Il tempo vola.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.
Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.
Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.
Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.
E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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domenica 24 agosto 2014
Il tempo vola
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martedì 26 febbraio 2013
Ritorni
Le elezioni sono un valido motivo per tornare a casa, usufruendo tra l'altro di un mega sconto sui treni, tale che il costo dei viaggi raggiunga livelli normali. Della serie che posso tranquillamente prendere un treno senza dovermi vendere un rene.
Si parte col caos da Apocalisse alla stazione perché oltre al weekend ci sono le elezioni. Oltre alle elezioni pare ci sia l'ultima Messa del Papa e la gente non può certo perdersela. E oltre a weekend, elezioni e Papa ci sono in media venti centimetri di neve in tutto il Nord Italia.
Basta questo a fare andare la gente nel panico, me inclusa. Tutti incollati davanti agli schermi degli orari, a lamentarsi dei venti minuti medi di ritardo per ogni Freccia proveniente dal Nord.
Il Mondo sta andando a rotoli, lo sapevate? Tutte le certezze della mia breve esistenza sono venute meno quando ho saputo che anche le Frecce potevano avere dei ritardi. Questi treni hanno iniziato a circolare quando io ero ai primi anni di università, probabilmente tra il primo e il secondo. Erano descritti come infallibili, velocissimi, nuovissimi, pulitissimi, spaziosissimi e chi-più-ne-ha-più-ne-metta. Io credevo che le Frecce fossero la soluzione a tutti i miei problemi.
Ci credevo, prima di venire a sapere i loro prezzi.
Poi ho pensato "va bene, costa tanto, ma almeno non farà mai ritardo".
E invece no, a quanto pare anche le Frecce accumulano minuti di ritardo rendendo la gente più nevrotica del solito.
Comunque, persa la Certezza Assoluta, riesco a salire sulla mia Freccia. Abbandono la valigia in un posto spero sicuro e mi avvio al mio posto, occupato da uno zaino blu di un tizio che dorme accanto.
A svegliarlo ci pensano gli altri due ragazzi che a quanto pare sono con lui. Mormorano qualcosa in spagnolo, lui lo sposta e chiede scusa. Così posso finalmente accomodarmi e comunicare al mondo, tramite sms, che sono riuscita a prendere questo benedetto treno.
I miei compagni di viaggio iniziano a parlare tra loro. Io adoro lo spagnolo, è una lingua che mi ricorda gli scambi di email, durante l'adolescenza, con i parenti argentini. Mi ricorda la zia che veniva ogni tanto in Italia, in estate, e mischiava lo spagnolo al dialetto per farsi capire un po'.
A quanto pare i tre ragazzi sono in Erasmus in Italia e hanno pensato bene di fare un tour turistico per le grandi città italiane. Uno di loro parla l'italiano benissimo, gli altri due si fanno capire.
Canticchiano "La donna è mobile", chiedono quale sia l'equivalente al femminile di uomo. Pensano si dica "ragazza".
Nei posti a fianco ci sono una ragazzina di tredici anni circa e una donna che probabilmente sarà sua madre. Entrambe bionde, entrambe magrissime e molto curate. Parlano di danza, a quanto pare la ragazzina dovrà andare a fare un provino o qualcosa di simile. Appare molto annoiata, mentre la donna che è con lei è attivissima e probabilmente anche un po' rompic*******.
Uso questo termine e non uno più "elegante" perché penso che se la tredicenne avesse potuto, l'avrebbe mandata sul serio a quel paese.
Era tutto un "Ma lo chignon quando lo facciamo?". "Dobbiamo fare in fretta quando arriviamo". "Magari prendiamo un taxi per andare in hotel". "Non hai fatto colazione, vuoi un panino così già che ci sei pranzi?".
La ragazzina non pare abbia fame, ma lei tira fuori un simil panino grande quanto metà pugno della mia mano e glielo porge.
Lei toglie la carta, inizia a mangiarlo con lentezza.
Arriva a destinazione e non ne ha finito neanche mezzo.
Io un panino così l'avrei mangiato in cinque minuti.
E vabbè.
Gli Erasmus scendono dal treno, salutano, ringraziano (di cosa non lo so), sorridono. Sono gentili, questi spagnoli.
Il resto del viaggio passa ascoltando l'iPod e leggendo Madame Bovary.
Scrivo un paio di cretinate su Twitter, per far passare il tempo. Sento un paio di amici, mi accerto di trovarli a casa.
Poi vedo il mare, il primo mare dopo tante ore di viaggio.
Forse non mi crederete, ma la gente che era su quel treno ha cominciato a fissare i finestrini, incantata da quell'acqua grigia a causa del cielo piovoso.
Sarà stata un'impressione, ma a me è parso che all'improvviso in quel vagone fosse calato il silenzio.
Silenzio, state zitti.
Qua c'è un mare da vedere.
C'è gente che non lo vede da settimane.
Arrivo a casa che è sera ormai. Ad accogliermi in stazione c'è la mamma, mi annuncia che ha fatto la torta alla banana, per il mio arrivo.
Piove un sacco, piove sempre.
Ho gustato il sole un giorno soltanto, troppo poco per i miei gusti.
Non sto combinando niente di concreto. Passo le giornate tra un divano e l'altro, rimandando le cose da fare a momenti successivi che ancora non sono arrivati. C'è un senso di insoddisfazione a fare da sottofondo.
Dormo col Gatto accanto. Ogni tanto mi poggia le zampette anteriori sulla spalla e si sporge verso la mia faccia per guardarmi. Sta così qualche istante, poi torna a dormire.
Sembra voler accertarsi della mia presenza, sembra voler vedere se è un sogno o se è vero.
Si parte col caos da Apocalisse alla stazione perché oltre al weekend ci sono le elezioni. Oltre alle elezioni pare ci sia l'ultima Messa del Papa e la gente non può certo perdersela. E oltre a weekend, elezioni e Papa ci sono in media venti centimetri di neve in tutto il Nord Italia.
Basta questo a fare andare la gente nel panico, me inclusa. Tutti incollati davanti agli schermi degli orari, a lamentarsi dei venti minuti medi di ritardo per ogni Freccia proveniente dal Nord.
Il Mondo sta andando a rotoli, lo sapevate? Tutte le certezze della mia breve esistenza sono venute meno quando ho saputo che anche le Frecce potevano avere dei ritardi. Questi treni hanno iniziato a circolare quando io ero ai primi anni di università, probabilmente tra il primo e il secondo. Erano descritti come infallibili, velocissimi, nuovissimi, pulitissimi, spaziosissimi e chi-più-ne-ha-più-ne-metta. Io credevo che le Frecce fossero la soluzione a tutti i miei problemi.
Ci credevo, prima di venire a sapere i loro prezzi.
Poi ho pensato "va bene, costa tanto, ma almeno non farà mai ritardo".
E invece no, a quanto pare anche le Frecce accumulano minuti di ritardo rendendo la gente più nevrotica del solito.
Comunque, persa la Certezza Assoluta, riesco a salire sulla mia Freccia. Abbandono la valigia in un posto spero sicuro e mi avvio al mio posto, occupato da uno zaino blu di un tizio che dorme accanto.
A svegliarlo ci pensano gli altri due ragazzi che a quanto pare sono con lui. Mormorano qualcosa in spagnolo, lui lo sposta e chiede scusa. Così posso finalmente accomodarmi e comunicare al mondo, tramite sms, che sono riuscita a prendere questo benedetto treno.
I miei compagni di viaggio iniziano a parlare tra loro. Io adoro lo spagnolo, è una lingua che mi ricorda gli scambi di email, durante l'adolescenza, con i parenti argentini. Mi ricorda la zia che veniva ogni tanto in Italia, in estate, e mischiava lo spagnolo al dialetto per farsi capire un po'.
A quanto pare i tre ragazzi sono in Erasmus in Italia e hanno pensato bene di fare un tour turistico per le grandi città italiane. Uno di loro parla l'italiano benissimo, gli altri due si fanno capire.
Canticchiano "La donna è mobile", chiedono quale sia l'equivalente al femminile di uomo. Pensano si dica "ragazza".
Nei posti a fianco ci sono una ragazzina di tredici anni circa e una donna che probabilmente sarà sua madre. Entrambe bionde, entrambe magrissime e molto curate. Parlano di danza, a quanto pare la ragazzina dovrà andare a fare un provino o qualcosa di simile. Appare molto annoiata, mentre la donna che è con lei è attivissima e probabilmente anche un po' rompic*******.
Uso questo termine e non uno più "elegante" perché penso che se la tredicenne avesse potuto, l'avrebbe mandata sul serio a quel paese.
Era tutto un "Ma lo chignon quando lo facciamo?". "Dobbiamo fare in fretta quando arriviamo". "Magari prendiamo un taxi per andare in hotel". "Non hai fatto colazione, vuoi un panino così già che ci sei pranzi?".
La ragazzina non pare abbia fame, ma lei tira fuori un simil panino grande quanto metà pugno della mia mano e glielo porge.
Lei toglie la carta, inizia a mangiarlo con lentezza.
Arriva a destinazione e non ne ha finito neanche mezzo.
Io un panino così l'avrei mangiato in cinque minuti.
