Io ho dei problemi seri con la sveglia, specialmente nel periodo degli esami.
La punto presto, sulle sette, ogni mattina. Ho cambiato anche suoneria, per cercare di farmela piacere un po’ di più. Non ha funzionato lo stesso.
Lei suona, io la rimando sempre più avanti finché ad un tratto non guardo lo schermo del cellulare, inorridisco e mi alzo di scatto dal letto. Come se il minuto dopo scoppiasse una bomba proprio sotto al letto e io dovessi immediatamente abbandonare la postazione (oddio, si vede che ho letto di recente Il corpo umano?).
Tutto questo progresso tecnologico, anni e anni di scoperte scientifiche, abbiamo sostituito i floppy disk con le chiavette USB e ancora non sono stati in grado di inventare il letto-sveglia. Quello che, all’ora prestabilita, si trasforma dolcemente in una sorta di sedia che piano piano ti mette in piedi et voilà, svegli alle sette tutti quanti. Magari con un po’ di musica classica in sottofondo, giusto per rendere tutto meno traumatico di quanto potrebbe sembrare.
C’è qualcosa che non torna in me, però. Fino ad un mese fa, ogni santo giorno, mi svegliavo alle sei precise.
Quindi i conti non tornano. Il mio problema è con la sveglia o con gli esami da preparare?
È un dubbio esistenziale, di prima mattina non va bene.
Basta, su. Giù dal letto.
Il buongiorno mi viene dato dal piede destro che poggia a terra. Fa uno strano rumore questo parquet. Uno scricchiolio leggero, solo la mattina quando mi sveglio, quando poggio il piede lì. Se ci passo durante la giornata non fa più rumore. O forse sono io che non ci faccio caso.
Spalanco le finestre, scopro senza molta sorpresa che piove anche oggi. Piove da tre giorni circa, ma forse è meglio così. Niente caldi prematuri ed opprimenti.
Mi preparo il caffè e mentre aspetto che salga, rispondo ai soliti messaggi di buongiorno. Mi fanno compagnia nell’attesa. La mia amica oggi ha un seminario o qualcosa del genere, l’altra sta impazzendo per un tirocinio da cominciare, mio fratello probabilmente avrà un’interrogazione. Poi un messaggio di una ricarica appena effettuata. Sarà mia madre: quando ricarica ad uno di noi tre figli, di conseguenza ricarica a tutti.
Guardo la data di oggi e realizzo che il tempo è passato senza che me ne accorgessi. Sono passati due anni dal giorno che reputo uno dei più brutti della mia vita. E’ una ricorrenza che forse oggi non mi turba neanche più di tanto. Ho saputo metabolizzarla, ho saputo ricavarne qualcosa di positivo. E in questo mi sento grande.
Ho dei ricordi confusi di quel giorno e non so se sperare che un giorno vadano direttamente nel dimenticatoio oppure se pensare a quel triste evento mi possa aiutare ancora a guardare solo avanti.
Forse è da lì, è da quella giornata piena di sole che è cominciato tutto. E’ dalle mani ruvide sul viso, dalla voce che non riesce a tranquillizzarmi in nessun modo, dal richiamo violento di un’altra voce ancora che ho capito tutto.
O forse avevo capito già da tempo e quella è stata solo la conferma.
Si dice che quando si tocca il fondo, poi si può solo risalire. Non so se nell’arco di quelle ore terribili, io un qualunque fondo l’abbia toccato sul serio. So solo che per iniziare a risalire ci ho messo un po’ di tempo.
Ho imparato che dovevo cominciare a volere bene a me stessa per prima. Ho imparato che si deve andare avanti sempre, in qualche modo. Ogni tanto mi dimentico di tutte queste belle cose, ma penso sia giusto anche questo.
Penso sia giusto perdersi e poi ricominciare a ricostruirsi pian piano.
Mettersi in discussione, cercare di migliorarsi.
Quel giorno di due anni fa è la prova del fatto che ogni tanto anche le esperienze negative possono servire a qualcosa. Possono farci aprire gli occhi di fronte ad una realtà che per troppo tempo abbiamo voluto nascondere, senza pensare che metterci solo un telo di sopra non aiuta a risolvere niente.
