Ho tradito l'aula-studio. Quella lì, sì. La mia seconda casa. Quella di cui vi ho tanto parlato (probabilmente anche scocciato), in cui ho passato intere giornate per anni. Ho tradito i tavoli bianchi sui quali ho preparato esami su esami. Ho tradito le quattro mura che mi hanno vista leggere, sottolineare, scrivere, ripetere fino a non avere fiato. Gli stessi che hanno ascoltato le conversazioni infinite con le mie amiche.
L'ho tradita perchè qui non si riesce più a studiare. O meglio, io non riesco più a studiare. Non ci riesco io e non ci riesce neanche più la mia amica.
E quindi qualche giorno fa abbiamo deciso di emigrare. Abbiamo raccolto le nostre borse -che più che borse ormai sono valigie- e siamo andate altrove. Nuovi posti, nuove facce (mica tanto), nuovi orari, nuovo tutto.
E lì io riesco a studiare davvero. Come un tempo, con la stessa resistenza dei primi anni. Si fanno le sette senza che io me ne accorga, riesco a concludere tutti i miei programmi senza troppi sforzi.
Sarà che lì ho ri-trovato l' "Ispirazione"?
Oggi pomeriggio, però, sono tornata nell'aula-studio di sempre. Non so neanche io perchè, sono uscita da casa e invece di andare a destra, sono andata a sinistra. D'impulso.
Sono qui dalle tre e non ho combinato nulla. Ho aperto i miei appunti, tirato fuori evidenziatori, penne, matite. Ho acceso il pc sperando di scrivere qualche riga di tesi e invece non ho concluso niente.
Ho anche mangiato un po' di cioccolato, chè si sa: aiuta alla concentrazione.
Alla concentrazione, sì. Alla concentrazione di chili in vista della prova costume.
Ho deciso di tornare a casa, malinconica, un po' triste, insieme a questo vento che ha proprio rotto tutto ciò che si può rompere. Torno a casa con i sensi di colpa per aver sprecato un intero pomeriggio quando di tempo da perdere proprio non ne avrei.
Ma domani va meglio, sicuro. Domani torno lì dove c'è l'Ispirazione.
E se tornasse anche il sole, allora sì, sarebbe tutto perfetto.
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
venerdì 24 maggio 2013
sabato 18 maggio 2013
I fuori sede non mangiano carne
La carne è un bene prezioso, è troppo costosa e si sa: un fuori sede su tre è squattrinato. Controlla quanto spende, fa la spesa in base alle offerte del supermercato e ha nel comodino un altarino appositamente fatto in onore dell’artefice di quella meravigliosa iniziativa del Conad per la quale - fino a fine giugno – tantissimi beni di prima necessità quali pane, pasta, sugo e così via sono scontatissimi. Salvo poi spendere quanto risparmiato in spese inutili.
L’unica carne che mangiano i fuori sede è quella del kebab. O al massimo si va di wurstel e hamburger.
Ci sono famiglie al corrente del fatto che i figli fuori sede lassùalnord carne non ne mangiano e quindi provvedono a far partire i propri pargoli con qualcosa come un chilo di vitello a fettine, sottovuoto, in valigia, dentro la borsa frigo. La prima cosa che ti chiedono, non appena sei arrivata a destinazione, dopo innumerevoli ore di viaggio e una voglia di conversare pari a zero, è se hai messo la carne nel congelatore. Poi, dopo qualche settimana, quando alla classica domanda del “cos’hai mangiato”, tu rispondi “carne”, loro ti chiedono – orgogliosissimi di sé- se la carne che stai mangiando è proprio quella che ti sei portata da casa, pur sapendo già la risposta.
Ecco: la mia famiglia rientra appieno in questa categoria.
Capita però che un giorno decidi di comprare della carne tua sponte, perché questo vitello ti ha un po’ scocciato. Vai al supermercato, afferri una vaschetta di maiale con tanto di osso, torni a casa, congeli tutto e poi te ne dimentichi, fino ad arrivare a tre settimane dopo, quando apri il congelatore e ti ricordi dell’acquisto.
E dunque fettona di carne sia, ben cotta, come piace a me. Col rosmarino sopra. Ci metto qualcosa come dieci minuti a finirla tutta. La fotografo, come farebbe un bravo bimbominchia e la mando alla sister. “Guarda qua cosa mangio stasera!”.
Fiera di me, piena come un uovo, lavo il piatto, sistemo casa e guardo il pc.
Il pensiero della tesi è diventato abbastanza padrone della mia testa. Dovrei iniziare a scriverla, adesso che il mio indice è stato approvato.
Ho rimandato questo momento a lungo, letto su libri e siti di vario genere i più disparati consigli a riguardo. Eppure non ho scritto neanche una parola, per la paura di sbagliare.
Mi siedo un attimo, fisso il pc, poi la pila di fotocopie e di libri e poi l’ora. Sono le nove, in tv non c’è niente. Stasera non esco, domani devo studiare.
Ma sì. Proviamo.
Imposto la pagina di Word con le istruzioni che trovo sul sito dell’università. Inizio ad aprire libri, a consultare i miei schemi, i miei appunti. Un sospiro profondo e via.
Le note, ca**o. Io ho paura delle note, delle citazioni, di tutto.
Ci provo lo stesso, seguo le indicazioni passo dopo passo.
A farmi compagnia c’è una zanzara che mi ronza intorno. Ogni tanto mi punge, ‘sta str****. Rimpiango di non essere con la mia amica, lei che le fa fuori tutte, a colpi di pesanti libri.