E vabbè.
Gli Erasmus scendono dal treno, salutano, ringraziano (di cosa non lo so), sorridono. Sono gentili, questi spagnoli.
Il resto del viaggio passa ascoltando l'iPod e leggendo Madame Bovary.
Scrivo un paio di cretinate su Twitter, per far passare il tempo. Sento un paio di amici, mi accerto di trovarli a casa.
Poi vedo il mare, il primo mare dopo tante ore di viaggio.
Forse non mi crederete, ma la gente che era su quel treno ha cominciato a fissare i finestrini, incantata da quell'acqua grigia a causa del cielo piovoso.
Sarà stata un'impressione, ma a me è parso che all'improvviso in quel vagone fosse calato il silenzio.
Silenzio, state zitti.
Qua c'è un mare da vedere.
C'è gente che non lo vede da settimane.
Arrivo a casa che è sera ormai. Ad accogliermi in stazione c'è la mamma, mi annuncia che ha fatto la torta alla banana, per il mio arrivo.
Piove un sacco, piove sempre.
Ho gustato il sole un giorno soltanto, troppo poco per i miei gusti.
Non sto combinando niente di concreto. Passo le giornate tra un divano e l'altro, rimandando le cose da fare a momenti successivi che ancora non sono arrivati. C'è un senso di insoddisfazione a fare da sottofondo.
Dormo col Gatto accanto. Ogni tanto mi poggia le zampette anteriori sulla spalla e si sporge verso la mia faccia per guardarmi. Sta così qualche istante, poi torna a dormire.
Sembra voler accertarsi della mia presenza, sembra voler vedere se è un sogno o se è vero.
domenica 6 gennaio 2013
Marco e Giorgia
Tra la folla di gente valigia-munita vedo lui. Basso, con la barba incolta, un cappello di lana ridicolo in testa. Gli occhiali da vista, i jeans larghi e scoloriti.
Sembra un puffo.
Fuma una sigaretta in pochissimo tempo. Questo avvicinarla e allontanarla freneticamente dalla bocca ed emettere una nuvoletta di fumo al secondo lo rende ancora più ridicolo.
E' così piccolo che potrebbe benissimo entrare dentro la sua valigia e starci anche abbastanza comodo.
E' incredibilmente strano: c'è qualcosa nei suoi movimenti che lo rende simpatico e buffo.
Mezz'ora dopo siamo seduti uno vicino all'altro, pronti a vivere questa sorta di viaggio della speranza insieme. Come di consueto, si inizia a parlare.
Il tipo buffo e ridicolo ha un nome, si chiama Marco e fa l'insegnante di lettere in una scuola superiore di una città del nord Italia. Ha 37 anni, anche se io gliene avrei dati poco più di 25. Vive da 15 anni lontano dalla sua - e nostra- terra.
Parla piano, Marco. Una voce tranquilla, rassicurante.
Anche lui è tornato a casa per le feste. Ama la grande città in cui vive, si ritiene molto fortunato ad avere il tanto ambito posto fisso.
Penso sia uno di quei giovani insegnanti pieni di passione per il proprio lavoro. Lo immagino spiegare qualche autore della letteratura italiana, davanti ad una classe di adolescenti annoiati. Immagino un Marco vestito ridicolo come stasera, andare a lavorare in bici, camminare velocemente tra i corridoi della sua scuola. Fare una firma svolazzante sul registro, parlare ai suoi alunni della sua terra.
L'argomento principale della nostra conversazione è proprio lei: la nostra odiata quanto amata terra. Quel posto pieno di persone difettose, bello come nessun altro al mondo.
La amiamo entrambi, anche se il pensiero di doverci tornare definitivamente ci suona come una condanna a morte.
Nelle sue parole ho rivisto me stessa.
Quando torna a casa, Marco fa il giro delle strade che lo hanno visto crescere, per vedere se è cambiato qualcosa. Ci mette un po' ad ambientarsi di nuovo, ma quando realizza di essere finalmente in quel posto chiamato casa, sfrutta tutti i momenti che ha a disposizione per goderselo bene.
E allora Marco incontra gli amici, i parenti, va a passare le serate nei posti della sua adolescenza. Va a correre nei parchi, al mare. Respira a pieni polmoni quell'aria familiare.
Un'ora prima di partire è andato a mangiare un pezzo di pizza nella sua pizzeria preferita. Poi è andato a mangiare la focaccia col rosmarino al forno sotto casa, il cui proprietario l'ha visto crescere. E per finire ha mangiato un dolce con la crema che fanno solo qua.
Due ore prima di partire è andato a correre, nonostante il freddo.
Marco è come me. Prima di partire deve salutare tutto e tutti.
Ha bisogno di un attimo di tempo per fare le cose che adora fare, che lo fanno sentire a casa.
Ha bisogno della corsa come io ho bisogno di camminare sul lungomare.
Ha bisogno di mangiare la sua pizza come io ho bisogno di mangiare la mozzarella con la carta bianca e rossa.
Ha bisogno di tutto questo perchè altrimenti non si sente pronto per partire.
Come me e come Marco è anche un'altra ragazza.
Si chiama Giorgia, ci ha sentiti parlare e ha voluto dire la sua.
Giorgia è alta e bionda. Slanciata, le gambe lunghissime che non riescono a stare nel posto stretto. Ha 29 anni, lavora in un'altra grande città.
Il suo sogno è trasferirsi all'estero perchè l'Italia l'ha scocciata. La delude in continuazione, non le dà quello che cerca. E quindi spera di scappare al più presto. Spera di vivere un po' di anni fuori, poi magari tornare.
- Tornare dove? Nella nostra terra o nella città dove lavori adesso?
- Nella seconda, ovviamente.
Giorgia non vuole tornare a casa.
Questo posto va bene solo per le vacanze.
Questo posto è di una bellezza disarmante. Una bellezza che non si può spiegare a parole. E non so se siamo noi a considerarlo tale perchè è la nostra culla o è un posto oggettivamente bello. Non so spiegarvelo, non saprei darvi una risposta.
Sarà bello per tutti,forse. Ma per noi lo è di più.
Un posto bello, un posto chiamato casa.
Un posto da cui però tutti vogliono scappare.
E' un'ingiustizia, l'ennesima.
Sembra un puffo.
Fuma una sigaretta in pochissimo tempo. Questo avvicinarla e allontanarla freneticamente dalla bocca ed emettere una nuvoletta di fumo al secondo lo rende ancora più ridicolo.
E' così piccolo che potrebbe benissimo entrare dentro la sua valigia e starci anche abbastanza comodo.
E' incredibilmente strano: c'è qualcosa nei suoi movimenti che lo rende simpatico e buffo.
Mezz'ora dopo siamo seduti uno vicino all'altro, pronti a vivere questa sorta di viaggio della speranza insieme. Come di consueto, si inizia a parlare.
Il tipo buffo e ridicolo ha un nome, si chiama Marco e fa l'insegnante di lettere in una scuola superiore di una città del nord Italia. Ha 37 anni, anche se io gliene avrei dati poco più di 25. Vive da 15 anni lontano dalla sua - e nostra- terra.
Parla piano, Marco. Una voce tranquilla, rassicurante.
Anche lui è tornato a casa per le feste. Ama la grande città in cui vive, si ritiene molto fortunato ad avere il tanto ambito posto fisso.
Penso sia uno di quei giovani insegnanti pieni di passione per il proprio lavoro. Lo immagino spiegare qualche autore della letteratura italiana, davanti ad una classe di adolescenti annoiati. Immagino un Marco vestito ridicolo come stasera, andare a lavorare in bici, camminare velocemente tra i corridoi della sua scuola. Fare una firma svolazzante sul registro, parlare ai suoi alunni della sua terra.
L'argomento principale della nostra conversazione è proprio lei: la nostra odiata quanto amata terra. Quel posto pieno di persone difettose, bello come nessun altro al mondo.
La amiamo entrambi, anche se il pensiero di doverci tornare definitivamente ci suona come una condanna a morte.
Nelle sue parole ho rivisto me stessa.
Quando torna a casa, Marco fa il giro delle strade che lo hanno visto crescere, per vedere se è cambiato qualcosa. Ci mette un po' ad ambientarsi di nuovo, ma quando realizza di essere finalmente in quel posto chiamato casa, sfrutta tutti i momenti che ha a disposizione per goderselo bene.
E allora Marco incontra gli amici, i parenti, va a passare le serate nei posti della sua adolescenza. Va a correre nei parchi, al mare. Respira a pieni polmoni quell'aria familiare.
Un'ora prima di partire è andato a mangiare un pezzo di pizza nella sua pizzeria preferita. Poi è andato a mangiare la focaccia col rosmarino al forno sotto casa, il cui proprietario l'ha visto crescere. E per finire ha mangiato un dolce con la crema che fanno solo qua.
Due ore prima di partire è andato a correre, nonostante il freddo.
Marco è come me. Prima di partire deve salutare tutto e tutti.
Ha bisogno di un attimo di tempo per fare le cose che adora fare, che lo fanno sentire a casa.
Ha bisogno della corsa come io ho bisogno di camminare sul lungomare.
Ha bisogno di mangiare la sua pizza come io ho bisogno di mangiare la mozzarella con la carta bianca e rossa.
