"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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domenica 27 ottobre 2013

Dottoressa

Le gambe mi tremano, non reggono il peso del mio corpo. Stamattina mi sono svegliata che era ancora buio. Ho aperto gli occhi e sono stata assalita da una nausea imbarazzante.
Qualche ora dopo mi ritrovo in facoltà con addosso un vestito trovato dopo un pomeriggio di ricerche con delle coinquiline fin troppo pazienti; ai piedi delle scarpe tanto belle quanto scomode. Ed in mano ho un libro scuro, con le lettere dorate.
Sopra c’è scritto il mio nome.
Racchiude mesi e mesi di fatiche. Di estati non vissute, di estenuanti ricerche bibliografiche e consultazioni impossibili di banche dati assurde. Tutto qui dentro, dentro un oggetto solo.

La mia amica è qui con me. È stata la presenza fissa di cinque anni di università. Abbiamo fatto tutti gli esami insieme, preparato le nostre tesi supportandoci a vicenda.
Prima che ognuna di noi entri a fare la discussione ci ricordiamo delle cose che negli anni ci hanno più o meno aiutate a mandar via un po’ di ansia.
Pensa ai vecchi che d’estate muoiono per il caldo
Pensa alle vittime dei terremoti, degli tsunami.
Eh si, cavoli. Quelli sì che sono problemi.
Te lo dico, noi in fondo ci stiamo solo laureando.

Penso che io questa volta non ce la posso fare. Sento addosso un’ansia fastidiosissima che se potessi toglierei via in un attimo solo. Non ci riesco, non riesco a calmarmi. Formulo nella mia testa pensieri assurdi, guardo gli altri con qualcosa di simile al senso di terrore negli occhi.
Devo gestire meglio l’ansia.

Poi arriva il mio turno. Arriva la mia ora.
La discussione dura una decina di minuti, la proclamazione ancora meno.
Di tutto ciò mi è rimasto solo un ricordo lontano e confuso, come se fosse successo mesi e mesi fa.

Ricordo bene però gli abbracci, quelli con le persone che hanno conosciuto il mio percorso, quelle che potevano capire tutto.
Ricordo com’ero quando sono entrata per la prima volta in questa facoltà: piccola, spaesata, disorientata. Non conoscevo nessuno, non conoscevo questi posti. Ero io, sola, in mezzo a persone mai viste prima.
Ricordo bene il sudore degli esami, i caldi africani, i freddi da tagliare le ossa. I terremoti, i metri di neve.

Adesso ho una corona d’alloro in testa, dei mazzi di rose in mano. Ci sono i confetti rossi, lo spumante a fumi. Intorno a me la mia famiglia, i miei amici, il mio tesoro.
Sono felice. Non potevo chiedere di meglio, non potevo chiedere di più.
Posso toccare il cielo con un dito, posso sorridere.

Ho vinto la mia battaglia. Cinque anni fa io non l’avrei mai detto. Non pensavo di farcela, lo dico davvero.
E invece ora sono qui, col “pezzo di carta in mano” e l’alloro in testa.
Ho imparato che niente è impossibile, che la fatica genera soddisfazione.
L’importante è mettercela tutta.

venerdì 21 giugno 2013

Finali

(Credo sia il post più lungo che abbia mai scritto, vi avviso).

Di solito sono una persona calma, cerco di ragionare prima di farmi assalire dall’ansia, anche se non sempre ci riesco. In questi anni universitari, i miei hanno sempre detto che sentendo la mia voce il giorno prima di un esame non davo mai l’impressione di essere una che il giorno seguente avrebbe dovuto sostenere una prova più o meno importante.
Questa volta però è diverso. Io non riesco più a studiare come una volta, non ho la pazienza di mettermi a ripetere fino a farmi entrare tutto quello che serve in testa, di sottolineare con la linea rigorosamente dritta perché in certe cose sono un’odiosa precisina del cavolo. Chi ci è già passato dice che è normale, che arrivati alla fine è sempre così. Quindi non sono un’aliena che si aggira per casa conciata nel peggiore dei modi, con gli occhiali da secchiona e i tappi alle orecchie perché fuori c’è talmente tanto casino che non riesco neanche a sentire la mia voce. Quando ripeto urlo, probabilmente i miei vicini di casa mi odieranno. Mi busseranno alla porta con l’intenzione di dirmi di smetterla, di stare zitta, perché ho veramente rotto tutto quello che si può rompere. Poi però  mi guarderanno, osserveranno lo stato pietoso in cui verso, mi daranno una pacca di compassione sulla spalla e si offriranno volontari di sentirmi ripetere libri e appunti.
Ecco, quando io non ho voglia di studiare, do il via alla produzione di film mentali. Tutto, pur di perdere tempo.

Non c’è conversazione, ormai da due giorni, che non si concluda –da parte mia- con una chiusura di telefono in faccia al mio interlocutore. Sono irritata, irascibile, insopportabile, tremendamente odiosa. Sopporto solo i miei amici. Loro e nessun altro.
Non mangio neanche, o meglio, mi nutro di quanto basta alla sopravvivenza.
Penso di avere l’esame il giorno X, così mi ritrovo, la sera prima, a controllare nel sito della facoltà il mio numero in lista e a scoprire con sommo orrore che mi sono sbagliata. L’esame non è il giorno X, bensì quello dopo. Altre ventiquattro ore di studio, di carcere, di condizioni pietose.

Poi alla fine arriva il giorno. Seguo la routine che mi ha accompagnato in questi anni. Notte parzialmente insonne, sveglia presto per l’ultimo ripasso, due macchinette di caffè in giro nelle vene, la doccia fredda, il profumo degli esami.
Dovete sapere che io ho un profumo che uso solo per gli esami. L’ho messo quando ho dato il primo e da allora è diventata una sorta di scaramanzia, di tradizione: devo averlo addosso ogni volta che ne ho uno. E non solo: finisco col fare la doccia con il bagnoschiuma della stessa linea e passarmi dopo la stessa crema. Ormai l’odore mi dà la nausea, mi mette ansia.
Un po’ di mascara, gli occhiali da sole, le cuffie alle orecchie. I “crepi” in risposta agli “in bocca al lupo”. L’aria probabilmente affranta, la borsa piena di libri.
Arrivo in facoltà con l’aria di chi è lì per caso. Trovo un mio simile disperato mai visto prima il quale mi informa delle tragici voci che circolano sul prof in questione.
E ‘sti ca***, di terrorismo pre-esame ne ho abbastanza. Lo assecondo, pensando nella mia testa che non vedo l’ora che finisca tutto.
Mi abbandono alla mia sedia, senza la minima voglia di ripetere i miei appunti.
-          Te sei la seconda in lista, sei Chiara, vero? Se vuoi un po’ di tempo per ripetere, vado prima io e poi vai te.
Credici.
Non lascio il mio posto neanche se ho in corso un’emorragia, se sto perdendo litri di sangue e sono in fin di vita. Lo tranquillizzo, gli dico che più che ripetere avrei bisogno di re-imparare tutto di nuovo. Lui se la ride, pensava di farmi un favore.

