"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
Visualizzazione post con etichetta foto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta foto. Mostra tutti i post

domenica 27 ottobre 2013

Dottoressa

Le gambe mi tremano, non reggono il peso del mio corpo. Stamattina mi sono svegliata che era ancora buio. Ho aperto gli occhi e sono stata assalita da una nausea imbarazzante.
Qualche ora dopo mi ritrovo in facoltà con addosso un vestito trovato dopo un pomeriggio di ricerche con delle coinquiline fin troppo pazienti; ai piedi delle scarpe tanto belle quanto scomode. Ed in mano ho un libro scuro, con le lettere dorate.
Sopra c’è scritto il mio nome.
Racchiude mesi e mesi di fatiche. Di estati non vissute, di estenuanti ricerche bibliografiche e consultazioni impossibili di banche dati assurde. Tutto qui dentro, dentro un oggetto solo.

La mia amica è qui con me. È stata la presenza fissa di cinque anni di università. Abbiamo fatto tutti gli esami insieme, preparato le nostre tesi supportandoci a vicenda.
Prima che ognuna di noi entri a fare la discussione ci ricordiamo delle cose che negli anni ci hanno più o meno aiutate a mandar via un po’ di ansia.
Pensa ai vecchi che d’estate muoiono per il caldo
Pensa alle vittime dei terremoti, degli tsunami.
Eh si, cavoli. Quelli sì che sono problemi.
Te lo dico, noi in fondo ci stiamo solo laureando.

Penso che io questa volta non ce la posso fare. Sento addosso un’ansia fastidiosissima che se potessi toglierei via in un attimo solo. Non ci riesco, non riesco a calmarmi. Formulo nella mia testa pensieri assurdi, guardo gli altri con qualcosa di simile al senso di terrore negli occhi.
Devo gestire meglio l’ansia.

Poi arriva il mio turno. Arriva la mia ora.
La discussione dura una decina di minuti, la proclamazione ancora meno.
Di tutto ciò mi è rimasto solo un ricordo lontano e confuso, come se fosse successo mesi e mesi fa.

Ricordo bene però gli abbracci, quelli con le persone che hanno conosciuto il mio percorso, quelle che potevano capire tutto.
Ricordo com’ero quando sono entrata per la prima volta in questa facoltà: piccola, spaesata, disorientata. Non conoscevo nessuno, non conoscevo questi posti. Ero io, sola, in mezzo a persone mai viste prima.
Ricordo bene il sudore degli esami, i caldi africani, i freddi da tagliare le ossa. I terremoti, i metri di neve.

Adesso ho una corona d’alloro in testa, dei mazzi di rose in mano. Ci sono i confetti rossi, lo spumante a fumi. Intorno a me la mia famiglia, i miei amici, il mio tesoro.
Sono felice. Non potevo chiedere di meglio, non potevo chiedere di più.
Posso toccare il cielo con un dito, posso sorridere.

Ho vinto la mia battaglia. Cinque anni fa io non l’avrei mai detto. Non pensavo di farcela, lo dico davvero.
E invece ora sono qui, col “pezzo di carta in mano” e l’alloro in testa.
Ho imparato che niente è impossibile, che la fatica genera soddisfazione.
L’importante è mettercela tutta.

venerdì 24 maggio 2013

Di aulestudio tradite

Ho tradito l'aula-studio. Quella lì, sì. La mia seconda casa. Quella di cui vi ho tanto parlato (probabilmente anche scocciato), in cui ho passato intere giornate per anni. Ho tradito i tavoli bianchi sui quali ho preparato esami su esami. Ho tradito le quattro mura che mi hanno vista leggere, sottolineare, scrivere, ripetere fino a non avere fiato. Gli stessi che hanno ascoltato le conversazioni infinite con le mie amiche.
L'ho tradita perchè qui non si riesce più a studiare. O meglio, io non riesco più a studiare. Non ci riesco io e non ci riesce neanche più la mia amica.
E quindi qualche giorno fa abbiamo deciso di emigrare. Abbiamo raccolto le nostre borse -che più che borse ormai sono valigie- e siamo andate altrove. Nuovi posti, nuove facce (mica tanto), nuovi orari, nuovo tutto.
E lì io riesco a studiare davvero. Come un tempo, con la stessa resistenza dei primi anni. Si fanno le sette senza che io me ne accorga, riesco a concludere tutti i miei programmi senza troppi sforzi.
Sarà che lì ho ri-trovato l' "Ispirazione"?

Oggi pomeriggio, però, sono tornata nell'aula-studio di sempre. Non so neanche io perchè, sono uscita da casa e invece di andare a destra, sono andata a sinistra. D'impulso.
Sono qui dalle tre e non ho combinato nulla. Ho aperto i miei appunti, tirato fuori evidenziatori, penne, matite. Ho acceso il pc sperando di scrivere qualche riga di tesi e invece non ho concluso niente.
Ho anche mangiato un po' di cioccolato, chè si sa: aiuta alla concentrazione.
Alla concentrazione, sì. Alla concentrazione di chili in vista della prova costume.

Ho deciso di tornare a casa, malinconica, un po' triste, insieme a questo vento che ha proprio rotto tutto ciò che si può rompere. Torno a casa con i sensi di colpa per aver sprecato un intero pomeriggio quando di tempo da perdere proprio non ne avrei.
Ma domani va meglio, sicuro. Domani torno lì dove c'è l'Ispirazione.
E se tornasse anche il sole, allora sì, sarebbe tutto perfetto.

sabato 15 settembre 2012

La malinconia ha le onde come il mare

Mi sono resa definitivamente conto che l’estate è finita.
Meglio tardi che mai, direte voi. Siamo a metà settembre, non a fine agosto.
È che certe volte mi piace illudermi. Lo facciamo tutti, in fondo.