Ha bisogno di tutto questo perchè altrimenti non si sente pronto per partire.
Come me e come Marco è anche un'altra ragazza.
Si chiama Giorgia, ci ha sentiti parlare e ha voluto dire la sua.
Giorgia è alta e bionda. Slanciata, le gambe lunghissime che non riescono a stare nel posto stretto. Ha 29 anni, lavora in un'altra grande città.
Il suo sogno è trasferirsi all'estero perchè l'Italia l'ha scocciata. La delude in continuazione, non le dà quello che cerca. E quindi spera di scappare al più presto. Spera di vivere un po' di anni fuori, poi magari tornare.
- Tornare dove? Nella nostra terra o nella città dove lavori adesso?
- Nella seconda, ovviamente.
Giorgia non vuole tornare a casa.
Questo posto va bene solo per le vacanze.
Questo posto è di una bellezza disarmante. Una bellezza che non si può spiegare a parole. E non so se siamo noi a considerarlo tale perchè è la nostra culla o è un posto oggettivamente bello. Non so spiegarvelo, non saprei darvi una risposta.
Sarà bello per tutti,forse. Ma per noi lo è di più.
Un posto bello, un posto chiamato casa.
Un posto da cui però tutti vogliono scappare.
E' un'ingiustizia, l'ennesima.
giovedì 27 settembre 2012
Antonio
Questa volta il mio mezzo di trasporto è stato il pullman. Un viaggio lungo, ma molto low cost. Tanto lungo quanto bello. Tanto bello quanto affascinante.
Affascinante perché a me le autostrade piacciono da sempre, da quando ero piccola e con la mia famiglia si partiva per le vacanze in macchina. Roba che il primo treno che presi fu un regionale, ad otto anni. Una cosa neanche programmata, un puro caso. Eravamo in una città lontana una cinquantina di chilometri da casa, la macchina ebbe un guasto e per non scomodare amici o parenti, tornammo indietro in treno.
E le autostrade mi piacciono soprattutto di notte, quando non c’è molto traffico, quando intorno è tutto buio. Un buio smorzato a tratti da qualche macchina. Un buio che trova la sua fine all’alba.
Il mio viaggio è durato tantissime ore, ma non sono arrivata a casa stanca. Il segreto sta nel vestirsi comodi, legarsi i capelli, lasciare le lenti a contatto in valigia e caricare sull’ipod un paio di canzoni nuove e belle.
Certo c’è il problema degli spazi che purtroppo ti ritrovi a condividere con gente che non conosci. E in tutti questi anni me ne sono capitati di ogni. Roba che potrei scriverci un libro.
Il pullman è arrivato. C’è molta gente che deve viaggiare. Gente chiassosa, piena di bagagli.
Io sono velocissima: do la mia valigia all’omino dei bagagli e salgo su in un lampo. Il mio posto è in fondo, lato corridoio, perché al finestrino mi sento soffocare. Sono l’eccezione che conferma la regola.
Inizio a scommettere sulla persona con cui dovrò condividere questo spazio ridotto. Con la fortuna che ho, mi toccherà stare con qualche bambino o peggio ancora con un vecchio.
Gli anziani sono i peggiori. Parlano senza freno fino a mezzanotte, quando crollano dal sonno spalmati sui loro sedili e russano finché la vescica non dà loro il segnale che è giunta l’ora di svegliarsi e correre ai ripari. Non conoscono confini di posto, si espandono a più non posso, costringendoti a rimpicciolirti per riuscire a stare seduta. O almeno questo è quanto mi insegna l’esperienza.
Più che bambini, effettivamente salgono su molti anziani. Per fortuna nessuno di loro raggiunge il mio posto. Quando penso di averla fatta franca, che per una volta finalmente riuscirò ad avere due posti tutti per me, ecco che si avvicina un uomo.
Mi sorride e indicandomi il posto accanto al mio, mi chiede se ci si può sedere. Crollano qui tutte le mie speranze.
“Sì, certo. E’ libero.”
Ringrazia e si accomoda.
Il viaggio inizia. Col buio, in silenzio. Con un po’ di stanchezza. Con questo qui accanto.
All’improvviso gli squilla il cellulare. Una melodia conosciuta, anche se non riesco ad identificarla. Risponde, informa qualcuno del fatto di essere partito, chiude la conversazione e si scusa. Dice che avrebbe dovuto spegnere la suoneria. “Scusami, sono juventino”.
Ecco cos’era. Era l’inno della Juventus. L’ho sentito migliaia di volte a casa.
Ecco cos’era. Era l’inno della Juventus. L’ho sentito migliaia di volte a casa.
Da lì inizia a parlare. Una piacevole conversazione che durerà finché quelli seduti davanti non si gireranno a guardarci male, il che accadrà dopo circa due ore e mezza.
Parliamo delle nostre vite lontane dalla nostra terra. Degli affitti sempre troppo alti, del lavoro che scarseggia. Dei pro e dei contro del vivere lontani; dell’estate ormai passata. Racconta aneddoti della sua Milano, del freddo che fa lì. Mi chiede cosa faccio io nella vita, cosa studio, come mi trovo. Cosa voglio fare dopo. Lui è un operaio. Non ho idea di quanti anni possa avere. Colpa del buio.
Dopo l’occhiataccia dei nostri vicini smettiamo di parlare. Lui si addormenta subito, io dopo un po’. Dormire qui non è proprio semplice. È scomodo. Apro spesso gli occhi, ogni tanto il mio compagno di viaggio mi posa la testa sulla spalla, inerme. Poi si sveglia, si rende conto e ritorna subito al suo posto.
Arriva l’alba, la prima luce. Il viaggio sta per terminare. Mancherà un’ora all’arrivo. La gente inizia a svegliarsi, apre gli occhi anche il mio compagno di viaggio.
E’ questo il momento in cui lo guardo bene in faccia. Le sue espressioni, le rughe che ha in viso. La barba che ricresce. I capelli rasati. Le mani di chi lavora sempre. Eccolo: è lui il soggetto con cui ho parlato per ore. Non è più solo una voce e un’ombra. Ha dei lineamenti precisi ed un’età indefinita tra i trenta e i quaranta.
Arrivo a destinazione. Lo saluto, mi porge la mano e mi dà l’in bocca al lupo per gli studi. Dice che spera di rincontrami in un altro viaggio. Chi lo sa. Non so neanche come si chiama, non ci siamo presentati. Mi piace pensare che il suo nome sia Antonio, un nome abbastanza comune dalla mie parti. Potrebbe essere il mio vicino di casa, un mio parente, uno zio …
Metto piede nel suolo di quella che qualcuno ha definito la mia “terra d’adozione”. Do un’occhiata al pullman in partenza. Antonio è lì, al finestrino e mi sorride timidamente.
Lo risaluto con un leggero cenno di mano.
E mi scopro tutto ad un tratto più forte, pronta a vivere questa nuova avventura qui.
venerdì 21 settembre 2012
Per ricordarmele meglio...
Cassetti vuoti, baci dati, mani che salutano, sorrisi tristi.
Raccomandazioni, tante raccomandazioni. Di studiare, di "fare buone cose", di pensare a me, di divertirmi, di tenere gli occhi aperti.
Come se io li avessi mai chiusi...
Un saluto lungo un'ora al mare, col quel venticello fresco che ti regala qualche brivido di freddo sulla pelle. Un paio di persone incrociate per strada, un'amica che ti racconta con affanno la vita degli ultimi giorni, senza fermarsi un attimo, come se volesse sfruttare ogni secondo libero prima della lunga pausa.
La stanza in disordine, un biglietto sulla scrivania, un computer e le dita che corrono sulla tastiera. Negli ultimi giorni ho scritto un sacco, parola dopo parola, lettera dopo lettera. Come se non ci fosse un domani, come se tra qualche ora dovessi perdere la memoria e non ricordarmi più niente.
E quindi scrivo, per ricordare. Per caricarmi. Per mettere a fuoco le belle sensazioni che mi hanno regalato questi ultimi due mesi. Per concentrarmi solo su queste, per dimenticare tutto il resto.
Scrivo per ricordarmi dei sorrisi delle magnifiche persone che ho conosciuto, degli occhi limpidi di chi ha un'anima buona. Scrivo per ricordarmi dello sguardo triste di una donna che ha perso il marito, dopo aver passato un'intera vita con lui, e per rendermi conto della normalità del fatto che amare prima o poi sia anche un po' soffrire.
Scrivo per ricordarmi delle attese agli aeroporti, di quelle volte che ad aspettare ero io, e non viceversa. Di quell'ansia dolce che ti avvolge quando guardi la gente uscire dalla porta a vetri, dalla voglia di riconoscere tra la folla di sconosciuti i volti delle persone che stai per riabbracciare.
Scrivo per ricordarmi del sole forte di agosto che ti lascia la pelle calda per giornate intere; della leggerezza che serve per vivere bene una vita troppo pesante. Delle persone incontrate, di quelle che per strada mi hanno detto di essere diventata irriconoscibile. Dei caffè preparati dal barista stanco. Del buio della notte, delle albe e dei tramonti.
Scrivo per avere la valigia più leggera.