Mi giro il libretto tra le mani, guardo le pagine piene di caselle riempite, di firme frettolose, di numeri scritti in modo chiaro, di date, di materie. Ogni esame ha la sua storia dietro: racconta di delusioni, di felicità, di fatiche, di stati d’animo confusionari, di borse piene di libri da studiare, di quantità industriali consumate di evidenziatori e matite.
Poi mi ricordo dell’altra “tradizione” da esame, da rispettare anche questa. Apro il portafoglio, tiro fuori un quadratino di carta e lo apro con cura. Dentro c’è il ciondolo di mia nonna, lo tengo dentro al pugno durante gli esami, da sempre.
Poi arriva il momento in cui guardo in faccia la realtà e prendo consapevolezza di quello che sono. Delle ore passate sui libri, dell’impegno che ho messo nel preparare la materia. Il mio dovere l’ho fatto, come sempre. Se va male, non posso rimproverarmi proprio niente.
Sono piccolezze queste. Gesti, pensieri, parole che ormai ripeto meccanicamente: danno sicurezza, anche se lì per lì non ci crediamo abbastanza.
È così che sono arrivata fino a questo punto. Guardandomi dall’esterno con un occhio critico, a volte troppo severo; rendendomi conto, solo alla fine, che l’impegno, i sacrifici, la fatica, di norma vengono sempre ripagati e se non succede così – perché capita anche questo- la colpa non è certo mia. Io sono l’unica a sapere cosa c’è stato dietro ogni esame,quanto ho studiato, se troppo o troppo poco. Il risultato spesso è solo un numero, a volte neanche troppo soddisfacente, un casella piena in più nel libretto. Quando proprio va bene c’è la stretta di mano forte da parte del prof. o una proposta di tesi da parte loro.

L’assistente giovane pronuncia il mio nome. Mi alzo di scatto e la seguo, guardo il tipo troppo gentile che ricambia come per volermi dare forza. E poi mi siedo davanti a chi mi interrogherà, faccio un respiro profondo, stringo nella mano il ciondolo della nonna.
Le domande, una dietro l’altra. Le parole, le precisazioni, la memoria che galoppa. I sì con la testa, i gesti con le mani. I mezzi sorrisi, la storia che si ripete. I minuti che passano come fiumi, anche se non me ne accorgo, perché la stranezza degli esami sta nel fatto che quando sei seduta lì a parlare non hai la minima percezione del tempo che scorre.
Arriva la fine, l’assistente mi dice il suo voto. Verbalizza sul computer, scrive sul libretto.
Un’altra casella della mia raccolta punti piena. Alla fine ci danno il premio, diceva mia sorella.
Questa volta è l’ultima. Non ci saranno più altre svolazzanti firme frettolose, non ci saranno più numeri, date, nomi di materie.
Finisce qui.
Non ci saranno più le sveglie alle sei per il ripasso finale, né gli spruzzi del profumo degli esami sulla pelle. Non ci sarà più nessuno a fare del terrorismo fuori dalla porta.

Esco dall’aula, rivedo il tipo. Gli dico di star tranquillo, andando in controtendenza rispetto a chi ama distribuire ansia non richiesta. Riprendo le mie cose, poso il libretto tra gli appunti che finiranno nella differenziata tra poco. Osservo l’ultimo passo della tradizione che ho creato e rispettato negli anni: la diffusione della notizia.
Di solito scrivo un sms, metto solo il voto, il numero. Quando prendo la lode scrivo tutto per esteso. Mi sembra più bello. Questa volta il messaggio è lungo: aggiungo un “è finita”, con tanto di punti esclamativi. Lo inoltro, come sempre: alla mamma, a papà, alla sister, alla zia, agli amici. E poi mi gusto le loro reazioni, sempre le stesse. C’è chi chiama, c’è chi risponde a sua volta con un sms. C’è chi ti dice di andare a comprarti qualcosa di buono da mangiare, mentre gli amici ti propongono sempre di andare ad ubriacarti.
In realtà non faccio niente di tutto ciò, non ora.
Adesso sono spaesata, non ho realizzato ancora. Mi chiedono se sono felice. Dovrei esserlo.
Per essere felici di una cosa bisogna averne preso coscienza, cosa che io ancora non ho fatto.
Fa caldo, quasi mi sento mancare. Bevo una bottiglietta di tè freddo, lego i capelli. Metto gli occhiali da sole, torno al mio iPod.
La canzone che stavo sentendo, quando sono arrivata in facoltà, mi si ripropone nelle orecchie. Inizia da metà, ma ha un suono diverso.
Sa di libertà.
Anche se si tratta di una libertà vigilata da una tesi impegnativa.

lunedì 14 gennaio 2013

Quando non hai voglia di studiare

Quando non hai voglia di studiare tutto acquista un certo interesse.
Tutto, eccetto quei cosi rettangolari che stazionano sulla scrivania, spessi e pesanti quanto un blocco di cemento armato.
Si chiamano libri.
Libri.
Sono esseri inanimati. Non respirano, non vivono, non muoiono, al massimo si riproducono. A me,però, sembra che i miei parlino. Mi sembra di sentirli urlare "Studiami, ca***", con la stessa benevolenza, simpatia, affetto e dolcezza con cui De Falco invitava -circa un anno fa- capitan Schettino a tornare a bordo.

Quando non hai voglia di studiare ti ritrovi, quasi senza accorgertene, in cucina, davanti alla dispensa, a controllare quanta pasta c'è in casa. Senza un perchè. Senza un motivo fondato che giustifichi la tua azione.
Oppure ti ritrovi a guardare fuori dalla finestra, notare che c'è il sole e metterti a canticchiare "Here comes the sun tututu..." seguito da un quasi impercettibile movimento di capo, da destra a sinistra, a ritmo del motivetto che stai proponendo alle quattro mura della tua camera.

Quando non hai voglia di studiare non c'è ragione che tenga: ignorerai i libri per almeno mezza giornata, in attesa di tempi migliori che speri arriveranno presto.
E intanto ci sarà un pensiero fisso, nell'attesa, a tenerti compagnia: quello che l'esame è alle porte, che o studi o puoi anche ritirare la tua prenotazione.

Quando non hai voglia di studiare importuni la tua convivente con argomenti demenziali o le racconti qualche gossip dell'ultima ora. O peggio ancora, quando proprio va male, vi perderete insieme tra riflessioni esistenziali pensanti, impegnative ma sempre più interessanti del contenuto delle pagine di quei blocchi di cemento armato di cui sopra.
La certezza, in ogni caso, è una e una sola: se non ha voglia di studiare una, non l'avrà neanche l'altra.

