Ho ricominciato a scrivere qui, nei fogli, nella mente. Così come ho ripreso a leggere i settimanali, i libri.
Avevo abbandonato il mio rito del sabato mattina, accantonato da più di un anno ormai. L'ho ripreso oggi. Sono uscita di casa senza pensare troppo a cosa avevo addosso, anzi vestendomi senza accorgermene neanche totalmente di nero. La direzione era una: la biblioteca.
Il rifugio per chi ha voglia di leggere, ma non sa poi tanto bene cosa. Per chi è in conflitto tra la speranza di non affezionarsi troppo a libri che dovrà presto restituire alla collettività e la voglia di innamorarsi di una storia di inchiostro da consigliare agli amici lettori.
Ho fatto un giro tra scaffali che sanno a tratti di vecchio, finendo però sempre allo stesso: narrativa italiana. Così come i film, le canzoni, i libri: in questo sono patriottica.
Senza troppe idee precise, senza schemi, ho iniziato a sfogliarne qualcuno a caso.
E' finito tra le mie mani un libro di Concita De Gregorio, "Io vi maledico". Ho letto la trama distrattamente, l'ho preso in prestito insieme ad altri due.
A casa, da sola, nel silenzio rotto dalle fusa del gatto, ho iniziato a leggerlo arrivando a pagina cinquanta senza neanche accorgermene. Un libro sulla rabbia, storie di gente arrabbiata.
Ho ricominciato a scrivere, a leggere i settimanali, i libri, a girare in biblioteca il sabato mattina.
Ho ricominciato ad arrabbiarmi.
Per cretinate, per cose che mi danno fastidio e che - pensandoci dopo - forse non sono neanche così "gravi".
Io mi arrabbio smettendo di parlare, sigillando la bocca. Labbra attaccate una sopra l'altra, sto così per ore. Sopracciglio destro leggermente più in alto del sinistro, sguardo inconfondibilmente diversamente tranquillo. Sono questi i segnali.
Sono arrabbiata anche oggi, da qualcosa come ventiquattro ore.
Labbra sigillate, se non per rispondere scocciata all'interrogatorio settimanale della parente di turno o per ringraziare la cassiera del supermercato che mi porge il resto.
Quando mi arrabbio lo faccio per un motivo certo, mentre la conseguenza - ovvero il silenzio - rende da sempre incerte sul mio umore le persone che mi stanno accanto.
Ogni tanto, tipo oggi, penso a quante cose cambierei del mio carattere e in che ordine.
Cambierei sicuramente la caratteristica dell'arrabbiarmi in silenzio.
Così come la timidezza, l'incapacità di essere una di quelle persone che hanno sempre qualcosa di brillante ed entusiasmante da esternare alla folla occasionale con cui per caso sei finita a passare la serata.
Così come la mania di programmare le cose, dell'ordine. Eviterei di arrabbiarmi, quando appunto i programmi vanno a farsi a benedire.
Così come il mio essere lunatica.
Ecco, mi piacerebbe arrabbiarmi e dire il perché parlando. Raccontando subito come mai, per quale motivo, invece di chiudermi nei miei silenzi...
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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sabato 5 settembre 2015
martedì 1 settembre 2015
"Io speriamo che me la cavo"
Mi ero quasi dimenticata di che rumore facesse la sveglia quando doveva buttarmi giù dal letto. Avevo mandato in ferie anche lei, salvo richiamarla ogni tanto e sempre ad orari più umani rispetto a quelli ai quali l'avevo abituata.
Ieri sera l'ho puntata alle otto, minuti in più, minuto in meno. Quando l'ho impostata ero affetta dalla più classica sindrome di depressione da rientro, quella che ti coglie inesorabilmente in un ampio arco di ore successive al rientro.
Stamattina, quando ha suonato, è stato come essere colti da uno scossone. Nell'immediata incoscienza di chissà quale esatta fase del sonno, ho pensato fosse un incubo. Quando ho iniziato a realizzare, mi sono chiesta per prima cosa dove mi trovassi.
" A casa su, per forza. Qui c'è silenzio. Giù c'è sempre qualcuno che urla".
E infatti...
Alzarsi dal letto, per chi odia in particolar modo le sveglie, è sempre un piccolo trauma. Riesco a staccarmi dal cuscino solo se penso che fare le cose di fretta non mi è mai piaciuto.
E quindi su, in piedi. A realizzare un'altra semi-catastrofe.
Oggi è uno. UNO SETTEMBRE.
La data più odiata ed amata insieme da chissà quante persone. Nuovi inizi, nuovi propositi che neanche a Capodanno. La palestra, la dieta, il fumo. L'ordine, le amicizie, la vita regolata.
Non posso dire di essere diversa dal resto del mondo.
Ho pensato anche io intensamente a dieta e attività fisica, considerando gli innumerevoli chili accumulati nel giro di due anni. La colazione, infatti, è stata ben diversa da quelle a cui purtroppo mi ero abituata. Il cornetto pieno di crema è stato sostituito con il pane integrale e miele ed i biscotti con un tristissimo yogurt magro.
Ho tirato fuori dall'armadio il vestito che di solito mettevo la sera per uscire. Ho inforcato la mia bicicletta e sono partita.
Stesso percorso, stesse fermate. Stesso rumore di bicicletta. Uguali i negozi, le facce, le persone. In un mese non è cambiato niente qua.
Gesti meccanici, uno dietro l'altro. L'arrivo, le chiavi nella toppa, il parcheggio, la catena. E poi le scale, i saluti.
A spezzare la routine la mia scelta.
Ci ho pensato tanto. Mesi, settimane. Scelte ponderate, ragionate. Frutto di bilanciamenti tra pro e contro, tra istinto e ragione.
Il risultato è stato uno.
Mollare.
Detto così, suona male. Sembra una sconfitta, la deposizione delle armi.
Ci ho pensato veramente tanto prima di decidere. O forse, ripensandoci, neanche così tanto.
E' stata una decisione presa in parte d'istinto, in parte no.
Dicono che alla mia età abbiamo tutta la vita davanti.
Io, nella mia di vita, ho sempre dovuto correre tanto. Correre a laurearmi, a dare risultati, soddisfazioni a quei genitori che a volte mi pensano e a volte no.
Ce l'ho sempre fatta, potrei dirmi soddisfatta. O meglio, potrei dire che gli altri (alcuni) siano soddisfatti di me.
Ma io lo sono?
A diciotto anni ho accantonato i miei sogni nel tentativo che si realizzassero quelli che gli altri avevano scelto per me. Era un modo insolito per conquistarmi l'affetto delle persone care.
Ho imparato però che prima o poi la vita ti presenta il conto. Sotto forma di noia, di insofferenza, di chissà quale altro malessere, ma te lo presenta. Voce per voce.
Il mio è arrivato nel giro di qualche mese, unito ad altre ben chiare ragioni che mi hanno spinto a mollare.
E così è stato.
Ho iniziato il mio settembre, il mio "anno nuovo" chiudendo un capitolo, nel giorno in cui - al contrario -se ne dovrebbero aprire di nuovi.
Ci pensavo al ritorno, dopo aver salutato quelle facce che per mesi e mesi avevo visto mille ore al giorno, adesso un po' sconcertate dal mio annuncio inatteso.
Pedalavo, osservavo la strada che ho percorso con i più svariati stati d'animo negli ultimi mesi. Mi sono sentita più leggera.
Ho iniziato l'anno nuovo chiudendo un capitolo.
Ma finché ad ogni capitolo che si chiude corrisponde uno che si apre, allora forse va tutto bene.
Ho una nuova avventura che mi aspetta dietro l'angolo. Non so dove mi porterà, ma se mi conosco un pochino so che mi darà soddisfazioni.
So che un giorno mi ringrazierò semplicemente per il fatto di aver seguito il mio cuore.
Ieri sera l'ho puntata alle otto, minuti in più, minuto in meno. Quando l'ho impostata ero affetta dalla più classica sindrome di depressione da rientro, quella che ti coglie inesorabilmente in un ampio arco di ore successive al rientro.
Stamattina, quando ha suonato, è stato come essere colti da uno scossone. Nell'immediata incoscienza di chissà quale esatta fase del sonno, ho pensato fosse un incubo. Quando ho iniziato a realizzare, mi sono chiesta per prima cosa dove mi trovassi.
" A casa su, per forza. Qui c'è silenzio. Giù c'è sempre qualcuno che urla".
E infatti...
Alzarsi dal letto, per chi odia in particolar modo le sveglie, è sempre un piccolo trauma. Riesco a staccarmi dal cuscino solo se penso che fare le cose di fretta non mi è mai piaciuto.
E quindi su, in piedi. A realizzare un'altra semi-catastrofe.
Oggi è uno. UNO SETTEMBRE.
La data più odiata ed amata insieme da chissà quante persone. Nuovi inizi, nuovi propositi che neanche a Capodanno. La palestra, la dieta, il fumo. L'ordine, le amicizie, la vita regolata.
Non posso dire di essere diversa dal resto del mondo.
Ho pensato anche io intensamente a dieta e attività fisica, considerando gli innumerevoli chili accumulati nel giro di due anni. La colazione, infatti, è stata ben diversa da quelle a cui purtroppo mi ero abituata. Il cornetto pieno di crema è stato sostituito con il pane integrale e miele ed i biscotti con un tristissimo yogurt magro.
Ho tirato fuori dall'armadio il vestito che di solito mettevo la sera per uscire. Ho inforcato la mia bicicletta e sono partita.
Stesso percorso, stesse fermate. Stesso rumore di bicicletta. Uguali i negozi, le facce, le persone. In un mese non è cambiato niente qua.
Gesti meccanici, uno dietro l'altro. L'arrivo, le chiavi nella toppa, il parcheggio, la catena. E poi le scale, i saluti.
A spezzare la routine la mia scelta.
Ci ho pensato tanto. Mesi, settimane. Scelte ponderate, ragionate. Frutto di bilanciamenti tra pro e contro, tra istinto e ragione.
Il risultato è stato uno.
Mollare.
Detto così, suona male. Sembra una sconfitta, la deposizione delle armi.
Ci ho pensato veramente tanto prima di decidere. O forse, ripensandoci, neanche così tanto.
E' stata una decisione presa in parte d'istinto, in parte no.
Dicono che alla mia età abbiamo tutta la vita davanti.
Io, nella mia di vita, ho sempre dovuto correre tanto. Correre a laurearmi, a dare risultati, soddisfazioni a quei genitori che a volte mi pensano e a volte no.