Poi mi sono guardata allo specchio e mi sono vista sbiadita.
Ho sentito le persiane sbattere violentemente contro il muro, a causa del forte vento.
Sono andata sul balcone a fermarle e ho avuto un brivido di freddo. Infine sono uscita di casa e ho dovuto prendere su il cardigan.
Non metto in funzione il climatizzatore da qualche giorno e la notte dormo con il lenzuolo tirato su.
Non posso certo negare l’evidenza.

Metto punto qui, adesso, con questo post. Concludo simbolicamente quella che per me è stata un’estate superlativa.
E vi lascio un paio di foto, ad ulteriore conferma di tutto ciò di cui vi ho parlato nell’ultimo mese.
Guardatele, sognate un po'. E ascoltate questa.

 Le albe viste dal terrazzo di casa, quando con gli amici si facevano le cinque del mattino.


 I vestiti, quelli leggeri e colorati


 I fuochi d'artificio a Ferragosto


Un passo indietro nel tempo, nella pineta di un paese sperduto


Lui, il mio mare...


sabato 1 settembre 2012

Battuta di caccia di Jussi Adler-Olsen


Anno 1987. Due ragazzi, un fratello e una sorella, vengono trovati morti nella loro casa. Uccisi da chissà chi, probabilmente con una violenza di dimensioni inaudite, come si evince dai loro corpi martoriati. Confessa il delitto un uomo. Le circostanze,però, non risultano essere del tutto chiare.

Diversi anni dopo, il caso ricompare sulla scrivania di Carl Moek, capo della Sezione Q, il quale, studiandolo attentamente, si accorge della presenza di errori importanti e decide quindi di riaprire le indagini, non senza ostacoli di vario tipo.
Aiutato dal valido assistente siriano Assad, Carl nota delle assonanze con altri casi e seguendo quella che si rivelerà essere la giusta pista, riuscirà a risolvere la questione, scoprendo quindi cosa si nasconde dietro importanti uomini dell’alta società, uniti dalla passione, se così si può definire, per la caccia e soprattutto per la violenza.


Dopo aver letto il primo libro di Jussi Adler-Olsen “La donna in gabbia”, non potevo non dedicarmi alla lettura del secondo. Solitamente i gialli non mi attirano molto, trovo però che le sue storie siano particolarmente coinvolgenti.

Sarà l’interesse e la simpatia che provo nei confronti di Carl, un uomo un po’ enigmatico e solitario, di quelli che nel proprio lavoro mettono tutta la passione possibile, senza dimenticarsi comunque degli affetti che rendono una vita degna di essere vissuta. L’amicizia con il collega Hardy, vittima di un gravissimo incidente sul lavoro che lo ha portato a trascorrere intere giornate immobilizzato ad un letto, ne è la prova.

Ho finito di leggere questo libro al mare e se avessi seguito il mio istinto, finita l’ultima pagina, sarei corsa a casa a scrivere di questa storia, in particolar modo delle sensazioni che mi ha lasciato.

Pensavo ingenuamente che un giallo, al di là di delitti irrisolti, misteri, piste, tracce, ragionamenti contorti e cose di questo tipo, non potesse contenere altro. Mi sono ricreduta, per lo meno leggendo questo libro.

Racchiude infatti al suo interno svariati sentimenti e diversi temi: il senso della maternità, l’infanzia violata, lo smisurato interesse per la ricchezza, la carriera e il successo, l’amicizia,la droga, i sentimenti non corrisposti. E’ un libro che, se letto non superficialmente, tutto sommato insegna anche qualcosa:che solitudine e diffidenza possono sfociare in situazioni particolarmente difficili, dalle quali è impossibile tornare indietro.

martedì 21 agosto 2012

La mattina dei ricordi

L’una di notte, il cellulare squilla. È un messaggio di F., la mia amica mezza atleta. Chiede se domani mattina, cioè tra poche ore, ci vediamo per una camminata/corsa. Non mi tiro indietro, accetto volentieri.
Alle sette la mia amica è sotto casa, ad aspettarmi. F. è alta almeno un metro e ottanta, ha le gambe molto lunghe, gioca a pallavolo da almeno dieci anni. Ha il passo veloce, ma in qualche modo riesco a starle dietro. Incontriamo la solita gente: vecchi prof del liceo, turisti fissati con lo sport, anziani che sembrano sul punto di essere colti da un infarto per l’eccessivo sforzo.
Un’ora dopo siamo stremate, decidiamo che per quella mattina abbiamo dato abbastanza.

F. propone un caffè in piazza,io la guardo allibita. Siamo in condizioni pietose: pantaloncini, scarpe da ginnastica, maglietta di Slash di mio fratello e capelli raccolti. Senza contare il bagno di sudore in cui ci troviamo e i residui del trucco di qualche ora prima. Mi lascio convincere, perché tanto “chi vuoi che ci sia in piazza, alle otto del mattino, in pieno agosto?”. Ci sarà al massimo qualche ubriaco che non è stato in grado di tornarsene a casa a dormire.
Approdiamo in piazza ed effettivamente, a parte qualche vecchio che legge il giornale, non c’è molta gente.
Ci avviciniamo al bar, un cameriere mi chiama per nome, sposta la sedia e dice di accomodarmi.
Avrà la mia età, mi sembra di non averlo mai visto prima. Non riesco a spiegarmi come faccia a sapere il mio nome, eppure mi parla con tono confidenziale. Chiede come sto, che ci faccio lì a quell’ora. Io rispondo, lo guardo con espressione un po’ interrogativa.
Ma tu chi sei? Ci conosciamo?”.  Non posso continuare a parlare  così con una persona che mi conosce ma che io non ho mai visto prima.
E certo che ci conosciamo. Dice di essere M., il mio vecchio compagno di classe delle elementari.
Possibile mai? Esiste ancora? E dove è stato tutto questo tempo?

