"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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lunedì 21 novembre 2011

Marsilio Editori - Blogger di tutta Italia: a voi la parola




Ieri pomeriggio ho letto sul blog di Emanuele Secco un post dedicato all'iniziativa della Marsilio Editori: "Blogger di tutta Italia: a voi la parola".


Dieci minuti (anzi, undici, per la precisione) per pensarci e ho subito mandato un'email all'indirizzo indicato per aderire all'iniziativa.


Di cosa si tratta?


Semplice, bisogna leggere un libro, un ebook per la precisione. La scelta può cadere su uno dei due titoli proposti dalla Marsilio Editore: "La donna in gabbia" di Jussi Adler - Olsen (quello che ho scelto io) e "Blacklands" di Belinda Bauer.


Per partecipare bisogna mandare un'email alla casa editrice con i propri dati e l'indicazione del libro che si desidera leggere.


Requisiti:


1. Avere un blog attivo, cioè con una frequenza di pubblicazione pari ad almeno un post a settimana;


2. Dopo aver ricevuto l'ebook, bisogna scrivere un post in cui si dichiara di partecipare all'iniziativa (ecco qui il mio!);


3. A fine lettura, commentare in un post l'ebook.




Potranno partecipare all'iniziativa i primi cento blogger che invieranno l'email di adesione.


Ergo, affrettatevi.


Perchè ho scelto di aderire all'inziativa? In primis perchè mi piace leggere, ma questo già lo sapevate. In secondo luogo perchè si tratta di un ebook. Saprete già che non mi fa molta simpatia leggere un libro che non sia di carta, ma ho deciso lo stesso di provarci. Mi piace cambiare idea e poi, solo dopo aver fatto una simile esperienza sarò in grado di capire i pro e i contro degli ebook.


Detto ciò, prendete la vostra decisione e buona lettura!

sabato 16 aprile 2011

Post demenziale sulla scarsa connessione

In questi giorni sto realizzando che mi manca troppo la connessione veloce di casa mia.
Qui ho una chiavetta che di veloce ha ben poco.
Si disconnette miliardi di volte e ultimamente, quando è connessa, ha la stessa velocità di una tartaruga con due arti amputati.
E la cosa mette a dura prova i miei nervi.

Capitano le giornate in cui il mio amico Pennino mi stupisce: corre, corre, corre. Sembra che voglia vincere qualche maratona, che voglia arrivare primo. Altre volte devo cercare per casa la posizione feng-shui di suo gradimento e considerando che abito in un monolocale, le possibilità non sono neanche molte.
Ultimamente riesce a camminare discretamente sul divano.
Mai però sulla scrivania o sul tavolo, mai in posti normali.

In estate, per un periodo, sono stata costretta a connettermi direttamente dal davanzale della cucina, con la conseguenza che gli abitanti stranieri del palazzo davanti (che usano passare la stagione estiva sul balcone) mi guardavano con fare … strano.

Mio caro Pennino, ho deciso di darti l’ultimatum.
O funzioni, oppure ti tradisco con il primo operatore che capita in offerta.

Lo dico a te, mio Pennino.
E voi siete tutti testimoni.

venerdì 17 settembre 2010

Il cellulare - parte 2- le figuracce

Di figuracce con il cellulare ne ho fatte tante. Ho mandato messaggi al destinatario sbagliato, ho chiamato Tizio invece di Caio,oppure sono partite chiamate da sole, tenendo semplicemente il cellulare in tasca.

La peggiore figura l’ho fatta qualche anno fa. Mi si era smagnetizzata la sim card, con la conseguente perdita di numeri di telefono, messaggi che mai e poi mai avrei voluto cancellare e così via. Per fortuna sono riuscita a ripristinare il mio solito numero, con il credito di prima e le varie opzioni che avevo attivato. Cercai di salvare il salvabile, andando alla ricerca dei numeri delle persone più importanti, quelle con cui ero più in contatto, tralasciandone altre meno importanti.