... 'Che portarsi troppi pensieri dietro fa sempre male.
Invece porterò con me il rumore dei miei passi, di stamattina, in giro per le piccole vie del paese. Il colore di quel mare incantato. Mi porterò dietro i ricordi che non pesano.
Andare e tornare, ancora una volta, si rivela essere qualcosa di difficile. Lo so, lo sapete: sta tutto nel riaddattarsi.
Non so cosa mi riserva questo inverno lassù.
Spero cose buone, cose belle. Cose di cui mi ritroverò a parlare qui.
Cose di cui dovrò scrivere. Per ricordarmele meglio.
Raccomandazioni, tante raccomandazioni. Di studiare, di "fare buone cose", di pensare a me, di divertirmi, di tenere gli occhi aperti.
Come se io li avessi mai chiusi...
Un saluto lungo un'ora al mare, col quel venticello fresco che ti regala qualche brivido di freddo sulla pelle. Un paio di persone incrociate per strada, un'amica che ti racconta con affanno la vita degli ultimi giorni, senza fermarsi un attimo, come se volesse sfruttare ogni secondo libero prima della lunga pausa.
La stanza in disordine, un biglietto sulla scrivania, un computer e le dita che corrono sulla tastiera. Negli ultimi giorni ho scritto un sacco, parola dopo parola, lettera dopo lettera. Come se non ci fosse un domani, come se tra qualche ora dovessi perdere la memoria e non ricordarmi più niente.
E quindi scrivo, per ricordare. Per caricarmi. Per mettere a fuoco le belle sensazioni che mi hanno regalato questi ultimi due mesi. Per concentrarmi solo su queste, per dimenticare tutto il resto.
Scrivo per ricordarmi dei sorrisi delle magnifiche persone che ho conosciuto, degli occhi limpidi di chi ha un'anima buona. Scrivo per ricordarmi dello sguardo triste di una donna che ha perso il marito, dopo aver passato un'intera vita con lui, e per rendermi conto della normalità del fatto che amare prima o poi sia anche un po' soffrire.
Scrivo per ricordarmi delle attese agli aeroporti, di quelle volte che ad aspettare ero io, e non viceversa. Di quell'ansia dolce che ti avvolge quando guardi la gente uscire dalla porta a vetri, dalla voglia di riconoscere tra la folla di sconosciuti i volti delle persone che stai per riabbracciare.
Scrivo per ricordarmi del sole forte di agosto che ti lascia la pelle calda per giornate intere; della leggerezza che serve per vivere bene una vita troppo pesante. Delle persone incontrate, di quelle che per strada mi hanno detto di essere diventata irriconoscibile. Dei caffè preparati dal barista stanco. Del buio della notte, delle albe e dei tramonti.
Scrivo per avere la valigia più leggera.
... 'Che portarsi troppi pensieri dietro fa sempre male.
Invece porterò con me il rumore dei miei passi, di stamattina, in giro per le piccole vie del paese. Il colore di quel mare incantato. Mi porterò dietro i ricordi che non pesano.
Andare e tornare, ancora una volta, si rivela essere qualcosa di difficile. Lo so, lo sapete: sta tutto nel riaddattarsi.
Non so cosa mi riserva questo inverno lassù.
Spero cose buone, cose belle. Cose di cui mi ritroverò a parlare qui.
Cose di cui dovrò scrivere. Per ricordarmele meglio.
sabato 21 luglio 2012
Chissà...
La valigia è pronta, è piena come un uovo. La classica idea era quella di partire lo stretto necessario, ma temo di avere una sorta di percezione distorta del concetto.
Manco da casa da qualcosa come tre mesi e una settimana. Sono pervasa dalla voglia di partire e da quella di restare: è che, come sempre, i cambiamenti mi destabilizzano un po’.
Temo che qualcosa sia cambiato con i miei amici di sempre, temo di finire con il non sopportare la gente che mi sta attorno. Ma in fin dei conti so che sta tutto nel riadattarsi, nel ritrovarsi. È questione di poco, anche se adesso mi sembra chissà cosa.
Chissà cosa dirà mia madre appena mi vedrà. Chissà quanto sarà cresciuto mio fratello. Chissà se mio padre troverà mezz’ora della sua vita nelle prossime settimane per incontrarmi. Chissà se il Gatto mi riconoscerà subito o dovrà annusarmi un po’ prima di fare le fusa.
Chissà quanto sarà bella la mia stanza arancione, la sera, con la luce rilassante del tramonto. E chissà quanto affollata sarà, quest’estate, la mia piccola città. Se il mare sarà azzurro, le spiagge bianche, se trovare un parcheggio diventerà un’impresa impossibile.
Chissà cosa faremo, per divertirci, io e i miei amici. Chissà se i cornetti delle quattro del mattino saranno buoni come gli altri anni.
Chissà quanta gente, vedendomi, mi rivolgerà, in un solo colpo, la classica domanda “quandoseiarrivata-quandoriparti-quantoseibianca-quantiesamitimancano”. Chissà quale sarà la colonna sonora della mia estate; se un momento dopo il mio arrivo non mi venga subito voglia di tornare qui.
Chissà quanto mi mancherà, se mi mancherà, questa città caotica, quei corridoi e quel volto sul quale ho lasciato un piccolo pezzo di cuore.
Non lo so, non so niente. So solo che tra un paio di ore si parte e che mille chilometri più a sud di qua c’è qualcuno che mi aspetta a braccia aperte.
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mercoledì 4 aprile 2012
Pensieri pre-partenza.
Bene. È giunta l’ora di tornare a casa.
Sono passati tre mesi dall’ultima volta che sono stata con i miei. Interminabili per certi aspetti, velocissimi per altri. Pieni di avvenimenti di ogni tipo, per lo più inaspettati.
È una cosa risaputa ormai: tra un viaggio e l’altro faccio i miei bilanci su ciò che è accaduto nel frattempo. Penso, ripenso e poi tiro le somme. Come si fa a fine anno.
E poi, quando è ora di ritornare in questa città, finisco col fare i miei progetti, faccio mente locale sui miei obiettivi da raggiungere. Insomma, faccio i miei buoni propositi, come si fa a inizio anno.
Stasera sono sola in casa. Un po’ di solitudine ogni tanto fa più che bene. Posso scrivere in santa pace, ascoltare la musica che mi pare. In teoria avrei altre mille cose da fare e lo star qui a scrivere sarebbe solo una perdita di tempo sotto il punto di vista di una persona razionale.
E’ che a due passi da me c’è la valigia che fa sentire la sua presenza. È a terra, aperta. Ed è vuota. Così tanto vuota che se ci parlo dentro, sento l’eco. Dovrei riempirla, visto che mancano poche ore alla partenza.
Però non mi va. Tra un po’ andrò davanti l’armadio, lo aprirò e preleverò la roba che potrei portare a casa. Prenderò qualcosa a caso, senza pensarci troppo. Questa volta non ho fatto quegli schemi e liste strapiene di promemoria da ragazza perfettina e super organizzata.
… Si vede che non ho molta voglia di andar via?
Dovrei essere entusiasta, strafelice, contenta.
Ma magari se impegno un po’ lo divento anche.
E’ che qui sto bene.
Lì, a volte, un po’ meno.
Ma in fondo lo so. Sta tutto nel riadattarsi.
Bene, direi che adesso è ora di riempirla quella valigia. Si è fatto abbastanza tardi.
Fine dei viaggi mentali.
Iniziano quelli reali.
Sono passati tre mesi dall’ultima volta che sono stata con i miei. Interminabili per certi aspetti, velocissimi per altri. Pieni di avvenimenti di ogni tipo, per lo più inaspettati.
È una cosa risaputa ormai: tra un viaggio e l’altro faccio i miei bilanci su ciò che è accaduto nel frattempo. Penso, ripenso e poi tiro le somme. Come si fa a fine anno.
E poi, quando è ora di ritornare in questa città, finisco col fare i miei progetti, faccio mente locale sui miei obiettivi da raggiungere. Insomma, faccio i miei buoni propositi, come si fa a inizio anno.
Stasera sono sola in casa. Un po’ di solitudine ogni tanto fa più che bene. Posso scrivere in santa pace, ascoltare la musica che mi pare. In teoria avrei altre mille cose da fare e lo star qui a scrivere sarebbe solo una perdita di tempo sotto il punto di vista di una persona razionale.
E’ che a due passi da me c’è la valigia che fa sentire la sua presenza. È a terra, aperta. Ed è vuota. Così tanto vuota che se ci parlo dentro, sento l’eco. Dovrei riempirla, visto che mancano poche ore alla partenza.
Però non mi va. Tra un po’ andrò davanti l’armadio, lo aprirò e preleverò la roba che potrei portare a casa. Prenderò qualcosa a caso, senza pensarci troppo. Questa volta non ho fatto quegli schemi e liste strapiene di promemoria da ragazza perfettina e super organizzata.
… Si vede che non ho molta voglia di andar via?
Dovrei essere entusiasta, strafelice, contenta.
Ma magari se impegno un po’ lo divento anche.
E’ che qui sto bene.
Lì, a volte, un po’ meno.
Ma in fondo lo so. Sta tutto nel riadattarsi.