Non lo vedo dalla quarta elementare, quando sua madre decise di mandarlo in collegio, con la speranza che almeno lì riuscissero a dargli un po’ di educazione. E a guardarlo bene mi sa che quell’esperienza è stata un po’ un fallimento. Ha due piercing in faccia, un tatuaggio grande sul braccio, parla gridando, sembra che si sia fumato una canna già alle otto del mattino.
Bevo il mio caffè, pago, torno a casa.

Mia madre è già al top dell’attivo, non so dove trovi tutta l’energia che ha addosso. Era intenta a pulire il garage, con un sacco enorme per la spazzatura accanto. Salgo in casa, faccio la mia doccia, mangio il mio yogurt con i soliti cereali dentro. Mia madre intanto torna, mi dice che giù in garage ha trovato delle cose risalenti a quando ero piccola, me le ha lasciate in camera.
Sono curiosa, vado a vedere subito. C’è una bambola senza vestiti, con i capelli scompigliati e un orecchino solo. Me l’avevano regalata i miei per una pagella, quando avevo circa sette anni. A contatto con l’acqua, la treccia colorata che aveva in testa cambiava colore. Era quella la caratteristica che la distingueva dalle altre bambole comuni.

Poi c’era un quaderno, la cui copertina non mi rimandava a nessun ricordo. Forse era di mia sorella …
Lo apro e invece c’è il mio nome. Lo sfoglio e realizzo che quello era il quaderno della prima elementare, con le pagine piene delle lettere dell’alfabeto, scritte grandi, con la penna cancellabile blu.
La prima elementare per me fu un trauma. I miei mi mandarono a scuola a cinque anni appena compiuti, feci la classica primina. La mia insegnante era una suora, proprio come le mie maestre dell’asilo.
Era cattiva, di quelle che usavano dare le punizioni. Non sapeva dove stesse di casa quella dolcezza che sarebbe opportuno utilizzare con dei bambini. Quando facevi dei dettati impeccabili, ti appuntavano sul grembiule bianco una spilla grande con i colori della bandiera dell’Italia. Un giorno la portai a casa anche io, i miei genitori mi fecero una foto che poi uscì troppo scura per essere un minimo comprensibile.

Sfoglio un altro po’ quel quaderno, guardo pagina per pagina e penso che in fondo è nato tutto da lì. I miei temi della scuola, gli appunti che prendo a lezione, la lista della spesa o le cose che segno in agenda trovano la loro fonte primaria in quell’anno di primina, in quelle pagine piene di letterine grandi.
Penso che la suora sarà stata una donna cattiva, acida come non so cosa, ma almeno mi ha insegnato a leggere e scrivere. In realtà ho scoperto solo ora che ci costringeva anche a scrivere cose strane sui quei quaderni, cose che solo una suora può obbligarti a scrivere.
Guardate, guardate.
Vorrei vedere le vostre facce adesso.
 
E vi risparmio il dettato sul mercoledì delle ceneri...

mercoledì 15 agosto 2012

Buon Ferragosto

Un divano diviso con un Gatto nero che dorme ai miei piedi, nella stanza più fresca e silenziosa della casa,la pelle ancora calda del sole preso in mattinata, il colorito di una brasiliana, un imbarazzante vestitino con la angurie rosse a forma di cuore, la pancia tragicamente piena delle buone pietanze delle cuoche di casa, due maledetti chili in più rispetto ad un mese fa, un cellulare che non squilla da un po’ al mio fianco: ecco, questo è il mio Ferragosto. Per il resto della giornata è previsto, in ordine: un aperitivo in un posto possibilmente poco affollato, un cinema all’aperto e il seguito è un mistero. Sono nella mani dei miei amici, chi lo sa cosa hanno in mente di fare. Ho proposto loro un bagno di mezzanotte che si tramuterà magicamente in bagno delle tre di notte, visti i nostri orari soliti. Quest’anno non ho ancora provato il brivido dell’immergersi in acqua a notte fonda e del godersi il mare nero.

Di solito passavo il Ferragosto nella casa in campagna, con papà. Preparava la griglia sulla quale arrostiva la carne, da mangiare rigorosamente con il chimichurri di sopra, all’argentina. Tutto ciò fino a due anni fa, dopo di che il nulla.

Oggi la spiaggia era fin troppo affollata di turisti, il mare calmo al punto giusto. Ero intenta a prendere il sole, sdraiata sul mio telo, immersa in quei pensieri di troppo, quando ho sentito una bambina urlare e piangere come se chissà cosa le avessero fatto. A quanto pare era stata vittima di una medusa, la poveretta. Urla a non finire, pianti isterici, forse più per lo spavento che per il dolore, tutto ciò per almeno tre quarti d’ora. Segue dunque la caccia alla medusa assassina, avvenuta per opera di un tizio che, armatosi di materassino rosa, paletta e secchiello di Hello Kitty, ha iniziato la sua impresa.
Caccia durata un quarto d’ora circa, conclusasi con il suddetto eroe che sbarca a riva orgoglioso di se stesso e  depone il cadavere della medusa in spiaggia, intorno al quale, in un tempo pari a neanche due minuti, si riunisce un capannello di gente in costume da bagno che si abbandona a commenti idioti e qualunquisti di ogni tipo.
Infine i genitori della bambina vittima della medusa (che intanto non ha smesso di urlare) decidono di far vedere alla loro pargola l’autore del misfatto. Si avvicinano al corpo e le dicono “Vedi, Gaia, è lei che ti ha fatto la bua!”. E fu così che magicamente Gaia smise di piangere, con sommo gaudio della sottoscritta.

