"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

mercoledì 29 settembre 2010

The table for one

Ok, stasera non so di cosa parlarvi, quindi mi limito a segnalarvi The Table for one: un blog che lancia un' originale iniziativa, quella di raccogliere fotografie in cui i protagonisti (solo persone comuni) sono intenti a consumare pasti (da soli) nei locali pubblici.

Qui il link, tratto da Repubblica.
Buona serata!!

martedì 28 settembre 2010

I sogni?

Stamattina ho letto un post di Andrea, sulle persone, sui loro “talenti sprecati”, sui loro sogni e sulla loro difficoltà di realizzarli. Un post veramente molto interessante che mi ha fatto riflettere tanto e che consiglio a tutti di leggere. Ha usato le parole giuste, con la giusta enfasi.
Ho letto anche i commenti, in particolare mi sono soffermata su quello di Martina.
Ho deciso di scriverci un post.

Concordo con il commento di Martina, in cui sostiene che spesso con i sogni non si campa, non si pagano le bollette o il mutuo. Per quanto ne sappia io, ha ragione, ma non sapete quanto invece vorrei darle torto e sostenere apertamente che la situazione non è questa che dice lei e che sostiene Andrea.

Ho amici a cui piace un sacco la filosofia, hanno la capacità di capire i vari pensieri in un istante, filosofeggiano in continuazione su qualsiasi argomento, eppure non hanno potuto scegliere una facoltà di filosofia.
Il motivo? Gliel’ho chiesto anche io e la risposta è stata “cosa faccio con la laurea in filosofia? L’insegnante per prendere il posto fisso quando sono in età di pensione?”. Ecco, questo è il problema: inseguire i propri sogni e trovarsi con le mani in mano.
Conosco gente che ha inseguito i propri sogni, iscrivendosi alla facoltà adatta alle proprie inclinazioni naturali. Gente contenta di studiare quelle materie, gente che prendeva voti alti, gente che ce la metteva tutta per passare le materie più difficili.
Gente che il giorno della laurea aveva un sorriso preoccupato, col pensiero martellante in testa di “cosa faccio adesso”.

La colpa di chi è? La nostra perché ci creiamo dei sogni un po’ troppo … “sogni”?
Non direi proprio, visto e considerato che il sogno è qualcosa di astratto, sì, ma viene costruito e alimentato dalla passione e dall’amore e non può certo essere un’imposizione.
Allora a chi dare la colpa?
Alla società, alla situazione generale del nostro paese che tarpa le ali prima ancora di spiegarle al vento? Credo proprio di si, o almeno nella maggior parte dei casi la causa è questa.


C’è chi dice che quando si ha un sogno, si fa di tutto per realizzarlo e anche se si incontrano degli ostacoli, la voglia di renderlo concreto ci porta a sormontarli.
Io credo che non è sempre così. Per quanto ce la si possa mettere tutta, alcuni ostacoli sono veramente troppo grandi per essere sormontati dalla sola voglia di realizzare un sogno.
Sto diventando troppo pessimista?

domenica 26 settembre 2010

Una domenica mattina ...

Stamattina mi sono alzata ad un orario decente e quindi ho deciso di fare una passeggiata per le vie del centro, caricata ancora di più dal bel sole tiepido che ha illuminato d’immenso tutta la casetta di Cip e Ciop appena ho aperto la finestra.
Fuori c’era molta gente, per lo più allegre famigliole e qualche giovincello rimasto illeso dalla sera precedente. Mentre camminavo ho incrociato lo sguardo di un’anziana signora ben vestita, dietro di lei un uomo, anche lui anzianotto. Noto subito, nelle loro mani, delle cartellette di pelle scura.
Erano Testimoni di Geova.

Preciso e sottolineo che non ho nulla contro questa religione: credo che ognuno sia libero di pensare come vuole e di fare le proprie scelte. Semplicemente non condivido questo loro fermare le persone per strada e offrire i loro giornaletti (o opuscoli, non so qual è il loro “nome tecnico”), ma questo non vuol dire certamente che provi chissà quale odio per questa religione

Una volta mi hanno fermata all’ingresso del parco. In quell’occasione ho preso il loro giornaletto/opuscolo/chiamiamolo-come-vogliamo, spinta dal normale desiderio di sapere qualcosa in più di loro.
Il giornaletto aveva in prima pagina un articolo, il cui titolo recitava una domanda: “Lavoriamo troppo?”. L’uomo che me l’ha dato, tutto contento, mi ha chiesto di leggere, di riflettere, eventualmente di comunicargli ciò che ne pensavo. Alla fine mi ha chiesto: "Ecco, secondo te si lavora troppo?".
Direi che al giorno d'oggi fare una domanda del genere ad una ventenne sia un po’ avvilente, considerando il fatto che il mondo del lavoro, ormai da un paio di anni, si dimostra poco aperto ai giovani.
Non ho condiviso con lui questo mio pensiero, ma se tornassi indietro glielo direi.

Dopo questo incontro, sono entrata al parco, mi sono seduta in un tavolo e ho iniziato a “studiare” (era luglio, un caldo impossibile e pochissima concentrazione). Poco dopo si avvicina un altro soggetto, sorridendo mi porge un altro giornaletto come quello che avevo precedentemente preso dall’altro suo collega.
Gli dico che già l’ho preso e glielo mostro.
Lui allora mi chiede cosa sto studiando e se sono iscritta all’università. Alla fine, indicando l’opuscolo, mi dice: "Leggilo, ti aiuterà ad affrontare questo periodo di studio".
Gli avrei voluto rispondere che in quel momento l’unica cosa che poteva aiutarmi ad affrontare il periodo di studio era un climatizzatore e una memoria esterna, ma naturalmente per non sembrare pazza o scortese, l’ho semplicemente ringraziato.

Ma torniamo ai giorni nostri.
I due mi fermano.
Loro, porgendomi l’opuscolo: "Signorina, possiamo lasciarle questo opuscolo...."
Io: "Scusi, vado di fretta... Devo andare... a messa! Grazie comunque"

Non so neanche io da dove mi è venuta questa risposta, visto e considerato che non ricordo neanche quand’è stata l’ultima volta che sono stata a messa.

