Lasciare una casa implica il dover mettersi d’impegno a cercarne un’altra.
Un’altra che:
- L’affitto non sia troppo alto;
- I coinquilini non siano dei terroristi;
- Sia centrale al punto giusto.
Sembrerebbero pretese di poco conto, qualcosa di tranquillo. Un’attività non troppo impegnativa. Per cui mi sono messa sotto, iniziando la mia ricerca. Ho visionato un paio di case, scegliendo alla fine quella che pensavo fosse migliore. Accontentandomi anche un po’, a dire il vero.
Nel mio tour mi sono tanto divertita quanto meravigliata della varietà del genere umano.
Sono capitata in una casa pericolante, con più posacenere in giro che persone; con una stanza che sì, era addirittura grande quanto tutto l’appartamento in cui vivevo prima, ma era talmente tanto vecchia e messa male che ho iniziato a temere che dentro ci fossero dei topi e che potessero spuntare fuori da un momento all’altro.
La seconda casa degna di nota era un appartamento appartenuto ad una vecchia ormai morta, con tanto di soffitti alti, lampadari e mobili antichi e un odore di passato che quasi dava la nausea. Un posto che metteva ansia, aumentata dalla consapevolezza che probabilmente lì dentro fosse una morta una persona qualche mese prima.
Merita menzione l’allegra telefonata avuta con una padrona di casa, la quale era disposta ad affittarmi una camera per “la settimana corta”, in quanto se avessi avuto bisogno di starci dentro anche durante il weekend, avrei dovuto pagare di più. Padrona di casa che quando è venuta a conoscenza delle mie origini terrone ha fortunatamente tagliato corto, lasciandomi con il pressante interrogativo di come possa essere fatto un contratto del genere.
Mi sono invece lasciata sfuggire la casa perfetta. Quella in cui la camera era immensa, in una parte “isolata” della casa, centralissima, ad un prezzo più che ragionevole. Mi lasciava perplessa il fatto di doverla condividere con altri due studentI, in quanto – essendo io una maniaca dell’ordine e della pulizia – temevo di dovermi scontrare con il notorio caos maschile. Ho impiegato circa mezza giornata a pensarci su, ma quando ho richiamato il proprietario, la camera era stata già affittata ad altra gente ben meno dubbiosa di me.
E così ora sono in una casa nuova, in una stanza che ho provato a personalizzare il più possibile per cercare di sentirmi meno spaesata. C’è una finestra grande, sopra la scrivania. Se alzo gli occhi dal computer vedo due alberi sempreverdi: uno a destra ed uno a sinistra, pronti ad incorniciare la visuale col loro verde.
Per adesso non si registrano strani accadimenti tra i coinquilini, con i quali mi trovo abbastanza a mio agio.
Ogni tanto vorrei rivendicare il silenzio che tanto mi piace, rintanarmi in camera appena tornata dal lavoro senza sentire voci e senza proferire parola. Poi però vedo loro, sereni, contenti, a raccontarsi vicende più o meno interessanti in cucina, davanti ad una tazza di thé e lì capisco che forse, in fondo, per un paio di mesi, loro saranno la mia sorta di famiglia anomala.
E sì, è vero. Ogni tanto rivendico il mio silenzio, la mia pace, in ossequio a quella parte del mio carattere mi ha sempre contraddistinto. Loro però hanno un brio che travolge.
Si ride sempre, qui. I malumori e le tristezze non sono mai le benvenute. Si mischiano accenti, nazionalità, abitudini, passioni. Le tavole sono un mix di sapori inconsueti, di cibi ipercalorici che Dio solo sa come riuscirò a smaltire tutti questi carboidrati. I pranzi e le cene non sono più un piccolo, veloce momento delle mie giornate, un triste miscuglio insensato di non più di due alimenti integrali a pasto, sconditi e sciapi.
Si sentono sapori, in questi casa.
Odori.
Di panni puliti, della candeggina e del caffè che qui si usano come l’acqua, di sigarette, di candele profumate rigorosamente Ikea.
Mi auguro che l’armonia qui dentro duri ancora, che non sia solo l’entusiasmo degli inizi. I presupposti affinché tutto ciò rimanga ci sono, l’impegno per farli crescere anche.