Ecco, questo è il resoconto del mio Ferragosto vissuto fino alle cinque del pomeriggio. Avvincente come non so cosa.
Il Gatto si è svegliato, si è stiracchiato, mi ha guardata ed è tornato a dormire. Il caffè è pronto. Col vostro permesso,io vado a berlo e ve ne offro virtualmente una tazzina.
Buon Ferragosto!

PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca. 

lunedì 18 giugno 2012

Lei, signora, mi ricorda mia nonna

Sabato sera di metà giugno. Sono da poco passate le nove. Io sono quasi pronta per uscire, la casa profuma della meravigliosa pizza che ha fatto B.: c’è quell’odore misto di forno, di buono e di peperoni gialli.
Al Tg hanno parlato di Scipione, questo maledetto che porterà tanta afa e temperature africane. Lo temiamo tutti noi poveri studenti fuori sede, stipati in minuscole case poco areate, pronti sempre a riporre tutte le speranze di questo mondo nel nostro amato e poco efficiente ventilatore.

Mi sono vestita di bianco e di nero, truccata come Clio comanda. Un velo del rossetto di Dior che mi hanno regalato per il compleanno, l’essenziale in borsa e sono pronta per uscire.
B. mi ferma. Già che ci sei, butta la carta. Il bidone è pieno. Prendo il sacco ed esco.

Fuori non c’è anima viva, il resto del mondo si starà preparando ad una notte brava. È strano sentire tutto questo silenzio, accorgersi dell’assenza delle macchine parcheggiate. È surreale.
Arrivo ai cassonetti della differenziata, apro quello blu e butto giù tutta quella carta accumulata nei giorni.
C’è una vecchietta vicino a me,non mi ero accorta di lei.
E lei, a quanto pare, non si era accorta di me.

Con l’accento tipico di queste parti, mi rivolge la parola.
Oh non l’avevo vista, sembra spuntata dal nulla. Ma com’è carina lei, ha un viso così dolce! Ma pensa un po’”.
Le sorrido, le dico che neanche io l’avevo vista. Accetto volentieri i suoi complimenti; vorrei farli anche io a lei, per quanto è carina. E’ piccola, non mi arriva neanche alla spalla. Ha addosso dei vestiti chiari che sembrano far pendant con i suoi capelli bianchi. Gli occhi piccoli e pieni di luce; buoni come solo chi ha vissuto bene può averli. Il volto pieno di rughe che la rendono ancora più dolce. Al collo ha una catenina dorata, ma non si vede il ciondolo. Scommetto che è un piccolo crocefisso.

Mi chiede se abito da queste parti, non mi ha mai visto prima d’ora. Sì, abito proprio dietro l’angolo, non mi ha mai visto perché sto qui da poco, sono una studentessa e vengo da lontano.
Il suo modo di parlare è gentile e caloroso, sembra conoscermi da una vita. Ha voglia di chiacchierare e, come qualsiasi buona donna anziana che si rispetti, mi racconta di figli e di nipoti. Quando parla di loro i suoi occhi si fanno ancora più dolci. Deve amarli proprio tanto.

Mi dice che studiare è importante, che la strada è lunga e faticosa, ma che se una è brava prima o poi riesce ad avere successo. Mi sembra mia nonna, ma sono un po’ restia a confidare questa cosa così intima ad una sconosciuta. Dice le cose che avrebbe detto lei, con quel tono di voce pacato.
All’improvviso mi esce dal cuore, la interrompo.
Lei, signora, mi ricorda mia nonna.

Sembra essere contenta di questa cosa. Mi chiede come sta, le dico che mi ha lasciato un anno fa e che certe volte mi sento sola, che mi manca. Credo di non aver confessato mai questa cosa neanche ai miei amici più stretti. Non mi confido facilmente, io.

Dice che certe volte prega il Signore che la porti lì dov’è suo marito, morto anche lui meno di un anno fa. Però poi pensa ai suoi nipoti, pensa che potrebbero sentire la sua mancanza e allora scaccia via questo pensiero dalla sua testa.
Ha gli occhi lucidi, agli angoli vedo una lacrima. Si è commossa, mi dispiace. Non glielo faccio notare, non voglio metterla in imbarazzo.

Ho il cellulare in mano, squilla all’improvviso. È la mia amica che mi sta aspettando ed io sono in ritardo. Lei se ne accorge, mi dice di andare. La saluto, mi ha fatto piacere incontrarla. Le poggio delicatamente una mano sulla spalla, mi viene spontaneo fare così.
Ma che carina che è lei, mi è spuntata davanti così all’improvviso. Lo ripete ancora quasi incredula.

Mentre cammino a passo svelto raccomando la signora gentile a quel Dio in cui tanto crede.
Che la faccia rimanere su questa terra ancora per molto.
Per lei, per i suoi nipoti, per i suoi figli.
E un po’ anche per me.


mercoledì 14 marzo 2012

Dieci marzo duemiladodici


















"Ritrovarsi in un locale poco illuminato, ad un grande tavolo di legno con gente che non si è mai vista in vita propria; litri di birra, lingue diverse, pochissime ore di sonno alle spalle, vestiti impregnati dell'odore di sigarette. Una sorta di torre di Babele, in cui si genera più familiarità che caos, tanta voglia di condivisione, desiderio sfrenato di conoscere le vite degli altri che ti circondano, nonostante mi ritrovi nella gabbia della timidezza".




"Non so se rivedrò di nuovo questa gente, questi posti, questo fiume con dei lucchetti anomali. Me li voglio godere, adesso, senza pensare a dopo. Ho la mente libera, non penso a nulla. Credo di essere sospesa in un mondo ovattato. A volte, per me, è la lontananza la panacea dei miei mali".




Sono tornata.

Sono stata in Austria per un paio di giorni. Non ho trovato molta neve, per fortuna.

