Quando raggiungi i fatidici diciotto anni e fai la valigia per andare via a studiare - risorse economiche e tutto il resto permettendo - non sai mai cosa ti attende, a quale vita andrai incontro. Cosa ti mancherà, cosa meno.
Quando sono andata via da casa, io avevo una paura che ancora ricordo come se fosse stato ieri, quel giorno. Lasciare tutti era difficile, indubbiamente. Affetti, persone, animali.
Non pensavo, però, che a mancarmi tantissimo sarebbe stato il mare, forse più di ogni altra cosa.
Le persone le senti, sai tutto di tutti anche se ci metti di mezzo mille chilometri. Il gatto te lo passano al telefono, ti dicono se muove le orecchie o se struscia la sua testolina contro l'apparecchio.
Il mare, quello no.
Possono raccontarti, dirti se è calmo, agitato, liscio come l'olio, se sembra un lago o l'inferno delle onde. Se fa danni con la sua potenza, se è pulito e cristallino.
Le parole però non saranno mai abbastanza, così come le foto che ti faranno sentire ancora più sola, orfana delle sue onde quando a luglio, la domenica, tutti se lo stanno gustando e tu hai davanti agli occhi una pozza verde indegna di essere chiamata allo stesso modo.
Ogni anno aspetto agosto come un miracolo.
Si, vanno bene le ferie, le vacanze. La lontananza dalla routine, dalle facce che vedi tutti i giorni per un anno intero.
Io, però, attendo agosto per lui, per il mare.
Come lui, nessuno mai.
Con cosa potrei mai sostituire la sensazione dei piedi che affondano sulla sabbia? Il freddo dell'acqua, i brividi dietro la schiena ogni volta che ti ci immergi? E il sapore, l'odore di quel sale che ti rimane attaccato alla pelle scottata dal sole?
Cura di ogni male, ricchezza per chi vive grazie a lui. Estasi, relax. Amore. Musica.
E' un miracolo il mare. Il mio. E per me lo è sempre stato.
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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lunedì 31 agosto 2015
Il mare, il mio miracolo
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domenica 24 agosto 2014
Il tempo vola
Il tempo vola.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.
Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.
Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.
Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.
E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.
Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.
Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.
Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.
E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.
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giovedì 14 agosto 2014
Estate
Sono tornata al punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
Ho fatto la valigia, l’ho caricata a più non posso con la scusa che sarei rimasta via un mese intero, riempiendola dell’utile e del meno utile con l’illusione che tutto lì dentro sarebbe stato indispensabile. Mi ci sono seduta sopra, alla fine, per chiuderla.
Il peso non mi spaventava: ho braccia abbastanza forti e un’esperienza di carichi e scarichi da annotare su qualche improbabile cv. E poi questa volta non ero sola a dover portare quel carico enorme da un treno all’altro. Questa volta c’era lui.
L’ho portato con me, al mio punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
L’ho portato con me perché ad un certo punto – tra le altre cose – ho pensato che le parole non bastassero più. Che non fosse più sufficiente spiegargli a voce quanto fosse bello il mio mare, quante emozioni potesse regalarmi un tramonto o quanto chiassosa e battagliera fosse la mia famiglia, quanto dolci i miei amici.
C’era bisogno di qualcosa in più, c’era bisogno di vedere tutto questo: di fermarsi a sentire il rumore del mare o vederci i propri piedi dentro senza sforzo alcuno. C’era bisogno di alzare il naso all’insù e lasciarsi confondere dalle troppe bellezze del mio paese. C’era bisogno di sentire i miei racconti, i miei ricordi, la storia della mia famiglia, come sottofondo di tutto quello che lo avrebbe circondato.
E così è stato.
Gli ho fatto conoscere tutti: la mia famiglia chiassosa insieme ai suoi silenzi, ai suoi vuoti o alle troppe parole. I miei amici, nessuno escluso. Qualche professore, qualche maestra d’asilo, qualche vicino di casa, qualcuno che nel bene o nel male ha incrociato la mia vita negli anni passati.
Li incontravo, così per caso nelle vie, li salutavo, glieli presentavo e quando andavano via gli raccontavo i miei ricordi legati a quelle persone.
Adesso, forse, mi conosce di più.
E adesso, forse, mi conosco meglio anche io.
E la particolarità di tutto ciò è stato il fatto che vederlo qui, tra la mia gente, non mi è sembrata affatto una novità. Mi è sembrato che lui qui ci fosse sempre stato.
Adesso le mie giornate nascono e muoiono al mare. Ho preso i chili che avevo perso, con sommo dispiacere. Sono diventata nera, come ogni anno. Ho lasciato l’orologio in valigia, lo stesso che qualche settimana fa ritenevo fosse per me indispensabile. Cammino senza correre, mi fermo a guardare i tramonti e a fotografare tutto quello che mi piace. Faccio colazione sul terrazzo, mi sveglio quando capita e dormo nove ore a notte.
Sono in vacanza e non capitava da un po’.
Mi sono ritrovata, ma non ancora del tutto.
È che io di solito mi perdo, in inverno, tra la pioggia e il tempo grigio.
Quest’anno mi sono persa più del solito e così non è andato per niente bene.
Adesso bisogna che ricomponga i tasselli, li metta tutti al loro posto.
Un po’ ci sono riuscita, ma il quadro non è ancora completo.
Mi serve il mare, ancora per un po’.
Ho fatto la valigia, l’ho caricata a più non posso con la scusa che sarei rimasta via un mese intero, riempiendola dell’utile e del meno utile con l’illusione che tutto lì dentro sarebbe stato indispensabile. Mi ci sono seduta sopra, alla fine, per chiuderla.
Il peso non mi spaventava: ho braccia abbastanza forti e un’esperienza di carichi e scarichi da annotare su qualche improbabile cv. E poi questa volta non ero sola a dover portare quel carico enorme da un treno all’altro. Questa volta c’era lui.
L’ho portato con me, al mio punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
L’ho portato con me perché ad un certo punto – tra le altre cose – ho pensato che le parole non bastassero più. Che non fosse più sufficiente spiegargli a voce quanto fosse bello il mio mare, quante emozioni potesse regalarmi un tramonto o quanto chiassosa e battagliera fosse la mia famiglia, quanto dolci i miei amici.
C’era bisogno di qualcosa in più, c’era bisogno di vedere tutto questo: di fermarsi a sentire il rumore del mare o vederci i propri piedi dentro senza sforzo alcuno. C’era bisogno di alzare il naso all’insù e lasciarsi confondere dalle troppe bellezze del mio paese. C’era bisogno di sentire i miei racconti, i miei ricordi, la storia della mia famiglia, come sottofondo di tutto quello che lo avrebbe circondato.
E così è stato.
Gli ho fatto conoscere tutti: la mia famiglia chiassosa insieme ai suoi silenzi, ai suoi vuoti o alle troppe parole. I miei amici, nessuno escluso. Qualche professore, qualche maestra d’asilo, qualche vicino di casa, qualcuno che nel bene o nel male ha incrociato la mia vita negli anni passati.
Li incontravo, così per caso nelle vie, li salutavo, glieli presentavo e quando andavano via gli raccontavo i miei ricordi legati a quelle persone.
Adesso, forse, mi conosce di più.
E adesso, forse, mi conosco meglio anche io.
E la particolarità di tutto ciò è stato il fatto che vederlo qui, tra la mia gente, non mi è sembrata affatto una novità. Mi è sembrato che lui qui ci fosse sempre stato.
Adesso le mie giornate nascono e muoiono al mare. Ho preso i chili che avevo perso, con sommo dispiacere. Sono diventata nera, come ogni anno. Ho lasciato l’orologio in valigia, lo stesso che qualche settimana fa ritenevo fosse per me indispensabile. Cammino senza correre, mi fermo a guardare i tramonti e a fotografare tutto quello che mi piace. Faccio colazione sul terrazzo, mi sveglio quando capita e dormo nove ore a notte.
Sono in vacanza e non capitava da un po’.
Mi sono ritrovata, ma non ancora del tutto.
È che io di solito mi perdo, in inverno, tra la pioggia e il tempo grigio.
Quest’anno mi sono persa più del solito e così non è andato per niente bene.
Adesso bisogna che ricomponga i tasselli, li metta tutti al loro posto.
Un po’ ci sono riuscita, ma il quadro non è ancora completo.
Mi serve il mare, ancora per un po’.
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sabato 15 febbraio 2014
"Sento il mare dentro una conchiglia"*
Ci sono momenti in cui mi odio.
Odio il carattere che mi ritrovo, o alcune parti di esso. Quando sembro scontrosa, imbronciata, scocciata, insofferente. Quando quello che mi circonda mi dà fastidio, quando non riesco ad apprezzare le persone che mi stanno accanto.