Bene, direi che adesso è ora di riempirla quella valigia. Si è fatto abbastanza tardi.
Fine dei viaggi mentali.
Iniziano quelli reali.
mercoledì 14 marzo 2012
Dieci marzo duemiladodici
"
Ritrovarsi in un locale poco illuminato, ad un grande tavolo di legno con gente che non si è mai vista in vita propria; litri di birra, lingue diverse, pochissime ore di sonno alle spalle, vestiti impregnati dell'odore di sigarette. Una sorta di torre di Babele, in cui si genera più familiarità che caos, tanta voglia di condivisione, desiderio sfrenato di conoscere le vite degli altri che ti circondano, nonostante mi ritrovi nella gabbia della timidezza".
"Non so se rivedrò di nuovo questa gente, questi posti, questo fiume con dei lucchetti anomali. Me li voglio godere, adesso, senza pensare a dopo. Ho la mente libera, non penso a nulla. Credo di essere sospesa in un mondo ovattato. A volte, per me, è la lontananza la panacea dei miei mali".
Sono tornata.
Sono stata in Austria per un paio di giorni. Non ho trovato molta neve, per fortuna.
Ho visitato una bellissima città e notato, con molta gioia, che quello degli austriaci-persone "fredde" è solo l'ennesimo luogo comune che affolla questo mondo. Gli austriaci, per lo meno quelli che ho potuto conoscere, sono delle persone meravigliose.
venerdì 9 marzo 2012
Dieci febbraio duemiladodici
E' sera, sono da poco passate le undici. Ho finito di studiare da neanche due ore e adesso mi godo un po' di quiete sul divano. Mi sono avvolta nel plaid rosso di Ikea, ho ingurgitato centinaia di calorie sottoforma di tavoletta di cioccolato bianco con tanto di nocciole intere ... Ma si sa che con il freddo la voglia di qualcosa di buono aumenta.
Ogni tanto vado alla finestra, apro i vetri e le persiane e ammiro questa bufera di neve. I fiocchi sembrano argentati e c'è un gran vento. Per strada neanche un'anima. E' tutto bianco, è il momento in cui la neve mi piace di più: quando non ci sono impronte di piedi a spezzare il candor, quando non ci passano su le macchine. Mi piace la neve "allo stato puro".
La guardo ancora un po' dalla finestra, nonostante il gelo. Adesso mi piace, domani so già che la odierò".
Ebbene, se leggete questo post vuol dire che poi non odio così tanto la neve. Infatti mentre voi siete qui, io dovrei trovarmi in vacanza (beh, si, consideriamola una vaacanza) in un freddo paese europeo, dove probabilmente nevicherà. :-)
Si accettano scommesse sul posto in cui mi trovo.
A presto miei cari!
mercoledì 21 dicembre 2011
Alla stazione Termini
A Roma, in stazione, ho incontrato un amico. Era lì, fermo al binario del treno che entrambi dovevamo prendere, anche lui aveva accanto una valigia abbastanza capiente da metterci dentro il contenuto di una casa; fumava guardando la gente passare e chissà a cosa pensava.
Mi capita spesso di incontrare gente che conosco alla stazione Termini, spesso si tratta di persone che devono prendere il mio stesso treno e ogni volta mi stupisco. Sarà che ancora sono nel mezzo del viaggio, ma mi fa sempre strano vedere già lì facce familiari.
Gli sono andata incontro, sorprendendolo alle spalle. Leggero sconcerto iniziale, poi gli occhi gli si illuminano. È da tre mesi che non torna a casa e non ne può più di sentire solo accento milanese.
Mi chiede in che carrozza sono; purtroppo i nostri posti sono ai poli opposti del treno.
Dopo Napoli vado a trovarlo, percorro tutto il treno cercando di mantenere l’equilibrio e non cadere sulla gente e alla fine lo vedo lì seduto al suo posto a guardare il finestrino. Andiamo al vagone ristorante, così possiamo sederci e parlare con calma. Quante cose ci raccontiamo … di tutto: i nostri studi, le nostre famiglie, il mondo del nostro paese, qualche vecchio ricordo e qualche aneddoto sui nostri vecchi prof.
Passa così un bel po’ di tempo.
Poi all’improvviso mi dice “Ma oggi è SABATO! Stasera dobbiamo uscire per forza”. E subito si mette a telefonare ad una nostra amica che è già arrivata a casa da qualche ora. Ci accordiamo per vederci dopo cena, nonostante il freddo anomalo, nonostante per entrambi la sveglia sia suonata alle sei.
Ci vediamo tutti e tre sotto casa; io e lui abbiamo addosso ancora i vestiti del treno e la faccia stanca. Ma non ce ne importa, i ritrovi con gli amici sono più importanti. Ci manca il mare e infatti è la prima cosa che andiamo a vedere. Percorriamo strade vuote, incrociamo poca gente.
Un paio di minuti ed eccoci tutti lì, davanti ad un mare forza mille, con delle onde altissime e un buio gelido. Tre ragazzi, muniti di sciarpa e cappello. Nel viso ancora il grigio dello smog delle nostre città. Il vento è fortissimo, sembra portarci via. Ma non ce ne importa. Ci basta anche solo respirare quell’aria un momento. E’ un appuntamento importante, quello con il mare: non si può rimandare.
Mi capita spesso di incontrare gente che conosco alla stazione Termini, spesso si tratta di persone che devono prendere il mio stesso treno e ogni volta mi stupisco. Sarà che ancora sono nel mezzo del viaggio, ma mi fa sempre strano vedere già lì facce familiari.
Gli sono andata incontro, sorprendendolo alle spalle. Leggero sconcerto iniziale, poi gli occhi gli si illuminano. È da tre mesi che non torna a casa e non ne può più di sentire solo accento milanese.
Mi chiede in che carrozza sono; purtroppo i nostri posti sono ai poli opposti del treno.
Dopo Napoli vado a trovarlo, percorro tutto il treno cercando di mantenere l’equilibrio e non cadere sulla gente e alla fine lo vedo lì seduto al suo posto a guardare il finestrino. Andiamo al vagone ristorante, così possiamo sederci e parlare con calma. Quante cose ci raccontiamo … di tutto: i nostri studi, le nostre famiglie, il mondo del nostro paese, qualche vecchio ricordo e qualche aneddoto sui nostri vecchi prof.
Passa così un bel po’ di tempo.
Poi all’improvviso mi dice “Ma oggi è SABATO! Stasera dobbiamo uscire per forza”. E subito si mette a telefonare ad una nostra amica che è già arrivata a casa da qualche ora. Ci accordiamo per vederci dopo cena, nonostante il freddo anomalo, nonostante per entrambi la sveglia sia suonata alle sei.
Ci vediamo tutti e tre sotto casa; io e lui abbiamo addosso ancora i vestiti del treno e la faccia stanca. Ma non ce ne importa, i ritrovi con gli amici sono più importanti. Ci manca il mare e infatti è la prima cosa che andiamo a vedere. Percorriamo strade vuote, incrociamo poca gente.
Un paio di minuti ed eccoci tutti lì, davanti ad un mare forza mille, con delle onde altissime e un buio gelido. Tre ragazzi, muniti di sciarpa e cappello. Nel viso ancora il grigio dello smog delle nostre città. Il vento è fortissimo, sembra portarci via. Ma non ce ne importa. Ci basta anche solo respirare quell’aria un momento. E’ un appuntamento importante, quello con il mare: non si può rimandare.
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venerdì 4 novembre 2011
Abbandonare un libro alla stazione
Ricordate questo post?
Un anno fa ho trovato un libro, andando all’università. Era abbandonato su una panchina, ma non so se era stato lasciato lì di proposito oppure era stato semplicemente dimenticato.
In ogni caso, lo portai con me a casa, entusiasta di questa scoperta, speranzosa che si trattasse di una sorta di bookcrossing.
L’intento era quello di leggerlo e di “abbandonarlo” in un altro luogo pubblico.
Dopo tutti questi mesi e innumerevoli tentativi di lettura del libro, mi sono resa conto che quella storia non faceva per me. Ho trovato già solo l’inizio noioso, per cui non ho continuato.
In ogni caso, lo portai con me a casa, entusiasta di questa scoperta, speranzosa che si trattasse di una sorta di bookcrossing.
L’intento era quello di leggerlo e di “abbandonarlo” in un altro luogo pubblico.
Dopo tutti questi mesi e innumerevoli tentativi di lettura del libro, mi sono resa conto che quella storia non faceva per me. Ho trovato già solo l’inizio noioso, per cui non ho continuato.
In occasione del viaggio inaspettato, ho deciso di abbandonare il libro a Roma, in stazione.
Ho scritto sulle prime pagine qualche riga in cui sostanzialmente raccontavo la storia di quel libro e raccomandavo a chi lo avesse trovato di leggerlo (o anche non) o comunque di abbandonarlo da qualche altra parte e non di tenerlo per sé.
Non so, ma credo che il destino di quel libro sia quello di vedere un po’ il mondo (ma va bene anche solo l'Italia!).
Pensavo di lasciarlo nella sala d’attesa, ma era troppo affollata e temevo che qualche persona estremamente gentile iniziasse a rincorrermi dicendomi che avevo dimenticato un libro in una poltrona.