Ho visitato una bellissima città e notato, con molta gioia, che quello degli austriaci-persone "fredde" è solo l'ennesimo luogo comune che affolla questo mondo. Gli austriaci, per lo meno quelli che ho potuto conoscere, sono delle persone meravigliose.

venerdì 9 marzo 2012

Dieci febbraio duemiladodici

"Nevica, tanto per cambiare. Era da un paio di giorni che aveva smesso. E' l'ultima ondata, così hanno detto.

E' sera, sono da poco passate le undici. Ho finito di studiare da neanche due ore e adesso mi godo un po' di quiete sul divano. Mi sono avvolta nel plaid rosso di Ikea, ho ingurgitato centinaia di calorie sottoforma di tavoletta di cioccolato bianco con tanto di nocciole intere ... Ma si sa che con il freddo la voglia di qualcosa di buono aumenta.

Ogni tanto vado alla finestra, apro i vetri e le persiane e ammiro questa bufera di neve. I fiocchi sembrano argentati e c'è un gran vento. Per strada neanche un'anima. E' tutto bianco, è il momento in cui la neve mi piace di più: quando non ci sono impronte di piedi a spezzare il candor, quando non ci passano su le macchine. Mi piace la neve "allo stato puro".

La guardo ancora un po' dalla finestra, nonostante il gelo. Adesso mi piace, domani so già che la odierò".





Ebbene, se leggete questo post vuol dire che poi non odio così tanto la neve. Infatti mentre voi siete qui, io dovrei trovarmi in vacanza (beh, si, consideriamola una vaacanza) in un freddo paese europeo, dove probabilmente nevicherà. :-)

Si accettano scommesse sul posto in cui mi trovo.


A presto miei cari!

venerdì 4 novembre 2011

Abbandonare un libro alla stazione

Ricordate questo post?

Un anno fa ho trovato un libro, andando all’università. Era abbandonato su una panchina, ma non so se era stato lasciato lì di proposito oppure era stato semplicemente dimenticato.
In ogni caso, lo portai con me a casa, entusiasta di questa scoperta, speranzosa che si trattasse di una sorta di bookcrossing.
L’intento era quello di leggerlo e di “abbandonarlo” in un altro luogo pubblico.
Dopo tutti questi mesi e innumerevoli tentativi di lettura del libro, mi sono resa conto che quella storia non faceva per me. Ho trovato già solo l’inizio noioso, per cui non ho continuato.

In occasione del viaggio inaspettato, ho deciso di abbandonare il libro a Roma, in stazione.
Ho scritto sulle prime pagine qualche riga in cui sostanzialmente raccontavo la storia di quel libro e raccomandavo a chi lo avesse trovato di leggerlo (o anche non) o comunque di abbandonarlo da qualche altra parte e non di tenerlo per sé.
Non so, ma credo che il destino di quel libro sia quello di vedere un po’ il mondo (ma va bene anche solo l'Italia!).
Pensavo di lasciarlo nella sala d’attesa, ma era troppo affollata e temevo che qualche persona estremamente gentile iniziasse a rincorrermi dicendomi che avevo dimenticato un libro in una poltrona.
Sono andata al binario del mio treno (arrivato in super anticipo) e mi sono seduta su una panchina di fronte alla carrozza in cui si trovava il mio posto.
Ho mangiato il mio panino al prosciutto e con una magistrale non chalance ho poggiato il libro in una angolo. Poi sono salita sul treno, ho sistemato la mia valigia e mi sono accomodata al mio posto, in attesa che il treno partisse.

L’ironia della sorte ha voluto che il posto fosse praticamente di fronte alla panchina dove, appunto, avevo lasciato il libro. Insomma, quella che mi offriva il mi finestrino era la visuale migliore per vedere se qualcuno effettivamente prendeva il libro.

Non ho aspettato molto, dopo neanche due minuti un uomo sulla sessantina, con uno zaino Invicta anni 90 alle spalle e un paio di giornali sottobraccio, passando ha notato la presenza del libro. Si è fermato, l’ha preso in mano e l’ha girato e rigirato.
Poi ha aperto la prima pagina, quella su cui avevo scritto quelle quattro parole.
Ha letto, ha alzato lo sguardo e si è guardato attorno.

Alla fine ha preso il libro e se l’è portato via, ignaro del fatto che chi l’aveva lasciato fosse praticamente a due passi da lui.

Ammetto che vedere uno sconosciuto con quel libro familiare che ha stazionato per quasi un anno sulla libreria di casa mia è stato proprio bello.
Mi auguro soltanto che faccia veramente quanto ho scritto.

Per maggiori "conferme" ecco a voi la foto del libro, appena abbondanato alla stazione.

venerdì 21 ottobre 2011

Eurochocolate Perugia

Al cioccolato io non so resistere. Mi piace, in tutti i modi esso si presenti. Mi piace sgranocchiare una tavoletta, bere una tazza di cioccolata calda oppure mangiare una fetta di pane e Nutella. La adoro, non ci posso fare niente.
Prediligo quello bianco o al latte, anche se il fondente non mi dispiace neanche.
Mette il buon umore, mi carica, mi riscalda. Basta anche solo un quadratino per ottenere questo effetto.

Nella lista delle cose che dovrei fare prima o poi nella vita, una voce era riservata all’Eurochocolate di Perugia, la più grande (credo) manifestazione d’Italia dedicata al cioccolato.
Sono riuscita a realizzare questo piccolo sogno domenica mattina.

Quest’anno, l’Eurochocolate è iniziato lo scorso 14 ottobre e terminerà il 23.
Le vie di Perugia sembrano un po’ quelle del paese delle meraviglie in questi giorni: stand di cioccolato, pupazzi enormi che girano per le strade, cioccolato che cade quasi dal cielo (giuro) e gente che distribuisce gustosi omaggi.Un ottimo modo per sconfiggere il grande freddo perugino.

