Quando raggiungi i fatidici diciotto anni e fai la valigia per andare via a studiare - risorse economiche e tutto il resto permettendo - non sai mai cosa ti attende, a quale vita andrai incontro. Cosa ti mancherà, cosa meno.
Quando sono andata via da casa, io avevo una paura che ancora ricordo come se fosse stato ieri, quel giorno. Lasciare tutti era difficile, indubbiamente. Affetti, persone, animali.
Non pensavo, però, che a mancarmi tantissimo sarebbe stato il mare, forse più di ogni altra cosa.
Le persone le senti, sai tutto di tutti anche se ci metti di mezzo mille chilometri. Il gatto te lo passano al telefono, ti dicono se muove le orecchie o se struscia la sua testolina contro l'apparecchio.
Il mare, quello no.
Possono raccontarti, dirti se è calmo, agitato, liscio come l'olio, se sembra un lago o l'inferno delle onde. Se fa danni con la sua potenza, se è pulito e cristallino.
Le parole però non saranno mai abbastanza, così come le foto che ti faranno sentire ancora più sola, orfana delle sue onde quando a luglio, la domenica, tutti se lo stanno gustando e tu hai davanti agli occhi una pozza verde indegna di essere chiamata allo stesso modo.
Ogni anno aspetto agosto come un miracolo.
Si, vanno bene le ferie, le vacanze. La lontananza dalla routine, dalle facce che vedi tutti i giorni per un anno intero.
Io, però, attendo agosto per lui, per il mare.
Come lui, nessuno mai.
Con cosa potrei mai sostituire la sensazione dei piedi che affondano sulla sabbia? Il freddo dell'acqua, i brividi dietro la schiena ogni volta che ti ci immergi? E il sapore, l'odore di quel sale che ti rimane attaccato alla pelle scottata dal sole?
Cura di ogni male, ricchezza per chi vive grazie a lui. Estasi, relax. Amore. Musica.
E' un miracolo il mare. Il mio. E per me lo è sempre stato.
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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lunedì 31 agosto 2015
Il mare, il mio miracolo
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domenica 24 agosto 2014
Il tempo vola
Il tempo vola.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.
Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.
Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.
Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.
E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.
Ma vola in un modo che non riesco a spiegare.
Ieri mi preparavo alle vacanze, fantasticavo sulle mie giornate al mare, pianificavo itinerari e cose da fare. Ponderavo con quale protezione solare stringere un rapporto di sincera amicizia e con quale libro trascorrere le ore sotto al sole.
Oggi mi ritrovo a guardare nauseata una valigia già troppo piena, a poche ore da un’ennesima partenza. La guardo con leggero disgusto, perché so dove mi porterà.
Il problema, comunque, non è la destinazione in sé. Il problema è che trascinarla ancora una volta su per tre quarti d’Italia significa, adesso, la conclusione ufficiale delle vacanze. Significa tornare a pianificare spese, pulizie, interessi, uscite, bollette, beghe. Incastrare tutto con il lavoro e cercare di uscirne viva.
Lo scopo delle mie vacanze era prendere tempo per me. Isolarmi un poco dentro alla stanza più solitaria della casa e pensare a quello che voglio fare, l’anno “nuovo”. Ho un paio dei nuovi obiettivi, tanti. Se li conto non mi basta una mano per ricordarmeli tutti. Vogliono sopperire all’apatia dell’anno conclusosi a luglio, all’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non fosse legata a quello che alcuni definiscono il mio strano lavoro.
E io mi auguro da sola, dal profondo del mio cuore, di avere tutta la serenità che serve per fare tutto. La stessa che non ho avuto l’anno scorso.
Da queste vacanze mi porto dietro l’affetto delle persone care.
Dopo un anno di volti nuovi, avevo bisogno di un po’ di stasi. Necessitavo di girare per le mie vie, per i miei mari, guardarmi attorno e vedere espressioni rassicuranti, fiduciose. Mi serviva guardare dentro agli occhi delle persone che conosco, di quelle che so cosa pensano e tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Mi serviva passeggiare a mare, sui sassi roventi dal sole. Mi serviva stare ferma a fissare le onde e gettarci dentro dei sassolini, ogni tanto.
Avevo bisogno di ritrovarmi, come dicevo nel post precedente.
Penso di esserci riuscita, prendendo un pezzettino di me dentro agli occhi delle persone con cui sono cresciuta.
Ho ripreso possesso della mia dolcezza: l’ho trovata nello sguardo di C.
La zia invece mi ha ridato la determinazione. Mia sorella quel menefreghismo che serve per non prendere tutto troppo pesantemente. Mia madre la fermezza delle idee; mio fratello l’ironia.
Il mio Gatto la bellezza del riposo; I. la voglia di divertirsi.
E poi il bisogno di sognare, quello l’ho preso ancora da C.
La bellezza di una famiglia, di bambini che fanno casino per casa: me l’hanno data i miei cugini, con le loro famiglie belle.
E ancora: la saggezza, i valori di un tempo … per quelli mi è bastato andare a trovare i nonni al cimitero.
La pacatezza dei modi di fare della gente di qua, perché c’è tempo per tutto, anche per un caffè con chi non vedi da tanto.
E ora che ci ho pensato, che ho riflettuto, adesso che tutti o quasi i pezzi della Chiara di un tempo sono stati messi a posto, forse posso dire di essere pronta.
Forse ci sono, è il momento giusto.
Quello di prendere di nuovo la valigia, pesante come sempre, e ricominciare.
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giovedì 14 agosto 2014
Estate
Sono tornata al punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
Ho fatto la valigia, l’ho caricata a più non posso con la scusa che sarei rimasta via un mese intero, riempiendola dell’utile e del meno utile con l’illusione che tutto lì dentro sarebbe stato indispensabile. Mi ci sono seduta sopra, alla fine, per chiuderla.
Il peso non mi spaventava: ho braccia abbastanza forti e un’esperienza di carichi e scarichi da annotare su qualche improbabile cv. E poi questa volta non ero sola a dover portare quel carico enorme da un treno all’altro. Questa volta c’era lui.
L’ho portato con me, al mio punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
L’ho portato con me perché ad un certo punto – tra le altre cose – ho pensato che le parole non bastassero più. Che non fosse più sufficiente spiegargli a voce quanto fosse bello il mio mare, quante emozioni potesse regalarmi un tramonto o quanto chiassosa e battagliera fosse la mia famiglia, quanto dolci i miei amici.
C’era bisogno di qualcosa in più, c’era bisogno di vedere tutto questo: di fermarsi a sentire il rumore del mare o vederci i propri piedi dentro senza sforzo alcuno. C’era bisogno di alzare il naso all’insù e lasciarsi confondere dalle troppe bellezze del mio paese. C’era bisogno di sentire i miei racconti, i miei ricordi, la storia della mia famiglia, come sottofondo di tutto quello che lo avrebbe circondato.
E così è stato.
Gli ho fatto conoscere tutti: la mia famiglia chiassosa insieme ai suoi silenzi, ai suoi vuoti o alle troppe parole. I miei amici, nessuno escluso. Qualche professore, qualche maestra d’asilo, qualche vicino di casa, qualcuno che nel bene o nel male ha incrociato la mia vita negli anni passati.
Li incontravo, così per caso nelle vie, li salutavo, glieli presentavo e quando andavano via gli raccontavo i miei ricordi legati a quelle persone.
Adesso, forse, mi conosce di più.
E adesso, forse, mi conosco meglio anche io.
E la particolarità di tutto ciò è stato il fatto che vederlo qui, tra la mia gente, non mi è sembrata affatto una novità. Mi è sembrato che lui qui ci fosse sempre stato.
Adesso le mie giornate nascono e muoiono al mare. Ho preso i chili che avevo perso, con sommo dispiacere. Sono diventata nera, come ogni anno. Ho lasciato l’orologio in valigia, lo stesso che qualche settimana fa ritenevo fosse per me indispensabile. Cammino senza correre, mi fermo a guardare i tramonti e a fotografare tutto quello che mi piace. Faccio colazione sul terrazzo, mi sveglio quando capita e dormo nove ore a notte.
Sono in vacanza e non capitava da un po’.
Mi sono ritrovata, ma non ancora del tutto.
È che io di solito mi perdo, in inverno, tra la pioggia e il tempo grigio.
Quest’anno mi sono persa più del solito e così non è andato per niente bene.
Adesso bisogna che ricomponga i tasselli, li metta tutti al loro posto.
Un po’ ci sono riuscita, ma il quadro non è ancora completo.
Mi serve il mare, ancora per un po’.
Ho fatto la valigia, l’ho caricata a più non posso con la scusa che sarei rimasta via un mese intero, riempiendola dell’utile e del meno utile con l’illusione che tutto lì dentro sarebbe stato indispensabile. Mi ci sono seduta sopra, alla fine, per chiuderla.
Il peso non mi spaventava: ho braccia abbastanza forti e un’esperienza di carichi e scarichi da annotare su qualche improbabile cv. E poi questa volta non ero sola a dover portare quel carico enorme da un treno all’altro. Questa volta c’era lui.
L’ho portato con me, al mio punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
L’ho portato con me perché ad un certo punto – tra le altre cose – ho pensato che le parole non bastassero più. Che non fosse più sufficiente spiegargli a voce quanto fosse bello il mio mare, quante emozioni potesse regalarmi un tramonto o quanto chiassosa e battagliera fosse la mia famiglia, quanto dolci i miei amici.