Una cosa però che apprezzo dei Testimoni di Geova fino ad ora incontrati è la loro gentilezza. Sorridono e sono educati. Se dici loro che vai di fretta non fanno smorfie, anzi salutano augurandoti buona giornata, a differenza di altri soggetti che si ritrovano in situazioni analoghe.

venerdì 24 settembre 2010

La mia tesi sulle buste ecologiche

Un nuova legge prevede che da gennaio 2011 non dovranno più essere usate le buste di plastica (quelle che si usano per la spesa) perché inquinano l’ambiente.
I vari negozi si sono muniti allora delle buste biodegradabili, molto più ecologiche. Una busta di dimensioni medie si paga dieci centesimi, in confronto ai tre delle vecchie.
Emanano uno strano odore, fateci caso.

L’altro giorno, nel tragitto dal negozio verso casa mi sono resa conto di uno strano odore proveniente da queste buste. Ho pensato fosse qualcosa comprata, tipo qualcosa di avariato. Ma allo stesso tempo ho pensato che un pacco da mezzo chilo di fusilli non può essere avariato, come non può essere avariata neanche una bottiglia di acqua e nemmeno uno shampoo. Mi sono avvicinata con fare sospettoso al corpo del reato, ho controllato il contenuto. Niente di anomalo. Allora ho realizzato: queste buste puzzano.

Va bene così, dai. In fondo è per una buona causa. Ci tengo all’ambiente, mi sforzo a fare la raccolta differenziata per lo meno della carta. Cosa sarà mai un tragitto di un paio di minuti con una busta puzzolente in mano?

Piena di questo sano ottimismo ho continuato verso la mia retta via finché ho sentito uno strano movimento proveniente dalla mia mano e dalla busta.
Uno squilibrio.
Guardo sempre verso quello che è tornato ad essere il corpo del reato e mi rendo conto che un manico è partito per mondi migliori e l’altro giace precariamente tra le mie dita.
L’ottimismo di prima svanisce.
Queste buste non hanno la minima utilità. Puzzano, costano più delle altre e si rompono dopo qualche metro di tragitto.

Morale della storia? Se prima usavo saltuariamente le buste di tela, adesso ho deciso che diventeranno il mezzo di trasporto per eccellenza delle mie spese.
Più ecologico di così …

mercoledì 22 settembre 2010

Happy 101


Un sorriso ieri, altri due oggi.
Sono stata premiata e la cosa mi lusinga. Ringrazio Heidi (A tutto tondo intorno al mondo), Martina (I pensieri di Martina) e Ruz (Per favore, reagisci), per la fiducia, per la stima e per la loro costante presenza.

Il premio consiste nell’auto-psicanalizzarsi per due ore e stilare una lista, una topo ten delle cose che più ci piace fare. Allora, mi sono auto-psicanalizzata dieci minuti ieri sera prima di crollare in un sonno profondissimo, quaranta minuti stamattina in un autobus, venti minuti in attesa di un altro autobus.
Ed ecco a voi le dieci cose che amo fare, messe in ordine sparso:

1. Amo i luoghi in cui sono cresciuta: amo quel mare, il porto, la mia campagna, la mia piccola città con tutti i suoi affacci e le stradine, la mia casa e il paesaggio che si vede dal balcone della mia camera, compresi i tre giganti alberi (ora, purtroppo, due);
2. Amo la mia famiglia, nonostante i litigi, nonostante i difetti, nonostante il nostro essere lontani uno dall’altro, sparsi in tanti piccoli pezzi; amo soprattutto quel filo teso e leggero che tutto sommato ci unisce, tutti e cinque;
3. Amo i miei amici, in particolare I. F. C. M. da cui ho imparato tanto: sono una grande fonte di forza per me, dico apertamente che senza di loro, forse non sarei riuscita a superare determinati momenti;
4. Amo il mio Gatto: il suo essere altezzoso e dolce allo stesso tempo, il suo avvicinarsi silenzioso e raccolto non appena ha il sentore di un piccolo momento di tristezza;
5. Amo la mia città universitaria, con tutti i suoi casini: le biblioteche, la piazza enorme, gli autobus raggiunti di corsa, il bar e i caffè col cuore, le biciclette … compresa la casetta di Cip e Ciop, tanto piccola quanto graziosa e colorata;
6. Amo i momenti tranquilli: la notte e la mattina presto, quando tutti sono “a riposo” ed io posso pensare solo a me stessa e dedicarmi alle attività che adoro: leggere, vedere film, scrivere;
7. Amo viaggiare e se potessi farei il giro del Mondo;
8. Amo il mio blog e tutte le persone che ci girano intorno, rendendolo vivo e alimentandolo con attenzione;
9. Amo la pizza della mia pizzeria preferita, le patate fritte e le cene del mio ristorante preferito e ovviamente i panini di una paninoteca in centro, aperta (per fortuna) solo d’estate;
10. Amo vivere e sorridere. Sorridere, sì … anche dei guai.

Adesso la “procedura” vuole che sia io a fare altri dieci nomi di dieci persone diverse che, appunto, riceveranno questo premio e dovranno a loro volta stilare la loro top ten.

Ecco a voi i miei dieci nomi (sempre in ordine sparso):
1. Only me - Il mio cammino interiore;
2. Allegra - Il canto delle sirene;
3. Valentina DM - Valentina Demelas Blog;
4. Valepi - Tanto per...;
5. The reader duck - The reader duck;
6. Igor - La finestra di fronte;
7. Letizia - Papppperlandia;
8. Andrea - Spazio personale;
9. Princesse - I pensieri del piccolo principe.
10. Mina - Il gatto con gli stivali.

Ovviamente, se vi va, a me farebbe tanto piacere sapere quali sono le dieci cose che amate fare! E’ un premio simpatico, aiuta a conoscersi di più e a pensare alle cose che più amiamo.
Un saluto e un mega abbraccio va ad Heidi, Martina, Ruz (già auto-psicoanalizzati), Clau, Angela, Bussola, Temporala (già premiati da altri blogger) e ad Ape, il cui commento al mio primo post mi è rimasto nel cuore.