Se ne avete la possibilità, fateci un salto. Non ve ne pentirete.
Qualche consiglio: vestitevi pesanti, stile Polo Nord, con tanto di sciarpa e cappello e fate la chococard: avrete diversi omaggi che potrete ritirare nei vari stand. Costa sei euro e vi permette di fare la scorta di cioccolato per almeno una settimana. In ogni caso, seguite le ragazze che distribuiscono Cerealix: le vostre papille gustative faranno la ola!

Tutte le foto presenti in questo post sono state scattate dalla sottoscritta.












lunedì 3 ottobre 2011

Influenza-time



Eccoli qua, ve li presento.

Sono coloro i quali mi hanno tenuto compagnia nei giorni scorsi.

Ebbene sì, sono stata colpita dall'influenza: anche io tra le 60.000 persone a letto di cui parlava il tg qualche giorno fa.

Ma sapete una cosa?

Neanche l'influenza è riuscita a buttarmi giù più di tanto!

mercoledì 31 agosto 2011

Giusto per sentirmi ancora un po' in vacanza




Stamattina sono andata al mare, quasi come se fosse un dovere. Dovevo per forza andarci. Dovevo fare quello che con molta probabilità era l’ultimo bagno della stagione.
Ho trovato subito parcheggio: l’insopportabile caos della settimana scorsa ha lasciato spazio alla calma classica di fine agosto. Una calma che forse arriva a pesare inspiegabilmente più di quella confusione che fino a qualche giorno fa odiavo con tutta me stessa. Una calma opprimente e soprattutto apparente.

La spiaggia era quasi deserta, le sedie sdraio dei lidi quasi completamente vuote. Ho visto le innumerevoli file di ombrelloni uguali che sembrano ospitare dei morti per quanto erano tristi.
Erano desolati anche i bar che fino a qualche giorno fa pullulavano di animatori allegri e giochi aperitivo. Ho avuto l’impressione che anche la musica fosse cambiata per rispecchiare lo stato d’animo generale: non più la danza kuduro, solo qualche lenta e dolce canzone di Ligabue.

Ho piantato l’ombrellone e steso il telo da mare sulla sabbia. Mi sono guardata ancora una volta intorno. La comitiva che di solito stazionava dietro adesso contava solo due persone, meglio così in fondo.
Ho aperto il mio Vanity Fair appena comprato, ho letto le lettere, un paio di articoli e ho sbirciato le pagine della pubblicità. Ho visto solo cappotti, stivali, maglioni. E l’ho richiuso. Era veramente troppo per il mio stato d’animo già di per sé compromesso dalla visione generale della spiaggia.

Il mare era agitato, c’era vento. Ne basta poco qui per renderlo mosso, ma non potevo certo rinunciare ad un tuffo, proprio oggi. Così mi ci sono buttata. Ho sguazzato un po’ li dentro e mi sono fatta coccolare dalle onde, dopo un po’ ne sono uscita.
Un brivido lungo la schiena, una sensazione di freddo. Succede sempre così a fine agosto.

Il sole non era affatto forte, ma mi sono spalmata lo stesso la crema solare. Giusto per sentirne ancora l’odore, quello inconfondibile, quello che sa tanto di vacanze.
Me ne sono messa tanta, giusto per sentirmi ancora un po’ in vacanza.

Dopo circa un’ora sono andata via, senza scrollarmi di dosso la sabbia che puntualmente si attacca alle caviglie. Ne ho portata un po’ in macchina, ne ho disseminata un po’ in casa.
Passando dalla nostra camera ho visto la valigia di mia sorella sul letto, piena per metà, pronta ad affrontare un altro viaggio.

Che tristezza queste vacanze che finiscono.

giovedì 25 agosto 2011

Lontananze

Ho imparato da tempo a fare i conti con la lontananza, ormai riesco a tenerle testa. Quando qualcuno mi manca, prendo in mano il cellulare e mando i classici messaggini, oppure faccio qualche telefonata.
Dopo, mi sento subito meglio.

Non sempre però si può risolvere tutto così facilmente. Alcune persone mancano tanto, ma non posso fare proprio niente per avere anche solo un minimo contatto con loro.
Mi capita anche questo.

Allora accendo il computer e cerco delle foto. Mi aggrappo a quelle immagini di tempi passati. Studio nei minimi particolari quei sorrisi, quelle pose, alla ricerca di qualcosa di nuovo, di qualche piccolo particolare che mi era sfuggito.
Conosco certe foto a memoria, saprei quasi elencare quante rughe ci sono nei volti dei miei nonni, per quanto le ho guardate.

Qualche settimana fa sfogliavo la mia agenda distrattamente.
Poi mi sono fermata.
In una pagina avevo segnato due parole, un promemoria.
“Compleanno nonna” c’è scritto.
Quelle lettere sembrano fissarmi.
La mia scrittura allegra sembra prendermi in giro.
L’inchiostro nero sembra parlarmi.
L’avevo segnato perché so che posso diventar e una smemorata imperdonabile, presa magari fin troppo da qualche stupido pensiero inutile.
Segno tutti i compleanni delle persone importanti.
Mia nonna è tra queste.

Allora sono andata a cercare le foto.
Cartella “Estate 2010”, sottocartella “compleanno nonna”.
Eccola.

È in mezzo a tanta gente, parenti festosi e sorridenti. Ha addosso un vestito blu a fiori colorati. È piccola, anche se è anziana. Ha i capelli bianchi come la neve e le gambe curve.
Sorride la nonna, è contenta. È anche disorientata: c’è troppa gente intorno, troppi flash, quasi come se fosse una diva di Hollywood. Queen Elisabeth, così qualcuno la chiamava per ridere un po’.

Certe persone non se ne dovrebbero andare mai...
E poi, dove vanno? Dove sono? Che fine hanno fatto?
Quante domande.

