"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

domenica 15 settembre 2013

Cercare casa (Parte I)

Tra i vari imprevisti propri di questo periodo, c’è stata la ricerca di una casa, evento che ho vissuto, per così dire, sia attivamente che passivamente.
Attivamente nel senso che cercavo un tetto sotto il quale condurre parte della mia esistenza, passivamente in quanto quella che per cinque,velocissimi anni è stata casa mia si appresta a diventare l’alloggio di altra gente.
Il pellegrinaggio passivo, da queste parti, è iniziato ai primi di luglio, quando la mia padrona di casa ha cominciato a distribuire per la città fogli con su scritto che affittava questo fantastico buco di appartamento. Da qui ha avuto inizio il via-vai di gente, ad ogni ora del giorno. Quelle che sono passate sotto ai miei occhi sono persone di ogni tipo: studenti, studentesse, matricole, gente avanti con l’età, professori, badanti russe che si facevano capire a gesti, giovani coppie, un uomo che aveva tutta l’aria di essere stato cacciato di casa. Il resto sono sconosciuti, venuti qui quando io ero altrove.
Quelli che mi sono rimasti più impressi sono le matricole genitori-munite. Uno in particolare, arrivato qui con madre e sorella al seguito. Lui non ha proferito verbo, la madre invece ha rotto per quindici minuti buoni con una raffica di domande più o meno opportune. Ha varcato la soglia guardandosi intorno con aria indagatrice e sospettosa, si è fiondata all’angolo cottura iniziando ad aprire i miei scaffali e rimanendo visibilmente delusa quando al loro interno ha trovato le mie cibarie integrali e tristi, mentre io ero lì, in un angolino, a far finta di scrivere messaggi e a cercare disperatamente di non scoppiare a ridere o (peggio) di iniziare ad insultarla. Tra le altre domande, ne meritano menzione tre:
1. L’attenzione maniacale per le prese di casa. La presa per il pc, quella per la tv. Ed internet. Benedetto internet. Immagino già che telefonate via Skype, every night.
2. L’igiene del figlio. Ergo un attento controllo sullo stato della lavatrice, sulla capienza, sulla possibilità di installare uno stendino dove mettere ad asciugare i panni del pargolo, nel terrazzo di casa. Terrazzo a scopo visibilmente ed unicamente ornamentale.
3. Gli armadi. Ce ne sono due in casa, per due persone. Due donne non hanno mai avuto problemi di armadi, in questi tempi. A lui, un ragazzo neanche un po’ figo, due armadi non bastano.
L’altra matricola (una ragazza accompagnata da madre e padre) è spuntata qui all’improvviso, senza un minimo di preavviso. Lei, i genitori e la padrona di casa, hanno suonato alle quattro del pomeriggio, in una di quelle giornate calde da star male, trovandomi in pigiama estivo, ergo mezza nuda, capelli raccolti e occhiali, mentre ero intenta a farmi mezz’ora di sonno prima dello studio, dopo sei ore di lavoro. Mi hanno colpito i suoi genitori, le loro attenzioni espresse nella misura giusta. Amorevoli, delicate, non opprimenti. Le loro domande bilanciate, dirette, i loro sorrisi, il loro scusarsi per avermi “disturbata”. E la ragazza tranquilla, beata, si guardava intorno meravigliata e preoccupata quanto basta. Con quello stupore proprio di chi sta per iniziare una vita nuova, in un posto nuovo e non sa come andrà.
Viste le innumerevoli e successive visite all’appartamento, direi che non ha concluso alcun contratto.
E sapete, un po’ mi dispiace.
Sarebbe stata l’inquilina perfetta di questo appartamento grande quanto tutto il salone della mia casa giù. Queste mura, forse, l’avrebbero tranquillizzata e fatta sentire al sicuro. Come è successo a me.
L’avrebbero accolta bene, la sera, dopo una giornata di lezioni. In inverno, quando fuori piove e fa freddo. O le mattine d’estate, quando aprendo le finestre, la luce avrebbe riempito le sue due stanze. Il divano avrebbe retto il peso della sua stanchezza, ristorandola a dovere. E il cane dei dirimpettai l’avrebbe fatta sorridere facendo capolino sul terrazzo, la mattina di domenica.