La sfortuna volle che il misfatto accadesse proprio nel periodo di Natale, quando la gente, presa dalla smania di consumare la Christmas Card, scrive un messaggio di auguri e lo inoltra a tutta la rubrica. Ma non solo questo, ovviamente. Anni fa si usava molto mandare quelle odiose catene che promettevano miracoli per il semplice fatto di dover mandare lo stesso sms a mille persone, rompendo inevitabilmente la quiete pubblica.
Tra questi baldi soggetti era compresa una mia vecchia prof. Una donna molto giovane e simpatica, supplente di qualche materia per un anno intero, si sentiva (complice il comportamento di una classe intera) talmente una di noi che prima di andare via ci lasciò il suo numero di cellulare.

In quel periodo ricevevo catene, messaggini simpatici, barzellette, auguri e quant’altro da un numero che non conoscevo. Io però lasciavo fare, sperando che prima o poi si sarebbero accorti di aver sbagliato destinatario. Questo finché un giorno,già incavolata di mio per qualche motivo che ora non ricordo, mandai un sms poco simpatico al numero in questione, chiedendo sostanzialmente chi fosse (magari scrissi “chi sei” con la K e con un 6, roba che adesso solo a pensarci mi viene l’ulcera).

Il messaggio di risposta recitava più o meno queste parole: “Ciao Chiara, hai fatto in fretta a cancellare il mio numero di cellulare! Baci, la tua prof”.
Secondo voi ha creduto alla storia della sim smagnetizzata?

E le vostre figuracce col cellulare? Se ne avete mai fatte...

giovedì 16 settembre 2010

Il cellulare - parte1

Il mio primo approccio con un telefono cellulare è stato all’età di dieci anni. Frequentavo la quinta elementare e la scuola aveva organizzato una gita di tre giorni a Napoli e dintorni. In quell’occasione, i miei mi diedero un cellulare, uno di quelli grandi quanto un citofono (se ne ritrovo uno, lo metto in bella vista su qualche mobile come pezzo vintage), nero, con l’antenna che puntualmente mordicchiavo (chissà quanti germi ho preso) e con le uniche due funzioni tipiche del cellulare: le chiamate e i messaggi.
La sera prima della partenza, mia madre si sedette con me sulla poltrona e mi mise davanti questo grande apparecchio. Iniziò ad insegnarmi che, digitato il numero sulla grande tastiera (la rubrica cos’era? Chi sapeva come funzionasse?) bisognava premere il verde per chiamare, il rosso per spegnere la telefonata. Mi insegnò anche a caricarlo e mi fece ripetere le operazioni varie volte per vedere se avevo capito come funzionasse.
Quindi partii con quell’aggeggio stipato come un tesoro prezioso in una tasca sicura dello zaino. Me lo fecero portare perché così potevano contattarmi quando volevano, per stare più tranquilli insomma.
L’unico neo della questione è che loro stavano tranquilli, io ero agitata. Se lo perdevo cosa facevo? Mica costavano venti euro i cellulari di allora …
Alla fine andò tutto bene, riportai il citofono … ehm, il cellulare… a casa sano e salvo.
Tanto per intenderci, lo ruppi in un’altra occasione, accidentalmente e non vi dico la tragedia che fu.
Quella fu la prima volta che ebbi in mano un cellulare.

Qualche Natale dopo, mio padre me ne regalò uno. Andava di moda, lo avevano tutti ed effettivamente aveva un che di utilità: mamma e papà ti controllavano tranquillamente quando uscivi.
Gli sms erano qualcosa di raro, se ne mandavano pochissimi all’epoca, costavano un botto e perciò non si poteva mica fare il botta e risposta che si fa oggi, anche solo per consumare i cento messaggi gratis al giorno.
Insomma, i primi tempi usavo poco il cellulare, anche perché non avevo grandi necessità di sentire il mondo a qualunque ora, in qualunque occasione.

Gli anni passano e uscire senza cellulare diventa una cosa impensabile. Prima di mettere il naso fuori casa bisogna accertarsi di averlo in borsa, altrimenti non si esce. Ma non per chissà quale motivo, semplicemente perché “se non rispondi, succede la tragedia”.
Se dieci anni fa mi comprarono il cellulare per stare più tranquilli, adesso questo aggeggio è diventato un mezzo capace di mettere ansia se al sesto squillo non si riceve nessuna risposta. E non sono così solo i genitori, non è questione di essere mammoni. Anche gli amici e i fidanzati lo fanno. Se passa più tempo del solito dal momento in cui ti arriva il messaggio al momento in cui rispondi, loro vanno in tilt, si preoccupano (effettivamente a volte succede anche a me, ma io sono un tantino più moderata).