Ce l'ho sempre fatta, potrei dirmi soddisfatta. O meglio, potrei dire che gli altri (alcuni) siano soddisfatti di me.
Ma io lo sono?
A diciotto anni ho accantonato i miei sogni nel tentativo che si realizzassero quelli che gli altri avevano scelto per me. Era un modo insolito per conquistarmi l'affetto delle persone care.
Ho imparato però che prima o poi la vita ti presenta il conto. Sotto forma di noia, di insofferenza, di chissà quale altro malessere, ma te lo presenta. Voce per voce.
Il mio è arrivato nel giro di qualche mese, unito ad altre ben chiare ragioni che mi hanno spinto a mollare.
E così è stato.
Ho iniziato il mio settembre, il mio "anno nuovo" chiudendo un capitolo, nel giorno in cui - al contrario -se ne dovrebbero aprire di nuovi.
Ci pensavo al ritorno, dopo aver salutato quelle facce che per mesi e mesi avevo visto mille ore al giorno, adesso un po' sconcertate dal mio annuncio inatteso.
Pedalavo, osservavo la strada che ho percorso con i più svariati stati d'animo negli ultimi mesi. Mi sono sentita più leggera.
Ho iniziato l'anno nuovo chiudendo un capitolo.
Ma finché ad ogni capitolo che si chiude corrisponde uno che si apre, allora forse va tutto bene.
Ho una nuova avventura che mi aspetta dietro l'angolo. Non so dove mi porterà, ma se mi conosco un pochino so che mi darà soddisfazioni.
So che un giorno mi ringrazierò semplicemente per il fatto di aver seguito il mio cuore.
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mercoledì 29 gennaio 2014
I pensieri che rimangono in aria
Gennaio volge a termine, finisce. Incagliato com’è in valanghe di parole non scritte, in pensieri rimasti solo per aria ad aspettare tempi migliori, tempi in cui posso dire di essermi riappropriata di una normalità che fa rima con monotonia e di una serenità che fa rima sorriso.
Gennaio cerca di smaltire i postumi di vacanze natalizie veloci e –ovviamente- ipercaloriche. Giorni accavallati, pieni di facce vecchie e di notizie nuove. Di vagiti di bambini nati da poco e visti per la prima volta, di auguri diversi, a volte doppi, altre tripli. Vacanze di mancanze nuove e differenti, attaccate ad un cellulare a consumare centinaia e centinaia di minuti in due. Iniziate e finite con lunghi abbracci e intensi baci nella stazione di questa città, a tenerci stretti fino all’ultimo istante: per non perdere tempo, prima. Per recuperare tutto quello perso, dopo, al ritorno.
I pensieri sono parecchi, ma forse se non li avessi potrei lamentarmi della loro assenza. Latito qui, è evidente. Non scrivo come prima. La mia presenza si nota più della mia assenza. Ma tutto sommato sto bene, sono contenta. Percorro ogni giorno le mie strade nuove chiedendomi se siano quelle giuste. Guardo al futuro paurosa e dubbiosa, al passato a volte sorridendo, altre rattristandomi. Cerco di cimentarmi in nuove avventure, cerco di trovare nuovi obiettivi da raggiungere, più vicini a quelle che sono le mie inclinazioni naturali. Di tutto ciò rimane un pensiero astratto, inapplicato nella realtà. Forse per pigrizia, forse perché le cose nuove degli ultimi mesi sono rimaste, appunto, tali e aspettano ancora di essere assorbite dalla mia mente, metabolizzate.
Credo ci sia un collegamento tra la mia non scrittura e la mia confusione. Non ho ancora ben capito il nesso causale tra le due: quale sia la causa e quale l’effetto. Penso mentre cammino, mentre faccio quelle file tipiche dei miei tanti colleghi, penso che i miei pensieri debbano essere scritti, un po’ come ho sempre fatto, per ricordarmeli, perché potrebbero aiutarmi domani. Penso di scrivere e poi non lo faccio. E così rimangono lì, i miei pensieri. In aria, dimenticati, in attesa di giorni più chiari.
Gennaio cerca di smaltire i postumi di vacanze natalizie veloci e –ovviamente- ipercaloriche. Giorni accavallati, pieni di facce vecchie e di notizie nuove. Di vagiti di bambini nati da poco e visti per la prima volta, di auguri diversi, a volte doppi, altre tripli. Vacanze di mancanze nuove e differenti, attaccate ad un cellulare a consumare centinaia e centinaia di minuti in due. Iniziate e finite con lunghi abbracci e intensi baci nella stazione di questa città, a tenerci stretti fino all’ultimo istante: per non perdere tempo, prima. Per recuperare tutto quello perso, dopo, al ritorno.
I pensieri sono parecchi, ma forse se non li avessi potrei lamentarmi della loro assenza. Latito qui, è evidente. Non scrivo come prima. La mia presenza si nota più della mia assenza. Ma tutto sommato sto bene, sono contenta. Percorro ogni giorno le mie strade nuove chiedendomi se siano quelle giuste. Guardo al futuro paurosa e dubbiosa, al passato a volte sorridendo, altre rattristandomi. Cerco di cimentarmi in nuove avventure, cerco di trovare nuovi obiettivi da raggiungere, più vicini a quelle che sono le mie inclinazioni naturali. Di tutto ciò rimane un pensiero astratto, inapplicato nella realtà. Forse per pigrizia, forse perché le cose nuove degli ultimi mesi sono rimaste, appunto, tali e aspettano ancora di essere assorbite dalla mia mente, metabolizzate.
Credo ci sia un collegamento tra la mia non scrittura e la mia confusione. Non ho ancora ben capito il nesso causale tra le due: quale sia la causa e quale l’effetto. Penso mentre cammino, mentre faccio quelle file tipiche dei miei tanti colleghi, penso che i miei pensieri debbano essere scritti, un po’ come ho sempre fatto, per ricordarmeli, perché potrebbero aiutarmi domani. Penso di scrivere e poi non lo faccio. E così rimangono lì, i miei pensieri. In aria, dimenticati, in attesa di giorni più chiari.
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sabato 14 dicembre 2013
I giorni senza parole
Se guardo la data dell’ultimo post scritto e pubblicato qui inorridisco. È passato tanto, troppo tempo. È volato come se niente fosse, è svanito nel nulla portandosi con sé tante parole non scritte.
Il mese trascorso è stato per certi versi un groviglio di cose inaspettate che mi hanno fatto perdere di vista le mie sane e buone abitudini. Ci sono stati tanti pensieri, tante frasi e parole che non sono riuscite ad essere scritte per non so quale motivo.
La mancanza di tempo, forse.
La mancanza di quella pazienza che serve per fare ordine nella testa e oltre.
La mancanza di voglia.
Qualcosa è mancato, non so bene cosa.
È mancato un filo logico che riuscisse a tenere unito tutto quanto. È mancata la voglia di ricostruire tutto da capo, di indagare, di trovare una ragione valida in grado di spiegare quello che stava succedendo, lontano da me. È mancata quella forza che serve per riaffrontare tutto da capo, per cercare meticolosamente di esaminare quelli che sono stati i problemi di sempre, trovare i tasselli mancanti, proprio quando la vita iniziava a sorridere di nuovo, o forse lo faceva per la prima volta.
Le parole fanno male, così come le voci. Così come quei pensieri che ti rimangono incollati in testa, così come quegli incubi che ti fanno compagnia di notte, quando pensavi di essertene sbarazzata una volta per tutte, quando eri certa che in questa stanza nuova avresti fatto solo sogni belli.
Non so, in mezzo a tutto ciò, cosa mi ha fatto più male, cosa mi ha tirato più sotto. Se le parole, oppure i silenzi. Se i fatti, oppure ciò che, al contrario, non è stato fatto.
Mi sono ritrovata a pensare di non essere in grado di affrontare i problemi, di non essere troppo brava o troppo forte per reggerne il peso, per sbrogliare una matassa più ingarbugliata del solito.
Ho sempre sostenuto l’esistenza di una soluzione ad ogni problema.
Questa volta mi sembra di non trovarla, questa volta mi sembra che non ci sia.
Il mese trascorso è stato per certi versi un groviglio di cose inaspettate che mi hanno fatto perdere di vista le mie sane e buone abitudini. Ci sono stati tanti pensieri, tante frasi e parole che non sono riuscite ad essere scritte per non so quale motivo.
La mancanza di tempo, forse.
La mancanza di quella pazienza che serve per fare ordine nella testa e oltre.
La mancanza di voglia.
Qualcosa è mancato, non so bene cosa.
È mancato un filo logico che riuscisse a tenere unito tutto quanto. È mancata la voglia di ricostruire tutto da capo, di indagare, di trovare una ragione valida in grado di spiegare quello che stava succedendo, lontano da me. È mancata quella forza che serve per riaffrontare tutto da capo, per cercare meticolosamente di esaminare quelli che sono stati i problemi di sempre, trovare i tasselli mancanti, proprio quando la vita iniziava a sorridere di nuovo, o forse lo faceva per la prima volta.
Le parole fanno male, così come le voci. Così come quei pensieri che ti rimangono incollati in testa, così come quegli incubi che ti fanno compagnia di notte, quando pensavi di essertene sbarazzata una volta per tutte, quando eri certa che in questa stanza nuova avresti fatto solo sogni belli.
Non so, in mezzo a tutto ciò, cosa mi ha fatto più male, cosa mi ha tirato più sotto. Se le parole, oppure i silenzi. Se i fatti, oppure ciò che, al contrario, non è stato fatto.
Mi sono ritrovata a pensare di non essere in grado di affrontare i problemi, di non essere troppo brava o troppo forte per reggerne il peso, per sbrogliare una matassa più ingarbugliata del solito.
Ho sempre sostenuto l’esistenza di una soluzione ad ogni problema.
Questa volta mi sembra di non trovarla, questa volta mi sembra che non ci sia.
mercoledì 24 luglio 2013
Un mese fa
Le giornate volano e non so neanche io come. Iniziano presto la mattina, quasi all'alba. E finiscono tardi la sera, con gli occhi rossi a causa del computer e con la stanchezza di chi è stato ai lavori forzati.
Mi ritrovo a pubblicare quel che scrivevo un mese fa, in preda ad un lampo di malinconia durato un po' più del giusto. Un documento Word lasciato dentro una cartella col mio nome, sul mio pc e trovato per caso, stasera, nel vano tentativo di "fare ordine".