C’era bisogno di qualcosa in più, c’era bisogno di vedere tutto questo: di fermarsi a sentire il rumore del mare o vederci i propri piedi dentro senza sforzo alcuno. C’era bisogno di alzare il naso all’insù e lasciarsi confondere dalle troppe bellezze del mio paese. C’era bisogno di sentire i miei racconti, i miei ricordi, la storia della mia famiglia, come sottofondo di tutto quello che lo avrebbe circondato.
E così è stato.
Gli ho fatto conoscere tutti: la mia famiglia chiassosa insieme ai suoi silenzi, ai suoi vuoti o alle troppe parole. I miei amici, nessuno escluso. Qualche professore, qualche maestra d’asilo, qualche vicino di casa, qualcuno che nel bene o nel male ha incrociato la mia vita negli anni passati.
Li incontravo, così per caso nelle vie, li salutavo, glieli presentavo e quando andavano via gli raccontavo i miei ricordi legati a quelle persone.
Adesso, forse, mi conosce di più.
E adesso, forse, mi conosco meglio anche io.
E la particolarità di tutto ciò è stato il fatto che vederlo qui, tra la mia gente, non mi è sembrata affatto una novità. Mi è sembrato che lui qui ci fosse sempre stato.
Adesso le mie giornate nascono e muoiono al mare. Ho preso i chili che avevo perso, con sommo dispiacere. Sono diventata nera, come ogni anno. Ho lasciato l’orologio in valigia, lo stesso che qualche settimana fa ritenevo fosse per me indispensabile. Cammino senza correre, mi fermo a guardare i tramonti e a fotografare tutto quello che mi piace. Faccio colazione sul terrazzo, mi sveglio quando capita e dormo nove ore a notte.
Sono in vacanza e non capitava da un po’.
Mi sono ritrovata, ma non ancora del tutto.
È che io di solito mi perdo, in inverno, tra la pioggia e il tempo grigio.
Quest’anno mi sono persa più del solito e così non è andato per niente bene.
Adesso bisogna che ricomponga i tasselli, li metta tutti al loro posto.
Un po’ ci sono riuscita, ma il quadro non è ancora completo.
Mi serve il mare, ancora per un po’.
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mercoledì 29 gennaio 2014
I pensieri che rimangono in aria
Gennaio volge a termine, finisce. Incagliato com’è in valanghe di parole non scritte, in pensieri rimasti solo per aria ad aspettare tempi migliori, tempi in cui posso dire di essermi riappropriata di una normalità che fa rima con monotonia e di una serenità che fa rima sorriso.
Gennaio cerca di smaltire i postumi di vacanze natalizie veloci e –ovviamente- ipercaloriche. Giorni accavallati, pieni di facce vecchie e di notizie nuove. Di vagiti di bambini nati da poco e visti per la prima volta, di auguri diversi, a volte doppi, altre tripli. Vacanze di mancanze nuove e differenti, attaccate ad un cellulare a consumare centinaia e centinaia di minuti in due. Iniziate e finite con lunghi abbracci e intensi baci nella stazione di questa città, a tenerci stretti fino all’ultimo istante: per non perdere tempo, prima. Per recuperare tutto quello perso, dopo, al ritorno.
I pensieri sono parecchi, ma forse se non li avessi potrei lamentarmi della loro assenza. Latito qui, è evidente. Non scrivo come prima. La mia presenza si nota più della mia assenza. Ma tutto sommato sto bene, sono contenta. Percorro ogni giorno le mie strade nuove chiedendomi se siano quelle giuste. Guardo al futuro paurosa e dubbiosa, al passato a volte sorridendo, altre rattristandomi. Cerco di cimentarmi in nuove avventure, cerco di trovare nuovi obiettivi da raggiungere, più vicini a quelle che sono le mie inclinazioni naturali. Di tutto ciò rimane un pensiero astratto, inapplicato nella realtà. Forse per pigrizia, forse perché le cose nuove degli ultimi mesi sono rimaste, appunto, tali e aspettano ancora di essere assorbite dalla mia mente, metabolizzate.
Credo ci sia un collegamento tra la mia non scrittura e la mia confusione. Non ho ancora ben capito il nesso causale tra le due: quale sia la causa e quale l’effetto. Penso mentre cammino, mentre faccio quelle file tipiche dei miei tanti colleghi, penso che i miei pensieri debbano essere scritti, un po’ come ho sempre fatto, per ricordarmeli, perché potrebbero aiutarmi domani. Penso di scrivere e poi non lo faccio. E così rimangono lì, i miei pensieri. In aria, dimenticati, in attesa di giorni più chiari.
Gennaio cerca di smaltire i postumi di vacanze natalizie veloci e –ovviamente- ipercaloriche. Giorni accavallati, pieni di facce vecchie e di notizie nuove. Di vagiti di bambini nati da poco e visti per la prima volta, di auguri diversi, a volte doppi, altre tripli. Vacanze di mancanze nuove e differenti, attaccate ad un cellulare a consumare centinaia e centinaia di minuti in due. Iniziate e finite con lunghi abbracci e intensi baci nella stazione di questa città, a tenerci stretti fino all’ultimo istante: per non perdere tempo, prima. Per recuperare tutto quello perso, dopo, al ritorno.
I pensieri sono parecchi, ma forse se non li avessi potrei lamentarmi della loro assenza. Latito qui, è evidente. Non scrivo come prima. La mia presenza si nota più della mia assenza. Ma tutto sommato sto bene, sono contenta. Percorro ogni giorno le mie strade nuove chiedendomi se siano quelle giuste. Guardo al futuro paurosa e dubbiosa, al passato a volte sorridendo, altre rattristandomi. Cerco di cimentarmi in nuove avventure, cerco di trovare nuovi obiettivi da raggiungere, più vicini a quelle che sono le mie inclinazioni naturali. Di tutto ciò rimane un pensiero astratto, inapplicato nella realtà. Forse per pigrizia, forse perché le cose nuove degli ultimi mesi sono rimaste, appunto, tali e aspettano ancora di essere assorbite dalla mia mente, metabolizzate.
Credo ci sia un collegamento tra la mia non scrittura e la mia confusione. Non ho ancora ben capito il nesso causale tra le due: quale sia la causa e quale l’effetto. Penso mentre cammino, mentre faccio quelle file tipiche dei miei tanti colleghi, penso che i miei pensieri debbano essere scritti, un po’ come ho sempre fatto, per ricordarmeli, perché potrebbero aiutarmi domani. Penso di scrivere e poi non lo faccio. E così rimangono lì, i miei pensieri. In aria, dimenticati, in attesa di giorni più chiari.
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martedì 3 settembre 2013
Mesi che finiscono, progetti che si stravolgono
I mesi finiscono, la vita continua e a volte ti sorprende.
Mesi fa scrivevo che ero alla ricerca di quell’evento bello e sconvolgente, positivo ed inaspettato che stravolgesse la mia, di vita. Ero alla ricerca di una di quelle cose che non ti aspetti, che succedono all’improvviso e ti lasciano il sorriso in faccia.
Agosto è finito ed è stato il mese più strano che abbia mai vissuto fino ad ora. Ventitre anni fa, ad agosto, toccavo per la prima volta l’acqua del mare e probabilmente iniziava lì la mia infinita storia d’amore con le onde cristalline. Ho passato intere estati in spiaggia, a scottarmi sotto al sole forte, a leggere, ad ascoltare musica, a stare semplicemente in silenzio guardando il mare. Ho scritto abbastanza di questo nostro rapporto – mio e del mare – che quasi ha del morboso. Questo attaccamento quasi ossessivo, questo modo di rilassarmi impareggiabile.
Ecco, questo è stato l’agosto più strano della mia vita anche perché le volte in cui sono stata al mare si contano sulle dita di una mano. In altre condizioni sarei stata triste per il fatto di esserci stata lontana, per non essere riuscita a godermelo come meritava, per non avergli dato le attenzioni che gli ho sempre riservato.
Quest’anno è stato diverso.
Agosto mi ha vista seduta al tavolo di una biblioteca, sempre sommersa tra le carte, sempre con il computer acceso davanti a cercare di scrivere righe sensate di tesi e a chiedermi il motivo che mi ha spinta, cinque anni fa, a scegliere questa facoltà, oltre che il motivo che mi ha portata, qualche mese fa, a scegliere di concludere il mio percorso con una materia del genere e non aver ripiegato su qualcosa che fosse indubbiamente più semplice.
Mi ha vista fissare ed essere fissata da quelli che con molta probabilità sono gli occhi più belli che abbia mai visto nella mia vita,perdermi nel loro blu e non uscirne più.
Ero quella dalla razionalità esasperata, io. La cinica che alla favola dell’amore poteva credere solo fino alla curva. Quella che “i piedi devono stare per terra sempre”, quella che di solito perdeva la testa per qualche tempo e poi tornava in sé ancora più convinta di prima che l’amore fosse una grande cazzata. Ero quella che “i colpi di fulmine succedono solo nei film”, ero quella che sogni-del-genere-anche-no.
E poi non mi sono più riconosciuta.