Mi basta questo però. Qualche piccolo, veloce gesto. Qualche click, qualche passaggio.
Ed eccola lì, nell’album “Estate 2010”, voce “compleanno nonna”.
Oppure basta andare nella cartella del Natale, per vedere l’altro nonno.
Sono tutti e due ancora lì, pronti a regalarmi ancora un sorriso.

venerdì 22 luglio 2011

La vacanza che vorrei

Le mie vacanze estive si svolgono più o meno sempre allo stesso modo: di giorno al mare, la sera in giro con gli amici. Relax quasi completo, tanto sole e compagnia. Eppure non mi dispiacerebbe cambiare abitudini, fare una vacanza che sia diversa dal solito.






Sicuramente andrei in un posto di mare (la montagna non fa per me), in un paesino piccolo, pieno di sole e di vicoletti stretti. Passerei le giornate in spiaggia, a leggere fino a che mi reggono gli occhi ... ma non solo.




La mattina presto farei delle passeggiate, guarderei ogni sera il sole calare e il cielo diventare arancione. Mi lascerei cullare da quella fresca aria marina tipica di queste particolari ore della giornata.
Farei dell’odore della crema solare il mio profumo principale. Dei costumi da bagno, dei parei, dei cappelli di paglia i miei indumenti quotidiani.




Il possibile programma delle giornate alla fine non si discosta molto da quello che di solito "seguo" quando sono qui in vacanza. Il problema è che mi piacerebbe cambiare aria, vedere gente nuova. Partirei anche da sola, non mi dispiacerebbe affatto. Al massimo porterei con me un’amica.
Mi piacerebbe conoscere gente del posto, immergermi completamente nella vita del tranquillo e piccolo paesino di mare, farlo anche un po' mio. Mi piacerebber tornare a casa con la macchina fotografica piena zeppa di scatti.

Non sono brava a fotografare, anche se mi piacerebbe molto approfondire la materia e comprare una macchina fotografica un po’ più “seria” di quella che ho. Mi piacerebbe portare a casa non le solite, classiche foto di paesaggi e cose simili (anche se, di fronte ad un paesaggio spettacolare, è difficile non cedere alla sfrenata voglia del click).



Realizzerei tanti scatti di piccoli dettagli, quelli che sfuggono ai più.
Magari in bianco e nero, anche se l’estate è fatta di colori.

Prima o poi farò questa pazzia che sa tanto di viaggio ideale per un pensionato. Prenderò la mia valigia colorata e la lascerò semivuota. Metterò solo lo strettissimo necessario, per andare via leggera, senza pesi inutili.



Porterei con me solo quello che mi serve per essere in un quasi paradiso.

giovedì 30 giugno 2011

Giugno

Questo giugno ha il sapore di notte insonni. Sa di ore e ore passate a girarsi e rigirarsi nel letto.
Sa di ventilatore acceso e di aria ferma, di letto e di divano, di pensieri e di pensieri ancora. Ha l’odore di citronella,di candele accese e profumate.
Questo giugno sa di esami e di studio, di appunti e di libri, di stampanti e di computer.
Sa di conversazioni noiose e di gente anonima.
Sa di calcoli, di conti. Di libri letti e di giri in libreria.
Questo giugno sa di vecchio.
Menomale che è finito.

lunedì 14 marzo 2011

In mezzo a tanta gente che prima non c'era



Dieci anni fa, sul tavolo della cucina c’era una torta. Sopra, c’erano cinquanta candeline accese. Intorno c’erano cinque persone, erano le tre del pomeriggio. C’era anche un bambino piccolo, con il grembiule dell’asilo bianco e i capelli biondi. Parlavamo, ridevamo, scherzavamo. In pochi forse, ma dentro ci sentivamo tanti. E ci sentivamo forti, insieme.

Dieci anni dopo sul tavolo della cucina di una casa nuova, abitata da poco, c’è di nuovo una torta. Le candeline sono sessanta. Intorno ci sono venti persone. La torta è grande. Il bambino non ha più il grembiule bianco dell’asilo. È alto, ha una camicia a righe. Ridiamo poco, siamo un po’ disorientati. Parliamo poco, forse non sappiamo neanche noi cosa dire.
Gente nuova intorno, volti che conosciamo da poco, persone che comunque sono entrate nelle nostre vite, nel bene o nel male.
Ogni tanto, noi quattro ci guardiamo per qualche istante. Sguardi fugaci, il tempo necessario per ricordarci che comunque ci siamo.
E chissà cosa ci siamo detti con quegli sguardi, chissà se ci siamo capiti.

Sembra stupido come pensiero, ma quante cose sono cambiate in questi dieci anni?
Quanto abbiamo pianto, quanto abbiamo riso insieme?
Quanto ci siamo sentiti uniti e quanto ci siamo sentiti lontani anni luce uno dall’altro?

Ci penso, in mezzo a quelle venti persone, in mezzo a quei nostri quattro sguardi confusi. Come sarebbe stato, se le cose non fossero andate così come sono avvenute?
Non ho trovato una risposta. Forse neanche c’è, e se c’è, non riesco più neanche ad immaginarla.

Mi rimangono i ricordi, quelli sì. Quelli li tengo dentro, insieme alle foto, alle frasi che lasciano i segni. Quelli nessuno me li può togliere, nessuna gelosia li può scalfire, nessuna risata stupida li può offuscare.