Mi ritrovo a pubblicare quel che scrivevo un mese fa, in preda ad un lampo di malinconia durato un po' più del giusto. Un documento Word lasciato dentro una cartella col mio nome, sul mio pc e trovato per caso, stasera, nel vano tentativo di "fare ordine".
"Ho la malinconia intorno, un occhio un po’ gonfio che non vuol tornare alle dimensioni normali. Non so se sono io ad emanare questo stato d’animo increscioso, se è colpa del tempo che tutto ad un tratto è tornato ad essere grigio manco fosse di nuovo ottobre ed io probabilmente inizio ad essere meteoropatica.
Aulastudio, teatro di vicende sentimentali, universitarie, culturali. Luogo in cui si inscena l’esistenza degli universitari ventenni di oggi: i loro scherzi, il loro modo di ridere delle cazzate, le loro sigarette, i loro caffè. I loro sospiri che sanno di stanchezza, i fogli sparsi di vitale importanza nelle scrivanie di cui non si sa neanche più il colore. I cellulari pronti a vibrare, a distrarli un attimo dalle sudate carte. Leggono dai loro schermi giganti e gli si illumina il volto, un po’ come se sotto i loro occhi si fosse appena consumato un miracolo.
Ed io sto qui, col pc davanti. Seduta scomposta in una sedia scomoda, ad aggiornare in continuazione la casella di posta e a ripetermi di stare calma. Mi guardo attorno, studio le vite degli altri, tengo d’occhio i comportamenti di certa gente. Ricevo anche io i messaggi, mi illumino di immenso, perché non c’è niente di meglio che le proposte giuste al momento giusto. Tipo un giro, stasera. Una passeggiata che ci porterà chissà dove, chissà con quali pensieri. Conteremo i passi, conteremo le facce che incroceremo, faremo di tutto pur di non farci trasportare da questa malinconia che ci attanaglia come non mai.
Quando i problemi erano gli esami, ci dicevamo che c’erano cose ben peggiori nella vita che un voto inaspettatamente brutto nel libretto. E ci credevamo, ci tranquillizzavamo. Riuscivamo a convincerci che era vero, sapevamo che era così.
Adesso a me sembra diverso.
Mi sembra di essere cresciuta più del solito nel giro di pochi giorni. Mi sento un peso sulle spalle, guardo i giorni del calendario sovrapporsi uno sull’altro e penso che per una volta nella mia vita vorrei che il tempo non passasse mai.
C’è che inizio ad avere paura, ma paura davvero.
Paura di questo futuro che si presenta di un’incertezza disarmante. Che si butta di sopra senza lasciare respiro. Le cose nuove mi piacevano.
Adesso vorrei aggrapparmi a quel che resta di questa vita che è stata mia per anni. Vorrei prenderne un pezzo e tenerlo forte in mano, non lasciarlo mai.
Ma si sa che niente è per sempre, che a fare sempre la stessa vita si finisce per cadere nel girone della monotonia. E non è quello che voglio io.
Devo solo convincermene, devo solo pensare che chiuso un capitolo se ne apre un altro, per forza.
Devo solo convincermene, devo solo pensare che chiuso un capitolo se ne apre un altro, per forza.
Devo solo costruirmelo io, questo capitolo.
E farlo nel modo che mi riesce meglio."
E' passato un mese da quando scrivevo parole sconfortanti e pesanti.
Le risposte che aspettavo sono arrivate. In ritardo, ma sono arrivate. Sono state risposte positive, inaspettate. Mi hanno reso felice, mi hanno fatto pensare che la fatica prima o poi genera soddisfazione.
Le risposte che aspettavo sono arrivate. In ritardo, ma sono arrivate. Sono state risposte positive, inaspettate. Mi hanno reso felice, mi hanno fatto pensare che la fatica prima o poi genera soddisfazione.
Il pensiero di fondo, quello sul mio futuro incerto - di cui immagino ne abbiate le tasche piene - rimane sempre.
Alla prossima, con la speranza di rifarmi viva a breve.
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martedì 2 luglio 2013
Telefonate domenicali
La domenica è la giornata delle telefonate. È così da quando il mio gestore telefonico ha deciso di cambiare le tariffe del piano telefonico sua sponte e come contentino ha deciso di regalarmi chiamate illimitate verso tutti, ogni domenica. E’ quindi da un paio di mesi che io, la domenica, chiamo amici e parenti. Così, per il gusto di sfruttare la promozione fino alla fine. Parlo con tutti, rido, ascolto interessata i loro racconti, li allieto con i miei, anche se di esaltante hanno ben poco. Mentre faccio tutto ciò pulisco casa, in ossequio ad uno dei comandamenti di chi vive solo: la domenica è la giornata delle pulizie. Non esiste riposo, non esistono allegre scampagnate in compagnia, non esiste nient’altro, la domenica, all’infuori delle grandi pulizie domestiche. E guai a saltare ogni tanto!
Ho rivalutato un sacco l’utilizzo degli auricolari. Non so come definirli. La migliore invenzione degli ultimi secoli, dopo le lenti a contatto?
Forse.
Questa domenica ho chiamato una mia amica. Non la vedevo da Pasqua e durante questi mesi l’ho sentita proprio poco. Avremo scambiato due messaggi,in occasione dei nostri compleanni. Con lei ho passato gran parte della mia adolescenza, la conosco da qualcosa come tredici o quattordici anni.
Abbiamo vissuto miliardi di avventure durante il liceo: compagna di studio, di progetti, di quelle riflessioni esistenziali di una pesantezza unica. Compagna di sigarette, di panini, di cene improvvisate, di ansia da interrogazioni. Lei era quella disordinata, con la testa tra le nuvole. Io ero l’esatto contrario. La riportavo nella retta via quando c’era bisogno e lei provvedeva invece a farmi divertire, ridere, scherzare. Mi è stata particolarmente vicina in uno dei momenti più bui della mia vita. La sua presenza è stata una fonte inesauribile di forza, di coraggio.
Era un completarsi a vicenda. C’era da apprendere le cose migliori dell’altra e insegnare il meglio di sé.
Poi il liceo è finito. Le strade si sono divise. Le valigie sono state fatte, ci abbiamo messo dentro le nostre foto. Le abbiamo attaccate nelle nostre camere nuove, nelle nostre nuove città delle nostre vite altrove.
Ci sentiamo di rado, ma ci teniamo sempre informate sui nostri ritorni in patria, così da vederci ad ogni occasione utile, da raccontarci di noi, da condividere il possibile.
Il fatto di non sentirla spesso, ogni tanto mi fa pensare che quella famosa grande amicizia sia svanita o si sia comunque affievolita. Ma poi basta ritrovarsi a casa per capire che il nostro rapporto non è cambiato.
Così domenica l’ho chiamata, durante un lampo di malinconia di ritorno da uno di quei noiosi pomeriggi di studio in compagnia, alla ricerca di qualche faccia che possa far tornare il buonumore. Ho buttato libri e borsa sul tavolo, mi sono seduta sul divano e l’ho chiamata.
Ho chiuso la conversazione dopo un’ora e tre quarti, quando ormai fuori era buio e l’ora di cena era passata da un pezzo.
Un’ora e tre quarti di tutto. Abbiamo toccato centinai di tasti: le nostre vite, i nostri progetti, le nostre famiglie, gli amici in comune. Gli aneddoti di quelli che “solo a te possono capitare certe cose”. Le espressioni dialettali liberatorie perché certe cose, dette in italiano, non rendono l’idea come quando le dici nella lingua della tua terra. E si sa, non posso riportarle ad un nordico senza rimanere istantaneamente delusa dalla sua espressione basita e interdetta di chi pensa “ma guarda te ‘sta terrona”
E le risate, tante. Di gusto, di cuore.
Certe parole fanno bene.
Ti ricordano da dove vieni, cosa ti è successo per essere quella che sei oggi. È un ricostruirsi, un fermarsi un attimo con un occhio al passato ed uno al futuro. Ero così. Tu eri in quell’altro modo. Adesso siamo uguali e diverse. Siamo più grandi, più donne. Più problematiche e più confuse.
Il futuro è l’incertezza assoluta, ma non per questo non facciamo progetti. Viviamo alla giornata, forse un po’ preoccupate. E ci raccomandiamo di goderci la vita, quella che vogliamo costruirci da sole.
Quella vita che abbiamo sognato, che un po’ si è realizzata e un po’ no. Quella vita che abbiamo davanti e che deve essere per forza bella, perché sì: ce lo meritiamo.
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venerdì 21 giugno 2013
Finali
(Credo sia il post più lungo che abbia mai scritto, vi avviso).
Di solito sono una persona calma, cerco di ragionare prima di farmi assalire dall’ansia, anche se non sempre ci riesco. In questi anni universitari, i miei hanno sempre detto che sentendo la mia voce il giorno prima di un esame non davo mai l’impressione di essere una che il giorno seguente avrebbe dovuto sostenere una prova più o meno importante.
Questa volta però è diverso. Io non riesco più a studiare come una volta, non ho la pazienza di mettermi a ripetere fino a farmi entrare tutto quello che serve in testa, di sottolineare con la linea rigorosamente dritta perché in certe cose sono un’odiosa precisina del cavolo. Chi ci è già passato dice che è normale, che arrivati alla fine è sempre così. Quindi non sono un’aliena che si aggira per casa conciata nel peggiore dei modi, con gli occhiali da secchiona e i tappi alle orecchie perché fuori c’è talmente tanto casino che non riesco neanche a sentire la mia voce. Quando ripeto urlo, probabilmente i miei vicini di casa mi odieranno. Mi busseranno alla porta con l’intenzione di dirmi di smetterla, di stare zitta, perché ho veramente rotto tutto quello che si può rompere. Poi però mi guarderanno, osserveranno lo stato pietoso in cui verso, mi daranno una pacca di compassione sulla spalla e si offriranno volontari di sentirmi ripetere libri e appunti.
Ecco, quando io non ho voglia di studiare, do il via alla produzione di film mentali. Tutto, pur di perdere tempo.
Non c’è conversazione, ormai da due giorni, che non si concluda –da parte mia- con una chiusura di telefono in faccia al mio interlocutore. Sono irritata, irascibile, insopportabile, tremendamente odiosa. Sopporto solo i miei amici. Loro e nessun altro.
Non mangio neanche, o meglio, mi nutro di quanto basta alla sopravvivenza.