N.B. : Mi scuso ENORMEMENTE per non aver linkato ai vostri blog: ci ho provato cinque volte, ma la mia connessione scarsa non ha aiutato per nulla, anzi... mi ha bloccato il mondo più volte! Perdonatemi!
Provvederò per lo meno ad inserirli come commento!

lunedì 20 settembre 2010

La libreria vecchia


Stamattina ho trovato per caso una curiosa libreria. Si trova in una stradina di passaggio, non molto grande, un po’ antica, abitata soprattutto da stranieri. In quella strada ci sono negozi di ogni tipo: ristoranti cinesi, venditori di kebab, parrucchieri africani, abbigliamento cinese, negozi di oggetti etnici. Diciamo che è una via un po’ multi etnica. Ci passo ogni tanto e do un’occhiata curiosa a tutto quello che sta intono a me.

Oggi il mio occhio curioso si è posato su una porticina minuscola e su una vetrina mezza annebbiata dalla vecchiaia. Mi sono avvicinata e ho trovato una libreria.
Dalla vetrina si vedevano diversi libri esposti in fila ordinatamente. Accanto ad ogni libro c’era un pezzetto di cartone colorato con su scritto il prezzo. Erano titoli moderni, conosciuti, ma in gran parte c’erano libri e volumetti di cui non conoscevo l’esistenza, tutti ingialliti dal tempo.

Naturalmente sono entrata. Quella libreria occupava praticamente lo spazio di uno stanzino. L’aria che si respirava era strana: un odore di incenso e di carta, misto ad umidità. C’erano libri ovunque, sistemati in scaffali alti fino al soffitto, poi, al centro, uno scaffale sul verde, anch’esso pieno zeppo di libri.
All’angolo c’era invece un bancone e lì seduto c’era un uomo, presumo il proprietario o al massimo un commesso. Aveva gli occhiali, era calvo ed era vestito piuttosto sportivo. Trafficava con un computer, un oggetto totalmente stonante con l’ambiente che aveva intorno.

Ho fatto un giretto là dentro, in realtà avrò fatto in tutto sette passi, vista la grandezza. Era un libreria di libri usati, per questo erano ingialliti. Erano tutti disposti per settori, in ordine alfabetico. C’era di tutto: fantascienza, fumetti, romanzi rosa, attualità, scienza, cucina e l’immancabile angolo dei romanzetti Harmony …

Ho sempre creduto che il libro sia un qualcosa di intimo, con cui si crea un rapporto quasi umano. Certamente un libro, a vederlo così - senza averlo letto, conosciuto, apprezzato la storia che c’è dentro – altro non è che un oggetto, un qualcosa di assolutamente materiale. Quando poi ti immergi nelle pagine e la storia che stai leggendo inizia a catturarti emotivamente, lì allora il libro non è più un oggetto. È un qualcosa di vivo che mette in moto tante sensazioni, quasi come una persona.

Vendere i propri libri è una cosa che approvo da un lato, rifiuto dall’altro. La rifiuto proprio perché spezza questo legame fisico; l’approvo perché permette di trasmetterlo.
Un libro nuovo, a differenza di uno usato, è incontaminato, è puro. Non sono passate dita tra quelle pagine, non si sono posati occhi su quelle parole, non ha suscitato emozioni particolari. Un libro già letto invece è vissuto.
Magari tra le pagine si trova qualche frase sottolineata, rimasta impressa a chi l’ha avuto tra le mani prima di noi, oppure un segno, un qualcosa che rimanda al vecchio proprietario.
Direte voi che la stessa cosa si può “verificare” leggendo un libro che magari qualcuno vi ha prestato. Io credo che non sia così, il bello sta nell’immaginare la persona che l’ha letto prima di noi, cosa l’ha spinta a venderlo, cosa ha pensato del libro.

E voi cosa ne pensate? Avete mai letto un libro usato?

[Prossimamente vi parlerò del book crossing]

domenica 19 settembre 2010

Mine vaganti - F. Ozpetek



Ho visto Mine Vaganti.
Finalmente.

Come sempre sono rimasta senza parole negli immediati attimi di conclusione del film.

A dir la verità, conoscendo gli altri film di Ozpetek (da menzionare quella cinema-dipendente quale è mia sorella, colei che mi consiglia tutti i film da vedere) ho notato uno stile diverso rispetto al suo. Di solito, per capire bene il significato dei suoi film e guastarmi appieno tutti i particolari, devo rivederlo almeno due volte (naturalmente a distanza una dall’altra!).

Questa volta mi sono ritrovata davanti un film quasi leggero, simpatico, a tratti comico. Mentre le scene si susseguivano, spesso pensavo “Ma è di Ozpetek?”.

Ho dovuto aspettare le scene finali per riconoscere ancora una volta il suo delicato tocco …

Da vedere. Assolutamente.

Sito ufficiale: http://www.minevaganti.net/

Tratte dal film:

"Non farti mai dire dagli altri chi devi amare e chi devi odiare. Sbaglia per conto tuo, sempre."

"Chi lo sa se questi luoghi avranno memoria di me, se le statue, le facciate delle chiese si ricorderanno il mio nome. Voglio camminare un’ultima volta per queste strada che mi hanno accolto tanti anni fa quando tutti mi chiamavano la toscana. Voglio vedere le pietre gialle, tutta quella luce che ti toglie il respiro. Se le strade conserveranno il rumore dei miei passi, la mia città, la città di Lecce, la devo salutare prima di partire. "

"(…) Voi, Vincenzo e Stefania, non c’è niente che potete fare per non amare Antonio.
La terra non può volere male all’albero …
Tommaso, scrivi di noi, la nostra storia, la nostra terra, la nostra famiglia, quello che abbiamo fatto di buono e soprattutto quello che abbiamo sbagliato, quello che non siamo riusciti a fare perché eravamo troppo piccoli per la vita, che è così grande. "

"La mina vagante se n’è andata, così mi chiamavate pensando che non vi sentissi. Ma le mine vaganti servono a portare il disordine, a prendere le cose e a metterle in posti dove nessuno voleva farcele stare, a sgominare tutto, a cambiare i piani."