Senza contare i grandissimi progressi che la tecnologia dei cellulari ha fatto negli ultimi anni. Il design che migliora, i modelli disponibili in vari colori, le suonerie da cambiare, le emoticon, i loghi, i giochi.
E poi il display a colori, la fotocamera, il touch screen, internet, il bluetooth (e qui mi fermo, sono le funzioni che conosco).

Il cellulare ha cambiato molto il nostro modo di vivere. Alimenta gelosie, a volte tranquillizza, altre mette un’immane ansia. Si scoprono doppie vite, tradimenti, nascono amicizie, muoiono rapporti sociali.

E poi vogliamo parlare delle figuracce che si fanno tramite cellulare?
... Mh, forse è meglio dedicare un intero post a quest'ultime!

venerdì 20 agosto 2010

Carta da lettere cercasi

Devo fare un regalo per una persona speciale. Ero (e sono) alla ricerca di carta da lettere: mi sembrava un’idea originale e utile per chi ama più scrivere le lettere a mano che mandare “fredde” e-mail.

Sono andata in cartoleria, la prima che mi è venuta in mente. La commessa era una giovane ragazza frizzante, vestita un po’ troppo appariscente con qualche chilo di trucco di troppo. Appena entro mi saluta con uno squillante “ciao” e un mega sorriso. Ricambio e lei mi chiede se ho bisogno d’aiuto. Le dico che prima do un’occhiata e che in caso mi rivolgo a lei.

È sempre così: preferisco cercare da me le cose, piuttosto che farmi guidare da qualcuno che non conosce i miei gusti o che comunque finirebbe per non mostrarmi quello di cui ho veramente bisogno (questo discorso vale soprattutto nei negozi di abbigliamento, dove le commesse mi fanno vedere di tutto e di più, tranne i capi che piacciono a me, ma questo è un'altra storia …).

Quindi faccio un giro tra gli scaffali e la merce esposta, ma effettivamente non trovo quello che cerco, allora come ultima spiaggia chiedo aiuto alla commessa frizzante.
Le chiedo di mostrarmi della carta da lettera, lei mi guarda, mi chiede di ripeterle la domanda. “Carta da lettere, please”. Mi riguarda, questa volta ha capito. Mi dice che non ne hanno. Come mai, le domando … è una cartoleria quella!
Ah, non ne vendiamo più da tanto tempo. Ormai non la compra più nessuno”.

Dopo questa frase, l’ho odiata. L’ho guardata, incredula e un po’ rassegnata e me ne sono andata. Credo che non tornerò mai più in quel negozio. La ragazza dall’abbigliamento stravagante mi ha rivelato uno di quei profondi segreti che cela l’umanità: nessuno usa più la carta da lettere.

Ma com’è possibile? A me arrivano lettere, di quelle da toccare, maneggiare, annusare. Chi me le manda allora è fuori dal mondo? Ha una scorta di carta da lettere messa da parte in qualche oscuro angolo della soffitta? Che cosa farà il mio postino se nessuno manderà più lettere?
Ok, adesso ci sono le e-mail, adesso c’è faccialibro, adesso c’è MSN. Ma certe cose non si possono dimenticare, certe cose non possono finire in disuso fino a non esistere più.

Comunque, non mi arrendo. Andrò alla ricerca della carta da lettere. E la troverò. Ne sono sicura.
Passo e chiudo.

mercoledì 23 giugno 2010

La verità è che non gli piaci abbastanza

Chiaro sintomo di confusione mentale da overdose di strumenti tecnologici (anche se sostengo che sia un po’ un’esagerazione!):

"Una volta un uomo mi ha lasciato un messaggio vocale in ufficio, così l’ho chiamato a casa, lui mi ha mandato una mail sul Blackberry e io un sms sul cellulare, lui ha risposto con una mail al mio indirizzo privato e così è sfumato tutto. Io rimpiango i giorni in cui c’era solo un numero di telefono e una segreteria telefonica. E in quella segreteria telefonica c’era una cassetta e su quella cassetta o c’era un suo messaggio o non c’era. Adesso invece devi correre a controllare tutti i portali solo per sentirti rifiutata da sette tecnologie diverse."