Ho passato giorni interi a cercarmi e a non trovarmi da nessuna altra parte. Giorni in cui non riconoscevo i pensieri che formulavo, giorni strani. Di sorrisi al vuoto, di telefoni in mano e di un cuore che così forte non ha battuto mai. Non sapevo cosa mi stesse succedendo, ne avevo un’idea vaga, cercavo una conferma.
L’ho trovata, l’abbiamo trovata.
Adesso mi piace guardarlo studiare con la concentrazione di chi sta scoprendo una formula matematica che salverà il mondo, borbottare da solo con il libro davanti. Oppure mi piace vederlo impastare con energia la pizza più buona che abbia mai mangiato. Mi piace perdermi tra le sue braccia, sentire il suo profumo sulla mia pelle e leggere i suoi messaggi quando mi sveglio. Le sue attenzioni, la sua timidezza, il suo accento di qua, le rughe che gli si formano agli angoli degli occhi quando sorride.
Non mi riconosco, è vero. Non so dove tutto questo mi porterà, non se finirà, se continuerà. Non so se le scelte che sto facendo si riveleranno giuste. Non lo sa nessuno.
Quello che mi sta succedendo è una cosa del tutto nuova. È quella cosa inaspettatamente bella che tempo fa mi sono resa conto di cercare e che è arrivata proprio nel momento meno pensabile, quando iniziavo a fare gli scatoloni, quando i miei precari progetti stavano per portare la mia vita altrove, ancora più lontano, ancora una volta.
Mesi fa scrivevo che ero alla ricerca di quell’evento bello e sconvolgente, positivo ed inaspettato che stravolgesse la mia, di vita. Ero alla ricerca di una di quelle cose che non ti aspetti, che succedono all’improvviso e ti lasciano il sorriso in faccia.
Agosto è finito ed è stato il mese più strano che abbia mai vissuto fino ad ora. Ventitre anni fa, ad agosto, toccavo per la prima volta l’acqua del mare e probabilmente iniziava lì la mia infinita storia d’amore con le onde cristalline. Ho passato intere estati in spiaggia, a scottarmi sotto al sole forte, a leggere, ad ascoltare musica, a stare semplicemente in silenzio guardando il mare. Ho scritto abbastanza di questo nostro rapporto – mio e del mare – che quasi ha del morboso. Questo attaccamento quasi ossessivo, questo modo di rilassarmi impareggiabile.
Ecco, questo è stato l’agosto più strano della mia vita anche perché le volte in cui sono stata al mare si contano sulle dita di una mano. In altre condizioni sarei stata triste per il fatto di esserci stata lontana, per non essere riuscita a godermelo come meritava, per non avergli dato le attenzioni che gli ho sempre riservato.
Quest’anno è stato diverso.
Agosto mi ha vista seduta al tavolo di una biblioteca, sempre sommersa tra le carte, sempre con il computer acceso davanti a cercare di scrivere righe sensate di tesi e a chiedermi il motivo che mi ha spinta, cinque anni fa, a scegliere questa facoltà, oltre che il motivo che mi ha portata, qualche mese fa, a scegliere di concludere il mio percorso con una materia del genere e non aver ripiegato su qualcosa che fosse indubbiamente più semplice.
Mi ha vista fissare ed essere fissata da quelli che con molta probabilità sono gli occhi più belli che abbia mai visto nella mia vita,perdermi nel loro blu e non uscirne più.
Ero quella dalla razionalità esasperata, io. La cinica che alla favola dell’amore poteva credere solo fino alla curva. Quella che “i piedi devono stare per terra sempre”, quella che di solito perdeva la testa per qualche tempo e poi tornava in sé ancora più convinta di prima che l’amore fosse una grande cazzata. Ero quella che “i colpi di fulmine succedono solo nei film”, ero quella che sogni-del-genere-anche-no.
E poi non mi sono più riconosciuta.
Ho passato giorni interi a cercarmi e a non trovarmi da nessuna altra parte. Giorni in cui non riconoscevo i pensieri che formulavo, giorni strani. Di sorrisi al vuoto, di telefoni in mano e di un cuore che così forte non ha battuto mai. Non sapevo cosa mi stesse succedendo, ne avevo un’idea vaga, cercavo una conferma.
L’ho trovata, l’abbiamo trovata.
Adesso mi piace guardarlo studiare con la concentrazione di chi sta scoprendo una formula matematica che salverà il mondo, borbottare da solo con il libro davanti. Oppure mi piace vederlo impastare con energia la pizza più buona che abbia mai mangiato. Mi piace perdermi tra le sue braccia, sentire il suo profumo sulla mia pelle e leggere i suoi messaggi quando mi sveglio. Le sue attenzioni, la sua timidezza, il suo accento di qua, le rughe che gli si formano agli angoli degli occhi quando sorride.
Non mi riconosco, è vero. Non so dove tutto questo mi porterà, non se finirà, se continuerà. Non so se le scelte che sto facendo si riveleranno giuste. Non lo sa nessuno.
Quello che mi sta succedendo è una cosa del tutto nuova. È quella cosa inaspettatamente bella che tempo fa mi sono resa conto di cercare e che è arrivata proprio nel momento meno pensabile, quando iniziavo a fare gli scatoloni, quando i miei precari progetti stavano per portare la mia vita altrove, ancora più lontano, ancora una volta.
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venerdì 9 agosto 2013
E dopo un’alba, un tramonto. Poi un’altra alba ancora
Ci sono giornate che finiscono quando altre cominciano. Finiscono con le prime luci, quelle dell’alba. Da gustarsi dalla finestra di casa, appena tornati da una notte brava.
I piedi gonfi per i tacchi, il trucco sbiadito che resta lì, un po’ di alcol di troppo in circolo per il corpo.
Sveglia da quasi ventiquattro ore, che Dio solo sa come faccio a star ancora in piedi, come faccio ad aspettare le luci dell’alba scrivendo con gli occhi rossi e gonfi.
Ho dei coriandoli nei capelli, ma non so neanche come ci siano finiti su. Sulle spalle il peso di sei ore di lavoro, lo studio, il pranzo che salta perché non c’è tempo. Lo spritz serale, i tramonti strani, le caselle delle email vuote.
Le facce nuove, le strade nuove. I nuovi orari, una vita da organizzare, il tempo che è sempre meno, le cose da fare che sono sempre di più. il frigo vuoto, la spesa che prima o poi si dovrà pur fare, le frasi stupide su facebook. Le foto con le occhiaie e i sorrisi a trentadue denti.
C’è che aspetto l’alba per andare a dormire, c’è che questa vita incasinata mi piace da morire. Mi piace perché è mia. Mia e di nessun altro. La gestisco io, come voglio io. Indipendente, serena. Tranquilla nel suo caos. Imperfetta, a volte disordinata, altre troppo precisa.
Mi chiedono quando torno, se ho fatto il biglietto. Io rispondo che non lo so. Dico che ho tanto da fare qua. Un po’ è vero, un po’ è una scusa. È che voglio godermi la solitudine finché dura, voglio rifugiarmi tra gli impegni, riempire le ventiquattro ore facendo di tutto. Lavorando, studiando, divertendomi, pensando, scrivendo, ridendo e scherzando, osservando quell’incomprensibile genere umano che mi sta intorno.
E vorrei fermare il tempo, rendere queste giornate eterne, vivermele sempre di più, godermele a più non posso.
Poi arriva l’alba. Arriva il nuovo giorno. E dopo un’alba, un tramonto. Poi un’altra alba ancora, un altro tramonto ancora. Un susseguirsi. Un continuo luce-buio che non stanca mai.
E il giorno arriva,c’è da andare via.
E c’è che io non voglio.
C’è che ho troppi dubbi per la testa, troppe paure. Ho perso la leggerezza, non so dove sia finita. Ho il magone, i nodi alla gola, ho gli occhi pieni di blu.
Quello che non so è altro.
Non so se sarò in grado di farmi emozionare ancora dalle cose vecchie e quasi eterne. Se il mare riuscirà a darmi le sensazioni che mi ha sempre regalato, se i piedi nell’acqua fredda avranno ancora gli effetti benefici di sempre. Non so se mi annoierò, se penserò a qui sempre fino a scappare via prima del dovuto. Sono i dubbi che mi accompagnano in ogni viaggio, adesso più di prima, i pensieri di cui sono pieni i finestrini dei mezzi di trasporto che in questi lunghi cinque anni ho preso a cadenze ben definite.
I piedi gonfi per i tacchi, il trucco sbiadito che resta lì, un po’ di alcol di troppo in circolo per il corpo.
Sveglia da quasi ventiquattro ore, che Dio solo sa come faccio a star ancora in piedi, come faccio ad aspettare le luci dell’alba scrivendo con gli occhi rossi e gonfi.
Ho dei coriandoli nei capelli, ma non so neanche come ci siano finiti su. Sulle spalle il peso di sei ore di lavoro, lo studio, il pranzo che salta perché non c’è tempo. Lo spritz serale, i tramonti strani, le caselle delle email vuote.
Le facce nuove, le strade nuove. I nuovi orari, una vita da organizzare, il tempo che è sempre meno, le cose da fare che sono sempre di più. il frigo vuoto, la spesa che prima o poi si dovrà pur fare, le frasi stupide su facebook. Le foto con le occhiaie e i sorrisi a trentadue denti.