Quando non hai voglia di studiare, fattene una ragione.
Spera che passi presto.
E intanto, per non perdere tempo e per sentirti la coscienza un po' più pulita, mettiti -scusate il giro di parole- a fare pulizie in casa. E' uno dei dieci comandamenti dello studente fuori sede.

giovedì 19 luglio 2012

Libertà varie

Ieri sera ho appreso la notizia della liberazione di Rossella Urru mentre tornavo a casa, alla fine della mia lunga giornata. Avevo controllato dal cellulare le ultime notizie, tanto per sentirmi anche io un po’ membro di questa terra, oltre che dell’aula studio.
Una notizia ufficiale, finalmente. Rossella libera, al sicuro. Mi sono dovuta trattenere dal gettare un urlo di felicità, avrei voluto avere il teletrasporto per catapultarmi nel suo paesino e gioire insieme ai suoi compaesani, fare una festa a mo’ di vittoria della Nazionale di diecimila mondiali messi insieme.
Riavere la libertà, dopo nove mesi di chissà cosa, deve essere una sensazione semplicemente inspiegabile. Noi comuni mortali possiamo solo immaginare, niente più.
Rossella avrebbe potuto essere mia sorella e il cielo solo sa l’angoscia che avrei provato nel saperla in mano a chissà chi, in chissà quali condizioni. Sarebbero stati per me nove mesi di non vita, di angoscia continua.
Aspetto con ansia altre notizie, qualche sua dichiarazione.

Quanto alla sottoscritta, vi annuncio che sono ufficialmente in vacanza da qualcosa come quattro ore. L’esame è andato bene e sono più che soddisfatta di questa sessione estiva. Non ho mai fatto bene quanto in questi mesi. Duro impegno, tanta costanza e ho raggiunto con successo (e sì, diciamolo pure, quando ci vuole ci vuole!) tutti i miei obiettivi e ancora non mi sembra vero. La laurea mi sembra tutto ad un tratto meno lontana del solito, più concreta, più reale. Credo che dopo le vacanze inizierò con il chiedere la tesi, anche se questa parola mi suona ancora molto strana (e soprattutto non so a chi chiederla …).

Sono libera anche io. Bianca come il camice di un dottore, ma pur sempre libera. Talmente tanto felice che manca poco e vado a raccontare della mia vita delle ultime ventiquattro ore anche al giornalaio di fiducia.


mercoledì 18 luglio 2012

L'aula studio

Al 18 luglio, gli irriducibili dell’aula studio risultano essere sei.
-          Io e la mia amica: noi che “quel tavolo lì è nostro e non ce lo tocca nessuno”. Noi che finiamo col ripetere anche nel tragitto tavolo – bagno e bagno – tavolo, sotto gli occhi increduli della gente normale.
-          L’ingegnere: tale tipo fighetto. Ha un debole per i colori fluo e le scarpe da ginnastica a stivaletto. Sempre molto abbronzato, usa andare in bagno ogni paio di ore per darsi il profumo, lasciando una scia di buon odore per tutto il corridoio.
-          Il barbone: tale tizio alto due metri, largo quattro, probabilmente calciatore, visto il polpaccio muscoloso. Usa tenere la barba incolta, cosa per la quale la sottoscritta, in condizioni normali, impazzirebbe, ma nel caso specifico stende un velo pietoso e si gira dall'altro lato. Ha addosso la stessa maglia nera da gennaio. E non scherzo.
Usa girare per i corridoi con una decina di fogli in mano, ripete qua e là. E secondo me, tutto sommato è anche un po’ secchione.
-          Le cinesi: categoria unica, perché dove c’è una, c’è l’altra (o le altre). Vanno in tandem, sono tipo gemelle siamesi. In realtà non so se vengano in aula studio a studiare o scroccare la connessione internet. Ogni tanto organizzano dei cineforum clandestini nella sala relax, con tanto di patatine e biscotti (e nel periodo di Pasqua, la colomba Melegatti).
-          Il tipo con i pantaloncini a quadretti: ci onora della sua presenza intorno a mezzogiorno. Credo che di notte abbia una seconda vita. Arriva tutto assonnato, inizia a studiare e dopo un po’ si mette spudoratamente a dormire sul tavolo.

E poi l’ultimo soggetto, ma non per importanza è lui: il custode. Colui che chissà cosa pensa di noi, che dopo due mesi ha capito che è il caso di lasciare il nostro tavolo dove lo mettiamo noi, che è inutile spostarlo ogni sera alle sei se la mattina dopo, alle dieci torna lì dove noi vogliamo che sia. Fatica sprecata.

Insomma, oggi è il mio ultimo giorno pieno di aula studio. Domani ci andrò di mattina, ripeterò il rito del bar, del caffè e tutto il resto. Poi da venerdì sarà tutto finito, sarò di nuovo una donna libera, nel bene o nel male.

Forse l’aula studio mi mancherà. In due mesi abbondanti di permanenza l’ho vista un po’ come una seconda casa (infatti sono stata più lì che nel mio miniappartamento). Un posto tranquillo, dove gireresti anche in pantofole se non fosse che vuoi fare una certa figura con il tipo che ti ha stregato il cuore, che ti ha sedotto per poi abbandonarti miseramente. Un posto dove sai che ci troverai sempre la stessa gente.

Vado ragazzi, il caffè con cuore mi aspetta. E anche la mia amica. La giornata si prospetta un inferno. Amen.

[comunicazione di servizio: quello che solo pochi giorni fa ho scoperto che si chiama font (o era front?) va bene così?]

domenica 15 luglio 2012

Teniamo botta 2

Venerdì mattina la sveglia ha suonato all’alba. Dovevo ripetere qualcosa, almeno gli argomenti che ricordavo meno. Morta di sonno, mi sono preparata un caffè facendo fatica anche solo a tenere gli occhi aperti. Fortuna che sono riuscita a portare a termine la mia impresa senza mandare a fuoco il buco di casa in cui vivo.
Qualche ora dopo mi sono ritrovata nel corridoio della facoltà, seduta in una sedia, in attesa del mio turno, a guardare distrattamente il libretto universitario e a pensare a quanto faccia schifo la mia foto in prima pagina. Un po’ di agitazione, nella norma. N. che mi incita a pensare alle vittime del caldo, perché c’è molto di peggio nella vita che un esame. E credo proprio di saperlo.

Fu così che la prof uscì dall’aula, con un foglio in mano, super abbronzata, quasi arancione. Pronunciò il mio cognome e si guardò intorno. Mi staccai dunque dalla sedia e mi diressi verso di lei.
Credo di aver avuto l’aria di chi si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato.
La prima domanda, poi la seconda, infine la terza. Pezzi di memoria che si susseguono, mi rendo conto di ricordare tutto, di riuscire a fare dei discorsi di senso compiuto. Pensavo di cascare alla prima domanda.  “Per me è un trenta, un trenta con la lode”.
La donna arancione afferra il libretto, scrive il voto, mette la sua firma svolazzante e verbalizza l’esame al computer.
È finita anche questa.
Ho passato l’intero pomeriggio a dormire. Di sera sono uscita con altre sei persone più o meno conosciute, abbiamo bevuto un spritz ghiacciato, come la tradizione vuole che si concluda il giorno di un esame.