“La verità è che non gli piaci abbastanza”
Film non molto particolare, a dir la verità non mi è piaciuto molto.

domenica 20 giugno 2010

In questo mondo di... TESSERE

Il mio portafoglio in poco tempo si è riempito di tessere di ogni tipo. Questa presenza massiccia di “cose rettangolari di plastica” ha iniziato a registrarsi con l’inizio della mia vita universitaria. In qualsiasi posto io vada, mi parlano di tessere.
Vado alla Coop e la cassiera, con un sorriso smagliante (solo loro possono sfoggiare determinati sorrisi) mi chiede sempre se ho la tessera. Stessa cosa in profumeria o nei bar dove, se sei studente, hai diritto a degli sconti (in questi casi si da volentieri). Ti chiedono la tessera anche sugli autobus, alla mensa, all’università, in biblioteca.

Nei negozi le opzioni sono due: o dici a chi te la chiede che ce l’hai ma l’hai dimenticata a casa (e lei ti guarda con uno sguardo oscillante tra lo schifato e il compatito, ma forse è la scusa migliore) o le dici che non ce l’hai. Se le dici che non ce l’hai, la reazione è sempre la stessa (in pochi possono scampare): ti sorride piena di entusiasmo e con voce rassicurante ti incita a farti la carta “perché puoi usufruire degli sconti, della raccolta punti [raccolta punti del tipo un punto ogni 2 euro di spesa e il premio meno pretenzioso che puoi ritirare è un set di due bicchieri. Solo se raggiungi i tremila punti però.], puoi vincere tantisssssimi premi, puoi fare le ricariche telefoniche!”.
Dopo che ti porge sul piatto d’argento questa grande occasione, tu non puoi assolutamente rifiutare. Se rifiuti, dicendo che non sei interessata, ti guardano come se avessi perduto milioni di punti (appunto) della stima che hanno nei tuoi confronti. Se invece accetti, il tuo sì ha un grande effetto: farai la felicità di chi te l’ha proposta.

La biblioteca che frequento è il luogo più assurdo in quanto a tessere.
(Fase uno) Entri, vai nella stanza degli armadietti, strisci la tua tessera, vedi quale armadietto è libero, premi il tasto che fa aprire l’armadietto, riprendi la tessera, deponi la tua roba dentro, RIPRENDI la tessera altrimenti sei spacciato, chiudi l’armadietto, ti dirigi verso l’ingresso vero e proprio della biblioteca.
(Fase due) Per entrare in biblioteca devi strisciare di nuovo la tua tessera. Se si è smagnetizzata nel frattempo a furia di strisciare, per te è finita. Fai meglio a tornare a casa. E rassegnati: la tua roba rimarrà nell’armadietto. Una volta che la strisci, compare il tuo nome in uno schermo e, magia delle magie, si aprono le porte del paradiso. Puoi finalmente, dopo venti minuti di formalità inutili, entrare in biblioteca. Di solito in biblio si va per studiare (oltre che per cercare libri), ma quando arrivi a sederti e aprire il libro sei già stanca di tutte queste procedure.

Poi sorge il problema delle pause. Fare una pausa (una sola quando proprio vuoi studiare ad oltranza, altrimenti se sei svogliato ne fai almeno una ogni quarto d'ora) è fisiologico, non puoi evitare di farla. E di solito quando fai la pausa vai nel cortile fuori la biblioteca.
Inizia un altro stress: striscia, nome, porte che si aprono. Devi prendere qualcosa nell’armadietto? Striscia, numero dell’armadietto (sia mai che ti dimentichi il numero dell’armadietto: sarà una vera e propria tragedia per te e per tutti i dipendenti della biblioteca), prendi quel che ti serve, striscia e vai a fare il tuo giretto sacrosanto. Inutile dire che per rientrare la procedura è la stessa.
Che poi, a cosa servirà mai tutto questo tran tran? I dipendenti finiscono col passare più tempo a risolvere la tragedia da tessera dimenticata/smarrita/smagnetizzata che a fare quello per cui occupano quel determinato posto. Sono più competenti sulle tessere che sui libri.
Insomma, queste tessere stanno diventando una persecuzione.

