"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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martedì 2 luglio 2013

Telefonate domenicali

La domenica è la giornata delle telefonate. È così da quando il mio gestore telefonico ha deciso di cambiare le tariffe del piano telefonico sua sponte e come contentino ha deciso di regalarmi chiamate illimitate verso tutti, ogni domenica. E’ quindi da un paio di mesi che io, la domenica, chiamo amici e parenti. Così, per il gusto di sfruttare la promozione fino alla fine. Parlo con tutti, rido, ascolto interessata i loro racconti, li allieto con i miei, anche se di esaltante hanno ben poco. Mentre faccio tutto ciò pulisco casa, in ossequio ad uno dei comandamenti di chi vive solo: la domenica è la giornata delle pulizie. Non esiste riposo, non esistono allegre scampagnate in compagnia, non esiste nient’altro, la domenica, all’infuori delle grandi pulizie domestiche. E guai a saltare ogni tanto!
Ho rivalutato un sacco l’utilizzo degli auricolari. Non so come definirli. La migliore invenzione degli ultimi secoli, dopo le lenti a contatto?
Forse.

Questa domenica ho chiamato una mia amica. Non la vedevo da Pasqua e durante questi mesi l’ho sentita proprio poco. Avremo scambiato due messaggi,in occasione dei nostri compleanni. Con lei ho passato gran parte della mia adolescenza, la conosco da qualcosa come tredici o quattordici anni.
Abbiamo vissuto miliardi di avventure durante il liceo: compagna di studio, di progetti, di quelle riflessioni esistenziali di una pesantezza unica. Compagna di sigarette, di panini, di cene improvvisate, di ansia da interrogazioni. Lei era quella disordinata, con la testa tra le nuvole. Io ero l’esatto contrario. La riportavo nella retta via quando c’era bisogno e lei provvedeva invece a farmi divertire, ridere, scherzare. Mi è stata particolarmente vicina in uno dei momenti più bui della mia vita. La sua presenza è stata una fonte inesauribile di forza, di coraggio.
Era un completarsi a vicenda. C’era da apprendere le cose migliori dell’altra e insegnare il meglio di sé.

Poi il liceo è finito. Le strade si sono divise. Le valigie sono state fatte, ci abbiamo messo dentro le nostre foto. Le abbiamo attaccate nelle nostre camere nuove, nelle nostre nuove città delle nostre vite altrove.
Ci sentiamo di rado, ma ci teniamo sempre informate sui nostri ritorni in patria, così da vederci ad ogni occasione utile, da raccontarci di noi, da condividere il possibile.

Il fatto di non sentirla spesso, ogni tanto mi fa pensare che quella famosa grande amicizia sia svanita o si sia comunque affievolita. Ma poi basta ritrovarsi a casa per capire che il nostro rapporto non è cambiato.

Così domenica l’ho chiamata, durante un lampo di malinconia di ritorno da uno di quei noiosi pomeriggi di studio in compagnia, alla ricerca di qualche faccia che possa far tornare il buonumore. Ho buttato libri e borsa sul tavolo, mi sono seduta sul divano e l’ho chiamata.
Ho chiuso la conversazione dopo un’ora e tre quarti, quando ormai fuori era buio e l’ora di cena era passata da un pezzo.

Un’ora e tre quarti di tutto. Abbiamo toccato centinai di tasti: le nostre vite, i nostri progetti, le nostre famiglie, gli amici in comune. Gli aneddoti di quelli che “solo a te possono capitare certe cose”. Le espressioni dialettali liberatorie perché certe cose, dette in italiano, non rendono l’idea come quando le dici nella lingua della tua terra. E si sa, non posso riportarle ad un nordico senza rimanere istantaneamente delusa dalla sua espressione basita e interdetta di chi pensa “ma guarda te ‘sta terrona”
E le risate, tante. Di gusto, di cuore.