Qui si incrociano le dita e ci si gode tutto quanto.
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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giovedì 7 novembre 2013
domenica 15 settembre 2013
Cercare casa (Parte I)
Tra i vari imprevisti propri di questo periodo, c’è stata la ricerca di una casa, evento che ho vissuto, per così dire, sia attivamente che passivamente.
Attivamente nel senso che cercavo un tetto sotto il quale condurre parte della mia esistenza, passivamente in quanto quella che per cinque,velocissimi anni è stata casa mia si appresta a diventare l’alloggio di altra gente.
Il pellegrinaggio passivo, da queste parti, è iniziato ai primi di luglio, quando la mia padrona di casa ha cominciato a distribuire per la città fogli con su scritto che affittava questo fantastico buco di appartamento. Da qui ha avuto inizio il via-vai di gente, ad ogni ora del giorno. Quelle che sono passate sotto ai miei occhi sono persone di ogni tipo: studenti, studentesse, matricole, gente avanti con l’età, professori, badanti russe che si facevano capire a gesti, giovani coppie, un uomo che aveva tutta l’aria di essere stato cacciato di casa. Il resto sono sconosciuti, venuti qui quando io ero altrove.
Quelli che mi sono rimasti più impressi sono le matricole genitori-munite. Uno in particolare, arrivato qui con madre e sorella al seguito. Lui non ha proferito verbo, la madre invece ha rotto per quindici minuti buoni con una raffica di domande più o meno opportune. Ha varcato la soglia guardandosi intorno con aria indagatrice e sospettosa, si è fiondata all’angolo cottura iniziando ad aprire i miei scaffali e rimanendo visibilmente delusa quando al loro interno ha trovato le mie cibarie integrali e tristi, mentre io ero lì, in un angolino, a far finta di scrivere messaggi e a cercare disperatamente di non scoppiare a ridere o (peggio) di iniziare ad insultarla. Tra le altre domande, ne meritano menzione tre:
1. L’attenzione maniacale per le prese di casa. La presa per il pc, quella per la tv. Ed internet. Benedetto internet. Immagino già che telefonate via Skype, every night.
2. L’igiene del figlio. Ergo un attento controllo sullo stato della lavatrice, sulla capienza, sulla possibilità di installare uno stendino dove mettere ad asciugare i panni del pargolo, nel terrazzo di casa. Terrazzo a scopo visibilmente ed unicamente ornamentale.
3. Gli armadi. Ce ne sono due in casa, per due persone. Due donne non hanno mai avuto problemi di armadi, in questi tempi. A lui, un ragazzo neanche un po’ figo, due armadi non bastano.
L’altra matricola (una ragazza accompagnata da madre e padre) è spuntata qui all’improvviso, senza un minimo di preavviso. Lei, i genitori e la padrona di casa, hanno suonato alle quattro del pomeriggio, in una di quelle giornate calde da star male, trovandomi in pigiama estivo, ergo mezza nuda, capelli raccolti e occhiali, mentre ero intenta a farmi mezz’ora di sonno prima dello studio, dopo sei ore di lavoro. Mi hanno colpito i suoi genitori, le loro attenzioni espresse nella misura giusta. Amorevoli, delicate, non opprimenti. Le loro domande bilanciate, dirette, i loro sorrisi, il loro scusarsi per avermi “disturbata”. E la ragazza tranquilla, beata, si guardava intorno meravigliata e preoccupata quanto basta. Con quello stupore proprio di chi sta per iniziare una vita nuova, in un posto nuovo e non sa come andrà.
Viste le innumerevoli e successive visite all’appartamento, direi che non ha concluso alcun contratto.
E sapete, un po’ mi dispiace.
Sarebbe stata l’inquilina perfetta di questo appartamento grande quanto tutto il salone della mia casa giù. Queste mura, forse, l’avrebbero tranquillizzata e fatta sentire al sicuro. Come è successo a me.
L’avrebbero accolta bene, la sera, dopo una giornata di lezioni. In inverno, quando fuori piove e fa freddo. O le mattine d’estate, quando aprendo le finestre, la luce avrebbe riempito le sue due stanze. Il divano avrebbe retto il peso della sua stanchezza, ristorandola a dovere. E il cane dei dirimpettai l’avrebbe fatta sorridere facendo capolino sul terrazzo, la mattina di domenica.