Totale tessere del 20 Giungo: 13.
Tra una settimana questo numero potrebbe subire sensibili aumenti.
Si salvi chi può. O per lo meno, che la forza di dire NO alla prossima richiesta sia con me.

venerdì 4 giugno 2010

Esaltanti conversazioni

Al telefono:
G: "Ho comprato un cocco, ma non riesco ad aprirlo"
C: "Hai provato col coltello?"
G:"Sì, ma non ci riesco comunque!"
C: "Con un martello?"
G: "Sì, ma non ci riesco! Bah... Adesso cerco su Google!"
C: (Non pervenuto).

sabato 22 maggio 2010

Facebook

Mi sono iscritta a Facebook l’anno scorso, dopo le mille insistenze dei miei amici. Sapevo dell’esistenza di questo social network già qualche anno fa, ma non avevo dato tanto peso alla cosa. Nasceva come modo per ritrovare, dopo tanti anni, i propri compagni di scuola. Ma la cosa non mi toccava molto da vicino semplicemente perché ero in contatto con tutti i compagni di classe passati che volevo sentire.

Poi c’è stato il boom Facebook. Nei locali, nelle biblioteche, nei negozi, si trovano i volantini con scritto “Aggiungici ai tuoi amici”. Le persone ormai non ti chiedono il numero di cellulare, ti chiedono “Ci sei su Facebook? … e dieci minuti dopo ti arriva la loro richiesta d’amicizia.

Appena iscritta, non capivo niente delle varie funzionalità e opzioni (che novità!). Ricevo richieste, accettavo o rifiutavo, commentavo al massimo qualcosa. Il panico è stato quando mi è arrivata la notifica “Sei stata taggata in una foto”. Taggare? Che vuol dire? Ho cercato il significato su google. Non ci ho capito una mazza. Ho realizzato solo dopo.

...e quindi non esiste cena, compleanno o altro dove qualcuno non porta la fotocamera e inizia a fotografare ogni momento dell’evento. Un’ora dopo della fine, o al massimo la mattina dopo, sei sommerso di notifiche e di commenti sulle tue foto. Poi le persone hanno la capacità di fotografarti nei momenti meno probabili, quando non te l’aspetti, quando stai facendo qualcosa di particolare.
E tutti, su Facebook devono sapere che caspita hai fatto la sera prima, con chi eri, dove sei stato. Farsi i fatti degli altri è diventata la finalità principale dell’esistenza facebookiana.

E poi le richieste d’amicizia. Che bella cosa. Ti chiede l’amicizia chiunque. Conoscenti, amici, parenti, colleghi, sconosciuti. Mi capitano richieste di gente che aggiunge tra gli amici l’80% della popolazione del paese in cui vive. Mi è capitato anche, pochi giorni dopo l’iscrizione, la richiesta di un mio vecchio compagno di classe delle elementari. L’ho accettato, poi l’ho visto in giro e ho fatto un esperimento. Mi sono detta “Adesso che mi ha aggiunta, chissà se saluta”. Bene, mi è passato accanto ma ha fatto come sempre, non ha salutato.
Sono rimasta col punto interrogativo in testa. Poco dopo ho realizzato la filosofia di questo social network: la gente, più delle volte, ti aggiunge per “far numero”. Tipo raccolta punti: più ne hai, meglio è. Unica differenza: con la raccolta punti, arrivati ad un tot vinci qualcosa. Su FB non vinci niente. Forse la gente crede che se ha mille amici può apparire come una persona importante, popolare. Come se i mille “amici” non sapessero chi è il soggetto in questione … E poi è più chic averne un numero non esagerato!

Il top è quando ci metti anni ed anni a sbarazzarti educatamente di persone poco gradite. E poi … Puff! Richiesta di amicizia! E si riallacciano i rapporti poco desiderati.

Voglio poi sorvolare sui vari link della gente depressa, di quella che condivide pensieri o frasi totalmente opposte al loro modo di essere o su come può essere pericoloso, se usato male.