"Nicola mi ha insegnato la cosa più importante di tutte: a sorridere quando stai male, quando dentro vorresti morire. Non siate tristi per me, quando non sentite la mia voce in casa. La vita non è mai nelle nostre stanze. Moriamo e poi torniamo, come tutto
. "

venerdì 17 settembre 2010

Il cellulare - parte 2- le figuracce

Di figuracce con il cellulare ne ho fatte tante. Ho mandato messaggi al destinatario sbagliato, ho chiamato Tizio invece di Caio,oppure sono partite chiamate da sole, tenendo semplicemente il cellulare in tasca.

La peggiore figura l’ho fatta qualche anno fa. Mi si era smagnetizzata la sim card, con la conseguente perdita di numeri di telefono, messaggi che mai e poi mai avrei voluto cancellare e così via. Per fortuna sono riuscita a ripristinare il mio solito numero, con il credito di prima e le varie opzioni che avevo attivato. Cercai di salvare il salvabile, andando alla ricerca dei numeri delle persone più importanti, quelle con cui ero più in contatto, tralasciandone altre meno importanti.

La sfortuna volle che il misfatto accadesse proprio nel periodo di Natale, quando la gente, presa dalla smania di consumare la Christmas Card, scrive un messaggio di auguri e lo inoltra a tutta la rubrica. Ma non solo questo, ovviamente. Anni fa si usava molto mandare quelle odiose catene che promettevano miracoli per il semplice fatto di dover mandare lo stesso sms a mille persone, rompendo inevitabilmente la quiete pubblica.
Tra questi baldi soggetti era compresa una mia vecchia prof. Una donna molto giovane e simpatica, supplente di qualche materia per un anno intero, si sentiva (complice il comportamento di una classe intera) talmente una di noi che prima di andare via ci lasciò il suo numero di cellulare.

In quel periodo ricevevo catene, messaggini simpatici, barzellette, auguri e quant’altro da un numero che non conoscevo. Io però lasciavo fare, sperando che prima o poi si sarebbero accorti di aver sbagliato destinatario. Questo finché un giorno,già incavolata di mio per qualche motivo che ora non ricordo, mandai un sms poco simpatico al numero in questione, chiedendo sostanzialmente chi fosse (magari scrissi “chi sei” con la K e con un 6, roba che adesso solo a pensarci mi viene l’ulcera).

Il messaggio di risposta recitava più o meno queste parole: “Ciao Chiara, hai fatto in fretta a cancellare il mio numero di cellulare! Baci, la tua prof”.
Secondo voi ha creduto alla storia della sim smagnetizzata?

E le vostre figuracce col cellulare? Se ne avete mai fatte...

giovedì 16 settembre 2010

Il cellulare - parte1

Il mio primo approccio con un telefono cellulare è stato all’età di dieci anni. Frequentavo la quinta elementare e la scuola aveva organizzato una gita di tre giorni a Napoli e dintorni. In quell’occasione, i miei mi diedero un cellulare, uno di quelli grandi quanto un citofono (se ne ritrovo uno, lo metto in bella vista su qualche mobile come pezzo vintage), nero, con l’antenna che puntualmente mordicchiavo (chissà quanti germi ho preso) e con le uniche due funzioni tipiche del cellulare: le chiamate e i messaggi.
La sera prima della partenza, mia madre si sedette con me sulla poltrona e mi mise davanti questo grande apparecchio. Iniziò ad insegnarmi che, digitato il numero sulla grande tastiera (la rubrica cos’era? Chi sapeva come funzionasse?) bisognava premere il verde per chiamare, il rosso per spegnere la telefonata. Mi insegnò anche a caricarlo e mi fece ripetere le operazioni varie volte per vedere se avevo capito come funzionasse.
Quindi partii con quell’aggeggio stipato come un tesoro prezioso in una tasca sicura dello zaino. Me lo fecero portare perché così potevano contattarmi quando volevano, per stare più tranquilli insomma.
L’unico neo della questione è che loro stavano tranquilli, io ero agitata. Se lo perdevo cosa facevo? Mica costavano venti euro i cellulari di allora …
Alla fine andò tutto bene, riportai il citofono … ehm, il cellulare… a casa sano e salvo.
Tanto per intenderci, lo ruppi in un’altra occasione, accidentalmente e non vi dico la tragedia che fu.
Quella fu la prima volta che ebbi in mano un cellulare.

Qualche Natale dopo, mio padre me ne regalò uno. Andava di moda, lo avevano tutti ed effettivamente aveva un che di utilità: mamma e papà ti controllavano tranquillamente quando uscivi.
Gli sms erano qualcosa di raro, se ne mandavano pochissimi all’epoca, costavano un botto e perciò non si poteva mica fare il botta e risposta che si fa oggi, anche solo per consumare i cento messaggi gratis al giorno.
Insomma, i primi tempi usavo poco il cellulare, anche perché non avevo grandi necessità di sentire il mondo a qualunque ora, in qualunque occasione.

Gli anni passano e uscire senza cellulare diventa una cosa impensabile. Prima di mettere il naso fuori casa bisogna accertarsi di averlo in borsa, altrimenti non si esce. Ma non per chissà quale motivo, semplicemente perché “se non rispondi, succede la tragedia”.
Se dieci anni fa mi comprarono il cellulare per stare più tranquilli, adesso questo aggeggio è diventato un mezzo capace di mettere ansia se al sesto squillo non si riceve nessuna risposta. E non sono così solo i genitori, non è questione di essere mammoni. Anche gli amici e i fidanzati lo fanno. Se passa più tempo del solito dal momento in cui ti arriva il messaggio al momento in cui rispondi, loro vanno in tilt, si preoccupano (effettivamente a volte succede anche a me, ma io sono un tantino più moderata).

Senza contare i grandissimi progressi che la tecnologia dei cellulari ha fatto negli ultimi anni. Il design che migliora, i modelli disponibili in vari colori, le suonerie da cambiare, le emoticon, i loghi, i giochi.
E poi il display a colori, la fotocamera, il touch screen, internet, il bluetooth (e qui mi fermo, sono le funzioni che conosco).