Sono andata al binario del mio treno (arrivato in super anticipo) e mi sono seduta su una panchina di fronte alla carrozza in cui si trovava il mio posto.
Ho mangiato il mio panino al prosciutto e con una magistrale non chalance ho poggiato il libro in una angolo. Poi sono salita sul treno, ho sistemato la mia valigia e mi sono accomodata al mio posto, in attesa che il treno partisse.
Ho scritto sulle prime pagine qualche riga in cui sostanzialmente raccontavo la storia di quel libro e raccomandavo a chi lo avesse trovato di leggerlo (o anche non) o comunque di abbandonarlo da qualche altra parte e non di tenerlo per sé.
Non so, ma credo che il destino di quel libro sia quello di vedere un po’ il mondo (ma va bene anche solo l'Italia!).
Pensavo di lasciarlo nella sala d’attesa, ma era troppo affollata e temevo che qualche persona estremamente gentile iniziasse a rincorrermi dicendomi che avevo dimenticato un libro in una poltrona.
Sono andata al binario del mio treno (arrivato in super anticipo) e mi sono seduta su una panchina di fronte alla carrozza in cui si trovava il mio posto.
Ho mangiato il mio panino al prosciutto e con una magistrale non chalance ho poggiato il libro in una angolo. Poi sono salita sul treno, ho sistemato la mia valigia e mi sono accomodata al mio posto, in attesa che il treno partisse.
L’ironia della sorte ha voluto che il posto fosse praticamente di fronte alla panchina dove, appunto, avevo lasciato il libro. Insomma, quella che mi offriva il mi finestrino era la visuale migliore per vedere se qualcuno effettivamente prendeva il libro.
Non ho aspettato molto, dopo neanche due minuti un uomo sulla sessantina, con uno zaino Invicta anni 90 alle spalle e un paio di giornali sottobraccio, passando ha notato la presenza del libro. Si è fermato, l’ha preso in mano e l’ha girato e rigirato.
Poi ha aperto la prima pagina, quella su cui avevo scritto quelle quattro parole.
Ha letto, ha alzato lo sguardo e si è guardato attorno.
Poi ha aperto la prima pagina, quella su cui avevo scritto quelle quattro parole.
Ha letto, ha alzato lo sguardo e si è guardato attorno.
Alla fine ha preso il libro e se l’è portato via, ignaro del fatto che chi l’aveva lasciato fosse praticamente a due passi da lui.
Ammetto che vedere uno sconosciuto con quel libro familiare che ha stazionato per quasi un anno sulla libreria di casa mia è stato proprio bello.
Mi auguro soltanto che faccia veramente quanto ho scritto.
Mi auguro soltanto che faccia veramente quanto ho scritto.
Per maggiori "conferme" ecco a voi la foto del libro, appena abbondanato alla stazione. 

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mercoledì 2 novembre 2011
Il mare
Non tornavo nella mia terra da due mesi. Non è neanche molto. Capita di stare fuori anche per tre, quattro mesi. Non sento mancanze particolari, sono abituata ormai. E poi c’è da dire che il cellulare e internet aiutano in qualche modo ad abbattere le distanze, permettendoci di sentirci o addirittura vederci ogni volta che lo desideriamo.
I paesaggi però mi mancano: il mare, i tramonti, il verde.
L’ultima volta che ho visto il mare era praticamente ancora estate. Dal treno lo vedevo limpido, calmo, liscio come una tavola o come l’olio. C’era ancora tanta gente in spiaggia a fare il bagno o semplicemente a prendere il sole. E faceva caldo.
Appena vedo il mare dal treno, mi si riempie il cuore. È l’immensità, è il benvenuto, è l’abbraccio di una mamma che ti rivede dopo tanto tempo. È meraviglioso, è indescrivibile.
Il cielo non è più quello dell’estate, azzurro o rosa al tramonto. C’è qualche nuvola qua e là, ma lo spettacolo è sempre bello.
Adoro la mia terra anche per questo: per la grande capacità di emozionarmi anche solo guardandola, ammirandone la bellezza e l’immensità.
I paesaggi però mi mancano: il mare, i tramonti, il verde.
L’ultima volta che ho visto il mare era praticamente ancora estate. Dal treno lo vedevo limpido, calmo, liscio come una tavola o come l’olio. C’era ancora tanta gente in spiaggia a fare il bagno o semplicemente a prendere il sole. E faceva caldo.
Appena vedo il mare dal treno, mi si riempie il cuore. È l’immensità, è il benvenuto, è l’abbraccio di una mamma che ti rivede dopo tanto tempo. È meraviglioso, è indescrivibile.
Il cielo non è più quello dell’estate, azzurro o rosa al tramonto. C’è qualche nuvola qua e là, ma lo spettacolo è sempre bello.
Adoro la mia terra anche per questo: per la grande capacità di emozionarmi anche solo guardandola, ammirandone la bellezza e l’immensità.
domenica 30 ottobre 2011
Alla fine sono partita
Alla fine sono partita veramente.
Di solito torno a casa dai miei per le festività dei santi e dei morti; invece, quest’anno avevo deciso di rimanere in città, non avevo voglia di fare un altro viaggio, di stare via qualche giorno e poi di ritornare alla mia solita vita magari più stanca del solito.
Mi dispiaceva però non andare a trovare i miei cari al cimitero, proprio quest’anno che ce n’erano due in più. Comunque, la mia scelta ormai l’avevo ponderata, presa e metabolizzata.
Tutto questo fino a venerdì mattina, quando mi hanno chiesto di tornare.
Ci ho pensato su una decina di minuti, il tempo di capire cosa avrei dovuto fare nei prossimi giorni e se i miei impegni erano urgenti o si potevano rimandare.
In passato mi è capitato di dover tornare a casa all’improvviso due volte, ma è stato solo per circostanze spiacevoli. Questa volta almeno sarebbe stato diverso.
Alla fine mi sono detta che si poteva fare e sono andata in stazione.
Mi sono sorbita una fila pazzesca e una tipa davanti a me completamente rimbambita che non solo mi ha fatto perdere tempo, ma ha anche reso super nervoso l’addetto alla biglietteria.
Quando, mostrando dietro gli occhiali i miei occhi speranzosi e quasi imploranti, gli ho detto che mi serviva un biglietto per sabato mattina, ha alzato un sopracciglio e ha iniziato a smanettare con il computer con l’aria di chi si sta per cimentare in un’impresa impossibile.
Infatti, come pensavo, non c’era neanche un posto libero nei treni che cercavo. O al massimo c’erano solo posti in prima classe.
Dopo qualche minuto, più spazientito di prima (che poi, lo pagheranno anche per fare il suo lavoro?) mi ha trovato un’altra più scomoda soluzione del tipo “attesa in stazione per più di due ore”.
Pazienza. Pago una fortuna per questi biglietti e vado a salutare i miei amici.
Il giorno dopo sono sul treno.
E dire che 24 ore prima non avrei mai pensato di essere lì.
Di solito torno a casa dai miei per le festività dei santi e dei morti; invece, quest’anno avevo deciso di rimanere in città, non avevo voglia di fare un altro viaggio, di stare via qualche giorno e poi di ritornare alla mia solita vita magari più stanca del solito.
Mi dispiaceva però non andare a trovare i miei cari al cimitero, proprio quest’anno che ce n’erano due in più. Comunque, la mia scelta ormai l’avevo ponderata, presa e metabolizzata.
Tutto questo fino a venerdì mattina, quando mi hanno chiesto di tornare.
Ci ho pensato su una decina di minuti, il tempo di capire cosa avrei dovuto fare nei prossimi giorni e se i miei impegni erano urgenti o si potevano rimandare.
In passato mi è capitato di dover tornare a casa all’improvviso due volte, ma è stato solo per circostanze spiacevoli. Questa volta almeno sarebbe stato diverso.
Alla fine mi sono detta che si poteva fare e sono andata in stazione.
Mi sono sorbita una fila pazzesca e una tipa davanti a me completamente rimbambita che non solo mi ha fatto perdere tempo, ma ha anche reso super nervoso l’addetto alla biglietteria.
Quando, mostrando dietro gli occhiali i miei occhi speranzosi e quasi imploranti, gli ho detto che mi serviva un biglietto per sabato mattina, ha alzato un sopracciglio e ha iniziato a smanettare con il computer con l’aria di chi si sta per cimentare in un’impresa impossibile.
Infatti, come pensavo, non c’era neanche un posto libero nei treni che cercavo. O al massimo c’erano solo posti in prima classe.
Dopo qualche minuto, più spazientito di prima (che poi, lo pagheranno anche per fare il suo lavoro?) mi ha trovato un’altra più scomoda soluzione del tipo “attesa in stazione per più di due ore”.
Pazienza. Pago una fortuna per questi biglietti e vado a salutare i miei amici.
Il giorno dopo sono sul treno.
E dire che 24 ore prima non avrei mai pensato di essere lì.
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venerdì 28 ottobre 2011
Allora che fai?
Stamattina mi hanno chiesto di partire.
Ma non partire, che so, tra una settimana.
Partire domani, o al massimo domenica.
