Sono tornata al punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
Ho fatto la valigia, l’ho caricata a più non posso con la scusa che sarei rimasta via un mese intero, riempiendola dell’utile e del meno utile con l’illusione che tutto lì dentro sarebbe stato indispensabile. Mi ci sono seduta sopra, alla fine, per chiuderla.
Il peso non mi spaventava: ho braccia abbastanza forti e un’esperienza di carichi e scarichi da annotare su qualche improbabile cv. E poi questa volta non ero sola a dover portare quel carico enorme da un treno all’altro. Questa volta c’era lui.
L’ho portato con me, al mio punto di partenza, alle origini, alle radici, a quella terra in cui sono cresciuta.
L’ho portato con me perché ad un certo punto – tra le altre cose – ho pensato che le parole non bastassero più. Che non fosse più sufficiente spiegargli a voce quanto fosse bello il mio mare, quante emozioni potesse regalarmi un tramonto o quanto chiassosa e battagliera fosse la mia famiglia, quanto dolci i miei amici.
C’era bisogno di qualcosa in più, c’era bisogno di vedere tutto questo: di fermarsi a sentire il rumore del mare o vederci i propri piedi dentro senza sforzo alcuno. C’era bisogno di alzare il naso all’insù e lasciarsi confondere dalle troppe bellezze del mio paese. C’era bisogno di sentire i miei racconti, i miei ricordi, la storia della mia famiglia, come sottofondo di tutto quello che lo avrebbe circondato.
E così è stato.
Gli ho fatto conoscere tutti: la mia famiglia chiassosa insieme ai suoi silenzi, ai suoi vuoti o alle troppe parole. I miei amici, nessuno escluso. Qualche professore, qualche maestra d’asilo, qualche vicino di casa, qualcuno che nel bene o nel male ha incrociato la mia vita negli anni passati.
Li incontravo, così per caso nelle vie, li salutavo, glieli presentavo e quando andavano via gli raccontavo i miei ricordi legati a quelle persone.
Adesso, forse, mi conosce di più.
E adesso, forse, mi conosco meglio anche io.
E la particolarità di tutto ciò è stato il fatto che vederlo qui, tra la mia gente, non mi è sembrata affatto una novità. Mi è sembrato che lui qui ci fosse sempre stato.
Adesso le mie giornate nascono e muoiono al mare. Ho preso i chili che avevo perso, con sommo dispiacere. Sono diventata nera, come ogni anno. Ho lasciato l’orologio in valigia, lo stesso che qualche settimana fa ritenevo fosse per me indispensabile. Cammino senza correre, mi fermo a guardare i tramonti e a fotografare tutto quello che mi piace. Faccio colazione sul terrazzo, mi sveglio quando capita e dormo nove ore a notte.
Sono in vacanza e non capitava da un po’.
Mi sono ritrovata, ma non ancora del tutto.
È che io di solito mi perdo, in inverno, tra la pioggia e il tempo grigio.
Quest’anno mi sono persa più del solito e così non è andato per niente bene.
Adesso bisogna che ricomponga i tasselli, li metta tutti al loro posto.
Un po’ ci sono riuscita, ma il quadro non è ancora completo.
Mi serve il mare, ancora per un po’.
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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giovedì 14 agosto 2014
Estate
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mercoledì 16 luglio 2014
Battiti
Sere di inizio estate, sere di caldo quasi assente e di zanzare in agguato.
Sere che sanno di zampirone, di partite di calcio. Di solitudine casalinga, di libertà da chi per tanti mesi ha abitato dentro queste quattro mura.
Sere passate su un divano vecchio e polveroso, con la testa poggiata sul suo petto a guardare la televisione di traverso, a dimostrare vago interesse per undici persone che seguono un pallone su un campo di erba verde. Eppure a stare così, con la testa poggiata sul suo petto, mi sento la persona più fortunata di questo mondo.
Rigorosamente a sinistra, mi piace tenere l’orecchio proprio sul suo cuore, sentirne i battiti forti.