Dopo non so quanto, ho finito di scrivere la prima pagina. Fisso lo schermo, non mi pare vero. Non so se va bene, non so è giusto. Non lo so, non so niente. Però ho iniziato.
Finalmente ho iniziato.
Ho una certa ansia addosso, dovrei scaricarla in qualche modo. Per la prima volta, dopo un anno e mezzo di lontananza dalle sigarette, ho una voglia estrema di accenderne una e fumarla sul divano. Gustarmela, calmarmi così. In casa non ne ho, il che non può che essere un bene, col senno di poi.
Il giorno dopo lo racconto alla mia amica, lei ridendo mi dice “Ci manca solo che riprendi a fumare per la tesi!”. Devo trovare un altro modo per scaricare la tensione.
Poi riprendo, con un po’ più di calma.
Chiudo all’una, non ne ho più voglia. Quella che potrebbe essere definita ispirazione se n’è andata chissà dove. Siamo rimaste solo io, le zanzare e le mille bolle che mi hanno lasciato su gambe e braccia.
Al momento di salvare il documento, word mi chiede di dargli un nome.
Scrivo, senza pensarci su.
Si chiama “Capitolo 1, sul serio”.
(Un giorno dovrò togliere le ultime due parole. Spero vivamente di farlo prima di mandarlo alla mia relatrice).
martedì 7 maggio 2013
Ricorrenze
Io ho dei problemi seri con la sveglia, specialmente nel periodo degli esami.
La punto presto, sulle sette, ogni mattina. Ho cambiato anche suoneria, per cercare di farmela piacere un po’ di più. Non ha funzionato lo stesso.
Lei suona, io la rimando sempre più avanti finché ad un tratto non guardo lo schermo del cellulare, inorridisco e mi alzo di scatto dal letto. Come se il minuto dopo scoppiasse una bomba proprio sotto al letto e io dovessi immediatamente abbandonare la postazione (oddio, si vede che ho letto di recente Il corpo umano?).
Tutto questo progresso tecnologico, anni e anni di scoperte scientifiche, abbiamo sostituito i floppy disk con le chiavette USB e ancora non sono stati in grado di inventare il letto-sveglia. Quello che, all’ora prestabilita, si trasforma dolcemente in una sorta di sedia che piano piano ti mette in piedi et voilà, svegli alle sette tutti quanti. Magari con un po’ di musica classica in sottofondo, giusto per rendere tutto meno traumatico di quanto potrebbe sembrare.
C’è qualcosa che non torna in me, però. Fino ad un mese fa, ogni santo giorno, mi svegliavo alle sei precise.
Quindi i conti non tornano. Il mio problema è con la sveglia o con gli esami da preparare?
È un dubbio esistenziale, di prima mattina non va bene.
Basta, su. Giù dal letto.
Il buongiorno mi viene dato dal piede destro che poggia a terra. Fa uno strano rumore questo parquet. Uno scricchiolio leggero, solo la mattina quando mi sveglio, quando poggio il piede lì. Se ci passo durante la giornata non fa più rumore. O forse sono io che non ci faccio caso.
Spalanco le finestre, scopro senza molta sorpresa che piove anche oggi. Piove da tre giorni circa, ma forse è meglio così. Niente caldi prematuri ed opprimenti.
Mi preparo il caffè e mentre aspetto che salga, rispondo ai soliti messaggi di buongiorno. Mi fanno compagnia nell’attesa. La mia amica oggi ha un seminario o qualcosa del genere, l’altra sta impazzendo per un tirocinio da cominciare, mio fratello probabilmente avrà un’interrogazione. Poi un messaggio di una ricarica appena effettuata. Sarà mia madre: quando ricarica ad uno di noi tre figli, di conseguenza ricarica a tutti.
Guardo la data di oggi e realizzo che il tempo è passato senza che me ne accorgessi. Sono passati due anni dal giorno che reputo uno dei più brutti della mia vita. E’ una ricorrenza che forse oggi non mi turba neanche più di tanto. Ho saputo metabolizzarla, ho saputo ricavarne qualcosa di positivo. E in questo mi sento grande.
Ho dei ricordi confusi di quel giorno e non so se sperare che un giorno vadano direttamente nel dimenticatoio oppure se pensare a quel triste evento mi possa aiutare ancora a guardare solo avanti.
Forse è da lì, è da quella giornata piena di sole che è cominciato tutto. E’ dalle mani ruvide sul viso, dalla voce che non riesce a tranquillizzarmi in nessun modo, dal richiamo violento di un’altra voce ancora che ho capito tutto.
O forse avevo capito già da tempo e quella è stata solo la conferma.
Si dice che quando si tocca il fondo, poi si può solo risalire. Non so se nell’arco di quelle ore terribili, io un qualunque fondo l’abbia toccato sul serio. So solo che per iniziare a risalire ci ho messo un po’ di tempo.
Ho imparato che dovevo cominciare a volere bene a me stessa per prima. Ho imparato che si deve andare avanti sempre, in qualche modo. Ogni tanto mi dimentico di tutte queste belle cose, ma penso sia giusto anche questo.
Penso sia giusto perdersi e poi ricominciare a ricostruirsi pian piano.
Mettersi in discussione, cercare di migliorarsi.
Quel giorno di due anni fa è la prova del fatto che ogni tanto anche le esperienze negative possono servire a qualcosa. Possono farci aprire gli occhi di fronte ad una realtà che per troppo tempo abbiamo voluto nascondere, senza pensare che metterci solo un telo di sopra non aiuta a risolvere niente.
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