Il cellulare ha cambiato molto il nostro modo di vivere. Alimenta gelosie, a volte tranquillizza, altre mette un’immane ansia. Si scoprono doppie vite, tradimenti, nascono amicizie, muoiono rapporti sociali.

E poi vogliamo parlare delle figuracce che si fanno tramite cellulare?
... Mh, forse è meglio dedicare un intero post a quest'ultime!

martedì 14 settembre 2010

Francois Robert

Il lato curioso della vostra mente si è mai domandato cosa ci sia dentro le tasche o dentro la borsa di un vostro amico, conoscente, collega, parente?
A me è capitato, pura curiosità.
Pensavo che questo fosse un quesito unicamente femminile, invece ho scoperto il fotografo (uomo) Francois Robert il quale ha fatto svuotare tasche e borse a diverse persone di età compresa tra i 4 e i 75 anni e ha immortalato il tutto.
Ha messo i vari oggetti su un telo bianco, disponendoli ordinatamente e fotografandoli dall'alto con accanto il braccio del proprietario.
Questi scatti fanno parte della serie fotografica "Contents".
Un'idea geniale e simpatica, direi!

Il sito del fotografo è: http://www.francoisrobertphotography.com/
Fonti: Repubblica (Ho scoperto qui questo fotografo!)

domenica 12 settembre 2010

Una valigia e mezzo ... e via!


"La linea bianca sul grigio dell'asfalto è interminabile mi sembra di vederla scorrere negli occhi da un'eternità..."

Tiromancino - L'autostrada


A suon di waka-waka, di Alejandro, di Roberto, di Fernando (manca qualcun altro?), quest’estate 2010 è finita anche per me.
Non saprei dire com’è andata, è stata tranquilla, o almeno così mi sono sforzata di renderla. Un’estate di mare, di sole, un’abbronzatura che non ha mai avuto prima d’ora e che presto svanirà, uscite con gli amici, posti di sempre, chiacchiere, piccoli e grandi sfoghi. Normale insomma.

Tempo di partenza, ma anche di buoni propositi: stranamente,(forse non è neanche tanto strano, visto che ho letto in alcuni blog che anche altri fanno così … e la cosa mi fa piacere!) ne faccio, il più delle volte senza mantenerli, anche alla fine dell’estate. Sono buoni propositi diretti al ritorno nella mia amata-odiata città, alla mia vita lì, lontano da qui.


Spero di cambiare nei prossimi mesi, anche se il cambiamento mi spaventa. Spero di migliorare, di diventare più forte, di avere più coraggio, quello che mi serve per chiudere delle porte ed aprirne di nuove. Ho in mente qualche progetto semplice, altri più complicati, con l’unica speranza che non rimangano idee campate in aria.
Dicono che volere è potere, o no? Spero di volere tanto, tantissimo, troppo. Spero di riempirmi, di scoppiare di volere al punto di arrivare a potere, al punto di farcela, di rinascere almeno un po’.

Fine d’estate, valigia che si riempie per l’ennesima volta di tante cose, un biglietto in mano, i saluti di ogni volta, i baci al gatto che purtroppo al telefono non può parlare. Le esperienze vissute, i momenti da ricordare, quelli da dimenticare, le persone che ho visto e quelle che ho tralasciato, tenendo sospesi decine di caffè.
Valigia piena di ricordi, di foto nuove che guarderò ogni volta che mi mancherà qualche volto amico.


Sono pronta, è ora di andare.

venerdì 10 settembre 2010

Un attimo malinconico



Pioggia, pioggia, pioggia incessante.
Cielo brutto, bruttissimo.
Aria fresca, rumore di gocce che cadono sull’asfalto.
Poi vento, tanto vento.
I giorni contati, le ore programmate.
Un gomitolo di pensieri.
Una lista da riempire.
La voglia di andare.
Quella di rimanere.
L’umore che cambia.
È colpa del tempo.

mercoledì 8 settembre 2010

La torta margherita

Stamattina mi sono svegliata con il pallino di fare una torta. Una torta vera, non di quelle preparate in busta, da comporre e mettere in frigo. Una torta con tanto di uova e farina, insomma.
Cosa c’è di strano, direte voi. Di strano c’è che a casa mia sostengono che io non sia capace di fare nulla di elaborato. Me la cavo con i pasti veloci, quello che serve per sopravvivere insomma, mentre quando si tratta di qualcosa di più complicato … le mie abilità culinarie di colpo si ritraggono.
Ma c’è da precisare che questo lo pensano solo loro e che c’è da competere con una madre che in cucina è un genio e con una sorella che pian piano sta arrivando alle sue capacità.

Bene, oggi quindi sveglia presto, deserto in casa, mamma a lavoro, sorella e fratello ancora in catalessi, gatto di ottima compagnia accanto a me. Sfoglio il ricettario scritto a penna dalla mamma e trovo la ricetta della torta margherita. Qualcosa di semplice, insomma. Guardo la lista degli ingredienti, mi accerto che non manchi nulla e mi metto all’opera. Uova, farina, zucchero, yogurt, impasto tutto, imburro la teglia (attività non tanto piacevole, visto quell’odore nauseabondo) e metto il composto dentro.
Ripongo la teglia nel forno, metto una temperatura a caso (nella ricetta non c’era scritto nulla a riguardo), regolo il timer e attendo.