Penso di avere l’esame il giorno X, così mi ritrovo, la sera prima, a controllare nel sito della facoltà il mio numero in lista e a scoprire con sommo orrore che mi sono sbagliata. L’esame non è il giorno X, bensì quello dopo. Altre ventiquattro ore di studio, di carcere, di condizioni pietose.
Poi alla fine arriva il giorno. Seguo la routine che mi ha accompagnato in questi anni. Notte parzialmente insonne, sveglia presto per l’ultimo ripasso, due macchinette di caffè in giro nelle vene, la doccia fredda, il profumo degli esami.
Dovete sapere che io ho un profumo che uso solo per gli esami. L’ho messo quando ho dato il primo e da allora è diventata una sorta di scaramanzia, di tradizione: devo averlo addosso ogni volta che ne ho uno. E non solo: finisco col fare la doccia con il bagnoschiuma della stessa linea e passarmi dopo la stessa crema. Ormai l’odore mi dà la nausea, mi mette ansia.
Un po’ di mascara, gli occhiali da sole, le cuffie alle orecchie. I “crepi” in risposta agli “in bocca al lupo”. L’aria probabilmente affranta, la borsa piena di libri.
Arrivo in facoltà con l’aria di chi è lì per caso. Trovo un mio simile disperato mai visto prima il quale mi informa delle tragici voci che circolano sul prof in questione.
E ‘sti ca***, di terrorismo pre-esame ne ho abbastanza. Lo assecondo, pensando nella mia testa che non vedo l’ora che finisca tutto.
Mi abbandono alla mia sedia, senza la minima voglia di ripetere i miei appunti.
- Te sei la seconda in lista, sei Chiara, vero? Se vuoi un po’ di tempo per ripetere, vado prima io e poi vai te.
Credici.
Non lascio il mio posto neanche se ho in corso un’emorragia, se sto perdendo litri di sangue e sono in fin di vita. Lo tranquillizzo, gli dico che più che ripetere avrei bisogno di re-imparare tutto di nuovo. Lui se la ride, pensava di farmi un favore.
Mi giro il libretto tra le mani, guardo le pagine piene di caselle riempite, di firme frettolose, di numeri scritti in modo chiaro, di date, di materie. Ogni esame ha la sua storia dietro: racconta di delusioni, di felicità, di fatiche, di stati d’animo confusionari, di borse piene di libri da studiare, di quantità industriali consumate di evidenziatori e matite.
Poi mi ricordo dell’altra “tradizione” da esame, da rispettare anche questa. Apro il portafoglio, tiro fuori un quadratino di carta e lo apro con cura. Dentro c’è il ciondolo di mia nonna, lo tengo dentro al pugno durante gli esami, da sempre.
Poi arriva il momento in cui guardo in faccia la realtà e prendo consapevolezza di quello che sono. Delle ore passate sui libri, dell’impegno che ho messo nel preparare la materia. Il mio dovere l’ho fatto, come sempre. Se va male, non posso rimproverarmi proprio niente.
Sono piccolezze queste. Gesti, pensieri, parole che ormai ripeto meccanicamente: danno sicurezza, anche se lì per lì non ci crediamo abbastanza.
È così che sono arrivata fino a questo punto. Guardandomi dall’esterno con un occhio critico, a volte troppo severo; rendendomi conto, solo alla fine, che l’impegno, i sacrifici, la fatica, di norma vengono sempre ripagati e se non succede così – perché capita anche questo- la colpa non è certo mia. Io sono l’unica a sapere cosa c’è stato dietro ogni esame,quanto ho studiato, se troppo o troppo poco. Il risultato spesso è solo un numero, a volte neanche troppo soddisfacente, un casella piena in più nel libretto. Quando proprio va bene c’è la stretta di mano forte da parte del prof. o una proposta di tesi da parte loro.
L’assistente giovane pronuncia il mio nome. Mi alzo di scatto e la seguo, guardo il tipo troppo gentile che ricambia come per volermi dare forza. E poi mi siedo davanti a chi mi interrogherà, faccio un respiro profondo, stringo nella mano il ciondolo della nonna.
Le domande, una dietro l’altra. Le parole, le precisazioni, la memoria che galoppa. I sì con la testa, i gesti con le mani. I mezzi sorrisi, la storia che si ripete. I minuti che passano come fiumi, anche se non me ne accorgo, perché la stranezza degli esami sta nel fatto che quando sei seduta lì a parlare non hai la minima percezione del tempo che scorre.
Arriva la fine, l’assistente mi dice il suo voto. Verbalizza sul computer, scrive sul libretto.
Un’altra casella della mia raccolta punti piena. Alla fine ci danno il premio, diceva mia sorella.
Questa volta è l’ultima. Non ci saranno più altre svolazzanti firme frettolose, non ci saranno più numeri, date, nomi di materie.
Finisce qui.
Non ci saranno più le sveglie alle sei per il ripasso finale, né gli spruzzi del profumo degli esami sulla pelle. Non ci sarà più nessuno a fare del terrorismo fuori dalla porta.
Esco dall’aula, rivedo il tipo. Gli dico di star tranquillo, andando in controtendenza rispetto a chi ama distribuire ansia non richiesta. Riprendo le mie cose, poso il libretto tra gli appunti che finiranno nella differenziata tra poco. Osservo l’ultimo passo della tradizione che ho creato e rispettato negli anni: la diffusione della notizia.
Di solito scrivo un sms, metto solo il voto, il numero. Quando prendo la lode scrivo tutto per esteso. Mi sembra più bello. Questa volta il messaggio è lungo: aggiungo un “è finita”, con tanto di punti esclamativi. Lo inoltro, come sempre: alla mamma, a papà, alla sister, alla zia, agli amici. E poi mi gusto le loro reazioni, sempre le stesse. C’è chi chiama, c’è chi risponde a sua volta con un sms. C’è chi ti dice di andare a comprarti qualcosa di buono da mangiare, mentre gli amici ti propongono sempre di andare ad ubriacarti.
In realtà non faccio niente di tutto ciò, non ora.
Adesso sono spaesata, non ho realizzato ancora. Mi chiedono se sono felice. Dovrei esserlo.
Per essere felici di una cosa bisogna averne preso coscienza, cosa che io ancora non ho fatto.
Fa caldo, quasi mi sento mancare. Bevo una bottiglietta di tè freddo, lego i capelli. Metto gli occhiali da sole, torno al mio iPod.
La canzone che stavo sentendo, quando sono arrivata in facoltà, mi si ripropone nelle orecchie. Inizia da metà, ma ha un suono diverso.
Sa di libertà.
Anche se si tratta di una libertà vigilata da una tesi impegnativa.
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venerdì 24 maggio 2013
Di aulestudio tradite
Ho tradito l'aula-studio. Quella lì, sì. La mia seconda casa. Quella di cui vi ho tanto parlato (probabilmente anche scocciato), in cui ho passato intere giornate per anni. Ho tradito i tavoli bianchi sui quali ho preparato esami su esami. Ho tradito le quattro mura che mi hanno vista leggere, sottolineare, scrivere, ripetere fino a non avere fiato. Gli stessi che hanno ascoltato le conversazioni infinite con le mie amiche.
L'ho tradita perchè qui non si riesce più a studiare. O meglio, io non riesco più a studiare. Non ci riesco io e non ci riesce neanche più la mia amica.
E quindi qualche giorno fa abbiamo deciso di emigrare. Abbiamo raccolto le nostre borse -che più che borse ormai sono valigie- e siamo andate altrove. Nuovi posti, nuove facce (mica tanto), nuovi orari, nuovo tutto.
E lì io riesco a studiare davvero. Come un tempo, con la stessa resistenza dei primi anni. Si fanno le sette senza che io me ne accorga, riesco a concludere tutti i miei programmi senza troppi sforzi.
Sarà che lì ho ri-trovato l' "Ispirazione"?
Oggi pomeriggio, però, sono tornata nell'aula-studio di sempre. Non so neanche io perchè, sono uscita da casa e invece di andare a destra, sono andata a sinistra. D'impulso.
Sono qui dalle tre e non ho combinato nulla. Ho aperto i miei appunti, tirato fuori evidenziatori, penne, matite. Ho acceso il pc sperando di scrivere qualche riga di tesi e invece non ho concluso niente.
Ho anche mangiato un po' di cioccolato, chè si sa: aiuta alla concentrazione.
Alla concentrazione, sì. Alla concentrazione di chili in vista della prova costume.
Ho deciso di tornare a casa, malinconica, un po' triste, insieme a questo vento che ha proprio rotto tutto ciò che si può rompere. Torno a casa con i sensi di colpa per aver sprecato un intero pomeriggio quando di tempo da perdere proprio non ne avrei.
Ma domani va meglio, sicuro. Domani torno lì dove c'è l'Ispirazione.
E se tornasse anche il sole, allora sì, sarebbe tutto perfetto.
L'ho tradita perchè qui non si riesce più a studiare. O meglio, io non riesco più a studiare. Non ci riesco io e non ci riesce neanche più la mia amica.
E quindi qualche giorno fa abbiamo deciso di emigrare. Abbiamo raccolto le nostre borse -che più che borse ormai sono valigie- e siamo andate altrove. Nuovi posti, nuove facce (mica tanto), nuovi orari, nuovo tutto.
E lì io riesco a studiare davvero. Come un tempo, con la stessa resistenza dei primi anni. Si fanno le sette senza che io me ne accorga, riesco a concludere tutti i miei programmi senza troppi sforzi.
Sarà che lì ho ri-trovato l' "Ispirazione"?
Oggi pomeriggio, però, sono tornata nell'aula-studio di sempre. Non so neanche io perchè, sono uscita da casa e invece di andare a destra, sono andata a sinistra. D'impulso.
Sono qui dalle tre e non ho combinato nulla. Ho aperto i miei appunti, tirato fuori evidenziatori, penne, matite. Ho acceso il pc sperando di scrivere qualche riga di tesi e invece non ho concluso niente.
Ho anche mangiato un po' di cioccolato, chè si sa: aiuta alla concentrazione.
Alla concentrazione, sì. Alla concentrazione di chili in vista della prova costume.
Ho deciso di tornare a casa, malinconica, un po' triste, insieme a questo vento che ha proprio rotto tutto ciò che si può rompere. Torno a casa con i sensi di colpa per aver sprecato un intero pomeriggio quando di tempo da perdere proprio non ne avrei.
Ma domani va meglio, sicuro. Domani torno lì dove c'è l'Ispirazione.
E se tornasse anche il sole, allora sì, sarebbe tutto perfetto.