Certe parole fanno bene.
Ti ricordano da dove vieni, cosa ti è successo per essere quella che sei oggi. È un ricostruirsi, un fermarsi un attimo con un occhio al passato ed uno al futuro. Ero così. Tu eri in quell’altro modo. Adesso siamo uguali e diverse. Siamo più grandi, più donne. Più problematiche e più confuse.
Il futuro è l’incertezza assoluta, ma non per questo non facciamo progetti. Viviamo alla giornata, forse un po’ preoccupate. E ci raccomandiamo di goderci la vita, quella che vogliamo costruirci da sole.
Quella vita che abbiamo sognato, che un po’ si è realizzata e un po’ no. Quella vita che abbiamo davanti e che deve essere per forza bella, perché sì: ce lo meritiamo.

venerdì 5 aprile 2013

Di sogni confessati

Capita che ti svegli la mattina e scopri –senza tanto stupore- che piove anche oggi. Tra uno yogurt (alla vaniglia, sono tornata ai gusti dei comuni mortali) e uno spazzolino da denti, tra un calzino spaiato e una lente a contatto che fatica a stare dove dovrebbe stare, capita di pensare che la banalità della frase “non esistono più le mezze stagioni”  racchiude al suo interno quella che d’ora in avanti definirò la Somma Verità. E giuro, anzi prometto solennemente che la prossima volta che sentirò una vecchia pronunciare quelle sei parole una dietro l’altra, non formulerò automaticamente nella mia testa il pensiero “eccheppalleoh”.

Capita che mi rendo conto del fatto di essere diventata monotematica, di non fare altro che scrivere di pioggia da un po’ di tempo a questa parte, ma provate a capirmi: mi sono un po’ scocciata di sentirmi in autunno quando dovrebbero spuntare le prime margherite in giro.
E poi ho due paia di ballerine nuove che attendono di essere inaugurate.

Capita che decido saggiamente di esorcizzare tutto questo grigio, tutta questa tristezza esistenziale portata qui da questi maledetti nuvoloni ascoltando dalle cuffie di quel meraviglioso oggetto che è l’iPod le migliori canzoni dell’estate scorsa.
E sti cavoli. Io mi sento subito bene. Basta poco.
Capita che la smetto di parlare di meteo, altrimenti pensate che io non abbia niente di meglio di cui scrivere.

In tutto ciò ci scappa anche un pomeriggio in aula studio, senza voglia di studiare. È venerdì ed io sono stanca. Il caffè della macchinetta non fa effetto. Capita di ritrovarmi a fissare la roba che dovrei leggere,capire, sottolineare, schematizzare, memorizzare. Mi sento già con l’acqua alla gola e siamo solo al cinque di aprile. Qualcuno avrebbe dovuto fermarmi nel momento in cui ho deciso di iscrivermi a giurisprudenza, altro che incitarmi a fare questo passo, altro che dirmi “si, guarda che potrai fare un sacco di cose dopo”.
Un sacco di cose, come no.

Il pensiero del “dopo” mi si sta riproponendo con una certa insistenza in testa, da qualche settimana a questa parte. A quanto pare non sono la sola: M. è preoccupata quanto me. Ma il fatto di essere in due mi consola.
Ho un sogno nel cassetto che non ha niente a che fare con quello che sto studiando.
L’altro giorno l’ho detto, l’ho confessato.

Il collega cinquantenne troppo gentile mi ha chiesto cosa studio e se mi piace.
Mi ha chiesto cosa voglio fare “da grande”.
Mi ha fatto queste domande per conversare, per staccare gli occhi da quel computer che fissava da ore senza badare ad altro. Non sa che in quel momento non poteva chiedermi di meglio, non sa il bene che mi ha fatto dire certe cose. Dirle così, senza pensarci. Dirle naturalmente, con tutta la spontaneità che solo certi sogni possono avere.
Non l’ho guardato neanche, mentre rispondevo. Guardavo e sistemavo le cartelle blu, meccanicamente.

A me piace scrivere. Eh sì, io voglio scrivere un libro.

È la seconda volta che confesso a voce il mio sogno. La prima è stata a diciotto anni appena compiuti, al mio esame di maturità. La mia tesina parlava del sogno. Il prof. mi chiese quale fosse il mio sogno nel cassetto.
Io lo guardai un istante e lo dissi, a voce alta e chiara. Lo dissi davanti alla commissione, davanti ad una ventina di amici venuti lì per ascoltarmi.
Il mio sogno è scrivere un libro.

E si, diciamolo pure. Per me, dire una cosa a voce è più difficile che scriverla.
Ci vuole più impegno, ci vuole più coraggio.

sabato 9 luglio 2011

9 luglio

9 luglio 2008.