Nonostante tutto ciò, non ho cancellato il mio account. Faccio una certa selezione, cerco di usarlo bene. Non pubblico i miei affari privati, non accetto la gente che mi aggiunge solo per far numero, non mi iscrivo a stupidissimi gruppi o non condivido cretinate varie da bimbetti.
Credo che, come ogni altra cosa, anche FB deve saper essere usato bene. È utile se sai come destreggiarti, se riesci a ricavarne qualcosa di bello.

lunedì 3 maggio 2010

eBook (?)

Oggi pomeriggio ero (e sono) terribilmente nervosa, allora per scaricarmi ho deciso di andare alla ricerca di qualche libro.
Sono stata alla solita enorme libreria, pieni di scaffali, di libri divisi per sezioni, di luci al neon, di commessi con la pettorina stile automobilista in tangenziale con l’auto in panne. Comunque, nonostante quelle dimensioni gigantesche, mi trovo bene là.
Certo, mi piacerebbe di più girare per i corridoi di una piccola libreria, di quelle un po’ vecchie, in penombra, magari gestita da un’anziana signora con gli occhiali, i capelli grigi e l’aria antica, alla luce fioca di qualche lampadario vecchio e impolverato … ma siccome non si può avere tutto dalla vita, mi “accontento” di questa mega libreria.

Dopo il giretto in libreria, sono stata in un negozio di elettronica. Altro ampio locale, pieno di luci e lucine. Non mi serviva niente, anche perché io e le cose tecnologiche non andiamo molto d’accordo (ho scoperto solo qualche mese fa a cosa serve realmente una memory card e non sto a raccontare cosa stavo combinando per inserirla nel computer …), ma siccome dovevo svagarmi in qualche modo, ho preferito addentrarmi nei suoi meandri.

Il mio occhio è casualmente caduto su uno strano aggeggio dall’aria super tecnologica, era rettangolare, colorato, lo spessore ricordava quello di un iPod, aveva un grande schermo (presumo touch screen). All’inizio effettivamente, ho pensato fosse l’ultimo modello di iPod, ma mi sembrava troppo grande. Poi ho letto bene: trattasi di eBook.

Lì per lì ho avuto un’espressione interrogativa, anche perché non volevo credere a quello che leggevo. Volevo illudermi del fatto di non aver capito bene quello che c’era scritto o di aver preso un’insolazione che ha offuscato la ragione (ipotesi molto fantasiosa, vista la pioggia incessante e sconfortante di questi giorni!). Invece avevo recepito proprio bene!

Bene, ho scoperto che l’eBook è un libro multimediale, elettronico. Esiste da un paio di anni. Carichi dentro i libri, quelli che vuoi, anche più di uno, li puoi scaricare direttamente da internet oppure si possono comprare (in questo formato) in libreria e … li leggi da là!
A quanto pare è una grande invenzione, qualcosa di “intelligente”: cerca di imitare la forma di libro, ti permette di “girare pagina”, addirittura di scegliere il tipo di segnalibro che vuoi usare.

Ora io mi domando: che gusto c’è a leggere un libro che non è un libro? Perché io così lo vedo. Leggere un libro, un romanzo, un giallo, un qualsiasi testo non vuol dire solo capire la storia, immaginarsi i personaggi fisicamente, i luoghi. Leggere un libro non vuol dire solo mettere a moto il senso della vista (e quello dell’immaginazione!). Leggere un libro è anche altro: vuol dire toccarlo, sfiorarlo, sentire la consistenza delle sue pagine, l’odore, vuol dire consumarle, rilevare una frase che ti piace, annotare qualcosa ai suoi margini … non mettersi davanti questo coso!

Immagino che tra una decina di anni le librerie si ridurranno a pochi piccoli scaffali pieni di custodie simili a quelli dei cd, con dentro qualcosa di elettronico, freddo e insignificante pronto a raccontarti qualche storia. Chissà se gli ecologisti, almeno loro, saranno contenti di questo … magari, non essendoci più bisogno di carta, verranno tagliati molti meno alberi. Sempre se gli alberi continueranno ad esistere, tra una decina di anni (!)