Adesso credo di essere nella depressione più totale. Non vedo fine, non vedo luce. E lo so che esagero, ma mettevi nei miei panni: siamo al quindici di luglio e io non ne posso più. Sopportate le mie paturnie ancora per un po’, che tanto prima o poi smetterò di scrivere questi post da studentessafuorisedeincrisidaesami.
Tento di studiare ancora, di farmi entrare nozioni su nozioni in questo cervello messo a dura prova dalle settimane precedenti. Mi sembra un’impresa assurda, ma so che ce la devo fare. Devo raccogliere le forze che mi son rimaste e farmele bastare ancora qualche giorno. Devo massimizzare la potenza dei quattro neuroni superstiti, attivare la spugna che ho in testa in modo che raccolga al suo interno più informazioni possibili.

Ho voglia di andare a correre e credo proprio che sarà la prima cosa che farò venerdì mattina, quando nel bene o nel male sarò di nuovo una donna libera. Ho voglia di fare shopping, di approfittare dei saldi per comprare un paio di cose che stazionano nella mia lista dei desiderata da un po’ di tempo. Ho voglia di prendere una decisione in particolare, di trovare il coraggio giusto e di essere forte abbastanza per subire le conseguenze della mia scelta, qualunque essa sia.
Il pensiero del ritorno a casa è molto distante, nonostante manchi meno di una settimana.
Mi mancherà la vita di qui? Passerò delle belle vacanze? Riuscirò a vivere la mia vita familiare nel possibile modo mentalmente più distaccato o mi farò divorare dalle crisi prima del tempo?
Ai posteri l’ardua sentenza. Io intanto continuo con il procedimento amministrativo.

[Comunicazione/sondaggio di servizio: la scrittura e la grandezza dei caratteri dei miei post vanno bene o sono troppo piccoli, ergo implicano eccessivo sforzo visivo? Ci tengo alla vostra salute!]

giovedì 12 luglio 2012

Di giornate che non vanno come speri

… E poi ci sono le giornate come queste, in cui ti svegli con il cuscino bagnato di sudore, i capelli più scombinati del solito e la faccia sconvolta come se non avessi chiuso occhio tutta la notte. La casa è vuota perché B. ha un esame ed è uscita prestissimo. Le ho dato l’in bocca al lupo mentre dormivo, ma le mando lo stesso un messaggio, casomai me lo fossi sognato e non l’avessi fatto nella realtà.

Giù dal letto, in piedi, doccia altrimenti non mi sveglio. Colazione solitaria con l’unica cosa di commestibile che c’è in casa: uno yogurt, ai frutti di bosco tra l’altro. Parentesi: ma chi compra volontariamente lo yogurt ai frutti di bosco? A me capita di mangiarlo solo quando lo trovo,per caso, nei pacchi sfigati da otto. Non mi sognerei mai di acchiappare una confezione da due ai frutti di bosco, dal banco frigo della Coop.
Un cucchiaino dietro l’altro e riesco a vedere il fondo del vasetto.
Apro l’armadio e come sempre penso di non avere niente da mettere. Alla fine opto per jeans e maglia nera, rendendomi conto solo appena uscita che il nero mi fa sembrare più bianca di quello che sono. Potrei illuminare una camera buia, sembro fosforescente.

Caffè con tanto di cuore disegnato col cacao al bar di fiducia e mattinata in aula studio con N. ad aspettare un’apparizione, a sperare in un’intercessione divina, in una forza soprannaturale che portasse lì tra quei corridoi pieni di noia proprio colui il quale ha fatto notare la sua assenza nei tre giorni precedenti. Miracolo che non è avvenuto, come sempre.

Poi la pausa pranzo, a casa. Alle tre sono di nuovo fuori, direzione aula studio, sotto il sole cocente.
Temo quasi che i miei sandali si fondano a contatto con l’asfalto rovente.

Domani io e N. abbiamo un esame.
Passiamo il pomeriggio a ripetere e a sorridere della nostra presunta ignoranza.
Poi ad un tratto riappare colui il quale distrae la mia testa dallo studio da un mese abbondante a questa parte.
… E quindi al terzo giorno resuscitò, in tutto il suo splendore. Ma invece della tunica bianca, addosso ha la maglia blu di Superman.
Ci vede, ride, “Sempre qua voi due!”. Noi si, sempre qua. A quanto pare ci divertiamo a passare giornate intere qua dentro. Ma tu dove sei stato tutto ‘sto tempo?
Due secondi per parlare l’ennesima volta di esami e di date di appelli. Sa che domani ne abbiamo uno, dà l’in bocca al lupo, augura buono studio ed entra nella sua sala solita.
Venti minuti dopo esce, con lo zaino in spalla. L’ha chiamato un’amica, la raggiunge per studiare insieme.
“Buono studio ragazze”.
Come se fosse facile studiare quando tu non ci sei. Come se fosse facile studiare sapendo che l’esame è domani e che tu preferisci stare con la tua amica e non qui a due passi da me.
Mi sono scocciata di sentirmi augurare buono studio all’infinito, come se non ci fosse nient’altro al mondo di cui parlare. Mi sono scocciata di scorgere sorrisi furtivi tra una pausa e l’altra. E vai pure dalla tua amica, “buono studio anche a te”, idiota.

Alle sei torno a casa, immersa nei miei pensieri, felice ed entusiasta come un becchino che presta servizio il giorno del suo compleanno. Sul portone qualcuno ha attaccato una foto in bianco e nero con su scritto qualcosa. La guardo bene, è la mia vicina di casa. A quanto pare oggi si è laureata.

E basta. La mia giornata finisce così, con gli appunti sparsi sul tavolo, una bottiglia d’acqua a metà e una borsa da sistemare. Un computer su cui scrivere, un pantaloncino ridicolo a fiori e una canottiera nera. Con un sms della mamma che ti dice che siamo la cosa più bella della sua vita; col pensiero che magari avresti voluto che queste parole te le avesse dette anche qualcun altro. Con la constatazione del fatto che la vicina di casa neolaureata sui tacchi non ci sa proprio camminare. Con la consapevolezza di non sentirsi molto pronti all’esame di domani e un inusuale menefreghismo che mi porta a pensare che poi in fondo non me ne fotte un cazzo se non va come penso.

domenica 8 luglio 2012

Teniamo botta

Mancano due settimane e due esami all’inizio delle mie vacanze estive. Non un giorno di mare, finora. Ho lo stesso colorito dei miei libri e le mani perennemente piene dei segni dell’evidenziatore giallo.

Fa caldo, ma questo lo sapete già. La città è deserta, non un’anima in giro. Da stamattina ad ora saranno passate da qui si e no una ventina di macchine. Credo che anche il palazzo sia parzialmente disabitato e non oso pensare alla desolazione del prossimo fine settimana...