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domenica 15 luglio 2012
Teniamo botta 2
Venerdì mattina la sveglia ha suonato all’alba. Dovevo ripetere qualcosa, almeno gli argomenti che ricordavo meno. Morta di sonno, mi sono preparata un caffè facendo fatica anche solo a tenere gli occhi aperti. Fortuna che sono riuscita a portare a termine la mia impresa senza mandare a fuoco il buco di casa in cui vivo.
Qualche ora dopo mi sono ritrovata nel corridoio della facoltà, seduta in una sedia, in attesa del mio turno, a guardare distrattamente il libretto universitario e a pensare a quanto faccia schifo la mia foto in prima pagina. Un po’ di agitazione, nella norma. N. che mi incita a pensare alle vittime del caldo, perché c’è molto di peggio nella vita che un esame. E credo proprio di saperlo.
Fu così che la prof uscì dall’aula, con un foglio in mano, super abbronzata, quasi arancione. Pronunciò il mio cognome e si guardò intorno. Mi staccai dunque dalla sedia e mi diressi verso di lei.
Credo di aver avuto l’aria di chi si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato.
La prima domanda, poi la seconda, infine la terza. Pezzi di memoria che si susseguono, mi rendo conto di ricordare tutto, di riuscire a fare dei discorsi di senso compiuto. Pensavo di cascare alla prima domanda. “Per me è un trenta, un trenta con la lode”.
La donna arancione afferra il libretto, scrive il voto, mette la sua firma svolazzante e verbalizza l’esame al computer.
È finita anche questa.
Ho passato l’intero pomeriggio a dormire. Di sera sono uscita con altre sei persone più o meno conosciute, abbiamo bevuto un spritz ghiacciato, come la tradizione vuole che si concluda il giorno di un esame.
Adesso credo di essere nella depressione più totale. Non vedo fine, non vedo luce. E lo so che esagero, ma mettevi nei miei panni: siamo al quindici di luglio e io non ne posso più. Sopportate le mie paturnie ancora per un po’, che tanto prima o poi smetterò di scrivere questi post da studentessafuorisedeincrisidaesami.
Tento di studiare ancora, di farmi entrare nozioni su nozioni in questo cervello messo a dura prova dalle settimane precedenti. Mi sembra un’impresa assurda, ma so che ce la devo fare. Devo raccogliere le forze che mi son rimaste e farmele bastare ancora qualche giorno. Devo massimizzare la potenza dei quattro neuroni superstiti, attivare la spugna che ho in testa in modo che raccolga al suo interno più informazioni possibili.
Ho voglia di andare a correre e credo proprio che sarà la prima cosa che farò venerdì mattina, quando nel bene o nel male sarò di nuovo una donna libera. Ho voglia di fare shopping, di approfittare dei saldi per comprare un paio di cose che stazionano nella mia lista dei desiderata da un po’ di tempo. Ho voglia di prendere una decisione in particolare, di trovare il coraggio giusto e di essere forte abbastanza per subire le conseguenze della mia scelta, qualunque essa sia.
Il pensiero del ritorno a casa è molto distante, nonostante manchi meno di una settimana.
Mi mancherà la vita di qui? Passerò delle belle vacanze? Riuscirò a vivere la mia vita familiare nel possibile modo mentalmente più distaccato o mi farò divorare dalle crisi prima del tempo?
Ai posteri l’ardua sentenza. Io intanto continuo con il procedimento amministrativo.
[Comunicazione/sondaggio di servizio: la scrittura e la grandezza dei caratteri dei miei post vanno bene o sono troppo piccoli, ergo implicano eccessivo sforzo visivo? Ci tengo alla vostra salute!]
lunedì 25 giugno 2012
Sfoghi serali
E niente. Diciamo che questa sera non è delle migliori. Diciamo anche che il finesettimana trascorso non è stato dei migliori. E’ da venerdì che non ho molta voglia di parlare, di ridere e scherzare come generalmente uso fare. Ma passa.
Colpa del caldo africano? Forse.
In realtà il motivo è un altro e ovviamente non è imputabile alla sottoscritta.
Si, perché dovete sapere che la maggior parte dei problemi che tediano la mia esistenza portandomi ad una sorta di apatia cosmica, pessimismo e compagnia bella, non sono mai causati da me stessa, non mi riguardano mai direttamente. Vengo sempre colpita dai problemi altrui, immediatamente in modo indiretto, mediatamente in modo più che diretto.
Non avrete capito nulla di quello che ho scritto e in realtà la situazione non è semplice da spiegare. Fatto sta che nella mia breve esistenza ho sempre cercato di non crearmi e di non dare problemi agli altri, pensieri e via dicendo. Tutto ciò mi ha portata alla conquista della fama di eroina, della serie che la gente pensa che io sia wonder woman perché nonostante tutto, io sono sempre la più forte.
Quanto pensate che possa essere forte io? A ventidue anni si può essere forti fino a un certo punto. Si può essere più maturi dei propri coetanei, ma l’età è sempre quella e se il mondo lo permette, io vorrei occuparmi dei miei di problemi o per lo meno gioire del fatto di essere tanto brava da evitarli o da risolverli da sola, per quanto possibile.
E invece niente, a quanto parte non mi è concesso ciò.
Bene, questa serata è già stata di per sé estremamente insopportabile. Ho scritto perché forse è la cosa che mi riesce meglio e soprattutto mi permette di sfogarmi. Mi dispiace per voi che vi siete ritrovati nel bel mezzo di questa sorta di monologo complicato.
Mi sono imposta che da domani si cambia, si cerca di mandar via questo pessimo umore. Ho preparato la tuta da ginnastica, caricato l’ipod e sistemato il tavolo per la colazione. Domani la sveglia suona presto, si va a camminare prima che la città diventi il solito agglomerato di traffico e smog. Spero che sia fresco.
Dedicare un’ora solo a me stessa è la cosa che forse più mi serve al momento.
Buona notte gente e complimenti a voi se siete arrivati fino in fondo.
Ps: l’esame è andato bene. Sono tornata a casa con una casella piena in più nel libretto universitario e un’inattesa richiesta di tesi da parte del prof. Motivo in più per sentirmi dire che nonostante tutto, io sono sempre forte.
venerdì 8 giugno 2012
Still Alive
Salve gente,
sono ancora viva, se vi interessasse la cosa (ma si, suppongo che ci teniate –anche solo un po’- a me). Ancora non mi è crollata la casa addosso, ma ogni tanto sento le scosse di terremoto e ho uno zaino pronto per la fuga. L’ho messo vicino la porta di casa, fermo restando che riesca ad arrivarci e che non mi caschi prima l’armadio di sopra.
Mi sento spesso muovere, soprattutto quando sono seduta a studiare o a letto pronta per dormire. Credo sia tutta suggestione e spero passi presto. Se sono ridotta così io, non oso immaginare la gente che l’ha vissuto in prima persona come stia vivendo, quali siano le loro condizioni a livello psicologico.
Non so se la storia dei Maya sia una cosa assurda. Mi piace credere che sia una sciocchezza, anche se a guardare il telegiornale sembrerebbe che ci stiamo preparando per benino al tanto temuto 21 dicembre.
Va bene, dopo queste poche righe penserete che sia diventata matta. Vi immagino toccare ferro (meglio ferro che altro …) e spostare rapidamente la freccia del vostro mouse sulla X in alto a destra.
Diciamo che stasera sono un po’ pessimista e tanto stanca.
Lo studio sta occupando le mie intere giornate, ma per fortuna non sono sola. Studiare con le amiche rende tutto più divertente; studiare in un’aula studio di una facoltà che non è la propria, piena di gente fuori dal comune, lo è ancora di più.
Credo che il cambio di stagione mi abbia stravolto. Sono stanca fisicamente (e di conseguenza mentalmente), ho poche energie. Mi sento un po’ apatica. Solitamente usavo fare delle lunghe passeggiate la sera, prima di cena; adesso al pensiero di fare anche solo due passi, preferisco un divano comodo.
(A proposito,avete dei rimedi, consigli o altro per recuperare le forze perse?)
Le vostre vite, invece, come procedono?
(ps: se qualcuno mi sapesse dire anche come ci si riappropria del potere di andare a caporigo, sarebbe cosa assai gradita...)
martedì 8 novembre 2011
la Pazienza, quella con la P maiuscola
Normalità, serve a me come a tutti serve l’aria per respirare.
Normalità: svegliarsi la mattina ed andare a lezione, pranzare in fretta perché alle tre devo essere in aula studio, lamentarmi delle solite troppe pagine da fare e alle sette correre in palestra. Tornare a casa stanchissima ma contenta, perché io sono così: più ho da fare e più mi sento viva.
Invece niente, ho dovuto sospendere la mia normalità, causa forza maggiore più annessi imprevisti dettati dalla solita gente ignorante e incivile, capace di mettere i bastoni tra le ruote anche al papa.
Perché si, io la gente incivile non la sopporto proprio. Per vivere in una comunità civile bisogna comportarsi in un certo modo, rispettare delle regole basilari. E invece c’è chi se ne frega e con la sua noncuranza scombina il normale andamento delle cose a mezzo mondo.
Insomma, sono arrabbiata, furiosa. Sono un vulcano che sta per esplodere.
Devo trovare la mia Pazienza, non una qualsiasi però, bensì quella con la P maiuscola.
Una pazienza normale, comune, servirebbe proprio a poco in questa situazione.
Normalità: svegliarsi la mattina ed andare a lezione, pranzare in fretta perché alle tre devo essere in aula studio, lamentarmi delle solite troppe pagine da fare e alle sette correre in palestra. Tornare a casa stanchissima ma contenta, perché io sono così: più ho da fare e più mi sento viva.
Invece niente, ho dovuto sospendere la mia normalità, causa forza maggiore più annessi imprevisti dettati dalla solita gente ignorante e incivile, capace di mettere i bastoni tra le ruote anche al papa.
Perché si, io la gente incivile non la sopporto proprio. Per vivere in una comunità civile bisogna comportarsi in un certo modo, rispettare delle regole basilari. E invece c’è chi se ne frega e con la sua noncuranza scombina il normale andamento delle cose a mezzo mondo.
Insomma, sono arrabbiata, furiosa. Sono un vulcano che sta per esplodere.
Devo trovare la mia Pazienza, non una qualsiasi però, bensì quella con la P maiuscola.