Musica per le mie orecchie, senso di sicurezza. Di pace, di serenità.
Tra le braccia forti, tra l’amore più bello che la vita mi ha fino ad ora regalato, io mi sento come mai prima di adesso tranquilla, appagata, serena, rilassata.
Non so se tutti i cuori facciano lo stesso rumore, se battano tutti allo stesso modo. Ci pensavo, l’altra sera.
Oggi un cliente vecchio e ormai sordo, giustificandosi per non riuscire a capire subito le cose che gli dicevo, mi ha confessato che da piccolo il suo udito era talmente infallibile da riuscire a sentire i battiti dei cuori dei suoi compagni d’infanzia, quando insieme giocavano a nascondino, mille anni fa.
Avrei potuto chiederlo a lui, se i cuori quando battono fanno tutti lo stesso rumore.
Sere che sanno di zampirone, di partite di calcio. Di solitudine casalinga, di libertà da chi per tanti mesi ha abitato dentro queste quattro mura.
Sere passate su un divano vecchio e polveroso, con la testa poggiata sul suo petto a guardare la televisione di traverso, a dimostrare vago interesse per undici persone che seguono un pallone su un campo di erba verde. Eppure a stare così, con la testa poggiata sul suo petto, mi sento la persona più fortunata di questo mondo.
Rigorosamente a sinistra, mi piace tenere l’orecchio proprio sul suo cuore, sentirne i battiti forti.
Musica per le mie orecchie, senso di sicurezza. Di pace, di serenità.
Tra le braccia forti, tra l’amore più bello che la vita mi ha fino ad ora regalato, io mi sento come mai prima di adesso tranquilla, appagata, serena, rilassata.
Non so se tutti i cuori facciano lo stesso rumore, se battano tutti allo stesso modo. Ci pensavo, l’altra sera.
Oggi un cliente vecchio e ormai sordo, giustificandosi per non riuscire a capire subito le cose che gli dicevo, mi ha confessato che da piccolo il suo udito era talmente infallibile da riuscire a sentire i battiti dei cuori dei suoi compagni d’infanzia, quando insieme giocavano a nascondino, mille anni fa.
Avrei potuto chiederlo a lui, se i cuori quando battono fanno tutti lo stesso rumore.
mercoledì 29 gennaio 2014
I pensieri che rimangono in aria
Gennaio volge a termine, finisce. Incagliato com’è in valanghe di parole non scritte, in pensieri rimasti solo per aria ad aspettare tempi migliori, tempi in cui posso dire di essermi riappropriata di una normalità che fa rima con monotonia e di una serenità che fa rima sorriso.
Gennaio cerca di smaltire i postumi di vacanze natalizie veloci e –ovviamente- ipercaloriche. Giorni accavallati, pieni di facce vecchie e di notizie nuove. Di vagiti di bambini nati da poco e visti per la prima volta, di auguri diversi, a volte doppi, altre tripli. Vacanze di mancanze nuove e differenti, attaccate ad un cellulare a consumare centinaia e centinaia di minuti in due. Iniziate e finite con lunghi abbracci e intensi baci nella stazione di questa città, a tenerci stretti fino all’ultimo istante: per non perdere tempo, prima. Per recuperare tutto quello perso, dopo, al ritorno.
I pensieri sono parecchi, ma forse se non li avessi potrei lamentarmi della loro assenza. Latito qui, è evidente. Non scrivo come prima. La mia presenza si nota più della mia assenza. Ma tutto sommato sto bene, sono contenta. Percorro ogni giorno le mie strade nuove chiedendomi se siano quelle giuste. Guardo al futuro paurosa e dubbiosa, al passato a volte sorridendo, altre rattristandomi. Cerco di cimentarmi in nuove avventure, cerco di trovare nuovi obiettivi da raggiungere, più vicini a quelle che sono le mie inclinazioni naturali. Di tutto ciò rimane un pensiero astratto, inapplicato nella realtà. Forse per pigrizia, forse perché le cose nuove degli ultimi mesi sono rimaste, appunto, tali e aspettano ancora di essere assorbite dalla mia mente, metabolizzate.