E così mi piace stare da sola, rintanarmi nella mia camera e non fare niente. Isolarmi un po’ dal mondo, sola con quei pensieri da risolvere, senza sapere da dove cominciare. Oppure mi piace camminare, senza nessuno accanto, senza meta. Vagare per la città, evitando possibilmente i posti dove so di poter incontrare qualcuno che mi conosce. Dimenticarmi volutamente il cellulare in borsa, silenzioso. Prelevarlo solo ogni tanto, per evitare che qualcuno si preoccupi ingiustificatamente della mia assenza.
Oggi mi sono ritrovata in un negozio di quelli enormi, dove vendono solo prodotti per l’igiene della casa e della persona. Mi piace coccolarmi la sera, dopo giornatacce di lavoro intenso, buttandomi di corsa sotto una doccia bollente con un bagnoschiuma profumato.
Oggi sono andata a cercarne un altro, di bagnoschiuma. Ho ponderato la mia scelta per un quarto d’ora abbondante, annusando furtivamente tutte le confezioni, cercando di non essere beccata in flagrante da qualche commessa più acida di me. Alla fine la mia scelta è ricaduta su uno alla vaniglia, con la confezione di un giallo un po’ spento.
Nel tragitto verso la cassa ho adocchiato un espositore di creme solari, le ho guardate distrattamente pensando a quanto fossero fuori luogo, in pieno febbraio. Potrebbero essere l’acquisto perfetto di quella strana gente che va in vacanza nelle località esotiche in pieno inverno e se ne vanta apertamente con amici e colleghi. Odio anche quella gente, sempre. O forse la invidio, perché loro possono ed io no.
E mentre formulo pensieri acidi, verso persone che neanche conosco, alla radio sento una canzone che mi ricorda l’estate. Così, a tradimento. O forse a sorpresa.
Leggermente divertita dalla cosa, decido di fare dietro front. Vado di nuovo verso l’espositore delle creme solari, ne afferro una blu, quella che di solito uso in estate. L’apro, ne sento l’odore ad occhi chiusi, per un attimo, quello che basta ad accendere i ricordi. Poi poso tutto, torno alla realtà, pago ed esco.
Torno a casa e mi odio un po’ meno.
Odio un po’ meno sia me che gli altri.
E decido che l’unico modo per stare meglio è andare al mare più vicino domani, fregandomene degli innumerevoli chilometri da fare, non curandomi del fatto che sia totalmente diverso dal mio.
Con la speranza che sia possibile, con l’augurio che il suo odore, la sua brezza, possano in qualche modo riconciliarmi con il mondo.
*Estate - Jovanotti
Odio il carattere che mi ritrovo, o alcune parti di esso. Quando sembro scontrosa, imbronciata, scocciata, insofferente. Quando quello che mi circonda mi dà fastidio, quando non riesco ad apprezzare le persone che mi stanno accanto.
E così mi piace stare da sola, rintanarmi nella mia camera e non fare niente. Isolarmi un po’ dal mondo, sola con quei pensieri da risolvere, senza sapere da dove cominciare. Oppure mi piace camminare, senza nessuno accanto, senza meta. Vagare per la città, evitando possibilmente i posti dove so di poter incontrare qualcuno che mi conosce. Dimenticarmi volutamente il cellulare in borsa, silenzioso. Prelevarlo solo ogni tanto, per evitare che qualcuno si preoccupi ingiustificatamente della mia assenza.
Oggi mi sono ritrovata in un negozio di quelli enormi, dove vendono solo prodotti per l’igiene della casa e della persona. Mi piace coccolarmi la sera, dopo giornatacce di lavoro intenso, buttandomi di corsa sotto una doccia bollente con un bagnoschiuma profumato.
Oggi sono andata a cercarne un altro, di bagnoschiuma. Ho ponderato la mia scelta per un quarto d’ora abbondante, annusando furtivamente tutte le confezioni, cercando di non essere beccata in flagrante da qualche commessa più acida di me. Alla fine la mia scelta è ricaduta su uno alla vaniglia, con la confezione di un giallo un po’ spento.
Nel tragitto verso la cassa ho adocchiato un espositore di creme solari, le ho guardate distrattamente pensando a quanto fossero fuori luogo, in pieno febbraio. Potrebbero essere l’acquisto perfetto di quella strana gente che va in vacanza nelle località esotiche in pieno inverno e se ne vanta apertamente con amici e colleghi. Odio anche quella gente, sempre. O forse la invidio, perché loro possono ed io no.
E mentre formulo pensieri acidi, verso persone che neanche conosco, alla radio sento una canzone che mi ricorda l’estate. Così, a tradimento. O forse a sorpresa.
Leggermente divertita dalla cosa, decido di fare dietro front. Vado di nuovo verso l’espositore delle creme solari, ne afferro una blu, quella che di solito uso in estate. L’apro, ne sento l’odore ad occhi chiusi, per un attimo, quello che basta ad accendere i ricordi. Poi poso tutto, torno alla realtà, pago ed esco.
Torno a casa e mi odio un po’ meno.
Odio un po’ meno sia me che gli altri.
E decido che l’unico modo per stare meglio è andare al mare più vicino domani, fregandomene degli innumerevoli chilometri da fare, non curandomi del fatto che sia totalmente diverso dal mio.
Con la speranza che sia possibile, con l’augurio che il suo odore, la sua brezza, possano in qualche modo riconciliarmi con il mondo.
*Estate - Jovanotti
martedì 3 settembre 2013
Mesi che finiscono, progetti che si stravolgono
I mesi finiscono, la vita continua e a volte ti sorprende.
Mesi fa scrivevo che ero alla ricerca di quell’evento bello e sconvolgente, positivo ed inaspettato che stravolgesse la mia, di vita. Ero alla ricerca di una di quelle cose che non ti aspetti, che succedono all’improvviso e ti lasciano il sorriso in faccia.
Agosto è finito ed è stato il mese più strano che abbia mai vissuto fino ad ora. Ventitre anni fa, ad agosto, toccavo per la prima volta l’acqua del mare e probabilmente iniziava lì la mia infinita storia d’amore con le onde cristalline. Ho passato intere estati in spiaggia, a scottarmi sotto al sole forte, a leggere, ad ascoltare musica, a stare semplicemente in silenzio guardando il mare. Ho scritto abbastanza di questo nostro rapporto – mio e del mare – che quasi ha del morboso. Questo attaccamento quasi ossessivo, questo modo di rilassarmi impareggiabile.
Ecco, questo è stato l’agosto più strano della mia vita anche perché le volte in cui sono stata al mare si contano sulle dita di una mano. In altre condizioni sarei stata triste per il fatto di esserci stata lontana, per non essere riuscita a godermelo come meritava, per non avergli dato le attenzioni che gli ho sempre riservato.
Quest’anno è stato diverso.
Agosto mi ha vista seduta al tavolo di una biblioteca, sempre sommersa tra le carte, sempre con il computer acceso davanti a cercare di scrivere righe sensate di tesi e a chiedermi il motivo che mi ha spinta, cinque anni fa, a scegliere questa facoltà, oltre che il motivo che mi ha portata, qualche mese fa, a scegliere di concludere il mio percorso con una materia del genere e non aver ripiegato su qualcosa che fosse indubbiamente più semplice.
Mi ha vista fissare ed essere fissata da quelli che con molta probabilità sono gli occhi più belli che abbia mai visto nella mia vita,perdermi nel loro blu e non uscirne più.
Ero quella dalla razionalità esasperata, io. La cinica che alla favola dell’amore poteva credere solo fino alla curva. Quella che “i piedi devono stare per terra sempre”, quella che di solito perdeva la testa per qualche tempo e poi tornava in sé ancora più convinta di prima che l’amore fosse una grande cazzata. Ero quella che “i colpi di fulmine succedono solo nei film”, ero quella che sogni-del-genere-anche-no.
E poi non mi sono più riconosciuta.
Ho passato giorni interi a cercarmi e a non trovarmi da nessuna altra parte. Giorni in cui non riconoscevo i pensieri che formulavo, giorni strani. Di sorrisi al vuoto, di telefoni in mano e di un cuore che così forte non ha battuto mai. Non sapevo cosa mi stesse succedendo, ne avevo un’idea vaga, cercavo una conferma.
L’ho trovata, l’abbiamo trovata.
Adesso mi piace guardarlo studiare con la concentrazione di chi sta scoprendo una formula matematica che salverà il mondo, borbottare da solo con il libro davanti. Oppure mi piace vederlo impastare con energia la pizza più buona che abbia mai mangiato. Mi piace perdermi tra le sue braccia, sentire il suo profumo sulla mia pelle e leggere i suoi messaggi quando mi sveglio. Le sue attenzioni, la sua timidezza, il suo accento di qua, le rughe che gli si formano agli angoli degli occhi quando sorride.