L’aula studio si svuota a poco a poco, per il resto è popolata dalla solita gente con l’aria disperata e affranta. Gente che beve caffè come se fosse acqua, gente che la pausa sigaretta è un qualcosa di vitale, gente che alza il sedere dalla sedia giusto per andare in bagno.
Ecco, io non sono compresa in nessuna delle categorie precedenti. Io rientro tra la "gente che fa finta di studiare, ma in realtà si rifà gli occhi".
E amen, stendiamo un velo pietoso.

La voglia di studiare scarseggia, inizio a sentire la stanchezza addosso e non ho più la concentrazione che avevo fino a qualche giorno fa. Ma in fin dei conti manca poco e poi sarà tutto finito. E soprattutto, non so se questa vita - stressante, noiosa, monotona- mi mancherà.
Ce la devo fare.
Teniamo botta, va!

lunedì 11 giugno 2012

Quello di cui ho bisogno

Ok, finalmente questo finesettimana è andato, passato, archiviato. Metabolizzato no. Mi è rimasto l’amaro in bocca per tutto quello che non ho fatto e che DOVEVO per forza fare. Per dirne due:
- Non ho studiato.
- Ho divorato la torta che ha fatto B. (che era buonissima, ma avrei dovuto trattenermi e mangiarne, per decenza, una fetta o due al massimo).

L’esame è tra un paio di giorni ed io non ne so più di tanto. In più è una materia che non mi piace. Una di quelle che non capirò mai e che probabilmente dovrò ripetere centinaia (?) di volte (oddio, speriamo di no) prima che mi rimanga qualcosa in testa.

Ma basta sensi di colpa. Non ho tempo.
E’ lunedì mattina, mi sono svegliata presto, perchè le giornate iniziano alle sette e non alle undici.
Sto per fare una colazione sana, equilibrata, normale; inizierò a fare quello che avrei dovuto fare sabato e domenica, poi farò una doccia, metterò addosso qualcosa di colorato e alle dieci sarò al bar vicino all’aula studio, con N., a prendere un caffè macchiato con tanto di cuore disegnato con il cacao dalla mia barista preferita che ci sostiene moralmente e che ci regala l’ovetto di cioccolato quando abbiamo gli esami.

Ieri sera ho fatto la lista delle cose che devo fare oggi. Se per stasera riuscirò a fare tutto (o anche tre quarti di quello che ho scritto), sarò la persona più felice di questo mondo.
Energia, un sorriso stampato in faccia, un pizzico di ottimismo e tanta pazienza: ecco cosa mi serve.

Buona settimana!

sabato 25 febbraio 2012

Esisto ancora!

Il mio ultimo post risale ad un mese e mezzo fa. Avevo detto che sarei stata assente per qualche giorno, purtroppo non sono riuscita a mantenere la mia promessa.
Cosa ho fatto in tutto questo tempo?
Prima di tutto, non ho avuto internet. Ergo, sono stata fuori dal mondo.
Ho dedicato tutte le mie attenzioni ad un esame che si è preso il lusso di risucchiarmi tutte le forze. Un esame di quelli difficili, forse il più faticoso di tutto questo percorso. Una di quelle materie interessanti ma che finisci per odiare, per forza di cose.
In tutte queste settimane la mia vita si è concentrata in quelle milleottocento pagine,in 734 articoli di codice, in sette raccoglitori strapieni di appunti e schemi che per portarli in giro dovevo usare una borsa a parte.
Ho passato le mie intere giornate in aula studio con la mia amica a chiedermi, tra un paragrafo e l’altro, il motivo per il quale ho scelto questa facoltà, ad interrogarmi sulla mia sanità mentale, a mettermi in discussione. Sono arrivata al punto di ripetere anche durante il sonno, di farmi venire in mente parole chiave da ricordare anche mentre facevo la doccia.

Ovviamente c’è stato anche dell’altro nella mia vita degli ultimi tempi: qualche terremoto e due settimane di neve.
Io, nata e cresciuta al mare, mi sono ritrovata bloccata in casa, con un metro di neve per strada (senza esagerare), senza cioccolato in dispensa, con i viveri contati e razionati per cercare di farli durare più a lungo (stile Isola dei Famosi), impossibilitata anche ad aprire la finestra della mia camera bloccata dal gelo. Il mio hobby era diventato quello di svuotare ogni paio di ore il balcone strapieno di neve, onde evitare un suo possibile crollo. Ah, aggiungo anche quello di frantumare le stalattiti lunghe mezzo metro che pendevano da sotto le finestre.

Insomma, ragazzi miei, la mia assenza è giustificata.

Comunque, sono sopravvissuta alle tante avversità degli ultimi tempi. La neve si è quasi sciolta ovunque e non dà più problemi da un po’; non si avvertono più terremoti; l’altro giorno ho dato il mio esame (e adesso sono anche soddisfatta!).
La mia vita sta riprendendo il suo normale corso, la sua normalità.

Normalità vuol dire anche tornare a scrivere qui. Tornare a leggervi.
Mi siete mancati.

mercoledì 20 luglio 2011

Chiara in vacanza

BUONE NOTIZIE PER VOI: non vi stresserò per un po' con le mie paranoie da studentessa universitaria in crisi da esami.
Sono in vacanza, ho finito.
Libri chiusi, quaderni, appunti, post-it ed evidenziatori messi da parte. Un po' di spazio, un po' di aria per me.

Per festeggiare, i miei amici mi hanno portata al mare.
Non ero mai stata qui al mare, è lontano dalla città.
Mi hanno portata in una cittadina carina, ridente, piena di turisti e di locali affollatissimi.
Vedendo tutta quella gente, ho provato troppa meraviglia. Era tutto troppo diverso dalla città. Mentre io (e i miei amici) eravamo impegnati a prendere il colorito dei libri sui quali abbiamo studiato, il mondo intanto andava al mare, la gente girava per le vie delle cittadine turistiche in infradito e pareo.
Insomma, mi sono sentita un’aliena.
Ma perché non aboliscono gli esami di luglio?

Detto questo, l’importante è avere finito per quest’anno. Ora cercherò di godermi le mie vacanze, di riposare, di stare con i miei amici.
Cercherò anche di abbronzarmi, di perdere questo colorito da persona anemica.
Obiettivo di quest’estate 2011? Non scottarmi al primo giorno di mare.

Buone vacanze gente!! E se qualcuno di voi sta ancora studiando, il mio consiglio è di tenere duro, non mollate: quando uscirete dall’aula del vostro ultimo esame estivo, vi sentirete come in paradiso.
Parola di chi ci è passato!

sabato 9 luglio 2011

9 luglio

9 luglio 2008.