A me piace organizzare bene le cose, gustarmele sin dal principio (nota di servizio: sull'argomento, vi aspettano nei prossimi giorni almeno due post!) non fare tutto alla sprovvista.
Eppure io partirei davvero.
Chi se ne frega dell'organizzazione.
"Allora? Che fai? Parti?"
Il tempo di trovare un biglietto - nel weekend in cui tutti vanno via - e di buttare quattro cose in una valigia.
Mi sa proprio che parto.
Ma non partire, che so, tra una settimana.
Partire domani, o al massimo domenica.
A me piace organizzare bene le cose, gustarmele sin dal principio (nota di servizio: sull'argomento, vi aspettano nei prossimi giorni almeno due post!) non fare tutto alla sprovvista.
Eppure io partirei davvero.
Chi se ne frega dell'organizzazione.
"Allora? Che fai? Parti?"
Il tempo di trovare un biglietto - nel weekend in cui tutti vanno via - e di buttare quattro cose in una valigia.
Mi sa proprio che parto.
venerdì 21 ottobre 2011
Eurochocolate Perugia
Al cioccolato io non so resistere. Mi piace, in tutti i modi esso si presenti. Mi piace sgranocchiare una tavoletta, bere una tazza di cioccolata calda oppure mangiare una fetta di pane e Nutella. La adoro, non ci posso fare niente.
Prediligo quello bianco o al latte, anche se il fondente non mi dispiace neanche.
Mette il buon umore, mi carica, mi riscalda. Basta anche solo un quadratino per ottenere questo effetto.
Nella lista delle cose che dovrei fare prima o poi nella vita, una voce era riservata all’Eurochocolate di Perugia, la più grande (credo) manifestazione d’Italia dedicata al cioccolato.
Sono riuscita a realizzare questo piccolo sogno domenica mattina.
Quest’anno, l’Eurochocolate è iniziato lo scorso 14 ottobre e terminerà il 23.
Le vie di Perugia sembrano un po’ quelle del paese delle meraviglie in questi giorni: stand di cioccolato, pupazzi enormi che girano per le strade, cioccolato che cade quasi dal cielo (giuro) e gente che distribuisce gustosi omaggi.Un ottimo modo per sconfiggere il grande freddo perugino.
Se ne avete la possibilità, fateci un salto. Non ve ne pentirete.
Qualche consiglio: vestitevi pesanti, stile Polo Nord, con tanto di sciarpa e cappello e fate la chococard: avrete diversi omaggi che potrete ritirare nei vari stand. Costa sei euro e vi permette di fare la scorta di cioccolato per almeno una settimana. In ogni caso, seguite le ragazze che distribuiscono Cerealix: le vostre papille gustative faranno la ola!
Tutte le foto presenti in questo post sono state scattate dalla sottoscritta.



Prediligo quello bianco o al latte, anche se il fondente non mi dispiace neanche.
Mette il buon umore, mi carica, mi riscalda. Basta anche solo un quadratino per ottenere questo effetto.
Nella lista delle cose che dovrei fare prima o poi nella vita, una voce era riservata all’Eurochocolate di Perugia, la più grande (credo) manifestazione d’Italia dedicata al cioccolato.
Sono riuscita a realizzare questo piccolo sogno domenica mattina.
Quest’anno, l’Eurochocolate è iniziato lo scorso 14 ottobre e terminerà il 23.
Le vie di Perugia sembrano un po’ quelle del paese delle meraviglie in questi giorni: stand di cioccolato, pupazzi enormi che girano per le strade, cioccolato che cade quasi dal cielo (giuro) e gente che distribuisce gustosi omaggi.Un ottimo modo per sconfiggere il grande freddo perugino.
Se ne avete la possibilità, fateci un salto. Non ve ne pentirete.
Qualche consiglio: vestitevi pesanti, stile Polo Nord, con tanto di sciarpa e cappello e fate la chococard: avrete diversi omaggi che potrete ritirare nei vari stand. Costa sei euro e vi permette di fare la scorta di cioccolato per almeno una settimana. In ogni caso, seguite le ragazze che distribuiscono Cerealix: le vostre papille gustative faranno la ola!
Tutte le foto presenti in questo post sono state scattate dalla sottoscritta.
lunedì 19 settembre 2011
Viaggi in treno
Ultimamente uso fare i miei viaggi in treno, complici un po’ le diverse offerte che Trenitalia ha proposto in occasione dei 150 anni di unità d’Italia. Disagi a parte (e qui potrei scrivere un post intero), mi piace usare questo mezzo di trasporto.
Di solito, quando devo tornare in città, prendo un treno che parte prestissimo: in inverno addirittura è ancora buio quando esco di casa. Giro praticamente mezza Italia via rotaie e, sembrerà strano, ma il viaggio a volte passa più veloce di quanto si possa pensare. È che so come trascorrere le lunghe ore, o almeno ci provo. Porto con me l’immancabile libro e quando capita trovo anche compagni di viaggio interessanti, con cui parlare senza annoiarsi e senza troppe invadenze. Questa però, ho notato, è diventata una vera e propria fortuna. La maggior parte dei viaggiatori ormai neanche ti guarda in faccia: passa tutto il tempo con la testa china sul proprio computer, concentrati a fare chissà che. Succede soprattutto nelle varie Frecce.
Una volta ho viaggiato con un ragazzo italoaustriaco che avrà avuto la mia età. Una persona molto interessante, sveglia, gentile. L’ultima volta invece mi è capitata una ragazza in compagnia di due animali: un gatto piccolo, cieco da un occhio che cercava di dormire in una gabbietta apposita e un cane grande, dolcissimo. Temevo che il viaggio sarebbe stato un inferno: di solito capita di trascorrere ore e ore nei vari mezzi di trasporto con cani di piccola taglia che abbaiano tutto il tempo nervosi e pensavo fosse stata la stessa cosa. Invece, per fortuna, quel cane si è comportato da vero signore: silenzioso, obbediente alla sua padrona, ogni tanto mi si avvicinava per delle coccole munito di due occhi neri tenerissimi, talmente espressivi che sembrava parlassero.
Per il resto, adoro guardare fuori dal finestrino. Mi ritengo fortunata, in un certo senso: fare dei viaggi lunghi mi permette di girare praticamente mezza Italia, di vedere piccoli pezzi di città come Napoli, Roma, Firenze stando semplicemente seduta sulla mia poltroncina.
Nei pressi delle stazioni mi piace guardare quei palazzoni popolari, altissimi e magari un po’ scalcinati, con i balconcini stracariche di roba, con fili dei panni da asciugare pieni zeppi di vestiti e di lenzuola. Mi piace memorizzarli e tenerli come una sorta di punto di riferimento per il viaggio successivo. E la cosa strana è che vicino le stazioni, le case sembrano essere davvero tutte le stesse.
È come un tour turistico.
E alla fine, dopo un’intera giornata di viaggio, arrivo a destinazione. Stanca, è vero, è inevitabile. Però posso dire di aver visto mezza Italia, ma non i soliti posti, i soliti monumenti. Ho visto le zone anonime, quelle magari dimenticate; ho visto il mare e ho visto le colline verdi, ho sentito accenti di ogni tipo. E tutto questo stando comodamente seduta sulla mia poltroncina marrone di Trenitalia.
Di solito, quando devo tornare in città, prendo un treno che parte prestissimo: in inverno addirittura è ancora buio quando esco di casa. Giro praticamente mezza Italia via rotaie e, sembrerà strano, ma il viaggio a volte passa più veloce di quanto si possa pensare. È che so come trascorrere le lunghe ore, o almeno ci provo. Porto con me l’immancabile libro e quando capita trovo anche compagni di viaggio interessanti, con cui parlare senza annoiarsi e senza troppe invadenze. Questa però, ho notato, è diventata una vera e propria fortuna. La maggior parte dei viaggiatori ormai neanche ti guarda in faccia: passa tutto il tempo con la testa china sul proprio computer, concentrati a fare chissà che. Succede soprattutto nelle varie Frecce.
Una volta ho viaggiato con un ragazzo italoaustriaco che avrà avuto la mia età. Una persona molto interessante, sveglia, gentile. L’ultima volta invece mi è capitata una ragazza in compagnia di due animali: un gatto piccolo, cieco da un occhio che cercava di dormire in una gabbietta apposita e un cane grande, dolcissimo. Temevo che il viaggio sarebbe stato un inferno: di solito capita di trascorrere ore e ore nei vari mezzi di trasporto con cani di piccola taglia che abbaiano tutto il tempo nervosi e pensavo fosse stata la stessa cosa. Invece, per fortuna, quel cane si è comportato da vero signore: silenzioso, obbediente alla sua padrona, ogni tanto mi si avvicinava per delle coccole munito di due occhi neri tenerissimi, talmente espressivi che sembrava parlassero.
Per il resto, adoro guardare fuori dal finestrino. Mi ritengo fortunata, in un certo senso: fare dei viaggi lunghi mi permette di girare praticamente mezza Italia, di vedere piccoli pezzi di città come Napoli, Roma, Firenze stando semplicemente seduta sulla mia poltroncina.