Questa casa mi mancherà.
Mi mancherà tanto.
Attivamente nel senso che cercavo un tetto sotto il quale condurre parte della mia esistenza, passivamente in quanto quella che per cinque,velocissimi anni è stata casa mia si appresta a diventare l’alloggio di altra gente.
Il pellegrinaggio passivo, da queste parti, è iniziato ai primi di luglio, quando la mia padrona di casa ha cominciato a distribuire per la città fogli con su scritto che affittava questo fantastico buco di appartamento. Da qui ha avuto inizio il via-vai di gente, ad ogni ora del giorno. Quelle che sono passate sotto ai miei occhi sono persone di ogni tipo: studenti, studentesse, matricole, gente avanti con l’età, professori, badanti russe che si facevano capire a gesti, giovani coppie, un uomo che aveva tutta l’aria di essere stato cacciato di casa. Il resto sono sconosciuti, venuti qui quando io ero altrove.
Quelli che mi sono rimasti più impressi sono le matricole genitori-munite. Uno in particolare, arrivato qui con madre e sorella al seguito. Lui non ha proferito verbo, la madre invece ha rotto per quindici minuti buoni con una raffica di domande più o meno opportune. Ha varcato la soglia guardandosi intorno con aria indagatrice e sospettosa, si è fiondata all’angolo cottura iniziando ad aprire i miei scaffali e rimanendo visibilmente delusa quando al loro interno ha trovato le mie cibarie integrali e tristi, mentre io ero lì, in un angolino, a far finta di scrivere messaggi e a cercare disperatamente di non scoppiare a ridere o (peggio) di iniziare ad insultarla. Tra le altre domande, ne meritano menzione tre:
1. L’attenzione maniacale per le prese di casa. La presa per il pc, quella per la tv. Ed internet. Benedetto internet. Immagino già che telefonate via Skype, every night.
2. L’igiene del figlio. Ergo un attento controllo sullo stato della lavatrice, sulla capienza, sulla possibilità di installare uno stendino dove mettere ad asciugare i panni del pargolo, nel terrazzo di casa. Terrazzo a scopo visibilmente ed unicamente ornamentale.
3. Gli armadi. Ce ne sono due in casa, per due persone. Due donne non hanno mai avuto problemi di armadi, in questi tempi. A lui, un ragazzo neanche un po’ figo, due armadi non bastano.
L’altra matricola (una ragazza accompagnata da madre e padre) è spuntata qui all’improvviso, senza un minimo di preavviso. Lei, i genitori e la padrona di casa, hanno suonato alle quattro del pomeriggio, in una di quelle giornate calde da star male, trovandomi in pigiama estivo, ergo mezza nuda, capelli raccolti e occhiali, mentre ero intenta a farmi mezz’ora di sonno prima dello studio, dopo sei ore di lavoro. Mi hanno colpito i suoi genitori, le loro attenzioni espresse nella misura giusta. Amorevoli, delicate, non opprimenti. Le loro domande bilanciate, dirette, i loro sorrisi, il loro scusarsi per avermi “disturbata”. E la ragazza tranquilla, beata, si guardava intorno meravigliata e preoccupata quanto basta. Con quello stupore proprio di chi sta per iniziare una vita nuova, in un posto nuovo e non sa come andrà.
Viste le innumerevoli e successive visite all’appartamento, direi che non ha concluso alcun contratto.
E sapete, un po’ mi dispiace.
Sarebbe stata l’inquilina perfetta di questo appartamento grande quanto tutto il salone della mia casa giù. Queste mura, forse, l’avrebbero tranquillizzata e fatta sentire al sicuro. Come è successo a me.
L’avrebbero accolta bene, la sera, dopo una giornata di lezioni. In inverno, quando fuori piove e fa freddo. O le mattine d’estate, quando aprendo le finestre, la luce avrebbe riempito le sue due stanze. Il divano avrebbe retto il peso della sua stanchezza, ristorandola a dovere. E il cane dei dirimpettai l’avrebbe fatta sorridere facendo capolino sul terrazzo, la mattina di domenica.
Questa casa mi mancherà.
Mi mancherà tanto.
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