Non mi riconosco, è vero. Non so dove tutto questo mi porterà, non se finirà, se continuerà. Non so se le scelte che sto facendo si riveleranno giuste. Non lo sa nessuno.
Quello che mi sta succedendo è una cosa del tutto nuova. È quella cosa inaspettatamente bella che tempo fa mi sono resa conto di cercare e che è arrivata proprio nel momento meno pensabile, quando iniziavo a fare gli scatoloni, quando i miei precari progetti stavano per portare la mia vita altrove, ancora più lontano, ancora una volta.
Mesi fa scrivevo che ero alla ricerca di quell’evento bello e sconvolgente, positivo ed inaspettato che stravolgesse la mia, di vita. Ero alla ricerca di una di quelle cose che non ti aspetti, che succedono all’improvviso e ti lasciano il sorriso in faccia.
Agosto è finito ed è stato il mese più strano che abbia mai vissuto fino ad ora. Ventitre anni fa, ad agosto, toccavo per la prima volta l’acqua del mare e probabilmente iniziava lì la mia infinita storia d’amore con le onde cristalline. Ho passato intere estati in spiaggia, a scottarmi sotto al sole forte, a leggere, ad ascoltare musica, a stare semplicemente in silenzio guardando il mare. Ho scritto abbastanza di questo nostro rapporto – mio e del mare – che quasi ha del morboso. Questo attaccamento quasi ossessivo, questo modo di rilassarmi impareggiabile.
Ecco, questo è stato l’agosto più strano della mia vita anche perché le volte in cui sono stata al mare si contano sulle dita di una mano. In altre condizioni sarei stata triste per il fatto di esserci stata lontana, per non essere riuscita a godermelo come meritava, per non avergli dato le attenzioni che gli ho sempre riservato.
Quest’anno è stato diverso.
Agosto mi ha vista seduta al tavolo di una biblioteca, sempre sommersa tra le carte, sempre con il computer acceso davanti a cercare di scrivere righe sensate di tesi e a chiedermi il motivo che mi ha spinta, cinque anni fa, a scegliere questa facoltà, oltre che il motivo che mi ha portata, qualche mese fa, a scegliere di concludere il mio percorso con una materia del genere e non aver ripiegato su qualcosa che fosse indubbiamente più semplice.
Mi ha vista fissare ed essere fissata da quelli che con molta probabilità sono gli occhi più belli che abbia mai visto nella mia vita,perdermi nel loro blu e non uscirne più.
Ero quella dalla razionalità esasperata, io. La cinica che alla favola dell’amore poteva credere solo fino alla curva. Quella che “i piedi devono stare per terra sempre”, quella che di solito perdeva la testa per qualche tempo e poi tornava in sé ancora più convinta di prima che l’amore fosse una grande cazzata. Ero quella che “i colpi di fulmine succedono solo nei film”, ero quella che sogni-del-genere-anche-no.
E poi non mi sono più riconosciuta.
Ho passato giorni interi a cercarmi e a non trovarmi da nessuna altra parte. Giorni in cui non riconoscevo i pensieri che formulavo, giorni strani. Di sorrisi al vuoto, di telefoni in mano e di un cuore che così forte non ha battuto mai. Non sapevo cosa mi stesse succedendo, ne avevo un’idea vaga, cercavo una conferma.
L’ho trovata, l’abbiamo trovata.
Adesso mi piace guardarlo studiare con la concentrazione di chi sta scoprendo una formula matematica che salverà il mondo, borbottare da solo con il libro davanti. Oppure mi piace vederlo impastare con energia la pizza più buona che abbia mai mangiato. Mi piace perdermi tra le sue braccia, sentire il suo profumo sulla mia pelle e leggere i suoi messaggi quando mi sveglio. Le sue attenzioni, la sua timidezza, il suo accento di qua, le rughe che gli si formano agli angoli degli occhi quando sorride.
Non mi riconosco, è vero. Non so dove tutto questo mi porterà, non se finirà, se continuerà. Non so se le scelte che sto facendo si riveleranno giuste. Non lo sa nessuno.
Quello che mi sta succedendo è una cosa del tutto nuova. È quella cosa inaspettatamente bella che tempo fa mi sono resa conto di cercare e che è arrivata proprio nel momento meno pensabile, quando iniziavo a fare gli scatoloni, quando i miei precari progetti stavano per portare la mia vita altrove, ancora più lontano, ancora una volta.
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martedì 26 febbraio 2013
Ritorni
Le elezioni sono un valido motivo per tornare a casa, usufruendo tra l'altro di un mega sconto sui treni, tale che il costo dei viaggi raggiunga livelli normali. Della serie che posso tranquillamente prendere un treno senza dovermi vendere un rene.
Si parte col caos da Apocalisse alla stazione perché oltre al weekend ci sono le elezioni. Oltre alle elezioni pare ci sia l'ultima Messa del Papa e la gente non può certo perdersela. E oltre a weekend, elezioni e Papa ci sono in media venti centimetri di neve in tutto il Nord Italia.
Basta questo a fare andare la gente nel panico, me inclusa. Tutti incollati davanti agli schermi degli orari, a lamentarsi dei venti minuti medi di ritardo per ogni Freccia proveniente dal Nord.
Il Mondo sta andando a rotoli, lo sapevate? Tutte le certezze della mia breve esistenza sono venute meno quando ho saputo che anche le Frecce potevano avere dei ritardi. Questi treni hanno iniziato a circolare quando io ero ai primi anni di università, probabilmente tra il primo e il secondo. Erano descritti come infallibili, velocissimi, nuovissimi, pulitissimi, spaziosissimi e chi-più-ne-ha-più-ne-metta. Io credevo che le Frecce fossero la soluzione a tutti i miei problemi.
Ci credevo, prima di venire a sapere i loro prezzi.
Poi ho pensato "va bene, costa tanto, ma almeno non farà mai ritardo".
E invece no, a quanto pare anche le Frecce accumulano minuti di ritardo rendendo la gente più nevrotica del solito.
Comunque, persa la Certezza Assoluta, riesco a salire sulla mia Freccia. Abbandono la valigia in un posto spero sicuro e mi avvio al mio posto, occupato da uno zaino blu di un tizio che dorme accanto.
A svegliarlo ci pensano gli altri due ragazzi che a quanto pare sono con lui. Mormorano qualcosa in spagnolo, lui lo sposta e chiede scusa. Così posso finalmente accomodarmi e comunicare al mondo, tramite sms, che sono riuscita a prendere questo benedetto treno.
I miei compagni di viaggio iniziano a parlare tra loro. Io adoro lo spagnolo, è una lingua che mi ricorda gli scambi di email, durante l'adolescenza, con i parenti argentini. Mi ricorda la zia che veniva ogni tanto in Italia, in estate, e mischiava lo spagnolo al dialetto per farsi capire un po'.
A quanto pare i tre ragazzi sono in Erasmus in Italia e hanno pensato bene di fare un tour turistico per le grandi città italiane. Uno di loro parla l'italiano benissimo, gli altri due si fanno capire.
Canticchiano "La donna è mobile", chiedono quale sia l'equivalente al femminile di uomo. Pensano si dica "ragazza".
Nei posti a fianco ci sono una ragazzina di tredici anni circa e una donna che probabilmente sarà sua madre. Entrambe bionde, entrambe magrissime e molto curate. Parlano di danza, a quanto pare la ragazzina dovrà andare a fare un provino o qualcosa di simile. Appare molto annoiata, mentre la donna che è con lei è attivissima e probabilmente anche un po' rompic*******.
Uso questo termine e non uno più "elegante" perché penso che se la tredicenne avesse potuto, l'avrebbe mandata sul serio a quel paese.
Era tutto un "Ma lo chignon quando lo facciamo?". "Dobbiamo fare in fretta quando arriviamo". "Magari prendiamo un taxi per andare in hotel". "Non hai fatto colazione, vuoi un panino così già che ci sei pranzi?".
La ragazzina non pare abbia fame, ma lei tira fuori un simil panino grande quanto metà pugno della mia mano e glielo porge.
Lei toglie la carta, inizia a mangiarlo con lentezza.
Arriva a destinazione e non ne ha finito neanche mezzo.
Io un panino così l'avrei mangiato in cinque minuti.
E vabbè.
Gli Erasmus scendono dal treno, salutano, ringraziano (di cosa non lo so), sorridono. Sono gentili, questi spagnoli.
Il resto del viaggio passa ascoltando l'iPod e leggendo Madame Bovary.
Scrivo un paio di cretinate su Twitter, per far passare il tempo. Sento un paio di amici, mi accerto di trovarli a casa.
Poi vedo il mare, il primo mare dopo tante ore di viaggio.