C’è che aspetto l’alba per andare a dormire, c’è che questa vita incasinata mi piace da morire. Mi piace perché è mia. Mia e di nessun altro. La gestisco io, come voglio io. Indipendente, serena. Tranquilla nel suo caos. Imperfetta, a volte disordinata, altre troppo precisa.
Mi chiedono quando torno, se ho fatto il biglietto. Io rispondo che non lo so. Dico che ho tanto da fare qua. Un po’ è vero, un po’ è una scusa. È che voglio godermi la solitudine finché dura, voglio rifugiarmi tra gli impegni, riempire le ventiquattro ore facendo di tutto. Lavorando, studiando, divertendomi, pensando, scrivendo, ridendo e scherzando, osservando quell’incomprensibile genere umano che mi sta intorno.
E vorrei fermare il tempo, rendere queste giornate eterne, vivermele sempre di più, godermele a più non posso.
Poi arriva l’alba. Arriva il nuovo giorno. E dopo un’alba, un tramonto. Poi un’altra alba ancora, un altro tramonto ancora. Un susseguirsi. Un continuo luce-buio che non stanca mai.
E il giorno arriva,c’è da andare via.
E c’è che io non voglio.
C’è che ho troppi dubbi per la testa, troppe paure. Ho perso la leggerezza, non so dove sia finita. Ho il magone, i nodi alla gola, ho gli occhi pieni di blu.
Quello che non so è altro.
Non so se sarò in grado di farmi emozionare ancora dalle cose vecchie e quasi eterne. Se il mare riuscirà a darmi le sensazioni che mi ha sempre regalato, se i piedi nell’acqua fredda avranno ancora gli effetti benefici di sempre. Non so se mi annoierò, se penserò a qui sempre fino a scappare via prima del dovuto. Sono i dubbi che mi accompagnano in ogni viaggio, adesso più di prima, i pensieri di cui sono pieni i finestrini dei mezzi di trasporto che in questi lunghi cinque anni ho preso a cadenze ben definite.
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sabato 8 settembre 2012
La mia prima settimana di settembre
Quella che sta per finire è stata una settimana di pioggia e di fresco, di temporali violenti e carichi di acqua che ti sorprendono inaspettatamente mentre ai piedi hai giusto dei sandali del tutto inadatti (e ovviamente in borsa non hai l’ombrello).
Una settimana di arrivederci, di amiche e di sorelle per le quali le vacanze sono ormai un ricordo. Ho sentito parlare di autostrade, di code, di ritardi, di malinconie da rientro. Ho pensato che tra dieci giorni tutto questo tocca a me e ho storto un po’ il naso. Sì, perché se fino all’anno scorso mi faceva piacere, di questi tempi, pensare all’autunno come la stagione in cui tutto torna regolare e monotono, adesso non è più così.
Me le sono godute tutte, queste vacanze. Dall’inizio alla fine, in ogni piccolo attimo. Ho fatto di tutto, non mi sono per niente annoiata.
“Non ti avevo riconosciuta” è stata la frase che mi è stata rivolta più spesso da gente di ogni tipo, con gli occhi pieni di stupore. Sono cambiata, sono diversa rispetto all’anno scorso. Forse sono anche più felice.
Poi ci si mettono anche le buone notizie, quelle che aspetti da un’estate intera. Quelle situazioni ingarbugliate che ti scombinano troppo, talmente tanto intricate da arrivare a non sperare neanche più in una loro soluzione. Non so se effettivamente questa storia ha il suo lieto fine; so solo che finalmente ha preso il verso giusto.
Una settimana di incontri, di papà che finalmente riesce a trovare quella serata libera per vederci. La consapevolezza che, inutile illudersi, niente è più come prima.
Il ritrovarsi, per un caffè lungo due ore e mezza, con una vecchia compagna delle scuole elementari; parlare di ogni cosa, scoprire che gli animi buoni, fortunatamente, ogni tanto rimangono tali nel tempo.
Assistere allo spettacolo teatrale dell’amico attore, stupirsi ancora una volta per la sua bravura, ripetersi silenziosamente in testa che i talenti non vanno mai sprecati e festeggiare tutti insieme con un po’ di spumante.
Stare insieme, noi tre fratelli, la sera prima della partenza della sorella maggiore. Mangiare insieme una brioche col gelato e prenderci in giro come abbiamo sempre fatto.
È tornato il sole quaggiù. La settimana finisce così.
... Inutile dirvi che spero ancora in qualche altro giorno di mare.
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domenica 26 agosto 2012
Pensieri estivi
Le mie vacanze procedono bene, la mia abbronzatura quest’anno ha dell’incredibile. Sembro una marocchina anomala. Credo di avere gli occhi più chiari del solito, o per lo meno sto ricevendo un sacco di complimenti per il loro colore. Ho riscoperto il piacere del non asciugare più i capelli con il phon. Vengono fuori dei boccoli che avevo dimenticato di avere, da brava schiava della piastra quale sono ormai da un po’.
Le mie giornate continuano a somigliarsi tutte, hanno il colore del mare e del sole. Non riesco a vivere un giorno senza andarci, c’è un attaccamento che ha quasi del morboso, ma in fondo credo sia così per tutti quelli che nascono e crescono in questo posto.
Qui il mare non è solo acqua blu salata. È una cultura, è amore. Quando hai un problema e ne parli con qualcuno del posto, il consiglio che ricevi è sempre lo stesso: andare a mare. Come se fosse miracoloso, come se fosse una cura. Lo sanno tutti che è rilassante, che ti distende, che basta sederti sulla sabbia e guardarlo per stare subito un attimo meglio. E se proprio non ci riesci, se proprio stai male, quelle onde hanno la capacità di farti sentire meno sola. Il loro suono sembra musica, quel colore, quella luce ti riempiono gli occhi di cose belle.
Tra le onde e la sabbia, quest’anno ho conosciuto persone che presumo siano meravigliose. Scambiamo qualche parola in acqua, ci raccontiamo un po’ delle nostre vite. Li ammiravo da un po’ per la loro compostezza, la loro armonia, la loro pacatezza. Tutte qualità proprie di chi, pensavo ingenuamente, avesse vissuto bene la propria vita. Invece ho scoperto che anche loro hanno sofferto, lottato contro grandi mali, vinto battaglie importanti. Adesso li stimo ancora più di prima, cercando di fare tesoro delle belle sensazioni che mi stanno lasciando addosso. Mi basta guardarli parlare tra loro, fare le cose che fanno tutti ma con quel sorriso in più che li rende meravigliosamente diversi, per rilassarmi anche io un po’.
Le vostre vacanze come procedono? Io ho deciso di prolungare le mie ancora per un po’, rinunciando (spero senza futuri ripensamenti) a quella buona idea di preparare quell’esame che tanto odio. È che ogni tanto mi perdo e di conseguenza ho bisogno di cercarmi. Forse sono riuscita a ritrovarmi con un po' di salsedine addosso.
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mercoledì 15 agosto 2012
Buon Ferragosto
Un divano diviso con un Gatto nero che dorme ai miei piedi, nella stanza più fresca e silenziosa della casa,la pelle ancora calda del sole preso in mattinata, il colorito di una brasiliana, un imbarazzante vestitino con la angurie rosse a forma di cuore, la pancia tragicamente piena delle buone pietanze delle cuoche di casa, due maledetti chili in più rispetto ad un mese fa, un cellulare che non squilla da un po’ al mio fianco: ecco, questo è il mio Ferragosto. Per il resto della giornata è previsto, in ordine: un aperitivo in un posto possibilmente poco affollato, un cinema all’aperto e il seguito è un mistero. Sono nella mani dei miei amici, chi lo sa cosa hanno in mente di fare. Ho proposto loro un bagno di mezzanotte che si tramuterà magicamente in bagno delle tre di notte, visti i nostri orari soliti. Quest’anno non ho ancora provato il brivido dell’immergersi in acqua a notte fonda e del godersi il mare nero.
Di solito passavo il Ferragosto nella casa in campagna, con papà. Preparava la griglia sulla quale arrostiva la carne, da mangiare rigorosamente con il chimichurri di sopra, all’argentina. Tutto ciò fino a due anni fa, dopo di che il nulla.
Oggi la spiaggia era fin troppo affollata di turisti, il mare calmo al punto giusto. Ero intenta a prendere il sole, sdraiata sul mio telo, immersa in quei pensieri di troppo, quando ho sentito una bambina urlare e piangere come se chissà cosa le avessero fatto. A quanto pare era stata vittima di una medusa, la poveretta. Urla a non finire, pianti isterici, forse più per lo spavento che per il dolore, tutto ciò per almeno tre quarti d’ora. Segue dunque la caccia alla medusa assassina, avvenuta per opera di un tizio che, armatosi di materassino rosa, paletta e secchiello di Hello Kitty, ha iniziato la sua impresa.
Caccia durata un quarto d’ora circa, conclusasi con il suddetto eroe che sbarca a riva orgoglioso di se stesso e depone il cadavere della medusa in spiaggia, intorno al quale, in un tempo pari a neanche due minuti, si riunisce un capannello di gente in costume da bagno che si abbandona a commenti idioti e qualunquisti di ogni tipo.
Infine i genitori della bambina vittima della medusa (che intanto non ha smesso di urlare) decidono di far vedere alla loro pargola l’autore del misfatto. Si avvicinano al corpo e le dicono “Vedi, Gaia, è lei che ti ha fatto la bua!”. E fu così che magicamente Gaia smise di piangere, con sommo gaudio della sottoscritta.