La fatidica notte prima degli esami di maturità. Quelli orali, mica quelli scritti. All’orale ci metti la faccia, agli scritti al massimo la penna. Ero in uno stato di calma apparente. Il giorno prima di un esame è un carico intenso di stress. C’erano le mie amiche con me, loro avevano già finito. Arrivarono entrambe a casa mia in serata, prontissime a infondermi tanta calma e a darmi sicurezza. Due angeli. Loro però, invece di arrivare con le ali, arrivarono in sella ad un motorino.
Mia madre aveva una mezza idea di farci ubriacare tutte e tre: il suo liquore quella sera fu molto gradito.
Quella notte riuscii a prendere sonno solo dopo l’una e alle sei ero già in piedi, pimpante, attiva, sull’orlo di un cedimento da eccessivo stress. Il caffè poi mi ha aiutato alla grande. Ancora oggi mi domando come sia riuscita a non farmi venire un infarto.

9 luglio 2011.
Non è la notte prima degli esami, ma la scrivania è lo stesso strapiena di libri. Una scrivania diversa, di una casa diversa. Lo stress è sempre quello. Non c’è il liquore della mamma a confortarmi. C’è un grande caldo, ma almeno posso dire di fare la sauna gratis. Le mie due amiche sono ai poli opposti dell’Italia: una troppo a sud, l’altra troppo a nord. Sono presenti lo stesso però. Ho da poco finito di parlare al telefono con quella che si trova troppo a sud e devo dire che il suo conforto ha sempre la stessa efficacia.
Guardo i miei appunti e ho quasi la nausea. La concentrazione non è più quella di due settimane fa, la stanchezza si fa sentire e la voglia di studiare latita.
Mi devo mettere in testa che è l’ultimo sforzo, che ce la devo fare.
Pochi giorni, pochissimi e poi sarò anche io in vacanza.









Il tavolo, tre anni fa.

mercoledì 23 giugno 2010

Esami, esami, esami

Oggi il mio fratellino (anche se non è poi così –ino vista l’altezza) ha finito con gli esami di terza media. La settimana scorsa ha fatto gli scritti e oggi pomeriggio gli orali. Vi confesso che mi sono un po’ intristita, avrei voluto abbracciarlo tanto (anche se rifiuta ogni gesto d’affetto, gli sembra una cosa da bambini!) e dargli l’in bocca al lupo di persona, ma mi sono dovuta accontentare di una telefonata.

Ho un attaccamento particolare con mio fratello: è il “piccolo di casa” (un piccolo di un metro e settanta), inaspettato, forte. Ricordo della sua nascita ogni particolare come se fosse successa ieri. Ricordo quando hanno detto a mia madre che era incinta, ricordo le sue ecografie, la pancia che tremava per i suoi calci (si allenava già, è bravissimo a giocare a calcio e tifa Juventus!), quando compravamo le prime tutine per lui (la prima era celeste, di lana, con due orsetti ricamati!). Ricordo anche la prima volta che l’ho visto in braccio a mia madre, era tenerissimo.
E ora già ha finito le scuole medie! Come passa il tempo …
Vabbè, adesso basta ricordi che sembro una nonna centenaria!

Comunque, ho letto le tracce che sono uscite ieri alla maturità. Penso che siano state fattibili, ce n’erano per tutti i gusti. Certo l’analisi del testo su Primo Levi forse è stata fin troppo inaspettata e poi quest’autore raramente si studia, per cui credo che chi confidasse in questa traccia abbia trovato qualche difficoltà.
Bella anche la traccia sulla ricerca della felicità, è da “tipi romantici”. Mentre quella sugli UFO (Martina, hanno preso spunto dal tuo post!) è stata un po’ insolita, forse (nonostante i documenti del saggio breve) bisognava avere un minimo d’interesse per questa tematica per svolgere un tema del genere.
Quella sulla politica presumo sia stata svolta dal maturando interessatissimo di politica e di storia e pieno di ideali (spero che chi l’ha svolta sia stato della giusta “imparzialità”: non si sa mai!). L’ultima, sulla musica (tipologia D) era fattibilissima: qualsiasi diciannovenne è sufficientemente preparato in questo campo.

Mentre oggi seconda prova: al classico greco, come l’anno in cui ho fatto io la maturità. È uscita una versione su Platone, credo che gli studenti abbiano avuto qualche gatta da pelare: non l’ho letta (non ho nessuna voglia di mettermi a leggere di nuovo il greco!), ma già il fatto che si tratti di un filosofo è preoccupante!
Allo scientifico invece sono usciti gli integrali! Cosa sono, di preciso, non lo so e non lo saprò mai. Spero per loro che non sia stata una prova troppo difficile!
Ora tocca la terza prova, ma in questo caso non viene dal ministero, per cui credo (e spero) che ci siano meno difficoltà trattandosi di argomenti decisi dai propri prof.