Forse non mi crederete, ma la gente che era su quel treno ha cominciato a fissare i finestrini, incantata da quell'acqua grigia a causa del cielo piovoso.
Sarà stata un'impressione, ma a me è parso che all'improvviso in quel vagone fosse calato il silenzio.
Silenzio, state zitti.
Qua c'è un mare da vedere.
C'è gente che non lo vede da settimane.
Arrivo a casa che è sera ormai. Ad accogliermi in stazione c'è la mamma, mi annuncia che ha fatto la torta alla banana, per il mio arrivo.
Piove un sacco, piove sempre.
Ho gustato il sole un giorno soltanto, troppo poco per i miei gusti.
Non sto combinando niente di concreto. Passo le giornate tra un divano e l'altro, rimandando le cose da fare a momenti successivi che ancora non sono arrivati. C'è un senso di insoddisfazione a fare da sottofondo.
Dormo col Gatto accanto. Ogni tanto mi poggia le zampette anteriori sulla spalla e si sporge verso la mia faccia per guardarmi. Sta così qualche istante, poi torna a dormire.
Sembra voler accertarsi della mia presenza, sembra voler vedere se è un sogno o se è vero.
Si parte col caos da Apocalisse alla stazione perché oltre al weekend ci sono le elezioni. Oltre alle elezioni pare ci sia l'ultima Messa del Papa e la gente non può certo perdersela. E oltre a weekend, elezioni e Papa ci sono in media venti centimetri di neve in tutto il Nord Italia.
Basta questo a fare andare la gente nel panico, me inclusa. Tutti incollati davanti agli schermi degli orari, a lamentarsi dei venti minuti medi di ritardo per ogni Freccia proveniente dal Nord.
Il Mondo sta andando a rotoli, lo sapevate? Tutte le certezze della mia breve esistenza sono venute meno quando ho saputo che anche le Frecce potevano avere dei ritardi. Questi treni hanno iniziato a circolare quando io ero ai primi anni di università, probabilmente tra il primo e il secondo. Erano descritti come infallibili, velocissimi, nuovissimi, pulitissimi, spaziosissimi e chi-più-ne-ha-più-ne-metta. Io credevo che le Frecce fossero la soluzione a tutti i miei problemi.
Ci credevo, prima di venire a sapere i loro prezzi.
Poi ho pensato "va bene, costa tanto, ma almeno non farà mai ritardo".
E invece no, a quanto pare anche le Frecce accumulano minuti di ritardo rendendo la gente più nevrotica del solito.
Comunque, persa la Certezza Assoluta, riesco a salire sulla mia Freccia. Abbandono la valigia in un posto spero sicuro e mi avvio al mio posto, occupato da uno zaino blu di un tizio che dorme accanto.
A svegliarlo ci pensano gli altri due ragazzi che a quanto pare sono con lui. Mormorano qualcosa in spagnolo, lui lo sposta e chiede scusa. Così posso finalmente accomodarmi e comunicare al mondo, tramite sms, che sono riuscita a prendere questo benedetto treno.
I miei compagni di viaggio iniziano a parlare tra loro. Io adoro lo spagnolo, è una lingua che mi ricorda gli scambi di email, durante l'adolescenza, con i parenti argentini. Mi ricorda la zia che veniva ogni tanto in Italia, in estate, e mischiava lo spagnolo al dialetto per farsi capire un po'.
A quanto pare i tre ragazzi sono in Erasmus in Italia e hanno pensato bene di fare un tour turistico per le grandi città italiane. Uno di loro parla l'italiano benissimo, gli altri due si fanno capire.
Canticchiano "La donna è mobile", chiedono quale sia l'equivalente al femminile di uomo. Pensano si dica "ragazza".
Nei posti a fianco ci sono una ragazzina di tredici anni circa e una donna che probabilmente sarà sua madre. Entrambe bionde, entrambe magrissime e molto curate. Parlano di danza, a quanto pare la ragazzina dovrà andare a fare un provino o qualcosa di simile. Appare molto annoiata, mentre la donna che è con lei è attivissima e probabilmente anche un po' rompic*******.
Uso questo termine e non uno più "elegante" perché penso che se la tredicenne avesse potuto, l'avrebbe mandata sul serio a quel paese.
Era tutto un "Ma lo chignon quando lo facciamo?". "Dobbiamo fare in fretta quando arriviamo". "Magari prendiamo un taxi per andare in hotel". "Non hai fatto colazione, vuoi un panino così già che ci sei pranzi?".
La ragazzina non pare abbia fame, ma lei tira fuori un simil panino grande quanto metà pugno della mia mano e glielo porge.
Lei toglie la carta, inizia a mangiarlo con lentezza.
Arriva a destinazione e non ne ha finito neanche mezzo.
Io un panino così l'avrei mangiato in cinque minuti.
E vabbè.
Gli Erasmus scendono dal treno, salutano, ringraziano (di cosa non lo so), sorridono. Sono gentili, questi spagnoli.
Il resto del viaggio passa ascoltando l'iPod e leggendo Madame Bovary.
Scrivo un paio di cretinate su Twitter, per far passare il tempo. Sento un paio di amici, mi accerto di trovarli a casa.
Poi vedo il mare, il primo mare dopo tante ore di viaggio.
Forse non mi crederete, ma la gente che era su quel treno ha cominciato a fissare i finestrini, incantata da quell'acqua grigia a causa del cielo piovoso.
Sarà stata un'impressione, ma a me è parso che all'improvviso in quel vagone fosse calato il silenzio.
Silenzio, state zitti.
Qua c'è un mare da vedere.
C'è gente che non lo vede da settimane.
Arrivo a casa che è sera ormai. Ad accogliermi in stazione c'è la mamma, mi annuncia che ha fatto la torta alla banana, per il mio arrivo.
Piove un sacco, piove sempre.
Ho gustato il sole un giorno soltanto, troppo poco per i miei gusti.
Non sto combinando niente di concreto. Passo le giornate tra un divano e l'altro, rimandando le cose da fare a momenti successivi che ancora non sono arrivati. C'è un senso di insoddisfazione a fare da sottofondo.
Dormo col Gatto accanto. Ogni tanto mi poggia le zampette anteriori sulla spalla e si sporge verso la mia faccia per guardarmi. Sta così qualche istante, poi torna a dormire.
Sembra voler accertarsi della mia presenza, sembra voler vedere se è un sogno o se è vero.
domenica 26 agosto 2012
Pensieri estivi
Le mie vacanze procedono bene, la mia abbronzatura quest’anno ha dell’incredibile. Sembro una marocchina anomala. Credo di avere gli occhi più chiari del solito, o per lo meno sto ricevendo un sacco di complimenti per il loro colore. Ho riscoperto il piacere del non asciugare più i capelli con il phon. Vengono fuori dei boccoli che avevo dimenticato di avere, da brava schiava della piastra quale sono ormai da un po’.
Le mie giornate continuano a somigliarsi tutte, hanno il colore del mare e del sole. Non riesco a vivere un giorno senza andarci, c’è un attaccamento che ha quasi del morboso, ma in fondo credo sia così per tutti quelli che nascono e crescono in questo posto.
Qui il mare non è solo acqua blu salata. È una cultura, è amore. Quando hai un problema e ne parli con qualcuno del posto, il consiglio che ricevi è sempre lo stesso: andare a mare. Come se fosse miracoloso, come se fosse una cura. Lo sanno tutti che è rilassante, che ti distende, che basta sederti sulla sabbia e guardarlo per stare subito un attimo meglio. E se proprio non ci riesci, se proprio stai male, quelle onde hanno la capacità di farti sentire meno sola. Il loro suono sembra musica, quel colore, quella luce ti riempiono gli occhi di cose belle.
Tra le onde e la sabbia, quest’anno ho conosciuto persone che presumo siano meravigliose. Scambiamo qualche parola in acqua, ci raccontiamo un po’ delle nostre vite. Li ammiravo da un po’ per la loro compostezza, la loro armonia, la loro pacatezza. Tutte qualità proprie di chi, pensavo ingenuamente, avesse vissuto bene la propria vita. Invece ho scoperto che anche loro hanno sofferto, lottato contro grandi mali, vinto battaglie importanti. Adesso li stimo ancora più di prima, cercando di fare tesoro delle belle sensazioni che mi stanno lasciando addosso. Mi basta guardarli parlare tra loro, fare le cose che fanno tutti ma con quel sorriso in più che li rende meravigliosamente diversi, per rilassarmi anche io un po’.
Le vostre vacanze come procedono? Io ho deciso di prolungare le mie ancora per un po’, rinunciando (spero senza futuri ripensamenti) a quella buona idea di preparare quell’esame che tanto odio. È che ogni tanto mi perdo e di conseguenza ho bisogno di cercarmi. Forse sono riuscita a ritrovarmi con un po' di salsedine addosso.