Nei pressi delle stazioni mi piace guardare quei palazzoni popolari, altissimi e magari un po’ scalcinati, con i balconcini stracariche di roba, con fili dei panni da asciugare pieni zeppi di vestiti e di lenzuola. Mi piace memorizzarli e tenerli come una sorta di punto di riferimento per il viaggio successivo. E la cosa strana è che vicino le stazioni, le case sembrano essere davvero tutte le stesse.
È come un tour turistico.
E alla fine, dopo un’intera giornata di viaggio, arrivo a destinazione. Stanca, è vero, è inevitabile. Però posso dire di aver visto mezza Italia, ma non i soliti posti, i soliti monumenti. Ho visto le zone anonime, quelle magari dimenticate; ho visto il mare e ho visto le colline verdi, ho sentito accenti di ogni tipo. E tutto questo stando comodamente seduta sulla mia poltroncina marrone di Trenitalia.
venerdì 8 aprile 2011
Mio adorato venerdì
Verso le due sono tornata nella mia piccola casa, dopo una mattinata passata all’università. Ho aperto la porta e la prima cosa che ho fatto, appena dentro, è stato buttare la borsa a terra e il mio corpo, a peso morto, sul divano. Sono rimasta ferma, immobile, non so per quanto, a braccia aperte e faccia rivolta al soffitto.
È finita finalmente questa faticosa settimana. Una settimana di apprensione, di pensieri rivolti in posti troppo lontani, di leggera malinconia. Una settimana apparentemente tranquilla, ma in realtà tanto movimentata. Sono stati giorni in cui ho avuto paura di perdere qualcosa di veramente troppo caro. Giorni in cui dovevo affrontare una “prova” che poi non è andata come speravo.
Fare qualcosa, metterci tutto l’impegno di questo mondo e poi vedere che i risultati non sono proprio quelli sperati, mette tristezza.
Una tristezza che però lascia il tempo che trova.
È bastato un messaggio a farmi tornare un po’ di allegria, a ricordarmi che c’è qualcosa che vale molto più di un successo, grande o piccolo che sia.
... E chi se ne frega se le cose non sono andate come speravo, avere in questo mondo qualcuno che mi vuole bene: è questo il successo più grande.
Ho deciso che domani e domenica penserò solo a me stessa. Ho in mente una passeggiata al parco, un po' di sole, un giro in centro, la compagnia dei cari amici, la presentazione di un libro e poi... dulcis in fundo ... l'acquisto del biglietto per tornare in patria, sperando di trovare un posto libero da qualche parte e soprattutto di non prosciugare il mio conto per un solo viaggio...
È finita finalmente questa faticosa settimana. Una settimana di apprensione, di pensieri rivolti in posti troppo lontani, di leggera malinconia. Una settimana apparentemente tranquilla, ma in realtà tanto movimentata. Sono stati giorni in cui ho avuto paura di perdere qualcosa di veramente troppo caro. Giorni in cui dovevo affrontare una “prova” che poi non è andata come speravo.
Fare qualcosa, metterci tutto l’impegno di questo mondo e poi vedere che i risultati non sono proprio quelli sperati, mette tristezza.
Una tristezza che però lascia il tempo che trova.
È bastato un messaggio a farmi tornare un po’ di allegria, a ricordarmi che c’è qualcosa che vale molto più di un successo, grande o piccolo che sia.
... E chi se ne frega se le cose non sono andate come speravo, avere in questo mondo qualcuno che mi vuole bene: è questo il successo più grande.
Ho deciso che domani e domenica penserò solo a me stessa. Ho in mente una passeggiata al parco, un po' di sole, un giro in centro, la compagnia dei cari amici, la presentazione di un libro e poi... dulcis in fundo ... l'acquisto del biglietto per tornare in patria, sperando di trovare un posto libero da qualche parte e soprattutto di non prosciugare il mio conto per un solo viaggio...
venerdì 18 marzo 2011
Di partenze, di tempo e di rimorsi
Più passa il tempo, più mi rendo conto che questo non è mai abbastanza per fare tutto.
Sono tornata a casa dai miei per qualche giorno, principalmente perché non potevo perdermi determinati “eventi importanti”, ma anche per staccare un po’ la spina dalla quotidiana e frenetica vita universitaria.
L’intento era quello di riposare un po’, ricaricarmi e ripartire piena di energie.
Tra un po’ dovrò ripartire per la mia adorata-odiata città universitaria: la valigia è pronta, i biglietti anche. Mi viene spontaneo, ogni volta che devo affrontare questi tipi di viaggi, fare dei bilanci mentali su come ho trascorso i giorni a casa. La considerazione del momento è che il tempo, appunto, non è mai abbastanza.
Avevo in progetto tante cose da fare e alla fine ho portato a termine solo la metà degli “impegni”. Non sono riuscita ad andare a trovare una persona per me cara, neanche a telefonarle. Sembra assurdo, ma è così. Non mi sono certo dimenticata di lei, il pensiero di ogni giorno era quello di andare a trovarla, di vederla. Ogni giorno però, c’è stato sempre qualche intoppo che non mi ha permesso di andare da lei.
L’ho chiamata poco fa. È rimasta male, mi ha trattato con freddezza e con una punta di rabbia. Spiegarle i miei impegni è stato inutile.
Mi sono resa conto anche io del mio errore, del fatto che l’avere tante cose da fare non è una scusa valida per mettere gli affetti un po’ in secondo piano. Certo l’ho pensata, non mi sono dimenticata di lei, ma evidentemente questo non basta.
Parto con un po’ di tristezza, di dispiacere. E con una promessa: quella di non farmi mai più prendere totalmente dalle cose da fare fino a dimenticarmi delle persone a cui voglio bene.
Imparare è l’unica cosa positiva che ti può lasciare un errore.
Sono tornata a casa dai miei per qualche giorno, principalmente perché non potevo perdermi determinati “eventi importanti”, ma anche per staccare un po’ la spina dalla quotidiana e frenetica vita universitaria.
L’intento era quello di riposare un po’, ricaricarmi e ripartire piena di energie.
Tra un po’ dovrò ripartire per la mia adorata-odiata città universitaria: la valigia è pronta, i biglietti anche. Mi viene spontaneo, ogni volta che devo affrontare questi tipi di viaggi, fare dei bilanci mentali su come ho trascorso i giorni a casa. La considerazione del momento è che il tempo, appunto, non è mai abbastanza.
Avevo in progetto tante cose da fare e alla fine ho portato a termine solo la metà degli “impegni”. Non sono riuscita ad andare a trovare una persona per me cara, neanche a telefonarle. Sembra assurdo, ma è così. Non mi sono certo dimenticata di lei, il pensiero di ogni giorno era quello di andare a trovarla, di vederla. Ogni giorno però, c’è stato sempre qualche intoppo che non mi ha permesso di andare da lei.
L’ho chiamata poco fa. È rimasta male, mi ha trattato con freddezza e con una punta di rabbia. Spiegarle i miei impegni è stato inutile.
Mi sono resa conto anche io del mio errore, del fatto che l’avere tante cose da fare non è una scusa valida per mettere gli affetti un po’ in secondo piano. Certo l’ho pensata, non mi sono dimenticata di lei, ma evidentemente questo non basta.
Parto con un po’ di tristezza, di dispiacere. E con una promessa: quella di non farmi mai più prendere totalmente dalle cose da fare fino a dimenticarmi delle persone a cui voglio bene.
Imparare è l’unica cosa positiva che ti può lasciare un errore.
martedì 4 gennaio 2011
I ritorni
Una Macchina,
Un Intercity,
Una Freccia rossa,
Un Autobus,
Quattro stazioni diverse,
Dodici ore di viaggio.
Com’è strano svegliarsi la mattina in un posto e andare a dormire, la sera, mille chilometri più in là.
Fa freddo, si gela, non sono ancora abituata a queste temperature.
Le strade della città sono piene di luci, così come le vetrine dei negozi. Tutto è rimasto come l’ho lasciato. Appena sono arrivata ho avuto come l’impressione che ancora dovessi partire per le vacanze di Natale, mi sembra di non essermele godute per niente, di non averle vissute.
Ma non ho tempo per lasciarmi risucchiare dalla malinconia. Da domani si ricomincia.
Un Intercity,
Una Freccia rossa,
Un Autobus,
Quattro stazioni diverse,
Dodici ore di viaggio.
Com’è strano svegliarsi la mattina in un posto e andare a dormire, la sera, mille chilometri più in là.
Fa freddo, si gela, non sono ancora abituata a queste temperature.
Le strade della città sono piene di luci, così come le vetrine dei negozi. Tutto è rimasto come l’ho lasciato. Appena sono arrivata ho avuto come l’impressione che ancora dovessi partire per le vacanze di Natale, mi sembra di non essermele godute per niente, di non averle vissute.
Ma non ho tempo per lasciarmi risucchiare dalla malinconia. Da domani si ricomincia.
lunedì 20 dicembre 2010
Viaggiare
Viaggio per me è anche un po' di fatica, considerando le innumervoli ore che mi servono per tornare a casa.
Fatica che come per magia svanisce tutta ad un tratto quando dall’alto del ponte vedo il mio mare: sospiro, sorrido e lui mi dà il benvenuto: è lì che capisco di essere arrivata.
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