Per il resto non ho niente di particolare da raccontarvi. Domani sera avrò amici a cena, spero di non avvelenarli involontariamente. Vi aggiornerò domani! E se non mi farò sentire, accendete un lumino in suffragio alla mia (e alla loro) integrità fisica (soprattutto del sistema digestivo!).

martedì 8 giugno 2010

I miei esami di maturità

Oggi mi ha chiamato una mia amica: era da un po’ che non la sentivo. In realtà non la sento spesso, le do solo qualche consiglio sulla scuola. Mi ha chiamato in preda al panico, causa esami di maturità. Solitamente la gente fa affidamento su me quando è agitata, faccio lo stesso effetto di un calmante. Effetto che vale per gli altri, mai per me stessa.

Sono passati ben due anni dai miei esami di maturità, ma a me sembra che siano stati praticamente ieri.
Non li ho vissuti con particolare ansia (tranne la notte prima dell’orale, da panico!), partivo già consapevole del fatto che “comunque vada sarà un successo” = “comunque vada, è finita!”. E forse questa filosofia è stata quella giusta: ha funzionato alla grande visti i risultati.

La prima prova (italiano) era quella che temevo di meno, se c’è da scrivere me la cavo sempre. Ho scelto una traccia “alternativa” nel senso che abbiamo svolto quel tema solo io e un’altra ragazza.
Sono uscita dopo non so quante ore, esausta, incapace di formulare un ulteriore pensiero o frase di senso compiuto. Faceva un caldo impressionante quel giorno, tipo 35 e più gradi.
La seconda prova consisteva in una versione di greco, non troppo difficile. Quel giorno il presidente (un ignorantone) mi ha mandato in panne con una battutaccia da quattro soldi. È questa (a volte) la nota negativa dei membri esterni: si permettono di parlare anche quando non sanno niente di te. Menomale che esistono ancora dei prof seri.
La terza prova era anche andata bene. E confesso che in matematica mi sono fatta aiutare. Io e tanti altri che versavano nelle mie stesse condizioni. Da sola non ce l’avrei mai fatta!

Ho fatto gli orali per ultima. I miei amici avevano già finito giorni prima di me. Io invece ho finito a luglio inoltrato. La sera prima degli orali ero disperata, sicura di fare una figuraccia e di non ricordarmi niente. Non è andata così. Quando è arrivato il mio turno mi sono seduta con un grande sorrisone a novantasette denti, ho firmato qualcosa (non ricordo cosa,ma sicuramente non era un contratto!) e ho iniziato a trattare il mio percorso.
Ho portato una tesina sul sogno, iniziando con la frase riportata sotto il titolo del blog. Una frase di un mangaka, scoperta per caso. Una frase bellissima.
I prof hanno iniziato a farmi domande a cui io ho risposto tranquillamente (sempre col mio grande sorriso, lo sfodero nelle occasioni peggiori), incoraggiata dagli sguardi confortanti dei miei amici.
Il colloquio è durato circa tre quarti d’ora, alla fine mi hanno detto “bene, ora te ne puoi andare al mare!” (ho la carnagione troppo chiara, a luglio stona molto!). E lì ho fatto un sospirone di sollievo, mi sono alzata, ho salutato e sono corsa fuori.

Ho trovato la mia mamma, quasi in preda al panico anche lei, intenta a camminare per il corridoio (avrà fatto dei chilometri quella mattina!) e a sventolarsi con un ventaglio. Non sapevo fosse là, aveva architettato un piano per esserci anche lei, anche se fuori la porta. L’ho abbracciata tanto, se sono andata bene è anche merito suo, è stata lei ad insegnarmi l’amore per il sapere, sin dalla tenera età.

Alla fine le ho mollato i mille libri e sono andata a festeggiare con i miei amici. Credo che non dimenticherò mai quei giorni, seppur faticosi.
Le maratone di studio, le ripetizioni di storia fino all’una di notte fatte con gli amici, sempre loro. Gli incontri tra matematici e ignoranti (io sono nella seconda categoria), gli incoraggiamenti reciproci, le pacche sulle spalle, gli abbracci alla fine di quelle torture … i vari “non so un cavolo” … tutto da ricordare, sempre e comunque! E soprattutto col sorriso sulle labbra.