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mercoledì 15 agosto 2012
Buon Ferragosto
Un divano diviso con un Gatto nero che dorme ai miei piedi, nella stanza più fresca e silenziosa della casa,la pelle ancora calda del sole preso in mattinata, il colorito di una brasiliana, un imbarazzante vestitino con la angurie rosse a forma di cuore, la pancia tragicamente piena delle buone pietanze delle cuoche di casa, due maledetti chili in più rispetto ad un mese fa, un cellulare che non squilla da un po’ al mio fianco: ecco, questo è il mio Ferragosto. Per il resto della giornata è previsto, in ordine: un aperitivo in un posto possibilmente poco affollato, un cinema all’aperto e il seguito è un mistero. Sono nella mani dei miei amici, chi lo sa cosa hanno in mente di fare. Ho proposto loro un bagno di mezzanotte che si tramuterà magicamente in bagno delle tre di notte, visti i nostri orari soliti. Quest’anno non ho ancora provato il brivido dell’immergersi in acqua a notte fonda e del godersi il mare nero.
Di solito passavo il Ferragosto nella casa in campagna, con papà. Preparava la griglia sulla quale arrostiva la carne, da mangiare rigorosamente con il chimichurri di sopra, all’argentina. Tutto ciò fino a due anni fa, dopo di che il nulla.
Oggi la spiaggia era fin troppo affollata di turisti, il mare calmo al punto giusto. Ero intenta a prendere il sole, sdraiata sul mio telo, immersa in quei pensieri di troppo, quando ho sentito una bambina urlare e piangere come se chissà cosa le avessero fatto. A quanto pare era stata vittima di una medusa, la poveretta. Urla a non finire, pianti isterici, forse più per lo spavento che per il dolore, tutto ciò per almeno tre quarti d’ora. Segue dunque la caccia alla medusa assassina, avvenuta per opera di un tizio che, armatosi di materassino rosa, paletta e secchiello di Hello Kitty, ha iniziato la sua impresa.
Caccia durata un quarto d’ora circa, conclusasi con il suddetto eroe che sbarca a riva orgoglioso di se stesso e depone il cadavere della medusa in spiaggia, intorno al quale, in un tempo pari a neanche due minuti, si riunisce un capannello di gente in costume da bagno che si abbandona a commenti idioti e qualunquisti di ogni tipo.
Infine i genitori della bambina vittima della medusa (che intanto non ha smesso di urlare) decidono di far vedere alla loro pargola l’autore del misfatto. Si avvicinano al corpo e le dicono “Vedi, Gaia, è lei che ti ha fatto la bua!”. E fu così che magicamente Gaia smise di piangere, con sommo gaudio della sottoscritta.
Ecco, questo è il resoconto del mio Ferragosto vissuto fino alle cinque del pomeriggio. Avvincente come non so cosa.
Il Gatto si è svegliato, si è stiracchiato, mi ha guardata ed è tornato a dormire. Il caffè è pronto. Col vostro permesso,io vado a berlo e ve ne offro virtualmente una tazzina.
Buon Ferragosto!
PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca.
PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca.
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sabato 4 agosto 2012
Less is more
Le vacanze procedono bene, la mia ustione migliora e spero che non mi rimangano cicatrici varie. Vivo le giornate alla leggera; i miei bisogni primari sono dormire, mangiare e andare al mare. Credo di passare più tempo in spiaggia che a casa e il mio colorito ne è la conferma.
Le mie giornate iniziano molto presto con una lunghissima passeggiata al mare (chi l’avrebbe mai detto) con una delle mie più grandi amiche. È bello vedere la spiaggia vuota, gli ombrelloni chiusi, la quiete prima del caos, i gestori dei vari lidi sistemare tutto per la giornata che inizia. Dare il buongiorno al mare prima che a chiunque altro è appagante.
Poi una doccia, una colazione abbondante in terrazza, qualche altra ora di sonno e poi di nuovo in spiaggia, fino a che la pelle riesce a sopportare sole e salsedine. Mi piace stare in silenzio, stesa sul mio telo o seduta in riva. Mi piace riposare la mente in questo modo. Prediligo le spiagge poco affollate, senza curarmi del fatto di dover fare troppi passi per arrivarci. Odio le spiagge private, quelle file di ombrelloni troppo ordinati per essere vissuti alla leggera. Per me mare è piantare l’ombrellone dove capita, alla giusta distanza dai vicini. Mi infastidisce chi fa lunghi discorsi ad alta voce o tiene la suoneria del cellulare alta. Per me è un posto sacro, al pari di una chiesa.
Esco di casa con il minimo indispensabile. Le mie maxi borse da città strapiene di ogni cosa sono diventate minuscole pochette dove mettere giusto il cellulare, la carta d’identità e pochi spiccioli. Ho riposto il portafoglio in un cassetto della mia stanza, trovo che tutte quelle tessere siano superflue e sia inutile portarle ovunque.
Adoro i vestiti leggeri e colorati, i sandali comodi, i capelli raccolti e lo smalto rosso. Nonostante sia un’appassionata di accessori vari (avrò messo in valigia una trentina di pezzi tra collane, bracciali e simili, con conseguente eccessivo peso inutile), sto mettendo solo delle perline bianche ai buchi delle orecchie. Ho eliminato anche il trucco dal viso, il massimo che mi concedo è una passata di mascara.
Sembro un’altra, mi sento diversa rispetto ad un mese fa, rispetto a questo inverno.
Sono leggera. E vivo meglio così.
martedì 31 luglio 2012
Notizie di Chiara
Sono assente dal blog da più di dieci giorni: purtroppo non ho avuto modo di scrivere alcun post, anche se avrei voluto farlo. Rileggendo l’ultimo pubblicato, mi sono ritrovata a stupirmi pensando a quante cose siano successe in così poco tempo. Sorrido un po’ dei miei dubbi e delle mie paure e realizzo ancora una volta che certe volte dovrei solo respirare profondamente e stare più calma.
Sono tornata a casa da un bel po’ di giorni. Tutto è rimasto come l’avevo lasciato. Il mare è quello di sempre, blu come nessun altro al mondo. I tramonti, le onde che muoiono a riva, le strade in cui sono cresciuta mi emozionano come hanno sempre fatto, allo stesso identico modo.
Le mie amiche della mia città università sono venute a trovarmi qui, mi hanno fatto compagnia per una settimana. Era la prima volta che questa casa ospitava qualcuno che non fosse un parente. Ho fatto conoscere loro la mia culla, i posti che mi hanno visto crescere. Abbiamo passato intere giornate fuori casa, a prendere il sole in spiaggia o a camminare per le strade della mia piccola città.
Arrivavamo a casa che era quasi l'alba e nonostante il cuore mi dicesse di mettermi a scrivere, la stanchezza mi portava ad infilarmi un pigiama e a mettermi a letto. Ho provato sensazioni diverse, strane, nuove. Le ho lasciate fare confusione dentro la mia testa per un po’, ma adesso che sono qui, al sicuro nel silenzio della mia stanza arancione, sono pronta a riversarle tutte in questo foglio bianco.
Vedere due piccoli mondi congiungersi (quello del posto in cui sono cresciuta e quello della mia città universitaria) mi ha fatto uno strano effetto. È stato bello vedere per la prima volta i miei amici tutti insieme, quelli vecchi e quelli nuovi. Li osservavo mentre si guardavano, mentre ispezionavano i loro visi. Mi sembrava di poter leggere nei loro pensieri. Le loro risate mi hanno riempito il cuore, mi hanno fatto sentire ricca e più forte. Credo che incontrandosi, conoscendosi a vicenda, i miei amici abbiano scoperto qualche lato in più della mia persona.
Sono stata contenta di vederli aggiungersi su Facebook, di promettersi un futuro nuovo incontro. Mi scopro addirittura a provare una specie di piacere nel notare la loro sorta di malinconia, adesso che son tornate in città. È una prova ancora più lampante di come sia riuscita a farle stare bene qui.
Per il resto, sono stata vittima di piccoli incidenti quotidiani. Al momento ho un’ustione (probabilmente di secondo grado) sulle gambe, un herpes sul labbro e un gomito dolorante.
Ma io ci sorrido su.
lunedì 2 gennaio 2012
Si ricomincia
La giornata di oggi è stata infinita. La sveglia ha suonato presto, anche se io l'ho preceduta. Ho aperto gli occhi quando era ancora buio, sono andata in cucina a bere dell'acqua e sono corsa di nuovo a letto, a rifugiarmi al caldo tra le coperte.
Sono rimasta ferma con gli occhi puntati al soffitto nero per un tempo indefinito, senza prendere più sonno. Poi, al suono della sveglia, mi sono catapultata sotto la doccia e ho lasciato che l'acqua calda mi svegliasse per bene.