Una pazienza normale, comune, servirebbe proprio a poco in questa situazione.
lunedì 24 ottobre 2011
Pensieri deliranti di una Chiara costretta a portare gli occhiali
Sveglia alle sette, un nuovo giorno mi attende. Carica e frizzante come un’anziana signora in un ospizio, mi accingo a lavarmi la faccia con acqua gelata, in modo da connettermi un minimo con il mondo. E’ lì che faccio la mia scoperta: un occhio è rosso come un pomodoro, l’altro sembra normale.
Sembro uscita da un film horror.
Ricorro ai rimedi della nonna e in cucina, invece di farmi un bel caffè, riscaldo l’acqua per buttarci dentro una bustina di camomilla e farmi una sorta di impacco, nella speranza che la situazione migliori.
Ovviamente, come pensavo, non migliora proprio niente. Decido quindi di non mettere le lenti a contatto e mi preparo ad affrontare la mia giornata con addosso gli occhiali da vista, quelli che tanto odio.
Torno a casa per il pranzo. L’occhio sembra essere migliorato, ma il rossore non è ancora del tutto scomparso. Decido quindi di tenere addosso gli occhiali ancora un po’, almeno per tutto il pomeriggio.
La sera però li abbandono allegramente, chiudendoli con una sorta di ghigno malefico, dentro la loro custodia bianca. Non s’è mai visto che io esca di sera con gli occhiali. Ergo, lenti a contatto.
Il mattino dopo, la situazione è di nuovo quella di ventiquattro ore prima. Occhio rosso e niente camomilla.
Decido di andare in farmacia e farmi consigliare un collirio. La dottoressa è una donna giovane, con i capelli corti biondi e gli occhi azzurri. Mentre le espongo il mio problema esistenziale, entra una signora anziana con un passeggino più grande del solito: ha con sé due bambine piccole gemelle, presumibilmente le sue nipoti.
La farmacista allora inizia ad ignorarmi del tutto, intenta a lodare la bellezza delle due bambine. In effetti ha ragione, sono proprio stupende. E poi dormono, quindi non piangono, non disturbano, sono zitte.
Belle sì, tanto.
Ma non è una valida ragione per lasciare una cliente impaziente come me, con un occhio rosso e un paio di occhiali da vista addosso.
Ecco che infatti si desta e torna a me. Mi consiglia un collirio leggero, senza antibiotici, a base di camomilla. Due gocce in ogni occhio per circa cinque-sei volte al giorno. Annuisco, contenta. Guardo piena di speranza quel collirio che viene racchiuso nella carta bianca e verde della farmacia. Sarà lui a salvarmi: domani avrò di nuovo addosso le mie lenti a contatto!
Sì, come no. Nel paese delle meraviglie, forse. L’entusiasmo svanisce subito.
La tipa mi dice di fare questa cura per almeno una settimana, di non mettere le lenti a contatto e di non truccarmi per niente.
Me ingenua.
Terribile, non può essere.
La ringrazio, pago ed esco.
Una settimana senza lenti a contatto, senza neanche un filo di matita nera. Una settimana con gli occhiali.
Per me è un po’ come una tragedia. Io, con gli occhiali, mi sento scema. Lo dico sul serio.
Mi danno l’aria di chi passa le giornate chiusa in biblioteca a studiare e non fa altro. Mi fanno sembrare una secchiona. Mi scivolano sul naso anche, peggio ancora.
Non riesco neanche ad avere una visuale completa, senza contare che di pratico hanno veramente poco.
Uscire senza poi sarebbe impossibile, dato che finirei con lo sbattere contro ogni palo della luce che incontro per strada.
Ho deciso di nascondermi, di camminare a testa bassa, di far finta di non esistere. Funzionerà?
E soprattutto, il mio collirio darà i suoi buoni frutti?
Vi aggiornerò gente.
Sembro uscita da un film horror.
Ricorro ai rimedi della nonna e in cucina, invece di farmi un bel caffè, riscaldo l’acqua per buttarci dentro una bustina di camomilla e farmi una sorta di impacco, nella speranza che la situazione migliori.
Ovviamente, come pensavo, non migliora proprio niente. Decido quindi di non mettere le lenti a contatto e mi preparo ad affrontare la mia giornata con addosso gli occhiali da vista, quelli che tanto odio.
Torno a casa per il pranzo. L’occhio sembra essere migliorato, ma il rossore non è ancora del tutto scomparso. Decido quindi di tenere addosso gli occhiali ancora un po’, almeno per tutto il pomeriggio.
La sera però li abbandono allegramente, chiudendoli con una sorta di ghigno malefico, dentro la loro custodia bianca. Non s’è mai visto che io esca di sera con gli occhiali. Ergo, lenti a contatto.
Il mattino dopo, la situazione è di nuovo quella di ventiquattro ore prima. Occhio rosso e niente camomilla.
Decido di andare in farmacia e farmi consigliare un collirio. La dottoressa è una donna giovane, con i capelli corti biondi e gli occhi azzurri. Mentre le espongo il mio problema esistenziale, entra una signora anziana con un passeggino più grande del solito: ha con sé due bambine piccole gemelle, presumibilmente le sue nipoti.
La farmacista allora inizia ad ignorarmi del tutto, intenta a lodare la bellezza delle due bambine. In effetti ha ragione, sono proprio stupende. E poi dormono, quindi non piangono, non disturbano, sono zitte.
Belle sì, tanto.
Ma non è una valida ragione per lasciare una cliente impaziente come me, con un occhio rosso e un paio di occhiali da vista addosso.
Ecco che infatti si desta e torna a me. Mi consiglia un collirio leggero, senza antibiotici, a base di camomilla. Due gocce in ogni occhio per circa cinque-sei volte al giorno. Annuisco, contenta. Guardo piena di speranza quel collirio che viene racchiuso nella carta bianca e verde della farmacia. Sarà lui a salvarmi: domani avrò di nuovo addosso le mie lenti a contatto!
Sì, come no. Nel paese delle meraviglie, forse. L’entusiasmo svanisce subito.
La tipa mi dice di fare questa cura per almeno una settimana, di non mettere le lenti a contatto e di non truccarmi per niente.
Me ingenua.
Terribile, non può essere.
La ringrazio, pago ed esco.
Una settimana senza lenti a contatto, senza neanche un filo di matita nera. Una settimana con gli occhiali.
Per me è un po’ come una tragedia. Io, con gli occhiali, mi sento scema. Lo dico sul serio.
Mi danno l’aria di chi passa le giornate chiusa in biblioteca a studiare e non fa altro. Mi fanno sembrare una secchiona. Mi scivolano sul naso anche, peggio ancora.
Non riesco neanche ad avere una visuale completa, senza contare che di pratico hanno veramente poco.
Uscire senza poi sarebbe impossibile, dato che finirei con lo sbattere contro ogni palo della luce che incontro per strada.
Ho deciso di nascondermi, di camminare a testa bassa, di far finta di non esistere. Funzionerà?
E soprattutto, il mio collirio darà i suoi buoni frutti?
Vi aggiornerò gente.
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venerdì 7 ottobre 2011
Indifferenza
Una calda notte di luglio di circa sette anni fa, io e una delle mie più grandi amiche litigammo. Ancora ricordo il motivo, le circostanze, l’abbigliamento di quella sera. Avevamo entrambe ragione e torto in egual misura, ma lei era troppo orgogliosa per riconoscere i suoi piccoli errori ed io ancora non ero in grado di farmi valere come si deve, ero … rinunciataria.
Dopo quella lite, io e lei non ci parlammo per molto tempo, forse anche per più di un anno, nonostante lei fosse seduta a scuola nel banco subito dietro al mio; poi, avendo quasi tutti gli amici in comune, finimmo inevitabilmente con lo scambiarci almeno il saluto e qualche parola.
Perdere un’amica molto importante è sempre una cosa spiacevole; vedere la cosa con gli occhi di una quattordicenne lo è ancora di più.
Ricordo che mi disse che dopo quella lite le ero praticamente indifferente, che potevo esserci o non esserci, ma in ogni caso non avrei avuto alcuno “effetto” nei suoi confronti. Insomma, per lei ero invisibile, la mia presenza non aveva alcuna rilevanza.
Fu la prima volta che entrai in contatto reale con la parola “indifferenza” e ricordo che quel termine mi fece ribrezzo.
Alla fine, le cose tra noi due migliorarono notevolmente; con il passare del tempo la nostra amicizia tornò quella di prima, si rafforzò. Anche adesso che studiamo in città diverse ci sentiamo sempre e quando siamo entrambe nella nostra piccola cittadina, ci vediamo praticamente ogni giorno.
L’altro giorno ho assistito sull’autobus ad una scena talmente terribile che non saprei neanche come definirla. Una signora anziana, forse un po’ troppo esuberante e con qualche rotella fuori posto, entrando in autobus insieme ad un’altra donna di colore, da un secondo all’altro ha iniziato a chiamarla “negra” e le ha gettato contro una serie di insulti che non sto a ripetere.
Lei si è difesa come ha potuto, a parole, civilmente. Poi ha lasciato perdere ed è andata a sedersi, mentre la vecchia ha continuato a borbottare tra sé parole poco piacevoli.
Questo episodio mi ha riportato indietro di qualche anno, dritta alla lite con la mia amica, all’episodio in cui lei mi ha detto che le ero indifferente.
Indifferenza, sì. Anche nel caso del litigio tra le due donne nell’autobus. Indifferenza mia, indifferenza degli altri passeggeri e dell’autista. Noi che non abbiamo mosso ciglio di fronte a quegli insulti gratuiti, di fronte ad una donna che difendeva il colore della sua pelle e la sua dignità. Indifferenza, come se non avessimo visto o sentito niente.
Il comandamento del “farsi i fatti propri” lo applichiamo sempre nei momenti sbagliati; il motivo? Non lo so. Forse è più facile così, non vogliamo avere grane, non vogliamo immischiarci in questioni che non ci toccano troppo da vicino.
Quando sono tornata a casa, mi sono fatta schifo da sola. Mi ha fatto ribrezzo la mia apparente indifferenza nei confronti di quella situazione. Avrei dovuto alzarmi dal sedile grigio, fare qualcosa. Avremmo dovuto fare tutti così. Non so cosa di preciso, forse dirne quattro alla vecchia, farle passare la voglia di insultare la gente, chiamare la polizia. E invece non abbiamo fatto niente, siamo rimasti tutti comodi nella nostra poltrona ad assistere indifferenti a quella scena coperta dal velo dell’invisibilità.