Ecco, questo è il resoconto del mio Ferragosto vissuto fino alle cinque del pomeriggio. Avvincente come non so cosa.
Il Gatto si è svegliato, si è stiracchiato, mi ha guardata ed è tornato a dormire. Il caffè è pronto. Col vostro permesso,io vado a berlo e ve ne offro virtualmente una tazzina.
Buon Ferragosto!
PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca.
PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca.
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sabato 4 agosto 2012
Less is more
Le vacanze procedono bene, la mia ustione migliora e spero che non mi rimangano cicatrici varie. Vivo le giornate alla leggera; i miei bisogni primari sono dormire, mangiare e andare al mare. Credo di passare più tempo in spiaggia che a casa e il mio colorito ne è la conferma.
Le mie giornate iniziano molto presto con una lunghissima passeggiata al mare (chi l’avrebbe mai detto) con una delle mie più grandi amiche. È bello vedere la spiaggia vuota, gli ombrelloni chiusi, la quiete prima del caos, i gestori dei vari lidi sistemare tutto per la giornata che inizia. Dare il buongiorno al mare prima che a chiunque altro è appagante.
Poi una doccia, una colazione abbondante in terrazza, qualche altra ora di sonno e poi di nuovo in spiaggia, fino a che la pelle riesce a sopportare sole e salsedine. Mi piace stare in silenzio, stesa sul mio telo o seduta in riva. Mi piace riposare la mente in questo modo. Prediligo le spiagge poco affollate, senza curarmi del fatto di dover fare troppi passi per arrivarci. Odio le spiagge private, quelle file di ombrelloni troppo ordinati per essere vissuti alla leggera. Per me mare è piantare l’ombrellone dove capita, alla giusta distanza dai vicini. Mi infastidisce chi fa lunghi discorsi ad alta voce o tiene la suoneria del cellulare alta. Per me è un posto sacro, al pari di una chiesa.
Esco di casa con il minimo indispensabile. Le mie maxi borse da città strapiene di ogni cosa sono diventate minuscole pochette dove mettere giusto il cellulare, la carta d’identità e pochi spiccioli. Ho riposto il portafoglio in un cassetto della mia stanza, trovo che tutte quelle tessere siano superflue e sia inutile portarle ovunque.
Adoro i vestiti leggeri e colorati, i sandali comodi, i capelli raccolti e lo smalto rosso. Nonostante sia un’appassionata di accessori vari (avrò messo in valigia una trentina di pezzi tra collane, bracciali e simili, con conseguente eccessivo peso inutile), sto mettendo solo delle perline bianche ai buchi delle orecchie. Ho eliminato anche il trucco dal viso, il massimo che mi concedo è una passata di mascara.
Sembro un’altra, mi sento diversa rispetto ad un mese fa, rispetto a questo inverno.
Sono leggera. E vivo meglio così.
martedì 31 luglio 2012
Notizie di Chiara
Sono assente dal blog da più di dieci giorni: purtroppo non ho avuto modo di scrivere alcun post, anche se avrei voluto farlo. Rileggendo l’ultimo pubblicato, mi sono ritrovata a stupirmi pensando a quante cose siano successe in così poco tempo. Sorrido un po’ dei miei dubbi e delle mie paure e realizzo ancora una volta che certe volte dovrei solo respirare profondamente e stare più calma.
Sono tornata a casa da un bel po’ di giorni. Tutto è rimasto come l’avevo lasciato. Il mare è quello di sempre, blu come nessun altro al mondo. I tramonti, le onde che muoiono a riva, le strade in cui sono cresciuta mi emozionano come hanno sempre fatto, allo stesso identico modo.
Le mie amiche della mia città università sono venute a trovarmi qui, mi hanno fatto compagnia per una settimana. Era la prima volta che questa casa ospitava qualcuno che non fosse un parente. Ho fatto conoscere loro la mia culla, i posti che mi hanno visto crescere. Abbiamo passato intere giornate fuori casa, a prendere il sole in spiaggia o a camminare per le strade della mia piccola città.
Arrivavamo a casa che era quasi l'alba e nonostante il cuore mi dicesse di mettermi a scrivere, la stanchezza mi portava ad infilarmi un pigiama e a mettermi a letto. Ho provato sensazioni diverse, strane, nuove. Le ho lasciate fare confusione dentro la mia testa per un po’, ma adesso che sono qui, al sicuro nel silenzio della mia stanza arancione, sono pronta a riversarle tutte in questo foglio bianco.
Vedere due piccoli mondi congiungersi (quello del posto in cui sono cresciuta e quello della mia città universitaria) mi ha fatto uno strano effetto. È stato bello vedere per la prima volta i miei amici tutti insieme, quelli vecchi e quelli nuovi. Li osservavo mentre si guardavano, mentre ispezionavano i loro visi. Mi sembrava di poter leggere nei loro pensieri. Le loro risate mi hanno riempito il cuore, mi hanno fatto sentire ricca e più forte. Credo che incontrandosi, conoscendosi a vicenda, i miei amici abbiano scoperto qualche lato in più della mia persona.
Sono stata contenta di vederli aggiungersi su Facebook, di promettersi un futuro nuovo incontro. Mi scopro addirittura a provare una specie di piacere nel notare la loro sorta di malinconia, adesso che son tornate in città. È una prova ancora più lampante di come sia riuscita a farle stare bene qui.
Per il resto, sono stata vittima di piccoli incidenti quotidiani. Al momento ho un’ustione (probabilmente di secondo grado) sulle gambe, un herpes sul labbro e un gomito dolorante.
Ma io ci sorrido su.
sabato 21 luglio 2012
Chissà...
La valigia è pronta, è piena come un uovo. La classica idea era quella di partire lo stretto necessario, ma temo di avere una sorta di percezione distorta del concetto.
Manco da casa da qualcosa come tre mesi e una settimana. Sono pervasa dalla voglia di partire e da quella di restare: è che, come sempre, i cambiamenti mi destabilizzano un po’.
Temo che qualcosa sia cambiato con i miei amici di sempre, temo di finire con il non sopportare la gente che mi sta attorno. Ma in fin dei conti so che sta tutto nel riadattarsi, nel ritrovarsi. È questione di poco, anche se adesso mi sembra chissà cosa.
Chissà cosa dirà mia madre appena mi vedrà. Chissà quanto sarà cresciuto mio fratello. Chissà se mio padre troverà mezz’ora della sua vita nelle prossime settimane per incontrarmi. Chissà se il Gatto mi riconoscerà subito o dovrà annusarmi un po’ prima di fare le fusa.
Chissà quanto sarà bella la mia stanza arancione, la sera, con la luce rilassante del tramonto. E chissà quanto affollata sarà, quest’estate, la mia piccola città. Se il mare sarà azzurro, le spiagge bianche, se trovare un parcheggio diventerà un’impresa impossibile.
Chissà cosa faremo, per divertirci, io e i miei amici. Chissà se i cornetti delle quattro del mattino saranno buoni come gli altri anni.
Chissà quanta gente, vedendomi, mi rivolgerà, in un solo colpo, la classica domanda “quandoseiarrivata-quandoriparti-quantoseibianca-quantiesamitimancano”. Chissà quale sarà la colonna sonora della mia estate; se un momento dopo il mio arrivo non mi venga subito voglia di tornare qui.
Chissà quanto mi mancherà, se mi mancherà, questa città caotica, quei corridoi e quel volto sul quale ho lasciato un piccolo pezzo di cuore.
Non lo so, non so niente. So solo che tra un paio di ore si parte e che mille chilometri più a sud di qua c’è qualcuno che mi aspetta a braccia aperte.
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giovedì 19 luglio 2012
Libertà varie
Ieri sera ho appreso la notizia della liberazione di Rossella Urru mentre tornavo a casa, alla fine della mia lunga giornata. Avevo controllato dal cellulare le ultime notizie, tanto per sentirmi anche io un po’ membro di questa terra, oltre che dell’aula studio.
Una notizia ufficiale, finalmente. Rossella libera, al sicuro. Mi sono dovuta trattenere dal gettare un urlo di felicità, avrei voluto avere il teletrasporto per catapultarmi nel suo paesino e gioire insieme ai suoi compaesani, fare una festa a mo’ di vittoria della Nazionale di diecimila mondiali messi insieme.
Riavere la libertà, dopo nove mesi di chissà cosa, deve essere una sensazione semplicemente inspiegabile. Noi comuni mortali possiamo solo immaginare, niente più.
Rossella avrebbe potuto essere mia sorella e il cielo solo sa l’angoscia che avrei provato nel saperla in mano a chissà chi, in chissà quali condizioni. Sarebbero stati per me nove mesi di non vita, di angoscia continua.
Aspetto con ansia altre notizie, qualche sua dichiarazione.
Quanto alla sottoscritta, vi annuncio che sono ufficialmente in vacanza da qualcosa come quattro ore. L’esame è andato bene e sono più che soddisfatta di questa sessione estiva. Non ho mai fatto bene quanto in questi mesi. Duro impegno, tanta costanza e ho raggiunto con successo (e sì, diciamolo pure, quando ci vuole ci vuole!) tutti i miei obiettivi e ancora non mi sembra vero. La laurea mi sembra tutto ad un tratto meno lontana del solito, più concreta, più reale. Credo che dopo le vacanze inizierò con il chiedere la tesi, anche se questa parola mi suona ancora molto strana (e soprattutto non so a chi chiederla …).