Finiti gli impegni della mattinata (ho visto una nuova cittadina che dista un'ora circa dalla mia), senza neanche pranzare, sono corsa a mare con un'amica, a fare la prima passeggiata dell'anno. Ho camminato sulla sabbia bianca, ascoltato il rumore delle onde che si susseguivano e goduto del sole caldo che ci avvolgeva. Ho respirato bene quell'aria, riempito le narici di odore del mare. Sembravo una persona che cerca di godere degli ultimi scampoli di libertà, prima di una reclusione o di un esilio.
In effetti, l'inconscio ha avuto la meglio.
Per me le vacanze di Natale finiranno tra qualche ora. Troppo presto. La valigia è ancora vuota, è buttata ai piedi del letto come un sacco di patate.
Devo riprendere la mia vita di ogni giorno, compensare tutti questi giorni di vacanza e di non-studio con vere e proprie clausure. Insomma, la prospettiva è tutt'altro che allettante.
Guardiamo il lato positivo della questione: niente più attentati calorici nei dintorni. Finalmente.
Voi come state? Com'è iniziato il vostro 2012?
Sono rimasta ferma con gli occhi puntati al soffitto nero per un tempo indefinito, senza prendere più sonno. Poi, al suono della sveglia, mi sono catapultata sotto la doccia e ho lasciato che l'acqua calda mi svegliasse per bene.
Finiti gli impegni della mattinata (ho visto una nuova cittadina che dista un'ora circa dalla mia), senza neanche pranzare, sono corsa a mare con un'amica, a fare la prima passeggiata dell'anno. Ho camminato sulla sabbia bianca, ascoltato il rumore delle onde che si susseguivano e goduto del sole caldo che ci avvolgeva. Ho respirato bene quell'aria, riempito le narici di odore del mare. Sembravo una persona che cerca di godere degli ultimi scampoli di libertà, prima di una reclusione o di un esilio.
In effetti, l'inconscio ha avuto la meglio.
Per me le vacanze di Natale finiranno tra qualche ora. Troppo presto. La valigia è ancora vuota, è buttata ai piedi del letto come un sacco di patate.
Devo riprendere la mia vita di ogni giorno, compensare tutti questi giorni di vacanza e di non-studio con vere e proprie clausure. Insomma, la prospettiva è tutt'altro che allettante.
Guardiamo il lato positivo della questione: niente più attentati calorici nei dintorni. Finalmente.
Voi come state? Com'è iniziato il vostro 2012?
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mercoledì 21 dicembre 2011
Alla stazione Termini
A Roma, in stazione, ho incontrato un amico. Era lì, fermo al binario del treno che entrambi dovevamo prendere, anche lui aveva accanto una valigia abbastanza capiente da metterci dentro il contenuto di una casa; fumava guardando la gente passare e chissà a cosa pensava.
Mi capita spesso di incontrare gente che conosco alla stazione Termini, spesso si tratta di persone che devono prendere il mio stesso treno e ogni volta mi stupisco. Sarà che ancora sono nel mezzo del viaggio, ma mi fa sempre strano vedere già lì facce familiari.
Gli sono andata incontro, sorprendendolo alle spalle. Leggero sconcerto iniziale, poi gli occhi gli si illuminano. È da tre mesi che non torna a casa e non ne può più di sentire solo accento milanese.
Mi chiede in che carrozza sono; purtroppo i nostri posti sono ai poli opposti del treno.
Dopo Napoli vado a trovarlo, percorro tutto il treno cercando di mantenere l’equilibrio e non cadere sulla gente e alla fine lo vedo lì seduto al suo posto a guardare il finestrino. Andiamo al vagone ristorante, così possiamo sederci e parlare con calma. Quante cose ci raccontiamo … di tutto: i nostri studi, le nostre famiglie, il mondo del nostro paese, qualche vecchio ricordo e qualche aneddoto sui nostri vecchi prof.
Passa così un bel po’ di tempo.
Poi all’improvviso mi dice “Ma oggi è SABATO! Stasera dobbiamo uscire per forza”. E subito si mette a telefonare ad una nostra amica che è già arrivata a casa da qualche ora. Ci accordiamo per vederci dopo cena, nonostante il freddo anomalo, nonostante per entrambi la sveglia sia suonata alle sei.
Ci vediamo tutti e tre sotto casa; io e lui abbiamo addosso ancora i vestiti del treno e la faccia stanca. Ma non ce ne importa, i ritrovi con gli amici sono più importanti. Ci manca il mare e infatti è la prima cosa che andiamo a vedere. Percorriamo strade vuote, incrociamo poca gente.
Un paio di minuti ed eccoci tutti lì, davanti ad un mare forza mille, con delle onde altissime e un buio gelido. Tre ragazzi, muniti di sciarpa e cappello. Nel viso ancora il grigio dello smog delle nostre città. Il vento è fortissimo, sembra portarci via. Ma non ce ne importa. Ci basta anche solo respirare quell’aria un momento. E’ un appuntamento importante, quello con il mare: non si può rimandare.
Mi capita spesso di incontrare gente che conosco alla stazione Termini, spesso si tratta di persone che devono prendere il mio stesso treno e ogni volta mi stupisco. Sarà che ancora sono nel mezzo del viaggio, ma mi fa sempre strano vedere già lì facce familiari.
Gli sono andata incontro, sorprendendolo alle spalle. Leggero sconcerto iniziale, poi gli occhi gli si illuminano. È da tre mesi che non torna a casa e non ne può più di sentire solo accento milanese.
Mi chiede in che carrozza sono; purtroppo i nostri posti sono ai poli opposti del treno.
Dopo Napoli vado a trovarlo, percorro tutto il treno cercando di mantenere l’equilibrio e non cadere sulla gente e alla fine lo vedo lì seduto al suo posto a guardare il finestrino. Andiamo al vagone ristorante, così possiamo sederci e parlare con calma. Quante cose ci raccontiamo … di tutto: i nostri studi, le nostre famiglie, il mondo del nostro paese, qualche vecchio ricordo e qualche aneddoto sui nostri vecchi prof.
Passa così un bel po’ di tempo.
Poi all’improvviso mi dice “Ma oggi è SABATO! Stasera dobbiamo uscire per forza”. E subito si mette a telefonare ad una nostra amica che è già arrivata a casa da qualche ora. Ci accordiamo per vederci dopo cena, nonostante il freddo anomalo, nonostante per entrambi la sveglia sia suonata alle sei.
Ci vediamo tutti e tre sotto casa; io e lui abbiamo addosso ancora i vestiti del treno e la faccia stanca. Ma non ce ne importa, i ritrovi con gli amici sono più importanti. Ci manca il mare e infatti è la prima cosa che andiamo a vedere. Percorriamo strade vuote, incrociamo poca gente.
Un paio di minuti ed eccoci tutti lì, davanti ad un mare forza mille, con delle onde altissime e un buio gelido. Tre ragazzi, muniti di sciarpa e cappello. Nel viso ancora il grigio dello smog delle nostre città. Il vento è fortissimo, sembra portarci via. Ma non ce ne importa. Ci basta anche solo respirare quell’aria un momento. E’ un appuntamento importante, quello con il mare: non si può rimandare.
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mercoledì 2 novembre 2011
Il mare
Non tornavo nella mia terra da due mesi. Non è neanche molto. Capita di stare fuori anche per tre, quattro mesi. Non sento mancanze particolari, sono abituata ormai. E poi c’è da dire che il cellulare e internet aiutano in qualche modo ad abbattere le distanze, permettendoci di sentirci o addirittura vederci ogni volta che lo desideriamo.
I paesaggi però mi mancano: il mare, i tramonti, il verde.
L’ultima volta che ho visto il mare era praticamente ancora estate. Dal treno lo vedevo limpido, calmo, liscio come una tavola o come l’olio. C’era ancora tanta gente in spiaggia a fare il bagno o semplicemente a prendere il sole. E faceva caldo.
Appena vedo il mare dal treno, mi si riempie il cuore. È l’immensità, è il benvenuto, è l’abbraccio di una mamma che ti rivede dopo tanto tempo. È meraviglioso, è indescrivibile.
Il cielo non è più quello dell’estate, azzurro o rosa al tramonto. C’è qualche nuvola qua e là, ma lo spettacolo è sempre bello.
Adoro la mia terra anche per questo: per la grande capacità di emozionarmi anche solo guardandola, ammirandone la bellezza e l’immensità.
I paesaggi però mi mancano: il mare, i tramonti, il verde.
L’ultima volta che ho visto il mare era praticamente ancora estate. Dal treno lo vedevo limpido, calmo, liscio come una tavola o come l’olio. C’era ancora tanta gente in spiaggia a fare il bagno o semplicemente a prendere il sole. E faceva caldo.
