Qualche ora dopo mi ritrovo in facoltà con addosso un vestito trovato dopo un pomeriggio di ricerche con delle coinquiline fin troppo pazienti; ai piedi delle scarpe tanto belle quanto scomode. Ed in mano ho un libro scuro, con le lettere dorate.
Sopra c’è scritto il mio nome.
Racchiude mesi e mesi di fatiche. Di estati non vissute, di estenuanti ricerche bibliografiche e consultazioni impossibili di banche dati assurde. Tutto qui dentro, dentro un oggetto solo.
La mia amica è qui con me. È stata la presenza fissa di cinque anni di università. Abbiamo fatto tutti gli esami insieme, preparato le nostre tesi supportandoci a vicenda. Pensa ai vecchi che d’estate muoiono per il caldo
Pensa alle vittime dei terremoti, degli tsunami.
Eh si, cavoli. Quelli sì che sono problemi.
Te lo dico, noi in fondo ci stiamo solo laureando.
Penso che io questa volta non ce la posso fare. Sento addosso un’ansia fastidiosissima che se potessi toglierei via in un attimo solo. Non ci riesco, non riesco a calmarmi. Formulo nella mia testa pensieri assurdi, guardo gli altri con qualcosa di simile al senso di terrore negli occhi.
Devo gestire meglio l’ansia.
Poi arriva il mio turno. Arriva la mia ora.
La discussione dura una decina di minuti, la proclamazione ancora meno.
Di tutto ciò mi è rimasto solo un ricordo lontano e confuso, come se fosse successo mesi e mesi fa.
Ricordo bene però gli abbracci, quelli con le persone che hanno conosciuto il mio percorso, quelle che potevano capire tutto.
Ricordo com’ero quando sono entrata per la prima volta in questa facoltà: piccola, spaesata, disorientata. Non conoscevo nessuno, non conoscevo questi posti. Ero io, sola, in mezzo a persone mai viste prima.
Ricordo bene il sudore degli esami, i caldi africani, i freddi da tagliare le ossa. I terremoti, i metri di neve.
Adesso ho una corona d’alloro in testa, dei mazzi di rose in mano. Ci sono i confetti rossi, lo spumante a fumi. Intorno a me la mia famiglia, i miei amici, il mio tesoro.
Sono felice. Non potevo chiedere di meglio, non potevo chiedere di più.
Posso toccare il cielo con un dito, posso sorridere.
Ho vinto la mia battaglia. Cinque anni fa io non l’avrei mai detto. Non pensavo di farcela, lo dico davvero.
E invece ora sono qui, col “pezzo di carta in mano” e l’alloro in testa.
Ho imparato che niente è impossibile, che la fatica genera soddisfazione.
L’importante è mettercela tutta.