Quando sento il suono dell’orario, apro il forno. La torta sembra avere un colorito buono ed è gonfia al punto giusto. La tolgo da là, pensando allo stupore dei miei nel vederla, la metto sul tavolo, in modo che si raffreddi, per poi poterla sistemare su un vassoio.
Vado a far la doccia tranquillamente, lasciandola a prendere una boccata d’aria.
Torno in cucina mezz’ora dopo, tutta sorridente.
Sorriso che però dura pochi attimi.
La mia torta margherita si è afflosciata, è brutta. Disastro. Farà schifo.
Delusa, inizio a tagliarla con un coltello e a disporre le fette su un vassoio. Non ha più quel bell’aspetto di prima, presumo che nessuno oserà mangiarla. Però non mi va di buttarla, magari il sapore è buono …

Finisco di sistemarla, anche le fette si afflosciano. Penso a cosa diranno le cuoche di casa e tutto sommato mi viene da ridere. Dopo il pranzo, metto la pseudo torta a tavola. Loro ci scherzano su, anche se non si aspettavano che io ne avessi fatta una da sola. Non so con che coraggio l’hanno provata (perché per portarsi in bocca una briciola di quella cosa là senza saperne il gusto ci vuole proprio coraggio), hanno detto anche che era buona.
Ora penserete che l’hanno detto solo per non farmi rimanere male, in effetti anche io ho pensato questo, solo che in quattro e quattr’otto se ne sono spazzolata quasi mezza, ergo direi proprio che è piaciuta.

L’ho provata anche io. Mi sono sorpresa di me stessa. La mia torta margherita era ottima, aspetto a parte.
Un errore di forno le è stato fatale, il suo essere afflosciata mi stava portando a buttarla nella spazzatura (mi sono fermata ricordando le parole del post di Heidi), ma alla fin fine, la sua essenza era ottima.
E ora mi glorio.
So cucinare la torta margherita.
Da sola.
Ripeto: da sola.
Una torta margherita bruttina … ma si sa che non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace!
Ad ogni modo, ecco la torta prima dell'afflosciamento:

Chiara allibita

Oggi sono stata mezza giornata al centro commerciale a comprare un sacco di roba che mi serve per il ritorno alla base cittadina. Dovevo anche cercare un regalo per un’amica, ma di questo vi parlerò in un altro post. I grandi corridoi e l’aerea ristoro del centro erano molto affollati, dal momento che era ora di pranzo.
Vi racconto un piccolo aneddoto legato a questa giornata e al centro commerciale: un fatto che mi ha dato da pensare e che allo stesso tempo mi ha un po’ innervosita.

Ero in giro per i corridoi quando vedo un bambino piccolo, carino, biondo, con una magliettina arancione e dei grandi occhi azzurri. Avrà avuto non più di tre anni, sapeva camminare abbastanza bene, ma vista la statura ho pensato che fosse comunque molto piccolo.
Per me è normale notare i bambini piccoli, dato che mi piacciono e che li considero delle meraviglie, mentre c’è gente che non fa una piega quando un bimbo gli passa accanto.
Il pargolo girava tranquillo, seguendo un gruppetto di gente grande, probabilmente i suoi genitori, pensavo.

Circa un’ora dopo mi ritrovo in un’altra ala del centro commerciale, immersa in un interessante discorso con la persona che si trovava con me, quando noto di nuovo il bambino. Questa volta rallento il passo, il corridoio è vuoto, lui si aggira senza una meta, con lo sguardo semi smarrito, quasi con le lacrime agli occhi. Bofonchiava un “mamma” e si portava il dito in bocca. Mi avvicino lentamente, quasi con il timore di essere scambiata per una mezza pedofila (ci sono genitori altamente sospettosi, lo sarebbero anche di una suora … ma forse un po’ di allerta non è sbagliata) e gli chiedo dove fosse la sua mamma. Lui mi guarda, non dimostra molta fiducia, si allontana un po’ e riprende a vagare.

Lì inizio ad avere una mezza certezza del fatto che quel bambino si è perso o che comunque lì non c’è nessuno con lui. Lo seguo un po’ per qualche passo, lo raggiungo e gli pongo la stessa domanda di prima. La sua reazione è la stessa. Io e la persona che era con me ci scambiamo sguardi un po’ preoccupati, pensiamo a come poterlo aiutare: mentre parliamo (e con un occhio guardiamo il bambino), un signore ci rivolge la parola da una panchina vicina. Ci dice che il bambino non si è perso, che la sua mamma è dentro un negozio di scarpe lì vicino.

Ora io mi chiedo: se io ero una male intenzionata, una pazza, una persona cattiva, una squilibrata e volevo “rapire” il bambino, cosa mi avrebbe impedito di fare ciò? Nulla dal momento che un bimbo di tre anni si aggirava DA SOLO per un centro commerciale, senza che nessuno gli desse un’occhiata.
È inutile che mi vengono a raccontare balle del tipo “tanto io ero nel negozio, lo guardavo da lontano” perché io, una perfetta sconosciuta, mi sono avvicinata ben due volte al pargolo e nessuno dei suoi familiari è venuto a riprenderselo.

Quando poi succedono le tragedie o i bambini scompaiono nel nulla, cosa facciamo? Guardiamo i telegiornali col cuore in gola, mettendoci nei panni dei poveri genitori a cui è stato sottratto il figlio.
Certamente non bisogna generalizzare, ma quello che ho visto oggi mi ha profondamente colpita. Come si può lasciare un bambino piccolo vagare per i corridoi di un centro commerciale, da solo, all’ora di pranzo? Come?

Se non si vogliono figli, perché si pensa di non avere abbastanza pazienza o di non essere in grado di prestare tutte le attenzioni che un bambino richiede, allora perché farne?
C’è gente disposta a dare amore ad un bambino, attenzioni e tutto ciò che gli occorre e magari non può averne.
Quanto è ingiusto questo mondo? Quanto si sottovalutano i pericoli di ogni giorno?
Sono allibita, senza parole. Mi auguro solo che quel bimbo cresca come si deve e che abbia accanto qualcuno capace di dargli tutte le attenzioni che merita.

lunedì 6 settembre 2010

London

Tra i luoghi che ho visitato, sicuramente Londra ha un posto d’eccezione nel mio cuore. Ci sono stata quando avevo diciassette anni, in una vacanza studio, per due settimane. Una delle esperienze più belle della mia vita: ho incontrato gente fantastica e in generale direi di aver imparato un bel po’ da quei quindici giorni.
All’inizio non volevo neanche partire, non conoscevo nessuno. Ricordo una valigia vuota fino a poche ore prima del volo e poi l’improvvisa foga nel riempirla, forte della decisione (presa dopo aver letto un messaggio) di buttarmi in una nuova esperienza e di accettare tutto quello che avrei trovato. Adesso penso che sarei stata una grandissima stupida se avessi lasciato quella valigia vuota.

