"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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venerdì 7 ottobre 2011

Indifferenza

Una calda notte di luglio di circa sette anni fa, io e una delle mie più grandi amiche litigammo. Ancora ricordo il motivo, le circostanze, l’abbigliamento di quella sera. Avevamo entrambe ragione e torto in egual misura, ma lei era troppo orgogliosa per riconoscere i suoi piccoli errori ed io ancora non ero in grado di farmi valere come si deve, ero … rinunciataria.
Dopo quella lite, io e lei non ci parlammo per molto tempo, forse anche per più di un anno, nonostante lei fosse seduta a scuola nel banco subito dietro al mio; poi, avendo quasi tutti gli amici in comune, finimmo inevitabilmente con lo scambiarci almeno il saluto e qualche parola.
Perdere un’amica molto importante è sempre una cosa spiacevole; vedere la cosa con gli occhi di una quattordicenne lo è ancora di più.
Ricordo che mi disse che dopo quella lite le ero praticamente indifferente, che potevo esserci o non esserci, ma in ogni caso non avrei avuto alcuno “effetto” nei suoi confronti. Insomma, per lei ero invisibile, la mia presenza non aveva alcuna rilevanza.
Fu la prima volta che entrai in contatto reale con la parola “indifferenza” e ricordo che quel termine mi fece ribrezzo.
Alla fine, le cose tra noi due migliorarono notevolmente; con il passare del tempo la nostra amicizia tornò quella di prima, si rafforzò. Anche adesso che studiamo in città diverse ci sentiamo sempre e quando siamo entrambe nella nostra piccola cittadina, ci vediamo praticamente ogni giorno.

L’altro giorno ho assistito sull’autobus ad una scena talmente terribile che non saprei neanche come definirla. Una signora anziana, forse un po’ troppo esuberante e con qualche rotella fuori posto, entrando in autobus insieme ad un’altra donna di colore, da un secondo all’altro ha iniziato a chiamarla “negra” e le ha gettato contro una serie di insulti che non sto a ripetere.
Lei si è difesa come ha potuto, a parole, civilmente. Poi ha lasciato perdere ed è andata a sedersi, mentre la vecchia ha continuato a borbottare tra sé parole poco piacevoli.

Questo episodio mi ha riportato indietro di qualche anno, dritta alla lite con la mia amica, all’episodio in cui lei mi ha detto che le ero indifferente.
Indifferenza, sì. Anche nel caso del litigio tra le due donne nell’autobus. Indifferenza mia, indifferenza degli altri passeggeri e dell’autista. Noi che non abbiamo mosso ciglio di fronte a quegli insulti gratuiti, di fronte ad una donna che difendeva il colore della sua pelle e la sua dignità. Indifferenza, come se non avessimo visto o sentito niente.
Il comandamento del “farsi i fatti propri” lo applichiamo sempre nei momenti sbagliati; il motivo? Non lo so. Forse è più facile così, non vogliamo avere grane, non vogliamo immischiarci in questioni che non ci toccano troppo da vicino.

Quando sono tornata a casa, mi sono fatta schifo da sola. Mi ha fatto ribrezzo la mia apparente indifferenza nei confronti di quella situazione. Avrei dovuto alzarmi dal sedile grigio, fare qualcosa. Avremmo dovuto fare tutti così. Non so cosa di preciso, forse dirne quattro alla vecchia, farle passare la voglia di insultare la gente, chiamare la polizia. E invece non abbiamo fatto niente, siamo rimasti tutti comodi nella nostra poltrona ad assistere indifferenti a quella scena coperta dal velo dell’invisibilità.
Comodo, forse. Ma egoista.
Non so neanche se mi ha fatto più ribrezzo la cafonaggine della vecchia o la nostra indifferenza.

Ma come ho detto in passato, l’unica cosa positiva che si può trarre dagli errori è un insegnamento, la consapevolezza che quel comportamento è sbagliato ma che si può sempre migliorare.

venerdì 8 aprile 2011

Mio adorato venerdì

Verso le due sono tornata nella mia piccola casa, dopo una mattinata passata all’università. Ho aperto la porta e la prima cosa che ho fatto, appena dentro, è stato buttare la borsa a terra e il mio corpo, a peso morto, sul divano. Sono rimasta ferma, immobile, non so per quanto, a braccia aperte e faccia rivolta al soffitto.

È finita finalmente questa faticosa settimana. Una settimana di apprensione, di pensieri rivolti in posti troppo lontani, di leggera malinconia. Una settimana apparentemente tranquilla, ma in realtà tanto movimentata. Sono stati giorni in cui ho avuto paura di perdere qualcosa di veramente troppo caro. Giorni in cui dovevo affrontare una “prova” che poi non è andata come speravo.

Fare qualcosa, metterci tutto l’impegno di questo mondo e poi vedere che i risultati non sono proprio quelli sperati, mette tristezza.
Una tristezza che però lascia il tempo che trova.
È bastato un messaggio a farmi tornare un po’ di allegria, a ricordarmi che c’è qualcosa che vale molto più di un successo, grande o piccolo che sia.
... E chi se ne frega se le cose non sono andate come speravo, avere in questo mondo qualcuno che mi vuole bene: è questo il successo più grande.

Ho deciso che domani e domenica penserò solo a me stessa. Ho in mente una passeggiata al parco, un po' di sole, un giro in centro, la compagnia dei cari amici, la presentazione di un libro e poi... dulcis in fundo ... l'acquisto del biglietto per tornare in patria, sperando di trovare un posto libero da qualche parte e soprattutto di non prosciugare il mio conto per un solo viaggio...

venerdì 18 marzo 2011

Di partenze, di tempo e di rimorsi

Più passa il tempo, più mi rendo conto che questo non è mai abbastanza per fare tutto.
Sono tornata a casa dai miei per qualche giorno, principalmente perché non potevo perdermi determinati “eventi importanti”, ma anche per staccare un po’ la spina dalla quotidiana e frenetica vita universitaria.
L’intento era quello di riposare un po’, ricaricarmi e ripartire piena di energie.

Tra un po’ dovrò ripartire per la mia adorata-odiata città universitaria: la valigia è pronta, i biglietti anche. Mi viene spontaneo, ogni volta che devo affrontare questi tipi di viaggi, fare dei bilanci mentali su come ho trascorso i giorni a casa. La considerazione del momento è che il tempo, appunto, non è mai abbastanza.

Avevo in progetto tante cose da fare e alla fine ho portato a termine solo la metà degli “impegni”. Non sono riuscita ad andare a trovare una persona per me cara, neanche a telefonarle. Sembra assurdo, ma è così. Non mi sono certo dimenticata di lei, il pensiero di ogni giorno era quello di andare a trovarla, di vederla. Ogni giorno però, c’è stato sempre qualche intoppo che non mi ha permesso di andare da lei.
L’ho chiamata poco fa. È rimasta male, mi ha trattato con freddezza e con una punta di rabbia. Spiegarle i miei impegni è stato inutile.
Mi sono resa conto anche io del mio errore, del fatto che l’avere tante cose da fare non è una scusa valida per mettere gli affetti un po’ in secondo piano. Certo l’ho pensata, non mi sono dimenticata di lei, ma evidentemente questo non basta.

Parto con un po’ di tristezza, di dispiacere. E con una promessa: quella di non farmi mai più prendere totalmente dalle cose da fare fino a dimenticarmi delle persone a cui voglio bene.
Imparare è l’unica cosa positiva che ti può lasciare un errore.