo gli esami.

Ieri sera ho fatto la lista delle cose che devo fare oggi. Se per stasera riuscirò a fare tutto (o anche tre quarti di quello che ho scritto), sarò la persona più felice di questo mondo.
Energia, un sorriso stampato in faccia, un pizzico di ottimismo e tanta pazienza: ecco cosa mi serve.

Buona settimana!

lunedì 24 ottobre 2011

Pensieri deliranti di una Chiara costretta a portare gli occhiali

Sveglia alle sette, un nuovo giorno mi attende. Carica e frizzante come un’anziana signora in un ospizio, mi accingo a lavarmi la faccia con acqua gelata, in modo da connettermi un minimo con il mondo. E’ lì che faccio la mia scoperta: un occhio è rosso come un pomodoro, l’altro sembra normale.
Sembro uscita da un film horror.
Ricorro ai rimedi della nonna e in cucina, invece di farmi un bel caffè, riscaldo l’acqua per buttarci dentro una bustina di camomilla e farmi una sorta di impacco, nella speranza che la situazione migliori.

Ovviamente, come pensavo, non migliora proprio niente. Decido quindi di non mettere le lenti a contatto e mi preparo ad affrontare la mia giornata con addosso gli occhiali da vista, quelli che tanto odio.
Torno a casa per il pranzo. L’occhio sembra essere migliorato, ma il rossore non è ancora del tutto scomparso. Decido quindi di tenere addosso gli occhiali ancora un po’, almeno per tutto il pomeriggio.
La sera però li abbandono allegramente, chiudendoli con una sorta di ghigno malefico, dentro la loro custodia bianca. Non s’è mai visto che io esca di sera con gli occhiali. Ergo, lenti a contatto.

Il mattino dopo, la situazione è di nuovo quella di ventiquattro ore prima. Occhio rosso e niente camomilla.
Decido di andare in farmacia e farmi consigliare un collirio. La dottoressa è una donna giovane, con i capelli corti biondi e gli occhi azzurri. Mentre le espongo il mio problema esistenziale, entra una signora anziana con un passeggino più grande del solito: ha con sé due bambine piccole gemelle, presumibilmente le sue nipoti.
La farmacista allora inizia ad ignorarmi del tutto, intenta a lodare la bellezza delle due bambine. In effetti ha ragione, sono proprio stupende. E poi dormono, quindi non piangono, non disturbano, sono zitte.
Belle sì, tanto.
Ma non è una valida ragione per lasciare una cliente impaziente come me, con un occhio rosso e un paio di occhiali da vista addosso.

Ecco che infatti si desta e torna a me. Mi consiglia un collirio leggero, senza antibiotici, a base di camomilla. Due gocce in ogni occhio per circa cinque-sei volte al giorno. Annuisco, contenta. Guardo piena di speranza quel collirio che viene racchiuso nella carta bianca e verde della farmacia. Sarà lui a salvarmi: domani avrò di nuovo addosso le mie lenti a contatto!

Sì, come no. Nel paese delle meraviglie, forse. L’entusiasmo svanisce subito.
La tipa mi dice di fare questa cura per almeno una settimana, di non mettere le lenti a contatto e di non truccarmi per niente.
Me ingenua.

Terribile, non può essere.
La ringrazio, pago ed esco.

Una settimana senza lenti a contatto, senza neanche un filo di matita nera. Una settimana con gli occhiali.
Per me è un po’ come una tragedia. Io, con gli occhiali, mi sento scema. Lo dico sul serio.
Mi danno l’aria di chi passa le giornate chiusa in biblioteca a studiare e non fa altro. Mi fanno sembrare una secchiona. Mi scivolano sul naso anche, peggio ancora.
Non riesco neanche ad avere una visuale completa, senza contare che di pratico hanno veramente poco.
Uscire senza poi sarebbe impossibile, dato che finirei con lo sbattere contro ogni palo della luce che incontro per strada.

Ho deciso di nascondermi, di camminare a testa bassa, di far finta di non esistere. Funzionerà?
E soprattutto, il mio collirio darà i suoi buoni frutti?
Vi aggiornerò gente.

lunedì 15 agosto 2011

Buon Ferragosto

(Immagine: Google Immagini)


Auguri Gente... Che sia per voi un Ferragosto spensierato e allegro!

venerdì 11 marzo 2011

Quando il buongiorno si vede dal mattino

Stamattina la sveglia del cellulare mi ha dato un buongiorno diverso dal solito. L’effetto di un colpo di martello di gomma in testa, seguito da uno stato confusionale, come se ieri sera avessi bevuto otto litri di vino.

Dove ero? Che giorno della settimana era? Il mese? E … l’anno? Che devo fare oggi?

E intanto il cellulare, appena acceso, iniziava ad illuminarsi e a riempirsi di messaggi ricevuti.
Otto, arrivati uno dietro l’altro, pronti a farmi ricordare tutto. Buongiorno di qua, buongiorno di là. Gente che chiama all’alba per dirmi chissà che e invece trova spento, messaggi del mio gestore telefonico che non è riuscito a rinnovare la promozione per credito insufficiente.

“Devo ricaricare”: questo è stato il primo pensiero lucido della giornata.

Ho realizzato dove ero, che giorno era, di che mese, di che anno. Ho realizzato tante altre cose nel giro di pochi minuti. Mi sono bastati invece solo dei secondi per farmi venire il desiderio di ritornare in quello stato confusionale di prima, dove capivo poco e niente era un problema.

Il sonno sa anche essere cattivo, sa di illusione. Sospende il ritmo della giornata, a volte anche dei pensieri. Tutto questo per poi riportarti bruscamente alla realtà, dopo una semplice apertura di occhi e qualche minuto di connessione con il mondo.

martedì 3 agosto 2010

Buongiorno!

Stamattina in piedi presto: avevo poco sonno.
Sono uscita sul terrazzo e ho guardato l'alba insieme al mio Gatto (anche se lui era più interessato alle rondini che svolazzavano vicino).
Bello vedere il mondo che si risveglia, il silenzio che pian piano svanisce per lasciare spazio ai rumori della vita che ricomincia e all'odore del caffè.
Cosa ci riserverà questa nuova giornata?

... Non mi resta altro che augurarvi una Buona Giornata!