Comodo, forse. Ma egoista.
Non so neanche se mi ha fatto più ribrezzo la cafonaggine della vecchia o la nostra indifferenza.
Ma come ho detto in passato, l’unica cosa positiva che si può trarre dagli errori è un insegnamento, la consapevolezza che quel comportamento è sbagliato ma che si può sempre migliorare.
Dopo quella lite, io e lei non ci parlammo per molto tempo, forse anche per più di un anno, nonostante lei fosse seduta a scuola nel banco subito dietro al mio; poi, avendo quasi tutti gli amici in comune, finimmo inevitabilmente con lo scambiarci almeno il saluto e qualche parola.
Perdere un’amica molto importante è sempre una cosa spiacevole; vedere la cosa con gli occhi di una quattordicenne lo è ancora di più.
Ricordo che mi disse che dopo quella lite le ero praticamente indifferente, che potevo esserci o non esserci, ma in ogni caso non avrei avuto alcuno “effetto” nei suoi confronti. Insomma, per lei ero invisibile, la mia presenza non aveva alcuna rilevanza.
Fu la prima volta che entrai in contatto reale con la parola “indifferenza” e ricordo che quel termine mi fece ribrezzo.
Alla fine, le cose tra noi due migliorarono notevolmente; con il passare del tempo la nostra amicizia tornò quella di prima, si rafforzò. Anche adesso che studiamo in città diverse ci sentiamo sempre e quando siamo entrambe nella nostra piccola cittadina, ci vediamo praticamente ogni giorno.
L’altro giorno ho assistito sull’autobus ad una scena talmente terribile che non saprei neanche come definirla. Una signora anziana, forse un po’ troppo esuberante e con qualche rotella fuori posto, entrando in autobus insieme ad un’altra donna di colore, da un secondo all’altro ha iniziato a chiamarla “negra” e le ha gettato contro una serie di insulti che non sto a ripetere.
Lei si è difesa come ha potuto, a parole, civilmente. Poi ha lasciato perdere ed è andata a sedersi, mentre la vecchia ha continuato a borbottare tra sé parole poco piacevoli.
Questo episodio mi ha riportato indietro di qualche anno, dritta alla lite con la mia amica, all’episodio in cui lei mi ha detto che le ero indifferente.
Indifferenza, sì. Anche nel caso del litigio tra le due donne nell’autobus. Indifferenza mia, indifferenza degli altri passeggeri e dell’autista. Noi che non abbiamo mosso ciglio di fronte a quegli insulti gratuiti, di fronte ad una donna che difendeva il colore della sua pelle e la sua dignità. Indifferenza, come se non avessimo visto o sentito niente.
Il comandamento del “farsi i fatti propri” lo applichiamo sempre nei momenti sbagliati; il motivo? Non lo so. Forse è più facile così, non vogliamo avere grane, non vogliamo immischiarci in questioni che non ci toccano troppo da vicino.
Quando sono tornata a casa, mi sono fatta schifo da sola. Mi ha fatto ribrezzo la mia apparente indifferenza nei confronti di quella situazione. Avrei dovuto alzarmi dal sedile grigio, fare qualcosa. Avremmo dovuto fare tutti così. Non so cosa di preciso, forse dirne quattro alla vecchia, farle passare la voglia di insultare la gente, chiamare la polizia. E invece non abbiamo fatto niente, siamo rimasti tutti comodi nella nostra poltrona ad assistere indifferenti a quella scena coperta dal velo dell’invisibilità.
Comodo, forse. Ma egoista.
Non so neanche se mi ha fatto più ribrezzo la cafonaggine della vecchia o la nostra indifferenza.
Ma come ho detto in passato, l’unica cosa positiva che si può trarre dagli errori è un insegnamento, la consapevolezza che quel comportamento è sbagliato ma che si può sempre migliorare.
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venerdì 19 agosto 2011
Troppo traffico
Abitare in un posto turistico è tutt’altro che una pacchia. Gli abitanti, durante l’inverno, sono un paio di migliaia, ma tra luglio e agosto il numero di gente presente da queste parti raddoppia.
I miei coetanei che vivono qui tutto l'anno sono soliti lamentarsi, in inverno, del silenzio che avvolge i vari vicoli; in estate invece si scatenano: giornate intere al mare, serate in giro fino alla mattina. Questa è un po’ anche la vita che faccio io qui, in estate.
È da un paio di giorni, però, che non ne posso più: c’è troppa, troppa gente. Sono andata al supermercato a prendere quattro cose, ma appena entrata ho deciso di andare via: c’era talmente tanto caos che praticamente avrei passato il Natale in attesa di un etto di prosciutto al banco salumi.
Andare a mare sta diventando anche uno stress: non ci sono abbastanza parcheggi e si finisce col girare almeno mezz’ora alla ricerca di un posto dove mettere la macchina che nella maggior parte delle ipotesi è un quadrato di spazio situato in angolo recondito e ovviamente lontano dalla spiaggia, così che quando ti sdrai sul telo da mare sei già stanco e vorresti andare già via.
Ve lo confesso: il mio desiderio più grande al momento è che tutti questi turisti andassero via, uno dietro l’altro. E magari lo facessero a notte fonda, così non creerebbero neanche code di macchine.
E vi confesso anche quest'altra cosa: se mi sentissero gli operatori turistici della mia zona mi manderebbero automaticamente in esilio …
Le vostre vacanze come procedono?
I miei coetanei che vivono qui tutto l'anno sono soliti lamentarsi, in inverno, del silenzio che avvolge i vari vicoli; in estate invece si scatenano: giornate intere al mare, serate in giro fino alla mattina. Questa è un po’ anche la vita che faccio io qui, in estate.
È da un paio di giorni, però, che non ne posso più: c’è troppa, troppa gente. Sono andata al supermercato a prendere quattro cose, ma appena entrata ho deciso di andare via: c’era talmente tanto caos che praticamente avrei passato il Natale in attesa di un etto di prosciutto al banco salumi.
Andare a mare sta diventando anche uno stress: non ci sono abbastanza parcheggi e si finisce col girare almeno mezz’ora alla ricerca di un posto dove mettere la macchina che nella maggior parte delle ipotesi è un quadrato di spazio situato in angolo recondito e ovviamente lontano dalla spiaggia, così che quando ti sdrai sul telo da mare sei già stanco e vorresti andare già via.
Ve lo confesso: il mio desiderio più grande al momento è che tutti questi turisti andassero via, uno dietro l’altro. E magari lo facessero a notte fonda, così non creerebbero neanche code di macchine.
E vi confesso anche quest'altra cosa: se mi sentissero gli operatori turistici della mia zona mi manderebbero automaticamente in esilio …
Le vostre vacanze come procedono?
sabato 9 luglio 2011
9 luglio
9 luglio 2008.
La fatidica notte prima degli esami di maturità. Quelli orali, mica quelli scritti. All’orale ci metti la faccia, agli scritti al massimo la penna. Ero in uno stato di calma apparente. Il giorno prima di un esame è un carico intenso di stress. C’erano le mie amiche con me, loro avevano già finito. Arrivarono entrambe a casa mia in serata, prontissime a infondermi tanta calma e a darmi sicurezza. Due angeli. Loro però, invece di arrivare con le ali, arrivarono in sella ad un motorino.
Mia madre aveva una mezza idea di farci ubriacare tutte e tre: il suo liquore quella sera fu molto gradito.
Quella notte riuscii a prendere sonno solo dopo l’una e alle sei ero già in piedi, pimpante, attiva, sull’orlo di un cedimento da eccessivo stress. Il caffè poi mi ha aiutato alla grande. Ancora oggi mi domando come sia riuscita a non farmi venire un infarto.
9 luglio 2011.
Non è la notte prima degli esami, ma la scrivania è lo stesso strapiena di libri. Una scrivania diversa, di una casa diversa. Lo stress è sempre quello. Non c’è il liquore della mamma a confortarmi. C’è un grande caldo, ma almeno posso dire di fare la sauna gratis. Le mie due amiche sono ai poli opposti dell’Italia: una troppo a sud, l’altra troppo a nord. Sono presenti lo stesso però. Ho da poco finito di parlare al telefono con quella che si trova troppo a sud e devo dire che il suo conforto ha sempre la stessa efficacia.
Guardo i miei appunti e ho quasi la nausea. La concentrazione non è più quella di due settimane fa, la stanchezza si fa sentire e la voglia di studiare latita.
Mi devo mettere in testa che è l’ultimo sforzo, che ce la devo fare.
Pochi giorni, pochissimi e poi sarò anche io in vacanza.
Mia madre aveva una mezza idea di farci ubriacare tutte e tre: il suo liquore quella sera fu molto gradito.
Quella notte riuscii a prendere sonno solo dopo l’una e alle sei ero già in piedi, pimpante, attiva, sull’orlo di un cedimento da eccessivo stress. Il caffè poi mi ha aiutato alla grande. Ancora oggi mi domando come sia riuscita a non farmi venire un infarto.
9 luglio 2011.
Non è la notte prima degli esami, ma la scrivania è lo stesso strapiena di libri. Una scrivania diversa, di una casa diversa. Lo stress è sempre quello. Non c’è il liquore della mamma a confortarmi. C’è un grande caldo, ma almeno posso dire di fare la sauna gratis. Le mie due amiche sono ai poli opposti dell’Italia: una troppo a sud, l’altra troppo a nord. Sono presenti lo stesso però. Ho da poco finito di parlare al telefono con quella che si trova troppo a sud e devo dire che il suo conforto ha sempre la stessa efficacia.
Guardo i miei appunti e ho quasi la nausea. La concentrazione non è più quella di due settimane fa, la stanchezza si fa sentire e la voglia di studiare latita.
Mi devo mettere in testa che è l’ultimo sforzo, che ce la devo fare.
Pochi giorni, pochissimi e poi sarò anche io in vacanza.
Il tavolo, tre anni fa.
lunedì 4 luglio 2011
Luglio, maledizione!
Il mio Luglio è iniziato.
Il caldo ha deciso di darmi una tregua.
Lo studio no, sarà con me per altri dieci giorni ancora.
Luglio mi ha portato un dolore atroce ai denti e uno stato di semidisperazione.
Che devo fare?
Un dentista, ecco cosa mi serve.
Una bacchetta magica, anche.
Avete idea di come sia difficile per uno studente fuori sede ricevere delle normali cure mediche senza doversi per forza rivolgere ad un privato e vedersi svuotare il proprio portafoglio nel giro di pochi minuti?