La fatidica notte prima degli esami di maturità. Quelli orali, mica quelli scritti. All’orale ci metti la faccia, agli scritti al massimo la penna. Ero in uno stato di calma apparente. Il giorno prima di un esame è un carico intenso di stress. C’erano le mie amiche con me, loro avevano già finito. Arrivarono entrambe a casa mia in serata, prontissime a infondermi tanta calma e a darmi sicurezza. Due angeli. Loro però, invece di arrivare con le ali, arrivarono in sella ad un motorino.
Mia madre aveva una mezza idea di farci ubriacare tutte e tre: il suo liquore quella sera fu molto gradito.
Quella notte riuscii a prendere sonno solo dopo l’una e alle sei ero già in piedi, pimpante, attiva, sull’orlo di un cedimento da eccessivo stress. Il caffè poi mi ha aiutato alla grande. Ancora oggi mi domando come sia riuscita a non farmi venire un infarto.

9 luglio 2011.
Non è la notte prima degli esami, ma la scrivania è lo stesso strapiena di libri. Una scrivania diversa, di una casa diversa. Lo stress è sempre quello. Non c’è il liquore della mamma a confortarmi. C’è un grande caldo, ma almeno posso dire di fare la sauna gratis. Le mie due amiche sono ai poli opposti dell’Italia: una troppo a sud, l’altra troppo a nord. Sono presenti lo stesso però. Ho da poco finito di parlare al telefono con quella che si trova troppo a sud e devo dire che il suo conforto ha sempre la stessa efficacia.
Guardo i miei appunti e ho quasi la nausea. La concentrazione non è più quella di due settimane fa, la stanchezza si fa sentire e la voglia di studiare latita.
Mi devo mettere in testa che è l’ultimo sforzo, che ce la devo fare.
Pochi giorni, pochissimi e poi sarò anche io in vacanza.









Il tavolo, tre anni fa.

mercoledì 8 giugno 2011

Colui che non sa niente

Dopo tre anni di università, ho realizzato che ogni esame rappresenta una storia a sé, nonostante lo studio, in linee generali, sia fatto più o meno sempre delle stesse, solite azioni. Le chiamano “metodo”.
Ognuno ha il suo.
C’è chi legge e ripete, c’è chi fa gli schemi, c’è chi non si sente sicuro se prima non ha ripetuto mille volte il libro e c’è chi, dopo averlo letto una sola volta, va all’esame e prenda trenta.

Ad ogni esame si incontrano sempre nuovi tipi da studiare e analizzare nei propri atteggiamenti.
Oggi ne ho osservato uno in particolare, traendo il mio profilo sul suo conto.

Trattasi di colui il quale “non sa niente”. Quello che ha studiato pochissimo perché non ha avuto tempo per leggere e imparare tutto, quello che ha preparato un esame da sedici crediti in venti giorni (cosa, a mio avviso, assolutamente impossibile: come si fanno a leggere e “interiorizzare” milletrecento pagine in un paio di giorni?).
Ovviamente il tipo in questione, in attesa del suo turno, passa il tempo a tediare gli animi altrui, cercando una sorta di conforto, di appoggio, cercando il povero sfigato di turno a cui chiedere di spiegargli il più complicato argomento della materia “in quattro parole”.

Allora cosa fai? Pensi: lui è spacciato. Lo guardi con aria quasi di compassione, lui che crede di poter passare un esame di sedici crediti in questo modo, mentre tu ci stai dietro da mesi e guardi nervosamente la marea di appunti che tieni in braccio (e che tra un po’,per quanto pesano, ti cadranno rovinosamente a terra).

Arriva il tuo turno, subito dopo l’altro assistente chiama il tipo spacciato. Finito con la prima commissione entrambi nello stesso tempo, usciti dall’aula insieme e in attesa che il prof venga a chiamarti per comunicarti il voto, scambiate le vostre impressioni (oltre ad essere accerchiati da gente sconosciuta che, come avvoltoi, fa la fatidica domanda “Cosa ti ha chiesto??”).
Il tipo spacciato, ovviamente, dice che verrà bocciato, che non ha risposto a tutto. Tu gli credi. Ma in fondo, che te ne frega? Ognuno è artefice del proprio destino …

Arriva il prof, ti chiama e tu vai dentro. Verbalizzi, torni fuori, prepari la tua borsa per andare via dalla facoltà, ti intrattieni con altri studenti disperati o sollevati. Il tipo spacciato esce. Lo rincontri in cortile, mentre in una mano hai il cellulare, pronta a diffondere la notizia e nell’altra hai la tanto agognata sigaretta post esame. Gli chiedi com’è andata. Con non chalance lui ti butta giù che ha preso trenta.

Sconcerto. Forse non hai sentito bene.
No, non hai bisogno dell’Amplifon. Hai sentito quello che ha detto.
Ha preso trenta.
In un esame da sedici crediti.
Preparato in venti giorni.

Qualcosa qua non torna. Le ipotesi sono:
1. I miracoli esistono e lui ne è la prova;
2. Dice di non sapere niente per scaramanzia, temendo magari che gli altri facciano nei suoi confronti un rito woodo;
3. In quelle due settimane ha studiato notte e giorno, alzandosi dalla scrivania solo per soddisfare le strette esigenze fisiologiche di ogni essere umano;
4. Vuole far pensare agli altri che ha un’intelligenza sopra il normale;
5. L’ipotesi più cattiva: che ci sia “qualcosa sotto” (chi vuol capire, capisca!).

Si accettano scommesse.

giovedì 20 gennaio 2011

Libri

Un esame in meno.
Contentezza, leggerezza, piacevole senso di liberazione: ecco cosa ho provato quando sono uscita dall’aula e quando, con un mezzo sorrisetto malefico e sadico, ho posato libri, appunti e schemi nell’angolo in basso della libreria, quello degli esami dati.
Tutte belle sensazioni che però sono durate poco più di qualche ora. Finito un esame, si pensa subito a quello che viene dopo. E “quello che viene dopo” non è per niente piacevole. Ha i giorni contati e più di ottocento pagine.
C’est la vie.
Anzi no, c’est la sessione degli esami (e fortuna che è quella invernale e non quella estiva!)

E adesso, con grande non chalance, sposterei la vostra attenzione verso un altro tipo di letture (sicuramente più piacevoli di quelle relative a materie universitarie).
Ho quattro libri da leggere sul comodino, una libreria a qualche passo da casa piena di titoli scontati, una irrefrenabile voglia di fare un salto al negozietto dei libri usati e al mercatino di cui mi hanno recentemente parlato. E poi ieri sera ho stilato la lista dei libi che vorrei, anzi che devo assolutamente leggere.
È venuto fuori un elenco immenso, fatto di classici, di libri consigliati da amici, da recensioni lette nei vostri blog e da trame varie lette in libreria che hanno catturato la mia attenzione.
Attualmente sto leggendo un libro che mi è stato regalato per Natale, si chiama “Un giorno”, è di David Nicholls.