Appena vedo il mare dal treno, mi si riempie il cuore. È l’immensità, è il benvenuto, è l’abbraccio di una mamma che ti rivede dopo tanto tempo. È meraviglioso, è indescrivibile.
Il cielo non è più quello dell’estate, azzurro o rosa al tramonto. C’è qualche nuvola qua e là, ma lo spettacolo è sempre bello.
Adoro la mia terra anche per questo: per la grande capacità di emozionarmi anche solo guardandola, ammirandone la bellezza e l’immensità.
mercoledì 31 agosto 2011
Giusto per sentirmi ancora un po' in vacanza
Stamattina sono andata al mare, quasi come se fosse un dovere. Dovevo per forza andarci. Dovevo fare quello che con molta probabilità era l’ultimo bagno della stagione.
Ho trovato subito parcheggio: l’insopportabile caos della settimana scorsa ha lasciato spazio alla calma classica di fine agosto. Una calma che forse arriva a pesare inspiegabilmente più di quella confusione che fino a qualche giorno fa odiavo con tutta me stessa. Una calma opprimente e soprattutto apparente.
La spiaggia era quasi deserta, le sedie sdraio dei lidi quasi completamente vuote. Ho visto le innumerevoli file di ombrelloni uguali che sembrano ospitare dei morti per quanto erano tristi.
Erano desolati anche i bar che fino a qualche giorno fa pullulavano di animatori allegri e giochi aperitivo. Ho avuto l’impressione che anche la musica fosse cambiata per rispecchiare lo stato d’animo generale: non più la danza kuduro, solo qualche lenta e dolce canzone di Ligabue.
Ho piantato l’ombrellone e steso il telo da mare sulla sabbia. Mi sono guardata ancora una volta intorno. La comitiva che di solito stazionava dietro adesso contava solo due persone, meglio così in fondo.
Ho aperto il mio Vanity Fair appena comprato, ho letto le lettere, un paio di articoli e ho sbirciato le pagine della pubblicità. Ho visto solo cappotti, stivali, maglioni. E l’ho richiuso. Era veramente troppo per il mio stato d’animo già di per sé compromesso dalla visione generale della spiaggia.
Il mare era agitato, c’era vento. Ne basta poco qui per renderlo mosso, ma non potevo certo rinunciare ad un tuffo, proprio oggi. Così mi ci sono buttata. Ho sguazzato un po’ li dentro e mi sono fatta coccolare dalle onde, dopo un po’ ne sono uscita.
Un brivido lungo la schiena, una sensazione di freddo. Succede sempre così a fine agosto.
Il sole non era affatto forte, ma mi sono spalmata lo stesso la crema solare. Giusto per sentirne ancora l’odore, quello inconfondibile, quello che sa tanto di vacanze.
Me ne sono messa tanta, giusto per sentirmi ancora un po’ in vacanza.
Dopo circa un’ora sono andata via, senza scrollarmi di dosso la sabbia che puntualmente si attacca alle caviglie. Ne ho portata un po’ in macchina, ne ho disseminata un po’ in casa.
Passando dalla nostra camera ho visto la valigia di mia sorella sul letto, piena per metà, pronta ad affrontare un altro viaggio.
Che tristezza queste vacanze che finiscono.
Ho trovato subito parcheggio: l’insopportabile caos della settimana scorsa ha lasciato spazio alla calma classica di fine agosto. Una calma che forse arriva a pesare inspiegabilmente più di quella confusione che fino a qualche giorno fa odiavo con tutta me stessa. Una calma opprimente e soprattutto apparente.
La spiaggia era quasi deserta, le sedie sdraio dei lidi quasi completamente vuote. Ho visto le innumerevoli file di ombrelloni uguali che sembrano ospitare dei morti per quanto erano tristi.
Erano desolati anche i bar che fino a qualche giorno fa pullulavano di animatori allegri e giochi aperitivo. Ho avuto l’impressione che anche la musica fosse cambiata per rispecchiare lo stato d’animo generale: non più la danza kuduro, solo qualche lenta e dolce canzone di Ligabue.
Ho piantato l’ombrellone e steso il telo da mare sulla sabbia. Mi sono guardata ancora una volta intorno. La comitiva che di solito stazionava dietro adesso contava solo due persone, meglio così in fondo.
Ho aperto il mio Vanity Fair appena comprato, ho letto le lettere, un paio di articoli e ho sbirciato le pagine della pubblicità. Ho visto solo cappotti, stivali, maglioni. E l’ho richiuso. Era veramente troppo per il mio stato d’animo già di per sé compromesso dalla visione generale della spiaggia.
Il mare era agitato, c’era vento. Ne basta poco qui per renderlo mosso, ma non potevo certo rinunciare ad un tuffo, proprio oggi. Così mi ci sono buttata. Ho sguazzato un po’ li dentro e mi sono fatta coccolare dalle onde, dopo un po’ ne sono uscita.
Un brivido lungo la schiena, una sensazione di freddo. Succede sempre così a fine agosto.
Il sole non era affatto forte, ma mi sono spalmata lo stesso la crema solare. Giusto per sentirne ancora l’odore, quello inconfondibile, quello che sa tanto di vacanze.
Me ne sono messa tanta, giusto per sentirmi ancora un po’ in vacanza.
Dopo circa un’ora sono andata via, senza scrollarmi di dosso la sabbia che puntualmente si attacca alle caviglie. Ne ho portata un po’ in macchina, ne ho disseminata un po’ in casa.
Passando dalla nostra camera ho visto la valigia di mia sorella sul letto, piena per metà, pronta ad affrontare un altro viaggio.
Che tristezza queste vacanze che finiscono.
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lunedì 22 agosto 2011
Stelle cadenti
Le stelle cadenti, ormai si sa, ci onorano del loro spettacolo non proprio durante la notte di San Lorenzo, ma nelle serate successive. Questo è quello che ormai da un paio di anni sento dire al telegiornale ed io non posso fare altro che confermare: la notte tra il dieci e l’undici agosto non riesco a beccarne neanche una!
Così, con i miei amici abbiamo deciso di spostare la nostra serata in spiaggia di qualche giorno. Ormai è tradizione per noi andare a vedere le stelle cadenti.
Quindi ci siamo incontrati a mezzanotte a mare, contenti, con i nostri zaini pieni di tutto. La spiaggia era quasi deserta, ogni tanto al massimo spuntava qualche coppietta da dietro una barca e in lontananza si sentiva la musica di una discoteca e il vociare della gente che era lì.
In pochi minuti abbiamo realizzato una sorta di accampamento: teli da mare a terra, sacchetti di patatine, birre e tanti desideri pronti per essere affidati a qualche timida stella.
Siamo rimasti lì un paio di ore, avvolti in qualche giacca leggera, con il naso all’insù. Abbiamo parlato un sacco, di tutto, abbiamo riso, ci siamo stretti. È bello stare con loro.
È bello rendersi conto che quella dei desideri, in realtà, è solo una scusa. E' bello stare insieme, ritrovarci, scoprire che in fin dei conti siamo sempre gli stessi.
Stare lì, fermi ad aspettare la scia luminosa è un uno spettacolo ancora più grande della caduta della stella in sé.
L’attesa è quella che ci rimane impressa nei ricordi e insieme a lei tutto quello che le gira intorno.
Così, con i miei amici abbiamo deciso di spostare la nostra serata in spiaggia di qualche giorno. Ormai è tradizione per noi andare a vedere le stelle cadenti.
Quindi ci siamo incontrati a mezzanotte a mare, contenti, con i nostri zaini pieni di tutto. La spiaggia era quasi deserta, ogni tanto al massimo spuntava qualche coppietta da dietro una barca e in lontananza si sentiva la musica di una discoteca e il vociare della gente che era lì.
In pochi minuti abbiamo realizzato una sorta di accampamento: teli da mare a terra, sacchetti di patatine, birre e tanti desideri pronti per essere affidati a qualche timida stella.
Siamo rimasti lì un paio di ore, avvolti in qualche giacca leggera, con il naso all’insù. Abbiamo parlato un sacco, di tutto, abbiamo riso, ci siamo stretti. È bello stare con loro.
È bello rendersi conto che quella dei desideri, in realtà, è solo una scusa. E' bello stare insieme, ritrovarci, scoprire che in fin dei conti siamo sempre gli stessi.
Stare lì, fermi ad aspettare la scia luminosa è un uno spettacolo ancora più grande della caduta della stella in sé.
L’attesa è quella che ci rimane impressa nei ricordi e insieme a lei tutto quello che le gira intorno.
venerdì 22 luglio 2011
La vacanza che vorrei
Sicuramente andrei in un posto di mare (la montagna non fa per me), in un paesino piccolo, pieno di sole e di vicoletti stretti. Passerei le giornate in spiaggia, a leggere fino a che mi reggono gli occhi ... ma non solo.