Penso ancora, troppo forse, in mezzo agli altri. Immagino noi come una rete,come delle frecce che si uniscono, che rimandano uno all’altra.
Certe sensazioni solo noi possiamo capirle, senza parlarci, in mezzo a tanta gente che prima non c’era.

martedì 18 gennaio 2011

La sera


Durante certe giornate difficili, aspetto fiduciosa che arrivi la sera. Aspetto il momento in cui la luce lascia il passo al buio, al silenzio, alla veglia che si allenta. Aspetto quel momento delicato, quell’atmosfera conciliante e calma per ritrovare me stessa, il mio essere intimo e pacato, per rimettere in ordine le idee, per pensare, per riposare.
La sera e la mattina presto sono le ore che più preferisco. Tutti sono in silenzio, ognuno pensa a se stesso, alla propria casa. Sono momenti silenziosi, dolci, comuni e contrapposti allo stesso tempo. La sera e il buio; la mattina presto e la luce che riprende. La sera, quando si pensa al giorno che è stato, quando si smaltiscono le emozioni e le sensazioni della giornata. La mattina presto, quando si pensa invece al giorno che verrà, a cosa succederà, a chi incontreremo, a cosa diremo.
Così tanto simili, nel loro essere diversi.

venerdì 31 dicembre 2010

Tanti auguri


Tra poche ore finirà anche quest’anno. Avranno tutti un bicchiere di spumante in una mano e magari il cellulare nell’altra, pronti a mandare miliardi di auguri e ad intasare le linee telefoniche. Conto alla rovescia, da dieci a zero, tappo della bottiglia in aria, risate, balli, auguri a non finire, pancia piena, fiumi di alcool, qualcosa di rosso addosso, buona compagnia, qualche petardo (quanto li odio!): ecco il capodanno standard.

La parte interessante del capodanno è la fase preparatoria a tutto quello sopra descritto, ossia la riflessione. Riflessione su ciò che è stato, propositi per ciò che -si spera- sarà. La storia si ripete.
Io quest’anno avevo pensato di evitare questa fase riflessiva, poi però mi sono resa conto che è tradizione per me spremere il cervello e fare qualche bilancio sull’anno trascorso. E siccome tengo alle tradizioni, ben venga anche quest’anno il momento riflessivo pre-cenone.

Per ricordare questo 2010, mi sono fatta un po’ aiutare dalla cara e fedele agenda, dove annoto tutto quello che mi succede (o quasi), oltre che riguardare i vecchi buoni propositi. Partendo dal ripasso della mia agenda, devo dire che questo 2010, a parte qualche evento particolare, è stato un anno tranquillo. Non ho avuto pensieri particolarmente martellanti, ossessivi, negativi, orribili, soffocanti nella mia testa. Anche se forse il motivo è il semplice fatto che (viva la modestia!) sono riuscita a recuperare in qualche dove quella forza in più che mi mancava per essere capace di affrontare tutti quegli ostacoli che si incontrano sempre nel modo,però, più sereno possibile. Sono anche riuscita a realizzare un paio di voci relative ai buoni propositi del 2010 (tra cui quella di aprire un blog, appunto questo!).

È sorto poi un altro problema: stilare anche quest’anno la lista dei buoni propositi o lasciare perdere? Poi ho pensato un po’ e ho avuto un’illuminazione. Avete presente quell’entusiasmo particolare misto ad euforia che accompagna la gente tra gli ultimi minuti dell’anno vecchio e i primi dell’anno nuovo? Ecco, il mio buono proposito sarà proprio questo: cercare di conservare sempre anche solo un minimo dell’entusiasmo che accompagna quei momenti e di utilizzarlo sempre in tutte quelle “imprese” che mi ritroverò ad affrontare in questo nuovo anno.
Lo auguro a me stessa, come lo auguro a voi.

Buona fine, buon inizio, buon proseguimento.

giovedì 23 dicembre 2010

Natale da bambina


Ho davanti l’albero di Natale di casa: è grande, altissimo e colorato. Era da anni ormai che ne facevamo uno piuttosto piccolo, un po’ freddo e bruttino a dire la verità. Poi l’anno scorso ho convinto mia madre a prenderne uno più grande e fu così che comprammo un albero di Natale alto quasi fino al soffitto, pieno di rami. Lo addobbiamo con tante luci colorate, palline e fiocchi; è imponente e al buio diventa magico.


Questo albero mi piace tanto forse perché mi ricorda quello che facevamo quando io ero piccola.

Andavo a comprarlo con papà, era un abete vero. Era grandissimo, come questo di adesso, ma forse, siccome ero piccola, quello mi sembrava ancora più gigantesco. Lo mettevamo nell’angolo del salone, tra la finestra e la parete. Riempiva tutta la stanza di odore di pino e per terra lasciava mille aghi. A quanto pare, dopo Natale papà lo portava in campagna per piantarlo, ma io questo non me lo ricordo. Mi ricordo solo che era magico, che quando c’era quell’albero era veramente Natale.

L’ultima volta che lo abbiamo fatto, io avevo sei anni. Credo che quello sia stato il Natale più bello della mia infanzia, o per lo meno lo ricordo così, forse perché ero ancora veramente piccola, forse perché era tutto colorato da quella magica e misteriosa attesa di mio fratello che, inaspettatamente, sarebbe nato qualche giorno dopo.


Quella sera di Natale a casa c’erano tutti i miei parenti, quelli più stretti. Si aspettava la mezzanotte per mettere il bambinello al suo posto e per cantare le canzoni di Natale. Si pregava, in particolare per chi stava male, per chi era solo. Ma a me sembrava impossibile che mentre io ero immersa in quella magia, qualcuno, da qualche parte, potesse stare male o potesse essere solo.

Poi, per rimanere in tema di magia, "qualcuno" suonava al citofono: era Babbo Natale. Io non potevo vederlo, Babbo Natale non deve essere mai visto dai bambini.
Scartavamo i regali sotto l’albero. Tutto ciò cosa che trovavo, desiderato o meno, mi stupiva tremendamente.

Bei tempi quelli: spensierati, leggeri.
Quello è stato l’ultimo Natale che ricordo come avvolto da una patina di incanto; era la notte della spensieratezza vera e propria.
E' proprio vero che la magia del Natale che si prova quando si è piccoli non torna mai più nella vita...