Questa casa mi mancherà.
Mi mancherà tanto.

martedì 3 settembre 2013

Mesi che finiscono, progetti che si stravolgono

I mesi finiscono, la vita continua e a volte ti sorprende.
Mesi fa scrivevo che ero alla ricerca di quell’evento bello e sconvolgente, positivo ed inaspettato che stravolgesse la mia, di vita. Ero alla ricerca di una di quelle cose che non ti aspetti, che succedono all’improvviso e ti lasciano il sorriso in faccia.
Agosto è finito ed è stato il mese più strano che abbia mai vissuto fino ad ora. Ventitre anni fa, ad agosto, toccavo per la prima volta l’acqua del mare e probabilmente iniziava lì la mia infinita storia d’amore con le onde cristalline. Ho passato intere estati in spiaggia, a scottarmi sotto al sole forte, a leggere, ad ascoltare musica, a stare semplicemente in silenzio guardando il mare. Ho scritto abbastanza di questo nostro rapporto – mio e del mare – che quasi ha del morboso. Questo attaccamento quasi ossessivo, questo modo di rilassarmi impareggiabile.

Ecco, questo è stato l’agosto più strano della mia vita anche perché le volte in cui sono stata al mare si contano sulle dita di una mano. In altre condizioni sarei stata triste per il fatto di esserci stata lontana, per non essere riuscita a godermelo come meritava, per non avergli dato le attenzioni che gli ho sempre riservato.
Quest’anno è stato diverso.
Agosto mi ha vista seduta al tavolo di una biblioteca, sempre sommersa tra le carte, sempre con il computer acceso davanti a cercare di scrivere righe sensate di tesi e a chiedermi il motivo che mi ha spinta, cinque anni fa, a scegliere questa facoltà, oltre che il motivo che mi ha portata, qualche mese fa, a scegliere di concludere il mio percorso con una materia del genere e non aver ripiegato su qualcosa che fosse indubbiamente più semplice.
Mi ha vista fissare ed essere fissata da quelli che con molta probabilità sono gli occhi più belli che abbia mai visto nella mia vita,perdermi nel loro blu e non uscirne più.
Ero quella dalla razionalità esasperata, io. La cinica che alla favola dell’amore poteva credere solo fino alla curva. Quella che “i piedi devono stare per terra sempre”, quella che di solito perdeva la testa per qualche tempo e poi tornava in sé ancora più convinta di prima che l’amore fosse una grande cazzata. Ero quella che “i colpi di fulmine succedono solo nei film”, ero quella che sogni-del-genere-anche-no.

E poi non mi sono più riconosciuta.
Ho passato giorni interi a cercarmi e a non trovarmi da nessuna altra parte. Giorni in cui non riconoscevo i pensieri che formulavo, giorni strani. Di sorrisi al vuoto, di telefoni in mano e di un cuore che così forte non ha battuto mai. Non sapevo cosa mi stesse succedendo, ne avevo un’idea vaga, cercavo una conferma.
L’ho trovata, l’abbiamo trovata.

Adesso mi piace guardarlo studiare con la concentrazione di chi sta scoprendo una formula matematica che salverà il mondo, borbottare da solo con il libro davanti. Oppure mi piace vederlo impastare con energia la pizza più buona che abbia mai mangiato. Mi piace perdermi tra le sue braccia, sentire il suo profumo sulla mia pelle e leggere i suoi messaggi quando mi sveglio. Le sue attenzioni, la sua timidezza, il suo accento di qua, le rughe che gli si formano agli angoli degli occhi quando sorride.

Non mi riconosco, è vero. Non so dove tutto questo mi porterà, non se finirà, se continuerà. Non so se le scelte che sto facendo si riveleranno giuste. Non lo sa nessuno.
Quello che mi sta succedendo è una cosa del tutto nuova. È quella cosa inaspettatamente bella che tempo fa mi sono resa conto di cercare e che è arrivata proprio nel momento meno pensabile, quando iniziavo a fare gli scatoloni, quando i miei precari progetti stavano per portare la mia vita altrove, ancora più lontano, ancora una volta.