La mattina presto farei delle passeggiate, guarderei ogni sera il sole calare e il cielo diventare arancione. Mi lascerei cullare da quella fresca aria marina tipica di queste particolari ore della giornata.
Farei dell’odore della crema solare il mio profumo principale. Dei costumi da bagno, dei parei, dei cappelli di paglia i miei indumenti quotidiani.
Farei dell’odore della crema solare il mio profumo principale. Dei costumi da bagno, dei parei, dei cappelli di paglia i miei indumenti quotidiani.
Il possibile programma delle giornate alla fine non si discosta molto da quello che di solito "seguo" quando sono qui in vacanza. Il problema è che mi piacerebbe cambiare aria, vedere gente nuova. Partirei anche da sola, non mi dispiacerebbe affatto. Al massimo porterei con me un’amica.
Mi piacerebbe conoscere gente del posto, immergermi completamente nella vita del tranquillo e piccolo paesino di mare, farlo anche un po' mio. Mi piacerebber tornare a casa con la macchina fotografica piena zeppa di scatti.
Non sono brava a fotografare, anche se mi piacerebbe molto approfondire la materia e comprare una macchina fotografica un po’ più “seria” di quella che ho. Mi piacerebbe portare a casa non le solite, classiche foto di paesaggi e cose simili (anche se, di fronte ad un paesaggio spettacolare, è difficile non cedere alla sfrenata voglia del click).
Mi piacerebbe conoscere gente del posto, immergermi completamente nella vita del tranquillo e piccolo paesino di mare, farlo anche un po' mio. Mi piacerebber tornare a casa con la macchina fotografica piena zeppa di scatti.
Non sono brava a fotografare, anche se mi piacerebbe molto approfondire la materia e comprare una macchina fotografica un po’ più “seria” di quella che ho. Mi piacerebbe portare a casa non le solite, classiche foto di paesaggi e cose simili (anche se, di fronte ad un paesaggio spettacolare, è difficile non cedere alla sfrenata voglia del click).
Realizzerei tanti scatti di piccoli dettagli, quelli che sfuggono ai più.
Magari in bianco e nero, anche se l’estate è fatta di colori.
Prima o poi farò questa pazzia che sa tanto di viaggio ideale per un pensionato. Prenderò la mia valigia colorata e la lascerò semivuota. Metterò solo lo strettissimo necessario, per andare via leggera, senza pesi inutili.
Magari in bianco e nero, anche se l’estate è fatta di colori.
Prima o poi farò questa pazzia che sa tanto di viaggio ideale per un pensionato. Prenderò la mia valigia colorata e la lascerò semivuota. Metterò solo lo strettissimo necessario, per andare via leggera, senza pesi inutili.
Porterei con me solo quello che mi serve per essere in un quasi paradiso.
martedì 31 agosto 2010
In bilico tra tutti i miei vorrei
"In bilico tra tutti i miei vorrei, non sento più quell’insensata voglia di equilibrio che mi lascia qui sul filo di un rasoio a disegnar capriole che a mezz’aria mai farò ..."



Negramaro - Estate
Da un paio di giorni sono giù di tono e mi manca quella mezza ispirazione che mi serve per scrivere qualcosa di sensato.
Sono più silenziosa del solito, facilmente suscettibile. Sarà l’estate che tramonta, il tempo poco bello, il vento, il mare agitato.
Sto passeggiando tanto in spiaggia e al porto, sempre con la mia amica. Il mare è molto agitato, ci sono onde altissime, la spiaggia quasi non esiste più. C’erano poche persone oggi, qualche ombrellone, qualche faccia quasi persa tra quell’immensità blu scura, tanti posti per parcheggiare liberi, i primi chioschi chiusi, gli stessi che fino a pochi giorni fa erano pieni di gente.
Un paesaggio triste, pieno di niente che ricordi vagamente l’atmosfera che si respirava una settimana fa.
Il pensiero dello studio ha iniziato a fare dimora fissa nella mia mente, scontrandosi con la poca voglia che ho di sedermi lì su quella maledetta sedia davanti a quegli appunti e a quei libri.
Sono più silenziosa del solito, facilmente suscettibile. Sarà l’estate che tramonta, il tempo poco bello, il vento, il mare agitato.
Sto passeggiando tanto in spiaggia e al porto, sempre con la mia amica. Il mare è molto agitato, ci sono onde altissime, la spiaggia quasi non esiste più. C’erano poche persone oggi, qualche ombrellone, qualche faccia quasi persa tra quell’immensità blu scura, tanti posti per parcheggiare liberi, i primi chioschi chiusi, gli stessi che fino a pochi giorni fa erano pieni di gente.
Un paesaggio triste, pieno di niente che ricordi vagamente l’atmosfera che si respirava una settimana fa.
Il pensiero dello studio ha iniziato a fare dimora fissa nella mia mente, scontrandosi con la poca voglia che ho di sedermi lì su quella maledetta sedia davanti a quegli appunti e a quei libri.
Il tempo stringe e io devo darmi da fare.
Oggi va così, un po’ come ieri e come l’altro ieri ancora, in bilico tra tutti i miei vorrei.
Oggi va così, un po’ come ieri e come l’altro ieri ancora, in bilico tra tutti i miei vorrei.
giovedì 26 agosto 2010
domenica 8 agosto 2010
"Dammi mille baci e poi altri cento ..."
Sesto giorno di mare.
Il colorito migliora sempre di più! :-)
Oggi era molto agitato ...

Il colorito migliora sempre di più! :-)
Oggi era molto agitato ...

Oggi a mare c’era una bella coppia di giovani. Lei alta, slanciata, mora, bel fisico, costume rosso. Lui anche alto, muscoloso ma non eccessivamente, costumino nero. Stavano bene insieme.
All’inizio stavano tranquilli sul bagnasciuga a giocare a racchettoni, dopo un po’ però si sono stancati e sono andati a sedersi sotto il loro ombrellone, davanti il mio. Tutto normale, per adesso.
Vado a prendere un caffè al bar, torno alla mia postazione e mi ritrovo la coppia più bella del mondo tutta presa a consumare le proprie facce in focosissimi baci, senza curarsi della ventina di persone presenti nei paraggi.
Ho pensato che forse la passione aveva preso il sopravvento nei loro animi e che presto si sarebbero accorti di essere in pubblico, quindi avrebbero smesso. Me ingenua.
Hanno continuato con i loro “gesti d’affetto” per almeno un quarto d’ora, del tutto incuranti della presenza di bambini intorno.
Non voglio fare la bigotta, ma queste eclatanti dimostrazioni di amore e passione in pubblico mi mettono solo a disagio. Va bene un bacio dolce, ma assistere a quello che sembra il prologo di un film porno all’aria aperta, no! Peggio ancora se ci sono bambini intorno, mi sembra una mancanza di rispetto.
Alla fine la coppietta ha smesso ed è andata via. Mentre i due si incamminavano, una signora poco distante da me ha buttato fuori un “Era ora” guardandoli in cagnesco. Ha poi incrociato lo sguardo incoraggiante di una delle famiglie del mulino bianco: la mamma e il papà del bimbo tranquillo, con la faccia contrariata, le hanno dato ragione.
All’inizio stavano tranquilli sul bagnasciuga a giocare a racchettoni, dopo un po’ però si sono stancati e sono andati a sedersi sotto il loro ombrellone, davanti il mio. Tutto normale, per adesso.
Vado a prendere un caffè al bar, torno alla mia postazione e mi ritrovo la coppia più bella del mondo tutta presa a consumare le proprie facce in focosissimi baci, senza curarsi della ventina di persone presenti nei paraggi.
Ho pensato che forse la passione aveva preso il sopravvento nei loro animi e che presto si sarebbero accorti di essere in pubblico, quindi avrebbero smesso. Me ingenua.
Hanno continuato con i loro “gesti d’affetto” per almeno un quarto d’ora, del tutto incuranti della presenza di bambini intorno.
Non voglio fare la bigotta, ma queste eclatanti dimostrazioni di amore e passione in pubblico mi mettono solo a disagio. Va bene un bacio dolce, ma assistere a quello che sembra il prologo di un film porno all’aria aperta, no! Peggio ancora se ci sono bambini intorno, mi sembra una mancanza di rispetto.
Alla fine la coppietta ha smesso ed è andata via. Mentre i due si incamminavano, una signora poco distante da me ha buttato fuori un “Era ora” guardandoli in cagnesco. Ha poi incrociato lo sguardo incoraggiante di una delle famiglie del mulino bianco: la mamma e il papà del bimbo tranquillo, con la faccia contrariata, le hanno dato ragione.
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