Preferirei studiare un libro pesante quanto un mattone fino a Ferragosto compreso invece di sorbirmi questo dolore insopportabile e andare alla ricerca di qualcuno che sia in grado di farmelo passare.
Confido nella giornata di oggi.
Che la forza sia con me.
Il caldo ha deciso di darmi una tregua.
Lo studio no, sarà con me per altri dieci giorni ancora.
Luglio mi ha portato un dolore atroce ai denti e uno stato di semidisperazione.
Che devo fare?
Un dentista, ecco cosa mi serve.
Una bacchetta magica, anche.
Avete idea di come sia difficile per uno studente fuori sede ricevere delle normali cure mediche senza doversi per forza rivolgere ad un privato e vedersi svuotare il proprio portafoglio nel giro di pochi minuti?
Preferirei studiare un libro pesante quanto un mattone fino a Ferragosto compreso invece di sorbirmi questo dolore insopportabile e andare alla ricerca di qualcuno che sia in grado di farmelo passare.
Confido nella giornata di oggi.
Che la forza sia con me.
giovedì 16 giugno 2011
Chi vivrà vedrà
Sono andata a parlare con lui in ufficio, anche se mi ero detta che non avrei più fatto una cosa del genere.
Avevo gli occhiali da sole, forte della scusa che la luce ultimamente mi dà troppo fastidio.
Dovevo parlare con lui, invece ho parlato con l'aria. Le nostre parole sono state come due treni che viaggiano su binari diversi, che si incontrano ma non si incrociano, che passano uno accanto all’altro distrattamente, senza fermarsi.
Due anni e mezzo fa, quella sera che mai più dimenticherò, io sono rimasta ad ascoltarlo, dopo cena. Sono rimasta seduta all’angolo del tavolo di quella casa ora vuota e ancora più fredda, con lui davanti, ferma, in attesa che mi desse una notizia che già sapevo.
Mi aveva promesso che noi saremmo stati sempre al primo posto e io gli avevo creduto. Diceva che non sarebbe cambiato niente, che lui per noi ci sarebbe sempre stato.
Ho voluto credergli, gli ho dato fiducia.
Quando sei piccola, una delle prima cose che ti insegnano, quasi a mo' di cantilena è che le promesse si mantengono.
In cuor mio sapevo che non sarebbe stato così.
Ho aspettato, ho osservato, ho sentito, ho cercato di essere sempre presente, ho messo me stessa in secondo piano con tutti i miei sentimenti, le mie preoccupazioni, pur di stargli vicino, pur di capire, mandando giù ogni singola azione senza troppe complicazioni, come si fa con la medicina quando è troppo cattiva.
Ho realizzato che quel primo posto si è trasformato nel posto successivo all’ultimo.
Ci siamo salutati sotto un ponte, come dei fuggiaschi.
Un abbraccio, in silenzio.
Non c’è più tanto da dire. Certe volte penso che non valga più la pena parlare.
Sono parole buttate al vento.
Sono andata via. Ho messo il cellulare in borsa, con la vibrazione.
Era un aggeggio troppo inutile in quel momento momento.
Quando l’ho ripreso, ore dopo, ho trovato tre chiamate perse.
Erano tutte sue.
Erano una sorta di avvicinamento. Così ho sperato.
Chissà. Forse, ancora, qualcosa da dire c’è.
O forse sono io che non riesco a metabolizzare il contrario.
Chi vivrà vedrà.
Avevo gli occhiali da sole, forte della scusa che la luce ultimamente mi dà troppo fastidio.
Dovevo parlare con lui, invece ho parlato con l'aria. Le nostre parole sono state come due treni che viaggiano su binari diversi, che si incontrano ma non si incrociano, che passano uno accanto all’altro distrattamente, senza fermarsi.
Due anni e mezzo fa, quella sera che mai più dimenticherò, io sono rimasta ad ascoltarlo, dopo cena. Sono rimasta seduta all’angolo del tavolo di quella casa ora vuota e ancora più fredda, con lui davanti, ferma, in attesa che mi desse una notizia che già sapevo.
Mi aveva promesso che noi saremmo stati sempre al primo posto e io gli avevo creduto. Diceva che non sarebbe cambiato niente, che lui per noi ci sarebbe sempre stato.
Ho voluto credergli, gli ho dato fiducia.
Quando sei piccola, una delle prima cose che ti insegnano, quasi a mo' di cantilena è che le promesse si mantengono.
In cuor mio sapevo che non sarebbe stato così.
Ho aspettato, ho osservato, ho sentito, ho cercato di essere sempre presente, ho messo me stessa in secondo piano con tutti i miei sentimenti, le mie preoccupazioni, pur di stargli vicino, pur di capire, mandando giù ogni singola azione senza troppe complicazioni, come si fa con la medicina quando è troppo cattiva.
Ho realizzato che quel primo posto si è trasformato nel posto successivo all’ultimo.
Ci siamo salutati sotto un ponte, come dei fuggiaschi.
Un abbraccio, in silenzio.
Non c’è più tanto da dire. Certe volte penso che non valga più la pena parlare.
Sono parole buttate al vento.
Sono andata via. Ho messo il cellulare in borsa, con la vibrazione.
Era un aggeggio troppo inutile in quel momento momento.
Quando l’ho ripreso, ore dopo, ho trovato tre chiamate perse.
Erano tutte sue.
Erano una sorta di avvicinamento. Così ho sperato.
Chissà. Forse, ancora, qualcosa da dire c’è.
O forse sono io che non riesco a metabolizzare il contrario.
Chi vivrà vedrà.
lunedì 9 maggio 2011
I periodi non belli
Non è un periodo bello, purtroppo.
Anche mia nonna mi ha lasciato.
Pensavo di riuscire a reagire meglio questa volta, ma non ce l’ho fatta, nonostante fossi già preparata al peggio.
È che la sua morte mi ha fatto riflettere troppo.
Riflettere su quanto mi manchi una famiglia unita, nonostante la mia si sia spezzata tanti anni fa.
Mi sforzo a pensare e convincermi che tutto sia rimasto come prima, ma questo è solo un pensiero. I fatti, al contrario, le cose che vedo e che sento parlano da sole.
So benissimo che “sono cose che capitano”, che “c’è di peggio”, non so quante volte me lo sono sentita dire. Nonostante questo non ce l’ho fatta, come invece pensavo.
Lei mi ha consolato tante volte sotto questo aspetto e io adesso mi sento una stupida.
Voglio tornare al più presto alla mia vita di ogni giorno, cercare di farmi forza. Voglio partire.
Voglio trovare di nuovo il mio precario equilibrio.
Anche mia nonna mi ha lasciato.
Pensavo di riuscire a reagire meglio questa volta, ma non ce l’ho fatta, nonostante fossi già preparata al peggio.
È che la sua morte mi ha fatto riflettere troppo.
Riflettere su quanto mi manchi una famiglia unita, nonostante la mia si sia spezzata tanti anni fa.
Mi sforzo a pensare e convincermi che tutto sia rimasto come prima, ma questo è solo un pensiero. I fatti, al contrario, le cose che vedo e che sento parlano da sole.
So benissimo che “sono cose che capitano”, che “c’è di peggio”, non so quante volte me lo sono sentita dire. Nonostante questo non ce l’ho fatta, come invece pensavo.
Lei mi ha consolato tante volte sotto questo aspetto e io adesso mi sento una stupida.
Voglio tornare al più presto alla mia vita di ogni giorno, cercare di farmi forza. Voglio partire.
Voglio trovare di nuovo il mio precario equilibrio.
venerdì 8 aprile 2011
Mio adorato venerdì
Verso le due sono tornata nella mia piccola casa, dopo una mattinata passata all’università. Ho aperto la porta e la prima cosa che ho fatto, appena dentro, è stato buttare la borsa a terra e il mio corpo, a peso morto, sul divano. Sono rimasta ferma, immobile, non so per quanto, a braccia aperte e faccia rivolta al soffitto.
È finita finalmente questa faticosa settimana. Una settimana di apprensione, di pensieri rivolti in posti troppo lontani, di leggera malinconia. Una settimana apparentemente tranquilla, ma in realtà tanto movimentata. Sono stati giorni in cui ho avuto paura di perdere qualcosa di veramente troppo caro. Giorni in cui dovevo affrontare una “prova” che poi non è andata come speravo.
Fare qualcosa, metterci tutto l’impegno di questo mondo e poi vedere che i risultati non sono proprio quelli sperati, mette tristezza.
Una tristezza che però lascia il tempo che trova.
È bastato un messaggio a farmi tornare un po’ di allegria, a ricordarmi che c’è qualcosa che vale molto più di un successo, grande o piccolo che sia.
... E chi se ne frega se le cose non sono andate come speravo, avere in questo mondo qualcuno che mi vuole bene: è questo il successo più grande.
Ho deciso che domani e domenica penserò solo a me stessa. Ho in mente una passeggiata al parco, un po' di sole, un giro in centro, la compagnia dei cari amici, la presentazione di un libro e poi... dulcis in fundo ... l'acquisto del biglietto per tornare in patria, sperando di trovare un posto libero da qualche parte e soprattutto di non prosciugare il mio conto per un solo viaggio...
È finita finalmente questa faticosa settimana. Una settimana di apprensione, di pensieri rivolti in posti troppo lontani, di leggera malinconia. Una settimana apparentemente tranquilla, ma in realtà tanto movimentata. Sono stati giorni in cui ho avuto paura di perdere qualcosa di veramente troppo caro. Giorni in cui dovevo affrontare una “prova” che poi non è andata come speravo.
Fare qualcosa, metterci tutto l’impegno di questo mondo e poi vedere che i risultati non sono proprio quelli sperati, mette tristezza.
Una tristezza che però lascia il tempo che trova.
È bastato un messaggio a farmi tornare un po’ di allegria, a ricordarmi che c’è qualcosa che vale molto più di un successo, grande o piccolo che sia.
... E chi se ne frega se le cose non sono andate come speravo, avere in questo mondo qualcuno che mi vuole bene: è questo il successo più grande.
Ho deciso che domani e domenica penserò solo a me stessa. Ho in mente una passeggiata al parco, un po' di sole, un giro in centro, la compagnia dei cari amici, la presentazione di un libro e poi... dulcis in fundo ... l'acquisto del biglietto per tornare in patria, sperando di trovare un posto libero da qualche parte e soprattutto di non prosciugare il mio conto per un solo viaggio...
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