Sono libera anche io. Bianca come il camice di un dottore, ma pur sempre libera. Talmente tanto felice che manca poco e vado a raccontare della mia vita delle ultime ventiquattro ore anche al giornalaio di fiducia.
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venerdì 9 dicembre 2011
In attesa delle vacanze
Ho una grande voglia di vacanze. Conto i giorni che mi separano dal treno che mi riporterà a casa e prego il cielo che non nevichi.
Nel frattempo faccio quello che uso fare di solito: cerco di decifrare il mio libro di penale, vado a scaricarmi in palestra, esco con gli amici.
Ho addobbato un po’ l’appartamento. Un alberello di Natale alto trenta centimetri con attorno un filo di perline dorate; qualche babbo natale appeso qua e là e una piccola ghirlanda attaccata alla porta di casa. Così, giusto per farmi forza e ricordarmi che le vacanze prima o poi arrivano.
La mattina, uscire dal letto è proprio dura. L’idea di dover fare colazione è l’unica cosa che mi spinge ad abbandonare il piumone. Preparo la tavola di sera, prima di andare a dormire. Tovagliette, tazza, cucchiaino, cereali. Manca un mazzolino di fiori in mezzo al tavolo per farmi sentire nel bel mezzo di una pubblicità della Mulino Bianco.
Ho imparato a fare colazione da qualche mese; prima prendevo al massimo un caffè. È bello iniziare la giornata davanti ad una tazza di orzo bollente, riscaldarsi le mani tenendola stretta e farsi coraggio a mangiare almeno un yogurt con qualcosa dentro.
Ho preso anche l’abitudine di mangiare la mela cotta di sera. E non ditemi che sa “di ospedale” o di bambino piccolo. È buona. Ci metto su la cannella e lo zucchero di canna e la mangio seduta sul letto, avvolta da un caldo plaid rosso, in compagnia di un bel libro.
È la mia quotidianità. È il ripetere ogni giorni gli stessi gesti.
Voi come state? Come procede la vostra attesa del Natale?
Nel frattempo faccio quello che uso fare di solito: cerco di decifrare il mio libro di penale, vado a scaricarmi in palestra, esco con gli amici.
Ho addobbato un po’ l’appartamento. Un alberello di Natale alto trenta centimetri con attorno un filo di perline dorate; qualche babbo natale appeso qua e là e una piccola ghirlanda attaccata alla porta di casa. Così, giusto per farmi forza e ricordarmi che le vacanze prima o poi arrivano.
La mattina, uscire dal letto è proprio dura. L’idea di dover fare colazione è l’unica cosa che mi spinge ad abbandonare il piumone. Preparo la tavola di sera, prima di andare a dormire. Tovagliette, tazza, cucchiaino, cereali. Manca un mazzolino di fiori in mezzo al tavolo per farmi sentire nel bel mezzo di una pubblicità della Mulino Bianco.
Ho imparato a fare colazione da qualche mese; prima prendevo al massimo un caffè. È bello iniziare la giornata davanti ad una tazza di orzo bollente, riscaldarsi le mani tenendola stretta e farsi coraggio a mangiare almeno un yogurt con qualcosa dentro.
Ho preso anche l’abitudine di mangiare la mela cotta di sera. E non ditemi che sa “di ospedale” o di bambino piccolo. È buona. Ci metto su la cannella e lo zucchero di canna e la mangio seduta sul letto, avvolta da un caldo plaid rosso, in compagnia di un bel libro.
È la mia quotidianità. È il ripetere ogni giorni gli stessi gesti.
Voi come state? Come procede la vostra attesa del Natale?
domenica 30 ottobre 2011
Alla fine sono partita
Alla fine sono partita veramente.
Di solito torno a casa dai miei per le festività dei santi e dei morti; invece, quest’anno avevo deciso di rimanere in città, non avevo voglia di fare un altro viaggio, di stare via qualche giorno e poi di ritornare alla mia solita vita magari più stanca del solito.
Mi dispiaceva però non andare a trovare i miei cari al cimitero, proprio quest’anno che ce n’erano due in più. Comunque, la mia scelta ormai l’avevo ponderata, presa e metabolizzata.
Tutto questo fino a venerdì mattina, quando mi hanno chiesto di tornare.
Ci ho pensato su una decina di minuti, il tempo di capire cosa avrei dovuto fare nei prossimi giorni e se i miei impegni erano urgenti o si potevano rimandare.
In passato mi è capitato di dover tornare a casa all’improvviso due volte, ma è stato solo per circostanze spiacevoli. Questa volta almeno sarebbe stato diverso.
Alla fine mi sono detta che si poteva fare e sono andata in stazione.
Mi sono sorbita una fila pazzesca e una tipa davanti a me completamente rimbambita che non solo mi ha fatto perdere tempo, ma ha anche reso super nervoso l’addetto alla biglietteria.
Quando, mostrando dietro gli occhiali i miei occhi speranzosi e quasi imploranti, gli ho detto che mi serviva un biglietto per sabato mattina, ha alzato un sopracciglio e ha iniziato a smanettare con il computer con l’aria di chi si sta per cimentare in un’impresa impossibile.
Infatti, come pensavo, non c’era neanche un posto libero nei treni che cercavo. O al massimo c’erano solo posti in prima classe.
Dopo qualche minuto, più spazientito di prima (che poi, lo pagheranno anche per fare il suo lavoro?) mi ha trovato un’altra più scomoda soluzione del tipo “attesa in stazione per più di due ore”.
Pazienza. Pago una fortuna per questi biglietti e vado a salutare i miei amici.
Il giorno dopo sono sul treno.
E dire che 24 ore prima non avrei mai pensato di essere lì.
Di solito torno a casa dai miei per le festività dei santi e dei morti; invece, quest’anno avevo deciso di rimanere in città, non avevo voglia di fare un altro viaggio, di stare via qualche giorno e poi di ritornare alla mia solita vita magari più stanca del solito.
Mi dispiaceva però non andare a trovare i miei cari al cimitero, proprio quest’anno che ce n’erano due in più. Comunque, la mia scelta ormai l’avevo ponderata, presa e metabolizzata.
Tutto questo fino a venerdì mattina, quando mi hanno chiesto di tornare.
Ci ho pensato su una decina di minuti, il tempo di capire cosa avrei dovuto fare nei prossimi giorni e se i miei impegni erano urgenti o si potevano rimandare.
In passato mi è capitato di dover tornare a casa all’improvviso due volte, ma è stato solo per circostanze spiacevoli. Questa volta almeno sarebbe stato diverso.
Alla fine mi sono detta che si poteva fare e sono andata in stazione.
Mi sono sorbita una fila pazzesca e una tipa davanti a me completamente rimbambita che non solo mi ha fatto perdere tempo, ma ha anche reso super nervoso l’addetto alla biglietteria.
Quando, mostrando dietro gli occhiali i miei occhi speranzosi e quasi imploranti, gli ho detto che mi serviva un biglietto per sabato mattina, ha alzato un sopracciglio e ha iniziato a smanettare con il computer con l’aria di chi si sta per cimentare in un’impresa impossibile.
Infatti, come pensavo, non c’era neanche un posto libero nei treni che cercavo. O al massimo c’erano solo posti in prima classe.
Dopo qualche minuto, più spazientito di prima (che poi, lo pagheranno anche per fare il suo lavoro?) mi ha trovato un’altra più scomoda soluzione del tipo “attesa in stazione per più di due ore”.
Pazienza. Pago una fortuna per questi biglietti e vado a salutare i miei amici.
Il giorno dopo sono sul treno.
E dire che 24 ore prima non avrei mai pensato di essere lì.
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mercoledì 31 agosto 2011
Giusto per sentirmi ancora un po' in vacanza
Stamattina sono andata al mare, quasi come se fosse un dovere. Dovevo per forza andarci. Dovevo fare quello che con molta probabilità era l’ultimo bagno della stagione.
Ho trovato subito parcheggio: l’insopportabile caos della settimana scorsa ha lasciato spazio alla calma classica di fine agosto. Una calma che forse arriva a pesare inspiegabilmente più di quella confusione che fino a qualche giorno fa odiavo con tutta me stessa. Una calma opprimente e soprattutto apparente.
La spiaggia era quasi deserta, le sedie sdraio dei lidi quasi completamente vuote. Ho visto le innumerevoli file di ombrelloni uguali che sembrano ospitare dei morti per quanto erano tristi.
Erano desolati anche i bar che fino a qualche giorno fa pullulavano di animatori allegri e giochi aperitivo. Ho avuto l’impressione che anche la musica fosse cambiata per rispecchiare lo stato d’animo generale: non più la danza kuduro, solo qualche lenta e dolce canzone di Ligabue.
Ho piantato l’ombrellone e steso il telo da mare sulla sabbia. Mi sono guardata ancora una volta intorno. La comitiva che di solito stazionava dietro adesso contava solo due persone, meglio così in fondo.
Ho aperto il mio Vanity Fair appena comprato, ho letto le lettere, un paio di articoli e ho sbirciato le pagine della pubblicità. Ho visto solo cappotti, stivali, maglioni. E l’ho richiuso. Era veramente troppo per il mio stato d’animo già di per sé compromesso dalla visione generale della spiaggia.