Credo ci sia un collegamento tra la mia non scrittura e la mia confusione. Non ho ancora ben capito il nesso causale tra le due: quale sia la causa e quale l’effetto. Penso mentre cammino, mentre faccio quelle file tipiche dei miei tanti colleghi, penso che i miei pensieri debbano essere scritti, un po’ come ho sempre fatto, per ricordarmeli, perché potrebbero aiutarmi domani. Penso di scrivere e poi non lo faccio. E così rimangono lì, i miei pensieri. In aria, dimenticati, in attesa di giorni più chiari.
Gennaio cerca di smaltire i postumi di vacanze natalizie veloci e –ovviamente- ipercaloriche. Giorni accavallati, pieni di facce vecchie e di notizie nuove. Di vagiti di bambini nati da poco e visti per la prima volta, di auguri diversi, a volte doppi, altre tripli. Vacanze di mancanze nuove e differenti, attaccate ad un cellulare a consumare centinaia e centinaia di minuti in due. Iniziate e finite con lunghi abbracci e intensi baci nella stazione di questa città, a tenerci stretti fino all’ultimo istante: per non perdere tempo, prima. Per recuperare tutto quello perso, dopo, al ritorno.
I pensieri sono parecchi, ma forse se non li avessi potrei lamentarmi della loro assenza. Latito qui, è evidente. Non scrivo come prima. La mia presenza si nota più della mia assenza. Ma tutto sommato sto bene, sono contenta. Percorro ogni giorno le mie strade nuove chiedendomi se siano quelle giuste. Guardo al futuro paurosa e dubbiosa, al passato a volte sorridendo, altre rattristandomi. Cerco di cimentarmi in nuove avventure, cerco di trovare nuovi obiettivi da raggiungere, più vicini a quelle che sono le mie inclinazioni naturali. Di tutto ciò rimane un pensiero astratto, inapplicato nella realtà. Forse per pigrizia, forse perché le cose nuove degli ultimi mesi sono rimaste, appunto, tali e aspettano ancora di essere assorbite dalla mia mente, metabolizzate.
Credo ci sia un collegamento tra la mia non scrittura e la mia confusione. Non ho ancora ben capito il nesso causale tra le due: quale sia la causa e quale l’effetto. Penso mentre cammino, mentre faccio quelle file tipiche dei miei tanti colleghi, penso che i miei pensieri debbano essere scritti, un po’ come ho sempre fatto, per ricordarmeli, perché potrebbero aiutarmi domani. Penso di scrivere e poi non lo faccio. E così rimangono lì, i miei pensieri. In aria, dimenticati, in attesa di giorni più chiari.
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sabato 5 ottobre 2013
Quando meno te l'aspetti
Non ho mai sorriso così tanto nella mia vita quanto negli ultimi tempi. Inizio a pensare che tutti i momenti tristi, tutte le situazioni difficili e brutte che ho vissuto nei miei ventitre anni di vita stiano ottenendo una ricompensa adesso, qui.
Una ricompensa che si condensa tutta in un essere umano solo. Un essere umano come tutti gli altri, forse. Con due gambe, due braccia, due occhi, un naso e due mani.
Potrebbe essere tale per il resto dell’umanità. Per me invece è diverso.
Io non so cosa mi sia successo, ho smesso anche di chiedermelo. Ho smesso di cercare ragioni, ho iniziato a seguire solo l’istinto. Oppure il cuore, se preferite.
Ho lasciato che tutto il casino della mia vita degli ultimi mesi venisse sistemato da una persona sola, senza io che facessi niente. Ho lasciato che mi rubasse il cuore, che mi facesse perdere parte della ragione. Ho lasciato che mi facesse rimanere qui, accanto a lui.
Certe volte mi ritrovo a pensare che prima di innamorami in questo modo io non sapevo cose fosse veramente la felicità.
Non sapevo come fosse realmente fatta.
Non sapevo che potesse assumere anche – o soprattutto – queste sembianze, queste forme.