Il vostro comodino in che condizioni versa (a livello di libri, s’intende!)?
Usate fare chilometriche liste di libri che vorreste leggere?

mercoledì 15 dicembre 2010

L'arte di fare i regali

Ce l’ho fatta! L’esame kamikaze è andato bene: è stata una fatica decisamente assurda, ma ce l’ho fatta! Sono stata rinchiusa in casa per giorni e giorni, la mia unica “ora d’aria” era la sera, quando mettevo naso fuori casa per fare due passi al freddo e al gelo, il più delle volte in condizioni estetiche non proprio ottimali. Ho fatto del caffè la mia bevanda principale e dei cibi precotti la mia risorsa energica ottimale. Ma questi sono dettagli, l’importante è che sia tutto passato.

Adesso che nella mia mente ci sono due libri in meno a cui pensare, posso ritornare alla mia vita normale e dedicarmi alle cose che mi fanno stare bene e mi fanno rilassare. Non guardo un film da settimane, non leggo libri piacevoli da non so quando e a giudicare dalla patina di polvere che ci si è formata sopra, direi che ne è passato tanto di tempo!

Soprattutto posso godermi al cento per cento l’aria natalizia! Ho comprato i primi due regali per gli amici e ho dato un’occhiata ai principali negozi “di fiducia”, a caccia di idee simpatiche e originali. Mentre osservavo la gente intorno a me intenta a trovare il pensiero adatto, quello giusto sotto tanti punti di vista, mi sono resa conto che anche quella di fare i regali è un’arte.

Che siano regali di Natale, per compleanni o per altri eventi o che i destinatari siano amici, conoscenti, familiari o colleghi, i regali devono essere perfetti o per lo meno cercare di esserlo almeno un po’.

Qual è il regalo perfetto? Facile: è quello che si fa col cuore, indipendentemente da quanto si può spendere, dal marchio, dall’oggetto esclusivo. Un regalo fatto col cuore è quello pensato per bene, è un oggetto che rimanda col pensiero subito alle caratteristiche, alla personalità in primis del suo destinatario, ma anche del mittente.

È bello pensare –magari anche scervellarsi- su cosa può piacere all’altro, cosa può farlo sorridere, cosa può essergli particolarmente utile al momento, quale colore preferisce e così via. È poco simpatico “ridursi all’ultimo minuto”, fare tutto di corsa e rischiare di prendere qualcosa controvoglia, anche se spesso si finisce col fare così (ammetto che anche io mi ritrovo a prendere le ultime cose il 24 pomeriggio, facendo quasi a botte con gli altri ritardatari che puntualmente incontro per i negozi).

Importante è anche il biglietto, non deve mancare mai secondo me. Soprattutto, non dovrebbe mai essere banale, specialmente quando il destinatario è una persona che si conosce bene e con la quale si è molto in confidenza.

E poi vogliamo parlare del pacchetto, dei nastrini e della carta? Sono importantissimi secondo me, quasi quanto il contenuto. Dovrebbero stuzzicare la curiosità, farci pensare a cosa ci sia dentro, farci un po’ sognare. Purtroppo non sono capace di incartare per bene i regali, per questo motivo li faccio confezionare direttamente in negozio, rimanendo il più delle volte delusa per la banalità della carta e dei fiocchetti vari, senza contare poi che alcuni commessi non hanno la minima idea di come si debbano abbinare i colori …


.... Buon shopping natalizio a tutti!

sabato 4 dicembre 2010

Aria di Natale

Dicembre, dicembre …
Si respira una grande aria natalizia in giro,i negozi sono addobbati a festa, gli articoli da regalo sono esposti nelle vetrine, con i relativi cartellini dei prezzi che guarda caso sono sempre più alti degli anni passati.
Ho fatto un bel giretto sostanzioso per le vie del centro, ho rischiato una paralisi facciale per l’eccessivo freddo, notando che il gelo ha probabilmente lo stesso effetto del lifting: tira la pelle.
A parte questo, con grande gioia ho visto i mercatini di Natale della mia città. Mi aspettavo qualcosa di diverso, invece è tutto uguale: stesso posizionamento delle bancarelle di legno per la piccola piazzetta, stessi articoli. Ma va bene lo stesso, l’importante è che creino aria natalizia!

E mentre c’è tutta questa bella atmosfera, tutte queste lucine allegre, io cerco una ragione plausibile che giustifichi il mio attuale stato: quello della studentessa disperata. Un esame l’altro giorno, l’altro ancora tra una settimana. Un esame kamikaze: poco tempo a disposizione (anche per colpa della sottoscritta … iniziamo ad ammettere i propri errori!), tante distrazioni intorno, una materia che non alletta più di tanto.
Dichiaro ufficialmente aperta la mia lotta contro il tempo.
… Che la forza sia con me! O forse, in questo caso, meglio aggiungere a “forza” anche i caffè e un po’ di concentrazione in più.

venerdì 26 novembre 2010

progetti

Discorsi delle otto del mattino, un po’ assonnati, certo semi-disperati, avvenuti tra me e la mia amica circa la programmazione degli esami di questo terribile anno universitario.

"(…) Dai, io penso di dare questo esame e quest’altro a gennaio/febbraio”
“Sì, conviene fare così (…) “
“Poi questi altri due li faremo per la sessione estiva, l’altro ancora dovrebbe essere più semplice (…)”
“Già, prima non possiamo neanche darli … Ne rimane uno però, in estate non ce la si fa, neanche per settembre perché sono c’è tanta roba da fare”
“Ah beh, dai, lo daremo a dicembre dell’anno prossimo!”
“Mh, sì. Per forza, prima è impossibile"

Aspettate un attimo. Dicembre dell’anno prossimo, ergo dicembre 2011. Ma ancora siamo a novembre 2010, dicembre 2010 non è ancora arrivato e già io e lei (e tanti altri) pensiamo a dicembre a 2011.
Essere universitari implica, tra le altre cose, l’attività di fare progetti a lunga scadenza.
Penso che, prima di adesso, non ho mai progettato nulla in particolare da fare dodici mesi dopo.
C'è sempre una prima volta...

sabato 30 ottobre 2010

Fine settimana

Sono stanca e contenta. Strano a dirlo, ma mi piace essere stanca. Mi piace arrivare a fine giornata (o, in questo caso, fine settimana) stanca di una fatica che nasce dalla soddisfazione di aver fatto qualcosa di impegnativo e di esser riuscita a farlo bene.

Questa settimana ho passato un esame scritto, dopo tanti giorni di studio intenso, ho trovato il mio primo libro in una panchina, ho risolto finalmente una scocciante questione semi burocratica che durava ormai da mesi, ho finalmente reintegrato le finanze e così mi sono concessa l’acquisto di ben due libri. Sono stata felicissima per un evento bello e delicato che ha toccato una mia cara amica.
E domani parto.

Ho deciso che questa deve essere una partenza soft, leggera. Leggera deve essere la valigia, dentro deve starci lo stretto necessario. Leggera deve essere la mia testa, senza troppi pensieri: non devo riflettere ad oltranza come mi succede ogni volta che parto.