Il mare era agitato, c’era vento. Ne basta poco qui per renderlo mosso, ma non potevo certo rinunciare ad un tuffo, proprio oggi. Così mi ci sono buttata. Ho sguazzato un po’ li dentro e mi sono fatta coccolare dalle onde, dopo un po’ ne sono uscita.
Un brivido lungo la schiena, una sensazione di freddo. Succede sempre così a fine agosto.
Il sole non era affatto forte, ma mi sono spalmata lo stesso la crema solare. Giusto per sentirne ancora l’odore, quello inconfondibile, quello che sa tanto di vacanze.
Me ne sono messa tanta, giusto per sentirmi ancora un po’ in vacanza.
Dopo circa un’ora sono andata via, senza scrollarmi di dosso la sabbia che puntualmente si attacca alle caviglie. Ne ho portata un po’ in macchina, ne ho disseminata un po’ in casa.
Passando dalla nostra camera ho visto la valigia di mia sorella sul letto, piena per metà, pronta ad affrontare un altro viaggio.
Che tristezza queste vacanze che finiscono.
Ho trovato subito parcheggio: l’insopportabile caos della settimana scorsa ha lasciato spazio alla calma classica di fine agosto. Una calma che forse arriva a pesare inspiegabilmente più di quella confusione che fino a qualche giorno fa odiavo con tutta me stessa. Una calma opprimente e soprattutto apparente.
La spiaggia era quasi deserta, le sedie sdraio dei lidi quasi completamente vuote. Ho visto le innumerevoli file di ombrelloni uguali che sembrano ospitare dei morti per quanto erano tristi.
Erano desolati anche i bar che fino a qualche giorno fa pullulavano di animatori allegri e giochi aperitivo. Ho avuto l’impressione che anche la musica fosse cambiata per rispecchiare lo stato d’animo generale: non più la danza kuduro, solo qualche lenta e dolce canzone di Ligabue.
Ho piantato l’ombrellone e steso il telo da mare sulla sabbia. Mi sono guardata ancora una volta intorno. La comitiva che di solito stazionava dietro adesso contava solo due persone, meglio così in fondo.
Ho aperto il mio Vanity Fair appena comprato, ho letto le lettere, un paio di articoli e ho sbirciato le pagine della pubblicità. Ho visto solo cappotti, stivali, maglioni. E l’ho richiuso. Era veramente troppo per il mio stato d’animo già di per sé compromesso dalla visione generale della spiaggia.
Il mare era agitato, c’era vento. Ne basta poco qui per renderlo mosso, ma non potevo certo rinunciare ad un tuffo, proprio oggi. Così mi ci sono buttata. Ho sguazzato un po’ li dentro e mi sono fatta coccolare dalle onde, dopo un po’ ne sono uscita.
Un brivido lungo la schiena, una sensazione di freddo. Succede sempre così a fine agosto.
Il sole non era affatto forte, ma mi sono spalmata lo stesso la crema solare. Giusto per sentirne ancora l’odore, quello inconfondibile, quello che sa tanto di vacanze.
Me ne sono messa tanta, giusto per sentirmi ancora un po’ in vacanza.
Dopo circa un’ora sono andata via, senza scrollarmi di dosso la sabbia che puntualmente si attacca alle caviglie. Ne ho portata un po’ in macchina, ne ho disseminata un po’ in casa.
Passando dalla nostra camera ho visto la valigia di mia sorella sul letto, piena per metà, pronta ad affrontare un altro viaggio.
Che tristezza queste vacanze che finiscono.
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martedì 16 agosto 2011
La terrazza quasi sospesa in mezzo a quattro case
Sono passata con la macchina dal paese dei miei nonni, insieme a mia sorella. Da lì i tramonti sono uno spettacolo. Appena possiamo ci andiamo sempre, prima che il sole si nasconda sotto il mare.
Ci sediamo su una panchina vecchia e mezza rotta e ci godiamo quello spettacolo.
Ho dato un’occhiata alla casa di un mio cugino, la classica persona che torna in paese solo per le vacanze e che si gode la pace di quei pochi vicoli, da perfetto sessantenne appena pensionato.
Ha sistemato la sua piccola casa per le vacanze. Si è fatto costruire una piccola veranda dove ha messo un tavolo con delle sedie intorno e una sdraio, chiusa in un angolo.
Una veranda piccola che è la fine del mondo.
Cenerei ogni sera in un posto piccolo e accogliente come quel quadrato quasi sospeso in mezzo a quattro case. Metterei una tovaglia a quadrettini rossi, su quel tavolo. Una bottiglia di vino rosso fresco, quattro bicchieri e quattro piatti di spaghetti al pomodoro con il peperoncino di sopra e una foglia di basilico.
Quel mio cugino è simpatico, anche se non ho tantissima confidenza con lui. Ascoltavo sempre, da piccola, i suoi racconti torinesi, detti con quell’accento indefinito e con la risata sempre pronta. Ogni anno, ad agosto, la mia famiglia usava fare delle scampagnate con lui, sua moglie e suo figlio. Era una compagnia piacevole, allegra, rilassante. Proprio come l'atmosfera del paese di mia nonna ad agosto.
Ci sediamo su una panchina vecchia e mezza rotta e ci godiamo quello spettacolo.
Ho dato un’occhiata alla casa di un mio cugino, la classica persona che torna in paese solo per le vacanze e che si gode la pace di quei pochi vicoli, da perfetto sessantenne appena pensionato.
Ha sistemato la sua piccola casa per le vacanze. Si è fatto costruire una piccola veranda dove ha messo un tavolo con delle sedie intorno e una sdraio, chiusa in un angolo.
Una veranda piccola che è la fine del mondo.
Cenerei ogni sera in un posto piccolo e accogliente come quel quadrato quasi sospeso in mezzo a quattro case. Metterei una tovaglia a quadrettini rossi, su quel tavolo. Una bottiglia di vino rosso fresco, quattro bicchieri e quattro piatti di spaghetti al pomodoro con il peperoncino di sopra e una foglia di basilico.
Quel mio cugino è simpatico, anche se non ho tantissima confidenza con lui. Ascoltavo sempre, da piccola, i suoi racconti torinesi, detti con quell’accento indefinito e con la risata sempre pronta. Ogni anno, ad agosto, la mia famiglia usava fare delle scampagnate con lui, sua moglie e suo figlio. Era una compagnia piacevole, allegra, rilassante. Proprio come l'atmosfera del paese di mia nonna ad agosto.
giovedì 11 agosto 2011
Chi se ne frega ...
Notte di San Lorenzo, è festa in un paese vicino al mio.
Ci vado, insieme ai miei amici. Trovare parcheggio, come sempre, è un’impresa non di poco conto. Alla fine ce la facciamo, avvistiamo un posto libero al buio e ci incamminiamo verso le luci.
C’è troppa gente ed io la odio, la confusione.
Questa sera però sembra essere bella così com’è, anche con migliaia di gente di troppo attorno. Le stelle purtroppo non si vedono, il cielo è coperto da qualche nuvola e la luna è piena. Niente stelle cadenti stasera, anche se I. ne avvista una. Il suo desiderio sappiamo già qual è …
In piazza c’è musica e una folla di gente alticcia che balla quei canti popolari e antichi. Saltano di qua e di là, agitano mani e braccia al vento, urlano e ridono.
Le mie amiche esitano, una di loro ci spinge a buttarci nella folla. È la più intraprendente, al momento forse la più brilla di noi. Ci trascina in quella piazza, in mezzo a tutta quella gente.
Io odio ballare: sono troppo timida, lo sapete.
Ma loro iniziano a saltellare, a ridere. E io che faccio? Non posso stare ferma.
Ma sì, chi se ne frega.
Vattene via, timidezza maledetta.
Sono in un paese piccolo, ma strapieno di gente. Ci sono tantissimi miei coetanei attorno, gente che ho sempre visto per i corridoi della scuola o in giro per il corso, il sabato sera.
Mi butto anche io, prima timidamente. C’è una folla assurda, non si respira, non si vede niente. Vedo solo torsi nudi, persone sudate, chiome volanti. Qualche braccio che mi sfiora il naso, in alto. Qualche spintone che invece di darmi fastidio, mi dà più carica.
E saltello anche io, in mezzo ai miei amici. Cerchi, trenini, risate. Gente sconosciuta che mi prende il braccio e mi porta con sé ancora più in mezzo alla folla.
E ora questo chi è? Cosa vuole da me?
Ma chi se ne frega.
Sto bene così, finalmente. Tutta questa gente sudata intorno non mi dà più neanche fastidio.
Continuiamo così, con i miei amici, qualche pausa per riprendere fiato e poi di nuovo lì, finché la musica non finisce.
Poi andiamo via. Un giro in macchina, il cornetto caldo, il mare silenzioso, le stelle che non si vedono e poi a casa.
Giro la chiave nella toppa. Dentro quelle mura familiari c’è silenzio.
Dormono tutti, è tardi.
Poso la borsa sulla poltrona e sento qualcosa di liscio, caldo che mi sfiora la caviglia. È il mio Gatto, questa piccola pantera dagli occhi verdi che mi dà il benvenuto. Mi abbasso, lo prendo in braccio, mi riempie la maglia nera di peli.
Ma chi se ne frega.