L’Inghilterra è una meraviglia, ci tornerei anche adesso. Ho visitato un bel po’ di posti: Northampton, Stratford Upon Avon (la città natale di Shakespeare), Coventry, Cambridge, Londra e Rockingam Castle.
Mi dispiace solo di aver visto poco Londra, ci sono stata una giornata e non me la sono goduta per come meritava veramente. Spero di riandarci il prima possibile e spulciarla per bene.

Ricordo di quei giorni le patate fritte tagliate in qualsiasi forma possibile e immaginabile pur di sembrare un piatto diverso da pranzo a cena. Ricordo la cena alle cinque e mezza del pomeriggio, l’assurdo caffè con cui si faceva colazione e poi le ciambelle con la glassa colorata.
Ricordo i discorsi fatti fino all’alba, la mia fantastica cameretta, gli zaini pieni di dediche, i numeri di cellulare che circolavano a non finire, le fughe dalle stanze, l’insegnare le parolacce ai tedeschi …
E poi ovviamente ricordo lui, un dolcissimo inglese mai più risentito.

Purtroppo ho poche foto da mostrarvi, questo perchè: 1) non avevo la digitale; 2) quelle che ho fatto sono state scattate con le mitiche usa e getta; 3) ho lo scanner in coma per cui non posso neanche riprodurle in questo modo.

Accontentavi di questa: una foto di pessima qualità fatta con un cellulare scadente!

domenica 5 settembre 2010

Al circo

Qualche settimana fa sono stata al circo. Era da tantissimi anni che non ci andavo, un po’ mi mancava quell’atmosfera. Da piccola ci andavo sempre: ogni volta che veniva nella mia città era un po’ una festa per tutti. C’era la ricerca delle riduzioni per l’ingresso, quasi si faceva a gara per chi ne collezionava di più.
Quando ero molto piccola, ci andavo con mio padre e mia sorella, ho un ricordo vago di noi tutti in giacca di jeans (forse si usavano tanto) seduti sulle panche della platea.
Poi, quando ero più grande, si andava con i compagni di scuola … e che festa! Ci si sentiva grandi già solo per il fatto di chiamarsi a casa, parlare di orari e darsi gli appuntamenti.

Insomma, ritorniamo ai giorni nostri …
Questo circo “mancava” a me e ai miei amici, allora abbiamo deciso di andarci.
Alla cassa c’era una signora stravagante, in carne, molto truccata e piena di gioielli vari, dall’accento indefinito. Paghiamo, prendiamo il nostro biglietto e andiamo all’ingresso.
Il tendone era di dimensioni medie, scuro con delle stelle colorate. Al centro c’erano il palco e intorno sedie di plastica e panche di legno. Ci accoglie un tipo vestito di nero, ci indica i posti e noi ci sediamo.

Lo spettacolo inizia in orario, con un balletto movimentato fatto da quattro o cinque donne semi nude. Poi è il turno del presentatore: un giovane bello, alto, con una grande voce decisa. Inizia a presentare i vari numeri: giocolieri, giochi di prestigio, gente che cammina sospesa in aria su un filo e fa anche la passeggiata in bici su questo, l’immancabile e simpatico clown. Grandi applausi, la gente sembra soddisfatta e in effetti i soggetti sono proprio bravi, meritano tante battute di mani.

Intervallo. Incontriamo altri nostri amici e ci mettiamo a parlare. Anche loro sono arrivati al circo per nostalgia; anche a loro sono piaciuti i numeri.

Lo spettacolo riprende. Il presentatore richiama la gente al tendone, tutti si siedono e calano le luci. È il turno degli animali. Stranamente mi era sfuggita l’ovvietà del fatto che al circo ci fossero anche degli animali. E mi sono sentita una stupida per questo.
Diventa tutto un susseguirsi di cavalli (e altri animali, ma non sto a far l'elenco) che fanno il giro della tribuna uno dietro l’altro, in fila, alzando e abbassando la testa quando il loro domatore gli fa determinati cenni. Ci sono anche i cani, sono felici di saltare di qua e di là vestiti con una mantellina luccicante, il tutto scodinzolando, naturalmente.

Quegli animali mi hanno fatto una grande tristezza, soprattutto i cavalli. Loro così grandi, maestosi, lucidi, messi lì a raccogliere applausi.
Vedere animali del genere in atteggiamenti non naturali per la loro specie, mi ha fatto perdere l’allegria e lo stupore da bambina di cinque anni che mi avevano regalato attimi prima i giocolieri e i clown.

Ho cercato qualcosa su questo argomento e ho trovato un'interessante proposta di legge presentata nel 2008, chiamata “Norme per la graduale dismissione dell’uso di animali da parte dei circhi e per il sostegno dello spettacolo circense”. In base a questa, i contributi del FUS (Fondo unico per lo spettacolo) andrebbero solo ai circhi che non usano animali, inoltre si inizierebbe un’opera di dismissione degli animali già presenti nei circhi.
Beh, che dire … Mi sembra un’ottima iniziativa.

Forse un circo senza animali, come Le Cirque du Soleil, attirerebbe più gente, dal momento che molti genitori evitano di portare i propri figli a vedere questi spettacoli perché non condividono determinati numeri i cui protagonisti sono proprio gli animali.
Si darebbe più spazio alle abilità umane, a soggetti capaci di farti stare con il fiato sospeso per la loro bravura e la loro agilità.

Voi cosa ne pensate?

(Fonti e ulteriori informazioni: qui, qui, e qui il testo della proposta di legge)

venerdì 3 settembre 2010

Wanted

Giornata grigia, senza un filo di sole, con tanto vento e con un po’ di pioggia.
Stamattina mi sono svegliata col gatto accoccolato ai piedi del letto, cosa che fa soprattutto nei mesi invernali, quando fa più freddo. Già da lì ho capito che la temperatura si era abbassata, infatti attimi dopo guardando fuori dalla finestra mi sono accorta della pioggia.