Oggi pomeriggio ho fatto un giro consistente tra i negozi: ho comprato un paio di cose per la mia famiglia, qualcosa anche per me.
Ho trovato questa collana. E’ una coccinella, se si fa leva sulle antenne, le ali si aprono ed esce fuori un orologio.
Simpatica.
E le coccinelle portano fortuna.



giovedì 22 luglio 2010

Soggetti alle prese con l'ultimo esame

Gli ultimi soggetti osservati sono gli studenti che hanno sostenuto l’esame con me l’altro giorno. Gente simpatica.

Quella mattina, sono arrivata in facoltà con la mia amica, un’ora prima del previsto. Non c’era tantissima gente per il corridoio, eravamo in tutto una ventina. Studenti seduti, altri in piedi, altri a fare chilometri in giro per il corridoio.
Io e la mia amica ci sediamo accanto ad altri nostri colleghi, di fronte a noi c’è altra gente in piedi, tra cui il mio collega secchione, intento a tediare gli animi di due malcapitati con domande poco confortanti.
Questo qua è uno strano soggetto. Ama veramente tanto le cose che studia, credo dormi col codice civile sul comodino. Gira sempre vestito per bene, in camicia, cravatta, giacca in inverno. Sforna un esame ogni quindici giorni, per questo è in pari con gli anni. Quelli del primo anno lo scambiano per un assistente e lui, velatamente, si gloria di ciò.
Alle ragazze dà del lei, con i ragazzi si comporta normalmente. È un distributore d’ansia, soprattutto se ti capita intorno negli attimi prima di un esame: questo perché, naturalmente, anche se tu hai studiato tutti i libri, lui sa sempre qualcosa in più di te, quel qualcosa che lui ritiene assolutamente fondamentale per affrontare il colloquio, mentre tu non ci avevi neanche fatto caso.
Sicuramente è molto intelligente, però per fortuna non si da grandi arie. È disposto anche a dare una mano a chi gli chiedi delucidazioni su argomenti poco chiari. L’unico problema è che, aperta bocca, non si ferma più e tira fuori tutto lo scibile umano.
Una volta mi si è avvicinato, ha iniziato a parlarmi di un appuntamento del giorno dopo, di appunti di non so cosa. io non capivo di che stesse parlando. Dopo dieci minuti di monologo a raffica, si ferma, mi guarda bene e dice -Ti ho scambiata per un’altra!-. Ho capito dopo per chi mi aveva scambiata: per una ragazza del nostro corso con la quale condivido solo forma e colore degli occhiali da vista (messi, tra l’altro, solo quel giorno).

Arriva il prof e smetto di osservare il soggetto sopra descritto. L’assistente fa l’appello, ritira i libretti e ci invita a sederci in un’aula grande. Prof e assistente iniziano gli esami. La prima esaminata dall’assistente è una ragazza che parla a macchinetta. Non si ferma un attimo, neanche per prendere fiato. Credo faccia nuoto. Io l’ascolto e penso di non sapere un cavolo. Tira fuori casi di Palestina, di gente sconosciuta. Io e i miei amici ci guardiamo, per un attimo pensiamo di aver sbagliato aula, esame, libri da studiare. Poi ci convinciamo che siamo 4 contro 1. Forse abbiamo ragione noi.
La tipa prende 30 e lode. L’assistente fa verbalizzare il voto al prof alle prese intanto con un’altra ragazza normale.
L’assistente si risiede, prende un libretto e dice il mio cognome. Ansia. Mi alzo, fingo di essere tranquilla nel mio passo celere e deciso. Arrivo di fronte a lui, sfodero il mio bel (!) sorriso, cercando di non far trapelare la confusione mentale del momento. Mi fa la prima domanda e subito mi calmo. A quanto pare non ho sbagliato né libro, né esame. Continuo tranquillamente a rispondere alle cose che mi chiede finché non mi dà il suo bel voto e mi dice di accomodarmi vicino al prof e aspettare che finisca di esaminare un ragazzo.
Eseguo gli ordini, cerco una sedia scansata, mi accomodo. Cerco con lo sguardo la mia amica, le faccio un sorriso per farle capire che è tutto ok, che può andare tranquilla. L’assistente chiama lei.
Intanto mi dirigo con gli occhi verso il prof. È paonazzo. Il ragazzo lo sta facendo disperare. Trattasi di un soggetto alto tre metri, biondo tinto, carnagione arancione, occhi chiari, jeans bassi, mutande in evidenza. Effettivamente non sa niente, sembra stia raccontando favole. E lo fa con una tale nonchalance …

Poi mi sento chiamare da dietro. Accento inconfondibile, trattasi di un mio amico. Mi chiede come è andata, io gli rispondo. Mi sorride, mi tende la mano come per darmi i complimenti, come gesto di forza, di contentezza. Gli sorrido tanto e torno a gustarmi la scena del ragazzo delle favole.

Per poco però. Mi sento un toc – toc sulla spalla. Mi giro. È un altro ragazzo che conosco di vista: ogni tanto lo vedevo alle lezioni e ho notato, mezz’ora prima nel corridoio, che guardava spesso nella direzione mia e dei miei amici con fare impacciato. Credo sia un po’ più grande, mi ricorda Gigi d’Alessio.
Mi chiede anche lui com’è andata, cosa mi hanno chiesto. Gli faccio l’elenco delle domande, ad una non sa rispondere, allora gli spiego qualcosa in quattro e quattr’otto. Dice di aver capito. Gli auguro che non gli facciano quella domanda e sorride.

Intanto anche la mia amica finisce il suo esame. È contenta e la cosa mi fa tanto piacere. Il soggetto ignorante sta finendo. Il prof gli dà il libretto, lui si alza e se ne va. Allora è il turno mio. Mi siedo alla cattedra, il prof apre il libretto, segna dei dati al computer, mi fa la solito battuta sul mio luogo di nascita, firma e mi augura buone vacanze.
Amen, è finita.

Sarei rimasta ancora un po’ a gustarmi quei poveri soggetti alle prese con l’ansia, ma decidiamo con la mia amica di andare via. Ne abbiamo abbastanza per oggi. Anzi, no. Per quest’anno.

martedì 20 luglio 2010

Adesso... vacanza!

Oggi ho finito gli esami della sessione estiva.
Mi sento benissimo, sono sollevata e serena. Ho concluso in bellezza e finalmente ho trovato un assistente capace di dare soddisfazioni, di sorridere mentre ascolta le risposte alle sue domande.
Fin’ora mi sono capitati pochissimi professori così: di solito chiedono i vari argomenti con nonchalance, senza neanche guardarti. Alle risposte che ascoltano non annuiscono, non danno segni di vita, guardano altrove, al massimo fanno qualche smorfia qua e là anche se stai dicendo tutto perfettamente, virgole comprese.
Oggi finalmente ho avuto modo di ricredermi. Al di là del voto, sono contenta di questo.
Adesso relax, niente libri. Riposerò qua in città ancora qualche giorno e la settimana prossima tornerò a casa dai miei, dopo quasi quattro mesi di assenza.
Quasi non mi sembra vero.