L’ho pensato l’altro pomeriggio, quando con la testa poggiata sul suo petto gli sentivo il cuore battere e il respiro profondo, mentre lui dormiva beatamente.
È questa la felicità, ho pensato.
È essere qui a non fare altro che stare tra le sue braccia forti e a sentirmi in paradiso.
È guardarlo dormire e pensare a cosa stia sognando.
È camminare per le strade di questa città, aggrappata al suo braccio, sotto un ombrello à pois pronto a proteggerci dalla prima pioggia d’autunno.
È capace di lasciarmi senza parole, di non farmi pensare a niente di brutto.
Di sgomberarmi la mente come nessun altro è riuscito mai a fare.
Lo guardo dentro quegli occhi blu che si ritrova, con quelle spalle larghe che sanno di sicurezza e penso che vorrei sapere tutto della sua vita, attimo dopo attimo. Vorrei sapere cos’ha fatto quando io non c’ero, com’è stata la sua esistenza. Ed io vorrei raccontargli la mia, anche se non trovo mai le parole e la forza giuste per farlo.
Se due mesi fa mi avessero raccontato la mia vita di adesso, io non ci avrei creduto. Non avrei preso neanche in considerazione l’ipotesi che tutto ciò sarebbe potuto accadere, rassegnata com’ero al mio futuro incerto in un posto che chissà dove sarebbe stato.
Mi ha insegnato che la vita può anche sorprende in positivo.
Che le cose belle prima o poi arrivano.
Arrivano quando meno te l’aspetti.
Una ricompensa che si condensa tutta in un essere umano solo. Un essere umano come tutti gli altri, forse. Con due gambe, due braccia, due occhi, un naso e due mani.
Potrebbe essere tale per il resto dell’umanità. Per me invece è diverso.
Io non so cosa mi sia successo, ho smesso anche di chiedermelo. Ho smesso di cercare ragioni, ho iniziato a seguire solo l’istinto. Oppure il cuore, se preferite.
Ho lasciato che tutto il casino della mia vita degli ultimi mesi venisse sistemato da una persona sola, senza io che facessi niente. Ho lasciato che mi rubasse il cuore, che mi facesse perdere parte della ragione. Ho lasciato che mi facesse rimanere qui, accanto a lui.
Certe volte mi ritrovo a pensare che prima di innamorami in questo modo io non sapevo cose fosse veramente la felicità.
Non sapevo come fosse realmente fatta.
Non sapevo che potesse assumere anche – o soprattutto – queste sembianze, queste forme.
L’ho pensato l’altro pomeriggio, quando con la testa poggiata sul suo petto gli sentivo il cuore battere e il respiro profondo, mentre lui dormiva beatamente.
È questa la felicità, ho pensato.
È essere qui a non fare altro che stare tra le sue braccia forti e a sentirmi in paradiso.
È guardarlo dormire e pensare a cosa stia sognando.
È camminare per le strade di questa città, aggrappata al suo braccio, sotto un ombrello à pois pronto a proteggerci dalla prima pioggia d’autunno.
È capace di lasciarmi senza parole, di non farmi pensare a niente di brutto.
Di sgomberarmi la mente come nessun altro è riuscito mai a fare.
Lo guardo dentro quegli occhi blu che si ritrova, con quelle spalle larghe che sanno di sicurezza e penso che vorrei sapere tutto della sua vita, attimo dopo attimo. Vorrei sapere cos’ha fatto quando io non c’ero, com’è stata la sua esistenza. Ed io vorrei raccontargli la mia, anche se non trovo mai le parole e la forza giuste per farlo.
Se due mesi fa mi avessero raccontato la mia vita di adesso, io non ci avrei creduto. Non avrei preso neanche in considerazione l’ipotesi che tutto ciò sarebbe potuto accadere, rassegnata com’ero al mio futuro incerto in un posto che chissà dove sarebbe stato.
Mi ha insegnato che la vita può anche sorprende in positivo.
Che le cose belle prima o poi arrivano.
Arrivano quando meno te l’aspetti.
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