Il mio gattone inizia a seguirmi in giro per la casa, guardandomi con i suoi grandi occhioni verdi, strusciandosi in ogni angolo. Lo prendo in braccio e noto subito che si fa coccolare più del solito. Intanto squilla il telefono, vado a rispondere. Parlo un po’ e riattacco. Ritorno nella stanza dov’ero stata minuti prima col gatto, ma non lo trovo. Penso che sarà andato a dormire da qualche parte, non mi preoccupo.

Intanto mi vesto, esco a fare delle commissioni, torno, pranzo. Mi insospettisco un po’: di solito il gatto mi aspetta alla porta, mi fa le feste a modo suo. Questa volta invece niente di tutto ciò, non è venuto a trovarmi neanche mentre si cucinava, cosa che di solito fa, attirato dagli odori.

Allora inizio a cercarlo, vado di stanza in stanza, giro per tutti i posti dove di solito si appisola, nei balconi, sotto i letti. Apro gli armadi, controllo sulle poltrone, sotto i mobili. Niente. Del mio micione nessuna traccia. Continuo a chiamarlo, vagando per la casa con la ciotola piena di pappa in mano. Lui non si fa sentire, non spunta da nessun angolo non visionato e neanche si sente il suono del campanellino che pende dal suo collare rosso.

Inizio a preoccuparmi, mi domando che fine abbia fatto. Non può esser certo uscito di casa, visto che la porta naturalmente è chiusa e che quando qualcuno entra o esce sta sempre attento a che lui non sia nei paraggi pronto a farsi le unghie sullo zerbino fuori la porta.

Poi all’improvviso vedo la cassettiera semi aperta, mi avvicino, lo chiamo. Ancora niente. Effettivamente non può esser entrato da uno spazio così piccolo.
Me ingenua.
Apro il cassetto ancora di più (non so neanche perché a dir la verità), guardo dentro distrattamente e cosa vedo? Vedo il mio gatto, acciambellato su un paio di magliette riposte ordinatamente là dentro. Lui è mezzo stordito dal sonno, mi guarda con gli occhi semichiusi, sbadiglia e torna a dormire, incurante del fatto di avermi spaventata terribilmente.

Il gatto è un animale per certi aspetti imprevedibile: da lui bisogna aspettarsi di tutto, soprattutto quando si tratta di scegliere un posto tranquillo dove andare a dormire.

Catullo

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato


Ho ritrovato dei vecchi quaderni del liceo. Sono di classico latino, una materia che amavo e odiavo allo stesso tempo. Amavo conoscere autori latini quando erano interessanti, odiavo ricordare il commento, la traduzione e la lettura metrica.
Catullo è indubbiamente quello che più mi è rimasto nel cuore. I suoi versi erano facili da tradurre, esprimeva concetti semplici e chiari con poche parole.
Catull(in)o era innamorato di Clodia, sorella del tribuno romano Clodio, ma nei suoi versi viene chiamata Lesbia, in onore dell'isola dove nacque la poetessa greca Saffo (ebbene sì, Saffo era una donna; quando l'ho saputo sono rimasta male anche io).
Ricordo quei carmi con piacere, era bello studiarli, la lettura in metrica poi aveva un andamento quasi da cantilena.


Carme 5 :
Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci,
e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l'invidioso
per un numero di baci così alto.

giovedì 2 settembre 2010

La ragazza delle arance

Oggi ho finito “La ragazza delle arance”. È un libro di Jostein Gaarder, uno scrittore nato ad Oslo, forse più ricordato per il suo “Il mondo di Sofia” che per questo romanzo.
Questo libro narra la storia di un ragazzo, un quindicenne di nome Georg che vive insieme alla madre, al suo compagno e alla sorellastra Miriam. Ha perso il padre da bambino, all’età di quattro anni, di lui ha solo qualche ricordo vago e confuso e qualche fotografia. Un giorno i suoi nonni trovano, nella fodera di un passeggino rosso un tempo appartenuto a lui, un racconto scritto per Georg dal padre, prima che lui, affetto da un grave male, venisse ricoverato in ospedale e di lì a poco morisse.
L’insieme dei fogli racchiude la storia della “ragazza delle arance”, scritta sottoforma di lettera, come un dialogo che il padre, sapendo di dover morire, vuole fare con il figlio che purtroppo non vedrà crescere.

Georg si chiude in camera e inizia a leggere il racconto. Ci impiegherà un pomeriggio intero, uscirà da quella stanza un po’ più “grande”, forse un po’ più forte, rinvigorito di quell’energia che a volte solo un genitore può dare.

Ho letto questo libro in un paio di giorni, è molto scorrevole. All’inizio mi è piaciuto tanto, sembrava promettere bene, m’incuriosiva, l’unica cosa è che mi aspettavo finisse in modo diverso, a dir la verità. Ma, tanto per utilizzare una frase già fatta … come si dice? Non è importante la fine, importante è cosa si prova mentre si arriva? O una cosa del genere?
Beh, il senso della frase è quello!


“Probabilmente non esiste nessuna intimità che possa competere con due sguardi che s’incontrano con fermezza e decisione e che semplicemente rifiutano di lasciare la presa.”

“Nessuna arancia è uguale alle altre, Jan Olav. Neanche due fili d’erba si assomigliano esattamente. È per questo che sei qui ora.”

“Quando usiamo il pronome -noi.-, anche se sottinteso, accumuniamo due persone in una singola azione, quasi come se costituissero un’unica entità complessa. In molte lingue si usa un pronome specifico quando si tratta di due, e solo due, persone. Questo pronome si chiama duale, cioè quello che è diviso in due. Secondo me è una designazione utile, perché a volte non si è né uno né tanti. Si è -noi-, e si è -noi- come se questo -noi- non potesse essere diviso. Si esprimono regole uguali a quelle delle favole quando improvvisamente viene introdotto tale pronome, quasi come con un colpo di bacchetta magica.”

“ Ma sognare qualcosa di improbabile ha un proprio nome. Lo chiamiamo speranza.”