Si prende un po’ di coccole e poi scivola giù. Spicca lui, sul pavimento bianco. Va di corsa a dormire ed io lo seguo.
Metto il pigiama, vado a letto con il mascara sulle ciglia. Domani avrò gli occhi di un panda.
Ma chi se ne frega.
Mi addormento, serena. Questa sera ho vinto io sulla timidezza.
Ci vado, insieme ai miei amici. Trovare parcheggio, come sempre, è un’impresa non di poco conto. Alla fine ce la facciamo, avvistiamo un posto libero al buio e ci incamminiamo verso le luci.
C’è troppa gente ed io la odio, la confusione.
Questa sera però sembra essere bella così com’è, anche con migliaia di gente di troppo attorno. Le stelle purtroppo non si vedono, il cielo è coperto da qualche nuvola e la luna è piena. Niente stelle cadenti stasera, anche se I. ne avvista una. Il suo desiderio sappiamo già qual è …
In piazza c’è musica e una folla di gente alticcia che balla quei canti popolari e antichi. Saltano di qua e di là, agitano mani e braccia al vento, urlano e ridono.
Le mie amiche esitano, una di loro ci spinge a buttarci nella folla. È la più intraprendente, al momento forse la più brilla di noi. Ci trascina in quella piazza, in mezzo a tutta quella gente.
Io odio ballare: sono troppo timida, lo sapete.
Ma loro iniziano a saltellare, a ridere. E io che faccio? Non posso stare ferma.
Ma sì, chi se ne frega.
Vattene via, timidezza maledetta.
Sono in un paese piccolo, ma strapieno di gente. Ci sono tantissimi miei coetanei attorno, gente che ho sempre visto per i corridoi della scuola o in giro per il corso, il sabato sera.
Mi butto anche io, prima timidamente. C’è una folla assurda, non si respira, non si vede niente. Vedo solo torsi nudi, persone sudate, chiome volanti. Qualche braccio che mi sfiora il naso, in alto. Qualche spintone che invece di darmi fastidio, mi dà più carica.
E saltello anche io, in mezzo ai miei amici. Cerchi, trenini, risate. Gente sconosciuta che mi prende il braccio e mi porta con sé ancora più in mezzo alla folla.
E ora questo chi è? Cosa vuole da me?
Ma chi se ne frega.
Sto bene così, finalmente. Tutta questa gente sudata intorno non mi dà più neanche fastidio.
Continuiamo così, con i miei amici, qualche pausa per riprendere fiato e poi di nuovo lì, finché la musica non finisce.
Poi andiamo via. Un giro in macchina, il cornetto caldo, il mare silenzioso, le stelle che non si vedono e poi a casa.
Giro la chiave nella toppa. Dentro quelle mura familiari c’è silenzio.
Dormono tutti, è tardi.
Poso la borsa sulla poltrona e sento qualcosa di liscio, caldo che mi sfiora la caviglia. È il mio Gatto, questa piccola pantera dagli occhi verdi che mi dà il benvenuto. Mi abbasso, lo prendo in braccio, mi riempie la maglia nera di peli.
Ma chi se ne frega.
Si prende un po’ di coccole e poi scivola giù. Spicca lui, sul pavimento bianco. Va di corsa a dormire ed io lo seguo.
Metto il pigiama, vado a letto con il mascara sulle ciglia. Domani avrò gli occhi di un panda.
Ma chi se ne frega.
Mi addormento, serena. Questa sera ho vinto io sulla timidezza.
venerdì 22 luglio 2011
La vacanza che vorrei
Sicuramente andrei in un posto di mare (la montagna non fa per me), in un paesino piccolo, pieno di sole e di vicoletti stretti. Passerei le giornate in spiaggia, a leggere fino a che mi reggono gli occhi ... ma non solo.
La mattina presto farei delle passeggiate, guarderei ogni sera il sole calare e il cielo diventare arancione. Mi lascerei cullare da quella fresca aria marina tipica di queste particolari ore della giornata.
Farei dell’odore della crema solare il mio profumo principale. Dei costumi da bagno, dei parei, dei cappelli di paglia i miei indumenti quotidiani.
Farei dell’odore della crema solare il mio profumo principale. Dei costumi da bagno, dei parei, dei cappelli di paglia i miei indumenti quotidiani.
Il possibile programma delle giornate alla fine non si discosta molto da quello che di solito "seguo" quando sono qui in vacanza. Il problema è che mi piacerebbe cambiare aria, vedere gente nuova. Partirei anche da sola, non mi dispiacerebbe affatto. Al massimo porterei con me un’amica.
Mi piacerebbe conoscere gente del posto, immergermi completamente nella vita del tranquillo e piccolo paesino di mare, farlo anche un po' mio. Mi piacerebber tornare a casa con la macchina fotografica piena zeppa di scatti.
Non sono brava a fotografare, anche se mi piacerebbe molto approfondire la materia e comprare una macchina fotografica un po’ più “seria” di quella che ho. Mi piacerebbe portare a casa non le solite, classiche foto di paesaggi e cose simili (anche se, di fronte ad un paesaggio spettacolare, è difficile non cedere alla sfrenata voglia del click).
Mi piacerebbe conoscere gente del posto, immergermi completamente nella vita del tranquillo e piccolo paesino di mare, farlo anche un po' mio. Mi piacerebber tornare a casa con la macchina fotografica piena zeppa di scatti.
Non sono brava a fotografare, anche se mi piacerebbe molto approfondire la materia e comprare una macchina fotografica un po’ più “seria” di quella che ho. Mi piacerebbe portare a casa non le solite, classiche foto di paesaggi e cose simili (anche se, di fronte ad un paesaggio spettacolare, è difficile non cedere alla sfrenata voglia del click).
Realizzerei tanti scatti di piccoli dettagli, quelli che sfuggono ai più.
Magari in bianco e nero, anche se l’estate è fatta di colori.
Prima o poi farò questa pazzia che sa tanto di viaggio ideale per un pensionato. Prenderò la mia valigia colorata e la lascerò semivuota. Metterò solo lo strettissimo necessario, per andare via leggera, senza pesi inutili.
Magari in bianco e nero, anche se l’estate è fatta di colori.
Prima o poi farò questa pazzia che sa tanto di viaggio ideale per un pensionato. Prenderò la mia valigia colorata e la lascerò semivuota. Metterò solo lo strettissimo necessario, per andare via leggera, senza pesi inutili.
Porterei con me solo quello che mi serve per essere in un quasi paradiso.
mercoledì 20 luglio 2011
Chiara in vacanza
BUONE NOTIZIE PER VOI: non vi stresserò per un po' con le mie paranoie da studentessa universitaria in crisi da esami.
Sono in vacanza, ho finito.
Libri chiusi, quaderni, appunti, post-it ed evidenziatori messi da parte. Un po' di spazio, un po' di aria per me.
Per festeggiare, i miei amici mi hanno portata al mare.
Non ero mai stata qui al mare, è lontano dalla città.
Mi hanno portata in una cittadina carina, ridente, piena di turisti e di locali affollatissimi.
Vedendo tutta quella gente, ho provato troppa meraviglia. Era tutto troppo diverso dalla città. Mentre io (e i miei amici) eravamo impegnati a prendere il colorito dei libri sui quali abbiamo studiato, il mondo intanto andava al mare, la gente girava per le vie delle cittadine turistiche in infradito e pareo.
Insomma, mi sono sentita un’aliena.
Ma perché non aboliscono gli esami di luglio?
Detto questo, l’importante è avere finito per quest’anno. Ora cercherò di godermi le mie vacanze, di riposare, di stare con i miei amici.
Cercherò anche di abbronzarmi, di perdere questo colorito da persona anemica.
Obiettivo di quest’estate 2011? Non scottarmi al primo giorno di mare.
Buone vacanze gente!! E se qualcuno di voi sta ancora studiando, il mio consiglio è di tenere duro, non mollate: quando uscirete dall’aula del vostro ultimo esame estivo, vi sentirete come in paradiso.
Parola di chi ci è passato!
Sono in vacanza, ho finito.
Libri chiusi, quaderni, appunti, post-it ed evidenziatori messi da parte. Un po' di spazio, un po' di aria per me.
Per festeggiare, i miei amici mi hanno portata al mare.
Non ero mai stata qui al mare, è lontano dalla città.
Mi hanno portata in una cittadina carina, ridente, piena di turisti e di locali affollatissimi.
Vedendo tutta quella gente, ho provato troppa meraviglia. Era tutto troppo diverso dalla città. Mentre io (e i miei amici) eravamo impegnati a prendere il colorito dei libri sui quali abbiamo studiato, il mondo intanto andava al mare, la gente girava per le vie delle cittadine turistiche in infradito e pareo.
Insomma, mi sono sentita un’aliena.
Ma perché non aboliscono gli esami di luglio?
Detto questo, l’importante è avere finito per quest’anno. Ora cercherò di godermi le mie vacanze, di riposare, di stare con i miei amici.
Cercherò anche di abbronzarmi, di perdere questo colorito da persona anemica.
Obiettivo di quest’estate 2011? Non scottarmi al primo giorno di mare.
Buone vacanze gente!! E se qualcuno di voi sta ancora studiando, il mio consiglio è di tenere duro, non mollate: quando uscirete dall’aula del vostro ultimo esame estivo, vi sentirete come in paradiso.
Parola di chi ci è passato!
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